Comunicare meglio dei populisti

28 marzo 2017 Fabrizio Bercelli

In vari paesi occidentali trovano largo seguito movimenti politici e leader che offrono idee e programmi sorprendentemente irragionevoli. Sembrerebbe sensato contrastarli semplicemente spiegando ai cittadini quali siano i problemi reali e proponendo soluzioni non illusorie. Peccato che non funzioni: troppi elettori storcono il naso e girano la testa dall’altra parte. Le soluzioni semplici dei populisti sono più attraenti di argomenti basati sulla ragione, e dicono quello che molti vogliono sentirsi dire. C’è un’alternativa alla pedagogia delle dure verità e delle amare medicine? Qui suggerisco di sì, con la precisazione che questo è solo un esercizio con qualche esempio per avviare una discussione più estesa, di cui c’è estremo bisogno.

Conviene partire da un raffronto sintetico fra idee populiste e idee più sensate, come in questo schema (un tentativo senza pretese, sostituibile con qualcosa di meglio). Ne riproduco, per brevità, solo la parte da cui trarrò un paio di esempi illustrativi su come comunicare le idee sensate. 

IDEE SENSATE

IDEE POPULISTE

TESI

PROPOSTE

TESI

PROPOSTE

Euro e mercato globale fanno crescere l’occupazione, nonostante i problemi delle imprese che chiudono o delocalizzano.

Flexsecurity: sussidi di disoccupazione condizionati da riqualificazione e  ricerca assistita di lavoro.

L’euro frena la crescita economica dell’Italia. La concorrenzsa dei paesi emergenti (Cina, e altri) riduce i posti di lavoro.

Uscita dall’euro.

Protezione dalla concorrenza straniera. Reddito di cittadinanza.

 Schemi di questo genere semplificano molto la realtà, ma gran parte della popolazione percepisce la realtà in modo ancora più semplice. Per comunicare efficacemente una proposta politica, il livello giusto è spesso questo. Inoltre, per essere efficaci, non basta interpretare gli interessi di coloro cui ci si rivolge. Bisogna entrare in sintonia coi loro valori e desideri - questi ultimi condizionati da cultura di massa e propaganda politica. Chiarisco.

  •  Interessi. Alcuni provvedimenti (bonus 80 euro, abolizione IMU e TASI) hanno effetti graditi, immediati ed evidenti. Gli stessi provvedimenti hanno tuttavia, a medio e lungo termine, effetti negativi anche per chi è stato avvantaggiato a breve; però questi effetti meno immediati sono poco prevedibili e percepibili dai più, privi di una cultura scientifica in ambito socio-economico. Gli interessi non sono dunque evidenti, vi è un largo margine di interpretazione e manipolazione.
  • Valori. Tutti si orientano sulla base non solo dei propri interessi, ma anche dei valori in cui si identificano, e le due cose non sempre coincidono. Ad esempio, chi è sensibile a valori di solidarietà umana tenderà a essere favorevole all’immigrazione, anche quando non gli sembri essere nel suo interesse. Percepirà di più gli effetti positivi e meno i negativi, al contrario di chi sia più orientato a valori individualistici o familisti o localisti/nazionalisti. In Italia i valori di solidarietà collettiva sono forti e diffusi, anche grazie alla cultura cattolica e di sinistra; per realizzare le profonde riforme ora necessarie, bisogna fare appello a questi valori.
  • Desideri. Ciò che uno vuole dipende da come combina i suoi valori con la percezione dei suoi interessi.  Su questo siamo tutti molto influenzati dalla cultura in cui siamo cresciuti, dai mass media, dalla propaganda, dalla capacità di comunicazione e dalla personalità dei leader politici.
  • Paure. Le tesi dei populisti fanno spesso leva su idee primitive ed emotivamente potenti, quelle che imputano i fatti nocivi a nemici esterni (le banche, l’Europa e l’euro, i cinesi, gli immigrati). Una strategia comunicativa che identifichi un nemico può essere efficace, ed è tutt'ora molto usata. Ma l’alternativa “positiva” può essere pure efficace, e ha pur essa esempi storici a suo sostegno. Fallimentare è invece una strategia comunicativa che lasci intendere la sussistenza di una elite con le idee giuste, contrapposta ad una moltitudine di ignoranti o disonesti.

Allora, come comunicare idee più sensate, ma anche meno semplici e meno attraenti, ai molti che stentano a cogliere la differenza? Certo, a lungo termine il rimedio decisivo è diffondere la cultura scientifica, specialmente in ambito socio-economico. Ma nel frattempo bisogna imparare a utilizzare strategie di comunicazione che consentano di orchestrare le proprie posizioni in modo più attraente, senza mentire o ingannare.

Propongo tre criteri: trovare e atteners a una idea-chiave (un frame, un leitmotiv); dare per scontato ciò che è vero, ma viene negato dai populisti; mettere in primo piano i lati positivi di tesi e proposte. A sostegno (indiretto) di questi criteri vi è un’amplissima letteratura cognitiva e sociologica sui frame. Mi limito a indicare alcuni classici: Bateson, Goffman, Fillmore, Kahneman. Qui una buona introduzione.

 

IDEA-CHIAVE

 Dev’essere un’idea semplice, che evochi uno (o alcuni) di quegli schemi archetipici, emotivamente carichi, che possono mobilitare gruppi e masse sociali. In altri termini, una narrazione che catturi la mente di molti. E’ quello che sanno fare bene i populisti. Farlo senza raccontare favole e proporre magie, è più difficile, ma è necessario e possibile. L’idea-chiave deve anche sposarsi coi valori della gente cui ci si rivolge, oltre che interpretare ragionevolmente i loro interessi.

Suggerisco, a titolo di prova, una possibile idea-chiave, consonante con le “idee sensate” dello schema e coi valori di solidarietà collettiva, senza nulla di antitetico a valori di libertà individuale:

Un’Italia che funziona.

Per tutti.

Lo slogan può evocare lo schema archetipico “tenere in ordine la casa”, da valorizzare con apposite tecniche. Evoca anche schemi di efficacia, efficienza e pragmatismo, meno emotivi, ma forse abbastanza potenti per gruppi sociali importanti. C’è un richiamo a valori solidali (“Per tutti”). L’idea-chiave (questa o un’altra migliore), variamente declinata, dovrebbe informare tutta una campagna di comunicazione, sfruttando la forza retorica della ripetizione.

 

DARE PER SCONTATE LE VERITA' CHE I POPULISTI NEGANO

Se si nega esplicitamente ciò che i populisti affermano, dando così risalto alle loro tesi, si entra nel loro frame e lo si rafforza. I costi della globalizzazione, ad esempio, non vanno neanche menzionati, secondo il principio proposto da George Lakoff in Don't think of an elephant, 2004, e in The political mind, 2008 (Lakoff è un liberal fazioso, ma alcune sue idee sul framing politico sono utili). Vedi anche Matt Bay, 2005, The Framing Wars, NYT, 17 luglio 2005. Dialogare adottando il punto di vista dell’altro è giusto in molti ambiti, lo è di meno nella comunicazione politica.

Per esempio, se si insiste a negare che la concorrenza commerciale e industriale della Cina tolga lavoro a imprese e lavoratori italiani (più di quanto ne dia l’apertura del mercato cinese), il messaggio che comunque passa è quello di un legame fra globalizzazione e disoccupazione. Conviene invece mettere in primo piano l’idea dell’immenso mercato cinese che le imprese italiane possono conquistare dando così lavoro a molti italiani, attenendosi sempre al frame “Un’Italia che funziona”. Sottolineando, ad esempio, che per conquistare il mercato cinese le imprese italiane hanno bisogno di avere alle spalle un paese che funzioni bene, quanto e più dei paesi nostri concorrenti (Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Stati Uniti, Giappone). Si dà, in questo modo, per implicita la bontà della globalizzazione, senza subire l’agenda di chi vorrebbe invece metterla in questione. Dare tacitamente per scontato qualcosa che l’altro vorrebbe discutere, è il modo più efficace di trasmettere il messaggio che quella cosa è così ovvia da non meritare di essere esplicitata. Così fa anche un genitore saggio con un bambino capriccioso. In un certo senso è solo una questione di accenti e toni, ma accenti e toni nella comunicazione politica sono decisivi.

E’ normale mettere in evidenza solo ciò che è rilevante e ignorare miriadi di elementi che appaiono irrilevanti. Che cosa sia rilevante o irrilevante dipende dal punto di vista e determina la rappresentazione della realtà (Sperber e Wilson, Theory of Relevance, 1986/1995). In politica la capacità di far valere che cosa sia o non sia rilevante, cioè definire l’agenda, è cruciale.

 

EVIDENZIARE SOLO I LATI POSITIVI

Per esempio, fra le idee sensate sull’occupazione, l’istituzione di sussidi di disoccupazione tramite agenzie per la riqualificazione e il reimpiego, sono il lato positivo. L’abolizione, anche graduale, della cassa integrazione è il lato negativo - negativo per i molti che potrebbero giustamente temere di restare senza lavoro, senza reddito e senza opportunità di reimpiego. Insistere sul lato positivo non è ingannevole, se tacitamente implica il lato negativo: come, ad esempio, “nessuna protezione verrà tolta, neanche la cassa integrazione, finché non ci sia una protezione migliore”.

Rappresentare in modo concreto e vivido ciò che si propone di positivo. Ad esempio, “Il giorno stesso che perdi il lavoro, l’agenzia che hai scelto ti chiama, decide con te un corso di formazione e ti paga fino a che non trovi un altro lavoro.” E ripetere sempre il mantra “Un’Italia che funziona. Per tutti.”

Aggiunta importante: diamo per scontato che tutti vogliono ciò che è giusto. Vediamo ovunque amici onesti e intelligenti, non nemici disonesti e ignoranti. Non è buonismo, è arte della persuasione.

In che senso, dunque, “Comunicare meglio dei populisti”? Risposta: i populisti sono abili comunicatori, si attengono a quei tre criteri, e dicono cose facili e attraenti. Però che i loro discorsi non siano tanto affidabili lo intuiscono molti, anche fra quelli che ne sono attratti. Se si dicono cose più sensate delle loro con la stessa loro abilità, si può venire creduti più di loro.

Ma a chi serve questa discussione? Certamente a una forza politica seria, o anche a un movimento politico-culturale, che voglia competere coi populisti per proporre e fare cose sensate. Ma anche a una pubblica opinione che voglia valutare la serietà di quella forza politica. Valutarla non solo per ciò che essa propone, ma anche per come lo propone, per la sua efficacia persuasiva. Le cause perse, per quanto idealmente giuste, sono cause sbagliate, fino a che non diventino cause vinte.

11 commenti (espandi tutti)

MR

köln 28/3/2017 - 16:11

Tutto bello e condivisibile. Peccato che per aver (capito e) applicato alcune delle idee presentate in questo articolo Matteo Renzi sia stato in questo stesso blog ampiamente preso a bastonate.

Renzi è stato bastonato in questo blog per misure demagogiche, diciamo pure populiste, (80 euro, IMU e TASI, bonus ai diciottenni) al posto di misure molto più utili (taglio IRAP e simili) e per avere rincorso i populisti in una sterile polemica contro l'Europa e la Germania. Per avere rinunciato a far passare e mettere in atto le idee sensate che pure aveva proposto nel 2011, a cominciare dalla riduzione della spesa pubblica su cui pure s'era poi impegnato (con Cottarelli e Perotti).

E' vero che Renzi è abbastanza attento ai problemi di comunicazione cui ho accennato, ma si è largamente accodato alla retorica populista. Qualcuno sostiene che realisticamente non potesse fare di meglio (ad esempio su questo blog Giovanni Federico e altri, con buoni argomenti). Suggerisco che forse invece si potrebbe fare di meglio, e vorrei si discutesse sul come. Certo non limitandosi a dire quali provvedimenti sarebbero utili, su questo qui sono/siamo bravissimi in tanti. Ma provando anche a dire qualcosa su come venderli e incassarli.

 

In linea di massima non sono in disaccordo. Ritengo però che una certa nomea di faciloneria o contaballe che indiscutibilmente si è fatto in questi tre anni in parte derivi anche da questo suo aver raccontato solo gli aspetti positivi di ciò che faceva, o di aver detto "faremo 100" e aver poi fatto 50 (le famose slide). 

In realtà ci sarebbe anche tutta una seconda parte del tema introdotto dall'articolo riguardante la questione se sia meglio avere il migliore dei provvedimenti, ma indifendibile da un punto di vista comunicativo presso certe fasce di elettorato, o magari buttarci dentro qua e là qualche mancetta ed avere qualcosa che almeno si può provare a difendere con una certa efficacia. 

Non ricordo se sia stato qui o altrove che lessi un bel commento a proposito di una notevole ipersemplificazione a colpi di slogan riguardante la riforma costituzionale, in cui si sosteneva che si trattava appunto di una deliberata scelta comunicativa di Renzi che, potendo già contare sul sostegno dell'elettorato colto/informato/non populista, doveva ora puntare a guadagnarsi il favore del restante elettorato. Strategia che poi evidentemente non ha funzionato granché, ma sulla carta pareva allora condivisibile, almeno al sottoscritto.

A mio parere rimane il fatto che Renzi oggi, guardando anche gli ultimi vent'anni, sia colui che più è in grado di coniugare queste due esigenze: da una parte evitare di trascinare il Paese nel baratro a suon di provvedimenti populisti made in Lega/M5S (dichiariamo bancarotta, usciamo dall'euro e dall'Europa, torniamo all'autarchia, illicenziabilità per tutti, ecc.) dall'altra evitare il massacro mediatico subito da un Monti.

nè nel partito, nè nel Parlamento, per fare quello che ci saremmo aspettati facesse. Questo è un fatto. Tuttavia ha assunto via via una deriva populista e cientelare, che credo sia stata un grande errore. Ha perso credibilità, sia con chi vuole le riforme (noi) sia con gli elettori target di quella parte della sua politica clientelare e demagogica che voleva blandire, perchè su certi temi i populisti doc sono molto più bravi

Non metto certo in dubbio che finito lo slancio iniziale Renzi abbia assunto una deriva populista e clientelare. Mi riferivo piuttosto ad altri tipi di critiche che gli sono state formulate. Tipo le critiche di ingigantire i suoi successi (posti di lavoro, crescita, ecc.) e sminuire i suoi fallimenti (più posti di lavoro, ma indebolendo il tempo indeterminato e con miliardi di sussidi, crescita, ma grazie al QE e troppo debole e così via). Io in questo, più che una volontà di negare i fatti (i ristoranti pieni alla Berlusconi), ho sempre visto un'applicazione di alcune delle strategie comunicative delineate nell'articolo (essendo comunque io già da tempo familiare con esse).

Ritorno però sul fatto che a mio avviso oggi come oggi la comunicazione non basta più. Se si vuole restare al governo, soprattutto in un sistema parlamentare come quello italiano, è necessario ogni tanto strizzare l'occhio anche ai populisti. Non si possono fare miracoli con le narrazioni. Tanto per fare un esempio, non si può abolire la licenza dei taxi e poi sperare di raccontar loro che il governo è dalla parte dei taxi. Però magari si può aumentare la concorrenza a fronte di un qualche rimborso una tantum per i taxisti, raccontando loro "abbiamo fatto quello che ci impone l'Europa in tema di concorrenza, però da parte nostra vi abbiamo dato un risarcimento". è un provvedimento populista? Certo! Ma magari si sono limitati i danni, e alle prossime elezioni anziché avere contro il 100% dei taxisti se ne avranno contro il 50%. L'alternativa è un Grillo che difende i taxisti a spada tratta, a costo di minacciare di uscire dall'Europa se questa ci dovesse imporre di liberalizzare il mercato dei taxi.

Quello che voglio dire è che dubito che la ricetta "magica" per restare al governo sia provvedimenti serie e narrazione che piace ai populisti, che è la tesi dell'articolo, perché secondo me non funziona. La ricetta  a mio avviso è una parte di provvedimenti seri, una di contentini ai populisti ed una narrazione che si appoggi soprattutto su quest'ultimi per piacere a questo tipo di elettorato. Certo, il rischi è di far incazzare sia i populisti (non sei abbastanza populista!) che i riformisti (vai dietro ai populisti!) e restare col cerino in mano (Renzi in parte docet). 

volevo sollevare un dubbio: ma siamo sicuri che gli argomenti dei populisti siano mai stati contrastati con razionalità, determinazione e continuità? La stessa continuità martellante con cui questi argomenti sono proposti? Io per la verità vedo (molto) il fenomeno inverso. Cioè vedo una rincorsa ad impossessarsi delle tematiche proposte dai populisti in modo un po' piu blando. Non mi riferisco solo ai politici, ma anche agli intellettuali, ai giornalisti, alla classe  dirigente in genere. Qualsiasi politico, per esempio, tende a proporre concetti del tipo: l'Europa non deve essere fatta solo di vincoli e austerità ma deve cambiare rotta, fare investimenti, politiche di crescita e porre più attenzione alle tematiche sociali. Frasi del genere, che tradotte significano che si vuole fare più deficit, contrastano i populisti o ne nobilitano le battaglie? Avete mai sentito un politico esortare al senso di responsabilità degli italiani perché è venuto il momento in cui l'Italia, con dignità e coraggio, deve fare uno scatto di reni contando sulle sue forze e senza cedere a facili alibi? Magari condendo il discorso con un po' di retorica (che in politica non guasta mai) ma segnando una differenza netta con i populisti? Ecco a me questa grande fase di contrasto delle tematiche populiste che sarebbe fallita mi è sfuggita. Restando al tema europa/austerità tutto quello che leggo sembra fatto apposta per suggerire alla gente che le istanze populiste hanno molte ragioni. L'immagine di Renzi che da primo ministro rinuncia ad avere alle spalle la bandiera della UE raporesenta plasticamente la resa e non il contrasto al populismo.

Davvero d'accordo su tutto quello che dici. Ma io ho cercato di dire un'altra cosa, complementare a quella che dici tu.

 Provo con una metafora. La comunicazione politica, e non solo quella, è una canzone: testo e musica. Tu parli del testo, io parlo anche della musica.

Prendi la comunicazione di Michele Boldrin nei dibattiti in TV -- ho grande stima e simpatia per Michele, lo uso come esempio per la sua grande rilevanza, specialmente per chi legge nfa. Se esagero, è solo per rendere l'idea.

Allora, la canzone di Boldrin in TV. Testo spendido, anche se non abbastanza divulgativo: i "... punti del PIL ..." 1 su 100 capisce bene che cosa siano, 10 su 100 lo intuiscono vagamente e gli altri 89 si sentono tagliati fuori. Parlo anche del testo perché il testo condiziona la musica, che è quella che conta di più.

La musica di Boldrin (scusa ancora Michele se ti uso come esempio e ti semplifico all'estremo) ha alcune note ricorrenti: "Non lo so neanch'io, vediamo di capirlo insieme", "Ascolta me che ne so più di te e ho la pazienza di spiegartelo" e "Ma che cazzo dici?!?!". Questa musica a me personalmente piace, ma piace poco alle venti persone più care che ho intorno, che tutte fanno parte dell'Italia più civile. E' una musica che può suonare bene a uno già abbastanza istruito e animato da una forte curiosità scientifica. Diciamo ottimisticamente al 5% della popolazione?  O più realisticamente all'1%?

Allora, Elio, la mia vaga proposta è: ok, come dici tu, curiamo bene il testo e non stanchiamoci di dirlo e ridirlo forte e chiaro. Però, aggiungo io, bisogna che quel testo abbia una buona musica, una musica avvincente e diversa dalle altre.

Io sono negato alla musica, letteralmente e metaforicamente, sarei un pessimo venditore e un pessimo leader politico, però capisco che senza una buona musica, che piaccia a tanti, anche il testo migliore, per quanto tu lo ripeta, fa poco effetto. In altre parole - scusate la ridondanza e la lunghezza - non puoi limitarti a criticare la povertà del testo di una canzone molto orecchiabile. Devi fare una canzone ben diversa e migliore, nel testo e nella musica. E poi, certo, suonarla tanto.

P. S. Tenendo conto di osservazioni di Mirko Cecchini sulla pagina facebook di Michele Boldrin, la frase "i costi della globalizzazione, ad esempio, non vanno neanche menzionati" la attenuerei alquanto.

P. S. In questo commento ho sostituito il precedente link a "curiosità scientifica" con uno migliore.

mi rifaccio al titolo del film "lui e' tornato" di cui torno a caldeggiare la visione

per come l'ho interpretato il film dichiara che il populismo non se ne e' mai andato , che e' una parte di noi.

questo per dire che forse il problema non e' quello di imitarne le strategie comunicative 

la domanda che credo dobbiamo porci e' :  dal momento che la tecnica persuasuva del populismo non cambia quali sono le circostanze storiche che la rendono piu' o meno attraente per l'elettore medio?

se si vogliono evitare le "derive populiste" bisogna farlo agendo sull'elettorato disposto ad ascoltarne le tesi piu' che competere sulle tesi stesse

Non credo che leader come Mussolini, Hitler, Tojo siano da considerare esempi del populismo. Li definirei nazionalisti, imperialisti, miltaristi. E cosi si sarebbero autodefiniti. E vero che godevano di un appoggio popolare e la loro propaganda si rivolgeva al popolo con tecniche simili a quelle dei populisti.

Ma i veri populisti sono persone come Lafollette o William Jennings Bryan negli USA, la signora Peron o Getulio Vargas in America del Sud (probabilmente il continente dove il populismo ha avuto maggior consenso), Poujade o il Cavaliere o Bossi che non avevano nessun interesse a conquistare territori ecc.

direi di si'

bonghi 30/3/2017 - 21:39

anzi direi che loro ( benito e adolfo ) hanno toccato l'apice del populismo , mai nessun altro nella storia ha celebrato i fasti , reali o presunti , del prorio popolo quanto fecero i due

oltre a questo : l'avversita' alle elite in carica , una narrazione socialista , la presenza di un leader carismatico , la svalutazione delle forme e della democrazia rappresentativa direi che calzano perfettamente con la descrizione proposta da treccani

cmq che fascismo e nazismo siano o meno stati populismi non e' il punto , anche con l'esempio da lei portato dell'america latina ( cui pero' io continuo ad aggiungere quello dell'europa anni 20-30) si possono analizzare le situazioni che portano al successo dei populismi , con l'obbiettivo di evitarle

cosa che del resto mi pare di intravedere sia perseguita dalla germania che fa di tutto pur di contenere la disoccupazione , primo grande bacino di voti per i populismi 

Cos'è? Un animale mitologico?

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