Il Campionato Europeo

12 marzo 2007 alberto bisin
Considerazioni da economista - di quelli che dicono "non esistono free lunches" - sul calcio.

L'Inter e'
fuori dalla Coppa dei Campioni. Ed e' anche fuori male - mi riferisco alle
botte che ci potevamo evitare. Si', e' passato un po' di tempo, ma mica siamo
il Corriere, le notizie le digeriamo, e questa era dura da digerire - e' il
derby che ha fatto come tre alka-seltzer e due idraulico-liquido.

Ripensando
alla questione, mi sono accorto che c'e' una cosa che mi da' un gran fastidio, oltre agli
assurdi e incoerenti balbettii dell'amico Juventino che ha visto la partita
assieme a me: non e' tanto che l'Inter sia stata eliminata, quanto l'essere
stato privato dal piacere di vedere Inter-Barca, o Inter-Real, o Inter-ManU.

E qui
dimostro di essere un economista prima che un tifoso: perche' mai devo vedere l'Inter
giocare due volte l'anno col Messina, il
Catania, il Chievo (niente di personale, ottime squadre) ma mai con le squadre
europee dello stesso livello dell'Inter (ok, accetto battutine acide su questo
punto)? Perche' non ci e' dato di vedere uno spettacolo che terrebbe attaccate
ai televisori milioni di persone in tutto il mondo e che sarebbe cosa da nulla
organizzare? Giuro, io vedrei con grande piacere anche Milan-Barca e ManU-Bayern.

Naturalmente
il Campionato Europeo non si puo' fare se non si riducono il numero di partite dei campionati nazionali. Questo significa che
solo poche squadre giocherebbero in una serie
A da cui accedere al Campionato Europeo. Capisco che i tifosi del Chievo
sarebbero danneggiati, e me ne dispiace; ma e' certo possibile e non difficile studiare
un meccanismo che garantisca un certo turn-over di chi si guadagna un posto in
Europa.

Sento gia'
le voci di chi lamenta lo strapotere delle grandi squadre; le abbiamo gia'
sentite queste voci quando si e' discusso di diritti TV. Ma si e' mai visto che nemmeno nello sport si
accetti la competizione? Perche'
non costringiamo la Ferrari a correre contro un paio di scuderie fatte in casa tutto l'anno?
L'obiettivo dello sport non e' divertire spingendo
la frontiera della tecnica e dell'abilita'? Vediamo allora Ronaldinho alle prese regolarmente con i migliori
difensori al mondo (ebbene si', sto pensando a Matrix) e Van Nistelroy con
Buffon.

Non ho molte
speranze, con questi burocrati del calcio, che dicono stupidaggini a
ripetizione, che fanno proclami sulla sicurezza senza avere alcuna comprensione
di altro che non la politica spiccia di secondo ordine che garantisce loro una
mucca da mungere. La politica, specie la pessima politica, puo' generare free lunches, o meglio, ne impedisce talvolta lo sfruttamento, purtroppo.

Con fatica ammetto che
l'unica speranza risiede in uno scatto di Berlusconi, il cui successo come imprenditore del calcio
rimane imbattuto. Ma nemmeno lui sembra piu' avere interesse e forse ha perso il tocco d'oro (come on, Ronaldo? ma per favore....).

19 commenti (espandi tutti)

Io non sono un tifoso, ma ho sempre pensato che ci fosse il mercato per una "league" europea, non disegnata sul modello dei campionati nazionali (e cioe' con retrocessioni e promozioni da campionati di vari livelli), ma sul modello delle leagues americane: un numero fisso di squadre senza retrocessioni. Questo permetterebbe ad imprenditori di investire sulle squadre riducendo i rischi connessi agli "shock" temporanei (le retrocessioni). Anche le dimensioni geografiche del mercato sarebbero simili. 

Le maggiori squadre europee dovrebbero staccarsi dalle leghe nazionali e fare per conto loro. Perche' non l'abbiano fatto sinora non saprei, forse ci sono troppe persone da mettere d'accordo, forse si litigherebbe su troppi dettagli (girone unico? playoffs? ...), ma la torta che verrebbe creata e' enorme, appunto per le ragioni che dici tu. Il mercato per una cosa del genere mi pare ci sia, la diffusione della pay-tv aumenta i potenziali profitti ricavabili da barca-inter relativamente a quelli ricavabili da chievo-inter. Secondo me e' solo questione di tempo.

Milan-Barca c'è stata appunto l'anno scorso, con grande disappunto di noi milanisti...

Il fatto è che vedere le grandi sfide provoca un grande piacere nel tifoso quando quelle sfide non capitano tanto spesso. Vedere di nuovo Milan-Bayern, quest'anno dopo lo scorso (4-1 al ritorno a San Siro) non mi provocherà nessun piacere particolare (e speriamo neanche dispiaceri particolari!). E gli stessi grandi giocatori scendono in campo con uno spirito diverso se la sfida è cruciale o se  non lo è (vedi i gironi della Champions). Cosi come se si giocasse il mondiale ogni anno non sarebbe la stessa cosa. E poi, siamo sicuri che i tifosi preferirebero un campionato ridotto per una champions più ampia? Meglio sfottere gli amici Juventini o i lontani abitanti di Manchester? 

Certamente fare 2 Milan-Barca l'anno ne toglie un po' il piacere. la scarsita' e' il motore dell'economia. ma il confronto corretto non e' Milan-Barca quest'anno con Milan-Barca l'anno scorso, ma Milan-Barca quest'anno con Milan-Catania quest'anno (ancora una volta senza offesa). e capisco che il calcio non e' solo sport, c'e' anche lo sfotto', e la cultura regionalistica dialettale un po' ne perderebbe,  mi rendo conto. questo e' certo un male, ma non credo sia cosi' grave; ci sara' sempre atalanta-brescia e bologna-parma. e poi il mondo diventa globale: non conosci nessuno da sfottere (o farti sfottere, in questo caso) a barcellona? 

caro nicola, nessun "peccato". non avevo visto il tuo articolo su LaVoce.info e mi pare interessante discuterne. riassumo. tu hai dubbi sul Campionato Europeo, direi per tre ordini di ragioni: i) perche' il campionato sarebbe difficilmente realizzabile a causa della distribuzione dei diritti televisivi, ii) per l'effetto negativo sui tifosi "committed", quelli cui non importa il calcio ma il campanile (la definizione e' mia), iii) per l'effetto distributivo a favore dei club "ricchi" dentro il Campionato Europeo, contro i "poveri" fuori.

provo a discutere i punti a uno a uno. non sono d'accordo con nessuno di essi infatti. provero' anche a evidenziare la "logica economica" delle mie risposte.

1) riprendo dal tuo articolo il punto

Ammesso di persuadere l’UEFA e gli
altri club europei a prendere in considerazione la proposta, la chiave
per la sua concreta realizzabilità sarebbe la questione dei diritti televisivi.
A differenza dell’attuale legislazione italiana (negoziazione
individuale), l’UEFA è riuscita nel 2003 a ottenere una parziale
esenzione dall’
Antitrust europeo, potendo così mantenere la negoziazione centralizzata dei diritti televisivi della Champions League. (2)
Gli ingenti proventi che ne derivano sono distribuiti su base
meritocratica, in funzione dei risultati ottenuti nel corso della
competizione. Esistono quindi forti interessi al mantenimento di uno
status quo che assicura grande soddisfazione economica a tutte le
squadre partecipanti. È bene poi ricordare che l’esenzione dalle norme
antitrust è stata concessa, oltre che in virtù delle note specificità
del settore sportivo (dove il benessere dei tifosi/consumatori si
ritiene crescente con il grado di equilibrio sul campo), soprattutto in
ragione della formula a eliminazione diretta della competizione che
rende impossibile una negoziazione individuale.

ma il fatto che la politica e la burocrazia giochino contro non e' ragione per avere dubbi sul Campionato, dubbi che piuttosto andrebbero riposti sulla politica e la burocrazia. il fatto che la UEFA possa mantenere rendite di monopolio solo con questa struttura di campionati la dice lunga sulla UEFA e sull'anti-trust europeo. stiamo discutendo sul beneficio per i tifosi non per la UEFA, e nemmeno per i club che dividono allegramente le rendite.

2) Riprendo ancora:

Sono i "veri" tifosi, quelli cioè per
i quali Ascoli – Milan conta quanto, se non più, di Milan – Barcellona,
ovvero quelli il cui interesse per l’evento sportivo non cala al
crescere del divario tecnico e per i quali, quindi, l’argomento della
tutela dell’equilibrio competitivo non vale. Il benessere di tali
tifosi è legato alla prosecuzione dei campionati nella forma attuale,
incluse le rivalità di campanile, le sfide tradizionali e, soprattutto,
il meccanismo di promozioni e retrocessioni, fonte di importanti
gratificazioni e tratto distintivo – per riconoscimento della stessa
Unione Europea – dello sport europeo. La creazione della superlega finirebbe per distruggere almeno parte di tale benessere.

Ma i tifosi committed, quelli di milan-ascoli perderebbero pochissimo. quelli committed del Milan saranno ancora piu' committed a vedere Milan-Real Madrid, e vedranno in piu' grande calcio. rimangono quelli dell'ascoli; ma questi potranno sfasciare le vetrine o urlare in curva durante ascoli-bologna. per definizione a questi importa molto meno il calcio, quanto le rivalita' di campanile. queste le avranno. perderanno alcune delle partite piu' belle, ma la loro per definizione importa meno che non agli altri. [qui sta la logicita' economica dell'argomento, la definizione di tifo committed implica una loro struttura di preferenze e di domanda che inficia il tuo argomento] e il meccanismo di promozioni e retrocessioni puo' rimanere invariato, con anche accesso al Campionato Europeo (su questo, che so tu dubiti, dopo). vorrei anche notare che questo tifo committed e' si' il bello del calcio europeo, ma anche il brutto, non dimentichiamocene. un poco questo meccanismo va limitato (sul serio, nei fundamentals, non chiudendo gli stadi).

Nota anche che i tifosi uncommitted sono endogeni (come ski� ha dimostrato). e sono in tutto il mondo; milioni di milioni. non possiamo continuamente dire che questi sono i tifosi che vogliamo, quelli che comprano magliette e non rompono vetrine ne' uccidono poliziotti, e poi dargli ascoli-messina. bisogna dargli milan-real madrid.

3) la questione della disparita'. tu dici:

Se invece si pensa a una lega aperta,
con un meccanismo di promozioni e retrocessioni dalle leghe nazionali,
ecco che i dubbi aumentano. Si tratterebbe infatti di un unicum a livello mondiale. Rapidamente il divario tecnico-economico tra insider e outsider
diverrebbe incolmabile per cui non è chiaro come un club che partecipa
al campionato nazionale (con risorse tecnico-economiche a esso
commisurate) potrebbe sperare di battere in un playoff tecnicamente
credibile – cioè disputato su più partite – un club proveniente dalla
superlega.

Il fatto che ci siano grandi guadagni al partecipare al Campionato Europeo significa l'opposto che il divario diventi incolmabile. Se la lega e' aperta squadre "minori" competeranno tenacemente per entrarvi, magari un anno solo, proprio per i guadagni associati. Guarda cosa la speranza di Champions fa al Palermo. Ma com'e' che dimentichi gli effetti della competizione?? il fatto che i club che sono dentro cercheranno di mantenere la posizione e' ovvio, ed e' per questo che e' necessario mantenere nella struttura forme di competizione. ma non l'opposto: competizione e' bene, anche nel calcio; non si puo' argomentare, come fai implicitamente tu, che competizione e' male perche' genera sforzi per costituire posizione dominante e quindi disparita' tra chi e' dentro e fuori. [anche qui, l'argomento economico e', competizione genera turn-over tra chi sta al top, non posizione dominante] Ibra era sul mercato libero. certo che non c'e' spazio per tutti, ma Palermo+Messina+Cagliari possono mettere assieme una squadra eccezionale che puo' sfidare il Milan; e un imprenditore come Abramovic puo' fare quello che vuole. non vedo limitazioni della concorrenza degne di nota. vedodimensione ottima, questo si (l'europa puo' sopportare un numero limitato di grandi squadr, come di fabbriche di frigoriferi). Lo so e lo capisco che il calcio non e' un bene come il frigorifero, ma non basta dire che non lo e' per argomentare che quindi concorrenza non funziona. bisogna argomentare che concorrenza non funziona direttamente, e io non lo vedo, in termine di effetti di prim'ordine

Non dico che il design della struttura ottimale di retrocessioni-promozioni nei campionati nazionali sia facile. ma nemmeno impossibile

Sul tuo ultimo punto, sul Salary Cap, non commento perche' non direttamente connesso. mi limito a notare che anche li' c'e' una implicita concezione della nozione di concorrenza che non capisco da dove venga.

Anch'io ero scettico sul punto 1: ma davvero l'UEFA ha il monopolio sul calcio europeo? Davvero se io e il mio amico pablo a madrid decidiamo di mettere su due squadre, farle giocare e vendere biglietti dobbiamo chiederlo alla UEFA? A me pare strano e se e' vero questo viola certamente varie regole antitrust europee e nazionali. Capisco che la UEFA possa ricorrere a ritorsioni del tipo vietare ai giocatori non associati di partecipare alle nazionali, ma siamo sicuri che se le maggiori squadre europee decidono di fare da sole il ricatto della uefa sia praticabile e credibile? PS anche per questo io credo che la strada praticabile sia quella della lega "chiusa".

Rispondo un po' di fretta, ma spero di farmi capire. Sul punto 1), spiacente (e a me, badate, dispiace parecchio), ma è proprio così: l'UEFA ha per così dire il monopolio "legale" sulle competizioni calcistiche, perché se quattro amici al bar provano a creare una lega alternativa tutti i giocatori che vi partecipano sono automaticamente esclusi dalle competizioni UEFA e FIFA (ovvero dalle nazionali, ovvero dalla coppa del mondo, ovvero da almeno parte dei contratti pubblicitari). Che questa sia una clamorosa violazione delle norme antitrust è ovvio, ma esiste amplissima giurisprudenza USA (a partire dal baseball negli anni Venti!) ed europea che ha sancito che è giusto così, e non ci si può far niente. Salvo una completa rivoluzione del sistema sportivo, ma questo ci porterebbe (per ora) fuori tema. 

Sul punto 2) il discorso è sempice: si tratta di ben definire cosa si intende per tifosi committed e quali sono gli argomenti della loro funzione di utilità. Non necessariamente si deve pensare agli ultras violenti. Potrebbero semplicemente essere gli amanti del calcio "pane e salame" di una volta, quando il derby Milan - Inter (ma anche, che so, il match non di cartello Roma - Pizzighettone) era sempre alle 3 del pomeriggio e si mangiava la michetta col salame allo stadio in attesa della partita: non vedo nulla di male a preferire tale tipo di spettacolo a quello offerto dal posticipo televisivo serale. O ad amare di più i giocatori "bandiera" stile Riva o Antognoni invece dei moderni "mercenari" (esiste modellistica anche sugli effetti di questo tipo di "amore per la maglia"). Notate comunque che non affermo che gli interessi dei committed debbano prevalere su quelli dei tifosi uncommitted, dico solo che non possono essere trascurati da un social planner anche solo approssimativamente benevolente e che il segno algebrico è comunque ambiguo.

Il punto 3) è quello più delicato: è ovvio che la competizione stimola l'efficienza e porta benefici, ma: primo, sul piano generale l'economia dello sport ha dimostrato da 50 anni (Rottenberg 1956, JPE) che la relazione tra "imprese" nello sport è un misto di competizione e cooperazione, per cui usare gli schemi standard della concorrenza è insufficiente, se non controproducente (parecchi "arrosti" delle autorità antitrust in tema di sport sono stati dovuti proprio al trascurare questo aspetto); secondo, il vero problema sarebbe la barriera all'entrata nella superlega "aperta". L'automatica retrocessione non verrebbe mai accettata da chi partecipa alla superlega perché significherebbe introdurre un elemento di eccessiva aleatorietà del fatturato, mentre un eventuale playoff "serio" di ammissione sarebbe fuori portata tecnico-economica per chi proviene dalle leghe nazionali. Mettiamola così: non è che Bill Gates per sostituire il market leader IBM è dovuto PRIMA diventare grande e forte come la IBM stessa, eppure questa sarebbe la condizione necessaria per, che so, il Cagliari affinché possa sostituire nella superlega l'Inter o il Barcellona: ed un investimento preventivo di tale entità, senza certezza del risultato, non vedo chi lo vorrebbe o potrebbe sostenere. Concordo quindi con Andrea: l'unica way out fattibile mi pare la lega chiusa, con criteri di ammissione stile NBA, ma questo ci riporta al punto 2), ed anche al punto 1 perché, almeno in Europa, le esenzioni antitrust sono vincolate al mantenimento del sistema di promozioni e retrocessioni. Comunque se ne può discutere con più calma. Ora la mia cena (Italian time) incombe.      

Cerchero' di rispondere evidenziando quelli che a me paiono i problemi logici (di logica economica) delle tue posizioni.

1) Non si possono confondere argomentazioni teoriche e/o di policy con argomentazioni di fatto. Che la Uefa abbia monopolio e' male, non bene. Usare il fatto che la Uefa abbia monopolio per argomentare che il Campionato Europeo non sia possibile e/o desiderabile e' semplicemente errato. La posizione corretta e': c'e' un monopolio, distorce il mercato del calcio, e tra le altre cose rende difficile il Campionato Europeo. (Ho anche dei dubbi sul fatto che tale monopolio sia solido come tu pensi; sottovaluti enormemente l'importanza della televisione, secondo me; ma questo e' discorso diverso.)

2) Il punto non e' che i committed siano violenti, ma che, essenzialmente per definizione, ai committed importa poco del fatto che Inter e Milan non giochino nel campionato dei comuni mortali. Ancora una volta, la logica economica: se sono committed, gli importa poco del grande calcio televisivo. E poi non vale dire ci sono committed e non committed, la michetta etc.: prova fare un conto di quanti guardano (allo stadio on in tv) Inter-Real o Inter-Messina. Siamo nell'ordine di 100, forse 1000 volte, tanto. Non basta trovare preferenze astruse per argomentare contro: mio nonno odia le pillole, solo al vederle; dovremmo chiudere l'indistria farmaceutica?

3) Ancora una volta prendi monopolio per dato e intoccabile; le squadre non accetterebbero retrocessione? e perche' IBM ha accettato Apple? Ha cercato di fermarla, ma sai com'e'! E poi, la letteratura ha dimostrato che nello sport c'e' cooperazione (cioe' comportamento non-concorrenziale)? E allora? C'e' ed e' male. C'e' anche il cartello del petrolio, e l'oligopolio della distribuzione di dischi e dvd: e allora? Assumi che se c'e' e' bene. Se il Cagliari puo' competere con l'Inter perche' glielo permetti e se la vittoria comporta un mucchio di soldi, competera'. Quale e' la frizione che glielo impedisce? Cosa fa l'Inter? Ha piu' tifosi committed? Si', ma sono irrilevanti. La gente in TV vuole guardare Ronaldinho, e lo guarda anche se gioca per il Cagliari.

Infine, come fai a non vedere che in una lega chiusa o semi chiusa il tetto ai salari dei giocatori non e' che una rendita monopolistica delle squadre nella lega?

 

Guarda Alberto che io non sono affatto a favore del monopolio. Dico solo che c'è, è sancito dalla legge/sentenze e trovo poco utile discutere (specie su lavoce.info) di cosa succederebbe in un mondo virtuale in cui le cose non stanno così. Per indole, preferisco di gran lunga provare a correggere, sia pur parzialmente, qualcuna delle distorsioni del mondo reale. By the way, la storia dello sport USA mostra ampiamente che i tentativi di creare leghe alternative a quella dominante sono sempre miseramente falliti. L'unica parziale eccezione è stata l'ABA del basket anni 70 che invece di fallire si è fusa con (in realtà le squadre migliori sono state inglobate da) la dominante NBA [lega quest'ultima che ammiro quasi incondizionatamente e che per me rappresenta il modello da imitare]

Questo sul piano generale (ovvero il punto 1). Sui punti specifici successivi:

2) i tifosi committed: continui a fraintendere. La mia tesi è solo che non è affatto ovvio che spingere nella direzione del "grande calcio in tv, superlega, ecc. ecc." significhi per forza aumentare il benessere sociale. E' un argomento, se vuoi, empirico, ma per dare una risposta occorrerebbe mettere in conto non solo l'audience televisiva, ma anche le affluenze negli stadi, il merchandasing, il valore che ha per un team acquisire un tifoso committed - che poi sarà "cliente" per tutta la vita - rispetto ad un tifoso televisivo "tiepido" o "occasionale", ecc. ecc. Sarebbe un bel paper riuscirci, e magari un giorno lo scriverò.

3) qui ti sbagli, e pure di grosso. La cooperazione tra club non è un qualcosa che si può o si deve eliminare: è intrinseca al fenomeno sportivo. Questo perché la "produzione di un evento sportivo" (cioè una partita) è un caso di inverse joint production, ovvero servono due processi produttivi (due squadre) per avere una unità di output (un match). Da soli non si gioca, non so se te ne sei mai accorto... Tutta la letteratura di team sports economics parte proprio da questo presupposto, che non ha ovviamente nulla a che fare con questioni di collusione, Moggiopoli, ecc. ecc., ma che ha ovvie conseguenze economiche. Per esempio, se i ricavi della lega sono shared è semplicissimo dimostrare che può persino convenire ad un piccolo club perdere le partite perché preferisce ricevere la fetta dei maggiori ricavi del club grande (vedi p.e. Fort & Quirk, JEL, 1995). Questo sul piano teorico, ma anche sul piano della policy le conseguenze del nesso tra i team mi paiono evidenti e, come ho già detto, chi le ignora rischia di fare errori grossolani. Per esempio: fu l'AGCM ad obbligare nel 2000 i club italiani di calcio alla negoziazione individuale dei diritti TV, con i bei risultati che ci siamo ritrovati; ora l'AGCM ha fatto marcia indietro. Nota tra l'altro che, proprio per tale motivo, esiste un un approccio alternativo agli sport di squadra che modella l'intero campionato come se fosse il prodotto di un'unica impresa - la lega - e quindi con un'unica funzione obiettivo da massimizzare.

4) infine, il salary cap. Forse hai ragione, nel pezzo sulla voce.info mi sono spinto troppo in là con l'entusiasmo. Il punto è che la letteratura ha dimostrato che è la sola misura di policy che, problemi di enforcing a parte, è davvero efficace a promuovere l'equilibrio sul campo tra i club. Esistono anche verifiche empiriche di questo risultato. Ed è vero che il cap crea una rendita per i club, ma è anche vero che la quota-ricavi che va a monte salari è contrattata dai giocatori che hanno forti strumenti di pressione (= sciopero) per ottenere la fetta più grossa dalla negoziazione. L'esperienza NBA è ancora una volta illuminante al riguardo: è assodato che il salary cap è stato uno dei fattori del grande boom della lega negli anni Ottanta e Novanta (certo, Magic, Larry e Air hanno aiutato parecchio...). 

Detto questo, sul piano puramente teorico, il mio sogno è una lega europea tipo NBA per tutti i maggiori sport di squadra, con partite in tv a tutte le ore, ma questo, appunto, è solo un sogno da tifoso (per giunta molto poco committed). 

Scusami Nicola, so che appariro' antipatico e arrogante, ma io impiego tempo e fatica a tenere dietro a nFA, pure per quel poco che faccio. discuto volentieri, mi piace farlo per vocazione e imparo molto dal farlo. per questo pero' davanti a una affermazione tipo

"trovo poco utile discutere (specie su lavoce.info) di cosa succederebbe in un mondo virtuale"

(l'implicazione essendo che su LaVoce.info si tende a dire cose di sinistra, suppongo; o cose meno teoriche, o comunque cose diverse che altrove).

la mia reazione e' che avrei potuto occupare meglio il mio tempo che non ingaggiare questa discussione ...

Comunque, mi pare che su 1 e 2 non ci sia piu' nulla da dire. Su 3 invece mi spiace ma proprio non ci sei. inverse joint production e' un parolone per molti lettori e per me solamente un inutile e confuso argomentazione errata. le partite si fanno in due, pare anche a me (anche se vedere ronaldino colpire la traversa da solo 5 volte di fila - si lo so so era un trucco - e' meglio di tante partite che ho visto in tv quest'anno) ma questa non e' giustificazione per potere di mercato nemmeno nella fantascienza in cui evidentemente credi LaVoce.info viva - sono molto meglio di cosi' e per quanto un po' schierati sanno fare due piu' due). dalle partite a due ai modelli con una sola lega chiusa c'e' lo stesso spazio che c'e' tra i modelli di search nel mercato del lavoro e quelli con un giochino tra padroni e sindacati che andavano di moda negli anni 80 in italia.

Guarda che parlando della voce.info non mi riferivo affatto alla politica. Di sinistra? di destra? almeno sul calcio e l'economia dello sport, please, lasciamo fuori tali argomenti. Mi riferivo all'ovvia, straovvia, circostanza che su un (eccellente!) sito di divulgazione economica quale ritengo sia lavoce.info, letto non solo da chi un PhD in economia, mi pare semplicemente doveroso proporre suggerimenti realistici e molto concreti di policy e non "mondi virtuali" ai quali mi dedico se devo scrivere un paper per una rivista scientifica. Libero tu di pensarla diversamente, ma non capisco l'intolleranza verso chi, scrivendo sul quel sito, cerca semplicemente di dare un piccolissimo contributo di divulgazione (se poi qualcuno ci scrive con secondi fini, per mandare messaggi politici trasversali, non me ne importa nulla). Quanto all'inverse joint production, vedo che continui a non capire: essa non ha nulla a che fare con il potere di mercato, è un dato oggettivo, tecnologico del particolare settore produttivo chiamato sport (più precisamente, produzione di eventi sportivi di squadra), che per questo è diverso dalla produzione di auto o servizi professionali. Mettiamola così: nel settore dello sport la tipica alternativa coaseana "market or firm", ovvero la possibilità di NON avvalersi della cooperazione centralmente organizzata degli input, non esiste. You can do nothing about it. E l'analisi diventa interessante proprio perché si devono conciliare elementi di competizione e mercato che indubbiamente esistono tra i club con tale oggettiva esigenza di "produzione cooperativa" dell'output.

P.s.: i modelli dei giochi banca centrale - sindacati degli anni 80 erano proprio carini! E di grande valenza euristica, seppur metodologicamente MOLTO discutibili. Anzi, mi hai datto un'ottima idea per un paper di sports economics. Quando lo scrivo, te lo mando per farmelo stroncare... 

il fatto che lavoce.info non sia letta da PhD non significa che non puoi andare al cuore del problema: la Uefa ha potere di mercato che non dovrebbe avere. questo lo capisce chiunque. se invece fai l'esperto e non gli dici che stai assumendo che il mercato del calcio e' uno schifo, solo perche' lo e', allora induci il lettore a pensare che meglio di cosi' non si puo' fare. che e' il tuo punto di quell'articolo.il punto e' misleading proprio perche' non fai notare che la struttura di mercato e' falsata. lo prendi per dato.

sull'inverse joint production, ripensaci e ti accorgerai immediatamente che sei tu a non avere capito. tu sembri credere che inverse joint production significhi cooperazione, necessaria mancanza di concorrenza. ma questo e' ovviamente errato. il punto di michele e' lo stesso. il fatto che ci sia bisogno di matching per produrre non ha rilevanti effetti sulla efficienza di mercati competitivi. nessuna. 

E guarda che 1) ci ho scritto su lavoce.info, nessun pregiudizio verso di loro; 2) la frecciata sulla sinistra si riferiva al fatto che difendi i monopoli senza chiamarli con il loro nome; se invece che farlo per far contenti i lettori di sinistra lo fai inducendo "quelli che non hanno phd" a credere che il calcio non puo' essere modificato, che differenza fa.

Punto primo. Su un precedente intervento su lavoce.info avevo già detto più o meno quanto sostieni tu: vedi http://www.lavoce.info/news/view.php?id=20&cms_pk=1970&from=index . Per cui ti prego di non mettere in dubbio la mia onestà intellettuale verso gli utilizzatori del sito.  Anche perché il tema del mio secondo pezzo non era ripetere la solita, ed ovvia, tiritera sul potere di monopolio dell'UEFA (già sviscerata da altri, il mio infatti, non lo scordare, era un commento a numerosi pezzi precedenti). La tesi era solo chiedersi se la superlega fosse assolutamente un bene oppure se si dovesse andarci cauti e valutare attentamente costi e benefici. Si rischia la fucilazione se si afferma questo?

Punto secondo. Scusa, ma non esiste mica un solo modo per descrivere un fenomeno economico, o sbaglio? Non mi dirai che esiste monopolio proprio nel mercato delle idee? Nel caso del fenomeno "sport di squadra" a mio modesto, modestissimo, avviso, è più efficace, ovvero "spiega meglio", concentrarsi sull'aspetto della produzione congiunta, al limite descrivendo il contributo dei singoli club come veri e propri input complementari alla creazione dell'output "campionato": è quanto ha fatto, per dire, la Commissione UE nella decisione sui diritti per la Champions League. Ben vengano però spiegazioni alternative, tipo matching o modelli standard di IO basati sulla pura e semplice concorrenza tra imprese rivali (che, però, del tutto rivali appunto non sono...). Il vantaggio del "mio" approccio è che esalta l'aspetto del tutto peculiare, anzi unico, dello sport rispetto alle altre attività produttive. [Per esempio, sui diritti tv si può pensare che vi sia monopolio bilaterale tra Sky e, che so, Inter o Juve, mentre vi è monopsonio tra Sky e, che so, Atalanta; ma il punto chiave rimane che l'Inter, nella sua funzione obiettivo, dovrà in qualche modo tener conto anche dei  ricavi dell'Atalanta, pena la perdita di interesse del campionato, e quindi di ricavi per la stessa Inter]. Altri approcci esalteranno invece gli aspetti comuni tra sport ed altri settori. Di nuovo, si rischia la fucilazione a proporre una modellizzazione differente (che poi è quella mainstream nella piccola nicchia dell'economia dello sport) e se si trova che in tal modo i risultati di policy non vengon fuori clear cut?

Punto terzo. Non mi è chiara la tua frase "il fatto che ci sia bisogno di matching per produrre non ha rilevanti effetti sulla efficienza di mercati competitivi". Intuisco cosa significhi nel caso generale di un qualsiasi processo produttivo in cui l'impresa debba "matcharsi" con i lavoratori e, sempre intuitivamente, mi convince. Ma, davvero, non riesco a trasferirla al caso dell'economia dello sport. Colpa mia, s'intende, sono ignorante in materia... Che significa "c'è bisogno di matching" nel contesto sportivo? Che c'è bisogno, come dico io, di due imprese/club indipendenti per produrre un'unità di output/incontro? O, come forse pensi te, di due input diversi, ma complementari? O è formalmente la stessa cosa per il modello che hai in mente? E, ancora, di quale concetto di efficienza parli? Dal punto di vista della singola impresa/club, dei consumatori del prodotto finale "campionato" o della lega composta da n club? Infine, nel modello che hai in mente te è ammissibile che l'obiettivo individuale del matching sia appropriarsi di un premio indivisibile (la vittoria) ma che al contempo entrambi i club abbiano interesse anche a mantenere in vita la controparte per non rendere impossibili gli accopiamenti futuri?

Ti prego di credermi, sono sinceramente interessato a capire perché, come ho detto e ridetto sono molto insoddisfatto della modellistica corrente di team sports economics per cui ogni suggerimento in materia mi sarebbe di grande aiuto. Un bell'acknowledgment al dibattito su NfA ed a te personalmente è garantito!

... si riesce a scaldarsi per temi del tipo "come organizzare il campionato", invece che sui risultati del campionato stesso. Sara' che, almeno li', l'Inter stravince invece di far cappelle come in Champions ...

Ad ogni modo, non riesco bene a capire su che cosa vi scaldiate tanto aldila' della terminologia che usate, e delle strane e personali relazioni che avete con l'organo ufficiale degli economisti italiani. Infatti, non son ben certo d'aver capito il tema della discussione, ma ci provo lo stesso perche' m'avete stuzzicato l'appetito. 

Se sia o meno difficile costruire leghe nuove, non ci piove: e' difficile. Pero' non e' impossibile e si puo' fare quando ci sono opportunita' di profitto non sfruttate. Come l'esperienza mostra, quando questo succede la lega dominante reagisce adattandosi e modificando le sue regole in modo da assorbire la lega concorrente. Nulla di male, visto che il risultato finale e' comunque un campionato piu' divertente. La NBA e' un successo perche' reagisce e si adatta all'arrivo ed al rischio di concorrenti. Lo stesso e' successo con la F1 di Ecclestone quando Ferrari e gli altri grossi han cominciato a minacciare di andarsene. Non vedo il problema, trattasi di questione eminentemente empirica. In termini normativi ovviamente sembra ragionevole permettere la creazione di una lega nuova. Ed ovviamente sembra folle che cose come la FIFA, UEFA, FIGC-Lega, siano al tempo stesso monopoli e recettori di sussidi pubblici! La NBA e' un club esclusivo (e quindi monopsonistico sui suoi giocatori) ma NON riceve sussidi da Washington o da nessuna altra parte (quasi, ogni tanto qualche team riesce a strappare contributi locali per lo stadio, ma e' poca roba). L'anomalia tutta di stampo europeo e' ovviamente quella: un pateracchio che e' a meta' pubblico ed a meta' privato, con sussidi ed esclusivita' al tempo stesso. 

Sulla questione tifosi "dedicati" versus tifosi "infedeli", non vedo perche' debba esserci contrapposizione. Proprio il basket USA mostra che vi e' spazio per entrambi, e che possono convivere allegramente ed anzi creare vantaggiose complementarieta'. Credo che non ve ne rendiate conto perche' nessuno di voi due vive negli USA (Alberto vive al Greenwich Village, che gode di extraterritorialita' culturale). Se ci viveste, negli USA, avreste sentito parlare di NCAA e dei campionati di basketball che organizza. Hanno piu' spettatori (sia negli stadi che in televisione) di NBA, e muovono diritti televisivi di uguale o maggior dimensione. E' il campionato dei tifosi dedicati, dove la gente tifa per il proprio college o per (uno dei college del) la propria citta' o dello stato. Il campionato alla fine elegge un campione nazionale, ma attraverso miriadi di "subcampionati" (si chiamano "Conferences") che si intersecano ma anche escludono, da Big 10 a Pac-10 a Atlantic ... Insomma, non ci sarebbe nessuna difficolta' ad avere una European League con 20 super clubs europei, e poi leghe nazionali, o addirittura transnazionali ma "omogenee" tipo: citta' d'arte con meno di 300mila abitanti (Venezia, Avila, Avignone e Maastricht dentro, Firenze fuori), oppure la lega dei porti meditterranei, con dentro il Marsiglia e fuori l'Oporto ... eccetera, eccetera. Brevettate l'idea, prima che ve la rubino.

Su "inverse joint production", anche a me sembra uno strano ed abbastanza inutile concetto. Non leggo economics of sport, pero' non vorrei si fossero inventati una teoria economica tutta loro solo perche' non capiscono bene quella a disposizione. Non e' solo per giocare una partita che "it takes two for tango", e non credo che siano necessari concetti tanto complicati per capire modelli di produzione in cui c'e' scarsa sostituibilita' fra fattori di produzione. Scarsa, non nulla, perche' se il team B non vuole giocare contro il team A, il team A puo' sempre chiedere al team C, D, E, F, ... di farlo. Si chiama "matching" (infatti, guarda caso, fanno un "match") e si suddivide il surplus a seconda del relativo potere di contrattazione. Niente di straordinario e niente di incompatibile con modelli "concorrenziali" e con l'ovvia implicazione che qui proprio non c'e' nulla di intrinsicamente cooperativo. Tanto per continuare con la tradizione che seguo nel workshop con i miei studenti, usiamo il caso del sesso. Possiamo interpretare una bella scopata come un classico esempio di cooperazione, ma una bella scopata e' tipicamente frutto di un buon searching e di un buon matchin durante i quali piu' "entry" (pun not intended, per gli anglo-ablanti) c'e', meglio stanno entrambi i futuri partners di letto. Questo implica che concorrenza nel mercato per searching e matching sessuale fa bene al sesso, anche se questo (in certe fasi) ha natura cooperativa (ed in altre altamente competitiva, ma non vorrei scandalizzare troppo scendendo nei dettagli tecnici). A meno che, appunto, non si sia un soggetto molto mediocre che, per caso fortuito, e' finito nel bar pieno di ottimi partners potenziali dell'altro sesso ed a cui qualcuno ha dato in mano le chiavi della porta del bar. Nel qual caso il mediocre soggetto sara' senz'altro tentato di chiudere la porta a chiave e dire a chi e' dentro: sentite, viste le circostanze, perche' non cooperiamo?

Questo non ha NULLA a che vedere su come si fa la contrattazione sulla spartizione dei diritti televisivi. In questo caso non e' molto chiaro cosa sia la funzione di benessere sociale da massimizzare, ma la teoria in principio non suggerisce che i clubs di calcio piu' deboli sarebbero necessariamente svantaggiati dal bargaining individuale, sempre che sappiano usare intelligentemente il loro potere di veto generato dal fatto che vi e' sostituibilita' limitata. Se invece sono altamente sostituibili, beh allora sono altamente sostituibili e, come di nuovo insegna il paradigma del sesso, dovranno considerare quale potere di contrattazione fornisce loro l'onanismo: possono sempre far pagare i biglietti ai tifosi "dedicati" che amano assistere ad eterni allenamenti la domenica pomeriggio. Insomma, ed al di la' delle decisioni della AGCM che - come giustamente argomenta Roberto Perotti sul Sole 24 Ore del 6 Marzo - e' composta da soggetti che sanno di economia in generale ed economia industriale in particolare come io so di indexicals (per sentito dire da Palma), QUESTO mi sembra un punto su cui vale la pena discutere a mente aperta e seriamente. Personalmente non ho un modello ovvio della situazione, ed ho anche una certa difficolta' a capire come calcolare il beneficio sociale della cosa, visto che, dal punto di vista della televisione, la scelta non e' "o il campionato di calcio o niente" ma "o il campionato di calcio o un altro campionato o uno show di vallette o un serial di cowboys, o un dibattito fra Palma e quelli dell'AGCM sugli indexicals nella teoria della concorrenza" ... Visto che entrambi sembrate invece avere delle opinioni chiare, perche' non le mettete giu' in modo che almeno quelli come me le possano capire?

Tetto sul monte salari: anche io la pensavo come Nicola, sino a quando ho cominciato a riflettere sul Real Madrid, ai tempi in cui li' vivevo. Mi sembra il controesempio piu' ovvio al fatto che togliere il tetto salariale NON porta necessariamente alla dominazione della squadra piu' ricca, anzi. Nota che la squadra piu' ricca, il Real, fa comunque una valanga di soldi: Florentino e' contentissimo dei suoi acquisti di stelle, anche se non hanno vinto nulla da parecchi anni a questa parte (con grande allegria del mio amico Juanjo) e son diventati antipatici persino a mio figlio. Vendono magliette, diritti televisivi, tours in Asia e cretinate varie a man bassa, facendo soldi a palate. Ma la (Real Espanola) Liga de Fútbol Profesional non mi sembra per nulla essere meno competitiva a causa del fatto che Florentino spende alla grande. Anche in questo caso, quindi, mi muoverei cautamente prima di arrivare alla conclusione a cui Nicola (ed apparentemente quelli che fanno economia dello sport) arrivano.

Non vedo proprio, per quanti sforzi io faccia, dove sia l'aspetto rendimenti crescenti nei tornei degli sports di squadra e dove ci sia il blocco all'entrata che permetterebbe ad una eventuale posizione monopolistica mantenersi per lungo tempo. A meno che tale blocco all'entrata non si crei legalmente, per favorire qualcuno che si dedica al lobbying, ossia alla corruzione del politico. Alternativamente, si potrebbe credere che vi sono al piu' 20 giocatori di alta qualita' nel mondo, e che, una volta che li compri tutti per la tua squadra, la miglior selezione alternativa non ti puo' battere di sicuro. L'evidenza suggerisce che tale ipotesi e' completamente erronea: ci sono alcune centinaia di giocatori altamente sostituibili l'uno con l'altro, e c'e' vita anche dopo Ronaldo ... e forse anche dopo Ibra ...

 

Scusa Michele, ma ho letto il tuo post solo dopo aver risposto velocemente a quello di Alberto.

Sulla NCAA, nulla da dire. E' un esempio molto azzeccato (e che mi sta particolarmente a cuore, specie in tempo di March Madness...) di tifosi VERY committed anche in USA. L'unica perplessità è sui tempi: quanto anni ci vorrebbero per (ri)creare lo stesso commitment in Italia su un campionato alternativo alla superlega europea? Sul monte salari, l'ho già scritto: forse ho peccato di entusiasmo, certezze non ve ne sono, ma non vedo quali altre "piccole" misure correttive possano esserci, dato il vincolo di mantenenere inalterata la struttura attuale del sistema calcistico. 

L'osservazione più stimolante è sul matching. Premesso che la mia conoscenza di tale letteratura si limita ai manuali di macro tipo David Romer, penso di poter dare per scontato che in tali modelli si tenga conto sia dell'elemento "cooperativo" di accoppiamento che di quello concorrenziale tra potenziali partner dell'accoppiamento stesso. Il punto è che però non riesco a capire come tali modelli possano essere applicabili alla realtà dello sport di squadra. O meglio, capisco che si possono applicare, ma sinceramente non mi paiono il tipo di modellistica più adatta per rappresentare un processo produttivo dove: 1) l'elenco dei partner è dato in partenza: sono le squadre iscritte ad un certo campionato o lega (discorso diverso sarebbe utilizzare il matching per selezionare dal pool di tutte le squadre professionistiche europee le 16-20 che accoppiate tra loro massimizzano una qualche misura del benessere sociale -  la superlega, appunto - e se è a questo che pensi, accetto in pieno l'osservazione, ma si torna al mondo del "virtuale"); 2) l'obiettivo del singolo match/processo è "distruggere" il partner (come esempio sessuale ti va bene la mantide religiosa? o Sharon Stone in Basic Instinct?), cioè batterlo ed appropriarsi di tutto il premio, che è indivisibile; 3) ma se ciò avviene, o avviene troppo sistematicamente, il match/processo successivo non ci sarà, perché da soli, appunto, non si gioca (ci sarà un match con un'altra squadra, ovvio, ma l'intuizione è che se il team X vince tutte le partite, le altre squadre falliscono o rinunciano a competere ed X rimane a giocare da solo); 4) questo ragionamento può facilmente essere legato ad un discorso sui ricavi e quindi a quello dei diritti televisivi (dove pure valgono le tue legittime e condivisibili considerazioni sulla grande difficoltà del definire in tal caso quale sia il mercato rilevante). 

La questione in estrema sintesi è: se come club ho il 100% dei ricavi totali della lega, compro il 100% dello stock di talento (considerato DATO in quasi tutti i modelli) e quindi vinco sempre e faccio felici i miei tifosi committed. Al limite, però, finisco a giocare da solo (perché gli altri club chiudono bottega) e quindi i miei ricavi diventano il 100% di zero! Ma se ho ricavi per il 50% del totale, vinco solo il 50% delle volte perché posso comprare solo il 50% dello stock di talento, ma forse ottengo comunque profitti MAGGIORI di prima perché un torneo equilibrato è più interessante e quindi più seguito dai tifosi, specie se uncommitted. Ma allora può forse convenirmi "tenere in vita" le mie rivali, ed anzi lasciar loro metà delle vittorie e/o dei ricavi. Infine, il policy-maker (lega o federazione) potrà spingere verso l'uno o l'altro esito a seconda di come costruiamo la sua funzione obiettivo. I corni del dilemma sono questi, almeno nella letteratura standard di team sports economics, che però riflette senza dubbio - sono il primo ad ammetterlo, anzi l'ho anche scritto in un paio di paper formali - una modellistica ormai datata perché nata negli anni Settanta.

Andiamo per ordine.

- Dedicati e non, questione risolta dall'esempio NCAA direi. L'aspetto quantitativo (quanto tempo ci vorrebbe) ha una risposta ovvia: SE sono davvero committed, sono committed alla squadra non allo specifico campionato. Allora, come prova l'esempio Juventus di quest'anno, i veri committed rimangono e non gli fa un baffo, anche se giochi nel nuovo torneo riservato alle squadre con padroni capitalisti di stato con la erre moscia e managers ladroni patentati.  Se non sono committed si guardano la Euro-league, e son ancora piu' contenti. Fine della storia, a meno che il problema non sia quello di preservare i redditi, il potere locale ed il potentato monopolistico dell'attuale padrone dell'Anconetana, o del Catania se e' per quello. Ma allora stiamo parlando di tutt'altre faccende, non piu' di fare il campionato di calcio che piu' diverte.

- Matching, ho l'impressione che non ci capiamo. Appena ho un po' di tempo ci torno con i dettagli, ma, in soldoni: matching si puo' fare fra 2 o fra 22 o fra 222. Il paragone del sesso, nei casi con molte persone, diventa ancora piu' interessante. Non mi pare che il problema sia distruggere l'altro, ma produrre/vendere un prodotto (lo spettacolo calcistico) che compete con altri prodotti. Interpretare il campionato come un processo produttivo mi sembra un'operazione fantasiosa, e foriera d'interessanti predizioni. In un altro commento suggerisci che questo e' l'approccio standard (in Europa, aggiungo con certezza) in economia dello sport ed e' quello seguito dalla Commissione Europea. La cosa mi incuriosisce, si possono avere dei riferimenti tecnici, dei papers/libri/documenti dove questo modello venga sviluppato ed usato per interpretare la realta'? Mi sembra veramente interessante e vorrei capire qual'e' la logica visto che implica che l'integrazione verticale piu' completa e' buona e fa bene: chi vende macchine dovrebbe anche possedere le pompe di benzina? In ogni caso, insisto: poiche' non capisco nemmeno i presupposti di un tale modello, preferisco leggermi la documentazione che apparentemente esiste. Puoi per favore mettere dei riferimenti bibliografici accessibili o (se hai i PDF) mandarli? Grazie.

- In nulla di quanto ho detto, ne' nessuno dei ragionamenti che ho fatto ha come conseguenza logica che qualcuno dovrebbe appropriarsi del 100% delle risorse, tutto al contrario (e l'ho scritto; i piu' deboli hanno comunque potere di veto, se non sanno come fare che vadano a scuola da Bettino, o dai suoi allievi che sopravvivono e son molti). La tua logica della cooperazione sembra implicare che le squadre dovrebbero truccare le partite di piu' di quanto gia' non facciano per farle apparire piu' interessanti! Il tutto si basa, l'ho gia' detto, sull'ipotesi empiricamente falsa che il numero di talenti calcistici a disposizione e' molto basso e che vi e' spazio solo per pochissime, al limite una, grande squadra a causa della scarsita' esogena di tali talenti. Siccome questo e' platealmente falso, ed il mondo e' pieno di decine di migliaia di ragazzi che sanno giocare benissimo al calcio, il problema proprio non si pone. Vi e' possibilita' di free entry, ed il rischio di una squadra super ricca che vince tutto ed annoia non c'e' proprio. Non e' successo in F1, dove i talenti sono molto piu' scarsi ed i costi d'entrata molto piu' alti, immaginati se succede nel calcio finche' il Brasile, l'Argentina, il Messico, l'Est Europa, ed ora l'Africa tutta, esistono!

 

Allora, sui committed ti concedo volentieri il punto, anche se rimane il fatto che il loro benessere deve comunque essere considerato, per definizione direi, dal policy-maker benevolente che non può curarsi solo dei non-committed (tralascio le considerazioni se nel lungo termine sia più profittevole per i team avere pochi committed fedeli nei secoli o tanti uncommitted solo distrattamente interessati).

Sugli altri due punti: del matching parlo anche nell'ultima replica ad Alberto e chiedo quindi anche a te in che termini tale approccio si può adattare al caso dello sport tenendone salve le indubbie peculiarità. Sull'appropriarsi del 100% delle risorse il punto è che in tale modellistica il dato esogeno "which drives the system" è la dimensione del mercato dei singoli team (numero tifosi, ecc.). Il team con più pubblico avrà più risorse e quindi vincerà più partite (al limite il 100%), ma non conviene alla lega nel complesso e, sotto certe condizioni, nemmeno a tale team vincerne "troppe" perché un campionato troppo scontato perde spettatori, e quindi incassi, e perché se il rivale non può rimanere viable chiude e rende impossibile la disputa degli incontri. Ma non devi pensare alle combine alla Moggi, anche se un mio co-autore ha scritto un paper interessante proprio su questo tema. Semplicemente, si tratta di trovare il livello ottimo di investimento in talento delle singole squadre che max il profitto individuale e, se è il caso, della lega in aggregato. Formalmente, si usa un semplice funzione di ricavo individuale concava nelle vittorie Wi e con un parametro mi che indica la dimensione del mercato: Ri = miWi - kWi2 , con k che misura la reattività dei tifosi (può essere anche team-specific, e quindi diviene anche una misura del commitment) al fatto che una squadra vinca "troppo". Roba semplice, come vedi.

Ecco comunque alcuni riferimenti "classici" (per ora quattro, ma se serve ho una bibliografia molto più ampia). Nell'ordine, due survey uscite sul JEL (la prima riassume tutta la letteratura tradizionale, la seconda ha qualche idea innovativa ed è scritta dal n.1 indiscusso della disciplina), un paper sul JIO dove (finalmente!) si inizia a parlare di game theory, evidenziando un difetto grave dei modelli precedenti, ed un altro paper molto citato sul caso americano. Aggiungo anche un bel paper di storia economica che spiega perché in USA ed Europa i campionati hanno strutture così diverse (siamo dalle parti del tipping, mi pare).

Fort R. & Quirk J. 1995, “Cross-subsidization, incentives, and outcomes in professional team sports leagues”, Journal of Economic Literature, 33 (September), 1265-1299.

Szymanski S. 2003, “The economic design of sporting contests”, Journal of Economic Literature, 41 (December), 1137-1187.

 Kesenne S. & Szymanski S. 2004, “Competitive balance and gate revenue sharing in team sports”, Journal of Industrial Organization, 52 (1), 165-177.

Vrooman J. 2000, “The economics of American sports leagues”, Scottish Journal of Political Economy, 47 (4), 364-398.

CAIN L.P. & HADDOCK D.D. 2005, “Similar economic histories, different industrial structures Transatlantic contrasts in the evolution of professional sports leagues”, Journal of Economic  History, 65 (4), 1116-1147.

Solo per segnalare a chi fosse interessato questa risoluzione del Parlamento Europeo: http://www.rdes.it/Futuro_calcio_professionistico_in_Europa.pdf

Molte parti del testo sono tutt'altro che condivisibili, ma se vogliamo discutere concretamente di come riformare lo sport professionistico in Europa non possiamo far finta che tali vincoli istituzionali non ci siano.  

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