Buona volontà ma idee ancora confuse

19 agosto 2013 giovanni federico

Il ministro della pubblica istruzione ha annunciato un nuovo piano per l’università.

Compare sull’Unità di oggi un’intervista a M.C. Carrozza, ministro dell’istruzione e quindi anche dell’università. In quanto ex-direttrice della Scuola Superiore di Studi Universitari e di Perfezionamento (SSSUP), uno degli atenei di eccellenza (analogo alla Scuola Normale) dovrebbe intendersi molto di ricerca avanzata.  Eppure l’intervista, insieme a molte buone intenzioni, mostra alcuni passaggi sconcertanti.  Forse è colpa della giornalista.  Esordisce dicendo che bisogna investire nella ricerca – ottima idea.  Prosegue promettendo un piano specifico per i ricercatori

È un piano che guarda ai ricercatori, alla loro carriere e alla loro indipendenza: premieremo gli atenei che danno maggiore indipendenza ai giovani ricercatori, che li fanno coordinatori e responsabili di progetto. E chi pubblica senza il proprio supervisore di dottorato, per valorizzare la loro proprietà intellettuale. Vorrei puntare sull’empowerment, un rafforzamento del ricercatore come figura di leadership, una novità per l’Italia. 

La questione del supervisore e' anomalia italiana. Ma passi, è un dettaglio. Mi preoccupa di più l’accenno alle carriere: in Italia i fondi all’università negli ultimi anni si sono sempre tradotti in fondi a pioggia per le assunzioni. Il ministro continua spiegando che vuole privilegiare i giovani ricercatori e distribuire i fondi su criteri di qualità con peer review, fatta dai ricercatori stessi. Quest’ultima clausola è forse comprensibile in Italia, dove i baroni hanno dato pessima prova finora, meno in assoluto. Studiosi più anziani ed esperti sono in genere migliori giudici della qualità di un progetto di ricerca relativamente ad altri.

Qualche dubbio nasce dalle forme di finanziamento

Pensiamo di concentrare lì risorse già disponibili, l’entità la renderemo nota a fine estate

Quali risorse disponibili? Vuole togliere soldi al finanziamento ordinario delle università?. Ancora più sorprendente è l’inquadramento generale della filosofia del progetto

C’è il Piano nazionale della ricerca, per cui ci coordineremo con gli altri ministeri - Salute, Agricoltura, Sviluppo - che conterrà queste linee di indirizzo, e sarà la base per i finanziamenti europei che ora partono. Vogliamo un obiettivo di sviluppo coerente, per avere più occupazione giovanile, più laureati, per combattere la dispersione scolastica. Così risaliremo nelle classifiche Ocse, che sono quelle che per me veramente contano».

Ed ancora:

Ma vorrei valorizzare anche la ricerca in campo umanistico: è necessario un piano complessivo del sistema di istruzione superiore

Cosa diavolo c’entra la ricerca avanzata con il coordinamento con gli “altri ministeri” e l’obiettivo di avere più occupazione giovanile (salvo per il piccolissimo numero di ricercatori assunti) e combattere la dispersione scolastica? E a quali classifiche OCSE si riferisce?   E perché cita esplicitamente la ricerca in campo umanistico – giusto quella che non ha bisogno di fondi per attrezzature e laboratori, che è meno valutabile a livello internazionale, ma che è più labour-intensive?

Poi arriva il gran finale. L’intervistatrice chiede la sua opinione sull’ultima classifica ARWU (il ranking di Shanghai delle università mondiali) che vede un ulteriore arretramento delle università italiane – 22 nelle prime 500, zero (as usual) nelle prime cento e due sole fra il 101 ed il 150. Ed il ministro spara due o tre perle

Sappiamo che quella classifica premia certi tipi di parametri, indicati chiaramente e noti, dunque un certo tipo di atenei. E allora o noi creiamo un’università che ha la stessa libertà di reclutamento e di accesso ai finanziamenti, privata, che costa tantissimo, o sappiamo che non saremo mai primi in quella graduatoria. Certo, possiamo risalire se investiamo molto su certi parametri. Ma teniamo conto che c’è una bolla sul debito formativo degli studenti Usa, mancano 1200 miliardi: non trovano infatti lavori che ripaghino gli studi in questi atenei primi in classifica e costosissimi. Forse allora questo sistema è vicino a un punto di rottura, e noi dobbiamo dare una risposta europea, con atenei che costano meno e hanno parametri diversi, più adatti al mondo che cambia.

Il ministro dimostra una notevole ignoranza dei metodi di finanziamento delle università nel mondo: infatti delle prime dieci, tre sono pubbliche, UC Berkeley (3), Cambridge (4) e Oxford (10). Due sono inglesi – e l’Inghilterra ha introdotto tasse di iscrizioni pesanti (massimo 9000£) e prestiti di onore solo da pochi anni anni, troppo poco per giustificare la posizione di Oxford e Cambridge. E non ci capisce perché la libertà di reclutamento (dei docenti) sia costosa. Casomai è costoso reclutare superstars anziane, ma non necessariamente giovani ricercatori. Sorvoliamo sulla "risposta europea" e sul "mondo che cambia" - è noto che tutti i paesi emergenti investono molto proprio nelle università di élite e nell'assuzione di superstars. Per rimanere in Europa, la Germania distribuisce fondi extra (molto consistenti) alle università migliori, scelte da un panel di esperti internazionali.


In tutto questo, l’aspetto più singolare e per me preoccupante è il totale silenzio sulla VQR, da poco finita, che dovrebbe servire a distribuire una parte dei fondi sulla base della qualità della ricerca. Non vorrei, ma sono malfidato,che il piano per i giovani ricercatori sia un sistema per ridurre al minimo i fondi premiali o per rinviarne la distribuzione, sostituendola con un bel bando a pioggia per giovani ricercatori, magari con una preferenza per le facoltà umanistiche e/o del Sud (dove in effetti c'è molta più dispersione scolastica).

26 commenti (espandi tutti)

Ad esempio, 

concentrare lì risorse già disponibili

e, in modo specifico e "falsificabile"

 prendere le cinque migliori università e dare loro un finanziamento straordinario di potenziamento

ovviamente se poi le si constringe a spendere i soldi come vuole il ministero, l'asino casca un po'.

Idem per quanto riguarda la chiusura di univerista' e/o dipartimenti fallimentari. Una mezza dozzina di chiusure, con licenziamenti o almeno ri-allocazione del personale in posti meno ambiti, "pour encourager les autres", e' fattibile, costa poco e potrebbe avere l'effetto di dare una piccola scossa al sistema.   

 

Io credo che una delle cose piu' interessanti dell'intervista sia:

premieremo gli atenei che danno maggiore indipendenza ai giovani ricercatori, che li fanno coordinatori e responsabili di progetto. E chi pubblica senza il proprio supervisore di dottorato, per valorizzare la loro proprietà intellettuale

Un mio pallino da parecchio tempo. Bisognerebbe obbligare i neo dottorati a non poter proseguire il proprio percorso accademico nello stesso ateneo dove hanno conseguito il dottorato. Questa abitudine tutta italiana di non muoversi mai, nemmeno per andare da Roma La Sapienza a Roma 3, consolida le dinastie dei baroni. Costringere la gente a muoversi all'interno delle universita' Italiane, se non addirittura valorizzare titoli di dottorato internazionali o periodi post-doc all'estero, aiuterebbe a non creare una classe di giovani ricercatori che si sentono in obbligo di chiedere il permesso al proprio ex-mentore per qualsiasi cosa vogliano fare.

 

Per la chiusura dei dipartimenti credo che invece ci sia poco da fare. Anche qui bisognerebbe poter permettere ai porfessori di trasferirsi, per formare poli competenti. L'universita' italiana e' invece formata da centinaia di mini dipartimenti, dove non ci sono gruppi di ricerca ma singoli specialisti (con conseguente aumento di potere).

Anche qui bisognerebbe poter permettere ai porfessori di trasferirsi, per formare poli competenti. L'universita' italiana e' invece formata da centinaia di mini dipartimenti, dove non ci sono gruppi di ricerca ma singoli specialisti (con conseguente aumento di potere).

I trasferimenti sono possibili ed anche incentivati. Un tempo erano molto frequenti - i professori venivano formati nelle grandi università, trovavano posti in quelle piccole/satelliti e poi i migliori o i più appoggiati tornavano nelle grandi. Ora sono molto rari perchè è molto più  economico e politicamente facile reclutare i giovani locali e promuovere personale già in servizio. Inoltre la mobilità è ridotta da considerazioni economiche - gli stipendi sono eguali ovunque, spostare la famiglia è difficile e mantenersi due case è costoso.

Il problema dei mini.dipartimenti è stato risolto dalla legge Gelmini, che impone un numero minimo di docenti molto alto (40-50). Casomai si pone il problema opposto - enormi dipartimenti senza nessuna coerenza scientifica

E' vero, la legge Gelmini ha previsto l'accorpamento dei dipartimenti. Questa legge pero' non ha prodotto nulla di buono per come e' stata applicata.

Infatti i dipartimenti piccoli non sono stati cancellati, ovviamente, ma si sono accorpati fra di loro. Facendo una ricerca fra i vari dipartimenti delle universita' italiane si trovano fantasiosi dipartimenti di chimica e geologia o di fisica e biologia. In alcuni casi l'accorpamento e' solo burocratico e gli uffici e le aule continuano a essere separate.

Sarebbe stato auspicabili fornire ai professori, anche quelli gia' in ruolo, e ai ricercatori la possibilita' di riformare i dipartimenti puntando solo su alcune aree tematiche. Ad esempio  Bologna Astrofisica Firenze Fisica delle nanotecnologie (esempi giusto pur parler), in maniera da creare gruppi competitivi. Questa situazione (a costo zero) sarebbe facilmente praticabile in molte parti di italia, dove gli atenei distano a solo mezz'ora di treno l'uno dall'altro e dove, quindi, la riorganizzazione del personale potrebbe avvenire senza dover per forzare il personale a traslocare.

Invece la legge Gelmini, per quello che ho visto io, non ha prodotto niente di buono (pur se l'idea di base era buona). Oggi ci ritroviamo con dipartimenti grandi (con tutti gli svantaggi amministrativi del caso), dove pero' continua a esserci un cultore della materia per ogni singolo settore disciplinare il quale quindi continua a essere barone indiscusso poiche' privo di ogni concorrenza interna. 

Questa situazione e' l'esatto contrario di quanto avviene in altri paesi (america, inghilterra, francia, germania,..) dove si cerca di creare dei poli di eccellenza.

Da noi per esempio hanno accorpato Fisica (per lo più teorica) e Scienze della Terra, dipartimento che non hanno mai avuto niente a che fare fra di loro. Questo pur esistendo altri dipartimenti minori come Scienze ambientali, naturali, architettura o grossi come Ingegnieria civile che hanno da sempre rapporti sia di ricerca che didattici con le Scienze della Terra. Meglio sarebbe stato accorpare i diaprtimenti di geologia emiliani in uno o due poli, ne esistono a Parma, Modena, Bologna, Ferrara, poi appena fuori, abbiamo Ancona, Padova, Milano, Firenze. Insomma fatta la legge trovato l'inganno.
Io poi sono un esempio di quelli che fanno dottorato e post-doc sempre nello stesso posto. In realtà ho avuto rapporti con vari atenei all'estero e collaboriamo sempre con altri. Mi sono sempre trovato bene ed ho quasi sempre avuto un confronto corretto con docenti e ricercatori di ruolo. Ho quasi sempre fatto le ricerche che mi interessavano, trovando una coincidenza di interessi con altri. Adesso lavoriamo molto in convenzione con grosse compagnie estere e il mio stipendio è pagato con finanziamenti esterni. Poi se dovessi cambiare e andare a fare il ricercatore altrove pensate che riuscirei a gestire una famiglia con 2 bimbi, una casa qui e un affitto altrove? Con 1800 euro al mese se per caso fossi assunto come ricercatore, se no anche meno. Selezionare il personale "nativo" può essere un vantaggio. Io non passo due tre ore al giorno in autobus e treni, non dipendo da scioperi, nevicate, malattie dei bimbi, sono riuscito a farmi bastare il misero stipendio di assegnista e anche vuoti di stipendio, proprio perché sono rimasto nella mia città natale.

se ho capito bene, l'idea è di creare dipartimenti specializzati per disciplina con docenti di università diverse. Mi sembra abbastanza difficile e foriero di confusione. Infatti  la didattica ovviamente richiede docenti di discipline diverse. Come sarebbe organizzata? Ciascun docente sarebbe inquadrato in un dipartimento locale per la didattica ed in uno regionale per la ricerca?  E da chi sarebbe pagato?

però l'idea di avere dipartimenti grandi (e a norma di legge) e con un discreto bacino d'utenza poteva avere un senso. Ovviamente è impossibile chiedere al Rettore di Parma di chiudere un dipartimento e spostare tutto il corpo docente-ricercatore a Modena (o viceversa), però di fatto quello che si sta facendo in assenza di investimenti è quello. Invece che un trasferimento rapido e doloroso sarà un lento declino. Perché se per sopravvivere ci vogliono 40 strutturati e non si assume nessuno (e decide l'Ateneo, mica mia nonna) e ovviamente c'è gente che va in pensione, bisogna solo calcolare in quale anno, col presente ricambio il dipartimento chiuderà o dovrà confluire in altro più grande, con la conseguenza che diminuirà sempre di più il potere politico e di assunzione e quindi si sparisce.

Mi fa ridere questa frase:

Ma teniamo conto che c’è una bolla sul debito formativo degli studenti Usa, mancano 1200 miliardi: non trovano infatti lavori che ripaghino gli studi in questi atenei primi in classifica e costosissimi

Cioe', cosa vorrebbe dire la ministra? Vorrebbe sostenere che una costosa laurea a Stanford non permetterebbe ad un laureato di riguadagnarsi sul mercato i soldi spesi per gli studi? Una laurea a Berkeley porterebbe dritta alla disoccupazione come una laurea all'Universita' della Basilicata? ah ah ah ah cara ministra non ci faccia ridere!

Una laurea a Berkeley porterebbe dritta alla disoccupazione come una laurea all'Universita' della Basilicata?

Le mie sorelle si sono laureate nell'ateneo reggino. Entrambe lavorano da diversi anni nella loro professione, con esperienze significative, perlopiù al di fuori dei confini italiani. Una delle due, periodicamente, manda il suo CV ad una specifica azienda(diciamo top 3 del settore a livello globale). Oramai non lo fa nemmeno più perché vorrebbe lavorare per loro, ma giusto per capire quanta esperienza professionale deve accumulare per bilanciare il fatto di essersi laureata brillantemente nell'università di Reggio Calabria invece che in una università piu quotata. In anni non l'hanno mai nemmeno chiamata per un'intervista, mentre amici, colleghi e conoscenti appena laureati in altre università più quotate sono stati invitati per un'intervista immediatamente al primo tentativo, pur non avendo esperienze professionali paragonabili, anche per posizioni che richiedevano esperienza. Mia sorella è genuinamente convinta che il problema sia che  in quella specifica azienda la sua alma mater deve essere in una black list, o non essere in una white list, e dando uno sguardo al suo CV, alle sue referenze, ai progetti in cui è stata coinvolta praticamente sin dall'inizio della sua carriera, ed alle posizioni per cui ha mandato il CV (in molti casi parevano tagliate su misura), sinceramente anch'io non saprei che altro pensare.

Forse il ministro intendeva questo

Non so Stanford, ma con una laurea alla University of Chicago si può finire così.

L'universita', per me, non si regge solo sulla ricerca. L'universita', nella mia idea di mondo, grazie alla ricerca, dovrebbe preparare persone competenti ed in grado di essere produttive nel mondo del lavoro in breve tempo dop la laurea, ottenuta comunque ad una eta' non avanzata. Preparare ottimi potenzioni ricercatori, che non verranno mai assorbiti dalle universita' in Italia e che non hanno reali contatti ed esperienze di come funziona il mondo reale, fuori dall'universita', non rende un buon servizio a chi, per frequentare l'universita' decide di investire 4 anni della propria vita, spendendo anche denaro in quantita' non indifferente e non avendo introiti.

Ci vogliamo riflettere a cosa vuole "produrre" l'Universita' o pensiamo che basti fare ricerca ad alto livello ed il resto seguira'? Le aziende, le consultiamo, per sapere cosa vogliono? E gli studenti, vil razza dannata, visto che investono una fetta cosi' grossa della loro vita e delle risorse della loro famiglia, vogliamo chiedergli un parere? Troppi professori non si sono resi ancora resi conto che senza studenti, non vanno da nessuna parte. Nonostante questo continuano a prenderli in giro con corsi di laurea inutili e di nessuno sbocco lavorativo.
Si potrebbe, magari, ascoltare cosa dicono gli studenti e le aziende, prima di lanciare riforme dell'universita'?

I professori, per chi ha esperienza di consigli di corsi di laurea e di dipartimento, sono i peggiori conservatori che esistano sulla faccia delal terra. A parte poche eccezioni, sono decenni che insegnano in un modo le stesse cose e non hanno alcuna intenzione di cambiare nulla. Sentiamo anche i professori, certo, ma spieghiamogli che la devono piantare di fare "escamotages" per eliminare le conseguenze delle riforme.

Quanto al metodo per giudicare la ricerca, non ho la soluzione, ma non si potrebbe prendere a modello cosa si fa in paesi in cui le cose vanno meglio e cercare di usare le stesse metodologie?

MA senza dare agli studenti ed alle aziende quello che vogliono, si continueranno a sfornare laureati che faranno molta fatica ad inserirsi nel mondo del lavoro.

In Usa, a Baltimore, la universita' che mi sono scelta per il master mi ha gia' detto che se mi do una mossa e finisco in due anni il corso di studi e' garantito altrimenti sono dolori perche' fra tre anni il mio corso di master verra' soppresso in quanto gli studenti non lo scelgono piu' perche' con l'economia che non tira in USA e' un corso senza sbocchi lavorativi sicuri...mi dirotterebbero verso lidi piu' commerciabili ma essendo io "vecchietta (53 anni ora 55 al compimento di master)" ed essendo il mio obbiettivo ultimo un lavoro x non una vera carriera mi lasciano fare cio' che voglio . Questo per dire che, dove sei in un sistema basato sul privato (l'universita' paga gli insegnati con i soldi raccolti dalle tuitions degli studenti) i corsi e i dipartimenti si "estinguono' a seconda della domanda e dell'offerta sia degli studenti che del mercato del lavoro.

Personalmente, avrei usato toni ben piu' accesi, vista l'INQUALIFICABILE gravita' dello scenario.
In realta', ormai si studia in Italia per espatriare (mediamente + 30% di base salary) ed esperienze professionali di altro livello.
Molto GRAVE che non vi sia neppure il benche' minimo RAGGIO DI LUCE a diradare le NEBBIE delle obnubilate menti ...ministeriali.
Male

è il finale

marcobisbis 20/8/2013 - 15:53

che lascia forse un pò perplessi. Sarebbe interessante capire perché l'autore non vuole che "i fondi..vadano a facoltà del sud", e cioè una zona del paese che per crescere ha bisogno come il pane di investire nel mondo della formazione (ovviamente i finanziamenti a pioggia e distribuiti senza criterio sono dannosi tanto al sud quanto al nord).

Infine, non vedo il nesso tra il discorso fatto fino a quel momento e la parentesi "(dove in effetti c'è molta più dispersione scolastica)": che il grado di dispersione scolastica al sud sia allarmatamente alto è purtroppo un dato di fatto. Non so se aumentare il numero di ricercatori o premiare i meritevoli possa incidere positivamente e direttamente sul fenomeno della dispersione scolastica. Quindi, perché la parentesi? 

 Io vorrei che si rispettasse la legge Gelmini e che il 10% (e magari di più) dei fondi FFO venisse distribuito secondo i risultati della VQR.  Senza se e senza ma, senza piani speciali per i ricercatori giovani o vecchi, senza coordinamento con altri ministeri etc.  Come noto, i risultati della VQR sono molto migliori al Nord che al Sud.  

L'inciso  sulla dispersione era un richiamo ironico alle parole del ministro

  Io sono stato sempre dell'idea che i "tecnici" sono i peggiori ministri. Specie per l'università e la ricerca, un mondo variegato che racchiude le più svariate problematiche, il tecnico è portato a vedere la realtà dal SUO angolo di visuale. Leggendo quello che dice il Ministro, sono d'accordo con Federico (mi perdoni se Lui non è mai d'accordo con me); la confusione delle idee è massima, non diversa da quella che regnava nelle menti dei Ministri - tecnici e politici - del passato. 

 la Gelmini personalmente ci capiva pochissimo, ma ha avuto la saggezza di affidarsi ad un tecnico competente e fuori dai giochi e la forza di far approvare la legge concedendo relativamente poco. Risultato, a mio modesto avviso: la migliore riforma dell'università (almeno) dal 1970

Peccato

gilberto bonaga 21/8/2013 - 00:54

Peccato che la "riforma gelmini", per motivi sia ideologici, che di pigrizia mentale, sia stata molto ridimensionata per come e' stata applicata.  Per fortuna qualche proifessore disposto a rimettersi in gioco c'e' e sono quelli che tirano avanti per tutti.

   Qui sono completamente in disaccordo. La legge Gelmini è un pasticcio, nella quale l'unica logica comprensibile è quella punitiva nei confronti dei "baroni", categoria oramai inesistente. Nella realtà la legge cambia abbastanza poco, con la pretesa di regolamentare tutti gli atti della vita accademica: non incide in alcun modo, se non in senso peggiorativo, sulla "governance2 degli Atenei, oggi caratterizzata da un sistema politico-sindacal-corporativo autoreferenziale , che è quanto di peggio si possa immginare. 

L'autore mostra di non conoscere il dato di fatto di questi ultimi anni, e cioè che la distribuzione dell'FFO alle Università include una quota "in base al merito", peraltro definito in modo approssimativo e addirittura controproducente attraverso alcuni parametri "produttivistici" sull'istruzione e sulla ricerca (fra questi anche uno basato sulla vecchia VTR 2001-2003).
Però nel Decreto del FARE approvato pochi giorni fa (Art. 60 comma 1) è stato apportato un emendamento di natura generale, che ridefinisce codesti "parametri" nel seguente modo: 

 

La quota del Fondo per il finanziamento ordinario delle universita' destinata alla promozione e al sostegno dell'incremento qualitativo delle attivita' delle universita' statali e al miglioramento dell'efficacia e dell'efficienza nell'utilizzo delle risorse, di cui all'articolo 2 del decreto-legge 10 novembre 2008, n. 180, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 gennaio 2009, n. 1, e successive modificazioni, e' determinata in misura non inferiore al 16 per cento per l'anno 2014, al 18 per cento per l'anno 2015 e al 20 per cento per l'anno 2016, con successivi incrementi annuali non inferiori al 2 per cento e fino ad un massimo del 30 per cento. Di tale quota, almeno tre quinti sono ripartiti tra le universita' sulla base dei risultati conseguiti nella Valutazione della qualita' della ricerca (VQR) e un quinto sulla base della valutazione delle politiche di reclutamento, effettuate a cadenza quinquennale dall'Agenzia nazionale per la valutazione dell'universita' e della ricerca (ANVUR). L'applicazione delle disposizioni di cui al presente comma non puo' determinare la riduzione della quota del Fondo per il finanziamento ordinario spettante a ciascuna universita' e a ciascun anno in misura superiore al 5 per cento dell'anno precedente.

Pertanto buona parte delle considerazioni e delle conclusioni dell'autore non trovano riscontro reale per la polemica.

RR

 

a cadenza quinquennale 

La retroazione quinquennale nel XXI secolo lascia il tempo che trova.

Ricordo che la legge Moratti sui concorsi non fu mai applicata. Se il ministero userà la VQR nonostante l'opposizione dei professori universitari, applaudirò. Per ora mi tengo i miei dubbi.

Trattandosi di legge in vigore, il Ministro la dovrà applicare. Il DM di riparto dell'FFO verrà presentato ad inizio settembre - immagino - per il previsto giro di consultazioni. Il Ministro effettuerà le ulteriori scelte possibili nel campo delle opzioni non già fissate da norme di legge.

RR

 

  Vorrei commentare la meraviglia dell'autore circa l'idea del Ministro di coordinare la ricerca con altri Ministeri (Salute,Ambiente,Sviluppo). La Prof.ssa Carrozza è una ricercatrice qualificata in Bioingegneria: questo significa che la sua ricerca si è svolta in un campo squisitamente applicativo. Credo che sia per lei naturale concepire la ricerca come supporto alle attività che producono salute e benessere. Come ho scritto in un mio precedente intervento, il tecnico prestato alla politica è portato a vedere il mondo attrverso le sue esperienze; ed in questo è diverso il politico di razza, che dovrebbe sapere cogliere le esigenze più svariate del mondo che lo circonda. Purtoppo, non abbiamo più politici, anche di razza modesta.  

ci aveva offerto a Camaldoli una micidiale presentazione del suo bellissimo

"in ricchezza e povertà",

due ore piene senza un attimo di noia, nemmeno per noi pochi ignorantoni.

e ora non risulta nemmeno idoneo al concorso per cattedra.

qualcuno, con qualifiche ed argomenti ben superiori ai miei, ha però protestato.

 

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