Chat serale sopra destra, sinistra, centro, sopra e sotto. II

30 ottobre 2006 andrea moro e michele boldrin

Longtemps, nous ne nous sommes pas couchés de bonne heure ... Quest'abitudine e la disponibilita' del chatting hanno prodotto dei dialoghi fra noi due sui massimi sistemi della politica. Si parva licet componere magnis: i Dialoghi con la maiuscola, a cui tanto svergognatamente ci ispiriamo, eran quattro, per quattro giornate. I nostri son pure quattro, per quattro serate. Pubblichiamo il secondo, nella speranza che l'effetto della sera sulla nostra logica non vi sia troppo evidente ...

Seconda Serata 

Sagredo. Mi son riletto il nostro primo dialogo, vecchio oramai di piu' d'un mese, e non m'e' poi parso cosi' insipido e privo di contenuti come c'era sembrato alla prima rilettura. Tra una birretta ed un giro per la casa abbiamo sistemato sia la destra che la sinistra, per non parlare del centro che e' il posto peggiore perche' non sta da nessuna parte. Ora che, almeno noi due, abbiamo deciso che preferiamo stare sopra o sotto a seconda dell'opportunita' e della stanchezza, tornerei comunque al tema iniziale su cui si dissentiva, ovvero quello del diverso grado di tolleranza verso la diseguaglianza economica. E del fatto che, insisto, secondo me c'e' un chiaro tradeoff fra uguaglianza economica ed efficienza economica. Non vedo perche' tu lo voglia chiamare una cagata, alla fin fine per ridurre la diseguaglianza economica occorre tassare o porre restrizioni equivalenti ad una tassa, e le tasse sappiamo che producono inefficienza perche' distorgono gli incentivi con cui gli individui si confrontano.

Salviati. L'idea che ci sia un trade off fra efficienza ed equita' e' vecchia e sembra ovvia a quasi tutti gli economisti, ma io credo invece che sia fondamentalmente erronea come schema concettuale per capire il mondo in cui viviamo. Infatti, prima di ritornare alla politica, preferisco provare a metterci d'accordo sugli aspetti economici della questione. Quando dico "erronea" intendo in termini sia di teoria economica che dei fattori che quantitativamente determinano il livello di diseguaglianza di reddito e ricchezza che osserviamo in Italia o negli USA. A te perche' sembra che ci sia il trade off?

Sagredo. Mah la prima cosa che mi viene in mente e' che se il mio stipendio e' e sara' sempre uguale a quello del mio collega dell'ufficio a fianco perche' scannarsi a lavorare? Insomma, non e' per questo che il comunismo e' fallito?

Salvati. Si, e no. Il socialismo non funziona perche' scasina gli incentivi, non perche' e' ugualitario. Infatti, il socialismo/comunismo che abbiamo visto e vediamo sono la cosa piu' ineguale che esista. Non parlo solo della Corea del Nord, che e' come l'Egitto dei Faraoni, ma Cuba o anche l'URSS di Breznev e Stalin. Erano e sono paesi in cui le diseguaglianze sono enormi. Fai finta che sei a Cuba e tu sei un alto funzionario del partito mentre il tuo collega e' uno sfigato qualunque. Nessuno dei due vedra' crescere o calare il proprio stipendio perche' produce o non produce qualcosa di economicamente utile. C'e' grande diseguaglianza ma gli incentivi sono lo stesso sballati, perche' entrambi sanno che la carriera si fa portando acqua al mulino del partito. Mancanza d'incentivi non vuol dire eguaglianza, ed eguaglianza non vuol dire mancanza d'incentivi. Secondo te dove c'e' piu' eguaglianza: nella finale olimpica dei 100 metri o quando i 100 metri li corriamo noi due contro Simplicio, Bertoldo e Bertoldino? Ed in quale delle due gare, dimensione dei premi a parte, ci sono incentivi piu' alti a correr forte, a metterci il massimo dello sforzo?

Sagredo. Che stai a dire? C'e' una grossa disuguaglianza nell'esito fra chi vince le olimpiadi e gli altri concorrenti...

Salviati. Altola': c'e' una diseguaglianza nel premio finale (oro, argento, bronzo) ma non nella performance (9.9, 10.0, 10.01 secondi sono tempi molto vicini uno all'altro). Gli atleti che corrono sono molto simili, ed hanno perfettamente pari opportunita' o quasi. Sapendolo ci mettono tutto quello che hanno per andare piu' forte possibile. Assumi che invece di oro, argento e bronzo gli si dia 100 grammi d'oro, 99.5 grammi d'oro e 99 grammi d'oro, secondo te cambia lo sforzo? No!

Sagredo. L'incentivo non e' il record, chi vince la medaglia d'oro guadagna milioni in sponsorizzazioni, l'argento prende le briciole, qual'e disuguaglianza piu grande di questa? Alla marcia del quartiere invece tutti vincono la stessa maglietta stampata, e prova ad indovinare chi vi partecipa: noi due! Quindi mi dai ragione: la disuguaglianza crea incentivi. Disuguaglianza nella distribuzione finale della ricchezza; certo lo sforzo puo' essere simile, ma quello e' irrilevante.

Salviati. Correvano forte anche cinquant'anni fa, senza sponsorizzazioni. Ma questo implica un discorso piu' sofisticato, che forse dovremmo fare una di queste sere: e' la diseguaglianza per se che crea incentivi o la dimensione del premio? In altre parole, che le preferenze siano "habit forming" non ci piove; ci si abitua ad un certo livello di vita e per essere contenti si vuole di piu'. Ma sono anche del tipo "l'erba del vicino e' sempre la piu' verde", per cui valutiamo i nostri premi sempre in relazione a quelli dell'altro? Questo secondo aspetto potrebbe essere evolutivamente rivelante, lo riconosco: il primitivo pre-agricolo si muove in un mondo di risorse fisse e quindi piu' piccola e' la tua piu' grande e' la sua fetta.

Sagredo. Non occorre avere preferenze per la posizione relativa: anche senza alcun guadagno monetario, c'e' una enorme disuguaglianza fra ricevere la medaglia e non riceverla! In termini di popolarita', soddisfazione personale, etc... questo era un grosso incentivo.

Salviati. Ma rimaniamo al punto di questa sera e vediamo se ci capiamo: una buona gara, dove tutti i partecipanti ci mettono l'anima per fare del loro meglio ed il risultato dal punto di vista sociale e' "ottimo" (grande corsa, risultati ottimi per tutti i partecipanti) richiede due cose. Uguaglianza di condizioni e di capacita' fra i partecipanti, disuguaglianza di premi finali o di risultati. La seconda diseguaglianza non e' chiaro quanto grande dev'essere, ma comunque tende ad essere abbastanza fuori di proporzione con le differenze in sforzo e, molte volte, e' figlia del caso. Concordiamo?

Sagredo. E' cosi'. Anzi, non occorre nemmeno l'uguaglianza delle opportunita', ma procediamo. Mi azzardo a dire che (a grandi linee) piu' e' diseguale la divisione di quella torta fra vincitore e perdenti, e piu' tutti corrono piu' forte che possono.

Salviati. Certo, ma solo in quella corsa, non necessariamente nelle corse seguenti! Questo solleva due punti cruciali. Anzitutto, compensazioni del tipo "o tutto o niente" NON implicano efficienza! In secondo luogo, il caso in cui la dimensione della torta e' fissa e si corre una volta sola non e' rilevante: la torta non e' MAI fissa e si corre sempre varie volte!

Sagredo. Dunque, se attacchiamo una dinamo sulle gambe di tutti, allora quando tutti corrono piu' forte ci sono piu' risorse per produrre una torta piu' grande. Questa e' in sintesi l'alternativa fra efficienza ed equita'. La disuguaglianza dei premi (iniquita' sociale dopo la corsa) induce a correre piu' forte, il che fa piu' produrre piu' energia per produrre una torta piu' grande (efficienza).

Salviati. Ottimo, pero' ora considera il caso in cui il premio finale e', come nel caso dei brevetti, che il primo prende tutto e gli altri nulla. Sappiamo, da Fudenberg e Tirole (1984/5) fra gli altri, ma anche dal nostro buon senso che la soluzione non sara' efficiente: tutti correranno troppo e si ammazzeranno stupidamente per arrivare prima. Questo implica che, almeno da un certo punto in poi, eguaglianza ed efficienza vanno mano nella mano.

Sagredo. Nel caso specifico dei brevetti sai che siamo d'accordo, comunque accetto il punto generale che fai attraverso questo esempio, anche se forse va spiegato al lettore non esperto di terminologia economica. Nella teoria economica non si ritiene che produrre di piu' sia sempre la cosa efficiente da fare. Si ritengono invece efficienti un livello di produzione e sforzo che siano commensurati, ovvero produrre il piu' possibile dato lo sforzo e finche' ne vale la pena. Quando uno e' distrutto dalla fatica, aggiungere un'ora di lavoro magari rende un altro etto di pane, ma quell'etto di pane non compensa per la fatica addizionale. Quindi, in questo caso, aumentare la produzione non e' per niente efficiente. E' questo il caso che il nostro Salviati ha in mente. Siamo d'accordo, se il meccanismo dei brevetti si generalizzasse sarebbe un disastro e, come tu ed il tuo amico Knudsen sostenete, si raggiungerebbero livelli di diseguaglianza estrema che ucciderebbero l'efficienza del sistema. Ma ritorniamo a livellli "normali", ad intervalli di disuguaglianza "tipici". In questo intervallo, insisto, la diseguaglianza dei premi incentiva lo sforzo e l'efficienza. Questo e' cio' alla sinistra non piace ed alla destra invece si.

Salviati. In questo caso, allora, io sostengo che l'efficienza richieda molta meno diseguaglianza di quanto si pensi e che, dinamicamente, occorra mantenere la diseguaglianza "bassa" perche' il sistema continui a funzionare bene. Quest'ultima affermazione si deve al fatto che il meccanismo di crescita, che si basa sull'innovazione e la competizione, richiede che ci sia sempre contestabilita' effettiva, cioe' che chi rimane indietro al primo o secondo giro non rimanga TROPPO indietro. La F1 era diventata noiosa quando vinceva sempre Ferrari, e quest'anno Moto GP e' stato molto piu' appasionante perche' non era ovvio che vincesse Valentino Rossi (infatti, per sfiga oggi ha perso e con grande stile ha riconosciuto i suoi limiti). Io credo ci voglia l'uguaglianza dinamica di opportunita': tutti devono poter razionalmente credere che ognuno ha qualche probabilita' di farcela, che vale la pena provarci. Questo mi sembra chiave, senno' per quanto grande sia il premio quello che sa di aver perso in partenza nemmeno ci prova e quello che sa di aver vinto comunque passeggia. In questo caso la tua dinamo attaccata alle gambe finisce per produrre una torta ben misera.

Sagredo. La mancanza di fiducia nella possibilita' di farcela, la mancanza di prospettive come la chiamano, mi sembra una delle piu' gravi malattie delle nuove generazioni italiane, quindi vedo da che lato vai e dove vuoi parare. Quando parli con la gente che vive li', sembrano tutti convinti che la gara e' truccata, che i vincitori sono gia' stati designati e che non vale neanche la pena tentare. I giovani son peggio di tutti in questo, e questo e' forse uno dei motivi che piu' fortemente li spinge a sognare il posto fisso anche se a basso salario, la mediocrita', la mancanza di ambizioni, come giustamente sottolinea Francesco Giavazzi nel suo ultimo editoriale sul Corriere di oggi, 29 Ottobre. E puo' essere che, date le circostanze in cui vivono, quei giovani non abbiano tutti i torti! Insomma, sostieni che nella situazione in cui ci troviamo, concretamente, in Italia, un aumento di equita' comporterebbe un aumento anche di efficienza, perche' darebbe ad alcuni "scoraggiati" la speranza di poter vincere. Non sono sicuro che siamo messi cosi' male.

Salviati. Secondo me si', credo che siamo messi male perche' abbiamo il lato peggiore di entrambe le medaglie. Siamo una societa' ineguale non tanto perche' alcuni guadagnano tanto di piu' degli altri, ma perche' moltissimi non hanno opportunita', il sistema non gli offre terreni viabili di competizione, di mobilita' sociale. La grande diseguaglianza italiana - faccio un'ipotesi ardita: se misurata lungo il ciclo vitale e per famiglie e' maggiore in Italia che negli USA - non e' frutto d'efficienza, ma del suo contrario. E' frutto di monopoli, privilegi, prebende, sussidi, poteri e riserve di caccia medievali. Tutto e' bloccato, proibito, monopolizzato, segmentato, accaparato da un gruppo politico o da un altro. Esiste una fetta gigantesca di lavoratori marginali, che non hanno educazione, non hanno "connessioni", e quindi non hanno accesso al terreno di gioco. D'altro lato, nel discorso politico e nei settori "ufficiali" dell'economia italiana regna sovrano l'egualitarismo piu' becero, l'idea che quello che prende qualche soldo in piu' e' solo un "fortunato", non uno che se lo merita. Siccome e' pura fortuna, tanto vale tassarglielo quell'extra reddito, se si puo'. La liberta' d'iniziativa economica individuale e' ristretta da un lato per la presenza di monopoli e parassiti di tutti i tipi, ed e' "punita" fiscalmente e socialmente dall'altro

Sagredo. La metti giu' con pesante retorica, come tuo solito. Ma faccio fatica a resistere alla sostanza dell'affermazione secondo cui l'Italia e' una societa' in cui non esistano opportunita' per emergere ed affermarsi. Stavo quasi per citare le nostre esperienze personali, ma non valgono visto che ce ne siamo andati :-) ... anche se io penso (o forse spero) che ce la saremmo cavata non malamente anche li'! Pero' ad osservare l'esperienza dei pochi che son tornati riesce difficile crederlo, o hanno avuto la fortuna che la vecchia chioccia da cui venivano li ha ripresi, o son rimasti fuori a prendere il freddo, bravi o cattivi che fossero. Insomma, la ragione per cui tu insisti che sia una minchiata il tradeoff fra equita' ed efficienza e' perche' vedi una curva a U invertita, una parabola. Pochissima o zero diseguaglianza crea inefficienza: nessuno ha incentivo a far nulla, al crescere dell'ineguaglianza dei risultati la gente si attiva e compete. Ma, dopo un po', se la diseguaglianza cresce ancora lo sforzo di tutti cala, sia del monopolista vincitore per sempre sia di quelli rimasti indietro, perdenti per sempre. E, sempre in questo tuo mondo fantastico da teorico, il livello di diseguaglianza a cui si raggiunge il massimo d'efficienza economica e' relativamente basso.

Salvati. Certo, son convinto che e' cosi'. Diseguaglianza ed efficienza economica vanno di pari passo per un po', poi si raggiunge rapidamente troppa disuguaglianza a scapito dell'efficienza. Ma la diseguaglianza eccessiva che si viene a creare non e' il prodotto dell'efficienza raggiunta, al contrario: e' il prodotto del fatto che appena qualcuno e' abbastanza avanti rispetto al gruppo cerca di ottenere una condizione di privilegio (dal potere politico, di solito), insomma cerca di ottenere un monopolio o di escludere i nuovi arrivati, che e' lo stesso. Pensa a Berlusconi, e' proprio l'esempio paradigmatico di quanto dico. Quando le TV private son nate, meta' anni 70, era uno dei tanti che competevano, molto simili uno all'altro. Alcuni dei suoi competitori eran piu' grandi di lui, ed in teoria avrebbero dovuto vincere. Il PCI aveva le sue TV (uno degli amministratori delle quali, vecchia conoscenza, fini' a fare il grande manager di ... Mediaset!), Italia 1 era di Rusconi, Rete 4 di Mondadori, eccetera. Berlusconi fu piu' bravo, passo' tutti e poi comincio' a comprare le TV dei perdenti. Incipit Craxi, connubio fra i due: Craxi gli garantisce il monopolio eterno a cambio del supporto propagandistico. Da allora in avanti l'innovazione nel settore TV in Italia sparisce, c'e' un unico monopolista che fa il bello ed il cattivo tempo. Aumenta la diseguaglianza non tanto perche' Berlusconi e' piu' efficiente, ma perche' e' un monopolista corruttore che tiene i politici in tasca a botte di tangenti. Quando i politici che lo proteggono finiscono in galera e' costretto a diventare lui stesso politico per continuare a preservare il suo indecente potere di monopolio. Berlusconi e' la metafora del disastro italiano: al suo confronto i sindacalisti che diventano politici per difendere i privilegi personali e sindacali sono solo delle metaforine, che pero' raccontano la stessa storia. Ecco il paradosso: Berlusconi e Bertinotti, per me pari sono!

Sagredo. E rieccoti con la retorica millenarista! Proprio ce l'hai nel sangue, non riesci a fare paragoni meno roboanti? Berlusconi e Bertinotti son la stessa, cosa, quindi destra=sinistra ed il resto e' ideologia, la linea di fondo tua gia' la vedo! Ah, gli uomini pieni di certezze, io sono un uomo ricolmo di dubbi ed incertezze invece, per questo faccio domande ed accetto provvisoriamente tutto, con umilta' ma coscienza che tanto, poi, tutto si rivela erroneo ... ad ogni modo, questo e' il tema della prossima settimana, o di quella dopo addirittura. Calmati e fatti una birretta, che io riconduco il tutto alla teoria economica ed ai suoi dati. Che la situazione in Italia possa essere descritta empiricamente in questi termini (una curva ad U invertita e molto asimmetrica che lega diseguaglianza sull'asse orizzontale ad efficienza economica sul verticale, con il massimo che si raggiunge quasi subito) e' un'interessante spunto di ricerca sia teorica che empirica. L'affermazione e' dunque che l'Italia e' inefficiente perche' diseguale, ed e' diseguale perche' inefficiente a causa di monopoli e statalismi e privilegi a go-go. A livello macroeconomico, se la misuri con l'indice di Gini o cose simili, la disuguaglianza e' minore che negli Stati Uniti, ma (in media) si sta peggio. Ma a livello micro osservi il problema: ad essere avvantaggiati non sono i piu' bravi, ma i piu' ammanicati, il che distorce gli incentivi. Quindi se per te la ricetta e' aumentare equita' in Italia, non sono sicuro che sia una soluzione semplice semplice, dipende da come lo fai. Devi aumentare equita' facendo saltare i privilegi, ma i detentori dei privilegi sono anche i detentori del potere economico, politico e sindacale ... quindi? La proposta di finanziaria sembra riuscire nel difficile intento di diminuire sia efficienza che equita', trasferendo risorse ai ricchi evasori o elusori e togliendole ai produttori piu' bravi ed efficienti. E le finanziarie precedenti non erano tanto meglio, anzi nemmeno tentavano di ristabilire equita' ed efficienza. Ma se e' cosi', allora Destra e Sinistra, per come intendo io questi concetti, sono etichette senza molto significato. Nella mia definizione hanno senso solo se efficienza ed equita' sono alternative.

Salviati. Stupendo! Io son felicissimo di riconoscere che, quando uno guarda i dati e le teorie economiche senza pregiudizi, non puo' non giungere alla conclusione che la questione non e' ideologica, ma pratica, quantitativa: un po' di disuguaglianza e liberta' d'iniziativa producono crescita ed efficienza, troppa diseguaglianza puo' solo venire dall'inefficienza e dalla mancanza di crescita e tende a farle perseverare. Quanto sia "un po'" e quanto sia "troppa" sono domande empiriche difficili a cui la ricerca non ha ancora dato risposta ne', a mio avviso, prestato la giusta attenzione. Questa e' la questione tecnica che va chiarita, e che ne' noi ne' altri ha ancora affrontato di petto. Poi vediamo cosa puo' fare o non fare la politica per far si' che ci sia il minimo di diseguaglianza necessaria all'efficienza che si vuol ottenere e che, soprattutto, nel lungo periodo la diseguaglianza non sia il prodotto di monopoli o posizioni acquisite e parassitiche che uccidono competizione ed efficienza alle radici.

Sagredo. Si' ma allora, destra e sinistra sono solo i portavoce di due coalizioni di gruppi d'interesse diversi? E' a questa conclusione che siamo arrivati ed e' da qui che vogliamo partire, al nostro ritorno da Mexico lindo? A dormire, dunque.

FINE DELLA SECONDA SERATA

2 commenti (espandi tutti)

caro Salviati,

non e' tanto ardita, la tua ipotesi! (quella che, se misurata lungo il ciclo vitale, la disuguaglianza e' maggiore in italia che in usa)

Vedetevi Flinn, Christopher, "Labor Market Structure and Inequality: a Comparison of Italy and the US" Review of Economic Studies July 2002 (vol. 69, n. 3). Chris trova proprio che mentre la disuguaglianza misurata scattando una fotografia dei redditi in un dato momento e' piu' alta in USA, quando si guarda all'intero arco di vita non lo e'. Questo perche' nel mercato del lavoro americano ci sono piu' opportunita' di effettuare transizioni in su e in giu' all'interno della distribuzione dei redditi, mentre in italia e' tutto gessificato. Chi ha orecchie da intendere...

 

Tanti commenti, troppi vengono a mente. Il piu' fondamentale (scusate il gergo da economista) e' il seguente: se la curva a U invertita di cui parlate e' un possibility set tra cui scegliere un ottimo, beh, allora qualunque o quasi modello di optimal contracting ve lo da'. Ad esempio c'e' una letteratura che lo fa in finanza per gli incentivi delle imprese (Shleifer e un altro) e osserva la relazione nei dati. Ma c'e' un problema con queste cose, e anche un po' con il vs argomento, ed e' il problema classico del perche' dovremmo osservare "cose" non ottime. Nel vs. caso questo e' un problema non enorme perche' basterebbe avere un political economy mechanism.

 

Insomma, credo non si capisca assolutamente nulla di quanto ho scritto. Scusatemi sono stanco. ci riprovero' un'altra volta.

Un'altra cosa, non urlatemi, Picketty prima e Alesina-Angeletos  dopo hanno cose interessanti su questa storia di self-fulfilling beliefs su mobilita' sociale di cui parlate anche voi. 

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