Concorrenza sleale

2 settembre 2008 marcello urbani

Negli USA esistono società private che, a pagamento, spiano i comportamenti dei singoli utenti, anche creando finti siti pirata. In Italia un servizio analogo è ora fornito gratuitamente dallo stato. Con l'aggravante che gli utenti spiabili sono italiani, ed il (potenziale) spione no.

Da paladino del libero mercato insisto per fermare la nazionalizzazione dei servizi di spionaggio informatico tra privati.

Il fattaccio è un episodio della guerra santa legale che le industrie discografiche (e cinematografiche) hanno dichiarato alla condivisione di file tra utenti finali (peer to peer) di files su cui esse vantano diritti di copyright.

In questo caso, a seguito di una denuncia inoltrata dalla Federazione contro la Pirateria Musicale (riconducibile a FIMI, la federazione delle industrie discografiche italiane) il sito thepiratebay.org è stato sottoposto a un sequestro giudiziario effettuato in modo alquanto maldestro (o peggio). Per ordine della magistratura, gli utenti italiani del sito vengono dirottati su una pagina ospitata da pro-music, un sito con sede a Londra e riconducibile ad un'associazione internazionale di società discografiche. Pro-music si è quindi trovato nella posizione di poter intercettare gli indirizzi IP (ed altro, vedete qui se vi interessano i tecnicismi) degli utenti italiani di TPB, per di più al di fuori da ogni controllo da parte delle autorità italiane. Il sito cui è stata concessa la facoltà di spiare i cittadini italiani che cercano di accedere a TPB è strettamente imparentato con l'organizzazione che è autrice della denuncia. Tale organizzazione potrebbe quindi sfruttare le informazioni così raccolte per finalità proprie, fra le quali la persecuzione dei singoli utenti di software peer to peer.

Essendo per natura ottimista ritengo che il fatto sia da attribuire alla tradizionale incompetenza informatica dei nostri apparati pubblici, ma un dettaglio mi fa dubitare. Nel provvedimento con cui il GIP di Bergamo ha disposto il sequestro preventivo del sito di TPB non si accenna a reindirizzamenti su altri siti, per cui non è chiaro chi abbia scelto di re-indirizzare gli utenti italiani proprio su quel sito, e perchè lo abbia fatto. Meglio: è chiaro che l'idea è delle associazioni dei discografici, ma mi piacerebbe sapere chi l'ha tradotta in istruzioni di polizia giudiziaria ai providers (reindirizzare gli utenti ad un altro sito è il modo attraverso cui il "sequestro giudiziario" di TPB viene effettuato in Italia) ed in cambio di cosa. Come i lettori di nFA ben sanno, in questa materia la saggezza andreottiana sul pensar male è d'uopo.

Impagabile questo commento riportato da Repubblica:

I discografici, dal canto loro, non arretrano d'un passo: "Ci sembra fuori dal mondo questa difesa dei ladri", dice Enzo Mazza, presidente di Fimi (Federazione dell'industria musicale italiana). "Il sequestro di siti è normale in tutto il mondo. Proprio nei giorni scorsi in Francia c'è stata una decisione identica, di un giudice, contro un sito razzista".

Devo dedurne che i giudici francesi hanno spedito i frequentatori del sito razzista su quello dei black panther? Altrimenti mi sfugge l'analogia.

Al di la del pasticcio col sito inglese, che ci spia per conto dell'industria cinematografica italiana, mi preoccupa l'estendersi del firewall di stato italiano, una delle ultime cose che avrei voluto copiassimo dalla Cina. Temo che finiremo tutti per usare tecniche elusive tipo opendns, tor o relakks.

Per meglio cogliere il merito del reato contestato (e la sua supposta ma dubbiosa esistenza) credo sia utile una breve introduzione a bittorrent e TPB.

Bittorrent è un protocollo peer to peer. Un client bittorrent è in grado di scaricare un file da altri utenti, ma per farlo necessita di un piccolo file (.torrent) che identifica univocamente il file originale e consente di rintracciare gli utenti che ne possiedono una copia.

thepiratebay.org (TPB) è un motore di ricerca per file condivisi tramite bittorrent, ed ha sede in Svezia. Non ospita nessun file protetto da copyright, ma solo i file .torrent .

Questa situazione rende piuttosto opinabile se il sito TPB violi o meno le leggi sul copyright. Infatti, pur nella mia scarsa conoscenza delle complessità della legge italiana in materia, ho l'ardire di suggerire che il GIP di Bergamo potrebbe aver preso una seria cantonata; cantonata che è poi stata aggravata dal modo decisamente inappropriato in cui qualcuno (ma chi? Si potrebbe sapere chi?) ha attuato il sequestro, causando una grave violazione della privacy per gli utenti italiani della rete. Ecco perché m'azzardo a tanto - attendo fiducioso le impietose critiche dei nostri magistrati, notai ed avvocati, più esperti di me in questo campo.

Il reato in questione, come citati anche dall'ordinanza del GIP medesimo, sono descritti e regolati dall'articolo 171-ter, comma 2, lettera a-bis) della legge 22 Aprile 1944, n. 663. Anzitutto, l'articolo in questione insiste ripetutamente sul fatto che il reato si configura quando i files (le "opere dell'ingegno", come le chiamano loro) vengono scambiati a scopo di lucro. Questo non è chiaramente il caso per il 99.9% degli utilizzatori di software peer to peer, e non lo è chiaramente per il sito TPB, ma è pratica abbastanza comune per la magistratura procedere a sequestro preventivo anche in caso di siti amatoriali per cui la mancanza di lucro è ancora più evidente. Di regola questi procedimenti si concludono in una tirata d' orecchie ai responsabili e la chiusura (per quieto vivere) del sito, ma TPB ha le spalle larghe, è già passata indenne (o addirittura rafforzata ) da iniziative analoghe. Tra l'altro, poiché l'ordinanza giudiziale sequestra (attraverso il dirottamento di cui sopra) il sito TPB a tutti gli utenti della rete che usano servers italiani, mi chiedo come possa il GIP avere la certezza che chiunque cerca di accedere a TPB dall'Italia lo faccia per commerciare a scopo di lucro dei files coperti da copyright!

In secondo luogo, la lettera a-bis) dice

a-bis) in violazione dell'art. 16, a fini di lucro, comunica al pubblico immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un'opera dell'ingegno protetta dal diritto d'autore, o parte di essa;

Ora, nel sito di TPB non vi sono i files (le opere) ma solo del software (ossia, altri files) che permettono agli utenti di andarsi a cercare le "opere dell'ingegno" in rete, identificando quale altro utente abbia messo a disposizione quanto si va cercando. Insomma, TPB non "immette" in rete proprio nessuna opera, al più (se volete) fornisce gli indirizzi dei posti dove le opere sono disponibili. Quindi, a meno che il magistrato in questione abbia deciso che vi è equivalenza fra indirizzo del file e file medesimo e che scambiarsi informazioni sulla locazione dei files è equivalente a scambiarsi i medesimi (esercizio logico che mi sembra alquanto improbabile) o che la legge italiana sia stata modificata rispetto al testo che son riuscito a rintracciare su InterLex (e pubblicata dalla SIAE ), a me sembra che il reato imputato a TPB (che, non scordiamocelo, sta in Svezia e quindi, giustamente, delle leggi italiane se ne fa un baffo) non si configuri proprio. Cos'è che ho capito male?

Infine, una nota a margine sulla coerenza della legge e della giurisprudenza italiane. Una norma del 2007 consente:

la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro.

Si dà il caso che, in senso stretto, gran parte della musica e la quasi totalità dei video diffusi in forma digitale (compresi i film su blu-ray commerciali) siano degradati.

Sarebbe buffo se, a seguito delle decisioni prese dalla magistratura bergamasca, si configurasse in Italia la seguente situazione: la legge consente la condivisione e lo scambio senza scopo di lucro dei files (degradati) anche se protetti da copyright ma la giurisprudenza vieta, impedisce e (probabilmente) punisce il libero scambio di informazioni sui files stessi.

34 commenti (espandi tutti)

Aggiungo il dettaglio che i file .torrent possono tranquillamente essere trovati con una ricerca tramite google, yahoo, Virgilio ecc ecc. Ergo, se la legge italiana punisce i motori di ricerca che permettono di trovare dei file torrent allora dovrebbero porre sotto sequestro preventivo anche tutti gli altri motori di ricerca, non solo thepiratebay.

N.B. excusatio non petita : mai scaricato un torrent in vita mia (anche se ho intenzione di farlo per ottenere la prossima versione di Linux Ubuntu quando uscirà).

Qua l'hai un po' toppata, eh. Quello stesso comma subito dopo recita: "Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell’università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all’uso didattico o scientifico di cui al presente comma".

Dunque sarà un decreto ministeriale a decidere COSA è uso didattico e scientifico e dunque è legittimo. Insomma a definire finalmente anche in Italia il "fairuse" e sicuramente non lo sarà il quattordicenne brufoloso che vuole scaricare la discografia di ogni band esistente "xkè si!!!!1111".

 Fino a tale decreto, il comma non è operativo. 

Grazie della precisazione.

Resta il fatto che se si voleva legislare sul fair use, una volta per tutte, si poteva fare con piu' precisione e competenza, invece che invocare termini tanto vaghi quanto pericolosi.

Qua l'hai un po' toppata, eh. [...] Fino a tale decreto, il comma non è operativo.

Cosa vuol dire esattamente che non è operativo? Vuol dire, presumo, che vale la legislazione in essere alla data dell'approvazione della legge non operativa (anche su questo ho qualche dubbio, vedi sotto). La quale legislazione, ossia la legge 22 Aprile 1941, n. 633 e successive modificazioni, punisce solo l'utilizzo a scopo di lucro e non autorizzato di materiale protetto da copyright. Non punisce l'utilizzo di tale materiale quando lo scopo di lucro è assente, come lo è chiaramente nei casi in questione e, ahimé, anche per il 14enne brufoloso a cui non vuoi far scaricare la discografia delle bands. In sostanza: l'incongruenza rimane e non mi sembra che Marcello l'abbia proprio così toppata.

Aggiungo che, pur non conoscendo la giurisprudenza in materia, dovrebbe esistere (in assenza di regolamenti attuativi ma in presenza di una legge dello stato regolarmente approvata e pubblicata) una qualche "presunzione" sull'applicabilità della legge e sulla corretta interpretazione dei termini che essa non definisce in maniera non ambigua. Passo questa domanda ai lettori più esperti: se un ministero non emette mai i decreti attuativi, che si fa?

Infine, e non perché i 14enni brufolosi mi stiano molto simpatici, cosa c'è di tanto male se due di loro si vogliono scambiare le loro canzoncine rock? È peer to peer, quindi qualcuno da qualche parte se le è comprate quelle canzoni. Il fatto che ora usi una tecnologia liberamente disponibile per farne copie e regalarle agli amici, che male fa? Mai fatto coppie di dischi o di cassette usando cassette registrabili? Mai imitato quel risotto che avevi visto fare dalla cugina del tuo collega? 

 

se un ministero non emette mai i decreti attuativi, che si fa?

 

non sono un esperto, ma ti posso rispondere: non si fa nulla, finché non esce il regolamento attuativo. cfr. legge sull'autocertificazione, votata nel '68, entrata immediatamente in vigore, resa operativa nel '98.

è per quello che spesse volte mi chiedo CHI davvero abbia in mano il potere in itaglia: il ministrone teribbile che tuona, fulmina e lgifera, o lo sconosciuto fantozzi che tramuta tuoni e fulmini in procedimenti e regolamenti, quando e come più gli fa comodo???

Sarò un ingenuo ma io sposo in toto la filosofia della TPB (e non sono un quattordicenne brufoloso). Uno dei pochi veri progressi che ha conosciuto il genere umano è figlio della condivisione e della diffusione della cultura (muiscale, cinematografica ecc...). Quest'ultima è l'unica in grado di cambiare davvero lo zeitgeist attuale e in passato lo ha già fatto. Certo bisogna pur difendere gli artisti, ed è proprio qui che viene il bello. Bisogna trovare un altro modo di retribuire gli autori delle "proprietà intellettuali", magari in base al numero dei download, ed è opportuno muoversi in fretta perchè le cose cambiano velocemente e la pirateria non solo non si può sconfiggere, ma è destinata inevitabilmente a vincere

Sarò un ingenuo ma io sposo in toto la filosofia della TPB (e non sono
un quattordicenne brufoloso). Uno dei pochi veri progressi che ha
conosciuto il genere umano è figlio della condivisione e della
diffusione della cultura (muiscale, cinematografica ecc...).
Quest'ultima è l'unica in grado di cambiare davvero lo zeitgeist
attuale e in passato lo ha già fatto. Certo bisogna pur difendere gli
artisti, ed è proprio qui che viene il bello. Bisogna trovare un altro
modo di retribuire gli autori delle "proprietà intellettuali", magari
in base al numero dei download, ed è opportuno muoversi in fretta
perchè le cose cambiano velocemente e la pirateria non solo non si può
sconfiggere, ma è destinata inevitabilmente a vincere

Sono assolutamente d'accordo, e in effetti gli artisti stanno gia' trovando il modo di farsi pagare, tramite concerti e testimonial pubblicitari anziche' vendita di dischi. Chi sta facendo il diavolo a quattro non sono gli artisti, ma un'industria che un tempo svolgeva una funzione utile (distribuire pezzi di vinile) e che con l'arrivo di Internet e' diventata un fossile vivente: possiamo star sicuri che gli ultimi soldi disponibili prima di andare in liquidazione saranno spesi in avvocati e in "contributi elettorali" a politici sul loro libro paga. Alla situazione ben si addice un brano dal racconto di Robert Heinlein "Life-Line", che parla di un inventore che, avendo costruito una macchina che predice la durata della vita di ogni individuo, si trova a fronteggiare la reazione furibonda dell'industria delle assicurazioni:

"Nella mente di certi gruppi in questo paese si e' fatta strada la nozione secondo cui, se un uomo o una ditta han realizzato profitti dal pubblico per svariati anni, il governo e i tribunali hanno il dovere di garantire tali profitti per gli anni a venire, anche a dispetto di cambiamenti delle circostanze e andando contro al pubblico interesse. Questa strana dottrina non trova riscontro ne' nelle leggi dello stato ne' nella tradizione giuridica. Ne' individui ne' societa' hanno alcun diritto di andare in tribunale e chiedere che l'orologio della storia sia fermato, o portato indietro."

Perfettamente d' accordo, aggiungo che trovo ridicolo anche l' accanirsi su tecnologie DRM che non fanno altro che rendere il loro prodoto meno fruibile di quello alternativo.Evito l' aggettivo pirata perchè IMO è appropriato solo per il materiale distribuito a fini di lucro, altro fossile vivente.

Allora io entro dal panificio, gli rubo il pane e, non solo rivendico il mio DIRITTO a prendere il pane che mi serve, ma anche che mi potrebbe servire un giorno, metti che vengano i parenti (Cosa che sarebbe forse più legittima che rubare musica) e, alla fine, dico pure al panettiere "Devi trovare un'altra maniera per farti pagare (da chi? ndr), magari in base a quanto pane ti rubano perché, dannazione, rubare il pane conviene e dunque i ladri vinceranno.

Legge base del capitalismo: se ti piace e ti va bene il prezzo, compri. Se non ti va bene il prezzo, non compri. Poi, ok, passarsi dischi fra amici, ok, i drm sono scomodi come la morte, ok, scaricare l'emmepitré se ho il vinile, ok. Ma sta succedendo quello che succede col software: perdita della sensazione del valore. Se è gratis, è bene. Se ha un serial number e costa 11$, lo cracco. Se è a pagamento e ne costa 150, dopo magari due anni di sviluppo, investimenti, etc si è deciso di tenere comunque un prezzo basso, rischiando di perdere, lo scarico perché il consumatore medio non ha la sensazione che il software valga qualcosa. Questo sta succedendo con la musica. 

Pregevole come ogni volta che si parla di musica tutti dimentichino i fonici, i produttori, i tecnici, i sessionman e tutti quelli che si fanno un culetto così ma che consideriamo solo una "spesa inutile". 

Questa discussione si trova in centinaia e centinaia di threads in tutte le lingue, ma vale la pena ribadirla anche qui: no, copiare illegalmente musica non e' come rubare il pane. Se ti rubo il pane, tu non puoi piu' mangiarlo, se copio il tuo mp3 tu puoi continuare ad ascoltarlo come prima. E' una differenza sostanziale. Sara' illegale quanto lo e' rubare il pane, ma e' qualitativamente una cosa diversa. 

sì, l'esempio del pane non è calzante. Non solo si tratta solo di cose diverse...è una questione di tempi che stanno cambiando per quanto riguarda la fruizione di musica, dei libri scientifici e dei film (un discorso analogo riguarda la crisi che stanno vivendo i cinema). Significativo è il fatto che questo problema riguardi non tanto gli artisti ma, come si diceva ottimamente più sopra, gli intermediari che non sanno più come sbarcare il lunario e non riescono a farsene una ragione.

Non si tratta di vedere se il "crimine" vincerà...perchè in realtà HA GIA' VINTO. Tutto il sistema di distribuzione va riorganizzato e ripensato. Chi può, ripeto, deve adeguarsi in fretta: alcune figure professionali scompariranno e ne nasceranno di nuove.

In futuro ci si farà due risate ripensando a questo problema

L'argomento è complesso, tanto che ci ho dedicato il meglio del mio tempo di ricerca durante gli ultimi dieci anni. La mia opinione la trovi qui, in versione semplice e senza formule. Se vuoi ne discutiamo, anzi magari violo la piccola regola che mi ero auto-imposto di non parlare su nFA della mia ricerca e ci faccio un post.

Per quanto riguarda gli argomenti tuoi, mi dispiace ma sono sbagliati nel senso che non c'entrano nulla con la discussione in questione. Rubare il pane, nel senso di rubare il pane prodotto dal panettiere è cosa diversa da COMPRARE il pane al prezzo che il panettiere stabilisce, poi andare a casa, studiarsi il pane e provare a farlo in proprio. Per farlo in proprio occorre sia acquistare gli ingredienti necessari, sia "copiare" l'idea al panettiere, che è esattamente quello che fai quando fai una copia del tuo disco (legittimamente acquistata) di Celentano o Strauss e ne doni la copia ad un cugino o te la porti in macchina. L'unica differenza è che la tecnologia digitale permette di fare più copie e di regalarle più rapidamente. La qual cosa è un bene, non un male: tecnologie che permettano di fare più cose e meglio sono utili, non dannose. Chi usa vecchie e superate tecnologie cerca di difendere il proprio monopolio impedendo l'entrata delle nuove, cercando di renderle illegali.

Storia vecchia: la transizione a società aperte e dinamiche è avvenuta proprio quando siamo riusciti, per la maggior parte, a vincere la battaglia contro i potenti di un tempo che volevano impedire l'accesso a nuove tecnologie e mezzi di produzione usando dei diritti di proprietà (ed una distribuzione del potere) che glielo permetteva. Il capitalismo è questa cosa qua, quella cosa che, come dice il mio amico Juan Urrutia Elejalde con felice espressione, sempre viene. Il capitalismo che viene e dissolve le rendite, questo è il capitalismo che fa bene alla salute.

Per quanto riguarda, infine, la tua descrizione di quanto sta succedendo con software e musica (non mischierei le due cose, sono davvero due mercati diversi) quanto dici tanto apoditticamente e'  semplicemente falso per entrambi i mercati. Le cose non stanno proprio così. Ci ritorneremo con calma.

 ne doni la copia ad un cugino

 

il problema allora può essere del cugino che a sua volta copia il disco donatogli e poi lo dona alla propria fidanzata? il cugino non ha acquistato nulla. però non ci sta lucrando e l'uso del disco rimane quindi personale. quindi la copia per uso non commerciale deve essere autorizzata in toto e senza limitazioni? io dico di si. un'altra domanda: qualcuno mi sa dire come vengono ripartiti i diritti incassati dalla siae?
la legge in italia addirittura impone di pagare la siae per ogni pagina fotocopia (penso si usi una sorta di bollino). a chi vanno quei soldi? come fa la siae a sapere cosa ho esattamente fotocopiato? il libro di Boldrin o quello di X?

Per le fotocopie non hanno ancora risolto, ma per i files si: quando compri una memoria di massa in Italia poaghi anche una tassa alla SIAE (per i DVD la tassa costa più del supporto non tassato, o almeno così era un paio di anni fa).

P.S. il libro di Michele puoi scaricartelo, non hai bisogno di fotocopiarlo

Per le fotocopie non hanno ancora risolto, ma per i files si: quando
compri una memoria di massa in Italia poaghi anche una tassa alla SIAE
(per i DVD la tassa costa più del supporto non tassato, o almeno così
era un paio di anni fa).

si, ma come lo dividono il balzello? in base a quale criterio ottocentesco? perchè suppongo che in qualche modo la siae abbia il compito di redistribuire quei soldini.

P.S. il libro di Michele puoi scaricartelo, non hai bisogno di fotocopiarlo

già fatto da tempo. comunque grazie. 

Per le fotocopie non hanno ancora risolto, ma per i files si: quando
compri una memoria di massa in Italia paghi anche una tassa alla SIAE
(per i DVD la tassa costa più del supporto non tassato, o almeno così
era un paio di anni fa).

Ah, quindi ora copiare DVD e' al 100% legale, giusto? Altrimenti, non vedo con quale diritto la SIAE si potrebbe incamerare i proventi della tassa sui media (sarebbe colpevole di ricettazione!).

 

qualcuno mi sa dire come vengono ripartiti i diritti incassati dalla siae?

 

QUI c'è un resoconto piuttosto ben fatto di come la SIAE "ripartisce" (virgolette d'obbligo) i proventi dei diritti tra i suoi associati.

se avrete la pazienza di leggerlo tutto, siete pregati poi di utilizare gli appositi sacchetti che si trovano nella tasca portaoggetti del sedile davanti al vostro. io la prima volta non volevo crederci, ma  dopo una rilettura sommaria e un lungo e meditato ragionamento (circa 27 secondi) mi sono arreso all'evidenza. e poi sarebbero quelli che la pirateria la vorrebbero combattere.....

A parte che come han fatto notare altri rubare il pane e duplicare audio/video non sono per nulla equivalenti, il motivo per cui ritengo che il business della distribuzione musicale sia moribondo trascende da considerazioni di legalità.

La copia e distribuzione di musica e video senza fini di lucro è socialmente accettata e legalmente tollerata dagli anni '60, e lo scambio di files tramite reti p2p coinvolge milioni di persone.A prescindere da considerazioni legali, la situazione sul campo è questa, e l' evoluzione prevedibile è il rafforzamento di questa tendenza.

In primis perchè l' interesse allo scambio riguarda una fetta consistente della società, mentre mantenere i redditi da diritto d' autore solo pochi addetti ai lavori, ed in secondo luogo perchè fermare il fenomeno richiederebbe uno sforzo poliziesco da far impallidire la "guerra al terrorismo" di Bush.

Inoltre non capisco proprio il punto del tuo intervento: se sviluppare software non rende nessuno lo farà (e mi chiedo dove accidenti trovi i soldi Bill Gates), se non si venderanno più DVD caleranno i budget dei film e gli stipendi degli attori, ok, ma così va il mondo.Non ti dico che colpo per gli stallieri quando hanno inventato le automobili!. 

Pregevole come ogni volta che si parla di musica tutti dimentichino i
fonici, i produttori, i tecnici, i sessionman e tutti quelli che si
fanno un culetto così ma che consideriamo solo una "spesa inutile".

Affannarsi a fare qualcosa che non paga mica capita solo a loro: e' tipico di chi segue un business model che si rivela sbagliato. Se io decido di fare il tessitore o lo scrivano, mica posso invocare leggi contro i telai jacquard o le macchine da scrivere perche' mi mettono fuori mercato. (A dire il vero qualuno ci provo', ma con scarso successo). Qui i casi sono due: o fonici, tecnici e produttori svolgono un compito utile, e in tal caso possono farsi pagare dall'artista (o, se questo non e' ancora famoso, da venture capitalists che si assumono il rischio); oppure no, e in tal caso devono cambiare lavoro in uno che trova compratori. Questa e' sempre stata la prima legge del capitalismo, anche molti anni prima che Schumpeter parlasse di "distruzione creativa". La qualita' della musica ne soffrira'? Be', in tal caso aumentera' la domanda per musica di qualita' migliore e con essa i prezzi che il pubblico e' disposto a pagare per essa; e a quel punto ci saranno i soldi per pagare bravi tecnici e personale ausiliario. 

Maggiori informazioni sulla vicenda si trovano nei seguenti blog

www.guidoscorza.it

www.minotti.net

www.alongo.it 

per l'esattezza è la n. 2 del 2008.

In mancanza del regolamento, i limiti specifici della legge (che ha modificato l'art. 70 della legge del '41 sui diritti d'autore) non dovrebero trovare applicazione e quindi restano in vigore i principi generali.

Sulla questione peer to peer il dibatto tra i "legulei" è ovviamente acceso.

Segnalo l'orientamento del Tribunale di Roma, con due interessanti sentenze (9-10-2007 e 15-12-2006) emesse del GIP la cui massima, che  verrà sicuramente invocata dal sito oscurato di cui parla Marcello, è la seguente:

Nei sistemi "peer to peer", lo scambio di file avviene direttamente tra due utenti. Quindi, i siti svolgono una funzione di collegamento del tutto generica, provvedendo all'autenticazione e allo smistamento degli utenti, penalmente irrilevante; mentre le condotte degli utenti penalmente rilevanti, oltre a richiedere accertamenti quasi impossibili in termini di prova, debbono avvenire per copie (e non per originali legittimamente acquisiti) ed essere connotate dal fine di lucro

ll GIP ha assunto la sua decisione accogliendo la richiesta del PM ed  archiviando una denuncia per violazione dell’articolo 14 della legge 248/2000 sul diritto d’autore, ritenendo che non compiono reato i siti che consentono lo scambio di materiale multimediale tramite il  peer to peer.

Il giudice ha tra l'altro così motivato:

Mancando una legislazione ad hoc, non appare possibile in questa sede dare rilevanza a un fenomeno assai diffuso che non può essere messo sotto accusa e avente  accertamenti quasi impossibili da fare”,

Così la FIMI ha commentato le senenze:

Il gip si è semplicemente riferito a singoli siti che offrono informazioni relative a programmi per fare p2p e non all’attività di singoli utenti che invece resta reato”.

se a scopo di lucro, aggiungo io....

Cio nonostante spesso i siti vengono chiusi: l' ultimo caso che conosco, colombo bt , risale a circa un mese fa: il tribunale ha disposto il sequestro preventivo, e gli amministratori piuttosto di affrontare il processo hanno fatto un passo indietro.

Il copione è noto e si ripete regolarmente, non solo in Italia: ad esempio in Svizzera con sharereactor: l' amministratore aveva altri procedimenti pendenti e l' avvocato gli sconsiglio' di impegolarsi in un' altra causa nonostante avesse buone probabilità di vincerla.

Stasera a casa aggiungo i link, ora non posso.[nota: x sharereactor ho rinunciato, trovo solo notizie più fresche ]

Ribadisco che è una battaglia di retroguardia, credo che anche le associazioni editoriali ne siano consapevoli e cerchino solo di ritardare l' inevitabile, magari nella speranza di trovare un business model alternativo.

Come in tutte le cose, bisogna vedere quanta voglia le parti hanno di andare sino in fondo.

Tra l'altro, la decisione di un Tribunale vale solo per il caso specifico ed è semplicemente il segnale di un certo orientamento, dal quale altri giudici possono ovviamente (e motivatamente) discostarsi.

Per avere le idee più chiare bisogna aspettare le sentenze della Cassazione, la cui funzione, tra l'altro, è proprio quella di far consolidare le interpretazioni giurisprudenziali.

Il peer to peer è una tecnologia relativamente giovane e, dati i tempi della giustizia italiana, probabilmente in cassazione non sono ancora arrivati i ricorsi relativi allo scambio di files multimediali, anche se si trova qualcosa sui reati contro la pedofilia.

L' informazione viene riportata direttamente sul blog di uno dei responsabili del sito e su quello di Matteo Flora.

Buona (e prevedibile) notizia.

Scommettiamo che quando si sapranno le motivazioni, scopriremo che il GIP ha richiamato anche i precedenti del Tribunale di Roma  che ho citato qui sopra ?

Mi permetto di aggiungere qualche ulteriore considerazione.Le case discografiche stanno cercando in tutti i modi di frenare un fenomeno di fatto ormai non più controllabile. In Italia hanno fatto pressione sul governo, il quale con decreto legge31 gennaio 2005, n. 7, convertito nella L. 31 marzo 2005, n. 43, ha introdotto una specifica fattispecie di reato che punisce espressamente chi pratica il peer to peer. La norma è questa

 3-ter. All' articolo 171, primo comma, della legge 22 aprile 1941, n. 633, e successive modificazioni, dopo la lettera a)  è inserita la seguente: è punito con la multa da € 51 ad € 2065 chiunque, senza averne diritto, a qualsiasi scopo e in qualsiasi forma:"a-bis) mette a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti  telematiche , mediante connessioni di qualsiasi genere, un'opera dell'ingegno protetta, o parte di essa;".  

Se notate, non vi deve essere nessuno scopo né di lucro né, più genericamente, di profitto, pertanto anche il quattordicenne brufoloso che scambia la musica per ascoltarla potrebbe commettere il reato. Peraltro si introduce la possibilità di estinguere il reato anticipatamente evitando il processo, pagando comunque una sostanziosa multa di € 1000,00 

3-quater. All' articolo 171 della legge 22 aprile 1941, n. 633, e successive modificazioni, dopo il primo comma  , è aggiunto il seguente:
"Chiunque commette la violazione di cui al primo comma, lettera a-bis), è ammesso a pagare, prima dell'apertura del dibattimento, ovvero prima dell'emissione del decreto penale di condanna, una somma corrispondente alla metà del massimo della pena stabilita dal primo comma per il reato commesso, oltre le spese del procedimento. Il pagamento estingue il reato".
 

Si tratta, tuttavia, di un reato pressoché indimostrabile. Emblematica è la vicenda della Peppermint Jam Records. I due avvocati che hanno curato gli interessi di questa società sono, per evidenti ragioni linguistiche, di Bolzano ed hanno provato per due volte a bussare presso la nostra procura. A parte il fatto che avremmo speso un sacco di soldi e di risorse del contribuente per fare gli interessi di questa società, abbiamo sempre archiviato il procedimenti per il semplice motivo che è quasi impossibile risalire all’autore del reato. Di fatto, si riesce a risalire all’intestatario della connessione internet, ma questi, quasi mai, è l’autore del reato, bensì il figlio quattordicenne brufoloso. Oltretutto, come segnalato nell’articolo, ci si può scambiare anche del materiale non protetto da copyright.

Quindi, in sostanza, sperare di perseguire gli utenti "scaricatori" sebbene legalmente possibile è praticamente impossibile, dato che sarebbe come sperare di abbattere una quercia comincinado a tagliare le foglie del ramo più alto.

Mi interessa l'aspetto costi-benefici: in effetti è uno dei casi in cui l'obbligatorietà dell'azione penale si scontra con l'illogicità della norma, che costringerebbe ad attività di ingagine dispendiose per perseguire reati di nessun allarme sociale, anzi, neppure sentiti come reati.

In questo, chi scarica è in buona compagnia, dato che l'attuale ministro dell'Interno (Maroni per i disinformati) ha candidamente ammesso in una intervista di circa un anno fa (credo fosse "Le Invasioni Barbariche" su La7) di scaricare abitualmente file musicali e di non sentirsi affatto in colpa.

Un bel giorno, con mio sommo sconcerto, ho scoperto l´icona di emule sul mio computer (ho anch´io un figlio quattordicenne brufoloso).

Per fortuna le sue congnizioni informatiche sono limitate come quelle del padre e cosí non é riuscito a registrarsi...

Per fortuna le sue congnizioni informatiche sono limitate come quelle del padre e cosí non é riuscito a registrarsi...

dagli tempo...

Credo che il fenomeno non sia controllabile per banali ragioni numeriche: con qualche milione di praticante in Italia una persecuzione a tappeto è politicamente suicida.

Vorrei togliermi però una curiosità: risalire all' intestatario della connessione, come dici tu, è relativamente semplice, ma mi chiedo su quale base sia possibile iniziare una ricerca del genere.Voglio dire, se la peppermint ritiene che io (o il mio IP) stia scaricando illegalmente un file può richiedere un' indagine su due piedi o deve portare una qualche evidenza? In questo caso immagino debbano essere piuttosto specifici, tipo indicare quale opera mi accusino di condividere; raccogliere questo tipo di informazioni è piuttosto semplice e per nulla intrusivo, mi chiedo però se siano accettabili come prove o indizi.

P.S. se l' utente usa sistemi tipo relakks, anzichè all' utenza si risale ad un server straniero che non ha nessun interesse a tracciare i propri utenti.Passare da li all' utenza italiana credo sia praticamente impossibile.

se la peppermint ritiene che io (o il mio IP) stia scaricando illegalmente un file può richiedere un' indagine su due piedi o deve portare una qualche evidenza?

La Peppermint si rivolse ad una ditta svizzera, Lgistep, che, attraverso un suo software, risaliva agli indirizzi IP degli utenti. Cosí la societá, quando fece le denunce, si presentó con una lista giá bell´e pronta chiedendo a noi di agire. Noi non facemmo niente, loro risalirono agli utenti in altro modo e scrissero a tutti una letterina invitandoli a pagare € 300,00 se non volevano avere rogne. Ad occhio e croce devono essersi fatti dei bei soldini... Poi intervennero le associazini dei consumatori che si rivolsero al garante per la privacy, il quale ordinó la distruzione degli elenchi qui

raccogliere questo tipo di informazioni è piuttosto semplice e per nulla intrusivo, mi chiedo però se siano accettabili come prove o indizi.

questo non saprei dirlo, dipende se riesco a risalire retrospettivamente ovvero se devo monitorare in diretta, nel qual caso, suppongo che si tratti di una forma di intercettazione, ma le mie conoscenze informatiche sono estremamente limitate. Difatto non mi sono interessato della cosa, considerata l´inutilitá dell´operazione (anche se fossi riuscito a dimostrare che avevano scaricato materiale protetto da copyright, non sarei comunque riuscito ad identificare l´autore). 

Fondamentalmente ci son due modi di fare queste indagini:"ascoltare" una linea dati:non è troppo complicato, ma lo posson fare solo la telcom &c. (o in alcuni casi i vicini di casa). Somiglia ad un' intercettazione: tra le migliaia di comunicazioni che passano faccio una copia di quella che mi interessa.

L'altro metodo è quello di mettersi a condividere/scaricare un file e far la posta a quelli che vengono a cercarlo/offrirlo.E' praticamente certo che la società svizzera usasse questo metodo:so che in USA qualcuno che faceva lo stesso giochetto era stato accusato di fare indagini senza licenza, e si era difeso sostenendo che sono informazioni pubblicamente disponibili.Credo che non avessero tutti i torti (le informazioni son disponibili a chiunque le richieda) ma visto che le devono richiedere attivamente non ne sono troppo sicuro.Se la polizia dovesse farti la stessa domanda (in USA) dovrebbe pure avvisarti che rischi di essere incriminato per la risposta.

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