Come guardar crescere l’erba d’inverno

10 luglio 2011 fabio scacciavillani

La nota sulla advocacy fatigue con cui Michele Boldrin si è preso una pausa dall’impegno su questo sito è comprensibile. Scrivere è gravoso, scrivere bene è ancora più gravoso, scrivere qualcosa di originale prende una marea di tempo, scrivere in modo convincente senza scadere nella banalità è frutto di un raro momento di grazia (almeno per me). Ne vale la pena?

In un paese come l’Italia refrattario ai fatti, impermeabile alla crudezza dei dati, impregnato di ideologie obsolete, in bilico perenne tra Mussolini e Masaniello, con interludi andreottiani e un sostrato di consociativismo radicato nelle elites, provare a diffondere idee controcorrente o innovative è fatica improba. A leggere certi commenti ai blog (non NfA) si rimane interdetti nel verificare quanto sono radicati pregiudizi da modello superfisso innestati su slogan da comizio anni ‘50.

Per di più la cultura liberale ha il difetto di non essere particolarmente facile da snocciolare in forma di narrativa, di parabola o di catechesi in un paese dove tarallucci e vino hanno conio che non svaluta. Anche chi ha un diploma di laurea appesa in salotto, mostra una granitica idiosincrasia verso ragionamenti concreti e analisi fredda delle conseguenze, per colpa anche all’istruzione di stampo crocian-gentiliano vecchia di un secolo (anzi gia’ vecchia quando venne importata in Italia), che prevale nelle scuole di ogni ordine e grado.

Il peso della quotidianità per tanti si solleva solo sulle ali delle illusioni. La mediocrità anela ad appartenere al Bund che rassicura. Il riscatto ha una colonna sonora di salmi e un palcoscenico di festose (o religiose) kermesse. La fabbrica del consenso irradia il sol dell’avvenire o fa balenare meno tasse (e piu’ pilu?) per tutti. A chi non paga tasse sventola sotto il naso un biglietto di ingresso per la casa de “Il Grande Fratello”.

Mentre la vena individualistica tipica del liberale spinge a detestare il ruolo di missionario o di agit prop. Il proselitismo si concretizza preferendo il salotto alla piazza e la biblioteca al bar. Insomma sul terreno patrio già di per sé arido per la cultura liberale, si è fatto pochissimo per dissodare le zolle. I grandi organi di informazione che si piccano di rivolgersi alla borghesia produttiva e delle professioni, e che in teoria dovrebbero dare un minimo di spazio alla cultura liberale, affidano le prime pagine agli Ostellini di varia foggia e natura. En passant, e’ un’esperienza straordinaria leggere adesso il Pierino berluschino lamentarsi che Tremonti e’ un socialista.

Eppure, se guardo indietro al periodo in cui l’epiteto liberale era un insulto (per molti lo e’ ancora), alcuni passi in avanti sono stati fatti. Quando mi coglie lo sconforto rivado con la mente ad un episodio che mi capito’ lavorando al Centrostudi Confindustria prima di finire la tesi. Scrissi un rapporto, distillato in un breve articolo per il settimale Mondo Economico, intitolato “La Denazionalizzazione dell’Industria Elettrica”. Dovetti ricorrere al termine “denazionalizzazione” perché nella Roma del CAF il termine “privatizzazione” (eravamo nel 1990) veniva considerato una rozza provocazione di stampo thatcheriano e non si poteva pronunciarlo impunemente nelle stanze del potere o al cospetto dei mandarini.

Nonostante la prudenza lessicale il pezzo fece scalpore. Il Presidente dell’ENEL del tempo, tal Viezzoli, si infuriò. Mandò a dire al settimo piano di Viale dell’Astronomia che lui non era uno sprovveduto: intuiva chiaramente come l’articolo fosse una manovra dei dorotei per colpirlo (in vista di non so quale evento), ma che lui avrebbe mosso le sue pedine e lavato l’affronto.

Cosi’ andavano le cose in quell’Italia che rappresentava una combinazione convessa (a parametri incostanti) tra il tardo breznevismo e il Paraguay di Stroessner. Pochi anni dopo sarebbe stata spiazzata da Tangentopoli, ma soprattutto dalla crisi economica devastante che ci catapultò fuori dal sistema monetario europeo. Privatizzazione divenne un vocabolo accettato e l’ENEL andò in borsa. Fu purtroppo una stagione breve, anche se molti tra i liberali si illusero che fosse irreversibile. Invece quel processo con l’avvento del berlusconismo, erede morale e materiale del CAF e del craxismo (Tremonti, Brunetta, Sacconi, Cicchtto, Boniver, Stefania Craxi, Caldoro), si e’ arenato. Ma l’attuale crisi economica, ancora piu’ devastante di quella del 1992, scardinerà gli equilibri degli ultimi 15 anni e ci condurrà ad un punto di biforcazione epocale.

In tali circostanze il mercato delle idee diventa più liquido e si sgretolano le barriere all’entrata perché anche le menti anchilosate e le greggi prive di cani pastore di fronte al disastro sono portate a considerare tutte le alternative. Il provocatorio diventa rispettabile, l’impensabile diventa ragionevole, l’esecrabile si trasforma in programma di governo.

Non è nella nostra disponibilità decidere il momento e le circostanze in cui il punto di appoggio della leva intellettuale diventa più solido. Ma sta a noi riconoscere quando l’occasione è propizia. Attorno ai fuochi accesi tra le macerie si dovrà discutere della ricostruzione e in quel momento non deve mancare la voce. Bisognerà premurarsi che sia una voce chiara, che parli per concetti semplici senza sussiego, e che ribatta spesso sugli stessi punti. Ma il terreno va preparato hic et nunc.

L’effetto delle idee e’ impercettibile. Volerlo discernere e’ un po’ come fissarsi a guardare  l’erba crescere d’inverno, per cui si sente l’impulso di abbandonare la cura del prato. Poi a maggio ci si rallegra di non aver ceduto all’impulso. In Italia in questo momento la stagione politica e quella climatica sono invertite. Bisogna concimare adesso per quando arriverà novembre e la vera Legge di Stabilità con le scelte incalzate dall’emergenza, non le tragiche baggianate tremontiane di questi giorni.

64 commenti (espandi tutti)

 

By Luke Baker BRUSSELS Sun Jul 10, 2011 11:11am EDT (Reuters)

Exclusive: EU calls emergency meeting as crisis stalks Italy

European Council President Herman Van Rompuy has called an emergency meeting of top officials dealing with the euro zone debt crisis for Monday morning, reflecting concern that the crisis could spread to Italy, the region's third largest economy. [...]

The talks were organized after a sharp sell-off in Italian assets on Friday, which has increased fears that Italy, with the highest sovereign debt ratio relative to its economy in the euro zone after Greece, could be next to suffer in the crisis. [...]

The spread of the Italian 10-year government bond yield over benchmark German Bunds hit euro lifetime highs around 2.45 percentage points on Friday, raising the Italian yield to 5.28 percent, close to the 5.5-5.7 percent area which some bankers think could start putting heavy pressure on Italy's finances.

Shares in Italy's biggest bank, Unicredit Spa, fell 7.9 percent on Friday, partly because of worries about the results of stress tests of the health of European banks that will be released on July 15. The leading Italian stock index sank 3.5 percent. [...]

"We can't go on for many more days like Friday," a senior ECB official said. "We're very worried about Italy."

fonte

 

 

Ho l'impressione di rivedere la progressione che ha costretto il Portogallo a gettare le spugna. Fino a una settimana prima il Ministero delle Finanze insisteva che non c'era bisogno di aiuti esterni perche' il servizio del debito era sostenibile. Poi le banche dopo una serie di provvediemnti ridicoli del governo annunciarono che non avrebbero partecipato piu' alle aste e con una concentrazione di scadenze di titoli a lungo termine in poche settimane, il governo capi' che era al capolinea.

In Italia la concentrazione di rifinanziamenti non e' cosi' concentrata, ma d'altro canto le banche italiane sono gia' sotto pressione e l'ammontare del debito spaventa gli altri detentori di titoli. Bastano un paio di aste non troppo brillanti .....

Per chi volesse avere un'idea di come ci vedono da fuori questo e' un post breve e interessante

http://www.zerohedge.com/article/heres-why-italys-cds-are-biggest-risk-eurozone

 

Visto che anche i CDS sulla Francia stanno aumentando di volume, nei commenti al post si parla inizialmente di F-PIIGS. Poi qualcuno nota che anche il Regno Unito non se la passa bene e l'acronimo si allunga. Ancora nessuno ha sollevato dubbi sulla Cina (che tuttavia ha seri problemi fiscali a livello di governi locali) .... Pero' uno ha notato che US non sono solo le iniziali di un paese alle prese con una crisi politica sul debt ceiling, ma anche un pronome ...

 

 

 

F-PIIGS. Poi qualcuno nota che anche il Regno Unito non se la passa bene e l'acronimo si allunga.

e diventa anche not workplace friendly... F-UK-PIIGS....


E lo dicevo io che la Fattoria degli Animali era un libro profetico.

Temo che le radici della cultura liberale in Italia siano inaridite da molto, forse troppo tempo, e non si vedono in giro molti giardinieri intenti a lavorare per ridar loro aria e luce. I pochissimi che tengono duro sono voces clamantes in deserto, non di rado irrisi come illusi fuori del tempo.

Riflettevo proprio su questo leggendo questo articolo sul Corriere di ieri. Confesso che sapevo poco o niente di Francesco Ruffini.

GD

 

 

A dire il vero neanche io conoscevo Ruffini.

beh, possiamo sempre colmare le nostre lagune :-) in questo caso è anche facile, quelli da ricordare furono solo 12 (su circa 1200, non 1800 come dice galasso nell'articolo linkato) e dovevano essere dei bei soggetti.

Mi permetto a questo proposito di suggerire la lettura di un bellissimo libro, che ha avuto anche una certa fortuna, dovuto a Giorgio Boatti e che racconta le vicende esemplari dei dodici personaggi di cui si parla. Fossi la Gelmini (:-(() obbligherei TUTTE le Università italiane ad esporre i loro ritratti negli atri di ogni Facoltà.

GD

Non mi pare che una cultura genuinamente liberale abbia mai avuto molto spazio in Italia. 

Dalla caduta dell'impero romano d'occidente abbiamo fatto tutte le controrivoluzioni possibili senza mai aver fatto uno straccio di rivoluzione e, dal 1900 ad oggi, abbiamo sviluppato un capitalismo di terza classe che ha saputo crescere solo grazie ai maneggi con i potenti di turno.

Ad ogni modo finchè c'è vita c'è speranza!

 

 

Non mi pare che una cultura genuinamente liberale abbia mai avuto molto spazio in Italia.

Completamente d'accordo.  Ma e' realistico ritenere che una cultura liberale possa avere grande spazio in futuro? Io credo che non sia realistico.

Domanda, rivolta a te e a chiunque altro legga:

  • in quali Stati del mondo una cultura genuinamente liberale e' maggioritaria e condivisa?
  • in quali Stati del mondo una cultura genuinamente liberale ha lo spazio che si auspica dovrebbe avere in Italia?

Personalmente ritengo le elites italiane incapaci di esprimere una cultura liberale nel prevedibile futuro.

Mi accontenterei che le elites italiane siano capaci, entro i limiti loro e degli italiani, di imparare qualcosa e di emulare in qualche misura le politiche seguite in Svizzera, Svezia, Danimarca, Germania, anche al limite Spagna, che non mi sembrano particolarmente liberali ma funzionano decentemente.  Forse questo e' un obiettivo piu' raggiungibile di quello di convertire gli italiani ad una cultura genuinamente liberale.

Ma e' realistico ritenere che una cultura liberale possa avere grande spazio in futuro?

Rispondo: secondo me, no! Non è realistico perchè si parte da posizioni troppo distanti.

Ma, proprio perchè si parte da posizioni così distanti, la diffusione di questa cultura (anche in maniera parzialmente) è quello che più ci servirebbe.

Aggiungo che quel che ci manca, per emulare i paesi che tu citi, oltre alla componente etica, è proprio la componente liberale.

Non sono paesi che brillano per questa componente (soprattutto direi Svezia e Danimarca), ma il rispetto per il merito e per chi ha iniziativa è notevole se confrontato con quanto succede nello stato italiano.

Ma e' realistico ritenere che una cultura liberale possa avere grande spazio in futuro? Io credo che non sia realistico.

infatti..

in questo momento sperare razionalmente di  far attecchire idee pro-mercato in italia mi sembra altamente irrealistico..  avranno sempre più gioco facile ideuzze come questa, o altre amenità partorite dalla carica dei 101 economisti..

va be', come diceva quello..  

 

 

Personalmente ritengo le elites italiane incapaci di esprimere una cultura liberale nel prevedibile futuro.

Difficile non darti ragione, ma credo che puntare ad un obiettivo ambizioso nello sforzo di mutare la cultura prevalente sia l'unico modo di ottenere risultati accettabili. E l'unica speranza di essere un paese più o meno normale.

dopo aver scritto un commento pessimistico, mi sono imbattuto per caso in questo sondaggio dell'economist, che mi ha lasciato perplesso..

http://www.economist.com/blogs/dailychart/2011/04/public_opinion_capitalism 

 

Italy shows a surprising fondness for markets for a place that is uncompetitive in many sectors.

qui la fonte.. 

magari dipende da come è stato somministrato (traduzione delle domande)..  il rapporto tra coloro che  'strongly believe' e coloro che solo 'somewhat' è abbastanza + basso in ita rispetto agli altri paesi comparabili, però, chi se lo aspettava.. 

Saranno gli stessi che "io razzista? No.....però..." :-)

Comunque niente di nuovo: ricordo che, nel 91, eravamo il paese con il maggior numero di entusiasti pro UE e il paese con il maggior numero di infrazioni alle normative UE (secondo "Panorama")

o gli intervistati avranno pensato che free market significasse marchette libere

 gli intervistati avranno pensato che free market significasse marchette libere

 

Ma scusate, per quale ragione Berlusconi la prima volta che si è presentato agli italiani ha (stra)parlato di una "rivoluzione liberale", e ancora alle ultime elezioni ha battuto (un po' meno, a dire il vero) su quei tasti lì.

Sarà anche stato populismo, ma vuol dire che c'è elettorato sensibile a certi argomenti a mio parere.

Un elettorato disilluso, ma spero capace di distinguere il liberismo da quello che fa Tremonti. ;)

 

 

hai ragione

ma bisognerebbe vedere che cosa intende un certo elettorato per liberale.

o gli intervistati avranno pensato che free market significasse marchette libere

..lol..

hai ragione

ma bisognerebbe vedere che cosa intende un certo elettorato per liberale.

hai senza dubbio ragione, però anche tenendo conto dell'interpretazione tutta italiana del concetto, mi ha colpito proprio perché a me (come ad altri utenti di nfa) succede che all'interno della mia cerchia di familiari conoscenze e amicizie le parole "liberale" e "mercato" suscitano reazioni (pavloviane?) diametralmente opposte..

se mi avessero chiesto in base alla mia esperienza di predire i risultati del poll avrei detto 1 su 10, ad andare larghi..

la mia esperinza è che di solito si considera "liberal" (all'italiana) chi (non tutti naturalmente):

--- ha un reddito di almeno 100 keuro/anno

--- un'auto da 40 keuro in su

--- una bella gnocca o un bel gnocco

e tutti gli aspiranti a questa situazione minima.

Effettivamente l'unico paese che conosco bene dove le idee catalogabili come liberali sono molto diffuse e' l'America e, a seguire, ma staccati, il Regno Unito e il Canada. Certamente non la Germania dove pure ho vissuto, che e' un paese anzi tendenzialmente illiberale e istintivamente consociativo.

Indubbiamente la stessa difficolta' che si incontra in Italia prevale anche in altri paesi e altri sistemi che sembrano funzionare bene. Pero' bisogna intendersi sul significato di "funzionare". La Cina ad esempio sembra funzionare benissimo, anzi dal punto di vista economico al momento funziona meglio di molti altri posti. Funzionerebbe meglio se fossero garantite le liberta' individuali? La liberta' di stampa e di culto? E 

 

 

In ordine (non tanto) sparso:

- Qualcuno si è domandato in che misura una cultura liberale potesse fare breccia nella classe dirigente italiana. La domanda credo sia se sia possibile cambiare la classe dirigente, non la sua cultura (whatever that means).

- Inoltre, mi pare che il punto culturale non sia "liberale o no" (termine per altro politicamnte bruciato in partenza essendo stato fottuto ripetutamente da "cialtroni e ciarlatani" (cit.)). Il problema è più primitivo: più che nelle idee e nelle proposte, nel modo con cui sono dibattute e scelte. il disprezzo per i fatti, i dati, le competenze, l'allergia alla dialettica pragmatica, l'atteggiamento antiscientifico sono il nemico; non il keinesismo-della-domenica,  il marxismo-del-liceo o il liberalismo-del-cazzo (ormai celebre), che ne sono espressione.

- Non voglio offendere nessuno, ma la diatriba tra ordo-liberismo, liberismo, economia sociale di mercato, cultura anglosassone vs continentale, con condimento di dotti richiami a lunghe liste di precedenti intellettuali non rappresenta, a mio parere, la ricerca di una soluzione, ma parte del problema.

- Mi pare che il motivo per cui persone, che scommetto non potrebbero essere più diverse, si ritrovano qui (e negli altro quattro ghetti che regolarmente linkiamo) sia un certo modo di guardare, di affrontare i problemi. Per me, già una proposta politica. [Evitiamo equivoci: non che pensi che un metodo determini soluzioni unanimi, emergenti per selezione naturale (o dialettica). Ma magari un set di soluzioni accettabili, di cui si riconosce la dignità... Sono arrogantemente sicuro che, in una situazione come quella italiana, le proposte liberali sarebbero ampiamente sovra-rappresentate in questo set.]

- Ecco, mi rendo conto che questo sproloquio non offra molte soluzioni nell'immediato... ma non è per questo che abbiamo inventato i governi tecnici (per poter cazzeggiare, intendo)?!

- Praticamnte, cosa, in più rispetto a quanto già si fa, può significare "preparare il terreno hic et nunc"? Mi sembra una domanda che assilli redattori e lettori. Ora non ho tempo per dire la mia, magari dopo, ma leggerò volentieri nuove vostre risposte. Grazie per l'articolo, un bel modo  per parlarne.

Il problema è più primitivo: più che nelle idee e nelle proposte, nel modo con cui sono dibattute e scelte. il disprezzo per i fatti, i dati, le competenze, l'allergia alla dialettica pragmatica, l'atteggiamento antiscientifico sono il nemico; non il keinesismo-della-domenica,  il marxismo-del-liceo o il liberalismo-del-cazzo (ormai celebre), che ne sono espressione.

Ti ringrazio di questa frase. Mi ha aiutato a chiarire, a me stesso, alcune sensazioni.

 

il disprezzo per i fatti, i dati, le competenze, l'allergia alla dialettica pragmatica, l'atteggiamento antiscientifico sono il nemico

Appoggio senza riserve.

Personalmente aggiungo tra gli orribili difetti di molti italiani ad ostacolo del progresso civile l'incoerenza e la disonesta'.

Domanda, rivolta a te e a chiunque altro legga:

  • in quali Stati del mondo una cultura genuinamente liberale e' maggioritaria e condivisa?
  • in quali Stati del mondo una cultura genuinamente liberale ha lo spazio che si auspica dovrebbe avere in Italia?

Parlando unicamente delle mie conoscenze di vita e lavoro all'estero, la vicina Svizzera è forse la nazione in cui partiti liberali hanno avuto, per tutto il 1900, percentuali elettorali notevoli, pari inizialmente alla maggioranza relativa (ma assoluta negli esecutivi, grazie al maggioritario) ed ora attorno ad 1/4 dei votanti. Cifre bene diverse dal 5-8% che si riscontra in germania o nel regno unito. In alcuni cantoni i liberali erano addirittura la maggioranza assoluta del votanti e questo è vero per quel cantone di cultura italiana che si chiama Ct. Ticino, dove il partito liberale-radicale, a pochi km da Milano, nel '48 ebbe quasi il 50% (mentre in Italia a vinceva la Demcrazia Cristiana opposta alla sinistra del PCI e del PSI).

In ogni caso, ovunque sono tempo duri per i liberali. populismo, demagogia, paaure, timori e insicurezza dominano le decisioni dell'elettorato.

Ma forse l'Italia potrebbe andare contro corrente.

F

 

 

la vicina Svizzera è forse la nazione in cui partiti liberali hanno avuto, per tutto il 1900, percentuali elettorali notevoli, pari inizialmente alla maggioranza relativa (ma assoluta negli esecutivi, grazie al maggioritario) ed ora attorno ad 1/4 dei votanti.

Non lo sapevo ma non mi stupisce.  Gli svizzeri sono cittadini liberi di antica democrazia, nulla a che vedere con gli italiani abituati ad essere sudditi anche sotto istituzioni formalmente i democratiche sebbene di scadente qualita'.

la vicina Svizzera è forse la nazione in cui partiti liberali hanno avuto, per tutto il 1900, percentuali elettorali notevoli, pari inizialmente alla maggioranza relativa (ma assoluta negli esecutivi, grazie al maggioritario) ed ora attorno ad 1/4 dei votanti.

Non lo sapevo ma non mi stupisce.  Gli svizzeri sono cittadini liberi di antica democrazia, nulla a che vedere con gli italiani abituati ad essere sudditi anche sotto istituzioni formalmente i democratiche sebbene di scadente qualita'.

Durrenmatt non la pensava mica tanto così, e quantomeno era persona informata dei fatti: secondo la sua ultimativa definizione "la svizzera era una prigione popolata da carcerieri e detenuti volontari".

Durrenmatt non la pensava mica tanto così, e quantomeno era persona informata dei fatti: secondo la sua ultimativa definizione "la svizzera era una prigione popolata da carcerieri e detenuti volontari".

Non sapendo che era svizzero, si potrebbe immaginarlo. Immaginarsi se fosse stato italiano.

Durrenmatt non la pensava mica tanto così, e quantomeno era persona informata dei fatti: secondo la sua ultimativa definizione "la svizzera era una prigione popolata da carcerieri e detenuti volontari".

La Svizzera puo' essere angusta per un intellettuale (per quanto le sue universita' siano ai vertici mondiali della produttivita' scientifica) ma almeno sanno organizzarsi efficientemente per le piccole banalita' della vita, come raccogliere l'immondizia, far pagare le tasse, avere una difesa e una sanita' ragionevoli, avere una giustizia che non faccia ridere i polli. Gli intellettuali nostrani della Magna Grecia e del diritto romano non sono capaci di gestire onestamente ed efficientemente nemmeno la raccolta dell'immondizia e gli autobus cittadini. Durrenmat avrebbe probabilmente completato proficuamente la sua visione del mondo vivendo qualche decennio dove l'immondizia non viene raccolta e i processi durano 10, 20, 30 anni.

ma ve lo immaginate La panne ambientato in Italia? Con il giudice pensionato che mantiene l'ospite, per tutti i 3 gradi di giudizio, cioè circa 10 anni? :-)

piccola aggiunta:

la svizzera è "particolare" da definire (per me almeno), comunque io non conosco nessun altro posto dove si ricorra in maniera così massiccia al referendum e questo, secondo me, è sinonimo di democrazia (anche perchè il sistema è diverso dal nostro). Inoltre la Svizzera era considerata, nell'index of economic freedom della "Heritage foundation", il 5 paese (nel 2011, primo tra quelli europei). L'Italia era 87esima! ...per quel che valgono queste classifiche.

Durrenmatt non la pensava mica tanto così, e quantomeno era persona informata dei fatti: secondo la sua ultimativa definizione "la svizzera era una prigione popolata da carcerieri e detenuti volontari".

Stupendo! Quando uno viene messo a confronto con una realtà migliore e funzionante, c'è la fortissima tentazione di provare ad infangarla, per sentirsi meglio. Un naturale tentativo auto-consolatorio. Non è difficile poi trovare tra qualche milione di abitanti svizzeri una o piu' voci contrarie o anticonformiste da portare a testimonianza di un tentativo controfattuale di contestazione. Per me questi sono mezzucci meschini, indegni di un luogo serio di discussione come questo. Ma ognuno trova le soddisfazioni che può.

La realtà è che in questi decenni milioni di italiani (ma oggi anche di tedeschi e francesi) sono andati in Svizzera a lavorare (prima edili e manovali, oggi ingegneri e bancari) e quasi 300'000 hanno deciso di viverci con la famiglia, farci crescere la famiglia. E quando vanno in pensione, molti non tornano. Altrettanti varcano la frontiera ogni mattina, per far ritorno la sera. Prigionieri volontari?

E tanti vengono a curarsi o semplicemente a cercare di avere figli, visto che in Italia leggi molto "liberali" lo impediscono. Si', vero, forse tutti detenuti volontari che non hanno nemmeno bisogno, in quanto tali di carcerieri. Strano invece che cosi' tanti scappino dall'Italia. 1 Milione in 4 anni, secondo il "Rapporto Italiani nel mondo 2010 della Fondazione Migrantes", in gran parte laureati. Forse che i carcerieri italiani sono mal pagati e distratti?

Francesco

 

Stupendo! Quando uno viene messo a confronto con una realtà migliore e funzionante, c'è la fortissima tentazione di provare ad infangarla, per sentirsi meglio. Un naturale tentativo auto-consolatorio. Non è difficile poi trovare tra qualche milione di abitanti svizzeri una o piu' voci contrarie o anticonformiste da portare a testimonianza di un tentativo controfattuale di contestazione. Per me questi sono mezzucci meschini, indegni di un luogo serio di discussione come questo. Ma ognuno trova le soddisfazioni che può.

bum!

sai cosa direbbe durrenmatt se ti sentisse adesso? direbbe: " però, come sono longevo!" :-) (il credito va a bergonzoni). un paese proverbialmente ben organizzato e prospero può non essere ugualmente, almeno secondo un suo illustre concittadino, "liberale" , qualunque cosa voglia dire. il resto sono considerazioni che hai aggiunto tu.

 

 

Gli intellettuali non amano molto le democrazie, soprattutto se abbastanza funzionanti; in genere preferiscono i regimi che perseguono ideali superiori ... anche se non vanno a vivere colà. 

Vero anche che molti spiriti liberi, anticonformisti, bastian contrari et similia sono ospitati (dai tempi di calvino) nella svizzera liberale. Ma anche ebrei, antifascisti e federalisti e prima ancora molti patrioti del risorgimento italiano, rifugiati in in Ticino dove si stampavano i fogli insurrezionali. Mi pare che anche Lenin abbia trovato ospitalità in Svizzera, come esule.

F

avrei scommesso che durrenmatt le piacesse, in definitiva ha scritto molto di diritto.

Il fatto è che all'Italia servirebbe una cultura alla Merkel, insomma una cultura democristiana tedesca, non una "cultura liberale" - è questo l'errore di Boldrin. Boldrin stesso potrebbe contribuire in qualche modo, ma il punto è il progetto, è la visione generale, come ho detto.

RR

What is that supposed to mean? Potrebbe definire cultura alla Merkel?

Amico, non faccio giochi di parole. Se Lei conosce K. Adenauer, L. Erhard, H. Kohl, sa di cosa sto parlando, cioè della politica della Democrazia Cristiana Tedesca del dopoguerra. Non mi picco certo di essere la persona adatta a spiegare in quattro righe questa politica, e ho fatto riferimento ad Angela Merkel come modello per una rapida comprensione dei tratti essenziali, come applicata ed inverata nel momento odierno. Se Lei prende in considerazione le posizioni e l'azione della Merkel ha un esempio di ciò che sarebbe ottimale anche per l'Italia - cosa che ovviamente diventerebbe concepibile solo se una larga porzione della popolazione ragionasse in quel modo.

RR

Beh quello è l'Ordoliberalismo propagato dalla "Scuola di Friburgo" da economisti come Euken, Rüstov, Röpke e in un certo senso dell'Hayek post'62 e dei giuristi Grossman-Dörth e Böhm. Voltremont ha tentato di imporne una versione scimiottata della stessa.

Non sono esperto di economia quindi scopiazzo da wikipedia

The concern is that, if the state does not take active measures to foster competition, firms with monopoly (or oligopoly) power will emerge, which will not only subvert the advantages offered by the market economy, but also possibly undermine good government, since strong economic power can be transformed into political power

Cioé, lei mi sta dicendo che la principale preoccupazione del ministro dell'economia del governo berlusconi è quello di scimmiottare una corrente di pensiero che crede sia giusto abbattere i monopoli perché minano la concorrenza e perché un forte potere economico monopolistico potrebbe essere trasformato in potere politico?

Se non ricordo male qualcosa del genere lo diceva gia Adam Smith.

Circa i commenti relativi alla "scuola tedesca" non dimentichiamo l'influenza di seicento anni (più o meno) di protestantesimo. Noi abbiamo avuto la controriforma ... sempre senza aver avuto la riforma!

 

 

No, non ci siamo. Non si tratta di "Ordoliberalismo".

RR

Se Lei conosce K. Adenauer, L. Erhard, H. Kohl, sa di cosa sto parlando, cioè della politica della Democrazia Cristiana Tedesca del dopoguerra. Non mi picco certo di essere la persona adatta a spiegare in quattro righe questa politica, e ho fatto riferimento ad Angela Merkel come modello per una rapida comprensione dei tratti essenziali, come applicata ed inverata nel momento odierno. 

Allora l'esempio da te portato delle politiche della RFT post bellica è errato, in quanto le politiche tedesche occidentali di  Adenauer, fino al cancellierato di Brandt(che implementò politiche Keynesiane alla Hicks-Samuelson)  funoro politiche Ordoliberali come lo fu la creazione del sistema tedesco oggi conosciuto. In particolare il "Wirtschaftswunder" di Erhard venne influenzato fortissimamente dalle idee dell'Ordnungspolitik di Röpke, così come il sistema "Soziale Marktwirtschaft" delinato da Müller-Armack. L'impostazione della politica economica della CDU/CSU è rimasta di base ordoliberale sia in Kiesinger, che in Kohl, che nella Merkel, che ha imposto un target esplicito di riduzione del disavanzo entro il 2016 e regole per adeguare i bilanci dopo quella data in modo d'impedire un incremento del deficit e del debito.

Non intendevo legarmi a etichette specifiche, ma se questo commento dà motivo di disappunto, lo cancello. Infatti ho inteso additare proprio il complesso delle politiche della Democrazia Cristiana Tedesca post-bellica.

RR

Oh a me pare che basti intendersi sui termini. Per il poco che capisco la politica economica tedesca proprio questo fa, da spazio al libero mercato e sta attenta a controllare che esso non "pisci fuori dal vaso". E' una forma di liberismo, giusto? Chiedo lumi a chi ne sa.

Io sono d'accordo con tutti qui: basterebbe copiare dai tedeschi. E suppongo che quelli che ne sanno di storia dell'economia chiamerebbero una simile politica un "qualcosa-liberismo".

Sul fatto che Tremonti scimmiotti la Merkel, boh, probabilmente è vero. L'imitazione però è venuta proprio male, non me ne ero davvero accorto! :)

Circa la denominazione, io - come già noto su questo blog - preferisco quella di Economia Sociale di Mercato, se non altro perchè questa locuzione è anche inserita nella Costituzione Europ... volevo dire nei Trattati dell'UE, e quindi è un concetto che, in modo più o meno diretto, è stato sottoscritto da tutti - pertanto ha una valenza politica generale.

RR

Non faccio giochi di parole. Due cose mi lasciano sempre perplesso in questo genere di discussioni:

(a) nutro dubbi sul senso di affermazioni del tipo "ci vorrebbe una cultura x" dove x rappresenta (il più delle volte) un'etichetta che al meglio richiama situazioni, comportamenti e credenze assai eterogenei;

(b) dal momento che si tratta di un esperimento mentale, forse interessante ma privo di azionabilità, mi domando cosa motivi la scelta ("servirebbe") della nuova cultura x rispetto alle altre. Perchè una cultura (qualsiasi cosa voglia dire) continentale piuttosto che una anglosassone. Se non si specificano questi aspetti si rischia di rimanere troppo nel vago.

Cordialmente

Innanzitutto il tema del "ci vorrebbe una cultura x" è stato introdotto da questo articolo, e dall'opera di Boldrin e del blog tutto. Non c'è niente di misterioso nè di "esperimento mentale" in tutto ciò - infatti stiamo parlando proprio di certe azioni con un (generico, se vogliamo, ma non "ominicomprensivo" o "caotico") segno culturale.

Quindi non vedo il punto da contrastare - stavo solo suggerendo una cert'altra linea politico-culturale di cui ho inteso marcare l'utilità per il Paese. Beninteso, si tratterebbe di una linea di cui dovrebbe essere "informato" uno schieramento di centro-destra (non a caso ho fatto riferimento alla Democrazia Cristiana Tedesca), ma ho rilevato la funzione culturale generale per il Paese tutto.

RR

Leggendo l'articolo vengono in mente mille esempi ed anedotti a conferma di quanto vi è scritto.

Siamo un paese dove, per varie ragioni storiche, il pensiero liberale fa fatica ad attecchire sia "economicamente" che "eticamente".

Ad esempio: la "borghesia produttiva" che si cita non è quella dei self made man alla Ford, ma quella dei Marchesi di Montezemolo: non si è sviluppata grazie al libero mercato e, anche se fosse, una volta in sella, italianamente, lo rinnegherebbe per proteggere lo status quo faticosamente raggiunto.

Proprio per questo, anzi a maggior ragione, di pensiero liberale il paese ha estremo bisogno.

Non so se ne "valga la pena" certo è la cosa giusta da fare,

PS

scrivere bene è ancora più gravoso, scrivere qualcosa di originale prende una marea di tempo, scrivere in modo convincente senza scadere nella banalità è frutto di un raro momento di grazia (almeno per me)

Non fare il modesto! Ancora adesso rido di gusto quando ripenso al tuo commento all'articolo "scalare la luna con il deltaplano"

Bisognerà premurarsi che sia una voce chiara, che parli per concetti semplici senza sussiego, e che ribatta spesso sugli stessi punti. Ma il terreno va preparato hic et nunc.

Sono assolutamente d'accordo. Credo che per quanto difficile, rendare 'narrazione' le prospettive che politiche liberali comporterebbero pur difficile sia possibile. Sicuramente è necessario.Adesso, qui ed ora.

Dovetti ricorrere al termine “denazionalizzazione” perché nella Roma del CAF il termine “privatizzazione” (eravamo nel 1990) veniva considerato una rozza provocazione di stampo thatcheriano e non si poteva pronunciarlo impunemente nelle stanze del potere o al cospetto dei mandarini.

Le sono son cambiate di poco, basti vedere alla reazione all'idea di "privatizzare l'acqua": contenuti della legge a parte e' proprio il concetto che spaventa. A questo riguardo, ripeto una cosa che ho gia' scritto anche se so di essere il solo a pensarla cosi': le liberalizzazioni all'acqua di rose di Bersani hanno avuto come vantaggio principale proprio quello di sdoganare il termine con valenza positiva. Magari non era intenzione di Bersani farlo ed e' stato soltanto un effetto collaterale ma prima di lui nessuno parlava di liberalizzazioni con quel tono: lui ha tolto i costi fissi di ricarica del telefonino, le ha chiamate per qualche motivo liberalizzazioni e adesso son tutti liberali. Forse basta un poco di zucchero?

ripeto una cosa che ho gia' scritto anche se so di essere il solo a pensarla cosi'

No, siamo in due. Può non piacere, ma è l'unico caso, negli ultimi anni, in cui il termine "liberalizzare" ha avuto un' accezione positiva nei dibattiti "mainstream" del nostro paese.

Voglio sottolineare una cosa: "privatizzare" (rendere privato) e "liberalizzare" (mettere in concorrenza) non sono la stessa cosa.

Certo, ma entrambi erano interpretati nella stessa ottica e cioe' "roba da americani". Tanto che la difesa principale dei tassisti al tentativo di Bersani di colpire le licenze era proprio qualcosa tipo "finiremo come a NY dove i tassisti son tutti pakistani".

Invece adesso mi sembra che il desiderio di colpire le caste degli albi sia molto diffuso e parte di questo successo si deva a quei tentativi timidi di Bersani, che probabilmente l'ha fatto senza nemmeno rendersene conto tanto che lui stesso aveva paura del termine liberalizzazioni e le definiva "lenzuolate"

 

 

ca va sans dire, Giorgio li accomuna nell'esempio non certo perchè li confonde, ma perchè l'avversione ai due concetti, almeno in Italia, proviene dalla stessa diffusa ideologia "paternalista catto-comunistoide" per cui tutto quello che è profitto, competizione, libertà di scelta è Male e va osteggiato a prescindere.

L'articolo è interessante, anche se un po' astratto. I commenti lasciano perplessi: a parte la diatriba sull'ordo-liberismo, che per qualche capo ameno della sinistra non è altro che cripto-fascismo, si divaga un po' troppo intorno a idee ricevute.

Il paese ha bisogno di pensiero liberale, come chiede Corrado Ruggeri? probabilmente sì, ma allora è produttiva la divisione tra liberali veri e liberali del cazzo? forse che i liberali veri sono quelli organici alla sinistra? ma quali sono? qualche nome non guasterebbe. 

Le "liberalizzazioni" di Bersani furono solo in parte dirette a creare maggiore concorrenza (farmacie, taxi); in parte maggiore si trattò di interventi dirigisti nelle attività economiche (modificazione di diverse norme del testo unico bancario), espressione di un modo di pensare paternalista. A proposito, "l'ideologia paternalista catto-comunistoide" mi sembra un altro straw-man: paternalismo e comunismo possono essere consonanti tra loro (solo che il paternalismo comunista presuppone prima la distruzione del nemico di classe);i rapporti tra cattolicesimo e paternalismo sono meno precisi, a meno che si voglia considerare integralmente paternalista la Soziale Marktwirtschaft - ma allora includiamo nel paternalismo buona parte del liberalismo europeo, non solo quello della sinistra USA, e tutto è paternalismo.

Abbiamo bisogno di maggiore precisione concettuale, credo.

Abbiamo bisogno di maggiore precisione concettuale, credo.

Quello può benissimo darsi Luciano, ma lascia che chiarisca due tuoi appunti, riguardanti dei miei commenti, perchè non sono stati intesi come avrei voluto.

è produttiva la divisione tra liberali veri e liberali del cazzo? forse che i liberali veri sono quelli organici alla sinistra? ma quali sono? qualche nome non guasterebbe.

1.Non era mia intenzione farne una questione di liberali schierati a destra o sinistra. Mi rifacevo ad una definizione di Michele Boldrin che definiva così quegli intellettuali autodefinitisi "liberali" che però non lo sono affatto. Operare una distinzione, anzi ridefinire chiaramente cosa sia un liberale penso che in Italia sia produttivo e necessario perchè il termine ha poco o nullo appeal.

2. Con ideologia "paternalista catto-comunistoide" non intendo realmente  quella cattolica o quella comunista (infatti dico "comunistoide") anzi non intendo nemmeno un'ideologia. E' il nome che do a quel guazzabuglio qualunquista**, diffusissimo in Italia (leggiti un po' di commenti a Blog o riviste politiche), sviluppatosi da un humus formato principalmente su quelle ideologie. Il suo mantra è: il profitto è male (parte di mantra di origine cattolica), le imprese sono il male perchè vogliono fare il profitto (parte di mantra di origine comunista)= lo stato deve impedire alle imprese di fare macelleria sociale (parte di mantra paternalista).

Spero di essere stato più chiaro (a rileggermi non mi sembra :-) )

PS

Possiamo fare tutte le critiche che vogliamo alle "lenzuolate" di Bersani ma, purtroppo, sono le cose più liberali che son state fatte in Italia negli ultimi 10 anni. Non lo dico per esaltare Bersani, anzi mi limito a prenderne tristemente atto.

** in effetti potrebbe anche essere uno strawman. Però io lo intendo come una semplificazione, in mancanza di un preciso termine, per definire quel particolare, diffuso, modo di pensare.

 

Se posso provare una sintesi, direi che esiste una visione statalista della politica che abbraccia la sinistra ed anche la destra sociale, passando per il centro democristiano. Una visione che naturalmente è competitiva perché tutti tendono naturalmente a governare il piu' possibile da soli, ma tutto sommato trasversale ed abbastanza standardizzata. Questa visione è nettamente maggioritaria e quindi anche i pochi liberali (presenti come certi metalli rari sulle etichette delle acque minerali) devono gioco forza allearsi con loro.

Da dire anche che essere liberali in Italia, circondati cioè da un humus fortemente statalista, provoca distorsioni notevoli nella qualità delle proposte concrete di liberalizzazione. Penso che un periodo all'estero (come fece Einaudi, per i noti motivi) possa fare bene a molti.

F

 

 

 

La questione fondamentale è che, non a caso, il pensiero liberale si è sviluppato nei paesi protestanti dove l'individuo viene considerato (ed educato ad essere) responsabile verso se stesso e verso gli altri.

 

 

 

se vogliamo essere precisi,la pancia della "sinistra",intesa come sentimento,come groviglio di idee,non è per nulla liberale come non lo è la pancia della lega(forse la lega anni 90,forse..e solo un pezzo..).forse la base della vecchia fi lo era,una parte almeno,intendendo come liberale un seppur minimo desiderio di "liberare" energie e idee senza troppi freni burocratici o altro.leggermente anti statalista,in sintesi.ma rimane una piccola conventicola.il futuro è un moroteismo populista statalista,alla vendola,alla franceschini,alla bindi.venato di eticismo come la bindi stessa.

Per rimanere in metafora direi che, intanto che guardiamo crescere l'erba, c'è gente che passa con il tosaerba e butta il sale.

In settimana:

1. Guido Viale (invitato praticamente su tutti i canali Rai, come unico esperto economico di cui l'Italia disponga) ha spiegato come il mercato "sia sbagliato" (su Rai News) e Draghi sia responsabile della crisi greca (su Rai Radio3)

2. il 19 su radio rai3 il presentatore e l'ospite (Castronovo) sostenevano che il capitalismo e il mercato libero hanno fallito e che bisogna dare più potere allo stato che deve poter controllare i mercati. Ovviamente la cosa non era una tesi tra le tante, il fatto veniva dato per accettato e risaputo (audio)

3.Nel programma seguente: Fabrice Leclerc spiegava al popolo il "potere delle scelte"! In particolare come tutti dovessero comprare solo prodotti "BIO", ed a km zero, per combattere la speculazione, l'inquinamento e tutti i vari mali del mondo (NOTA: sto tizio insegna alla Bocconi. Mi domando ma a km zero in centro a Milano cosa ca**o mangi? Cani e gatti?)

Ho ascoltato anch'io la trasmissione a cui partecipava Viale, a parte che non mi sembra così onnipresente, non mi pare che abbia detto che Draghi sia responsabile in prima persona, ha semplicemente ricordato come facesse parte di un'organismo che fino a poco tempo prima rassicurava sulla solidità della Grecia.

Circa la questione del mercato "sbagliato" ha posto (se ho capito bene) la stessa domanda che mi pongo da tempo anch'io; com'è possibile che in presenza di parametri completamente diversi, ci si affidi ancora a teorie economiche e a rimedi elaborati in epoche ormai trapassate? Dal mio punto di vista è come se per un intervento chirurgico ci affidassimo a un medico che ci opera con strumenti dell'ottocento.

forse sara' il caso di riflettere, se le (molte) valide intuizioni di nFA non vadano sistematizzate.

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