Le attitudini dei californiani sul matrimonio gay

12 novembre 2008 andrea moro

Martedì 4 Novembre in California gli elettori hanno votato anche per emendare la costituzione dello stato restringendo la definizione di matrimonio ad una unione fra un uomo ed una donna (la cosiddetta "Proposition 8"). Una recente decisione della Corte Suprema californiana aveva riconosciuto il diritto fondamentale al matrimonio fra persone dello stesso sesso. La vittoria dei SI' con il 52.2 per cento dei voti ha invalidato la decisione della corte, e impedirà ad altre coppie gay di sposarsi. È interessante confrontare gli exit polls di quest'anno con quelli di otto anni fa, quando il 61.4 per cento degli elettori californiani approvarono attraverso un'iniziativa referendaria una legge identica, ma di natura non costituzionale.

Come sono cambiate le attitudini dei californiani in 8 anni? Il confronto fra exit polls permette di rilevare come si distribuiscono le differenze di voto fra le due votazioni.

Confronto per reddito e livello di educazione

Innanzitutto, si noti che la diminuzione dei votanti contrari al matrimonio gay è notevole in tutte le fascie di reddito e di educazione, con poche differenze. Il reddito medio in california è aumentato, dal 1999 al 2007, di circa il 28 per cento, ho quindi aumentato le cifre del reddito riportate negli exit-polls del 2000 per renderle comparabili. Ricordate che "SI=contrari matrimonio omosessuale".

 

  2008   2000
Reddito % votanti SI'   Reddito*1.28 % votanti SI'
<$15000 5 46        
$15-30000 10 48   <25600 8 60

$30-50000

15 54   25600-51200 18 62

$50-75000

19 54   51200-76800 18 60
$75-100000 17 50   >76800 56 57
$100-150000 17 54        
$150-200000 7 47        
>$200000 9 45        

La diminuzione dei contrari è stata considerevole in tutte le fascie d'educazione.

  2008   2000
Educazione % votanti SI'   % votanti SI'
<=Scuola superiore 14 56   16 75
College non completato 33 57   26 64
College 33 50   29 61
Diploma post-college 17 40   29 45

Confronto per età

Il confronto più interessante riguarda però le modalità di voto per età dei votanti. La seguente tabella non ha bisogno di commenti.

  2008   2000
Età %votanti SI'   % votanti SI'
18-29 20 39   5 58
30-44 28 55   61 56
45-64 36 54   16 63
>64 15 61   18 68

Il cambiamento di attitudini dei giovani è ancora più spiccato nei dati più disaggregati, disponibili solo per il 2008: solo il 36% deli elettori dai 18 ai 24 anni ha votato SI', contro il 41% di quelli da 25 a 29. Ma non è solo un effetto generazionale, ovviamente: c'è anche un cambiamento di opinione delle persone: per esempio gli elettori che nel 2000 avevano da 45 a 64 anni oggi hanno da 53 a 72 anni. Nel 2000 il 63 per cento di essi votarono SI'; quest'anno solo il 51% degli elettori da 50 a 64 anni ha votato SI', oltre al 65% di quelli sopra i 64 anni.

Quindi, il buon risultato dei NO è dovuto al cambiamento delle opinioni dell'elettorato, unito al rinnovamento generazionale e all'effetto composizionale della larga affluenza alle urne dei giovani, attirati dal messaggio di Obama.

Confronto per razza/etnia

Vale la pena anche menzionare l'effetto della composizione etnica del voto. Alcuni commentatori hanno fatto notare che la larga affluenza alle urne dei votanti di estrazione afro-americana ha influito non poco sul risultato:

  2008   2000
Razza o etnia % votanti SI'   % votanti SI'
Bianchi 63 49   81 58
Afro-americani 10 70   7 62
Latino 18 53   7 65
Asiatici + altri 9 50   4 59

È facile calcolare che se gli afro-americani avessero votato come i bianchi, avrebbero vinto i NO, mentre, se avessero votato come nel 2000, avrebbero comunque vinto i SI'. Si noti infine l'aumento del voto latino, passato dal 7 al 18 per cento.

In conclusione, a fronte di queste tendenze ed all'ulteriore cambio demografico in essere, non mi stupirei se fra 8 anni, o forse addirittura 4, ripetendo il referendum la California finisse per invertire il risultato di quest'anno.

14 commenti (espandi tutti)

speriamo che non sia necessario aspettare un altro referendum. un diritto, soprattutto un diritto fondamentale, dovrebbe servire proprio per proteggere una minoranza dalla maggioranza. che senso ha che per affermarlo ci voglia un referendum?

una riflessione tangenziale. il partito repubblicano e' composto di due frange di cosiddetti conservatives: i fiscal conservatives non vogliono che lo stato si intrometta con la loro vital; i social conservatives, all'opposto, vorrebbero che lo stato ficcasse il naso in ogni pertugio, soprattutto se ha a che fare con sesso, matrimonio, religione, droga etc etc.

domanda numero 1: quanto ci vorra' perche' si spacchi in due come una mela?

domanda numero 2: perche' da nessuna parte al mondo non esiste un forte movimento politico che sia fiscal conservative e  socially liberal? 

perche' da nessuna parte al mondo non esiste un forte movimento politico che sia fiscal conservative e  socially liberal? 

   Perche' le preferenze della gente sono correlate rispetto a questioni fiscali e sociali: pochi (tu, immagino; io, certamente; e un piccolo gruppi di weirdos, specie in accademia) sono fiscally conservative e socially liberal.    Se pensi che la spiegazione e' essenzialmente tautologica -  beh, hai ragione. 

e il contrario? cioè quelli fiscal liberal e socially conservative?

e il contrario? cioè quelli fiscal liberal e socially conservative?

Quelli purtroppo sono legione. E questo secondo me e' il punto: diversamente da quanto si tende a pensare, non c'e' alcuna contraddizione.

Tanto per cominciare, il termine "liberal" per indicare "socialdemocratico", secondo l'uso comune in US e Canada (ma non p.es. in UK o Australia, solo per restare ai paesi anglofoni) e' fuorviante: gran parte della confusione discende da quest'improprieta' di linguaggio, parzialmente giustificata dal fatto che in Inglese "liberal" significa anche "generoso".

Ulteriore confusione deriva dall'usare il termine "conservative" senza definire "rispetto a che cosa": una cosa e' conservare le politiche di Jefferson e colleghi, come nel contesto americano, e un'altra quelle degli Ancien Régimes dei paesi europei, quando non quelle dei loro piu' recenti dittatori. Gia' Hayek aveva sentito il bisogno di mettere i puntini sulle i, anche se purtroppo il termine che lui proponeva, "Old Whig", e' troppo arcano per chi non conosce la storia dei partiti politici inglesi e le differenze tra Burke e Grey/Sheridan, e quindi e' poco utilizzabile come marca di un prodotto politico. Altri hanno proposto "libertarian" e altri ancora "liberale vero".

Tolto il velo di Maya di origine nominalistica, la situazione appare piuttosto chiara: tanto nelle questioni economiche quanto in quelle personali c'e' chi ama la liberta' e chi ne ha paura. I primi, che sono larga maggioranza su questo blog ma purtroppo ristretta minoranza nel resto del mondo, vedono con fastidio intrusioni dello stato in tutte le occasioni in cui non sono strettamente necessarie alla preservazione di uno stato di diritto: uno in cui i contratti privati sono negoziati senza costrizioni e rispettati da chi li ha sottoscritti, e in cui ogni individuo gode delle stesse opportunita' e degli stessi diritti. I secondi a parole sottoscrivono questi obiettivi, ma sotto sotto temono di non essere all'altezza: non essendo mai veramente cresciuti, desiderano uno stato forte e benevolo che li nutra, protegga e dica loro come comportarsi, come facevano i loro genitori quando loro erano bambini.

E mai queste richieste di tutela sono tanto forti come nei momenti di crisi economica come quella attuale: anche se in realta' le responsabilita' delle crisi vanno cercate piu' nelle inadeguatezze di chi governa che nel libero mercato. Tanto per limitarci a quella corrente, nessuno pare ricordarsi che tanto l'espansione eccessiva della massa monetaria quanto l'evasione dei controlli sull'estensione del credito tramite veicoli esterni al sistema bancario (SIV, conduits e uso di assicurazioni) deriva da errori delle autorita' preposte; e che una buona meta' dei mutui immobiliari americani (e il 90% di quelli per il mercato secondario, cioe' per case comprate da proprietari diversi dal costruttore) e' stata concessa da due entita' create, rispettivamente, dai governi Roosevelt e Johnson con l'obiettivo di rendere tali mutui piu' facili da ottenere di quanto fosse permesso dalle condizioni di mercato. Queste due organizzazioni, Fannie Mae e Freddie Mac, hanno abusato dei loro privilegi (come la possibilita' di non rendere pubbliche eventuali difficolta' finanziarie) e una delle due ha anche commesso falso in bilancio; ora entrambe sono state nazionalizzate a tutti gli effetti, e stanno costando al contribuente decine di miliardi di dollari al trimestre

vedono con fastidio intrusioni dello stato in tutte le occasioni in cui
non sono strettamente necessarie alla preservazione di uno stato di
diritto

cosa che in italia purtroppo si trasfigura in questo:

http://www.dagospia.com/mediagallery/dago_gallery-1793/43049.htm

La vecchia Democrazia Cristiana dei bei tempi andati, che dio la benedica?

un diritto, soprattutto un diritto fondamentale, dovrebbe servire proprio per proteggere una minoranza dalla maggioranza. che senso ha che per affermarlo ci voglia un referendum?

Forse, perchè non è un diritto fondamentale, o almeno non è stato percepito come tale. Sul ricorso al referendum, tecnicamente i diritti fondamentali per definizione, quelli costituzionali, sono sempre da sottoporre a referendum (in Italia, sicuramente), non solo per essere introdotti, ma anche per modificare quelli esistenti. E' una vexata queastio di filosofia del diritto, ma in linea di massima mi azzardo a dire che anche i diritti considerati fondamentali hanno bisogno di una qualche legittimazione popolare che stabilisca come, quando e secondo quale significato applicare quei diritti.

perche' da nessuna parte al mondo non esiste un forte movimento politico che sia fiscal conservative e  socially liberal? 

Forse, ma parlo a tarda sera, la risposta sta nel fatto che con la tua domanda metti assieme piani di discorso differenti: la politica fiscale di un partito, con i valori (quali che siano) sentiti più profondi. Da un punto di vista logico, coerenza vorrebbe che se uno considera l'intrusione dello stato un male in campo fiscale, dovrebbe estendere tale diffidenza anche alle questioni sessuali, ma purtroppo non è così...ma non è così scontato che si pongano le due questioni allo stesso livello: chi contrasta la tassazione eccessiva dello stato in fondo la percepisce come un fatto evidente di spoliazione del frutto del suo lavoro; con la tassazione elevata dovrebbe essere chiara la catena causale che ci dice chi prende cosa a chi.

Invece con il discorso dei diritti dei gay ci si imbatte in catene di discussione più lunghe e controverse: cosa è naturale; cosa è bene che i bambini vedano in famiglia...

Messa pragmaticamente, l'ideale sarebbe che le politiche fiscali conservatrici e la crescita della ricchezza lascino alle persone abbastanza reddito per comprarsi la libertà, di qualunque tipo, che essi desiderano.

Visto che sono in vena di speculare, speculo: da un punto di vista puramente evoluzionistico, non trovo cosi' assurdo che esigenze di conservazione della specie abbiano selezionato preferenze sia contrarie all'omosessualita' che alla spoliazione del frutto del lavoro.

Una certa dose di tolleranza e di redistribuzione diventano necessarie alla convivenza civile nelle societa' moderne, per vari motivi, che si traducono poi in una variegata distribuzione congiunta di quelle preferenze nella popolazione. 

E' una vexata queastio di filosofia del diritto, ma in linea di massima mi azzardo a dire che anche i diritti considerati fondamentali hanno bisogno di una qualche legittimazione popolare che stabilisca come, quando e secondo quale significato applicare quei diritti.

ed e' questo l'ossimoro appunto. ci sono certe cose che i politici riescono a fare contro il volere popolare o plasmando il volere popolare a piacere (dai bail outs alle guerre). peccato che non trovino il coraggio personale di fare lo stesso per far rispettare i diritti umani.

Sarebbe interessante vedere anche com'è distribuito geograficamente il voto all'interno della California, così ricca di contrasti. Perché ho questo ricordo incredibile del Gay Pride del giugno scorso a San Francisco, dove davvero il matrimonio gay era finalmente un entusiasta punto esclamativo più che una richiesta di legittimazione.

Tra l'altro si pone comunque (perché ai fini dell'immigrazione non era di fatto riconosciuto nemmeno con il matrimonio) il problema del "ricongiungimento" tra partner che non siano entrambi statunitensi.

 http://lacrizzi.blogspot.com/2008/06/happy-pride.html

Se in Amerika, l'Amerika consumista, rozza, guerrafondaia, senza slow food, competitiva, darwinista, disregagata e in bancarotta (per citare alcuni dei giudizi più marci che sento in questa cazzo di facoltà) si parla di gay addirittura pubblicamente; in Italia, l'Italia del buon gusto, del design, dello stile, della qualità della vita, delle dolci colline senesi, del vino e dell'Italian way of life, ecco in quest'italia stretta tra cafoneria berlusconian-vanziniana, pietismo dossettian-veltroniano e violenza verbale oscurantista alla ratzinger, ecco in quest'Italia cafona ma griffata, se si vogliono discutere le attitudini degli italiani sui gay, dobbiamo mettere da parte tabelle, grafici e discussioni pubbliche...e dobbiamo intercettare telefonate, cogliere sospiri e sussurri, malintesi e qui lo dico-qui lo nego, perchè a certe cose si sa, nel paese del mulino bianco, si può solo accennare.

Oggi il NYT ha dedicato due articoli all'argomento.

Nel primo si discuteva dell'eventualità che il senato mettesse in agenda una legge sui matrimoni gay nello Stato di NY. Lo trovate qui.

Il secondo era più pertinente all'articolo di nFA e toccava un argomento che qui invece non è stato toccato: la differenza di voto per genere, in particolare all'interno del voto afro-americano (l'articolo è qui).

La tesi del NYT è la seguente: in generale, sui temi etici, le preferenze nere sono più allineate a quelle repubblicane, soprattutto perché gli afro-americani sono molto religiosi. Le donne sono più religiose degli uomini e votano con più frequenza; ergo, il SI afro-americano è soprattutto un sì delle donne nere che, statisticamente, hanno anche più difficoltà a sposarsi e più facilmente divorziano: (anche) per questo si oppongo ai matrimoni gay: per ridurre la concorrenza.

Ora, la tesi ha un suo fascino, se vogliamo. Il fatto che il voto delle donne afro-americane sia più conservativo di quello degli uomini sembra confermato da un sondaggio (CNN, mi pare). Al di là della validità o meno della tesi, mi sembrava utile aggiornare la discussione facendo un confronto anche per genere. Anche perchè, nella prospettiva temporale indicata dall'autore, il bilancio voto maschile/voto femminile dovrebbe andare nella direzione opposta di quella auspicata.

 

Hai ragione: in California il 75% delle donne (60% dell'elettorato nero) ha votato per l'emendamento contrario al matrimonio gay, mentre solo il 63% degli uomini era favorevole.

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