Come non capire l'OCSE (e l'economia) per attaccare Andrea Ichino

29 luglio 2013 brighella

Qualche giorno fa è uscito l’annuale rapporto che aggiorna la banca dati dell’OCSE in tema di politiche per l’istruzione. Siccome la madre degli orrori è sempre incinta ma partorisce troppo spesso nell'indifferenza, e' utile illustrare l'orrore apparso su Il Fatto Quotidiano a firma di Thomas Mackinson.

È con notevole raccapriccio che mi sono casualmente imbattuto in un articolo di giornale che tratta del rapporto OCSE. Mi scuso in anticipo coi lettori per infliggere loro le pene che casualmente sono cascate addosso a me. Ecco quindi l’articolo.

Per il casuale motivo che mi interesso di questioni specifiche, la mia attenzione e il mio raccapriccio si sono soffermati sul punto 8. Vediamo di cosa si tratta.

In sostanza, il Rapporto OCSE presenta due grafici. Uno in cui si vede che in Italia i public benefits della laurea sono circa tre volte i public costs. Il secondo (pagina 126 del Rapporto) mostra come i public net returns della laurea siano, per l’Italia, circa uguali ai private net returns della stessa.

Sotto dunque col sussidiare la laurea? Cosa hanno detto finora al riguardo vari economisti italiani? Dall’articolo che ho linkato veniamo informati che,

...Andrea Ichino [...] metteva in dubbio i benefici sociali della laurea [dicendo che]: “Uno dei nostri argomenti [...] è che chi ha provato a misurare empiricamente la presenza di questi benefici sociali [della laurea], aggiuntivi rispetto a quelli privati, ha trovato poco o nulla”

Per ora, vi prego di notare che Ichino parla esplicitamente di benefici sociali, aggiuntivi rispetto a quelli privati.  Ma ecco che il nostro giustiziere mascherato spiega al povero lettore che l’OCSE sbugiarda Ichino. Infatti,

La questione viene analizzata in dettaglio dall’Ocse che sfata l’ennesimo falso mito: i benefici sociali conseguenti da un laureato italiano maschio sono 3,7 volte maggiori dei costi pubblici [...]. In altre parole, incentivare e investire sull’accesso al sistema universitario conviene a tutti  

Visto che non voglio tenervi sulle spine, vi svelo subito le conclusioni di ciò che vi vado a raccontare, e lo faccio ponendomi delle domande e dandomi delle risposte. Più sotto, cercherò di dettagliare la mia spiegazione usando un giochino, che potete scaricare sul vostro PC, con protagonisti le maschere della commedia dell’arte.

DOMANDA. L’OCSE davvero sbugiarda Ichino riguardo all’apparenza assenza di significativi “benefici sociali, aggiuntivi rispetto a quelli privati” della laurea?

RISPOSTA. Neanche per idea. Il giornalista ha raccontato una pessima bugia quando, nel secondo passaggio che ho riporta, dice che l’OCSE calcola “benefici sociali” della laurea. L’OCSE non dice di calcolare benefici sociali (cioè quelli a cui si riferisce Ichino! Vedi sotto la sezione intitolata “Esternalità e benefici sociali aggiuntivi a quelli privati”), ma dice di calcolare benefici per il settore pubblico (public benefits). Facile dire che l’OCSE sbugiarda Ichino mettendo in bocca all’OCSE termini che essa non solo non ha mai usato, ma anche che, come vedremo, si è esplicitamente premurata di non usare. Certo, l’errore del giornalista può non essere volontario, ma potrebbe essere causato dalla cara, vecchia, profonda, ignoranza. L’OCSE calcola solo benefici privati, non calcola dunque alcun “beneficio sociale aggiuntivo rispetto a quelli privati”.  In sostanza, l’OCSE calcola il totale dei benefici privati monetari che un datore di lavoro o un cliente pagheranno ad un laureato nel corso della sua vita lavorativa in forma, rispettivamente, di salario o di parcella. L’OCSE poi calcola come questi benefici totali privati vengano divisi fra due soggetti. Il primo è l’individuo stesso (il soggetto “privato”) che riceve i pagamenti privati sotto forma di compenso lordo. Il secondo è il fisco (il soggetto “pubblico”) che si prende una parte di tali pagamenti privati tramite la tassazione.

DOMANDA. La differenza positiva per il fisco (il “pubblico”) fra costi e benefici indica che la laurea va sussidiata?

RISPOSTA. Neanche per idea. E non lo dico io, ma lo dice l’OCSE stessa in varie parti di commento ai dati di cui stiamo parlando. Al riguardo vi cito solo alcuni passaggi del rapporto dove l’OCSE, con ossessiva preoccupazione, chiarisce questo aspetto. “Non è sufficiente considerare solo il ritorno pubblico per determinare l’ammontare ottimo di investimento governativo nell’istruzione” (pag. 127). “I ritorni pubblici non possono essere usati direttamente per guidare le decisioni del governo in termini di investimento in istruzione” (pag. 134)

Sbugiardamenti inventati, quindi. I quotidiani nazionali ci regalano commenti al rapporto OCSE  degni del più scarso studente alle prese con l’esame di maturità. Ma se il giornalista non ha capito che il rapporto OCSE non c’entra nulla con quanto detto da Ichino, cosa saranno mai in realtà questi fantomatici “benefici sociali aggiuntivi a quelli privati”? Ci dicono che dobbiamo sussiadiare la laurea? Di quanto? La prossima sezione cerca di dare brevemente un inquadramento di massima per rispondere a queste domande. Chi è di fretta, può invece passare direttamente al gioco nella sezione successiva.

Esternalità e benefici sociali aggiuntivi a quelli privati

A cosa si riferisce Ichino quando parla di valore sociale ulteriore rispetto al valore privato? Si riferisce alle esternalità, che sono cosa ben diversa dalle tasse sul reddito (a meno che, visto che per qualcuno, “le tasse sono belle” non va escluso che pagare le tasse generi esternalità positive: felicità incontenibile e contagiosa, soave profumo di rosa che si spande per la strada, etc. etc...). Il concetto di esternalità si studia al primo esame del primo anno del corso universitario in economia. Niente di trascendentale, dunque. Sta di fatto che l’economista Ichino viene assalito da chi dimostra non capire nemmeno cosa egli dica. L'incomprensione è dovuta all’ignoranza dei concetti base propri della disciplina economica attraverso i quali Ichino si esprime. è davvero una situazione comica. E' come se un letterato classico si arrabbiasse con un astrofisico che sostiene che Venere non è attraente per l’esistenza umana. Venere è estremamente attraente, perbacco, è la dea della bellezza!

Cos’è un’esternalità? Un’esternalità positiva deriva, per esempio, da un bel murale che un privato cittadino dipinge sulla parete esterna della propria casa. Il murale dà non solo benefici privati al proprietario, che gode dell’opera, ma dà anche benefici a tutta la comunità che vive nel quartiere.  Tutti godono di quella bellezza, ma nessuno è tenuto a ricompensare, monetariamente o in altro modo, il proprietario della casa. Possiamo definire questi benefici che sono in capo alla collettività che vive o passa per il quartiere come benefici sociali ulteriori a quelli privati del committente. Di fatto, il proprietario dell’abitazione sta fornendo un servizio alla collettività, senza ricevere in cambio alcuna ricompensa, in nessuna forma. Questa assenza di ricompensa fa sì che i proprietari siano troppo poco incentivati a produrre opere murali belle agli occhi della collettività. Gli economisti parlano, in questo caso, di “fallimento del mercato” privato nella produzione di murali. In effetti, se la collettività potesse trovare un modo efficace per ricompensare il committente (in modo non monetario, tramite tanti “grazie” e attestati di stima eterna, o monetariamente, tramite un sussidio pagato dall’associazione di quartiere), allora i benefici sociali “extra” dell’opera  sarebbero “internalizzati” in benefici privati (rispettivamente, non monetari e monetari) per il proprietario di casa. L’aumento dei benefici privati darebbe gli incentivi “giusti” ai proprietari di casa a produrre la quantità ottimale di opere murali, e il quartiere si ritroverebbe abbellito.

Vi invito a notare un punto cruciale per la comprensione dei dati OCSE. L’OCSE, come detto, non parla di benefici sociali “extra” rispetto a quelli privati, ma parla invece di tassazione pubblica. La presenza di tassazione sul reddito fa sì che il beneficio privato netto che resta in tasca all’artista che ha compiuto l’opera sia inferiore al beneficio privato pagato dal committente (il proprietario di casa). Di fatto, siamo di nuovo nella situazione in cui un soggetto riceve, per la propria opera, un beneficio privato netto troppo basso rispetto al beneficio sociale creato dall’opera stessa. La tassazione fa dunque in modo che l’incentivo a lavorare (come artista) sia troppo basso rispetto a ciò che sarebbe socialmente desiderabile. Si avranno, di nuovo, troppo pochi lavoratori (artisti) all’opera in giro e quindi troppo pochi murali. Ma qui, come si dice in gergo, le esternalità o i “benefici sociali extra rispetto a quelli privati” non c’entrano niente. Nel rapporto tra committente e artista non ci sono esternalità di alcun tipo o benefici sociali extra da sistemare. Tutti i benefici sono privati proprio in quanto contrattualizzati nel salario lordo tra il committente per l’artista. Il mercato, qui, funzionerebbe alla grande nel trasferire i benefici di un’opera da un soggetto ad un altro.  Il mercato, qui, non fallisce per alcuna esternalità che crei benefici sociali extra non “internalizzati” in benefici privati, ma è piuttosto "interferito" dalla tassazione dello stato che si appropria di parte dei benefici privati, con conseguente sotto produzione e sotto occupazione del lavoratore (artista), se quest'ultimo ha, dicono gli economisti in gergo, un'elasticita' dell'offerta di lavoro (compensata, per gli amanti dei dettagli tecnici) positiva rispetto al salario. Questo e' il caso empiricamente rilevante.

Con il proprio rapporto l’OCSE si preoccupa proprio di fornire alcuni dati e analisti riguardo l’entità dell’effetto distorsivo che la tassazione genera in capo al lavoratore (futuro) che oggi sta decidendo se prendersi o no una laurea. Le esternalità e i “benefici sociali extra” c’entrano dunque nulla con l’analisi dell’OCSE, ed ecco quindi perché essa ha nulla a che fare con quanto detto da Ichino. Invece di scagliare strali a vanvera, come il letterato su Venere, chi invece è a digiuno di concetti economici quale quello di esternalità potrebbe cominciare, per esempio, dal lavoro di Arthur Pigou (1877-1959). Lo so, è roba vecchia di un secolo, ma aggiornarsi sulle ultime scoperte non sarebbe male.  

Ok, abbiamo stabilito che il lavoro dell’OCSE non c’entra niente con le esternalità di cui parla Ichino. Tuttavia, possiamo dire che il laurearsi genera qualche tipo di esternalità, o beneficio extra non “internalizzato”, alla società? La risposta è, banalmente, affermativa. Per esempio un cittadino più istruito potrebbe creare un vantaggio non remunerato alla società se, grazie alla laurea, sapesse scegliere dei governanti più competenti e con idee migliori al momento in cui vota. Nulla di strano dunque che, in linea di principio, si possa pensare a casi in cui la laurea generi esternalità positive, potenzialmente meritevoli di essere “internalizzate” tramite sussidi. Tuttavia è anche vero che credo di non conoscere alcuna attività umana che non generi esternalità (ergo, non conosco attività umana dove il mero libero mercato possa funzionare in modo assolutamente perfetto e ideale). Anche una bella donna, o un bell’uomo, che camminano per strada o che indossano un buon profumo generano esternalità positive. Ci mettiamo dunque a sussidiare la bellezza o i profumi? No, direi. La decisione se sussidiare o meno certi comportamenti si deve basare sulle risposte a domande prettamente empiriche: quanto forti sono gli effetti di esternalità rispetto agli incentivi privati che comunque già esistono (mi pare di notare, per esempio, che ci siano già parecchi incentivi privati a farsi belli)? Se le esternalità sono forti, riusciamo ad intervenire nella pratica senza finire a creare distorsioni ancora maggiori (senza creare una commissione ministeriale che decida quale uomo o donna si sia sforzato di rendersi sufficientemente bello, e di camminare in un pubblico un numero sufficiente di ore, in modo da meritarsi il sussidio)?

La questione empirica non è di semplice soluzione. è ragionevole pensare, per esempio, che l’istruzione di base (scuola elementare o superiore) sia caratterizzata da esternalità molto più forti di quella universitaria. L’OCSE ricorda questo aspetto nel suo rapporto, dicendo che proprio questo maggiore grado di esternalità fa sì che in tutti il Paesi OCSE l’istruzione di base sia quasi tutta finanziata dal fisco. Per la laurea, invece, l’OCSE ci ricorda (esattamente come Ichino) che le posizioni sono discordanti, perché non è empiricamente così chiaro che la laurea abbia esternalità positive tanto significative. Ad ogni modo, non resta che notare che si osserva un trend comune fra tutti i Paesi avanzati a ridurre il tasso a cui l’istruzione universitaria è sussidiata.

Il gioco

Ecco dunque il gioco che vi propongo per comprendere l’analisi dell’OCSE degli effetti, sulle scelte individuali di istruzione, della tassazione sul reddito da lavoro.  Potete scaricare questo spreadsheet e cambiare i dati a vostro piacimento.  Vi proporrò sei distinti esercizi, o casi. Ciascun caso ha una semplice struttura di base. Ci sono due personaggi, Arlecchino e Brighella. A Brighella proprio non piace studiare, quindi assumiamo che decidere sempre di conseguire soltanto un diploma, e a 19 anni andrà a lavorare, fino a quando, all’età di 65 anni, andrà in pensione. Ad Arlecchino studiare non dispiace poi così tanto, e di fronte a un salario da laureato sufficientemente attraente sarebbe disposto a laurearsi. Più precisamente, Arlecchino è il nostro studente al margine: in assenza di tassazione sul reddito da lavoro e in assenza di sussidi pubblici alla laurea, i benefici privati monetari (maggiore salario) dal laurearsi sono giusto sufficienti a compensare i costi privati (monetari e non) dal conseguire la laurea. La differenza fra i due sono i benefici privati netti dalla laurea. Ci occuperemo brevemente anche del caso dello studente infra-margine (Pantalone), ma di questo parleremo più avanti.  

Ognuno dei casi affrontati è strutturato in modo che il reddito base lordo di un laureato e di un diplomato siano sempre gli stessi. Anche i costi privati della laurea sono sempre gli stessi e si compongono di costo delle tasse universitarie, di costo di soggiorno fuori sede, e di “altri costi”. Questi ultimi colgono costi privati non-monetari legati al laurearsi, per esempio lo sforzo che uno studente a cui non piace studiare deve mettere per laurearsi, o la nastalgia di essere lontani da casa e dagli amici (ovviamente individui diversi hanno costi privati diversi, per esempio un individuo a cui piace studiare, o che non veda l’ora di andarsene via dalla propria città d’origine, avrà costi privati non monetari negativi - cioè benefici privati non monetari - dal laurearsi).

Le uniche quantità che varieranno da caso a caso saranno la struttura della tassazione e il livello di sussidi pubblici alla laurea. Vedremo come cambiano, caso per caso, gli incentivi di Arlecchino a laurearsi, il gettito fiscale netto (cioè al netto degli eventuali sussidi), e il gettito fiscale aggiuntivo e lordo da un laureato, quantità che io chiamo, per non far confusione, benefici lordi per il fisco da un laureato, e che come visto l’OCSE chiama public returns dalla laurea. Inutile dire che quella che vi propongo non è una teoria complessiva e sofisticata delle scelte di istruzione è di tassazione. è semplicemente la trasposizione, in esempi, dell’esercizio effettuato dall’OCSE e che, come detto, nulla ha a che fare con l’interpretazione che la stampa vi ha raccontato, come dimostrato proprio da quanto esplicitamente spiegato dall’OCSE stessa nella Box A7.1 (pag. 134) del rapporto. Come criterio guida per determinare gli effetti di sussidi e tassazione sull’accumulazione di capitale umano riporto qui di seguito il “criterio generale di ottimalità”, presentato nella già citata Box A7.1 dell’OCSE, e che vedremo in azione nei casi di cui tratteremo

Il sussidio ottimo all’istruzione universitaria è tale per cui la percentuale dei costi alla laurea sussidiati dal fisco deve essere uguale all’aliquota fiscale a cui sono tassati i redditi extra di un laureato (cioè i redditi in eccesso di quelli di un diplomato).

Chiaramente, secondo il “criterio generale di ottimalità”, una delle possibili combinazioni di tassazione e sussidio ottimi è che il sussidio agli studi sia zero, e che i redditi extra provenienti dalla laurea siano tassati anch’essi con un’aliquota pari a zero. Che l’OCSE citi una regola generale secondo cui un sussidio alla laurea pari a zero possa essere ottimale è l’ennesima conferma che l’OCSE non si occupa in alcun modo delle esternalità dell’istruzione (cioè dei “benefici sociali ulteriori a quelli privati” su cui argomenta Ichino): come visto infatti nel caso di murales, se si occupasse di tener conto anche di eventuali esternalità positive dall’istruzione universitaria un sussidio pari a zero non potrebbe mai essere ottimale, in quanto il sussidio ottimale dovrebbe sempre essere  strettamente positivo. Passiamo dunque ad analizzare i nostri 6 casi:

CASO 1. Tasse e sussidi sono a zero. I benefici di una laurea sono giusto sufficienti a coprire i costi di Arlecchino. Arlecchino è dunque il nostro studente marginale “ottimale”.  La società sprecherebbe valore se uno studente con costi più bassi di Arlecchino (o benefici più alti) non si laureasse. Similmente, la società distruggerebbe valore se incentivasse alla laurea uno studente che avesse costi più alti, o benefici più bassi, di Arlecchino (far laureare tutti, anche coloro a cui fa schifo studiare - cioè hanno alti costi privati non monetari - o coloro che non saprebbero mettere a frutto la laurea conseguita è uno spreco per la società, e per l’individuo).  Visto che l’aliquota fiscale è zero, il “beneficio lordo per il fisco” da un laureato è anch’esso zero. Ma dato che pure il sussidio è zero, l’economia raggiunge, come spiegato dal “criterio generale di ottimalità”, il numero ottimo di laureati.

CASO 2. Come in CASO 1, ma aggiungiamo una tassazione proporzionale del reddito pari al 20%. In questo caso Arlecchino sceglie di non laurearsi in quanto i costi sono rimasti praticamente immutati (unica eccezione è che il costo di rinunciare, durante l’università, al salario netto da diplomato), mentre i benefici privati in termine di reddito netto extra si sono ridotti del 20%. Dato che l’aliquota di tassazione non è zero, il “beneficio lordo per il fisco” è ora strettamente positivi. Tuttavia, visto che il sussidio alla laurea è zero, l’economia è in una situazione di inefficienza in cui Arlecchino non si laurea. Notate che la presenza di ritorni positivi per il fisco implica che il fisco vorrebbe espropriare Arlecchino di parte dei suoi benefici privati da laureato, ma non ci riesce, in quanto Arlecchino decide, proprio a causa della tassazione sul reddito, di non laurearsi.

CASO 3. Come il CASO 2, con la differenza che ora Arlecchino riceve un sussidio per la laurea anch’esso pari al 20% dei propri costi diretti. Visto che ora il “criterio generale di ottimalità” è rispettato, i benefici per Arlecchino dal laurearsi sono di nuovo sufficienti a coprire i costi, cosicchè Arlecchino si laurea. I “benefici lordi per il fisco” sono positivi (i redditi extra di Arlecchino vengono tassati), ma anche il sussidio è positivo. In effetti, rendimenti e costi per il fisco sono identici, così che il beneficio netto per il fisco da un laureato è zero. Con una mano il fisco espropria i benefici privati di Arlecchino, ma con l’altra è costretto a restituire i benefici in forma di sussidio. Se così non fosse, Arlecchino non si laureerebbe.

CASO 4. Come il CASO 2, con la differenza che ora la tassazione non è proporzionale, ma progressiva. Lo scaglione di reddito sopra ai 20 mila euro lordi è tassato al 45%. Visto che, per come ho costruito gli scaglioni, 20 mila euro è esattamente il reddito di un diplomato, l’aliquota del 45% va a colpire solo il reddito extra generato da un laureato rispetto ad un diplomato. Dunque, il reddito extra di una laurea è ora tassato al 45% mentre il sussidio alla laurea rimane del 20%. Il “criterio generale di ottimalità” non è rispettato, infatti otteniamo il risultato inefficiente in cui Arlecchino non si laurea.

CASO 5. Come il caso 4 ma, rispettando il “criterio generale”, la laurea di Arlecchino è sussidiata al 45%. Notate come il reddito netto di Arlecchino sia immutato rispetto al CASO 2. Anche il beneficio netto per il fisco è zero come nel CASO 2 (e per le stesse ragioni), ma ora sia i “benefici lordi” che i costi (sussidio) per il fisco sono più alti. Il fisco è diventato più invasivo sia dal lato della tassazione che dal lato del sussidio, senza però ottenere alcun effetto rilevante. Anche la tassazione, che ora sembra essere progressiva, è però de facto nuovamente proporzionale, come nel CASO 3 (i redditi lordi, al netto cioè dei costi di laurea, di Arlecchino nel CASO 3 e nel CASO 5 sono gli stessi). Il fisco, in sostanza, ha semplicemente fatto il gioco delle tre carte.

CASO 6.  Come il CASO 2, con la differenza che ora aggiungiamo uno studente infra-marginale (Pantalone), un individuo cioè che, a differenza di Arlecchino, non modifica la propria scelta di laurearsi a causa di piccole variazioni nella tassazione o nei sussidi. Pantalone, infatti, ha gli stessi costi di laurea di Arlecchino, ma ha un salario da laureato che è il 20% più elevato del salario da laureato di Arlecchino. Alla voce “benefici lordi per il fisco” da un laureato ora troviamo la media della tasse extra (rispetto cioè ad un diplomato), che il fisco raccoglie dai due laureati Arlecchino e Pantalone. Siccome sia la percentuale di sussidio che quella di tassazione rispettano il “criterio generale di ottimalità”, l’economia sta generando la quantità ottimale di laureati. Tuttavia, a differenza dei casi precedenti, dato il livello di tassazione ottimale i “benefici lordi per il fisco” da un laureato non sono più uguali ai sussidi alla laurea. In particolare, i “benefici lordi per il fisco” sono maggiori (più del doppio doppio) dei costi per il fisco! Com’è possibile ciò? Vuol dire forse che dobbiamo sussidiare di più la laurea, finché i sussidi non siano di nuovo uguali ai benefici lordi per il fisco? La risposta è no. Provate pure ad aumentare i sussidi. L’unica cosa che otterrete è di aumentare i benefici privati netti di Arlecchino e Pantalone, peggiorando la situazione del fisco. Siccome “il fisco” non è una persona, ma solo una finzione, “peggiorare la situazione del fisco” significa diminuire cioè che lo Stato può spendere in attività che vadano a beneficio di Pantalone, di Arlecchino e di Brighella. Per esempio, se le risorse fiscali fossero ridistribuite in parti uguali ai nostri tre personaggi, è facile vedere che l’aumento dei sussidi alla laurea genererebbe un trasferimento netto di risorse dal cittadino non laureato e quindi più povero, cioè Brighella (sigh!), ai cittadini laureati e quindi più ricchi, cioè Pantalone e Arlecchino. Avremmo ottenuto così un sistema fiscale regressivo.

Forse vi chiederete se sto giocando qualche trucchetto sporco nell’utilizzare la media dei redditi dei due laureati quale misura del “beneficio lordo per il fisco”. Niente trucchi, sto solo facendo ciò che fa l’OCSE. L’OCSE raccoglie dati sugli stipendi effettivi dei laureati, per poi farne una media. Se la differenza ex-post fra gli stipendi dei laureati non è guidata solo da puro imprevedibile caso (in parte, forse anche grande, lo è), ma c’è anche, ragionevolmente, una componente di variabilità individuale che può essere prevista già all’età di 19 anni, allora siamo proprio nel caso che vi ho illustrato. Per esempio, un diciannovenne molto sveglio, interessato, con ottimi voti e buone capacità interpersonali può ragionevolmente aspettarsi (e con lui, i suoi genitori) di far fruttare mediamente meglio una laurea di quanto possa fare un diciannovenne con voti mediocri e poco interessato alle materie che andrà a studiare all’università. Oppure, un diciannovenne mediamente capace, che vuol fare l’avvocato, ma che viene da una famiglia dove il padre ha già un’avviato studio d’avvocato può, ragionevolmente, pensare di far fruttare monetariamente meglio la sua laurea di uno studente, parimenti dotato, i cui genitori siano però un metalmeccanico e una casalinga. In conclusione, questo esempio mostra che il fatto che i “benefici medi per il fisco” calcolati dall’OCSE siano superiori ai sussidi alla laurea non implica necessariamente che i sussidi vadano aumentati. Anzi, bisogna starci molto attenti. E l’OCSE lo sa. Infatti in diverse parti che ho già citato l’OCSE afferma ripetutamente che il semplice paragone fra costi e benefici per il fisco calcolati nel rapporto non deve in alcun modo essere usato come guida nel decidere il livello ottimale di sussidio. I grafici sui costi e benefici per il fisco non devono, quindi, in alcun modo essere utilizzati nel modo in cui li ha utilizzati la stampa italiana (o, per lo meno, quella parte di essa in cui mi sono imbattuto).

In realtà, anche il semplice paragone fra “ritorni netti per il fisco” e “ritorni netti privati” (come detto all’inizio l’OCSE calcola che i due ritorni, nel caso dell’Italia, siano praticamente identici) è un modo tremendamente rozzo di capire se la laurea è sussidiata troppo o troppo poco. Sarebbe facile dimostrare questo punto mettendo a zero sia la tassazione che il sussidio nel CASO 6. Otterremmo una situazione ottimale, dove però i benefici medi privati per la laurea sarebbero strettamente positivi, mentre quelli per il fisco sarebbero nulli (il rapporto fra i due sarebbe dunque infinito...). Di nuovo, la grande cautela nel trarre conclusioni si legge chiaramente nel testo dell’OCSE (notare i corsivi, miei): “discrepanze grandi fra ritorni pubblici e privati potrebbero indicare che possono essere in atto strutture distorsive di tassazione, o che l’istruzione sia sussidiata in modo eccessivo” (pag. 127). Il contrario di quello che vuol far credere il giornalista!

Considerazioni conclusive

Due ultime considerazioni, prima di chiudere. Chi crede (erroneamente, come detto), che la presenza di “benefici lordi per il fisco” maggiori dei costi del sussidio implichi che sussidiando di più la laurea, pure il fisco ci guadagnerebbe in termini di maggiore gettito fiscale netto, dovrebbe sentirsi angosciato, altro che entusiasta!  Infatti, come mostra chiaramente anche il nostro piccolo giochetto, sussidiare di più la laurea è la stessa cosa che tassarne di meno i rendimenti monetari, cioè il reddito. Questo perché, ovviamente, un sussidio altro non è che una tassa di segno negativo. Ne consegue, perciò, che se abbiamo scoperto che aumentare i sussidi fa aumentare il gettito fiscale netto, allora forse abbiamo scoperto che diminuire le tasse fa salire il gettito! Drammatico, vorrebbe dire che le tasse sono ormai così alte e distorsive che abbiamo attraversato il punto di massimo della curva di Laffer, che è il punto dove le tasse cominciano a desertificare l’economia ad un velocità così alta che aumentarle diventa un’opera folle di autodistruzione non solo dell’economia, ma anche del gettito fiscale stesso. Lascio a voi notare l’ironia di come siamo passati da una interpretazione errata del tipo “le tasse sono belle, perché generano esternalità positive”, ad una situazione in cui si gioisce entusiasti che il livello di tassazione avrebbe ormai raggiunto livelli auto-distruttivi per il fisco e per l’economia.

L’ultima considerazione riguarda gli investimenti delle imprese. Che c’entrano con il rapporto dell’OCSE? Beh, c’entrano abbastanza. Nei calcoli dell’OCSE, e nel giochino che vi ho riportato, potremmo sostituire le parole “studenti” con le parole “imprese” e la parola “laurea” con la parola “investimenti”. Infatti, la teoria utilizzata dall’OCSE nell’interpretare i dati, basata sul “principio generale di ottimalità”,  è applicabile a tutti i tipi di investimenti, siano essi in capitale umano che in capitale fisico. Sostituendo le parole come vi ho proposto avremmo così un nuovo giochino che ci mostra gli effetti che la tassazione sul reddito ha sugli incentivi delle imprese e degli imprenditori ad investire . Quindi:

  • Dato che le aliquote sul reddito d’impresa sono più o meno le stesse di quelle su qualsiasi altro reddito da lavoro
  • Dato che gli investimenti delle imprese sono sussidiati molto meno di un percorso di laurea
  • Allora logica impone che chi dai benefici fiscali calcolati dall’OCSE (che, ricordo, escludono le esternalità) conclude che la laurea in Italia è sussidiata forse troppo poco,  dica anche chiaro e tondo che i sussidi all’accumulazione di capitale sono drammaticamente bassi. Che si alzino i sussidi per tutti, dunque, dalla Fiat alla Luxottica, dal ristorante sotto casa mia all’impresa di bulloni di mio cugino, che manco c’ha la laurea. Logica lo richiede!

Insensato? Beh, in effetti...Un’altra alternativa logica che mi aspetto di sentire è che la soluzione non è fare un ulteriore costoso gioco delle tre carte in cui, con un gigantesco gioco di intermediazione di benefici privati per via fiscale, i sussidi si alzano a tutti, laureati o produttori di bulloni. Piuttosto, la soluzione più ragionevole è abbassare le tasse sul reddito, in modo da ridurre la distorsione dinamica nelle scelte di accumulazione di capitale (fisico o umano). Cosa che, tra l’altro, dicono in vario modo buona parte degli economisti veri che nell’articolo vengono sbeffeggiati. E le esternalità c’entrano proprio nulla. Elementary, my dear Watson.

17 commenti (espandi tutti)

Link al gioco

brighella 29/7/2013 - 10:50

Mi pare manchi il link allo spreadsheet col gioco, e al momento ho problemi tecnici nell'aggiungerlo. Per ora potete utilizzare questo:

https://docs.google.com/file/d/0ByCkMxHVAp6LXzhZeng0VnhBYkk/edit?usp=sha...

Più che prendersela con il giornalista (in fondo è solo un giornalista!) io andrei a cercare il problema alla fonte: l'analisi è opera "Roars" e il giornalista si limita a riportare quest'analisi aggiungendo un po di colore!
L'errore penso  sia dovuto al pensiero comunemente diffuso ( anche tra alcuni professori di economia) che maggiori incassi per lo Stato=maggiori incasso per tutti!(lo Stato siamo noi no?!e poi fa gli investimenti pubblici che aiutano tutti!). Voglio sperare che non si siano dette cose del genere su un sito di ricercatori con il solo fine di strumentalizzare il rapporto dell'ocse.
Comunque ritengo che gli altri punti siano validi (che cosa ne pensa lei?) e che, forse, anche qualcun altro abbia fatto delle affermazioni non proprio corrette; insomma il punto 8 è inconsistente, però gli altri mostrano che forse non solo roars commette errori.

Porre limiti alla produzione di dottori in medicina da un certo punto in poi in certi scenari genera esternalità negative, per cui mi aspetterei che sussidiare la loro produzione, fino ad un certo punto in poi, ne generi di positive. In Turchia, dove non danno più dove andarli a scovare, ha senso sovvenzionare chi vuole diventare dottore, in Italia magari no, ma forse non ha nemmeno senso il numero chiuso.

Quello all'istruzione è, per la ns. costituzione, un "diritto".

E' simile al 3° di Tomas Jefferson dell dichiarazione d'indipendenza, quello all'autorealizzazione. Dargli un valore non ha senso.

Avrebbe forse senso domandarsi se il "diritto alla vita" ha un valore sociale?

Secondo gli allevatori di maiali, la durata più produttiva per i poveri suini è 4 mesi, il periodo in cui viene massimizzato il rapporto (peso carne)/(peso mangime). Ma mi sembra che i maiali non godano di un "diritto alla vita".  Per fortuna, i cittadini sì.

Altrimenti, sarebbe lecito ragionarvi sopra in termini di "vantaggio economico" per la società (che altro non è poi che un insieme di individui) come già avviene purtroppo per la salute, la proprietà privata e la libertà personale.

Purtroppo, in Italia è ancora più lecito che altrove. E questi diritti, altrove "inalienabili", sono sempre più lesi in virtù di un indefinito ed indefinibile "vantaggio sociale".

In realtà, non solo ricercare la sostanza o la quantificazione di tale "vantaggio" non ha senso, ma i risultati di tale ricerca saranno sempre opinabili, mai confermabili sperimentalmente, nonché soggetti alla nota "legge delle conseguenze impreviste".

Ma tutto ciò non centra nulla con le "sovvenzioni".

Le "sovvenzioni" sono soldi presi a qualcuno e dati ad un altro.

La base di diritto che giustifica questo procedimento, apparentemente ingiusto, è legata all'incertezza della vita, ovvero alla "sfiga" che ha la nota virtù di essere cieca, ovvero poter colpire tutti.  In perfetta sintonia con l'isonomia del "diritto".

L'assistenza sociale permette di sopperire, come un'assicurazione, a tali imprevisti.

Perciò, chi volesse studiare, ai fini della propria autorealizzazione, ma si trovasse per caso in difficoltà economiche, può sempre chiedere aiuto alla comunità, che ha per questo previsto un opportuna assistenza.

Ad esempio, in USA chiunque (anche non in difficoltà economiche, ma la cosa per me è correggibile, con incentivi fiscali) può chiedere un prestito di studio senza interessi allo Stato, da resituire quando potrà (o anche mai, il caso è imperscrutabile).

In altri paesi, la cosa è molto più demagogica, dispendiosa, statalizzata ed inefficiente.

Ma questo già lo sappiamo. O no?

Quello all'istruzione è, per la ns. costituzione, un "diritto".

Dipende. La Costituzione dice (art. 34) che "I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi." Cioe', il diritto all'istruzione universitaria e', secondo la Costituzione, per i capaci e i meritevoli, non per tutti.

Ad esempio, in USA chiunque (anche non in difficoltà economiche, ma la cosa per me è correggibile, con incentivi fiscali) può chiedere un prestito di studio senza interessi allo Stato, da resituire quando potrà (o anche mai, il caso è imperscrutabile).

A cosa ti riferisci? Non mi risulta che esista una cosa cosi' per "chiunque".

E nemmeno esiste "senza interessi". E' appena passata una legge che stabilisce il tasso di interesse per i prestiti per finanziare la laurea al 3,86%

I casi sono due:

- non esiste;

- esiste con interessi.

Sostenere la correttezza di ambedue le preposizioni è "oximoric".

Per gli interessi, mia moglie era soggetta al 2%, ma solo sul secondo prestito, perché il primo lo aveva iniziato a ripagare subito dopo la laurea.

Spero comuqnue che in USA, diversamente dall'Italia, viga il principio di diritto romano "pacta sunt servanda", per cui certe modifiche che toccano interessi economici già pattuiti non sono mai retroattive.

Hai ragione sulla Costituzione Italiana.

Ogni volta mi meraviglio di come sia inutile. Dovrebbe difendere il cittadino dall'arbitrio pubblico, invece lo sancisce.

La risposta alla tua domanda è: mi riferisco all'istituto dello "Student Loan".

Chiunque può accedervi, a qualunque età, per qualunque facoltà, senza necessità di requisiti.

Il prestito, che copre la retta universitaria, ma può coprire anche i libri ed il mantenimento durante gli studi se richiesto, viene versato direttamente all'istituto. Che può essere privato o pubblico.

Nota: quelli pubblici non hanno esami di ammissione. Quelli privati fanno quello che vogliono, come è giusto che sia.

Il prestito, un tempo era a interesse nullo. Poi, è stato introdotto l'interesse, ma solo dopo un certo numero di anni successivi al conseguimento del titolo di studio.

Il prestito non è cancellabile dal fallimento personale, come del resto anche i debiti fiscali.

Viene restituito con una percentuale minima del 5% sul reddito netto, ma è lui stesso deducibile dal reddito, essendo riferito ad una spesa che è considerata un diritto.

Mi viene detto che il controllo sulle spese dello studente è stretto, ed utilizzi del prestito diversi da quelli previsti sono perseguiti in modo molto severo.

La mia fonte di informazioni è mia moglie, che ha avuto due "student loans". Uno per la laurea in informatica, e dieci anni dopo per quella da assistente chirurgico (ambedue non vengono riconosciute in Italia, la seconda per il semplice motivo che non esiste).

Quando tornerà a lavorare in USA, continuerà a pagarli con calma, con la solita percentuale sul reddito.

Scusi, signor Brighella, non ce l'ho fatta a leggere tutto e non ho capito perche' il punto 8 dell'articolo che Lei cita e' sbagliato (anche se di certo mi fido di piu' di un signor Brighella che scrive su nFA piuttosto che di un signor Mackinson che scrive sul Fatto). Puo' dare una spiegazione piu' semplice in 50 parole?

Inoltre, dato che Lei si sofferma tanto lungamente sul punto 8 e non dice nulla degli altri punti, questo significa che gli altri punti sono corretti?

dottor divago

dragonfly 30/7/2013 - 10:30

arriva alle considerazioni conclusivem che permettono di sapere chi è l'assassino in 50 righe.

a mio parere, un po' tutti i punti dell'articolo citato sono grafici "massaggiati" senza particolare abilità. in particolare il punto 8 è un completo travisamento, però insidioso perchè si regge sulla confusione fra esternalità e benefici privati.

devo però parlar d'altro, brighella ha ricordato Pigou e mi si è stretto il cuore: devisu, qulache mese fa ho ascoltato giannino, duettante con zingales per la presentazione di un libro di quest'ultimo, citare le tasse pigouviane a sproposito, tanto che al momento mi sono vergognato della mia ignoranza.

il mio buon proponimento per il futuro, anche a celebrazione dell' anniversario di fermare il declino, sarà quindi  di continuare a vergognarmi e di non ascoltare più quelli che hanno troppe idee.

Ammetto

Tommaso Gennari 30/7/2013 - 22:10

Ammetto che anche le considerazioni conclusive mi sanno di nebbioso. Sono un ammiratore da anni di nFA, e il mio era, come spesso accade qui, uno stimolo ad una divulgazione piu' accessibile e diretta.

brighella è un professionista e non fatica a inserire carpiati e avvitamenti in una traiettoria che rimane precisa.

sussidiando di più la laurea, pure il fisco ci guadagnerebbe in termini di maggiore gettito fiscale netto.

questo è quello che viene suggerito dall'articolo del fatto. viene smentito mostrando le conseguenze paradossali a cui condurrebbe:

 

  • Dato che le aliquote sul reddito d’impresa sono più o meno le stesse di quelle su qualsiasi altro reddito da lavoro
  • Dato che gli investimenti delle imprese sono sussidiati molto meno di un percorso di laurea
  • Allora logica impone che chi dai benefici fiscali calcolati dall’OCSE (che, ricordo, escludono le esternalità) conclude che la laurea in Italia è sussidiata forse troppo poco,  dica anche chiaro e tondo che i sussidi all’accumulazione di capitale sono drammaticamente bassi. Che si alzino i sussidi per tutti, dunque, dalla Fiat alla Luxottica, dal ristorante sotto casa mia all’impresa di bulloni di mio cugino, che manco c’ha la laurea. Logica lo richiede!

 

almeno, è quello che io ricorderò domani, se sono fortunato.

Interessante a questo punto valutare l'effetto sull'emigrazione dei laureati. Mi pare evidente che in presenza di alti sussidi e alta tassazione sia conveniete per lo studente Arlecchino laurearsi e poi spostarsi in un paese con tassazione più bassa.  

O in uno in cui i rendimenti della laurea sono piu' alti, anche se la tassazione e' la stessa.

Poniamo il caso di un paese dove i laureati brillanti emigrino in cerca di pascoli più verdi, e pertanto non paghino tasse nel paese di origine, i laureati meno brillanti trovino impieghi per il quali la laurea non è necessaria, e nel quale vengano impiegati degli immigrati, laureati o no, ma in posizioni per le quali non è richiesta la laurea. In queste circostanza, cosa si potrebbe evincere dal rapporto OCSE?

Caro Brighella, il giornalista del Fatto in meno di 200 parole ha interpretato male quello che forse intendeva A.Ichino ed è stato impreciso nell’affiancare i benefici sociali in senso ampio intesi da Ichino a cd ritorni sociali in senso stretto riportati dal rapporto OCSE col nome di public benefits (che potremmo anche chiamare fiscal benefit), cioè senza le esternalità (errore scusabile in un giornalista visto che anche altri usano il termine social senza esternalità, come  qui e qui)

Il tuo articolo, molto più lungo, mi pare contenga invece molte più imprecisioni, e sopratutto non rispetta quel richiamo alla cautela nell’interpretazione dei dati che invece invochi.

 

Mi limito a commentare due imprecisioni contenute nell’articolo, e lascio le altre a un’altra occasione.

Prima imprecisione:

 

Il secondo (pagina 126 del Rapporto) mostra come i public net returns della laurea siano, per l’Italia, circa uguali ai private net returns della stessa.

Per l’Italia in realtà i ritorni pubblici netti (per i maschi) sono maggiori di quelli privati, sia se li si calcola con l’attualizzazione al 3% della tabella che citi, sia attraverso il calcolo del tasso interno di rendimento di pagina 144 e 146, dove vi è una differenza di 2 punti percentuali per gli uomini (minore per le donne). Le due modalità di calcolo possono portare a risultati diversi. Se vedi gli USA, ad esempio, a pagina 126 vi sono forti differenze a favore del pubblico, mentre calcolato come tasso interno, il differenziale benefici pubblici/privati dei tassi di rendimento è meno di quello italiano.  Questa svista ha delle conseguenze quando ci si chiede se la laurea debba essere sussidiata.

Seconda imprecisione:

 

“DOMANDA. La differenza positiva per il fisco (il “pubblico”) fra costi e benefici indica che la laurea va sussidiata?

 

RISPOSTA. Neanche per idea. E non lo dico io, ma lo dice l’OCSE stessa in varie parti di commento ai dati di cui stiamo parlando….“Non è sufficiente considerare solo il ritorno pubblico per determinare l’ammontare ottimo di investimento governativo nell’istruzione”… “I ritorni pubblici non possono essere usati direttamente per guidare le decisioni del governo in termini di investimento in istruzione “

Nella risposta credo ci sia un pò di malizia, in quanto non prende il testo completo contenuto nel rapporto OCSE, ma solo una sua parte. La frase completa è infatti, “However, unlike private returns, public returns cannot be used to guide government decisions on investment in education directly. Only comparisons of public returns with private returns can offer insights to governments.”

Cioè dice che bisogna confrontare i ritorni privati e quelli pubblici. Infatti, il box A7.1, citato nell’articolo, riporta come andrebbe fatto il confronto in un mondo ideale (NB: ideale). In breve, se i tassi di rendimento pubblici sono più alti di quelli privati (come è il caso italiano), si potrebbe interpretare questa differenza nel senso che il sussidio all’educazione universitaria è nel complesso inferiore a quello ottimale. Va da sè che se vi sono fallimenti del mercato (esternalità, asimettrie informative, vincoli di liquidità etc.) allora potrebbe essere utile sussidiare ulteriormente anche quando il rendimento pubblico è inferiore a quello privato.

Al di là dell’ottimalità sociale, in altre edizioni di Education at glance l’OCSE suggerisce ai governi di mantenere gli investimenti universitari quando generano benefici positivi pubblici anche in caso di problemi di finanza pubblica, proprio perché un investimento redditizio  per le finanze pubbliche. Cioè anche quando i ritorni netti pubblici sono minori di quelli privati, ma comunque sostanziali, viene suggerita una scelta subottimale per la società ma positiva per le finanze pubbliche. Spero si colga la differenza dei due casi (ottimo sociale vs interesse finanze pubbliche).

Ricapitolando, in teoria, se i rendimenti pubblici sono più alti di quelli privati (come in Italia e in pochi altri paesi OCSE), in un mondo ideale conviene sussidiare l’università. Se vi sono fallimenti di mercato vari, potrebbe essere opportuno sussidiare anche quando i rendimenti pubblici sono inferiori a quelli privati. Ad esempio, in Giappone e Korea mentre per i maschi il differenziale pubblico/privato è positivo per le donne diviene negativo (con il metodo del tasso interno di rendimento). Quindi in un mondo ideale ai giapponesi converrebbe sussidiare i maschi ma non le femmine. Siccome Giappone e Korea non rappresentano un mondo ideale, l’eventuale presenza di esternalità positive, vincoli di liquidità, irrazionalità dei genitori  o quant’altro, potrebbe giustificare un ulteriore sussidio anche per le ragazze giapponesi, magari solo quelle più intelligenti e che intendono fare ingegneria, o magari tutte.

Mi fermo qui.

l' autore dell'articolo indica Ichino come un cacciaballe in malafede creatore di analisi falsate allo scopo di smantellare la scuola pubblica. Per fortuna, ci informa Makinson, c'é il "battagliero ed informale network di ricercatori Roars che ci dice come stanno realmente le cose. Se a lei tutto questo  sembra fare buona informazione.

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