Il contratto unico: "xe pezo el tacon del sbrego"

30 marzo 2010 andrea moro

È stato presentato di recente da vari senatori dell'opposizione un disegno di legge per una parziale riforma del mercato del lavoro intitolato "Istituzione del contratto unico di ingresso". Normalmente la notizia della presentazione di un disegno di legge, specie se dall'opposizione, scatena una gran quantità di sbadigli, ma in questo caso mi sembra doveroso resistere alla tentazione del materasso. L'iniziativa trova radici teoriche nelle proposte che alcuni colleghi/amici (Tito Boeri e Pietro Garibaldi) hanno sviluppato nei mesi scorsi in varie sedi (per non sbagliare rimando alle pagine della voce.info - vedo ora che hanno anche scritto un libro, che non ho letto). La proposta è scritta in un linguaggio comprensibile, è ben articolata, ed ha uno scopo d'azione piuttosto limitato. Porta la firma di gente stimata (per esempio: Pietro Ichino e Nicola Rossi). Per questi motivi rischia di essere anche presa sul serio dalla maggioranza.

La proposta intende conseguire il superamento del dualismo del mercato del lavoro italiano, caratterizzato da una massa di lavoratori "protetti" da varie garanzie legali e contrattuali, e da una (sempre più grande) quantità di esclusi da queste protezioni, i cosiddetti "precari". Ad aggravare la situazione, secondo gli estensori della proposta, è la demarcazione demografica del dualismo: maschi e adulti con contratti stabili, donne e giovani nel precariato.

Il disegno di legge si concentra essenzialmente sulll'istituzione del "Contratto unico di lavoro", cui viene affidato il compito di eliminare il dualismo del mercato del lavoro rimpiazzando la miriade di fattispecie legali di prestazione lavorativa (ben quarantotto, a quanto pare). Questo contratto diventerebbe la forma "tipica" di prima assunzione al lavoro dipendente. Il meccanismo previsto è semplice: una nuova assunzione si articola in una "fase di ingresso", di durata non superiore a tre anni, ed una successiva "fase di stabilità". La fase di stabilità è caratterizzata dalle stesse protezioni garantite oggi ai contratti a tempo indeterminato. La fase di ingresso invece permette al datore di lavoro il licenziamento per motivi economici, ma con gradi crescenti di protezione per il lavoratore, che viene indennizzato per un ammontare pari a cinque giorni retributivi per ogni mese di prestazione. Dopo un anno, in sostanza, il lavoratore licenziato ha diritto a 2 mensilità di compenso (la legge è un po' ambigua, 5 giorni lavorativi sono una settimana, e in un anno 12 settimane sono 3 mesi, ma il documento che accompagna la legge dice 1 mese di compenso dopo 6 di lavoro, 6 dopo 3 anni). Dal punto di vista contributivo, il contratto unico prevede una graduale equiparazione delle aliquote contributive fino alla convergenza con l'aliquota applicata ai lavoratori dipendenti.

Una serie di contratti "parasubordinati" verranno considerati a tutti gli effetti contratti unici di ingresso se la retribuzione prevista è inferiore a 30mila euro lordi annui. La legge poi introduce una modifica della disciplina dei contratti a termine, che sono resi possibili solo per contratti stagionali, oppure vincolandone la retribuzione in almeno 25mila euro lordi su base annua (superiore al salario d'ingresso della carriera accademica, di 23411 euro se si conta la tredicesima). I contratti a termine vengono inoltre disincentivati con un aumento di un punto percentuale delle prestazioni previdenziali. Viene infine introdotto il salario orario minimo.

Riassunta la legge, ecco i miei commenti.

1. L'equiparazione delle aliquote contributive è cosa buona e giusta. Diverse aliquote applicate a diversi tipi di contratto non solo creano confusione e disuguaglianza, ma distorcono gli incentivi di lavoratori e imprenditori ad applicare il contratto appropriato al lavoro prestato. Da sola, questa misura dovrebbe contribuire a risolvere molti problemi. Peccato che a questa si accompagnino altre misure del cui valore non sono altrettanto sicuro.

2. La proposta non affronta il problema del diseguale trattamento in caso di disoccupazione, dovuto alla presenza della cassa integrazione. Davvero si può affrontare il problema del precariato tralasciando questo tema? Non credo, perché il problema del precariato sta tutto lì: cosa fare se e quando finisce il contratto o si perde il lavoro. Boeri e Garibaldi ne avevano parlato, Ichino pure nel suo blog. Suppongo gli estensori abbiano avuto timore dei sindacati, ansiosi di mantenere la loro discrezionalità contrattuale in sede di definizione della cassa integrazione azienda per azienda. Un po' di coraggio, cari senatori PD, non guasterebbe, tanto le elezioni le perdete lo stesso.

3. Veniamo al principio del contratto unico. In base a quale principio la proliferazione delle fattispecie contrattuali è un male? Quale sarebbe il costo della maggiore libertà di scelta? A priori, io sarei per garantire libertà di definizione delle clausole contrattuali a lavoratori e imprenditori, senza imporre vincoli legislativi se non quelli minimi che il buon senso suggerisce. Tralasciando i vincoli monetari introdotti dal disegno di legge (platealmente assurdi) - se una tipologia lavorativa richiede un periodo di prova di 5 anni (nella mia disciplina, per esempio, si ritiene comunemente che 6 anni non siano sufficienti), perché non permetterlo? L'anomalia della normativa corrente non è la proliferazione dei contratti, ma il loro diseguale trattamento fiscale/previdenziale. Tolto quello, si elimina l'incentivo a cambiare contratto per motivi diversi da quelli tecnologici, che sono perfettamente giustificabili.

4. Siamo sicuri che questa normativa eliminerà il dualismo del mercato del lavoro? Il dualismo non viene dalla proliferazione delle tipologie contrattuali del precariariato, ma dalla licenziabilità/terminabilità di un tipo di contratti, e dall'impossibilità di licenziare lavoratori coperti dagli altri. Queste caratteristiche rimangono nel contratto unico: cosa impedirà ai datori di lavoro di licenziare i propri lavoratori ogni 15 o 20 mesi, mantenendo l'armata di precari? Boeri e Garibaldi sostengono che il meccanismo di compensazione automatica disincentiva i licenziamenti. Vero, e questa dev'essere la ragione per cui è stato reso assurdamente costoso. Ma il costo di tale indennizzo su chi graverà? In un mercato caratterizzato da un notevole potere contrattuale del datore di lavoro (per motivi tecnologici non superabili legislativamente: si tratta di lavoratori con poche o nulle qualifiche) mi aspetto che l'alto indennizzo previsto per il licenziamento dei lavoratori in "fase d'ingresso" altro non implichi che salari d'ingresso ancor più bassi che altrimenti! E non di poco, vista l'entita' dell'indennizzo.

5. A meno di non voler tornare a tassi di disoccupazione a doppia cifra, il "precariato" rimarrà. Un dato troppo ignorato è che la riduzione del tasso di disoccupazione degli ultimi 10-15 anni si è accompagnata, ovunque in Europa, all'introduzione di nuove forme contrattuali. Quindi un po' di benessere queste l'hanno generato. Occorre una riflessione più approfondita sulle cause del precariato che vada oltre gli aspetti legal-contrattuali per riflettere sulle fondamenta "tecnologiche" del rapporto di lavoro. Perché i datori di lavoro non hanno incentivo a mantenere i lavoratori occupati per periodi prolungati? Ammesso che questo sia un fatto - è certamente vero in Italia rispetto a 15 anni fa, ma solo perché allora era impossibile; mi interesserebbe sapere se è vero rispetto ad altri paesi industrializzati - mi permetto di offrire alcuni spunti di riflessione.

(a) Negli Stati Uniti non si parla di precariato. Per quanto ne so esistono quasi solo contratti a tempo indeterminato, risolvibili però dal datore. I contratti a termine esistono, ma servono a poco e di essi ancor meno si parla. Cosa impedisce agli imprenditori di licenziare a destra e a manca? In principio, l'imprenditore non licenzia se il costo dell'investimento che ha compiuto nel capitale umano (addestramento, etc...) del proprio lavoratore supera il vantaggio (meno gli ulteriori costi di addestramento) del rimpiazzarlo con un altro lavoratore. Questo significa che in industrie/imprese che necessitano di apprendistato specifico del lavoratore sarà costoso licenziare, mentre in altre in cui il lavoro è standardizzato si dovrebbe osservare un turnover più frequente.

(b) Chiarito questo, non vale forse la pena di riflettere sul modello di sviluppo (implicito, non è che ce ne sia uno) adottato dal nostro paese, e capire perché a pochi imprenditori conviene assumere lavoratori per tenerseli? Quali tipi di industrie e occupazioni sono in espansione in Italia, e quali in contrazione? Quali necessitano di lavoratori a tempo stabile e quali sono compatibili con maggiore turnover? Ci sarà pure un motivo per cui il lavoro precario, nonostante la maggiore flessibilità che offre al datore, è caratterizzato da un compenso inferiore. Non ho una risposta, ma certo è un tema di riflessione importante per una seria analisi del fenomeno del precariato.

(c) Io ho il sospetto che gran parte del precariato sia creato da incentivi perversi determinati dalla legislazione fiscale e del lavoro. Ma non quelli ovvi del tipo "permettendo ai datori di lavoro un contratto a tempo determinato, questi lo usano e poi licenziano" (questo in realtà non ha nemmeno senso, gli imprenditori, almeno quelli che vogliono fare profitti, non licenziano per piacere). E nemmeno da incentivi fiscali (ovvi: se ci sono vantaggi fiscali e previdenziali all'adozione di un contratto precario, il contratto precario viene sicuramente usato). Penso piuttosto a quanto segue: impedendo ai datori di rinnovare i contratti a tempo determinato, o limitandone l'uso, o in generale prevedendo limitazioni alla durata dei contratti di ingresso o meccanismi automatici di trasformazione in contratti stabili, si generano incentivi che rendono sconveniente l'investimento nel capitale umano del nuovo assunto e l'adozione di tecnologie che facilitino la durata protratta del rapporto di lavoro. Per spiegarmi meglio, il ragionamento ipotetico di un imprenditore è questo: "Vorrei assumere un lavoratore e addestrarlo, ma se lo faccio, devo spendere X per addestrarlo e poi, fra tre anni, non posso rinnovare il contratto a meno che non voglia tenerlo a tempo indeterminato, il che è rischioso. Tanto vale quindi usare tecnologie inefficienti che non necessitino di rapporti continuativi ed aumentare il turnover dei lavoratori". Il risultato è un aumento del precariato con salari bassi. Ovviamente le scelte di investimento e di addestramento sono graduali, quindi quanto questo tipo di effetti siano rilevanti è questione empirica. Vale però il principio che così tanti vincoli alla definizione contrattuale non possono fare bene.

6. Sinora mi sono soffermato su questioni teoriche e di principio, ma anche negli aspetti concretamente numerici il disegno di legge lascia a desiderare. Davvero si vuole imporre un costo di licenziamento di 6 mesi in 3 anni? Fa venir voglia di fare il contrattista di carriera. E il vincolo minimo di 25mila euro annui per i contrattisti a termine? Nel panorama salariale italiano sembra una cosa fuori dal mondo (come fatto notare sopra, un ricercatore universitario prende meno).

7. Mi sia consentito infine un accenno all'istituzione del salario minimo, in addizione a quello su base annua dei contratti a termine, a cui ho accennato sopra. C'entra poco con la definizione delle tipologie contrattuali, ma c'è nel disegno di legge quindi lo commento (potete trovare una trattazione più estesa in questo post di Giorgio Topa). Ritengo che combattere la povertà con queste misure sia discutibile perché (i) non cambiano la situazione di chi è senza lavoro, (ii) distruggono occupazione (i posti di lavoro che producono meno del salario minimo non vengono creati) esacerbando il problema. Sul piano puramente empirico è ben noto (mi azzardo a dire che c'è sostanziale consenso sulla cosa, esclusa forse qualche frangia) che gli effetti di queste politiche sono minimi o nulli e che, se ci sono, sono in categorie di lavoratori che non necessitano di essere protette (adolescenti con lavori temporanei, etc...).

72 commenti (espandi tutti)

Credo che un altro motivo per cui i lavori precari sono meno pagati sia la presenza di uno stock di lavoratori pagati più del loro valore di mercato. Ho visto spesso uffici con grosse differenze di trattamento tra colleghi "anziani" e "giovani" (uso le virgolette perchè a volte significa assunti prima o dopo una certa data) e addirittura pagare uno o due anni di stipendio oltre il TFR per liberarsi di dipendenti che ritengono obsoleti.

D'accordo su tutto, anche Lusiani sotto fa un punto simile. Difficile fare una riforma incisiva senza intaccare i diritti di chi ha certi privilegi. Non è detto che non ci si arrivi però, al diminuire del loro numero ed influenza

Difficile fare una riforma incisiva senza intaccare i diritti di chi ha certi privilegi. Non è detto che non ci si arrivi però, al diminuire del loro numero ed influenza

Con queste norme non ci si arrivera' mai, perche' vogliono eliminare il dualismo estendendo a tutti, di fatto, questi stessi privilegi -- dopo tre anni devono diventare tutti insiders. Capisco che e' l'unico modo per rendere la proposta politicamente accettabile, ma il risultato e' che il dualismo permarra' tale e quale: cosi' come oggi si puo' scegliere, in qualche misura, se stabilizzare e no, con queste norme si potra' scegliere se pagare di piu' alcuni lavoratori e farli rimanere al margine oppure stabilizzarli: cosa cambia?

I chimici hanno abolito nel loro contratto gli scatti d'anzianità. Attendiamo l'estensione alle altre categorie, sembra che finalmente i sindacati ci hanno capito qualcosa..

I chimici hanno abolito nel loro contratto gli scatti d'anzianità. Attendiamo l'estensione alle altre categorie, sembra che finalmente i sindacati ci hanno capito qualcosa..

Questo fatto, che era gia' stato nominato, e' un'ottima notizia.  Spero che nel raggiungere l'accordo sindacati e datori di lavoro si siano anche accordati per dare salari di ingresso superiori, in modo da conservare la retribuzione ma redistribuendola in misura piu' equa lungo l'anzianita' di servizio.  Altrimenti e' tutto inutile e i lavoratori almeno continueranno a preferire il vecchio modello, in cui speravano di venir super-pagati negli ultimi anni di lavoro (magari facendo nulla) per poi trovarsi prepensionati o peggio licenziati per fallimento della bad-company in cui erano stati opportunamente collocati.  Ma se i sindacati non si sono bevuti il cervello del tutto, oso sperare che l'accordo sia stato equo anche sull'entita' dei salari iniziali.

Occorre una riflessione più approfondita sulle cause del precariato che vada oltre gli aspetti legal-contrattuali per riflettere sulle fondamenta "tecnologiche" del rapporto di lavoro. Perché i datori di lavoro non hanno incentivo a mantenere i lavoratori occupati per periodi prolungati?

Questa mi sembra una premessa doverosa che purtroppo manca sistematicamente nel dibattito politico-sindacale sulla questione.

l'imprenditore non licenzia se il costo dell'investimento che ha compiuto nel capitale umano (addestramento, etc...) del proprio lavoratore supera il vantaggio (meno gli ulteriori costi di addestramento) del rimpiazzarlo con un altro lavoratore. Questo significa che in industrie/imprese che necessitano di apprendistato specifico del lavoratore sarà costoso licenziare, mentre in altre in cui il lavoro è standardizzato si dovrebbe osservare un turnover più frequente.

E questa è parte della risposta.

Anch'io ho sempre pensato che "buoni" contratti di lavoro (che durino nel tempo, che paghino salari adeguati, ecc.) non dovrebbero essere costruiti a partire da vincoli contrattuali più o meno articolati, ma dalla costruzione delle condizioni per le quali all'imprenditore non convenga liberarsi più o meno frequentemente dei suoi lavoratori, e ai lavoratori non cercare troppo spesso alternative.

Come fare? Un paio di punti.

Da un lato c'è certamente il problema del capitale umano, in particolare di quello specifico. Quindi innanzitutto penserei ad un sistema serio di formazione professionale. La quale formazione professionale però dipende anche dalle tecnologie della impresa e dunque da quello che l'impresa produce. Le imprese italiane usano poca tecnologia e poco capitale umano, in parte per la specializzazione produttiva in prodotti che non ne necessitano in modo particolare. Che forse, se proprio di politica economica e/o varie forme di interventismo si vuole parlare, si debba pensare prima di tutto a una politica industriale?

Dall'altro credo ci sia un problema anche di favorire un buon "match" tra lavoratori e imprese all'inizio della carriera. In questo senso andrebbe potenziato il legame tra scuola/università e imprese. A me viene spontaneamente da considerare la Germania come un termine di paragone. E' un paese che, in quanto a "rigidità", potere dei sindacati ecc, non credo sia molto diverso dall'Italia. In Germania esiste il sistema dell'apprendistato in cui gli studenti, in particolare delle scuole professionali (nota a margine: per tanta sinistra l'idea della scuola professionale è stata spesso considerata una bestemmia, un modo di preparare "carne" per la macchina capitalista..)., passano parecchio tempo nell'impresa, dove entrano con salari bassi (il che conviene all'impresa), ma con una ragionevole probabilità di ricevere ulteriore training negli anni successivi (a salari crescenti). Morale, in Germania la disoccupazione giovanile è decisamente più bassa che in Italia (anche se il gap si sta riducendo, come mostrato qui.)

 

 

 

Sollevi molti punti condivisibili e certamente molto si puo' fare dal lato della formazione/educazione dei lavoratori. Io pensavo in termini molto piu' macro, al fatto che oramai in Italia non si investa piu' in settori ad alto valore aggiunto, quindi non restano che settori dove la formazione e' meno importante. Si tratta di pura speculazione, non ho sufficiente conoscenza dei processi produttivi per esserne certo.

Molto in disaccordo con il post cerco nel mio piccolo di spiegare perchè, non tanto a favore della riforma del PD quanto contro le osservazioni fatte da A.Moro.

Premessa: lavoro nel mondo dell'informatica, patria della mancanza di tutele, del lavoro precario e degli straordinari presi in c...

1) sbagliato, se rimangono in vigore i co.co.pro. DEVE esserci una differenza contributiva che deve rendere più pensati le tasse sui lavori a progetto per disincentivare l'abuso, purtroppo è il contrario.

2) giusto, basta cassa int. è ora di una forma più equa di welfare e non trattamenti d'oro per le grandi aziende e bastonate ai piccoli (sia imprenditori che non posso licenziare fino quasi al fallimento, sia dipendenti senza tutele paragonabili)

3) sbagliato:
a) Garantire massima libertà: il datore di lavoro che assume puo importi cose del tipo: "o accetti queste clausole o niente posto di lavoro". Quindi DEVE esserci una forte e chiara legislazione in merito.
b) Contratto unico: effetivamente andrebbe diviso per settori, come tuttavia già si fa adesso. Il contratto "commercio" è ben diverso dal contratto "metalmeccanico".

4) Questo punto non mi è ben chiaro, che succede se da parzialmente tutelato (cioè nella fase iniziale, quella dei primi anni) un lavoratore passa alla categoria più tutelata? Ci sono sgravi fiscali per il datore? E per la parte iniziale chi paga l'indennità di disoccupazione?

5) Quindi un po' di benessere queste l'hanno generato.
Prova a vivere tu con retribuzione ridotte all'osso.
Perché i datori di lavoro non hanno incentivo a mantenere i lavoratori occupati per periodi prolungati?
In realtà li tengono, praticamente funziona così:
Assumi un dipendente con co.co.pro. , allo scadere del progetto lo rinnovi per 1 volta (si puo fare, 1 solo rinnovo). Poi lasci decadere il contratto per 1 mese e ne rifai uno nuovo di 11 mesi da rinnovare poi di 1 anno (goto start and repeat loop).
Che ci guadagna il datore di lavoro? No 13sima, No TFR, tassazione più bassa (i contributi sono i 2/3 rispetto al lavoro normale), un discreto potere di ricatto.
Che ci rimette il lavoratore? La 13sma, il TFR (che per farsi su casa serve, e se serve, si puo chiedere anticipato in questo e altri casi)
Ahhh dimenticavo, tutele vicine a 0 per malattia, maternità e la pensione non la vedremo neanche in foto.

6)Davvero si vuole imporre un costo di licenziamento di 6 mesi in 3 anni?
il costo credo sarà distribuito tra aziende, ci sarà la maggior parte dei datori di lavoro che non assumerà e licenzierà come cambiarsi le mutande, quindi dovrebbe avere un costo accettabile.

7) bisogna dare un freno alla caduta dei redditti delle finte partite iva e dei co.co.pro usati non per neccessità di mobilità ma per pura evasione/elusione fiscale dei datori di lavoro. Questo è un fatto. Non si possono tollerare più contratti da 800 euro al mese nel nord Italia, anche se principianti (per fortuna non è il mio caso ma vado poco oltre). Non ti ci paghi neanche le spese vive (trasporti, pranzo fuori, vestiti ecc.)

PS. su cui riflettere:

a) Se l'azienda A assume a co.co.pro. e offre un servizio X a 100 euro, le altre 10 concorrenti dirette di questa azienda se non voglio perdere mercato (lo stesso servizio sarebbero costretti a venderlo a 150) dovranno fare i furbi anche loro o perire. E così il contagio del precariato si diffonde.

b) i finanziamenti e i prestiti per un precario sono un problema, bisogna che per ogni cosa garantisca qualcuno per te.

Il sbrego al'è talmentri tant brut cal'è mior butà vie dut e cioi alc di gnouf. (friulano, Lo sbrego è talmente tanto brutto che è meglio buttare via tutto e comprare il nuovo)

Assumi un dipendente con co.co.pro. , allo scadere del progetto lo rinnovi per 1 volta (si puo fare, 1 solo rinnovo). Poi lasci decadere il contratto per 1 mese e ne rifai uno nuovo di 11 mesi da rinnovare poi di 1 anno (goto start and repeat loop).

Viviamo in mondi diversi. Nella realta' Emiliana se ti azzardi a fare una cosa del genere ed il dipendente si rivolge al sindacato, non solo quel dipendente lo assumi vita natural durante (e il rapporto con lui sara' certamente poco sereno), ma gli paghi pure i contributi e tutto quanto previsto per un lavoratore dipendente a tempo indeterminato per tutto il periodo che ha gia' lavorato per te. Ah, dimenticavo, credo ci siano pure un po' di sanzioni da pagare.

Qui la gente non assume perche' se per sbaglio ha piu' di 15 dipendenti, perfino un dipendente che ruba se lo tiene volente o nolente, e se lo tiene nella stessa posizione, finche' non e' stato condannato.

I sindacati sono spudorati e mai e poi mai accettano un licenziamento per giusta causa, anche di fronte a prove certe ed incontrovertibili, senza passare per il tribunale del lavoro, dove sono quasi sicuri di vincere, o comunque di tirarla in lunga per un bel pezzo, con il dipendente libero di accusarti delle peggio nefandezze anche false (davanti al tribunale e' pieno di giornalisti a caccia di storie "interessanti"), tanto praticamente non ne sara' mai chiamato a rispondere, per cui l'unico modo di licenziare un dipendente e' di dargli un pacco di soldi purche' si licenzi da solo ed evitare di essere sputtanato o di averlo dentro l'aziendache ti pianta casini continuamente .

Se poi trovi (ed e' molto difficile dimostrarlo senza infrangere qualche legge) uno che ruba dai portafogli dei suoi colleghi (capita anche questo), devi garantirgli che i colleghi non solo non lo menino, ma che non lo trattino male, perche' una accusa di mobbing sarebbe il risultato.


Assumi un dipendente con co.co.pro. , allo scadere del progetto lo rinnovi per 1 volta (si puo fare, 1 solo rinnovo). Poi lasci decadere il contratto per 1 mese e ne rifai uno nuovo di 11 mesi da rinnovare poi di 1 anno (goto start and repeat loop).

Viviamo in mondi diversi. Nella realta' Emiliana se ti azzardi a fare una cosa del genere ed il dipendente si rivolge al sindacato, non solo quel dipendente lo assumi vita natural durante (e il rapporto con lui sara' certamente poco sereno), ma gli paghi pure i contributi e tutto quanto previsto per un lavoratore dipendente a tempo indeterminato per tutto il periodo che ha gia' lavorato per te. Ah, dimenticavo, credo ci siano pure un po' di sanzioni da pagare.

Bel mondo deve essere l'Emilia. Qui nella rossa Toscana le cose funzionano esattamente come descritto da Steve. Aggiungerò che funziona così anche nella pubblica amministrazione dove i giovani vengono assunti con contratti a tempo determinatissimo e mantentuti in quella situazione per sempre (se gli va bene, altrimenti vengono buttati fuori).

Direi che il problema grosso è distinguere fra "lavoro flessibile" (che mi sembra sia quello di cui parla Andrea nel suo pezzo) da "lavoro precario" che è la triste realtà nella stragrande maggioranza dei casi.

Bel mondo deve essere l'Emilia. Qui nella rossa Toscana le cose funzionano esattamente come descritto da Steve. Aggiungerò che funziona così anche nella pubblica amministrazione dove i giovani vengono assunti con contratti a tempo determinatissimo e mantentuti in quella situazione per sempre (se gli va bene, altrimenti vengono buttati fuori).

Allora che si rivolgano ai sindacati e facciano valere i propri diritti in tribunale. O in Toscana ci sono e vengono applicate leggi differenti che in Emilia?



Gilberto, again, per i cocopro non c'e' nessun sindacato. Vedi Wikipedia:

Diversamente dai contratti per il lavoro dipendente, il sindacato non è presente alla trattativa e non esiste un salario orario minimo che deve essere corrisposto al lavoratore. Va inoltre ricordato che, salvo eventuali accordi diversi fra le parti, il lavoratore a progetto non gode di alcun diritto sindacale all'interno dell'azienda.

 

 

No, non funziona cosi'. Se ti fanno un contratto a tempo e te lo rinnovano con un intervallo di un mese, a meno di comprovate necessita' del datore di lavoro (che, se il meccanismo e' solo un giochino per aggirare la legge, non ci sono) i sindacati ti assistono e la tua causa di lavoro la vinci a mani basse. Non solo vieni assunto a tempo indeterminato, ma prendi i contributi dal momento dell'inizio della tua collaborazione.

Tanto e' vero che tutti i consulenti del lavoro che ci sono in Emilia ti sconsigliano fortemente di tentare di aggirare la legge con questo gioco.

Non e' questione di "diritti sindacali" (anche i lavoratori in nero non li hanno, i "diritti sindacali", ma i sindacati sono ben felici di assisterli), e' questione che la legge qui viene fatta applicare. Altrove in Italia, evidentemente, no. Sara' questione dei lavoratori che non fanno valere i propri diritti, sara' questione dei giudici che non applicano la legge, non lo so.

Ma qui in Emilia e' molto controproducente fare i furbi coi contratti a termine.

 

Gilberto, un contratto di lavoro e' un contratto. Punto. Se sul contratto non c'e' scritto che il datore non ha il diritto di licenziarti il martedi e assumerti il giovedi lui puo' farlo e non c'e' sindacato che tenga. Stesso per i lavoratori in nero. se un contratto neanche ce l'hanno, su che basi i sindacati potrebbero proteggerli secondo te??!

Gilberto, un contratto di lavoro e' un contratto. Punto. Se sul contratto non c'e' scritto che il datore non ha il diritto di licenziarti il martedi e assumerti il giovedi lui puo' farlo e non c'e' sindacato che tenga. Stesso per i lavoratori in nero. se un contratto neanche ce l'hanno, su che basi i sindacati potrebbero proteggerli secondo te??!

Scherzi? Secondo te i lavoratori in nero non hanno alcun diritto perche' non esiste un contratto che sancisca dei diritti? Te vai dalla CGIL e poi dall'Ispettorato del Lavoro e raccontagli che ti tengono 11 mesi e poi ti licenziano il dodicesimo per degli anni, magari conun orario di lavoro definito, poi vedi che casino piantano.

Ma solo in Emilia i lavoratori conoscono i loro diritti?

 

Giorgio, non è così, almeno in Italia. I contratti di lavoro sono strettamente regolati e datori di lavoro e lavoratori non hanno la possibilià di scriverci dentro quello che a loro pare. La legge Biagi ha introdotto una serie di possibili contratti in aggiunta a quelli previamente esistenti, ma non ha scalfito il principio di base del diritto del lavoro italiano, che è che tutto ciò che non è esplicitamente previsto dalla legge è vietato.

La legge Biagi fissa anche le condizioni per l'uso di certi contratti, come quelli a progetto; in particolare questa tipologia di contratti non può (potrebbe) essere usata per mascherare rapporti di lavoro indeterminato.

Quanto queste normative vengano rispettate dipende dall'ambiente legale. Come dice Gilberto, se un lavoratore può dimostrare che di fatto il suo rapporto è di tipo subordinato, il giudice può condannare l'azienda all'assunzione o a un indennizzo. Chiaro, è una rottura di scatole perché devi riuscire a dimostrare la cosa, passa un sacco di tempo (la giustizia civile italiana è tutto meno che un fulmine di guerra), nel frattempo rischi di farti la fama del piantagrane e nessuno ti assume etc. E' probabile che il grado di rispetto della normativa sia differente in differenti zone del paese, anche se mi stupisce che sia molto differente tra Emilia e Toscana.

Sulla base della mia esperienza le possibilità di successo per il lavoratore sono alte ovunque in Italia e anche la facilità di intentare la causa (ti aiuta il sindacato, o uno qualsiasi della miriade di avvocati a spasso, tanto il rientro della parcella è garantito)

Quello che varia molto sensibilmente da Regione a Regione, ma anche in base alla tipologia di lavoro, è il grado di istruzione dei lavoratori, la sofisticazione dei datori di lavoro (in termini di capacità di agirare la legge) e l'incentivo a intentare la causa.

Dove i lavoratori sono poco litigiosi o ignoranti conviene fregarsene della legge e negoziare un accordo coi pochi che hanno le palle di farti causa. Un profilo di rilievo secondo me è che nel tempo la prospettiva della reintegrazione è sempre meno interessante per i lavoratori: se sei un numero in una mega azienda e la tua massima aspirazione è rimanere tale, forse ti può interessare, altrimenti preferisci rimanere precario finchè non riesci ad entrare dalla porta principale.

Se poi lavori in un settore di nicchia la reputazione del "piantagrane" è un disincentivo considerevole.

Grazie Sandro, I stand corrected anche se non sono sicuro che tutto questa valga anche quando il tuo datore e' di fatto l'agenzia interinale (per i primi tempi queste cose succedono soprattutto agli interinali).

Ma mi sembra comunque che stiamo parlando di un paese che non esiste (se non in Emilia secondo Gilberto) - e' un po' come dire che le assunzioni universitarie funzionano bene perche' in teoria dovrebbero essere cosi' e cosa'. Per quanto riguarda la voglia dei sindacati di intervenire in difesa dei lavoratori, dovrei recuperare una puntata di Report di qualche anno fa in cui si mostrava che a conti fatti (almeno a Roma, se non ricordo male) i sindacati fanno come ponzio pilato. Anche se questo era alcuni anni fa (2006?) e le cose potrebbero essere cambiate da allora visto la portata dei lavori precari.

A me sembra palese che esistano in italia lavoratori iperprotetti e lavoratori invece il cui compito e' far concorrenza ai paesi in via di sviluppo. Forse sono naif, ma la mia idea e' che l'italia abbia sviluppato tutto un tessuto produttivo per anni basato solo su 1) interventismo statale 2) svalutazione della lira. In concomitanza dell'ingresso nell'eurozone il secondo viene a mancare subitamente e il primo tende a decrescere. Invece di riformare l'intero mercato del lavoro si e' cercato di creare una nuova categoria che pagasse per tutti, e questi sono i lavoratori precari di oggi. Ripeto: non ho nulla in contrario al lavoro a tempo determinato (anzi) ma questa disparita' e' intollerabile e controproducente secondo me.

Ma mi sembra comunque che stiamo parlando di un paese che non esiste (se non in Emilia secondo Gilberto)

Guarda,da che mi risulta vale anche in Lombardia, con la differenza che li far causa al datore di lavoro è poco cool, e molti nemmeno ci pensano.E poi ricorda il caso del call center citato da Alberto.

per i cocopro non c'e' nessun sindacato

Non c'è nessun sindacato "tradizionale", non essendoci un rapporto di lavoro subordinato, secondo il diritto del lavoro. Tuttavia a partire dalla fine degli anni '90, i maggiori sindacati hanno cominciato a cercare di "far mostra" di interessarsi dei lavoratori "atipici" (non dipendenti), costituendo organizzazioni specifiche - ad esempio NIdiL per la CGIL. L'iscrizione a tali sindacati si basa sul versamento di una quota associativa annuale - quindi slegata da percentuali "fisse" su stipendi che invece i sindacati di categoria (i.e. dei lavoratori dipendenti) contrattano collettivamente. Si tratta di una quota molto più bassa, in quanto molto inferiore è la qualità della tutela cui puoi far ricorso.

Per alcuni anni sono stato iscritto a NIdiL, in virtù di un'accordo con l'ADI (l'Associazione dei Dottorandi e Dottori di Ricerca) - ce n'era uno anche fra ADI e ALAI-CISL per essere chiari - che mi ha consentito di conoscere un po' il mondo sindacale. Niente di speciale, ma quantomeno una piccola voce che comunque non può e mai potrà dar fastidio alle federazioni di categoria.

RR

 

 

 

Quello che dici tu è del tutto vero, però vedi non so in Emilia o in Toscana, ma a Palermo la prima udienza di una causa di lavoro te la fissano mediamente ad un anno e mezzo dal ricorso o più... la PRIMA... i successivi rinvii sono anch'essi più o meno di un anno e mezzo.

Io sto difendendo alcuni lavoratori Si.Se per la nota (in Sicilia) vicenda degli straordinari non pagati

E' una causa nel merito vinta eppure succede che:

1) Nel maggio 2008 ottengo i decreti ingiuntivi (ovviamente NON immediatamente esecutivi, cioè non li puoi utilizzare per andare a prenderti materialmente i soldi... sono carta straccia).

2) Siccome i decreti ingiuntivi non sono immediatamente esecutivi (e rimarrà sempre un mistero perchè i giudici italiani siano così di braccino corto nell'applicare le norme del codice come si deve) la società è incentivata a fare opposizione a mero scopo dilatorio.

3) La prima udienza si è tenuta nel novembre 2009 (...dal maggio 2008 siamo passati al novembre 2009) ed è stata rinviata all'aprile 2010. In quest'ultima udienza spero di conclundere... la sentenza arriverà chissà quando.

4) Nel frattempo, ovviamente, i miei clienti non hanno visto una lira.. e se svolgono lavoro straordinario continuano a non essere retribuiti.

5) La società è stata recentemente messa in liquidazione e sarà sostituita da un'altra società. I sindacati hanno concluso questo accordo: la nuova società riassume i vecchi dipendenti, a condizione che questi rinuncino a qualsiasi pretesa nei confronti della vecchia società. Mi suona molto come ricatto...e ovviamente se decideranno di rinunciare, non ci sarà alcuna condanna della società al pagamento delle spese processual e quindi il mio onorario resterà interamente a loro carico.

Ora vedi, se io nel maggio del 2008 avessi ottenuto i decreti ingiuntivi e nel luglio del 2008 i miei clienti avessero avuto i soldi in tasca, sarebbe stato tutto diverso... soprattutto, sarebbe stato diverso l'atteggiamento che i miei clienti stessi hanno maturato... dalla voglia di far valere i propri diritti sono passati alla rassegnazione di vederli calpestati. Se un cliente mi chiedesse di assisterlo contro il suo datore di lavoro che ha aggirato la normativa sui contratti a tempo, io dovrei avvertirlo che sarà una cosa lunghissima, dolorosa e, nelle more, probabilmente resterà a spasso... in generale, e quindi anche al di fuori delle cause di lavoro, io vedo molti clienti rinunciare a diritti più o meno certi per non dovere affrontare le difficoltà di una causa civile.

Io sono certamente ossessionato dal punto, ma credo che l'amministrazione della giustizia civile sia una cosa troppo importante, che incide in maniera profondissima su ogni aspetto della vita economica del paese.

a Palermo la prima udienza di una causa di lavoro te la fissano mediamente ad un anno e mezzo dal ricorso o più... la PRIMA... i successivi rinvii sono anch'essi più o meno di un anno e mezzo.

No, qui i tempi sono molto piu' brevi. Perche' ci sono pochi ricorsi, visto che le aziende sanno che perdono sicuro, preferiscono pagare un'indennita' o evitano direttamente di aggirare le leggi.

Poi i delinquenti (perche' chi infrange la legge e' un delinquente) ci sono anche qui, ma come dicevo, gli va male di sicuro.

 

Inviato da: Jacopo Bertolotti

Congratulazioni per il progetto finanziato dal FIRB-Futuro In Ricerca. (at last)

RR

 

Viviamo in mondi diversi.

Gliberto, forse tu ti riferisci a dipendenti a tempo indeterminato o comunque lavoratori con contratti nazionali protetti dai sindacati. I cocopro e quelli a tempo determinato non hanno nessun titolo per rivolgersi a nessun sindacato e se la pigliano in saccoccia esattamente come descrive Steve. Tutti i miei amici che stanno in Italia vivono questa trafila: contratto di 11 mesi, 1 mese gratis, poi riassunti. Alcuni (come mio cognato) addiritura vengono licenziati puntualmente in concomitanza delle vacanze di natale e le vacanze estive cosi' la ditta non deve pagar le ferie. Tutto questo a Torino. Dal punto di vista dei diritti del lavoratori la legge Biagi e' stata un fallimento totale. Quelli a tempo indeterminato, d'altro canto...

Giorgio, ti rendi conto però che stai descrivendo esattamente un rapporto di lavoro di lungo periodo a tempo indeterminato, caratterizzato da una prestazione di lavoro continuativa, ferie d'estate e vacanze di natale. L'unica differenza col contratto tradizionale è l'incertezza sulla risoluzione del rapporto, che però sarà minima se l'azienda apprezza e ha bisogno dei servizi di tuo cugino, e sarebbe ancora meno costosa se ci fosse un sistema assicurativo equo.

Il concetto di "ferie pagate" non esiste. Si viene pagati per quel che si produce, non è che i soldi delle ferie spuntano dal cielo. Ti faccio un altro esempio: come probabilmente sai, io non ho diritto a ferie e non prendo tredicesima e quant'altro. Peggio ancora, vengo pagato solo 9 mesi. Poveraccio, diranno in Italia cosa farà i tre mesi in cui non è pagato....

No Andrea. Devi guardare la situazione nell'insieme se vuoi trarre conclusioni di questo tipo.

La situazione italiana e' tale per cui in ditta ci sono 100 dipendenti: 50 sono a tempo indeterminato e hanno il culo protetto , lavorano meno di chiunque altro, si fanno la mutua al mare e la maternita di due anni. Non hanno spade di damocle in testa e si passano la giornata alla macchinetta del caffe'. Gli altri 50 sono a tempo determinato: sanno che c'e' la fila dietro di loro per lavorare e che possono essere mandati a casa da un giorno all'altro. Sono, a tutti gli effetti, quelli che per questo motivo lavorano di piu' ma non godono dei diritti dei propri colleghi. Insomma incarnano la definizione di sfruttato. Hanno tutto il diritto del mondo a sentirsi tali e ad essere incazzati. Una riforma del lavoro che crea una situazione del genere (come la Biagi ha fatto) e' un fallimento.

Bada bene: io non dico che il lavoro precario sia un male. Dico solo che fare una legge del genere senza avere i coglioni di intoccare i diritti mal meritati di chi ti lavora accanto e' da irresponsabili.

 

Capisco benissimo la situazione nell'insieme, e le evidenti ingiustizie fra chi presta lo stesso servizio.

Proprio perche' occorre guardare la situazione nell'insieme, pero', mi chiedo quanti di quei 50 posti a tempo determinato esisterebbero se non ci fosse stata la Biagi. Magari 25? Se cosi' fosse, allora ci sono 25 persone con un lavoro (certamente malpagato rispetto ai colleghi stabili) che altrimenti starebbero a casa. Insomma, i benefici esistono, si e' scelto di ripartire i costi in un certo modo, proteggendo i privilegi. 

Giorgio, ti rendi conto però che stai descrivendo esattamente un rapporto di lavoro di lungo periodo a tempo indeterminato, caratterizzato da una prestazione di lavoro continuativa, ferie d'estate e vacanze di natale. L'unica differenza col contratto tradizionale è l'incertezza sulla risoluzione del rapporto, che però sarà minima se l'azienda apprezza e ha bisogno dei servizi di tuo cugino, e sarebbe ancora meno costosa se ci fosse un sistema assicurativo equo.

Però, dal punto di vista pratico, non è la stessa cosa di avere un "vero" contratto a t.i.: tanto per citare il primo esempio che mi viene in mente, suppongo che, a parità di altre condizioni, le banche ti ritengano un soggetto più "rischioso"...

 

Ci sarà pure un motivo per cui il lavoro precario, nonostante la maggiore flessibilità che offre al datore, è caratterizzato da un compenso inferiore.

Banalmente un diverso rapporto di forze (reale o percepito) tra le controparti? O è una risposta troppo semplicistica?

 

Andrea:

A priori, io sarei per garantire libertà di definizione delle clausole contrattuali a lavoratori e imprenditori, senza imporre vincoli legislativi se non quelli minimi che il buon senso suggerisce.

Giorgio:

Gilberto, un contratto di lavoro e' un contratto. Punto.

Diciamo che Giorgio ha descritto, se non la situazione "reale", quella auspicata da Andrea.  :)

A proposito, una ultima domanda per Andrea: che genere di vincoli suggerisce il tuo buon senso? Qualcosa in più del divieto di lavorare under-12, o dell'obbligo della forma scritta, spero...

Lo chiedo perchè sono ragionevolmente sicuro che il mio buon senso sia, almeno in questo caso specifico, molto meno liberale del tuo... :)

Però, dal punto di vista pratico, non è la stessa cosa di avere un "vero" contratto a t.i.: tanto per citare il primo esempio che mi viene in mente, suppongo che, a parità di altre condizioni, le banche ti ritengano un soggetto più "rischioso"...

E' uno dei costi del precariato che sarebbe fortemente ridotto se vi fosse un'assicurazione sulla disoccupazione che garantisse i consumi (e i pagamenti dei mutui). In ogni caso, la garanzia per le banche non e' il lavoro a tempo indeterminato (che puo' sparire sempre, mai sentito parlare di fallimenti), ma l'ipoteca sulla casa. Con un adeguato collateral, non ci dovrebbero essere problemi. Se il sistema finanziario italiano fa cosi' schifo da non capire questo va riformato il sistema finanziario, non il mercato del lavoro. 

Banalmente un diverso rapporto di forze (reale o percepito) tra le controparti? O è una risposta troppo semplicistica?

E' certamente uno dei fattori. Suggerivo anche il fatto che non conviene investire nel capitale umano di un precario se non posso rinnovargli il contratto, quindi il precario finisce per fare lavori che non necessitano di grosse specializzazioni. 

A proposito, una ultima domanda per Andrea: che genere di vincoli suggerisce il tuo buon senso? 

Non molti. Mi viene in mente il divieto di schiavitu, e cioe' la possibilita' per il lavoratore di rescindere il contratto. Vincoli sul lavoro minorile, per evitare che genitori dementi non facciano studiare i figli. Altro non mi viene, proponi tu che io ti dico se sono d'accordo. 

 

uno dei costi del precariato che sarebbe fortemente ridotto se vi fosse un'assicurazione sulla disoccupazione che garantisse i consumi (e i pagamenti dei mutui). In ogni caso, la garanzia per le banche non e' il lavoro a tempo indeterminato (che puo' sparire sempre, mai sentito parlare di fallimenti), ma l'ipoteca sulla casa. Con un adeguato collateral, non ci dovrebbero essere problemi. Se il sistema finanziario italiano fa cosi' schifo da non capire questo va riformato il sistema finanziario, non il mercato del lavoro.

Non intendevo certo dire questo. Era solo per chiarire che certe situazioni hanno riflessi che vanno ben oltre il semplice "sentirsi precario".

Non molti. Mi viene in mente il divieto di schiavitu, e cioe' la possibilita' per il lavoratore di rescindere il contratto. Vincoli sul lavoro minorile, per evitare che genitori dementi non facciano studiare i figli. Altro non mi viene, proponi tu che io ti dico se sono d'accordo.

Giusto per la cronaca: nei contratti a progetto attuali è previsto che, salvo clausola esplicita, il lavoratore NON possa rescinderli. Ma credo che tu intendessi riferirti ai contratti a t.i., quindi te la do buona...  :)

Veniamo ai vincoli. Le prime due cose che mi vengono in mente:

1) Licenziamenti cosiddetti "discriminatori" (esempi di prima mano: persone licenziate o "fatte dimettere" perchè si sono sposate, o perchè hanno rifiutato le avances del capo). Tolgo di mezzo di mio l'ipotesi "reintegro" (che, spesso, non avrebbe neppure molto senso). Ma il diritto ad essere risarcito in qualche modo per il "mancato guadagno" (che non è la stessa cosa del "danno" subito per l'avance in se)?

2) Disciplineresti la responsabilità ed i diritti del committente verso i "lavoratori in affitto" (credo il termine giuridico sia "lavoratori somministrati")? Io trovo corretto che il lavoratore goda della doppia tutela garantita attualmente, come trovo giusto che ci siano dei vincoli alla possibilità di svolgere la professione di "somministratore", se non altro per evitare che si trasformi in quella di "caporale". che ne pensi?

Grazie mille della disponibilità.

D'accordo su entrambi... sul caso uno, non ho mai capito l'impazienza di tornare a lavorare per uno che ti molesta o ha discriminato.. preferirei piuttosto un grosso indennizzo.

Tutti i miei amici che stanno in Italia vivono questa trafila: contratto di 11 mesi, 1 mese gratis, poi riassunti.

In una causa di lavoro, un caso del genere non viene praticamente discusso, ma si ottiene immediatamente ragione, tanto e' lampante che e' un rapporto di lavoro a tempo indeterminato mascherato da COCOPRO (o qualche altro rapporto di lavoro temporaneo).

Neanche c'e' bisogno del sostegno dei sindacati per vincere una causa del genere, tanto e' lampante l'abuso commesso.

Gliberto, forse tu ti riferisci a dipendenti a tempo indeterminato o comunque lavoratori con contratti nazionali protetti dai sindacati. I cocopro e quelli a tempo determinato non hanno nessun titolo per rivolgersi a nessun sindacato e se la pigliano in saccoccia esattamente come descrive Steve.

La legge formale italiana prescrive che se il giudice del lavoro appura in sede di processo che esiste di fatto un rapporto di lavoro dipendente (cio' significa in pratica che esiste un datore di lavoro che paga e dice al lavoratore cosa fare e in quali orari), allora si applica lo statuto dei lavoratori, inclusa la giusta causa se il numero di dipendenti supera 15. Non conta nulla che non esista contratto e che tutto si svolga in nero, semmai sono aggravanti e reati sanzionabili separatamente.

I giudici del lavoro italiani sono conosciuti per essere schierati praticamente sempre dalla parte del lavoratore. Tuttavia come emerge da alcune testimonianze e' evidente che la legge in Italia e' applicata con criteri molto differenziati in territori diversi e l'inefficienza della magistratura del lavoro puo' corrispondere ad una negazione di fatto dei diritti formalmente garantiti.

Occhio che i contratti "parasubordinati" c'erano ben prima della legge Biagi, vengono dalla Treu che istituì i cococo, che di certo ha ceduto in parte dei diritti dei lavoratori in cambio di un collocamento più facile.

La Biagi ha introdotto una serie di contratti poco utilizzati, ed ha trasformato i cococo (rinnovabili a piacere) in cocopro (un rinnovo e poi vanno assunti, come dice Gilberto).Si può discutere sull' effetto pratico della norma (l' idea era di favorire assunzioni a tempo indeterminato, temo che l' effetto sia un maggior turnover dei cocopro rispetto ai cococo) ma le tutele formali le ha sicuramente aumentate.Con l' eccezione del settore pubblico, dove restano i cococo.

Occhio che i contratti "parasubordinati" c'erano ben prima della legge Biagi, vengono dalla Treu che istituì i cococo, che di certo ha ceduto in parte dei diritti dei lavoratori in cambio di un collocamento più facile.

La Biagi ha introdotto una serie di contratti poco utilizzati, ed ha trasformato i cococo (rinnovabili a piacere) in cocopro (un rinnovo e poi vanno assunti, come dice Gilberto).Si può discutere sull' effetto pratico della norma (l' idea era di favorire assunzioni a tempo indeterminato, temo che l' effetto sia un maggior turnover dei cocopro rispetto ai cococo) ma le tutele formali le ha sicuramente aumentate.Con l' eccezione del settore pubblico, dove restano i cococo.

Riassunto esatto Marcello, i CoCoCo col 10% di contributi rispetto al 30% dei dipendenti sono stati introdotti proprio da Treu, l'unica salvaguardia tuttavia credo molto mal scritta e ancora peggio applicata dal sistema italiano era che dovevano essere riservati a posizioni qualificate e ben pagate, tipo ricercatore universitario (non ridete ...) e non dovevano essere ammissibili per contratti meno qualificati come gli operatori di call center.  Ovviamente invece i CoCoCo sono stati usati per contratti assolutamente non qualificati come i cal center a tutto spiano, questo e' il tipico andazzo italiano.

La legge Biagi praticamente ovunque ha cercato di organizzare meglio la materia del lavoro atipico, costantemente a favore dei lavoratori, introducendo piu' salvaguardie, norme piu' chiare e ragionevoli, credo anche maggiori contributi. L'ignobile propaganda della sinistra e della CGIL (cui si sonop uniti anche i terroristi assassini di quell'area politica) ha cercato di far credere che la legge Biagi avesse introdotto il lavoro a termine, e i loro elettori se la sono bevuta in massa.  L'unica obiezione ragionevole alla legge Biagi e' che - probabilmente, ma non conoscco bene i dettagli - M.Biagi aveva elaborato le sue norme leggermente piu' favorevolmente ai lavoratori in alcuni dettagli rispetto al testo finale approvato. Ma si tratta di dettagli.

In realta' la vera colpa della legge Biagi per la sinistra italiana consiste nel fatto che introduceva in maniera stabile, meno ambigua e piu' o meno definitiva nell'ordinamento italiano del lavoro i contratti atipici diversi dal tradizionele rapporto di lavoro dipendente di stampo corporativo- feudale (che e' uno dei primari contributi della sinistra alla societa' italiana).

La legge Treu era una norma molto italiana, permetteva qualcosa ma di soppiatto, in maniera ambigua e poco chiara.  Nelle idee della sinistra doveva essere probabilmente una specie di norma-trabocchetto: un imprenditore assumeva CoCoCo nei Call Center, tradendo lo spirito della legge (che voleva solo contratti di lavoro qualificati), a questo punto gli abominevoli apparati dello Stato italiano lo lasciavano fare per anni e anni creando malcoltento (per la discriminazione tra CoCoCo e dipendenti, tanto per cominciare) ma anche occupazione, poi dovevano intervenire gli angeli liberatori della CGIL e della sinistra, coadiuvati dal giudice del lavoro, veniva appurato che il rapporto di lavoro era in realta' di lavoro dipendente, e l'imprenditore per meta' incauto e per meta' furbastro veniva obbligato ad assumere tutti col contratto di lavoro dipendente.  Per magnanimita' poi si sarebbe arrivati ad una transazione almeno per i contributi pregressi, almeno se l'imprenditore era almeno in minima parte amico di chi era al momento al potere.

Quanto scritto sopra e' piu' o meno quello che e' avvenuto, vedi ad esempio il caso dell' assunzione degli operatori inbound dei Call Center. Questo fatto riportato dal Corriere fra l'altro e' posteriore alla legge Biagi, che in modo migliore e' meno ambguo di quella di Treu ha normato per quali lavori e' possibile derogare dal contratto di lavoro dipendente.  Questo caso di assunzione come lavoratori dipendenti, in forza della legge Biagi, durante l'ultimo governo di centro-sinistra mostra una volta di piu' l'assoluta malafede di quella parte politica nei confronti delle legge Biagi stessa.

Steve, capisco la situazione ed il disagio, ma provo a rispondere perché secondo me commetti diversi errori di fondo. Cercherò di non essere troppo brutale. 

Intanto, TFR e tredicesima sono uno svantaggio dei contratti di lavoro a tempo indeterminato. A gennaio produci 100 patate, e diciamo che hai diritto a 13. Ebbene il datore invece di darti le 13 patate subito, ti dice che te ne da una a dicembre. Perché???? Mistero. Idem con TFR: il 5% di quanto ti spetta ti viene tolto e dato chissà quando. Insomma TFR e tredicesima non servono a farsi la casa, servono a ritardare quell'evento (anche se puoi ritirare il TFR anticipatamente, bisogna compilare varie scartoffie, il che porta via tempo e denaro). Non parliamo poi del fatto che non hai libertà non solo di spendere, ma nemmeno di investire questo risparmio forzato come vuoi, visto che i sindacati hanno voluto mettere le mani anche su questo. Qundi, da questo punto di vista dovresti essere contento (anzi, mi correggo, una cosa andrebbe richiesta al legislatore: esistono vantaggi fiscali al TFR che andrebbero estesi a chi vuole risparmiare ma non riceve il TFR per vari motivi). 

Quindi le lamentele dei precari di non ricevere TFR e tredicesima sono fuori luogo, la lamentela è che prendono 1/13+5% in meno di quello che vorrebbero prendere. Beh anch'io vorrei prendere 1/13 in più, anzi, facciamo 2/13, ma questo è il mio cervello e con la sua capacità produttiva devo convivere.

Capisco di più invece lo stato di precarietà, l'incertezza sul futuro, ma vedi questa si può affrontare solo con una seria e comprensiva assicurazione sulla disoccupazione che ti copra da questa incertezza. Altro sistema non c'è perché il tuo posto precario esiste anche perché è precario. Se fosse a tempo indeterminato il posto non ci sarebbe proprio. Un'assicurazione equa e che copra tutti coperta da tassazione generale servirebbe anche a scaricare un po' dei costi sul settore protetto. 

Non conosco cosa tu faccia esattamente, ma per il poco che conosco del settore (un po' devo programmare per lavoro) a me sembra che si tratti di un lavoro che richieda un training generale con skills che possono essere riutilizzati in varie aziende. Insomma c'è poco di specifico nel rapporto fra te e l'azienda per cui lavori. Questo tipo di skill non si presta a rapporti di lavoro di tipo continuativo, se non con aziende medio-grandi, e quindi andrebbe acquisito da persone che sono in grado di accettare l'incertezza del rapporto lavorando come imprenditori di se stessi. Ora magari mi dirai che non è così, che hai sviluppato un software per un'azienda, che ci sono voluti due anni, che conosci solo tu e che uno nuovo impiegherebbe 10 mesi a trovare un bug. Se così fosse congratulazioni, hai il tuo contratto a tempo indeterminato perché l'azienda ha bisogno di tenerti, e l'unico motivo per cui sei "precario" sono i disincentivi di tipo fiscale, dei quali mi sono lamentato chiaramente nel mio post. 

Rispondo ora ai vari tuoi punti per chiarire:

1) sbagliato, se rimangono in vigore i co.co.pro. DEVE esserci una differenza contributiva che deve rendere più pensati le tasse sui lavori a progetto per disincentivare l'abuso, purtroppo è il contrario.

In che senso è un abuso? Due persone si mettono d'accordo per lo scambio di beni e servizi in termini accettabili da entrambe le parti. Per vari motivi, una delle due ha maggiore potere contrattuale e riesce ad imporre varie condizioni. Prova a pensare a cosa succederebbe se si imponesse a tutti quelli che vogliono comprare banane di andare in giro per fruttivendoli. Trovato quello soddisfacente, gli viene imposto di rifornirsi da lui per il resto della propria vita. Cosa succede alla domanda di banane? Stessa cosa vale per il punto 3 a

3)b) Contratto unico: effetivamente andrebbe diviso per settori, come tuttavia già si fa adesso. Il contratto "commercio" è ben diverso dal contratto "metalmeccanico".

E perché il metalmeccanico che produce barre di alluminio deve avere lo stesso contratto del dipendente fiat, o di chi fa prodotti di precisione? Dubito che la tecnologia impiegata sia la stessa. Alcune imprese che impiegano metalmeccanici sono intensive di lavoro, altre di tecnologia... chi decide come disegnare i contratti che devono valere per tutti?

4) Questo punto non mi è ben chiaro, che succede se da parzialmente tutelato (cioè nella fase iniziale, quella dei primi anni) un lavoratore passa alla categoria più tutelata? Ci sono sgravi fiscali per il datore? E per la parte iniziale chi paga l'indennità di disoccupazione?

L'indennità di disoccupazione deve essere pagata in misura uguale da tutti i lavoratori che ne beneficiano. Inizialmente sarei per estendere il carico anche ai lavoratori a tempo indeterminato, ma non ci ho pensato bene. Vale quanto detto da Marcello sopra: uno dei motivi per cui i precari sono pagati poco è che i protetti sono pagati troppo, quindi andrebbero redistribuiti i costi in un certo senso

5) Quindi un po' di benessere queste l'hanno generato. 
Prova a vivere tu con retribuzione ridotte all'osso.

Prova tu a vivere senza retribuzione

Perché i datori di lavoro non hanno incentivo a mantenere i lavoratori occupati per periodi prolungati? 

In realtà li tengono, praticamente funziona così:....

Quello che descrivi è un rapporto di lavoro a lungo termine, non precario... l'accezione "precario" si applica per l'incertezza derivante dalla possibile risoluzione. Ma questa va risolta con forme assicurative, non imponendo vincoli che eliminerebbero l'esistenza del posto di lavoro

Che ci rimette il lavoratore? La 13sma, il TFR (che per farsi su casa serve, e se serve, si puo chiedere anticipato in questo e altri casi)
Ahhh dimenticavo, tutele vicine a 0 per malattia, maternità e la pensione non la vedremo neanche in foto.

Su TFR ti ho gia risposto. Sulla maternità hai ragione, non ho un'idea precisa. Secondo te come vengono coperte le libere professioniste, le proprietarie di piccoli negozi, le piccole imprenditrici... si usa il sistema previdenziale se non sbaglio. Perché non si possa fare così anche per le precarie non lo so. Anche in questo caso, manca una seria riforma che istituisca un sistema assicurativo.

7) bisogna dare un freno alla caduta dei redditti delle finte partite iva e dei co.co.pro usati non per neccessità di mobilità ma per pura evasione/elusione fiscale dei datori di lavoro. Questo è un fatto. Non si possono tollerare più contratti da 800 euro al mese nel nord Italia, anche se principianti (per fortuna non è il mio caso ma vado poco oltre). Non ti ci paghi neanche le spese vive (trasporti, pranzo fuori, vestiti ecc.)

Discorso che va oltre la semplice disciplina del mercato del lavoro. I bassi salari sono dovuti solo in parte al potere contrattuale del datore di lavoro, come argomentiamo da tempo qui su nfa. È la produttività del lavoro che non sta crescendo, oltre all'assurdo carico fiscale.

Vedo che Andrea ha dimenticato un punto:

6)Davvero si vuole imporre un costo di licenziamento di 6 mesi in 3 anni?

il costo credo sarà distribuito tra aziende, ci sarà la maggior parte dei datori di lavoro che non assumerà e licenzierà come cambiarsi le mutande, quindi dovrebbe avere un costo accettabile.

ci credi? Mi pare molto più probabile un mix dei seguenti, in ordine di probabilità decrescente, con la prima largamente maggioritaria.

  1. trasformazione in consulenza (se vuoi lavorare apri partita iva)
  2. apertura di aziende di comodo con meno di 15 dipendenti (forse, dipende dall'applicazione della norma)
  3. riduzione o esternalizzazione delle attività
  4. assunzione a contratto unico

Una curiosità, visto che lavoro nello stesso settore ma in una nicchia di lusso (SAP) e per lo più come professionista.Tu dici

lavoro nel mondo dell'informatica, patria della mancanza di tutele, del lavoro precario e degli straordinari presi in c...

la mia esperienza è che effettivamente capita abbastanza spesso di lavorare ben oltre gli straordinari legalmente definiti, magari nei fine settimana o la sera ad orari assurdi, e che spesso questi non sono pagati (ed altrettanto spesso son pagati fuori busta, ma guai a dirlo ai colleghi ;) ).Però la cosa è bilanciata da un salario discreto e grande flessibilità negli orari "regolari": son stato in posti dove ogni tanto potevi prenderti un giorno libero senza scalarlo dalle ferie, altri dove la giornata di 6 ore era considerata completa, altri ancora in cui potevi andare e venire a piacere purchè consegnassi il lavoro...

Insomma, in breve non vedrei la cosa solo negativamente.Considera anche che molte volte la legge impone orari massimi giornalieri/settimanali che semplicemente non sono compatibili col nostro lavoro.Nel mio campo in particolare la norma è 6 mesi di cazzeggio, dove se pure ti prendi una mezza giornata libera la settimana non importa a nessuno, seguiti da 1 a 12 ore al giorno compresi i fine settimana e 2/3 a 10/12 ore con we libero.

Alcune osservazioni

Igor 31/3/2010 - 11:10

Prima vorrei ringraziare per l'articolo poi vorrei fare i seguenti commenti.

 

A proposito del precariato

"permettendo ai datori di lavoro un contratto a tempo determinato, questi lo usano e poi licenziano" (questo in realtà non ha nemmeno senso, gli imprenditori, almeno quelli che vogliono fare profitti, non licenziano per piacere).

il motivo puo' ben esser che il livello di istruzione medio di parte dei disoccupati sia troppo alto rispetto alle richieste dell'industria e che quindi questi non necessitino di un particolare addestramento e quindi siano tutti sostituibili. Tanto per non rimaner nel vago pensiamo ai laureati (si puo' discutere della loro preparazione) nei call center. Od anche al fatto che i possessori di PhD in materie scientifiche non vengono generalmente apprezzati.

 

A proposito del salario minimo:

(ii) distruggono occupazione (i posti di lavoro che producono meno del salario minimo non vengono creati) esacerbando il problema

Verissimo ma vogliamo tenerci quei lavori? Non solo quando il numero degli addetti sara' ridotto abbastanza i prezzi saliranno (mi viene in mente il caso degli idraulici e dei cantonieri in dk)

Io ho il sospetto che gran parte del precariato sia creato da incentivi perversi determinati dalla legislazione fiscale e del lavoro.

Gran parte del precariato esiste per scaricare (1) la mutata situazione di mercato, e (2) della finanza pubblica, dopo il 1992-93, sui giovani (i.e. nuove coorti di lavoratori) salvando il fortino delle garanzie ed anche dei privilegi della grande platea del tradizionale lavoro dipendente a tempo indeterminato - come era a disposizione di qualsiasi (nuovo) assunto fino all'inizio degli anni '90.

Pezzo forte di questa strategia è stata l'invezione del "terzo genus" di lavoro - nè autonomo nè dipendente - per poter applicare a questa nuova classe di lavoratori una diversa normativa, e in particolare un diverso sistema contributivo e di diritti sociali. Grazie al combinato disposto di questa "ideazione" e della prassi delle relazioni socio-sindacali italiane, si è potuta disaccoppiare una crescente massa di giovani lavoratori dal sistema tradizionale di rappresentanza e tutela.

Il discorso pubblico, che tende a fare di tutta la questione del "lavoro atipico" un problema di precariato nel senso del durata del contratto di lavoro è chiaramente falsato dalla persistenza di svariate "percezioni comuni" circa garanzie, tutele e diritti sociali che la gran parte della popolazione possiede come "depositato" da decenni di tradizione consolidata ben diversa.

Come spiegato anche da un altro intervento qui sopra (Hakkabee, che condivido in larghissima parte) il contagio del precariato si è quindi potuto diffondere per mera "applicazione dei meccanismi di mercato".

RR

 

 

Certo che hanno operato meccanismi di mercato. Il tasso di disoccupazione negli anni 90 era sopra il 10%. Poi hanno introdotto nuove forme contrattuali ed e' sceso al 7-8%. Insomma una buona fetta della popolazione era disposta a lavorare con contratti annuali e non gli era permesso di farlo. In che senso e' una cosa negativa?

E' vero che ci sono percezioni comuni di garanzie e diritti, come evidenziato sopra. Molte sono malriposte, come la 13esima o il TFR, come ho cercato di spiegare sopra. Per questo non c'e' altra soluzione che educare. 

Andrea, magari puoi soddisfare una curiosità da ignorante: assumendo (ragionevolmente, credo) che la riduzione del tasso di disoccupazione sia dipesa dall'introduzione delle "nuove" forme contrattuali, c'é qualche evidenza rispetto all'effetto che queste hanno avuto sull'occupazione riferibile a forme contrattuali preesistenti? é rimasta costante? é variata? (in senso assoluto naturalmente)

Ottima domanda, non conosco la risposta e non so se vi siano studi a riguardo, ma ovviamente mi aspetterei una certa sostituibilità fra forme contrattuali. All'introduzione di una forma contrattuale conveniente dal punto di vista fiscale alcuni posti nella forma meno conveniente vengono trasformati in convenienti. Quindi certo che le nuove possibilità hanno intaccato il numero di posti a tempo indeterminato (cioe' alcuni lavoratori a tempo indeterminato che vanno in pensione vengono sostituiti con giovani precari). Va detto che questa sostituibilità non sarà mai perfetta, perché per la maggior parte delle forme lavorative esistono delle convenienze di tipo "tecnologico" ad istituire rapporti di lungo periodo. Mi piace comprare le banane due alla volta, ma l'insegnante per mia figlia lo voglio stabile per almeno un anno, salvo disastri. 

Inoltre, mi aspetto che la creazione di nuovi posti che prima era impossibile realizzare con le vecchie forme contrattuali inneschi delle efficienze nel sistema produttivo che aumentino la produzione aggregata, e con essa la domanda di lavoro a tempo indeterminato che almeno in parte compenserà la sostituibilità di cui sopra. 

Il tasso di disoccupazione negli anni 90 era sopra il 10%. Poi hanno introdotto nuove forme contrattuali ed e' sceso al 7-8%. Insomma una buona fetta della popolazione era disposta a lavorare con contratti annuali e non gli era permesso di farlo.

Perchè bisogna assumere che l'introduzione di forme contrattuali precarie ha fatto ridurre il tasso di disoccupazione? Chi fa oggi i lavori precari? Laureati e diplomati alle prime esperienze lavorative (e magari anche alle seconde, terze, quarte ecc.). Vogliamo sostenere che in passato (prima delle riforme del MdL) non accettavano lavori precari perché aspettavano il posto fisso e quindi ingrossavano le file dei disoccupati? Suvvia! Ora accettano semplicemente perché non c'è alternativa. Dunque mi chiedo che senso ha parlare di "scelta" quando è quasi obbligata. Certo la "scelta" rimane tra lavorare precario o non lavorare per nulla o lavorare in nero... bella scelta!

Insomma mi pare che dei contratti "atipici" si siano avvalsi con profitto più i datori di lavoro che i lavoratori. O sbaglio?

Hai ragione, la causalità della riduzione del tasso di disoccupazione è solo assunta, ma è ragionevole pensarla. 

Quanto ai giovani precari, un alternativa ce l'hanno: o il lavoro precario, o niente lavoro. Alcuni preferiscono il primo, altri il secondo. Quel che sostengo è che senza queste forme contrattuali non ci sarebbe nemmeno questa scelta. Dei contratti atipici si avvalgono certamente i datori di lavoro, come dici tu, e certamente i lavoratori che non avrebbero avuto la possibilità di lavorare senza i contratti atipici. Se non fosse loro vantaggioso accettare questi contratti, starebbero a casa. 

Hai ragione, la causalità della riduzione del tasso di disoccupazione è solo assunta, ma è ragionevole pensarla.

Potrebbero però combinarsi due meccanismi: i vecchi che vanno in pensione sono sostituiti con precari e una quota di persone che era interessata al lavoro, finché fosse stato non precario, smette di cercarlo facendo diminuire la quota di disoccupati. In questo modo la causalità si annullerebbe. O no? Ma non ci sono studi del genere "controfattuale" per valutare l'effetto "spiazzamento" delle riforme del MdL sui contratti a tempo indeterminato?

Tutto ragionevole quello che dici. Studi non so se ce ne sono, in Italia è un po' difficile trovare dati adeguati (l'ISTAT te li fa pagare, poi c'è il problema della privacy...), inoltre ogni studio serio fatto con dati Italiani è sicuramente meno pubblicabile di uno studio fatto con dati equivalenti USA (perché meno interessante), quindi se c'è un contributo metodologico nel tuo studio, o c'è un motivo preciso per usare dati italiani (non ci sono negli usa), o usi dati USA. 

Tornando alla questione, comunque, occorre precisare un fatto che mi era un po' sfuggito e che mi hai fatto tornare alla mente. Il tasso di disoccupazione è un indicatore ciclico, che dipende da varie cose, fra cui appunto, il ciclo economico. Più rilevante sarebbe andare a vedere il tasso di occupazione, che misura la quantità di gente occupata in rapporto alla popolazione. Le mie e in parte anche le tue considerazioni si riferiscono a quest'ultimo. Il tasso di disoccupazione (che misura la percentuale di persone in cerca di lavoro in rapporto al totale della forza lavoro) è sicuramente influenzato dal contesto istituzionale, ma in modi diversi da quelli che abbiamo descritto. Per esempio è possibile che contratti di precariato permettano la creazione/distruzione più frequente di posti di lavoro, con effetti ambigui sul tasso di disoccupazione. 

ogni studio serio fatto con dati Italiani è sicuramente meno pubblicabile di uno studio fatto con dati equivalenti USA

maledizione quanto è vera questa affermazione, anche al di fuori del campo economico.

cmq ho recuperato dalla memoria e successivamente da internet il ricordo di una relazione ascoltata che, sulla base di dati micro-longitudinali italiani, giungeva a conclusioni ottimistiche sugli effetti delle riforme del MdL. In pratica gli effetti positivi, in Italia, sarebbero meno disoccupazione, meno lavoro nero, meno inattività.

E' un contributo credo un po' tecnico per molti lettori, cmq è scaricabile qui

Certo che hanno operato meccanismi di mercato. Il tasso di disoccupazione negli anni 90 era sopra il 10%. Poi hanno introdotto nuove forme contrattuali ed e' sceso al 7-8%. Insomma una buona fetta della popolazione era disposta a lavorare con contratti annuali e non gli era permesso di farlo. In che senso e' una cosa negativa?

E' negativa su due diversi fronti:

1. come ho accennato anche più sotto parlando dei contributi pensionistici, è negativo che si pongano regole fondamentalmente diverse per diverse "categorie" di lavoratori che fanno lavori analoghi. Mi spiego. Per me non esistono lavoratori "subordinati", "parasubordinati", e "autonomi", ma solo lavoratori "impegati" ed "autonomi". In cosa i projects sarebbero _fondamentalmente_ diversi dalle operations dal punto di vista della gestione delle risorse umane? E poi, si consideri che l'apertura a questa nuova tipologia ha consentito il classico spiffero che si è tramutato in una ventata: tutto è diventato parasubordinato, anche il call-center che più subordinato di così non si può... E se poi arriva la polizia a rimettere le cose a posto ti dicono anche di non protestare. 

2. Si evita di fare quelle riforme necessarie del "sistema principale" che sono e sarebbero in ogni caso necessarie, lasciando quindi la cancrena incancrenirsi e salvandosi appena appena il baugigi con lo sfruttamento di una frazione piccola della forza-lavoro che puoi schiavizzare senza troppi problemi. Ovvio che per chi sta al caldo, va tutto bene e continua ad andare bene, potendosi anzi affermare che la disoccupazione è diminuita al 7-8%.

RR

 

Mah rispondo un'ultima volta e poi chiudo. Che il mercato del lavoro vada riformato non c'è dubbio, anche nel trattamento fiscale. Mai messo in dubbio questo, anzi, l'ho sottolineato chiaramente nel post. Nessuno si accontenta della disoccupazione all'8% (che è comunque alta). Ma bisognerebbe leggere da questi dati che 15 anni fa c'era un'enorme domanda da parte degli imprenditori di rapporti di lavoro più flessibili, o precari che dir si voglia. E un'enorme offerta da parte di lavoratori che li hanno accettati. Se poi vogliamo discutere del fatto che a questi precari piacerebbe avere la quattordicesima, 2 mesi di ferie, una villa pagata, e altre cose di simile ovvietà facciamolo pure ma non qui perché facciamo perdere tempo a chi vuole leggere un dibattito sensato. 

Se poi vogliamo discutere del fatto che a questi precari piacerebbe avere la quattordicesima, 2 mesi di ferie, una villa pagata, e altre cose di simile ovvietà facciamolo pure ma non qui perché facciamo perdere tempo a chi vuole leggere un dibattito sensato. 

Chiudo anch'io, solo per ricordare che ho chiesto le medesime regole per "subordinati" e "parasubordinati". Che per me sono, come idea e concetto, delle "regole di requisiti minimi generali", cioè tipo "4 settimane di ferie pagate" come dice la Costituzione, o la tredicesima, se questo è il regime della _distribuzione_ dei pagamenti (o la medesima aliquota contributiva obbligatoria pensionistica), ecc. Non precludo ad accordi aziendali o personali più favorevoli al lavoratore, se concordate (quattordicesime, 3 mesi di ferie, ville, macchine, escort [solo se il datore di lavoro è privato]), e però mi riservo di considerare dei limiti "superiori" su forme specifiche delle remunerazioni, in caso vi sia un giudizio assodato sulla perversione di tali incentivi su interessi pubblici importanti.

RR

 

1. L'equiparazione delle aliquote contributive è cosa buona e giusta. Diverse aliquote applicate a diversi tipi di contratto non solo creano confusione e disuguaglianza, ma distorcono gli incentivi di lavoratori e imprenditori ad applicare il contratto appropriato al lavoro prestato.

Sono molto d'accordo e in particolare considero demenziale aver fissato i contributi del CoCoCo ad un livello molto piu' basso (inizialmente 1/3) rispetto a quelli del lavoro dipendente a tempo indeterminato.  Tuttavia e' fuori luogo assumere che questa sola equiparazione possa mettere poi sullo stesso piano, per il datore di lavoro, contratti con tutele assurde (e applicate in maniera assurde) come il contratto di lavoro dipedente con i contratti con una tonnellata di tutele in meno.  Poi va anche chiarito che certe tutele assurde sono solo il pezzo di un mosaico corrispondente ad una societa' corporativa che non prevede sussidi generalizzati agli indigenti e disoccupati ma prevede che lo Stato scarichi queste funzioni sulle famiglie e in maniera piu' o meno feudale sul datore di lavoro per i lavoratori dipendenti.

L'anomalia della normativa corrente non è la proliferazione dei contratti, ma il loro diseguale trattamento fiscale/previdenziale. Tolto quello, si elimina l'incentivo a cambiare contratto per motivi diversi da quelli tecnologici, che sono perfettamente giustificabili.

Ripeto la stessa osservazione: non e' vero, gli incentivi a favore dei contratti a t.d. rimangono perche' il contratto a t.i. incorpora tutele molto elevate il cui costo ricade in massima parte sul datore di lavoro.

Davvero si vuole imporre un costo di licenziamento di 6 mesi in 3 anni?

Qui sono curioso perche' non conosco i dati: quali sono i costi tipici per un licenziamento nei Paesi OCSE? Due mesi all'anno corrisponde ad un aumento massimo del costo del lavoro ~16.7%.  Secondo me i datori di lavoro in Italia lo pagherebbero per evitare il cappio al collo delle tutele dei rapporti di lavoro a t.i. e le incertezze sulla loro applicazione reale. Quanto spendono in media le imprese italiane per ottenere il licenziamento volontario di un dipendente indesiderato?

Riguardo poi ai motivi per cui un datore di lavoro e' disincentivato all'assunzione a tempo indeterminato va aggiunto e sottolineato che in aggiunta alle tutele sopra menzionate, vi sono specie per la medio-grande impresa contratti collettivi nazionali che impongono una significativa progressione salariale legata unicamente all'anzianita' di servizio.  Si tratta spesso di progressioni salariali abnormi nel confronto internazionale che portano a salari di ingresso miserabili e alla rincorsa frenetica da parte del datore di lavoro al prepensionamento a carico dello Stato, pratica abusata specialmente dal soliti noti grandi imprenditori collusi col potere centrale statale. Se si volesse rimuovere realmente la convenienza al contratto temporaneo bisognerebbe imporre che tali contratti vengano remunerati non meno che il salario mediato sull'anzianita' fino a quella massima del corrispondente contratto collettivo nazionale.  Sarebbe una soluzione molto statalista, cui sarebbe di gran lunga preferibile ridurre le anomalie italiane sulle progressioni di anzianita' e sulle extra-tutele, provvedendo anche ragionevoli sussidi di disoccupazione.

 

Ho già risposto ad Andrea sul tema degli scatti d'anzianità: sono in via di estinzione, nel nuovo contratto dei chimici sono già stati aboliti.

Sono d'accordo con Andrea che i cosiddetti lavori precari hanno diminuito la disoccupazione in questi anni e han creato perciò benessere (è vero, non si vive bene con 600 euro al mese, ma pensiamo che molta gente non sarebbe stata neanche assunta, se non ci fossero stati quei tipi di contratti, quindi piuttosto che niente, meglio piuttosto).

D'altronde non vedo un gran beneficio nel contratto proposto dal PD. Il problema del mercato del lavoro Italiano è che è difficile e costoso licenziare dipendenti a tempo indeterminato. Questo tema, in un modo o nell'altro, va affrontato.

Se avessimo un mondo del lavoro più dinamico, allora l'Italia sarebbe più competitiva anche per i lavoratori più produttivi, i cosidetti talenti, che a loro volta genererebbero più crescita e farebbero aumentare le dimensioni della torta. Se invece scegliamo di competere al ribasso sui costi, allora di fatto, incentiviamo manodopera poco qualificata e facciamo scappare quelli bravi. Big mistake!

è vero, non si vive bene con 600 euro al mese, ma pensiamo che molta gente non sarebbe stata neanche assunta, se non ci fossero stati quei tipi di contratti, quindi piuttosto che niente, meglio piuttosto

Gli economisti siete voi ma nella mia ignoranza ho sempre pensato che se tizio ha bisogno di assumere qualcuno e può farlo con un contratto che gli permette di pagare due lire di stipendio e due lire di tasse lo fa. Se invece deve pagare uno stipendio dignitoso e delle tasse ragionevoli lo fa lo stesso perché ne ha bisogno. Se non lo fa è perché non ne aveva bisogno dal principio.

Jacopo il tuo ragionamento non arriva alle logiche conclusioni. Non esiste un "bisogno" di assumere. Esistono costi e benefici derivanti dal prodotto dell'attività lavoro. Se questa attività costa due lire di stipendio e due di tasse, e rende 5, allora mi conviene intraprenderla. Se invece costa 4 lire di stipendio e 4 di tasse, non conviene più e il lavoro sparisce. 

Si è svegliato il Presidente della Repubblica:

http://www.corriere.it/politica/10_marzo_31/napolitano-rinvio-camere-leg...

Visto che siamo in tema, qualcuno può chiarire che cosa implica l'arbitrato e se il rifiuto del Presidente è per una legge scritta male e/o incostituzionale oppure se è una difesa della rigidità dela lavoro e del sindacato?

Mah secondo me non lo sa neanche lui perche' l'ha rinviato. Avra' sentito una lamentela da parte della dirigenza GCIL e ha agito. La legge e' cosi' confusa che nemmeno gli esperti ne capiscono qualcosa (e parlo dei giuslavoristi, non di noi ignoranti economisti). Rimando ai link che abbiamo messo in questo post.

Il punto non è tanto il discorso di principio sull'art. 18, ma il come e il contenuto di questa norma "aggiratrice" in questo ddl: detto in maniera astratta e generale pare anche a me che il Presidente abbia fatto bene a rimandare indietro il ddl "lavoro", ma il fatto è che si dovrebbe aprire un capitolo distinto e trasparente sull'abolizione/modifica dell'Art. 18 come regola, prendendo ad esempio ovviamente le buone pratiche europee.

RR

L'equiparazione delle aliquote contributive è cosa buona e giusta. Diverse aliquote applicate a diversi tipi di contratto non solo creano confusione e disuguaglianza, ma distorcono gli incentivi di lavoratori e imprenditori ad applicare il contratto appropriato al lavoro prestato. Da sola, questa misura dovrebbe contribuire a risolvere molti problemi.

Il peccato originale, però, sta altrove, molto prima, quando si fissò un sistema contributivo per i lavoratori autonomi distinto e distante da quello dei lavoratori dipendenti, con un'aliquota del 16,9% (del reddito dichiarato, peraltro anch'esso distante da quello reale) [NdS: non faccio il pignolo sui dettagli e sulla storia, mi interessa il punto di principio].

In pratica accadde che agli antenati politici del berlusconismo reale, che si lamentavano del sistema di previdenza pubblica INPS, fu concessa una gestione separata, con regole diverse, pensando cisì di accontentare tutti secondo i loro gusti. Ma la divisione dei cittadini in Caste è il male endemico di questo Paese, che peraltro essendo Familista e quindi Fascista non può che risentirne "automaticamente", nei comportamenti e nella struttura. Vedasi anche alla voce "casse separate" (mi sembra 58?).

RR

Cito da Michele

Il problema del mercato del lavoro Italiano è che è difficile e costoso licenziare dipendenti a tempo indeterminato

Sacrosanto. Il problema è che ovviamente chi il privilegio ce l'ha non vuole perderlo. Chi non ce l'ha ancora, sa che in un futuro potrebbe averlo e difficilmente acconsentirà a mettervi mano. Come fare per ottenere una maggiore flessibilità da cui l'intero sistema trarrebbe beneficio?

Un'idea potrebbe essere offrire in cambio di una maggiore facilità di licenziamento, ammortizzatori sociali migliori e un obbligo di indennizzo per chi licenzia crescente al crescere della durata dell'impiego, che maturi dopo qualche mese (per evitare un mordi e fuggi speculativo da parte dei lavoratori) che abbia però un cap.

Chiaro che sarebbe una proposta sub-ottimale però potrebbe essere un passo nella direzione giusta (magari quando il mercato del lavoro sarà più sano, l'indennizzo potrebbe essere ridimensionato o eliminato).

PS l'altra cosa da fare sarebbe rendere materia obbligatoria l'economia politica in tutte le scuole medie superiori. Magari i diretti interessati avrebbero a disposizione gli strumenti giusti per comprendere la propria situazione e valutare cosa è meglio per loro.

A Verona si dice "L'è peso el tacòn del buso". Da dove comincia lo "sbrego"? A Padova? Non mi torna.

RR

La conoscevo, ma giace (fortunatamente) fra le proposte di legge.

Da un punto di vista imprenditoriale è una cosa aggirabile in maniera talmente veloce che nemmeno elenco i modi, è un esercizio troppo facile.

Dal punto di vista del lavoratore è anche peggio: per tre anni a lavorare come un mulo per far vedere che si è bravi, poi c'è l'agognata medaglietta. Ma che incentivo è? La pratica più comune sarà: mi sono fatto un mazzo così per tre anni, adesso è l'azienda che deve qualcosa a me.

A me fa spavento che persone che si definiscono giuslavoristi ed economisti possano pensare ad abomini simili, con anche la disincentivazione del lavoro a tempo determinato. Ma questi pensano ancora al tessile-calzaturiero, quando il futuro sono i prodotti teconologici? Ma hanno mai messo piede in un'azienda tecnologica ? Io sì. L'altro giorno ero in un'azienda aereonautica (esistono: produciamo anche aerei) ed eravamo 7(sette) persone a discutere: di queste solo due erano dipendenti dell'azienda, tre erano collaboratori esterni a contratto, due erano due microaziende(fra cui la mia) che lavorano per l'azienda aereonautica. Nessuno si domandava perchè non eravamo tutti dipendenti di quell'azienda: si doveva fare un lavoro e sapevamo che ci avremmo guadagnato da quel lavoro. A termine? Ma chi se ne frega, mi pagano bene! Mi immagino un "tavolo tecnico" fra cucitori/cucitrici (senza offesa alcuna per chi fa quel lavoro, semplicemente è un lavoro facilmente replicabile a costo basso in altri paesi).

Il problema non è "il mercato del lavoro", ci sono aziende che hanno dipendenti che ci lavorano da 40 anni, e quei dipendenti non vorrebbero andare in pensione, o il loro datore non li vorrebbe mandar via (tanto che se li tengono come "consulenti"), ma sono posti di lavoro "tecnologici" in cui il costo/opportunità di un giovane senza preparazione è maggiore di quello di tenermi chi fa questo lavoro da tempo, senza alcun art.18 di mezzo.

E concludo: chi guadagna bene in questo momento è chi è specializzato e non ci tiene proprio a farsi assumere, anzi, fa solo il consulente. A termine. Chi corre per farsi assumere è l'operaio non specializzato, o non qualificato. Imbrigliare i "contratti di lavoro" è la follia che governa l'Italia, che non cresce più (o cresce poco) dagli anni'70: da quando c'è lo Statuto dei Lavoratori.

Chi corre per farsi assumere è l'operaio non specializzato, o non qualificato.

Mi puoi spiegare cosa intendi per "correre" e per "operaio non specializzato o non qualificato"?

Te lo dico perché la mia esperienza (in Italia, ma anche fuori, persino negli USA) e' molto meno rigida di come la metti tu...oppure nella tua categorizzazione la microelettronica non e' un settore tecnologico... :)

"correre" è usato nel senso che se metto un annuncio del tipo "cercasi operaio non specializzato, magazziniere, facchino, etc." ho migliaia di persone fuori la porta.

Se metto un annuncio del tipo "cercasi operaio addetto a CNC 5 assi alta velocità, buona conoscenza controlli Haas" si presentano in due, se va bene.

Poi non so cosa intendi per microelettronica, se sono quelli che assemblano schede torniamo al punto 1..

"correre" è usato nel senso che se metto un annuncio del tipo "cercasi operaio non specializzato, magazziniere, facchino, etc." ho migliaia di persone fuori la porta.

Se metto un annuncio del tipo "cercasi operaio addetto a CNC 5 assi alta velocità, buona conoscenza controlli Haas" si presentano in due, se va bene.

Poi non so cosa intendi per microelettronica, se sono quelli che assemblano schede torniamo al punto 1..

No, no. Non mi riferivo all'asseblaggio di schede. Era un modo "semplificato" (evidentemente troppo ...) per riferirmi alle aziende di semiconduttori (Intel, AMD & C., per intenderci), ed alla progettazione dei microchip in particolare.

Per la mia (limitata quanto si vuole) esperienza, in questo settore si cerca di evitare (per quanto possibile, ovviamente) di ricorrere ai consulenti esterni, e di tenere tutta la conoscenza in casa, il più possibile vincolata. Non è che la preparazione per fare cose del genere sia esattamente disponibile dal panettiere, eppure la consulenza (ed i suoi contratti d'oro...) ha un peso limitato (in otto anni, credo di averne conosciuti proprio pochi, e in genere erano neolaureati o quasi "arruolati" per compiti specifici e occasionali).Al massimo, si passa definitivamente dalla azienda X (americana o giapponese) a quella Y (francese o coreana).

Ed era la prima volta che vedo definire questi ruoli (Disclaimer: io mi occupo di altro... :) ) come "operai non specializzati"...

Ma, evidentemente, avevo frainteso il senso del tuo discorso. Scusa.

Su questo posso risponderti io: non ho esperienza diretta ma conosco un bel po di gente che lavora nel ramo.

Le nostre università sfornano molti più elettronici di buona qualità di quanti il settore ( ossia, in pratica, ST) ne assorba.

Per fare 'sto mestiere in Italia bisogna accontentarsi del minimo sindacale, spesso condito di apprendistati e quant'altro, ma basta spostarsi appena fuori confine e le cose cambiano.Ricordo un'amico che rifiutò un posto da 1,8M/mese all inclusive in ST per prenderne uno da 2,7+bonus (consistenti, mi pare un paio di mensilità) in Austria, per poi emigrare a silicon valley per molto più del doppio.

Un sacco di gente che lavora in ST per un pezzo di pane potrebbe cambiar vita con una telefonata (in alcune nicchie sono all' avanguardia), se non hanno voglia di farla mi pare normale che ST ne approfitti.

Credo che il motivo principale per cui abbiano aperto a Catania sia l'abbondanza di ingegneri a spasso che non vogliono emigrare.

Scusate ma non vi seguo più. Io conosco parecchi ingegneri che ad Arzano la ST a scaricato nella Numonyx . Come li vogliamo chiamare "operai non specializzati" perchè sono corsi a farsi assumere?

Confermo la visione di Marcello in cui chi non vuole trasferirsi effettivamente accetta un pezzo di pane. Buon per le aziende che possono avere lavoratori di qualità a basso prezzo.

Non mi è chiara la storia iniziale di Marco sulle consulenze. Uno di quegli ingengeri di cui parlavo e mio amico di infanzia e sono 10 anni che prova fare impresa al sud. Purtoppo partiva da zero ed aveva zero agganci politici e ha sperimentato commitenti ignoranti che non vogliono pagare e certe volte non onorano i contratti o scelgono soluzioni subottimali per motivi extraeconomici. Saranno fatti suoi se continua lottare come mulini a vento, però l'Italia dove vivo io non mi pare un posto dove è così facile competere sul merito nel fare affari.

Altro esempio: conosco uno che ha messo su un ottimo software gestionale per il recupero crediti (che è ottimo è un giudizio che viene da persone che hanno esperienza del settore). Sapete a quante società da nord a sud lo hanno preso in considerazione? Zero. Usano una roba orribile, messa su da un burocrate bancario. Chiaro che nel software l'incumbent ha dei vantaggi etc. però sto tizio il software lo ha offerto pure gratis a una società del gruppo dove lavoro io e lo abbiamo rifiutato. Alla fine la soluzione scelta è stata farci sviluppare in india (io ho progettato buona parte della struttura) un gestionale ad hoc e il tizio che aveva sviluppato il software oggi fa altro.

Morale: le grosse società di recupero crediti scelgono un software gestionale che costa di più ed è peggiore e lo fanno per motivi politici (ripeto la valutazione di qualità del prodotto che ho è obbiettiva). Le società più piccoline (tipo la ns controllata) si arrangiano o fanno in casa.

Non voglio dire che è tutta politica (sarebbe qualunquista) anzi nel privato c'è molto più mercato di quanto si creda (perchè il mercato le regole astruse le agira), però mi pare semplicistico dire che solo gli operai generici cercano il posto che chi è qualificato può facilmente il ricco consulente

 

 

Scusate ma non vi seguo più. Io conosco parecchi ingegneri che ad Arzano la ST a scaricato nella Numonyx . Come li vogliamo chiamare "operai non specializzati" perchè sono corsi a farsi assumere?

Era esattamente quello che intendevo dire io, solo che sono stato meno diretto :)

Confermo la visione di Marcello in cui chi non vuole trasferirsi effettivamente accetta un pezzo di pane. Buon per le aziende che possono avere lavoratori di qualità a basso prezzo.

Quando si dice "accettare un pezzo di pane", bisogna anche vedere se ti confronti con le alternative in loco, con quelle in Italia,  o con l'intero mercato "mondiale". E' pleonastico dire che in posti come Germania, Stati Uniti, Finlandia, (e credo anche Corea del Sud) gli stipendi sono superiori.

Se non fosse cosi, l'Italia sarebbe vicina all'"ottimo": un sistema fortemente regolato, eppure altamente efficiente e iper-produttivo, e la discussione non l'avremmo neppure iniziata, suppongo...

Non voglio dire che è tutta politica (sarebbe qualunquista) anzi nel privato c'è molto più mercato di quanto si creda (perchè il mercato le regole astruse le agira), però mi pare semplicistico dire che solo gli operai generici cercano il posto che chi è qualificato può facilmente il ricco consulente

Quoto al 100%.

 

Edit: Ne approfitto per rispondere anche a Marcello:

Per fare 'sto mestiere in Italia bisogna accontentarsi del minimo sindacale, spesso condito di apprendistati e quant'altro, ma basta spostarsi appena fuori confine e le cose cambiano.Ricordo un'amico che rifiutò un posto da 1,8M/mese all inclusive in ST per prenderne uno da 2,7+bonus (consistenti, mi pare un paio di mensilità) in Austria, per poi emigrare a silicon valley per molto più del doppio.

Un sacco di gente che lavora in ST per un pezzo di pane potrebbe cambiar vita con una telefonata (in alcune nicchie sono all' avanguardia), se non hanno voglia di farla mi pare normale che ST ne approfitti.

E chi dice il contrario. Lo so benissimo (e in prima persona...)

Questo non cambia la incongruita' della definizione di "operaio non specializzato"

Per fare 'sto mestiere in Italia bisogna accontentarsi del minimo sindacale, spesso condito di apprendistati e quant'altro, ma basta spostarsi appena fuori confine e le cose cambiano.Ricordo un'amico che rifiutò un posto da 1,8M/mese all inclusive in ST per prenderne uno da 2,7+bonus (consistenti, mi pare un paio di mensilità) in Austria, per poi emigrare a silicon valley per molto più del doppio.

Un sacco di gente che lavora in ST per un pezzo di pane potrebbe cambiar vita con una telefonata (in alcune nicchie sono all' avanguardia), se non hanno voglia di farla mi pare normale che ST ne approfitti.

E chi dice il contrario. Lo so benissimo (e in prima persona...)

Questo non cambia la incongruita' della definizione di "operaio non specializzato"

Solo in parte.Ho una valanga di amici ingegneri elettronici che anzichè sulla microelettronica si son buttati sull' informatica, automazione industriale ed affini, o magari si son messi a fare i quadri/dirigenti/capiprogetto,... in aziende di ogni risma e dimensione, ed invariabilmente se la passano meglio dei microelettronici in ST.

Hai ragione, questi sono più specializzati di me e si accontentano di un pezzo di pane, ma è una scelta loro: possono riconvertirsi senza spostarsi di un metro o fare lo stesso lavoro da un'altra parte: se preferiscono tenersi quello che hanno è una scelta loro, non un problema sociale.

Certo, è uno spreco, ma quello è un'altro discorso.

Marco si è espresso male, avrebbe dovuto scrivere:

Chi corre per farsi assumere è chi non ha abilità ben vendibili sul mercato, a cominciare dagli operai specializzati.

la microelettronica, come la letteratura greca, è poco vendibile sul mercato italiano.

 

Hai ragione, questi sono più specializzati di me e si accontentano di un pezzo di pane, ma è una scelta loro: possono riconvertirsi senza spostarsi di un metro o fare lo stesso lavoro da un'altra parte: se preferiscono tenersi quello che hanno è una scelta loro, non un problema sociale.

Ho mai parlato di problema sociale? Non mi pare...

Ho solo chiesto chiarimenti su una classificazione che, messa in quei termini, mi era sembrata un poco semplicistica. That's all.

 

Nessuna intenzione da parte mia di coinvolgere il "destino cinico e baro", incolpare la "congiura giudo-pluto-massonica" o di chiedere sovvenzioni per i poveri ingegneri bistrattati.

Certo, è uno spreco, ma quello è un'altro discorso.

Secondo me non e' neppure uno spreco. E' semplicemente questione di gusti/bisogni/necessitá individuali: restare qui e avere (in soldi, condizioni di vita, ecc. ecc.) X o andare altrove e avere Y?

è uno spreco avere un sacco di laureati sottooccupati perchè troppe aziende si dedicano a settori arretrati.

Auguri di buona Pasqua a tutti quelli che passano del tempo su questo sito, specie gli autori dei post

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