Autolavaggi self-keynesiani

14 luglio 2010 Massimo Famularo

Una storiella (basata su un aneddoto reale) su come un'impresa possa far bene da sè senza stimoli, benedizioni o regie da parte dello stato.

La coraggiosa tenzone dei nostri 2 contro i 100 (ora 200+) ha attirato l'attenzione sul fatto quotidiano nientemeno che del filosofo Gianni Vattimo. Il mostro sacro tra le altre cose scrive:

Se il liberismo – colpevole o meno che sia dell’attuale crisi – conduce diritto verso una sempre più insostenibile disuguaglianza di reddito, non sarebbe il caso di approfittare della crisi, se possibile, per invertire la rotta e ridiscutere i principi che hanno ispirato le politiche europee degli ultimi anni?

Posto che non ho competenze sufficienti per dare manforte ai nostri prof (che di aiuto non hanno bisogno), né autorità bastevole per rimbeccare un mostro sacro,  mi limito a fare quello che ogni tanto mi riesce dignitosamente, ossia inventare storie di fantasia dal tono vagamente ironico.

'C’era una volta nel rigoglioso e decadente regno di Terronia, un paesotto senza infamia e senza lode di nome Fontamara. Era uno di quei comuni che, se non fosse per la benevolenza di Mamma Roma, sarebbe scivolato nella miseria più nera. La sacrosanta guida paternalistica del governo dispensava posti pubblici e pensioni d’invalidità e i fontamaresi davano per scontato che la crescita dell’economia dipendesse unicamente da quanto il governo aveva da spendere, così come credevano che l’alternarsi di espansioni e recessioni non fosse altro che il riflesso di quanto Pantalone aveva in tasca nel momento. Appagati da questo stato di cose, che li metteva al riparo da qualsiasi necessità d’iniziativa individuale o possibilità di competizione, i cittadini avevano un unico cruccio: la pulizia delle automobili nel fine settimana. Esistevano infatti due soli autolavaggi a mano, che erano immancabilmente affollati al sabato, al punto che a chi arrivava intorno all’ora di pranzo veniva rifiutato il servizio e doveva restare con l’auto sporca nel weekend.

Un giorno però, un certo Prometeo, nato a Fontamara, ma dalla mentalità un po’ diversa dai suoi compaesani per via di un certo blog che frequentava, decise di aprire un autolavaggio automatico, di quelli con le spazzolone rotanti. Quell’iniziativa non poteva sfuggire all’occhio vigile di Garantua Lillipuziani, direttore del periodico locale “Il corriere superfisso” (e anche professore di lettere al locale liceo, autore di libri auto pubblicati, assessore comunale alle varie ed eventuali, cultore della materia all’università di San Prepuzio e altre 22 cose indicate sulla sua pagina web). Lo speciale domenicale del giornale, parlava dei sussidi che si sarebbero resi necessari per i dipendenti degli autolavaggi a mano destinati al fallimento, dei danni arrecati alla collettività dal liberismo selvaggio che non regolamentava l’apertura dei nuovi esercizi commerciali e concludeva invocando un più incisivo intervento della politica per rendere la società più giusta.

Anche se poco ortodossa, questa non sarebbe una favola se non ci fosse un pizzico di magia. Gli autolavaggi a mano non fallirono per niente, l’unica cosa che sparì furono le auto sporche nel weekend che non avevano trovato posto nei lavaggi a mano. L’aspetto tuttavia più sorprendente fu che, alla faccia di quello che Lillipuziani insegnava nei suoi seminari di teoria neoluddista, l’innovazione nel lavaggio portò a un aumento dell’occupazione. Il nuovo autolavaggio, infatti, era automatico solo per l’esterno, perché la pulizia interna dei veicoli veniva effettuata da squadra di 8 persone, tipo pit stop di formula uno. Insomma la nuova impresa non solo soddisfava i clienti e non metteva fuori mercato i concorrenti, ma addirittura impiegava più personale delle altre.

'La storia del nuovo autolavaggio, che per inciso è assolutamente vera, sembrerà banale a chi conosce un poco di economia. Mi è tuttavia sembrato opportuno riportarla perché è avvenuta nello stesso comune dove io ho contato l’apertura e successiva chiusura di almeno 22 negozi di abbigliamento a opera di giovani “imprenditori” che beneficiavano di finanziamenti a fondo perduto, prestiti d’onore e roba simile. Che dire? Forse certi teorici dell’intervento e policy makers dovrebbero farsi lavare l’auto di tanto in tanto (o più semplicemente guardarsi attorno).

Premesso doverosamente che non sono un vorace imprenditore che vuole arricchirsi alle spalle dei lavoratori, ma un dipendente (privato) tartassato che è un po’ stanco di devolvere la metà di quanto guadagna all’attività di autoconservazione di una certa casta politica (inclusi taluni che teorizzano l’uguaglianza, ma nella pratica sono più uguali degli altri) concluderei con qualche domanda alla quale Bob Dylan ha risposto parecchio tempo fa:

Per quanto ancora dovranno parlarci della disuguaglianza, prima di capire che non è quello il vero problema?

Quante porcate dovranno fare i politici, prima che sia chiaro che chi fa le parti, si sceglie sempre la parte migliore?

Quanta teoria economica è necessaria per capire che non si può  migliorare la condizione di chi sta peggio senza far crescere l'intera torta?

61 commenti (espandi tutti)

Mi permetto solo di fare un'osservazione sulla chiosa finale:

Per quanto ancora dovranno parlarci della disuguaglianza, prima di capire che non è quello il vero problema?

La disuguaglianza è un problema, solo che non lo è nei termini che pensano certi professoroni. Se noi partiamo per esempio dalla definizione di meritocrazia che dice sostanzialmente che "la meritocrazia è un sistema di valori che promuove l'eccellenza indipendentemente dalla provenienza di un individuo" capiamo che l'uguaglianza è importante anche in un sistema meritocratico, uguaglianza ovviamente delle condizioni di partenza, non degli output...

Ma l'uguaglianza delle condizioni di partenza è una pura utopia.

E inoltre è assolutamente irrilevante di fronte agli ostacoli che poi i migliori trovano sul loro percorso per affermarsi ( perlomeno in Italia ).

Il discorso è simile a quello che fanno i berlusconiani sugli ostacoli alla nascita delle imprese trascurando quelli sulla strada della loro crescita.

ove esiste la meritocrazia si fa strada INDIPENDENTEMENTE dalle condizioni di partenza, non c'è uno stato Padrino che si preoccupa di portare tutti alle stesse condizioni di partenza, anche perchè sarebbe assolutamente inefficente, investire risorse per dare una possibilità anche a quel 50% di stupidi ( minimo ) che si trovano in qualsiasi categoria sociale ( C.M.Cipolla docet ).

Lo spreco di risorse lo hai se vuoi uguaglianza di condizioni di arrivo, non per l'uguaglianza di condizioni di partenza. Ovviamente è giusto capirsi, per uguaglianza di condizioni di partenza non intendo che i genitori di ciascun bambino sia uguale se no ricadiamo nelle condizioni di arrivo, intendo dire che ciascuno abbia l'accesso alle stesse opportunità, poi dipenderà dalle scelte e dalle capacità di ciascuno saperle cogliere e farle fruttare.

Vuol dire questo dare al 50% di stupidi la possibilità di frequentare una Top University? Potenzialmente sì poi se sono stupidi come da definizione non riusciranno ad accedere, ma la condizione di partenza, ovvero avere la possibilità l'ho fornita. E tra l'altro questo non basta nemmeno.

Dire che in uno stato meritocratico si fa strada indipendentemente dalle condizioni di partenza è mera utopia, basta guardare le statistiche di distribuzione per condizioni di partenza dei laureati nelle top university americane, sistema meritocratico per eccellenza (non ho i dati a portata di mano ma li avevo trovati nel libro di Abravanel). Ammetto che raggiungere un'uguaglianza perfetta di condizioni iniziali sia un investimento molto oneroso e difficile da tarare (il discorso è un po' complesso per affrontarlo in poco spazio) ma sicuramente è un investimento più remunerativo che portare tutti all'uguaglianza di condizioni finali (banale da dimostrare) e, a mio modesto parere, conveniente rispetto all'opzione di non far nulla (ma ammetto che dipende da come si stimano le due opzioni quindi non ritengo di avere la verità in tasca su questo punto).

Con disuguaglianza io mi riferivo alla distribuzione della ricchezza, non alle condizioni di partenza.

Quanta teoria economica è necessaria per capire che non si può  migliorare la condizione di chi sta peggio senza far crescere l'intera torta?

Nemmeno io sono un economista, o desidero incrociare tenzoni con i "mostri sacri", però so per certo che, sulla scorta di diversi valori politici, si possono dare diverse teorie economiche che hanno diverso impatto su "chi sta peggio", anche a parità di volume dell'intera torta. Insomma, non serve tanta teoria per fare delle scelte politico-economiche che realizzano diversi orientamenti politici.

RR

Per rimanere in metafora:

per migliorare la condizione di chi sta peggio senza aumentare la torta bisogna che qualcuno ceda una parte della propria fetta.

La mia te la scordi e, fossi in te, non farei molto conto nemmeno su un eventuale pezzetto di quella dei comunisti.

Non ci scordiamo di nessuno. Tutti contribuiscono al bene comune, e se definiamo bene comune anche il miglioramento, in data forma, delle condizioni di chi sta peggio - qualsiasi sia la torta - vedrai che anche i comunisti rientrano nel conto. Certo, non bisogna avere uno Stato-burletta, altrimenti i conti sbarellano e va tutto a puttane.

RR

Ovviamente la mia era una battuta per evidenziare che esistono solo due opzioni: o si ingrandisce la torta, o si cambia la distribuzione delle fette, tertium non datur. Se non si vuole aumentare la torta per migliorare le condizioni di chi sta peggio bisogna (in qualche forma) prendere da chi sta meglio non è possibile fare altrimenti.

Ovviamente la mia era una critica all'affermazione che "non si può migliorare la condizione di chi sta peggio senza far crescere l'intera torta", ma non escludo affatto anche l'idea di aumentare la torta; non ci fa schifo avere una torta più grande da dividere più comodamente.

RR

Certo, eri stato chiarissimo! Io forse no, la battuta voleva evidenziare la difficolta della seconda strada (la redistribuzione delle fette). Le utopie comuniste non hanno funzionato granchè nella realta oltre ad avere instaurato regime non democratici (almeno io la penso così) e le socialdemocrazie sembrano funzionare solo in paesi ricchi e con popolazione di cultura elevata (o per situazioni particolari tipo il petrolio per Norvegia e Venezuela o l'Islanda dove sono 7 di cui nemmeno uno paga i debiti). Si potrà obiettare che forse quei paesi sono ricchi e di cultura elevata perchè sono socialdemocrazie e non il contrario, a questo sinceramente non saprei rispondere. A naso penso di no mi tengo stretta la fettina e cerco di contribuire ad aumentare la torta ma, se convinto, posso trattare.

 

Vediamo se un pochino ti convinco.

Supponiamo di avere invece di una sola torta, qualche tortino.

Il tortino delle cure mediche, ad esempio, si cucina tutti insieme ma non si divide. Semplicemente quando qualcuno ha fame, prende una fetta e gnam. Io che ora sono fortunato e sto bene, cucino ma non mangio (e spero di fare altrettanto per i prossimi 80 anni). Chi e' meno fortunato, mangia.

Il tortino delle vacanze in Polinesia invece puo' restare tranquillamente diviso: ognuno si mangia la parte che si e' cucinato.

Quali tortini sono del primo tipo e quali del secondo? Beh, qui entrano in gioco le preferenze politiche. A mio avviso essere di sinistra significa vedere qualche primo tortino in piu'.

 

Non sono la Thatcher (per me la società esiste) e non sono Hitler (anche i non produttivi hanno diritto di vivere) diciamo, per rimanere in metafora, che una parte della torta si deve offrire per impedire che qualcuno affamato cerchi di mangiarsi la mia e per "educazione". Forse in futuro, oltre a non disturbarmi mentre mangio, questo qualcuno, stimolato dagli zuccheri, potra contribuire a far crescere la torta. Sanità, assistenza agli anziani ed aiuto ai più bisognosi non sono in discussione, è in discussione se sia la redistribuzione della torta o la crescita della torta il metodo migliore.

Fuor di metafora: l'intervento statale funziona nel redistribuire la torta ?

Per me poco (tranne dove la torta è già grande di suo). Lo "stato" deve servire a stimolare e controllare che, chi ha le capacità ed i mezzi, faccia crescere la torta per aumentare il benessere comune. Questo in Italia viene spesso frainteso come: "stato che aiuta i ricchi e lo status quo". Si confonde cioè lo stato liberale con lo stato fascista !

Esempio: in Brasile esistono latifondi molto vasti con ampie zone incolte e tanti contadini senza terra. Lasciare le cose cosi potrebbe essere da stato fascista. Redistribuire le terre perchè tutti hanno diritto alla terra ed al lavoro è da stato socialista. Stimolare i latifondisti all'affitto di quelle terre, anche gratuito (tanto sono incolte) per favorire la crescita e lo sviluppo è da stato liberale***

Le ultime due soluzione sembrano simili ma, partendo da premesse diverse, porteranno ad una diversa attuazione e ad un diverso risultato.

PS

*** parafrasando Woityla: "se sbaglio mi fustigherete"

PPS

Non sono neanche Gianni Minà anche se, come lui, parlo del sudamerica senza capirci nulla :-)

Per il Brasile la soluzione potrebbe essere un'imposta fondiaria sui terreni, non tanto elevata da risultare espropriativa, ma sufficientemente elevata da costituire un incentivo efficace.

In Italia i latifondi furono smantellati dalla riforma agraria negli anni '50. La cosa che più gli assomiglia oggi sono le numerosissime case tenute sfitte. Anche in questo caso un incentivo fiscale (triplicazione dell'ICI?) potrebbe sbloccare il mercato.

A proposito, in Amerika quanto deve pagare di tasse uno che tiene sfitta una proprietà che vale $ 100.000? e $ 1.000.000?

La cosa che più gli assomiglia oggi sono le numerosissime case tenute sfitte. Anche in questo caso un incentivo fiscale (triplicazione dell'ICI?) potrebbe sbloccare il mercato.

Senza andare troppo OT aggiungerei che parallelamente bisognerebbe anche risolvere il problema della legalità, o meglio della sua mancanza, che in Italia complica tutti i discorsi teorici. Intendo dire: conosco gente che ha venduto case o le tiene sfitte perchè affittandole si era trovata nell'impossibilità di sfrattare l'inquilino moroso oppure con la casa piena di immigrati non denunciati al comune (con conseguenti rischi legali).

L'esempio dei tortini mi piace.

Alcuni casi particolari si prestano bene ad una logica mutualistica/assicurativa: siamo tutti felici di pagare il più a lungo possibile un premio sull'assicurazione vita e non incassare mai l'indennizzo.

Altri casi si prestano meno: visto come funziona l'RCA?

Tornando al tortino sanitario: come ti sentiresti se ti chiedessero di cucinare sempre di più (a prescidere dal fatto che mangi pochissimo) per sfamare chi mangia, ma non cucina (e non perchè non può, ma perchè non vuole)? Soprattutto con la possibilità che quando hai bisogno di una fetta per tua figlia che ha fame scopri che il risultato della tua cucina se l'è pappato (o peggio è stato buttato via da) qualcun altro?

La storia del dare in proporzione alle possibilità e prendere in base alle necessità è bella, ma purtroppo si può applicare ad un numero limitato di casi. Quasi tutti daremmo un aiuto, anche significativo,  a un fratello o un amico in difficoltà e non negheremmo una mano che non ci costa troppo ad uno sconosciuto. Tuttavia al crescere della cerchia degli interessati, l'incentivo a consumare e il disincentivo a produrre lavorano per far crollare il sistema, che pertanto non è sostenibile.

Non dico che bisogna far crepare la gente in difficoltà, anzi aiutarla fa bene a tutti (perchè superate le difficoltà contribuirà al benessere collettivo e perchè il fatto stesso di aiutare chi è in condizioni di bisogno ci fa stare bene, quindi ha un utilità), dico che ci vogliono paletti seri perchè il rischio che si degeneri è altissimo.

Secondo me la possibilità di funzionamento dipende non tanto dalla ricchezza di un paese ma da come questa viene prodotta. Prendiamo per esempio la Norvegia: i Norvegesi non producono idrocarburi, li estraggono, non coltivano le foreste, ma le tagliano, non allevano i merluzzi ma li pescano erc. Per soprammercato hanno un importante potenziale idroelettrico che sopperisce completamente ai loro consumi; ed anche in quel caso una volta costruita la diga, non c'è molto da fare. L'industria mineraria norvegese invece è morta non perchè si siano esauriti i giacimenti, ma perchè a nessuno piace fare il minatore.

In sostanza i Norvegesi non devono fare molto per cucinare la torta; in gran parte se la trovano già fatta, ed il problema principale è dividerla equamente. É abbastanza logico che si vada verso una qualche forma di socialismo. Cero bisogna riconoscergli di essere stati bravi in questo: il Venezuela è anche più dotato della Norvegia, ma i Venezuelani se la passano molto peggio dei Norvegesi.

Quando invece la torta bisogna prepararla e magari con ingredienti importati, le cose vanno meno bene: vedi ad esempio la dicotomia Corea del Nord / Corea del Sud.

Sembra valido per Norvegia e Venezuela ma non per casi come Svezia e Danimarca.

Ma veramente tanto in Svezia che in Danimarca i nuovi governi hanno stretto significativamente i freni del welfare.

forse è un tuo wishful thinking...

Dovresti incrociare tenzoni con te stesso e con l'abnorme quantità di stronzate che cerchi di spacciare per raffinatezza europea. Sulla scorta di diversi valori politici forse sarebbe bene, ancora una volta, leggere qualche libro prima di ripetere puttanate tronfie e boriose. L'idea che fette diverse siano incentivo a lavorare (di più) per i membri della società non riesce a sfiorarti neanche l'anticamera del cervello. 

Renzì, non sono sofismi, sono libri e teorie scritte da gente che, se non più intelligente di te, almeno ha avuto l'accortezza di leggere più di quanto ha scritto.

 

Seguirei la dottrina Boldrin, ovvero quella di ignorarti, non fosse che sento il dovere morale di mettere in guardia chiunque possa prendere le tue stronzate prive di senso per buone.

grossi, non penso che le tue raffinate considerazioni riusciranno a destare l'attenzione dei lettori. Del resto non ho nulla da replicare perchè non c'è una argomentazione a cui replicare.

RR

L'argomentazione è che non vivi nel mondo di Topolino, dove decidi le fette come ti pare e il mondo continua a produrre come se nulla fosse. Il modello superfisso è un'invenzione di voi con il delirio di onnipotenza e, ahimè, non funziona. Ancora, studiare di più, parlare di meno.

Standing ovation, with added lol.

Ma che stai a dì? Modello superfisso... "voi con delirio di onnipotenza"... amico mio sei troppo agitato.

RR

 

No, sono i dato OCSE: il picco tanto per Svezia che per Danimarca si verifica fra il 1990 e il 1995.

http://www.oecd-ilibrary.org/content/workingpaper/220615515052

http://www.oecd-ilibrary.org/docserver/download/fulltext/5ks712h5cg7l.pdf?expires=1279198686&id=0000&accname=guest&checksum=AB6D325B1BC4B93B1F8BAE6BB36C6CD8

Poi vorrei fare una correlazione fra il welfare e la crescita economica, ma sono troppo ignorante.

Una chicca: la spesa dell'Italia non è tanto diversa da quella della Danimarca. Evidentemente ci sarà pure del marcio, me ci deve essere anche di peggio.

 

No, sono i dato OCSE: il picco tanto per Svezia che per Danimarca si verifica fra il 1990 e il 1995.

Il mio commento si poneva rispetto alla tua affermazione come riferita alla politica odierna (di questi 2 anni, intendo, nei quali non mi risultano significative variazioni degli orientamenti generali).

So bene che in passato quei Paesi avevano spese pubbliche più alte, ma attualmente stanno andando parecchio bene su tutti i fronti (crescita, situazione dei conti pubblici, prospettive) ed è questo che volevo sottolineare.

RR

Che c'entra? Rimangono comunque socialdemocrazie. Poi tutto è relativo, il welfare ristretto danese in Italia sarebbe fantascienza (già quello francese lo sarebbe, figurati)

non è detto che ci sia bisogno di scervellarsi più di tanto sul perché in scandinavia siano più ricchi che in europa continentale pur avendo simili pressione fiscale e spesa pubblica: http://www.springerlink.com/content/66x2016gk2084415/

(By the way, Minnesota is still 34.4% richer than Sweden, eh).

Infatti nessuno si stava scervellando su quello!

Aggiunta (altrimenti sembro scortese e non voglio esserlo):

si discuteva (massimo) se il modo in cui viene prodotta la ricchezza di uno stato influenza la politica di welfare del medesimo. Massimo proponeva un esempio basato su Norvegia e Venezuela, io gli domandavo se lo stesso potesse dirsi per Svezia e Danimarca. Poi il discorso è andato per la tangente....

Mi sembra che l'articolo di Stagnaro sia esattamente in linea con quello che abbiamo detto: la torta svedese cresce per via della libertà d'impresa e dell'applicazione della legge (cfr anche mio commento in basso).

Poi se la dividono in base alle loro preferenze, ma dubito che tollererebbero una pressione fiscale così alta se fossero più poveri o avessero uno stato meno efficiente.

Massimo, purtroppo i dati dicono il contrario di quanto congetturi. C'e' una vecchia ma solida letteratura che mostra che una correlazione inversa tra crescita economica e risorse naturali. La reference classica e' un paper di Sachs e Warner

http://www.nber.org/papers/w5398.pdf

Per dirla con le tue parole, quando la torta e' pronta le inefficienze abbondano... il caso di scuola e' la Nigeria.

ma chi l'ha detto che basta aumentare la torta per aumentare le piccole fette.

Si aumenta la torta e si aumentano le fettone 

Fuor di metafora, se qualcuno diventa più ricco crea ricchezza anche per gli altri o passivamente (i soldi che fa li deve spendere) o attivamente (crea nuovi posti di lavoro).

Apre un bar, la torta a me piace "pücciarla" nel cappuccino e magari anche agli altri.

Io non dico che basta aumentare la torta per aumentare le fette piccole.

Dico che se hai a cuore la quantità di risorse disponibili per le classi meno abbienti, dovresti preoccuparti di più della crescita dell'economia che non della redistribuzione immediata. 

Se togli ai ricchi per dare ai poveri, incentivi i primi a lavorare di meno (o a eludere le tasse) e i secondi ad darsi meno da fare. Se invece lasci che l'economia cresca è più probabile che si creino opportunità per chi parte con meno risorse per migliorare la propria posizione. 

Ovviamente per cose delicate tipo sanità, istruzione, e assistenza dei bisognosi occorrono discorsi un filino più articolati perchè un minimo di certe risorse, in una nazione civile dovrebbero essere (e in genere sono) garantite a tutti,ma oltre quello  la logica rimane la stessa.

mai sentito parlare di disincentivo alla produzione?

Se io produco x ma ricevo y, allora valuterò se y mi soddisfa. Infatti anche il riposo ha un valore. Le tasse, strumento unico per la redistribuzione, devono tenere in considerazione l'elasticità del lavoro. Per quanto riguarda il comunismo chi si ricorda le proteste dei kulaki?

La concorrenza redistribuisce la torta ed è l'unico strumento per fare giustizia sociale. Il resto sono chiacchiere.

Il resto sono chiacchiere.

Chiacchere un corno: sono parte ampia della storia dell'umanità. Anzi, spesso penso - e sono convinto - che i miniarco-individualisti sarebbero tra i primi a scappare a gambe levate dalla società disuguale che vigeva fino ad un secolo fa.

Io non so che misurometro tu abbia per stimare x e y, ma è cosa certa e certissima che se decidiamo che una parte più o meno consistente del prodotto contribuisce al bene comune, dovrò sommare al ritorno personale anche quello che viene attraverso l'impresa comune (indiviso in linea di principio, negli obiettivi; spesso divisibile, nei fatti - ma comunque nella sua essenza, appunto, comune). Ovvio che, lo ripeto, non sono un economista, ma so riconoscere a vista i tentativi di buttare in chiacchere e in caciara i termini del problema.

RR  

 

 

una storia fallimentare..

il tributo rende meno attraenti determinate attività che in assenza di esso il contribuente avrebbe prescelto. Tutto dipende dall'elasticità dell'offerta di lavoro rispettoal reddito e dalla elasticità della domanda di riposo rispetto al prezzo. Se so che la mia fetta si riduce mi impegnerò meno per produrre e la fetta di tutti diminuirà di conseguenza. Pensiamo al blocco dei canoni. Nel lungo periodo si hanno processi di decumulazione e una minore propensione all'accumulazione e all'investimento.

In ogni caso è un dato di fatto se mi riducono le entrate sotto una certa soglia non mi conviene più il lavoro e l'investimento. Non si tratta di modelli economici. Inoltre l'argomentazione del moltiplicatore keynesiano che implicitamente è stata citata ha dimostrato la sua inutilità in molti modi. Lo stato redistribuisce ciò che incassa non può fare redistribuzione attraverso l'indebitamento della collettività. Solo se la torta aumenta le fette si ingrandiscono. Politiche eccessivamente redistrivutive creano una riduzione delle entrate che impedisce l'azione statale che comunque dovrebbe essere limitata allo stretto necessario per evitare social card e dintorni

 

una storia fallimentare..

ma per favore... apri la finestra e guarda la gente che passa: vedrai persone che si considerano a buon diritto egualmente membri di una comunità inclusiva, che garantisce in vario modo - sia con norme giuridico-sociali sia con provvidenze e altri servizi pubblici - delle opportunità simili a tutti, e condizioni di vita decenti su standard "globali". Tutt'altra cosa rispetto alla storia fallimentare delle società segmentate in classi sociali distinte, della carenza di opportunità effettive di realizzazione personale, dello Stato "guardiano notturno".

il tributo rende meno attraenti determinate attività che in assenza di esso il contribuente avrebbe prescelto.

ma per favore... se "il contribuente" - come lo chiami tu - desidera produrre certi beni e servizi pubblici, vedrai che il complesso di "attività" e "tributo" è attraente anche di più: altrimenti perchè avrebbe scelto così? Non intendo comunque aprire una discussione sofistica su concetti che sono sufficientemente chiari, e di comprensione generale.

RR

 

 

 

 

Il resto sono chiacchiere.

Chiacchere un corno: sono parte ampia della storia dell'umanità. Anzi, spesso penso - e sono convinto - che i miniarco-individualisti sarebbero tra i primi a scappare a gambe levate dalla società disuguale che vigeva fino ad un secolo fa.

Boh, a-ri-chiacchiere. Nella Cina maoista vigeva l'egalitarismo assoluto (ad eccezione dei leaders, ovviamente) e facevano la fame; la Cina attuale ha un coefficiente di Gini superiore a quello degli Stati Uniti, e anche i piu' poveri stanno di gran lunga meglio a causa della crescita complessiva. Prova a chieder loro se vogliono tornare ai tempi pre-Deng! E questo senza che altre cose (liberta' politiche) siano cambiate molto: sono solo stati introdotti meccanismi di mercato e imprese private, e l'eguaglianza e' stata relegata in secondo piano.

Quante chiacchere. Chi ha scritto che le teorie politiche orientate alla considerazione della "migliore ripartizione della torta", oppure interessate alla produzione di beni e servizi pubblici, debbano implicare "l'egalitarismo assoluto", i "tempi pre-Deng", la rimozione di "meccanismi di mercato e imprese private"?

Prova a chiedere e.g. ai britannici se vogliono tornare ai tempi "pre-Beveridge"...

RR

Quante chiacchere. Chi ha scritto che le teorie politiche orientate alla considerazione della "migliore ripartizione della torta", oppure interessate alla produzione di beni e servizi pubblici, debbano implicare "l'egalitarismo assoluto", i "tempi pre-Deng", la rimozione di "meccanismi di mercato e imprese private"?

Be', tanto per dire che l'egualitarismo non e' poi cosi' attraente quando il risultato e' poverta' per tutti. L'alto tenore di vita che c'e' oggi in Europa e Stati Uniti e' dovuto alla crescita nei secoli passati, non alle politiche redistributive del Novecento.

Prova a chiedere e.g. ai britannici se vogliono tornare ai tempi "pre-Beveridge"...

Intanto hanno eletto un governo la cui  piattaforma elettorale e' stata di riduzione della spesa pubblica, e hanno buttato fuori a calci chi l'aveva di parecchio espansa (Gordon-not-Flash).

Be', tanto per dire che l'egualitarismo non e' poi cosi' attraente quando il risultato e' poverta' per tutti.

Sai, quando non c'era l'egualitarismo delle opportunità di studio e istruzione c'era una piccola élite che manteneva la propria rendita di posizione nelle professioni e nelle posizioni dirigenziali pubbliche e private. Dà molto fastidio dover competere con tante persone che vengono da famiglie dove non era mai entrata una laurea (il 75%, secondo i dati delle ultime coorti). Negli ultimi 100 anni il risultato di questo egualitarismo è stato più ricchezza per tutti, perchè la società ha tratto beneficio dal pieno sviluppo delle potenzialità di ciascuno.

L'alto tenore di vita che c'e' oggi in Europa e Stati Uniti e' dovuto alla crescita nei secoli passati, non alle politiche redistributive del Novecento.

E come fai a "scindere le cause", hai forse qualche speciale approccio numerologico che ti ha passato il Mago Otelma? Dovremmo avere qualche controfattuale, molto difficile a trovarsi. Comunque non intendevo aprire una discussione sui massimi sistemi delle politiche economiche e sociali, ma in primis criticare - lo ricordo - l'affermazione che "non si può migliorare la condizione di chi sta peggio senza far crescere l'intera torta".

Intanto hanno eletto un governo la cui  piattaforma elettorale e' stata di riduzione della spesa pubblica, e hanno buttato fuori a calci chi l'aveva di parecchio espansa (Gordon-not-Flash).

Intanto il Governo che c'è stato nei precedenti 13 anni era stato pienamente legittimato ad espanderla, per il molto semplice motivo che i cittadini di quel paese volevano più beni e servizi pubblici, e di buona qualità (sanità, istruzione, sicurezza, ambiente, incentivi alla crescita, ecc. ecc.), e avevano buttato fuori a calci per 10 anni in maniera che mai si era vista nella storia il glorioso Partito Conservatore - che infatti ha poi dovuto cambiare abbastanza la sua linea politica. L'ottimo Gordon Brown è anche dovuto intervenire, peraltro, per sanare i guai causati dall'ideologia dell'indebitamento privato e del fare liberi contratti per prodotti finanziari senza un apprezzamento e una valutazione appropriata del rischio (situazione da addebitare all'ideologia economica conservatrice, peraltro). La misura di crescita dell'intervento pubblico era ben tarata sulla crescita generale dell'economia fino a 2 anni fa, basta guardare i dati di base della finanza pubblica: è stato il disastro della crisi a sbarellare gli equilibri.

Peraltro il nuovo Cancelliere, oltre ai tagli necessari, ha anche proposto l'aumento di alcune tasse (tipo l'IVA al 20%, e la tassa sulle banche), quindi si vede che anche per il nuovo Governo le tasse sono belle se è necessario sostenere delle spese pubbliche non comprimibili. E' noto che io sostengo in pieno le politiche di rigore fiscale, e in particolare quelle della BCE, quindi sul riequilibrio dei conti nulla quaestio. Dipende dalle singole scelte che si fanno. 

RR 

 

 

 

 

 

Vicino Fontamara c'è il paesino di Skrauz-Aiashimoto, dove gli abitanti aborrono l'impiego statale a causa di vincoli ancestrali, e quindi si danno un gran da fare a inventare cose e scambiarsele l'uno con l'altro.

Uno degli abitanti di questo paesino pensò: e se apro un autolavaggio iper-automatico, in cui anche gli interni sono lavati dal robot che ha inventato Asir-oroto, mio concittadino, io posso offrire prezzi più competitivi agli abitanti di Fontamara e lavare tutte le loro macchine. E così fece.

La morale ? Io non ne ho, ma mi piace pensare che a Fontamara capiscano la lezione: non esiste la torta, il tortino da difendere (che sembra tanto il fortino assediato dagli indiani della mia infanzia), ma solo la capacità di ognuno di noi, e che demandare ad altri cose da fare, e quindi soldi, è una pessima scelta. Poi ti chiudono gli autolavaggi...

Bello! Ma sei sicuro che il paesino di Skrauz-Aiashimoto dove gli abitanti aborrono l'impiego statale a causa di vincoli ancestrali sia vicino a Fontamara ? Io temo che non sia nella stessa regione anzi, nemmeno nella stessa nazione.

Presumo che qualcuno, quei robot, li dovrà pur costruire. E progettare. E vendere...

Si certo, pero' il progresso tecnico quasi per definizione riduce la quantita' di lavoro necessaria a soddisfare certi bisogni (si, si, lo so che e' piu' complicato di cosi', ma ci sono altri threads su nFA per discutere di queste cose e qui il "quasi" dovrebbe bastare).

In qualche caso quei bisogni erano cosi' costosi (al limite impossibili) che nessuno lavorava per soddisfarli e allora l'effetto diretto puo' essere quello di aumentare l'occupazione. Negli altri casi, qualcuno dovra' andare a cercare un altro lavoro - che ne so, magari fare il giardiniere del tipo che ha inventato i robot per l'autolavaggio.

Il progresso tecnico (come una maggiore apertura al commercio internazionale) sono cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di ricchezza, ma non sono di per se Pareto improvements (quasi nulla lo e') quindi non sorprende che ci sia chi li osteggia.

Presumo che qualcuno, quei robot, li dovrà pur costruire. E progettare. E vendere...

Sicuramemte, ma soprattutto le macchine, le strade .... insomma non è che perché chiudono i lavaggi manuali, finisce l'economia!

L'economia prosegue producendo oggetti utili che vengono comprati da persone che li ritengono utili e di prezzo adeguato al loro bilancio.

Francesco

 

 

 

Carissimo Marco, che a Fontamara e in terronia tutta capiscano la lezione è il mio sogno proibito.

Purtroppo, per il momento, l'autolavaggio, anche quello iper-automatico, è una rondine che non fa primavera. Per cambiare mentalità occorre tagliare certi sussidi e infrangere certe rendite. Solo così chi ha dormito fino ad oggi potrà svegliarsi e rimboccarsi le maniche.

Per cambiare mentalità occorre tagliare certi sussidi e infrangere certe rendite.

Noi diciamo: cambiare gestione e cambiare norme.

Del resto in vaste regioni della Spagna e adesso anche dell'Est i sussidi hanno fatto tanto bene.

RR

 

 

Del resto in vaste regioni della Spagna e adesso anche dell'Est i sussidi hanno fatto tanto bene.

Per quel che mi risulta quei sussidi hanno fatto tanto bene anche in molte tasche di politici nostrani. Se poi le vuoi chiamare "vaste regioni" è solo una questione su cui mettersi d'accordo, ad esempio io concordo sull'uso dell'aggettivo "vaste" -).

A me cmq sfugge sempre un pezzo: come fai a sapere che i soldi che dal contribuente tedesco sono stati usati come aiuti per i contribuenti spagnoli hanno avuto dei rendimenti migliori che lasciandoli in Germania? Perché cmq far funzionare lo schema di trasferimento ha dei costi fissi, che potrebbero anche mangiarsi i rendimenti lordi maggiori...

Sintetico ed efficace, il miglior commento che io abbia letto!!

Per quanto ancora dovranno parlarci della disuguaglianza, prima di capire che non è quello il vero problema?

Quante porcate dovranno fare i politici, prima che sia chiaro che chi fa le parti, si sceglie sempre la parte migliore?

Quanta teoria economica è necessaria per capire che non si può  migliorare la condizione di chi sta peggio senza far crescere l'intera torta?

Massimo, la storia di fantasia dal tono ironico è interessant e fa pensare. :-)

La gente non può fare a meno di fare paragoni con gli altri, è una cosa naturale. Uno, semplicemente, nota differenze tra sè e gli altri in meglio e in peggio. Poi c'è chi lo registra e passa avanti e chi invece ci va sotto e diventa invidioso oppure narciso. Questo secondo atteggiamento crea una distorsione, perché così uno è più portato a trovare difetti o cose che non vanno nelle persone che invidia e quindi, per contrappasso, ad avere sentimenti ancora più negativi.

L'invidia che nuota in questo mare di risentimento può distorcere anche la volontà di emulazione. Perciò chi è invidioso pensa sotto sotto che vorrebbe avere le cose che ha la persona che invidia (e.g. i soldi, una bella casa, etc.), ma non che vorrebbe imitarne il comportamento che l'ha portato ad averle (e.g. l'imprenditorialità di aprire un nuovo auto-lavaggio) oppure l'attitudine (e.g. il duro lavoro per realizzare il proprio progetto). Incidentalemnte, questo atteggiamento passivo a livello subconscio è più facile che rimboccarsi le maniche e cambiare il proprio modo di pensare e di agire in meglio.

E qui viene il collegamento alle tue domande: studiare la teoria economia aiuta, ma non è l'unico modo per cambiare le cose. Anzi, penso che possa funzionare con una minoranza di persone, che sono interessate a studiare e a capire. Per molte altre, invece, penso che servirebbe rompere il circolo vizioso dell'invidia e trasformare l'energia che la gente dedica a pensare agli altri (e.g. avere le cose di un altro oppure quanto un'altra persona deve essersi comportata male o dev'essere disprezzabile per avere tutte le cose che ha) in energia impiegata a cambiare la propria vita dandosi degli obiettivi e lavorando per raggiungerli.

Quindi la domanda secondo me è: cosa bisogna fare per avviare questa "trasformazione di energia"?

Michele, l'invito a studiare l'economia era un pò retorico come per dire: e basta con sta storia che la distribuzione è "ingiusta" e che bisogna redistribuire dal centro. Ma lo vedete quanto è bravo lo stato a redistribuire? Pensate che tassare ulteriormente i disgraziati che già pagano non porterà ad altri sprechi? Non dovrebbero essersene accorti pure i sassi (quindi non c'è bisogno di studiare più economia di quanta ne applica il macellaio per vendere la carne) che quello di cui c'è bisogno è più concorrenza e meno rendite di posizione? Che sarebbe il caso di parlare un pò meno della disuguaglianza e un pò più della crescita (che si promuove lasciando fare ai mercati il loro mestiere e facendo rispettare la legge, non scavando le buche coi soldi pubblici).

Chiarito che non volevo inneggiare ad una rivoluzione culturale da studio dell'economia (visto come la insegnano tanti prof italiani staremmo freschi), vengo al punto dell'invidia che mi pare interessante (peraltro una mia amica ci ha fatto la tesi realizzando simpatici esperimenti con gli studenti).

Mi pare di capire che secondo te l'osservazione degli altri e il desiderio di quello che hanno o sono, invece di innescare un sano processo di emulazione porta a una specie recriminazione improduttiva continua e che si autoalimenta. Quindi chiedi come incanalare le energie sprecate a recriminare per spingere le persone a rimboccarsi le maniche?

Secondo me il primo presupposto per spingere qualcuno a competere è che le regole del gioco siano chiare e rispettate. In alcune zone d'italia per avviare un'impresa devi scendere a patti con dei criminali, in altre a compromessi con le corporazioni locali, in altre ancora con la politica. Penso che la distribuzione del numero di imprese in Italia sia influenzata più da fattori ambientali che culturali (tant'è che parecchi volenterosi si spostano all'interno da una regione all'altra all'interno del paese per riuscire a realizzare i progetti che non erano praticabili a casa propria)

Ho detto impresa, ma potrei dire libera professione. Non penso ti chiedano la tangente per tenere aperto uno studio, come si fa con i negozi, ma ci sono tanti modi per tenere i nuovi entranti fuori dal mercato, alcuni legali (caste professionali) altri meno (se vuoi l'appalto...)

Quindi la risposta semplice a tutti i problemi difficili mi pare sempre: dai modo alle persone di competere e lo faranno, il resto viene da sè.

Al di là dell'aspetto interessante della discussione che si è sviluppata, mi pare che da alcuni si tenda a dimenticare un fatto reale: come funziona l'Italia, come funziona il mezzogiorno, qali sono le capacità re-distributive poste in atto, quale tipo di allocazione di risorse viene fatto e con quali risultati.

Mille, diecimila Fontamara!

Ovviamente non posso che essere totalmente d'accordo e sottoscrivere in pieno.

Come detto varie volte (l'ultima in un commento poco più su) penso che la chiave sia nel chiudere i rubinetti: ridimensionati i pasti gratis invetabilmente occorre rimborsarsi le maniche.

Ciao Massimo!

e basta con sta storia che la distribuzione è "ingiusta" e che bisogna redistribuire dal centro. Ma lo vedete quanto è bravo lo stato a redistribuire? Pensate che tassare ulteriormente i disgraziati che già pagano non porterà ad altri sprechi? Non dovrebbero essersene accorti pure i sassi (quindi non c'è bisogno di studiare più economia di quanta ne applica il macellaio per vendere la carne) che quello di cui c'è bisogno è più concorrenza e meno rendite di posizione? Che sarebbe il caso di parlare un pò meno della disuguaglianza e un pò più della crescita (che si promuove lasciando fare ai mercati il loro mestiere e facendo rispettare la legge, non scavando le buche coi soldi pubblici).

Ovviamente sono d'accordo con quello che dici. Penso, però, che questo sia un ragionamento da mente "economica" e non vada bene per parlare al grande pubblico. Non c'è niente di male a non essere familiari con l'economia e d'altronde sappiamo che in Italia sono molto diffuse le seguenti caratteristiche:

1. E' più facile per qualcuno capire la redistribuzione che la crescita, un pò perché per anni e anni alle persone hanno parlato più della prima che della seconda e un pò perché intrinsecamente è più facile capire una storia che dice "vogliamo togliere un pò tizio e darlo a te" piuttosto che "sia tizio che te potete stare meglio

2. Il modello superfisso impera: capire che la dimensione della torta è variabile e non fissa è un punto di arrivo e quindi non possiamo pretendere che sia un punto di partenza

3. La gente è abituata a uno stato presente nell'economia, "liberismo" è una parola usata con accezione negativa, il mercato è selvaggio, senza regole, con la legge del più forte e gli esempi di libero mercato che la gente ha in mente fanno paura (e.g. la sanità Americana che lascia morire la gente per strada tra l'indifferenza generale). Per questo l'alternativa "mercatista" è considerata peggio persino della scadente situazione attuale e non praticabile

Quindi penso che sarebbe meglio non prendere la questione di petto e partire da altri argomenti più facilmente comprensibili e che si prestano comunque a far vedere le storture del sistema (e.g. la mancanza di meritocrazia).

Secondo me il primo presupposto per spingere qualcuno a competere è che le regole del gioco siano chiare e rispettate.
[...]
Quindi la risposta semplice a tutti i problemi difficili mi pare sempre: dai modo alle persone di competere e lo faranno, il resto viene da sè.

Sono d'accordo in una prospettiva che guardi avanti.
Tuttavia, mi chiedo e ti chiedo perché non sia già così, visto che basta così poco.
Suggerisco un sospetto che impediscono questo progetto: la classe politica, che conosce gli Italiani e non produce una regolazione adatta a incentivare questi propositi. Questo succede vuoi perché le leggi fatte vanno in altre direzioni, oppure sono contraddittorie oppure non sono semplici e si prestano a creare zone grigie oppure non sono supportate da adeguate mezzi per la loro applicazione e il loro rispetto.
A questo aggiungiamo che il ruolo dello stato nell'economia crea numerose tentazioni per il politico, e questo pone le basi per un altro motivo di cattiva regolazione e applicazione delle regole.

In breve, la classe politica non fa bene il proprio lavoro ed è peggiore degli Italiani, che producono ricchezza nonostante i propri politici. :-)

Caro Michele, mi pare che concordiamo sulla sostanza.

Penso, però, che questo sia un ragionamento da mente "economica" e non vada bene per parlare al grande pubblico.

Dipende da come la metti giù. Credo che il concetto sia relativamente semplice, basta veicolarlo senza tecnicismi, ponendo l'accento sugli aspetti più accattivanti: "meno tasse", "meno sprechi","meno rendite di posizione per i soliti noti" etc. D'altronde il fallimento di certi tentativi di redistribuzione sono sotto gli occhi di tutti e credo che ogni volta che si guardano in tasca parecchi elettori dell'ex "partito della redistribuzione" si siano ormai convinti che dal gioco loro non ci guadagnano, pur pagandone in buona parte i costi.

Tuttavia, mi chiedo e ti chiedo perché non sia già così, visto che basta così poco.Suggerisco un sospetto che impediscono questo progetto: la classe politica, che conosce gli Italiani e non produce una regolazione adatta a incentivare questi propositi.

Totalmente d'accordo.

In breve, la classe politica non fa bene il proprio lavoro

idem

ed è peggiore degli Italiani

Su quest'ultimo punto comincio ad avere i miei dubbi: forese se certi politici rimangono a galla è perchè rappresentano gli italiani meglio di quanto ci possa far piacere sigh ;(

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti