Assicurazioni obbligatorie contro i danni da terremoto

25 agosto 2016 Costantino De Blasi

Si però...

Quando accade un tragedia come quella che in queste ore ha colpito i comuni di Amatrice e Accumoli viene riproposta la questione dell'assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali. La materia viene spesso trattata con approssimazione e il dibattito si riduce spesso ad uno scontro ideologico sul ruolo più o meno attivo che deve avere lo stato. Onde evitare di tornarci, dirò subito cosa penso: questa è una delle classiche questioni in cui se ci deve essere una discussione essa deve prescindere da posizioni ideologiche, perché a favore di un intervento tutto statale ci sono tante ragioni quante ce ne sono a favore di un intervento tutto privato.

Oggi i costi dell'emergenza e della ricostruzione sono a carico del bilancio pubblico, di solito attraverso una legislazione di urgenza e attraverso la dichiarazione di stato di calamità naturale. Secondo uno studio del 2013 dell'OCSE i danni da calamità naturali sono costati in media al nostro Paese 0,2% del PIL, circa 3.2 miliardi a valore attuale. Insomma se lo Stato fosse un'azienda privata dovrebbe accantonare annualmente circa 3 miliardi in un fondo rischi per risolvere (quasi) tutte le emergenze. La più recente legislazione in materia è quella del 2012 che prevede il riordino della Protezione Civile e assegna ad essa la gestione dei fondi ordinari destinati alle calamità naturali. L'ammontare di questi fondi viene determinato anno per anno in Legge di Stabilità. Per l'anno in corso e per il 2017 sono stati stanziati per il fondo della Protezione civile 47,8 milioni di euro. Solo per il terremoto di cui si parla il governo ha oggi annunciato uno stanziamento d'emergenza di 50 milioni.

Le maggiori spese dovute ad eventi non previsti sono dunque oggetto di legislazione speciale.

A memoria mia, la prima proposta di legge organica sull'obbligo di stipula di una polizza contro il rischio terremoto fu presentata nel 1996. Dopo un primo passaggio in commissione fu stralciata dal calendario dei lavori parlamentari per essere poi inserita, con alcune modifiche e senza successo, nella legge finanziaria di quell'anno.
È stata poi riproposta a più riprese senza che si arrivasse mai in sede deliberante. 

Con queste premesse, dal lato della contabilità pubblica delegare la copertura a soggetti privati sembrerebbe utile. Ma i privati, ossia le Compagnie, che dicono?

Oggi tutte le compagnie abilitate ad emettere polizze nei rami elementari offrono la possibilità di estendere la copertura assicurativa ai rischi legati agli eventi catastrofali. La copertura è opzionale e si abbina alla garanzia base Incendi. Al valore di ricostruzione a nuovo del fabbricato si applica un tasso che è funzione

a) della tipologia di immobile;

b) delle caratteristiche costruttive;

c) del territorio (Comune, Provincia o Regione) in cui è ubicato;

d) dell'indice di pericolosità sismica (o inondazione, o altri eventi catastrofali) della zona in cui è stato costruito.

In ordine al punto d) il CNR elaborò qualche anno fa una mappa puntuale dei comuni italiani dove si teneva conto non solo del rischio storico, ma anche delle caratteristiche orografiche, della natura del sottosuolo, della presenza o meno di falde acquifere ecc. Quindi sotto questo aspetto gli elementi per una tariffazione del rischio catastrofe sono pienamente soddisfatti.

All'indomani del terremoto dell'Emilia del 2012 le compagnie cessarono di offrire la garanzia terremoto nelle province di Modena, Ferrara, Parma e Reggio Emilia, laddove prima di quella data venivano emesse polizze senza particolari cautele e a tassi relativamente contenuti. Il rischio sismico era sottostimato. In seguito a quell'evento aumentarono le cautele nell'assunzione del rischio anche negli altri territori e la garanzia, soprattutto per le major, divenne oggetto di verifica tecnica pre-rilascio. Significa che per poter acquistare l'estensione era necessario che un tecnico fiduciario dell'assicurazione esprimesse un consenso o, nel caso di beni di particolare valore come i capannoni industriali, una dichiarazione di assicurabilità.

A questo punto è necessaria una precisazione, scontata e stucchevole a mio avviso, ma necessaria per quello che spiegherò in seguito. È del tutto legittimo che una compagnia cerchi di ridurre il rischio di indennizzo.. Ne va del suo equilibrio finanziario e di bilancio e qualche volta della sua stessa sopravvivenza. Un basso rischio è sempre preferito ad un rischio medio o alto e laddove questo rischio è medio o alto cerca sempre di mitigarlo.

Gli strumenti per mitigare il rischio di danno sono 3:

i) Rifiutare la copertura: capita che le estensioni ai catastrofali siano puramente simboliche, in particolare nelle polizze dedicate alla clientela retail;

ii) Inserire in polizza franchigie e scoperti;

iii) Inserire in polizza gli stop loss, ovvero il massimo indennizzo previsto per quella data partita e per quel dato evento assicurato.

Su tutti gli eventi catastrofali, ma in particolar modo sulla garanzia terremoto, le franchigie sono sempre alte sia in termini relativi che in termini assoluti. Ad esempio su una polizza che assicuri un edificio industriale del valore superiore al milione di euro la franchigia media raramente è inferiore ai 25.000 euro e spesso viene offerta di default quella da 50.000 euro. Lo scoperto, calcolato in percentuale, si applica sul danno oggettivamete riscontrato e resta a carico dell'assicurato. Mediamente per la garanzia terremoto lo scoperto è compreso fra il 20 e il 30%

Lo stop loss è una ulteriore limitazione che si applica al complesso dei beni assicurati (ad esempio fabbricato + contenuto) ed è espresso anch'esso in percentuale, calcolata però sulla somma assicurata.

Per poter elaborare una copertura le compagnie poi utilizzano altri parametri: il MUR (Massima Unità di Rischio - Maximum Foreseeble Loss in inglese) che individua la partita soggetta a maggio rischio fra quelle oggetto dell'assicurazione, e l'MPL (Maximum Probable Loss) che individua qual è la percentuale più probabile di danno di un determinato bene. Per fare un esempio, in caso di incendio le probabilità di rovina totale del fabbricato e dei macchinari sono inferiori (di molto) a 100; in caso di terremoto più vicine a 100. Questa è la ragione dello stop loss.

Qualora si decidesse di rendere obbligatoria l'assicurazione contro gli eventi catastrofali tutti questi parametri dovrebbero essere rivisti. In mancanza le aspettative degli assicurati resterebbero deluse. Le compagnie sarebbero altrimenti indotte a 1) stipulare polizze non gradite b) elevare in modo sostanziale i premi c) restringere ancor di più le coperture tramite franchigie, scoperti e stop loss. Quindi problema di fatto irrisolto.

Una delle leggende che circolano nel settore assicurativo racconta che più polizze si stipulano, più si abbatte il rischio. La struttura dei conti di una compagnia è formata da varie voci. Prima di tutto i premi puri, quelli cioè che coprono soltanto il rischio oggetto della polizza; gli accantonamenti per integrare il margine di solvibilità; le riserve; i costi di distribuzione (autorizzazioni, elaborazione, compliance, marketing, provvigioni alle reti); costi fissi di gestione per personale e software, costi fissi e variabili per gestione sinistri e i costi per il contenzioso; costi per la riassicurazione. Mi concentro sulle ultime tre voci. I costi gestionali aumeterebbero sicuramente perché volumi massicci di premi conseguenti alla obbligatorietà non potrebbero essere lavorati dalle attuali strutture che spesso sono ridotte al minimo. I trattati riassicurativi sono un problema se possibile ancor più grande. Allo stato andrebbero tutti rivisti per aumento dei massimali. Quando una compagnia assume un rischio non coperto dal trattato in essere, oppure estende la gamma di prodotti ad altre tipologie di evento, ne stipula un altro cosiddetto facoltativo nella tipologia excess of loss. Il riassicuratore assume il rischio soltanto a partire da un certo importo; nei fatti la polizza principale agisce per il riassicuratore come fosse una franchigia. I costi marginali dei trattati riassicurativi facoltativi sono più alti di quelli generali, calcolati in multipli dei premi puri attesi. Una possibile alternativa è rappresentata dai Cat Bond, operazioni di cartolarizzazione che scaricano sul mercato, quindi una plularità di soggetti, il rischio assunto.

Comunque la si giri i costi aumenterebbero e verrebbero con ogni evidenza incorporati nel premio finale pagato dal cliente. Fatto 100 il premio incassato per una polizza, quella polizza sta in equilibrio economico con un rapporto non superiore a 60.

Un altro problema è legato al monitoraggio delle caratteristiche strutturali degli immobili. Sappiamo che il territorio è quasi per intero a rischio, sebbene la frequenza di eventi di magnitudo > 6.0 sia bassa. Ciononostante i terremoti distruttivi avvengono. Le caratteristiche costruttive degli edifici, purtroppo specie nelle zone a maggior rischio, sono insufficienti. Delegare la gestione alle compagnie private potrebbe fare da stimolo per mettere in sicurezza (e premiare dal punto di vista dei costi) il patrimonio immobiliare. Resta da stabilire chi dovrebbero sopportare i costi di una ristrutturazione obbligata.

In fase di stipula le compagnie sarebbero stimolate a fare una verifica tecnica del fabbricato. Ma una perizia, con cosiddetta stima accettata da allegare ad un contratto che paghi un premio annuo di circa 250 euro, non costa meno di 450/500 euro.

Si può ragionare se sia il caso di introdurre nella nostra legislazione un costo obbligatorio a carico dei cittadini che verrebbe percepito come un'ulteriore tassa sugli immobili. Prima di tutto va ricordato che i premi assicurativi sul ramo Incendio sono già gravati da un'imposta secca del 22,25%. Secondo l'Ania le imposte sui premi assicurativi generano circa 9 miliardi annui di gettito. È possibile immaginare una riduzione dell'aliquota o addirittura una detassazione e persino, come proposto anni fa da Gianantonio Stella, una detrazione. Sarebbe disponibile l'amministrazione finanziaria a rinunciare in tutto o in parte a questo gettito? Vista la salute dei conti pubblici nutro seri dubbi. 

Superato questo ostacolo di finanza pubblica, bisognerebbe poi andare incontro alle aspettative del cliente che in caso di perdita totale del bene si aspetta la completa ricostruzione della sua abitazione. Come abbiamo visto sopra però, l'attuale impianto assicurativo non arriva a garantirlo.

Nei paesi dove l'assicurazione obbligatoria è prevista, si utilizza un sistema misto pubblico-privato. L'ente pubblico contribuisce garantendo il proprio intervento fino ad un certo limite, mantenendo quindi l'impegno ad indennizzare la maggior parte dei sinistri (il caso della Nuova Zelanda), mentre l'assicuratore privato interviene nei casi di excess of loss. Questo sistema ha il vantaggio per l'assicuratore di ridurre le frequenze e lavorare solo sulla magnitudo, adottando tutti i sistemi di copertura - riassicurazione o bond - sopra descritti.

All'inverso ci sono sistemi (Francia) che prevedono l'intervento diffuso delle compagnie, (quello che succede anche in Italia senza obbligo) e un intervento dello Stato solo per gli eventi più gravi o estesi. In entrambi i casi c'è una condivisione del rischio. 

Fra i due sistemi quello che rappresenta a mio avviso un equilibrio più sostenibile è il primo, perché riduce l'impatto dei costi, consente una miglior distribuzione del rischio fra compagnie fronting che emettono la polizza (che manterrebbero il controllo dei rischi ordinari) e riassicuratori/mercato dei bond. 

In ogni caso, quella precedente è la mia (credo fondata, ma aperta a suggerimenti) opinione. I dati da cui partire sono quelli che ho illustrato e, alla luce della situazione in essere, è abbastanza chiaro che sarebbe del tutto opportuna una discussione ragionata e documentata. Purtroppo, come accade ogni volta, questo sembra non accadere.

35 commenti (espandi tutti)

Molto interessante, Costantino! Solo una domanda: quando scrivi

In ordine al punto d) il CNR elaborò qualche anno fa una mappa puntuale dei comuni italiani dove si teneva conto non solo del rischio storico, ma anche delle caratteristiche orografiche, della natura del sottosuolo, della presenza o meno di falde acquifere ecc.

Non hai qualche link per approfondire il progetto, o almeno il nome? Chissà che non ci si possa fare qualcosa su, se mettono a disposizione i dati. Grazie!

CNR

Costantino De Blasi 26/8/2016 - 10:06

Ciao Davide, ho la tabella aggiornata al 2013 ma adesso, per poche ore ancora, sono in vacanza non ho con me il mio pc, quindi non riesco a recuperarla.

Appena possibile se vuoi te la giro

Grazie Costantino, ma senza fretta, goditi le vacanze finché puoi! :-)

Io inizierei a porre l'obbligatorietà di assicurazione per danni della natura (frane, alluvioni, eventi atmosferici, terremoti etc) per tutti gli edifici pubblici (scuole, ospedali, caserme, prefetture, edifici  comunali comunali, provinciali, regionali e ministeriali)  e le opere di ingegneria civile (strade, ponti, gallerie). In caso di catastrofe vanno ricostruite e questo incide sui conti pubblici in modo imprevisto. Il costo assicurativo invece è noto ogni anno.

Per il settore privato invece, leggendo questo ottimo articolo, ritengo che i terremoti sono eventi rari e molto dannosi ma i problemi italiani non si fermano lì. Frane e alluvioni sono infatti molto frequenti, dato il dissesto idrogeologico, ed altrettanto distruttive. Un'assicurazione obbligatoria dovrebbe coprire tutti i rischi, dall'incendio fino al terremoto. Se già ora lo stato ricava 9 miliardi con un'aliquota  del 22.25% potrebbe incassare molto di più a fronte dell'obbligo assicurativo generalizzato per tutte gli edifici in Italia e per tutti i rischi. Questa tassa secondo me dovrebbe essere trasformata in tassa di scopo, atta a finanziare esclusivamente un fondo di catastrofe che copra una determinata quota (es 25-33%) del danno, lasciando alle assicurazioni il restante danno. Una parte di questo fondo potrebbe anche intervenire per coprire l'eventuale stop loss. Il cittadino assicurato (obbligatoriamente) avrebbe quindi la garanzia completa di ricevere i fondi per la ricostruzione.

Una volta raggiunta una determinata dotazione del fondo (una dotazione di equilibrio, fissata dalla legge, che potrebbe essere una trentina di miliardi, pari prudenzialmente a 10 volte l'onere medio citato nell'articolo) l'aliquota potrebbe diminuire anche ben sotto il 10'%, salvo risalire in caso di necessità per ripristinare il fondo se fortemente intaccato da grosse calamità.

Ritengo che questo fondo, attivamente gestito e quindi con anche una certa redditività, potrebbe anche pagare i premi per l'assicurazione degli edifici pubblici, ma questi sono dettagli.

Concordo assolutamente. Nel paper che si doveva elaborare con l'IBL partimmo proprio da questa ipotesi: utilizzare parte del gettito da premi assicurativi per finanziare  un'assicurazione obbligatoria.

Il post era già molto lungo e mi son fermato ma ci si può lavorare ancora

Alcune riflessioni:
1- La soluzione del pubblico che finanzia le assicurazioni private francamente non la capisco. Per assurdo in questo caso una grande assicurazione pubblica sarebbe più efficiente di quella privata e tra l'altro... già c'è... chi è che finanzia la ricostruzione?
2- Assicurazioni obbligatorie private sic et simpliciter: anche qui abbiamo grossi problemi:
i) i privati non si accollerebbero mai i rischi in zone sismiche di livello 1 specie in fabbricati non di recente costruzione. In ogni caso i premi nella fascia di rischio più elevata sarebbe molto più elevati di quelli in zona 4.
ii) perchè far assicurare obbligatoriamente le zone 4 dove un terremoto è letteralmente impossibile (sono zone in cui potrebbero costruirci le centrali nucleari sarebbe un balzello in più)?
iii) questo sistema non incentiva affatto la prevenzione (anzi la peggiora). Se io devo pagare un premio altissimo e poi fare anche gli adeguamenti per evitare "in futuro" di pagare un premio alto di sicuro nel breve periodo avremmo un problema di liquidità del proprietario

Sistema misto pubblico-privato: per esperienza (in passato si parlava di obbligatorietà in agricoltura di assicurazione per danni da grandine p da ungulati) posso dirvi che non funziona assolutamente. Non si fa prevenzione (tanto ci pensa l'assicurazione a pagarmi anzi meglio così non raccolgo) come nel caso totalmente privato e il mercato delle assicurazioni avrebbe una buona dose di distorsioni.

Ci sono anche altri aspetti da vedere. Molti fabbricati costituiscono gran parte del "patrimonio" degli italiani e molti di questi costituiscono garanzia di qualcosa (diretta o indiretta) si avrebbe a mio avviso un mezzo terremoto finanziario se si "prezzasse" il rischio terremoto.

Cat-bond: qui ci sarebbe da ragionare ed anche parecchio. Spero che un esperto di finanza intervenga e chiarisca il funzionamento in maniera precisa (non è propriamente una assicurazione per metodologia è più simile ad un CDS)

Mi fermo qui perchè a mio avviso ho messo già troppa carne al fuoco.
P.S. valutate sempre che le leggi sono in continuo cambiamento come le mappe sismiche i sistemi costruttive gli accertamenti ecc. Quindi questo problema economico per poter essere risolto... dovrebbe avere un modello Lucas resistente!
P.P.S. una corretta politica economica dovrebbe incentivare pesi e contrappesi in modo da stimolare la prevenzione e non semplicemente il rimborso in caso di disastri. Il problema rimane: come? qui ci sarebbe da discutere... molto..

Il punto secondo me è: una pianificazione e accantonamento di risorse renderebbe più fluida ed efficiente la gestione delle emergenze? Poiché quella relativa alle calamità naturali è una spesa certa ma indefinita, si può costruire un sistema che eviti soluzioni tampone, ritardi nell'assegnazione delle nuove case e/o ricostruzione di quelle danneggiate?

E' ovvio che le assicurazioni non si accollerebbero rischi nelle zone sismiche; per questo non vedo bene una obbligatorietà nell'attuale mercato.

In agricoltura il sistema assicurativo è finanziato da fondi italiani ed europei. Il finanziamento avviene tramite rimborsi erogati dai soggetti riconosciuti dal ministero (consorzi di difesa) di una parte dei premi pagati fino all'80%. Anche qui vado a memoria. Nella legge di stabilità 2015 erano stanziati 140 milioni di euro per le polizze grandine e malattie bestiame

I tuoi dati sono sempre precisi Costantino.
Tengoa precisare alcune cose.
Il fatto di avere un'assicurazione (per fortuna non obbligatoria dico io) tende a diminuire, se non azzerare, i comportamenti virtuosi (ergo la prevenzione).
Chi me lo fa fare di spendere soldi per una rete antigrandine quando lo stato , in caso si verifichi l'evento avverso, mi paga tutto o quasi?
Per fortuna dico io che l'assicurazione non è obbligatoria generando così una competizione tra chi si assicura e chi non si assicura e fa prevenzione.

Stessa cosa vale per il problema ungulati.
I danni da cinghiali o caprioli su terreni in parchi naturali vengono risarciti dall'ente parco. L'agricoltore potrebbe prevenire tali danni semplicemente con una recinzione elettrica a basso voltaggio, cannoncini ad aria compressa, allarmi sonori.
Non lo fa perchè tanto c'è l'ente parco che paga in ogni caso.
Da una parte (prevenire) c'è una spesa certa e un guadagno non percepibile (prevenzione ) dall'altra c'è un guadagno certo in caso di danni e nessuna spesa.
Hanno provato a fare funzionare una sorta di franchigia ovvero l'ente parco chiede al privato di far pagare il sopralluogo ma la cosa non ha migliorato di molto la situazione.
Sostituisci danni da cinghiale, capriolo, grandine con terremoto e risarcimento dell'ente parco con quello dello stato e ti trovi in uno stato di forte analogia.

Ci andrei cauto e farei molti approfondimenti

Verissimo. Nel caso delle polizze agricoltura lo si evita con soglie di danno molto alte al di sotto delle quali non c'è alcun risarcimento per l'agricoltore e mediando tutta la filiera con i consorzi di difesa

visto che conosciamo molto bene la ripartizione del rischio in base al territorio non sarebbe più conveniente, e mi azzardo a dire più utile, obbligare a costruire/ristrutturare con criteri idonei uscendo da quella sindrome "del dov'era e com'era"? Va da se che ogni intervento andrebbe "sorvegliato" ma credo che, a medio/lungo termine, costerebbe infinitamente meno.

Mio padre ha in parte ereditato ed in parte acquistato la casa dei miei nonni, sita in una zona a rischio sismico ed idrogeologico non indifferente. Pochissimi anni fa una frana si è portata via un bel pezzo del paese. La casa in questione è una delle pochissime case costruite in regola in quella zona. Mia nonna era nata nella casa numero 310 del paese, e la licenza edilizia della casa costruita da mio nonno, 40 anni dopo, era la numero 3. La casa dove è nato mio nonno scivolò in una frana di un secolo fa, tanto che oggi si trova in un altro comune. La mia personale opinione è che nel caso di un evento sismico, ci sono pochissime case in quella zona che potrebbero sopravvivere, tra cui quella di mio padre (a cui darei un generoso 20% di non venire distrutta da un 6 Richter). Dato che mio padre vive a centinaia di chilometri di distanza, e sono anni che non riesce più ad affittarla, sono circa 10 anni che cerca di venderla. Chiede 120 mila euro per 3 appartamenti. In quel paese c'è solo una casa fatta e posizionata leggermente meglio, ed il proprietario di quella gli ha offerto 20 mila euro. È l'unica offerta che gli sia mai arrivata. Gli altri continuano imperterriti a vivere e costruire case in posti chiaramente esposti a rischi incredibili. Personalmente non riesco ad immaginare sia possibile che un comune possa autorizzare tali costruzioni, e sinceramente mi stupirei se abbiano mai concesso una licenza edilizia numero 4. Perfino la frana e la distruzione di una buona percentuale delle abitazioni del paese non ha portato all'arrivo di alcuna offerta di acquisto, se gli sono arrivati finanziamenti pubblici, li hanno usati per costruire case fatte e posizionate peggio.

Scopo

Francesco Forti 27/8/2016 - 07:39

Lo scopo di un'assicurazione privata obbligatoria (e di un fondo alimentato da tasse che serva in modo sussidiaro a contenere l'onere) è quella di evitare che l'irresponsabilità di uno si scarichi sugli altri. Nel campo auto questo è molto chiaro (se ho un incidenete con uno non assicurato ... chi mi paga?) ma anche nel settore casa si possono fare ragionamenti simili. Nei borghi le case sono quasi tutte attaccate ed il crollo di una coinvolge le case vicine. Proprio in questo evento è stato scritto che un certa casa ha resistito (perché ben costrita) ma è stata danneggiata dal crollo del vicino campanile. Vi è una ben precisa responsabilità pubblica nella mala gestione del territorio (dissesto idro-geologico, incuranza dei divieti di costruzione in certe zone come l'alveo dei fiumi) quindi è giusto che anche lo stato faccia la sua parte quando questa malagestione crea danni.

Sul lato pratico l'idea che ho esposto sopra potrebbe essere ampliata prevedendo due tipi di intervento sussidiario:

1) è chiaro che un onere assicurativo obbligatorio potrebbe risultare gravoso per famiglie indigenti che vivono in case vecchie ad alto rischio. Qui il "fondo" potrebbe intervenire sussidiano il premio in toto o in parte.

2) partendo dal concetto che un premio assicurativo comunica in modo molto reale la quantità di rischio (sismico e/o di altra natura) che grava sull'abitazione, il proprietario può meglio valutare come sia eventualmente possibile intervenire in attività di riduzione del danno (rendendo la casa antisismica, proteggendola dal rischio allagamento ed altri danni della natura). Il fondo potrebbe intervenire sussidiariamente contribuendo in parte a questi costi. Il fondo potrebbe intervenire prrioritariamente nelle situazioni piu' gravi (i nuclei di certi paesi) e risparmiare poi sull'onere di sostegno economico (punto precedente).  Il grosso dell'intervento di ristrutturazione pero' sarebbe di tipo privato (banche).

3) il concetto di un'assicurazione obbligatoria è che tutti devono in qualche modo pagare qualcosa, cosa che però già avviene, visti i citati 3.2 miliardi di esborso da parte della collettività per i danni casusati dalla natura ed i 9 miliardi di gettito dell'imposta secca sui premi assicurativi. Il problema è razionalizzare e generalizzare l'impiego di quei fondi.

Tra ingegneri che si occupano di queste faccende si discute da anni dell'impatto che avrebbe l'avvento dell'obbligo di assicurazione sui terremoti, in particolare sulla attività diagnostica preliminare.

Per gli edifici nuovi, ed in particolare per quelli di una certa rilevanza, l'assicurazione per emettere una polizza valuterebbe la probabilità di rovina -che in un progetto esiste sempre e viene mantenuta entro livelli fissati e considerati accettabili dalle norme vigenti- ed i livelli di danno per eventi di minore intensità. Rispondendo a l.biagini (punto 2.ii): la pericolosità in zona 4 è bassa ma non è nulla, quindi direi che il premio dovrebbe essere proporzionalmente più basso.

A questo proposito ricordi che il Rischio sismico è il frutto della combinazione di Pericolosità e Vulnerabilità, la prima è descritta dalle mappe colorate che compaiono nei talk-show di questi giorni, la seconda è invece la propensione di una struttura a subire un danno di un determinato livello, a fronte di un evento sismico di una data intensità. Proprio di quest'ultima stiamo parlando.

Le cose si fanno complicate dovendo valutare la vulnerabilità del patrimonio immobiliare esistente ed in particolare a quello diffuso, magari di un centro storico edificato secoli fa e rimaneggiato costantemente negli anni in assenza di un progetto vero e proprio. In questi casi una valutazione ex-post (sull'edificato) risulta necessaria. Tralasciamo per semplicità le questioni tecniche ed ammettiamo che si possa sempre fare con costi e competenze tecniche ragionevolmente disponibili e concentriamoci invece sui potenziali risultati di queste analisi.

Nel caso l'analisi effettuata avesse un esito negativo come si dovrebbe procedere?

Il proprietario si troverebbe nella consapevolezza di possedere (e spesso abitare) un immobile potenzialmente insicuro, cioè al presentarsi di un evento sismico di una data intensità ci sarebbero elevate possibilità di collasso o di danni molto ingenti.

Le assicurazioni interpellate probabilmente non accetterebbero di assicurare un bene simile, se non con le clausole che secondo Costantino De Blasi lascerebbero il “problema di fatto irrisolto”.

Quale sarebbe poi il valore di mercato di un bene in questa situazione? Se un proprietario non potesse fare fronte ai costi per mettere in sicurezza l'immobile potrebbe trovare il credito necessario a farlo?

In caso di valutazioni diffuse di questo tipo quali sarebbero le ripercussioni sul mercato immobiliare e sugli altri patrimoni di cui gli immobili costituiscono una parte dei fondi di garanzia: mutui, fondi immobiliari, fino ai patrimoni delle stesse compagnie assicurative?

A queste domande servono le risposte degli economisti, gli ingegneri non bastano.

eccellenti osservazioni

"Quale sarebbe poi il valore di mercato di un bene in questa situazione? Se un proprietario non potesse fare fronte ai costi per mettere in sicurezza l'immobile potrebbe trovare il credito necessario a farlo?

In caso di valutazioni diffuse di questo tipo quali sarebbero le ripercussioni sul mercato immobiliare e sugli altri patrimoni di cui gli immobili costituiscono una parte dei fondi di garanzia: mutui, fondi immobiliari, fino ai patrimoni delle stesse compagnie assicurative?"

 

Credo che queste ultime considerazioni tratteggino un ritratto drammatico del livello di consapevolezza che alberga nel nostro paese a questo riguardo: perché in teoria, correggetemi se sbaglio,  il mercato immobiliare (e quanto gli sta sopra) dovrebbe aver già da tempo scontato il problema riflettendolo pienamente nei prezzi. Dato che sappiamo che non è così, dobbiamo concludere che gli attori continuano imperterriti a comprare /vendere/detenere come nulla fosse.

Percezioni

l.biagini 26/8/2016 - 14:04

In realtà molto informazioni sono disponibili ma non vengono prezzati perchè se pur vero che possono influenzare il valore di un immobile la possibilità che possa accadere un evento avverso è considerata talmente bassa da non essere percepita

Le assicurazioni interpellate probabilmente non accetterebbero di assicurare un bene simile ...

Visto che si discute di "assicurazioni obbligatorie" non è possibile in questo contesto rifiutare un rischio.
In campo sanitario per esempio nei paesi in cui le assicurazioni sono obbligatorie e ci sono tante compagnie, uno semplicemente chiede di stipulare un contratto e la compagnia non puo' rifiutare. E che uno abbia 30 anni o 94 il premio è lo stesso.  In questo caso la legge che stabilisce l'obbligo assicurativo definisce anche i criteri di pubblicità dei premi. Ogni compagnia deve quindi predisporre, mesi prima della scadenza (solitamente legata all'anno solare) la propria tabella di premi costruita sulla base dei vari rischi (zona, tipo di rischio) per metro quadro e quindi ogni cittadino è libero di confrontare i premi e scegliere tra le compagnie accreditate quella che offre il premio piu' adeguato alla sua situazione. Fermo restando che gli obblighi di rimborso del danno sono comunque unici per tutte le compagnie e che lo stato ci mette del suo sia in fase di perizia che di rispetto delle norme.
Lo so che io parlo di situazioni ideali, vivendo in uno stato che funziona, e che l'Italia non si avvicina per nulla a questo ideale, tuttavia se vogliamo avvicinarci allora la direzione è quella.

La mia frase continuava riprendendo il filo dell post:

Le assicurazioni interpellate probabilmente non accetterebbero di assicurare un bene simile, se non con le clausole che secondo Costantino De Blasi lascerebbero ilproblema di fatto irrisolto”.

quindi non posso che rimandare all'Autore la risposta non essendo io un esperto del ramo.

Seguo però il ragionamento proposto secondo cui "per le "assicurazioni obbligatorie" non è possibile in questo contesto rifiutare un rischio". Accetato questo, vi domando quali possano essere gli strumenti che impediscano quello che da più parti è stato già definito come Moral Hazard, ovvero: chi me lo fa fare di rendere sicura la mia casa se tanto poi l'assicurazione paga? (Ovviamente al netto di implicazioni non strettamente economiche).

Mi sembra che così si avrebbe solo una traslazione della distribuzione del costo del rischio, che dallo Stato passerebbe alle assicurazioni, le quali a loro volta lo gireranno agli assicurati: che sono obbligati a stipulare le polizze quanto le assicurazioni ad accettarle.

Ogni compagnia deve quindi predisporre, mesi prima della scadenza (solitamente legata all'anno solare) la propria tabella di premi costruita sulla base dei vari rischi (zona, tipo di rischio) per metro quadro e quindi ogni cittadino è libero di confrontare i premi e scegliere tra le compagnie accreditate quella che offre il premio piu' adeguato alla sua situazione.

Come spiegato sopra, nel caso del sisma il rischio è dato dal prodotto tra la pericolosità, tipica dell'area in cui si trova l'immobile, e la vulnerabilità. Ignorare questo affidandosi di fatto solo alla pericolosità vorrebbe dire ignorare lo stato in cui si trova il bene da assicurare. Quindi un edificio costruito con tutti i crismi si troverebbe a pagare lo stesso premio al metro quadro del vicino di casa che vive in una abitazione priva di qualsiasi progetto.

Sarebbe come a dire, chi me lo fa fare a prevenire il io tumor o diabete, tanto l'assicurazione paga ....
In quella casa ci vivo, ci dormo la notte. La tua obiezione sarebbe forse verosimile in un paese in cui il 70% vive in affitto (ed il proprietario se ne frega) ma qui abbiamo il caso opposto: il 70% vive in casa propria.

Come avevo precisato queste considerazioni devono essere fatte "al netto di implicazioni non strettamente economiche".

Ringrazio per l'analogia di carattere sanitario, che mi permette di chiarire che l'azzardo non è solo quello di un individuo perfettamente informato e consapevole del rischio. Anche in campo medico ci sono comportamenti: fumo, regimi alimentari non corretti... che sono fattori di rischio noti a tutti. Eppure si sentono ancora discorsi del tipo: “È inutile smettere di fumare, tanto conosco gente che non ha mai toccato una sigaretta ed è morta di cancro” [La confusione tra condizioni necessarie e sufficienti è un problema in tutti i campi]. Lo stesso dicasi di “tanto crollano anche le case antisismiche” oppure “tanto da queste parti terremoti così forti non vengono”... potrei continuare per un po'.

Tutto questo per dire che se un sistema di assicurazione obbligatoria del rischio dovrà essere messo a punto non potrà prescindere dal considerare anche i potenziali effetti distorsivi.

Torno all'analogia per concludere. Anche in campo sismico si dovrebbe dubitare di indovini e guaritori (mi riferisco a cose lette sui media in questi giorni) che distolgono dai veri problemi rubando tempo e risorse per affrontarli seriamente. Per scrupolo deontologico non aggiungo qui i link dei rilevatori domestici di terremoto o di sistemi di adeguamento sismico che in altri campi sarebbero definiti omeopatici.
 

il rischio

dragonfly 31/8/2016 - 11:32

mettiamola così, con numeri tondi:

il MIO rischio di subire un terremoto catastrofico, oppure il rischio del mio comune, anche se abito su una faglia attiva è molto basso, diciamo una volta in mille anni. è perfettamente razionale allora dal mio punto di vista dormire comunque  tranquillo e , per il sindaco , non scocciare con costose prescrizioni l'elettore che vuole ristrutturare la casa.

però queste faglie attive in Italia non sono meno di 50 e allora il rischio per un cittadino italiano di subire la catastrofe è di una volta ogni 20 anni, ellapeppa! non si sa a chi toccherà, in che comune, ne quando, ma capita proprio così.

è un bel problema. io comincerei ad enunciarlo in termini semplici e crudi (magari non a ridosso di eventi tragici), specificando i limiti della copertura dell'assicuratore di ultima istanza, lo stato. potrebbero essere il 90 percento dei costi di costruzione della prima casa, con limiti. niente per le seconde o per le vittime, ben poco per i servizi comunali etc.

questo ritornello magari entra in testa e convince le proprietà e i comuni a cominciare ad adeguarsi.

Se oggi costruisco un edificio con tutti i crismi [senza particolari restrizioni, tipo edifici strategici], la norma mi impone di verificarlo per un terremoto (specifico per la zona in cui si colloca) con tempo di ritorno di 500 anni (475 per i più precisi). In buona sostanza, l'edificio deve resistere a quel terremoto, anche danneggiandosi in maniera irreparabile (da buttare via), ma senza mettere a rischio la salvaguardia delle persone presenti. Ovviamente per terremoti con tempi di ritorno più brevi sono accettati danni inferiori.

Adeguare un edificio significa fargli rispettare questi livelli di sicurezza, migliorarlo invece vuol dire invece accettare criteri di sicurezza meno severi.

Se questo vale per il nuovo (o l'adeguato) in qualsiasi parte d'Italia, come potremmo riformulare l'annuncio sopra?

P.S: Questo dovrebbe anche sgombrare il campo alla questione sul Moral Hazard discussa con Francesco Forti. Se il rischio della vita o di lesioni alle persone non è in discussione, la convenienza della assicurazione viene solo misurata con criteri economici. Costruire abitazioni antisismiche non mette comunque a riparo dai danni - anche rilevanti - agli edifici.

non per fare il pedante, ma stai descrivendo la sola probabilità che avvenga un dato evento sismico. Per valutare il rischio effettivo non basta. Devo valutare bontà della costruzione, o meglio la sua vulnerabilità intesa come la propensione ad esser danneggiata, e l'esposizione cioè quante persone potenzialmente possono esser coinvolte e il valore degli edifici coinvolti.

Un terremoto catastrofico in zona desertica ha praticamente rischi zero. Un terremoto con Magnitudo bassa, che coinvolge una zona densamente abitata con edifici di valore ma in pessimo stato, ha un rischio altissimo. Quindi la nostra situazione è peggiore di quella che prospettavi.

Condivido il tuo invito ad una campagna martellante che spieghi il problema in termini chiari e crudi.

Il primo problema da affrontare è che non esiste un pubblico registro dei rischi nazionale.

La decisione di rendere o meno obbligatoria una assicurazione è una risposta a determinati rischi. Nello specifico il rischio è che un sisma di magnitudo 6.0 possa determinare centinaia di morti. Evidentemente la classe politica italiana ritiene quello un rischio tollerabile.

Un pubblico registro dei rischi renderebbe evidente chi e perché ritiene quel rischio tollerabile, dacché ci sarebbe una figura istituzionale responsabile per quel rischio, e della decisione di tollerarlo.

Tutto ciò magari avviene già oggi, ma non è chiaro, nè pubblicamente disponibili o comprensibile. A chi è assegnato il rischio che un terremoto come quello recente faccia centinaia di morti? Chi tollera un tale rischio, quali azioni vengono implementate per mitigarlo, se alcune risposte non vengono implementate, chi ha materialmente deciso, e su quali basi?

Dove il rischio non è noto, per inadempianza del settore pubblico, si deve applicare il rischio massimo + 1. Come a dire che se solitamente il rischio va da 1 a 4, le zone a rischio ignoto avranno classe 5. In questo caso vedrai masse oceanciche di proprietari armati di forconi concentrarsi sotto gli edifici pubblici preposti alla stima.

Si chiama FLOOD-RE la soluzione recentemente adottata in Gran Bretagna per il problema delle alluvioni.

http://www.floodre.co.uk/

Potrebbe essere una soluzione diversa dalle due analizzate da De Blasi.

il mercato

Fabio Ghia 26/8/2016 - 17:37

A parte il Floodre-re inglese, la risposta a questo complesso quanto indeterminato "evento" credo la dia il mercato stesso. Con tutti i disastri naturali che ci sono stati in Italia in passato, se le Assicurazioni non si sono fatte avanti con polizze ad hoc, credo proprio che la vulnerabilità del sistema, in generale, è tale da essere considerata ad alto e non sopportabile rischio. Quindi non credo che in futuro le cose possano cambiare, lasciando dunque lo Stato unico responsabile della copertura finaziaria necessaria alla ricostruzione. Quanto gli ultimi Governi hanno fatto, chi più chi meno (a meno dei noti problemi di corruzione venuti a galla!), credo che risponda alla casistica delle "emergenze". E su questa voce gli inteventi dello stato, grazie anche alla buona organizzazione della Protezione Civile, vanno sempre più affinandosi.

Dove ci sarebbe da lavorare, secondo me, con maggiore concretezza è sul rischio "mutui" e "imposte varie" che, per contro, rimangono piaghe aperte anche nel dopo ricostruzione. Almeno su queste, le assicurazioni private potrebbero degnamente intervenire anticipatamente sui singoli erogatori con contratti finalizzati al rischio terremoto, tenendo dunque conto delle singole zone e della loro esposizione.

Per motivi contrattuali non posso rispondere al commento di Fabio Fossati.

Pero posso in generale notare che se il problema è la distribuzione del costo, e.g. far pagare qualcosa in più a chi rischia meno, e.g. quelli che abitano a Gela o Milano pagano qualcosa per quelli che abitano a Messina o Perugia, si potrebbe far decidere agli Italiani con un referendum.

In Turchia c'è l'assicurazione obbligatoria, gestita da un ente chiamato DASK, in Inglese TCIP: http://www.tcip.gov.tr/

Il sito ha una versione in Inglese, e soprattutto il calcolatore per qualsiasi zona del paese: https://www.dask.gov.tr/e-services/portal/calculatePremiumEng

Casa mia a Istanbul è costruita su una faglia, ed ha resistito intatta al terremoto del 1999. Il premio è di circa 35 Euro annui, e coprono i primi 45 mila euro di danni, che nel mio caso non è lontano dal valore dell'immobile.

Immagino chi voglia coprire la somma eccedente, si possa rivolgere al mercato privato.

ho fatto una mini ricognizione di qualche sito assicurativo sull'argomento... Per capire a grandi linee quale potrebbe essere il premio annuo. Io abito poco a nord di Milano in un comune classificato zona 3 (rischio basso). A fronte di una spesa 100-200€/anno il massimo capitale assicurabile era poco superiore ai 100k€  . Forse non so valutare bene i rischi/benefici ma non mi sento incentivato a procedere se tanto poi il massimo che riesco a ottenere copre meno della meta  del valore della casa... Se in futuro comprassi una casa da 300k€ che nella mia zona non è certo un castello sarei ancora meno incentivato. Dove sbaglio?

Non sbagli, le compagnie assicurano il valore di ricostruzione, non quello commerciale

Quindi dovrebbe essere il condominio a fare l'asssicurazione giusto? In questo modo avremmo una cifra più vicina a quanto serve per ricostruirlo?

il problema pero' si complica di molto... troppi attori in gioco con una governance non efficace.

No

Costantino De Blasi 28/8/2016 - 11:30

Il costo di ricostruzione è sempre ciò che assicura la compagnia, anche in caso di condominio

Nel nostro paese si chiama Stato, e si fa pagare da ogni cittadino un premio obbligatorio enorme giustificandolo con l'assistenza in ogni caso di bisogno.

E' un premio così grande da colpire anche redditi molto inferiori al minimo di sopravvivenza, anche le spese mediche, anche l'abitazione, anche gli accantonamenti dei cittadini per l'anzianità (pensione). Col presupposto che saranno restituiti in servizi di assistenza e solidarietà, secondo la ridistribuzione più equa, secondo l'arbitrio pubblico, ritenuto infallibile.

Vogliamo cambiare approccio? Sarebbe una rivoluzione istituzionale epocale. Bisognerebbe cambiare quasi tutti i compiti dello Stato e tutto il sistema fiscale.

incentivazione

beppyz 31/8/2016 - 12:03

come sempre non esiste una risposta facile ad un problema complesso... tuttavia, penso che per rispondere concretamente al problema sia necessario partire dalle fondamenta (collegandomi agli spunti di Karl Friedrich Hieronymus).

 

da come viene presentata la situazione, il problema di fatto è che le case in determinate zone sono non assicurabili (che sia poi stato o privato a prendersi il rischio penso cambi poco in sostanza). per far fronte a questo problema penso che vadano fatte politiche di lungo periodo per riqualificare gli immobili contro i rischi sismici (come è stato fatto in termini energetici) con forti agevolazioni fiscali.

 

purtroppo sono politiche e scelte che ripagano sul lungo termine (che nessun politico italiano ha la capacità di solo pensare/proporre anche solo lontamente in questo momento) riducendo il rischio e gli effetti negativi di effetti catastrofali, cosa che ritango molto più sensata rispetto al tiro della moneta per decidere che piga

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