Creative (?) Destruction: the Case of Poetry

25 marzo 2010 michele boldrin e michele boldrin

Salvatore ha scritto un messaggio a Michele, tanto per fare due chiacchiere. Michele ha risposto, Salvatore pure, e via proseguendo. Ne è venuto fuori questo.

S: Scusa il titolo in inglese, mi veniva meglio, ma si capisce cosa voglio dire: insieme al carbone e tutto il resto se n'è andata anche la poesia (cioè, la poesia come prodotto commerciale). Non è che siano mai esistiti tanti poeti superstar, però insomma, i poeti professionisti esistevano e il pane a casa lo portavano. È un cambio di preferenze ovviamente, ma un cambio che vale la pena notare.

M: Notato, infatti. A dire il vero alcuni poeti sopravvivono, ma solo facendo i poeti come secondo lavoro. Il poeta che fa solo il poeta non c'è più. Ma non c'è nemmeno chi l'ascolta, mi sembra. Almeno qui negli USA. In Italia molti mi parlavano di questo Festival della Letteratura di Mantova come di una grande cosa, molto popolare ... a Genova fanno quello dedicato esclusivamente alla poesia. Però forse non fa differenza: nessuno paga a sufficienza per un libro di poesie, o non se ne vendono un numero sufficiente di copie. È cosi?

S: Il problema è che leggere una poesia è difficile, in generale più difficile per esempio di apprezzare una sinfonia o un quadro. E se non c'è una massa critica sufficientemente diffusa che legge con discernimento, il mercato non riesce ad isolare e valorizzare i prodotti migliori che tutti possono imparare ad apprezzare e quindi pagare (come succede con i quadri).

M: Davvero pensi sia più difficile? Ok, certo per la pittura forse sì, alla fine la gente decide in maniera molto istintiva, d'insieme: "mi piace, non mi piace". Senza stare lì a chiedersi perché c'è il taglio o la luce manca, o i materiali usati sono questo o quello. Ma la musica? Davvero secondo te Bartok (per non parlare di cose più recenti) è più generalmente apprezzabile di Sanguineti? Mi sembra soffrano dello stesso destino.

S: Destini simili. Mi spiegava Daniele Alberti, pianista, che ai tempi d'oro della musica classica il pubblico era edotto, la musica oltre che ascoltarla la studiava, e per questo la apprezzava. Ovviamente, erano aristocratici che ormai per niente impegnati con le loro armate avevano tutto il tempo che volevano per dedicarsi ad attività più cortigiane... Lo spirito di quel tempo non è riproducibile, e infatti gli autori moderni di musica sinfonica sono, se possibile, un pò fuori dal mondo. Ma resta possibile apprezzare l'esecuzione dei pezzi storici, che sono sempre emozionanti. Mi è capitato di assistere da pochi metri a un concerto di una giovane pianista, che ha suonato per due ore senza leggere, ci rimani stordito due giorni! E quelle sono star. E la musica può ancora vivere attraverso di loro. La poesia è solo interiore, non c'è esecuzione.

M: E infatti, seguendo le brave logiche di mercato, si è evoluta adattandosi ai gusti dei consumatori (creandoli, direbbero i sociologi ...). È passata, da parole-soltanto che era, a parole+musica. Si percepisce meglio, si percepisce tutti. Il tuo amico Daniele dirà che la musica moderna è una banalità, e sicuramente lo sarà dal punto di vista musicale, ma io ribatto che certi pezzi, pensa se vuoi a questo, non hanno niente da invidiare a nessuna forma d'arte. È roba che resta dentro.

S: L'hai detto: resta dentro. Ma c'è un altro passo dell'evoluzione tecnologica. Da parole+musica a musica+video. E qui la storia cambia. Non voglio spingermi a sostenere che c'è una distruzione (poco) creativa della creatività (i video a cui sono abituati i nostri figli, figurati, a me piacciono un sacco) ma quando arriva l'ultimo gli altri spariscono nel nulla. Diciamo che c'è una distruzione accelerata, e la poesia non mi sembra consumabile di fretta.

M: Faccio fatica a darti torto, specialmente sulla natura effimera di molta "poesia in musica" moderna. Ma forse è tutto effetto della velocità con cui la notizia, ossia la registrazione, si diffonde e della frequenza con cui viene ascoltata. Una volta leggevi Montale una volta al mese, ora ascolti il pezzo di moda 9 volte al giorno ... o forse è davvero una differenza di spessore. Però di poesie se ne scrivono. Se ne scrivi anche tu, figuriamoci! Io le leggo solo: tanti anni fa ho riso di me nel rileggere le mie, e ci ho rinunciato. In effetti ce ne sono montagne in rete, per lo più di ragazzini (un sito che sembra serio è questo, ovviamente ce ne sono molti altri). È che nessuno le legge --giustamente. Come si fa in mezzo a questo mare? Io leggo a caso, senza riuscire a seguire alcun metodo. Di pochissimi autori nati dopo il 1950 ho comprato il secondo libro ...

S: Non si può, è questa la condanna. Sai cosa c'è che non va con la poesia? Semplicemente che per leggerla devi esser pronto a seguire i versi nel viaggio che li porta lontano dalla percezione ordinaria della realtà. Ci vuole predisposizione a una sensibilità in qualche modo alterata. Il cambio di preferenze sta nel fatto che forse è diminuita questa predisposizione. È sempre più difficile che si pianga ascoltando un pezzo di musica.

M: A meno che non sia in privato, ammettiamolo. In privato si fa ancora, magari di notte o prima mattina, con la musica ... ed anche con la poesia. Sì, ma forse non lo fanno molti e quei pochi raramente lo rivelano ... fa sembrare deboli, un po' fuori. E poi si domandano: a che serve? Un mio coautore usava chiamarmi nel mezzo della notte, approfittando dei fusi orari, per dirmi di metter giù il simbolico "damn poetry book" e di mettermi a lavorare sul paper ...

S: Esatto, a che serve la poesia? Ossia è funzionale a un qualche obiettivo esterno da me? È sempre più difficile, in generale, uscire dal proprio sé "funzionale". Il cambio è notevole perché non è un semplice cambio di gusti, sembra rivelare un cambiamento un pò più profondo della persona, che ha riflessi in altre sfere della vita sociale. Perché gli atteggiamenti verso l'esterno che si sviluppano nella propria intimità si replicano nella interazione con gli altri, si traducono nel senso di appartenenza a una comunità.

M: È un problema?

S: A livello di PIL non sono sicuro che non lo sia, perché anche l'individualista è più efficiente se riconosce le situazioni in cui deve cooperare. In termini di qualità della vita, di distanza dell'uomo dagli altri animali, ho una sensazione più netta.

M: Ossia che sia un problema. Non so, forse sì. Ho una posizione che oscilla fra lo scettico/cinico ed il nostalgico/decadente. Ricordo una sera a cena a Los Angeles, più di venti anni fa; un amico ed io avevamo invitato e cucinato. Ai caffé, seguendo l'onda della conversazione, proponiamo di leggere delle poesie di Brecht (dal Libro di devozioni domestiche). C'erano circa otto persone e la cosa fu disastrosa: imbarazzo generalizzato che coinvolse anche i due promotori nel mezzo del loro declamare ad alta voce. La cosa notevole che ricordo ed ho notato altre volte fu proprio l'imbarazzo, la vergogna collettiva, oserei dire. Nota bene che tutte o quasi tutte le persone presenti leggevano poesia, privatamente; infatti tutti conoscevano quella particolare raccolta di BB. Però il puro fatto di leggere quei testi ad alta voce e pubblicamente creò un imbarazzo generalizzato, palpabile. Questa esperienza, meno acutamente, l'ho vissuta altre volte e mi fa sempre di più pensare che avesse visto giusto Heidegger quando scriveva su Hölderlin e l'essenza della poesia ...

S: "Il primo detto-guida suona: Tutto è Intimo". Sì, non mi sorprende il fallimento, è difficile portar fuori la poesia. L'ha fatto la musica, ma l'ha poi inghiottita nel suo ritmo. Chissà, magari ci potrebbe riuscire la pittura? Pittore, dipingi per favore una poesia.

38 commenti (espandi tutti)

Non ho dati alla mano ma ho il sospetto che in Italia le arti figurative e musicali siano sussidiate molto più della poesia (musei, teatri pubblici, enti lirici, etc...). Anche negli USA musei e teatri ricevono molte donazioni private, di fatto incentivando la fruizione e la produzione di musica e arti figurative. Perché i donatori non donano ai poeti? Credo sia perché gli effetti/benefici della donazione sono più evidenti/maggiori quando il prodotto viene fruito collettivamente. La poesia è un'arte che si assapora meglio isolatamente, come evidenziato nel post. Quanto all'evoluzione temporale del fenomeno, suggerisco l'idea che queste donazioni/sussidi siano di fatto luxury goods, insomma all'aumentare della ricchezza la poesia resta indietro... ora non ci resta che andare in cerca di dati sulla produzione relativa di musica vs. poesia in africa rispetto ai paesi sviluppati. 

Seguendo questo ragionamento, ogni tipo di letteratura dovrebbe soffrire tanto quanto la poesia, mentre io ho il sospetto che Salvatore e Michele suggeriscano che la poesia se la passa peggio della fiction.

Beh qui bisogna un po' estendere il modello. La letteratura ha sbocchi diversi, film, televisione, che forniscono tutta un'altra serie di incentivi. In ogni caso prosa sta a poesia come musica pop sta a classica. 

Io francamente non sarei così convinto che oggi i poeti se la passino peggio che in passato. Tranne pochissime eccezioni un poeta per vivere ha sempre avuto bisogno di altre entrate, che fossero un beneficio ecclesiastico come Petrarca per molti anni, la professione di notaio come Brunetto Latini, una ricchezza familiare come Leopardi, lo stipendio di una casa editrice come Montale o il commercio d'armi come Rimbaud.

I pittori al contrario hanno sempre avuto un mercato al quale fare riferimento ed al quale offrire a pagamento le loro opere, dalle corporazioni del medio-evo e del rinascimento, che inquadravano e regolavano  l'accesso alla professione, nè più nè meno che un tintore di stoffe o un mercante di panni, sino agli artisti odierni ai quali il mercato delle gallerie e delle esposizioni concede numerose possibilità di guadagno.

 

Penso che una volta i poeti fossero più sussidiati perchè la diffusione su carta era relativamente più efficiente rispetto al resto ( musica e teatro ai tempi, ora anche tv, internet,...).

Quanto alle altre culture non so in Africa, ma credo che in Iran impazziscano per la poesia ed abbiano dei poeti-star.Non ne sono affatto sicuro, mi baso solo su cose leggiucchiate qua e la o discorsi fatti a tavola.

Io penso che per la poesia, come per la musica, si sia creata una discontinuità rispetto alla grande tradizione occidentale, o quanto meno una spaccatura nel rapporto col pubblico.

Cioè, quante persone ascoltano i compositori contemporanei (cioè i diretti discendenti di Mozart o Beethoven)? La musica che ascoltiamo abitualmente o appartiene al passato, oppure (anche nelle sue forme più raffinate) discende da espressioni popolari.

Allo stesso modo oggi se uno pensa ai capolavori della letteratura probabilmente probabilmente ha in mente dei romanzi, anch'essi una forma espressiva che era considerata appannaggio di classi sociali inferiori rispetto a quelle oggetto della poesia (e del teatro). Un tempo scrivere versi era una sorta di facoltà intellettiva a parte rispetto alla semplice espressione scritta, antropologicamente affine ai concetti di possessione divina e profetizzazione, che richiedeva una consapevolezza della musicalità della parola e allo stesso tempo implicava nel fruitore la conoscenza della letteratura precedente.

Vado per sommi capi,  ripromettendomi magari di approfondire le questioni, in caso qualcuno snteressato.

- Fruizione individuale vs. collettiva. La fruizione individuale non è l'unica modalità di fruizione poetica, ma è la modalità che ha preso il sopravvento dal Romanticismo in poi. Per secoli (millenni) la poesia è stata fruita anche (soprattutto) collettivamente. Pensate ai poemi omerici (Odissea in particolare, con la messa in scena della recita dell'aedo alla corte dei Feaci proprio delle avventure di Odisseo-Ulisse), pensate ai poemi cavallereschi, pensate all'epica, pensate a Dante (e all'episodio della sua lite col fabbro che declamava malamente nella sua officina la  Commedia, inoltre agli analfabeti che tra Ottocento e Novecento sapevano a memoria la Commedia, a testimonianza che la fruizione non era solo limitata ai ceti borghesi o aristocratici). Ovviamente, una volta la poesia era uno delle poche (in certi periodi l'unica o quasi) forme narrative che potessero intrattenere una comunità: ora sostituita dalla televisione, dal romanzo, da internet, dal cinema, dai fumetti, dalla musica pop...

- La poesia è in crisi per mille ragioni (del fu monopolio ho appena detto), tra cui una spiega il proliferare di poeti poetanti, ma non lettori delle altrui poesie: il verso libero che ha reso apparentemente facile lo scrivere in versi (si crede che poesia sia andare a capo ogni tanto e costruire la frase secondo una sintassi un po' contorta, per non dire dell'ungarettismo di maniera: per capirci, la degenerazione estrema è rappresentata dalle "poesie" di Sandro Bondi)

- Utilità della poesia. Utilità economica diretta ne ha poca (non si vive nè si manda avanti una casa editrice con la sola poesia); utilità educativa, sociale, di stimolo al pensiero e alla riflessione (su di sè, sul mondo, sui rapporti sociali...) ne potrebbe avere e ne ha avuta parecchia. Dipende dalla qualità degli autori e dal genere poetico (poesia civile, vedi Brecht, poesia intimista, poesia filosofica, vedi Leopardi...), nonchè da ruolo che la poesia ricopre in una società. Di certo, l'utilità maggiore che può avere è quella interna al sistema linguistico (evoluzione della lingua, nuove strutture sintattiche e semantiche, neologismi...)

- Si può vivere di poesia? Carmina non dant panem (la poesia non dà pane), Giovenale che si lamentava che un poeta non era considerato da nessuno, mentre i gladiatori erano idolatrati dalle folle. E siamo ai tempi dell'Impero romano... In molti casi poi il problema non si poneva neppure (mecenatismo e poemi su commissione o "sponsorizzati" nelle varie epoche, senza contare che fino all'età contemporanea l'analfabetismo era fenomeno di massa e poteva studiare solo chi apparteneva ai ceti medio-alti e quindi di per sè non aveva bisogno di vivere dei ricavi della poesia - aggiungendo pure che il lavoro pagato è stato per secoli, prima del capitalismo, visto come un'offesa e un oltraggio)

In conclusione. La società è di molto cambiata nei vari secoli e di conseguenza i cambiamenti nella struttura economica sono andati di pari passo con i cambiamenti sovrastrutturali (perdonatemi, in fondo è sociologia marxista per altro neutralizzata): la poesia un tempo monopolista della narrazione e dell'intrattenimento ha dovuto confrontarsi in un mercato aperto e concorrenziale, perdendo inevitabilmente quote di mercato e riducendosi a vivere in una nicchia. Se poi si considera la particolarità dei poeti poetanti ma non lettori di cui sopra, si capisce come la nicchia tenda sempre più a restringersi. Comunque, va ricordato che per le complessità espressive cui molti di voi hanno fatto cenno non è mai stato un genere troppo di massa, soprattutto se con poesia intendiamo quella che comunemente viene intesa al giorno d'oggi (in fondo, il teatro greco era teatro poetico, così come tanto teatro dei secoli successivi).

Concludo approfittando della disponibilità con una domanda di natura economica su cui sto riflettendo da un po'. Come intendereste il SINGOLO prodotto letterario (sia poesia che romanzo, quindi) in un'ottica rigorosamente economica. In fondo non è un oggetto un po' particolare, per esempio riluttante ad alcune leggi economiche? Ad esempio, il costo di acquisto di una silloge di Montale ha lo stesso costo (volendo, anche di meno) di una silloge scritta dal signor Tal dei Tali. Insomma, mi sembra che alla qualità del prodotto non corrisponda alcun premium price: certo benefici ce ne sono, ma nascosti per così dire (diffusione nelle librerie, posizionamento nelle vetrine e nelle stesse librerie...). Per non parlare poi dei costi di produzione: quelli del prodotto materiale, del libro concretamente stampato sono gli unici o quasi che determinano il prezzo. Mi sembra che il problema si ponga per tutti i prodotti dell'economia della conoscenza, insomma di quelli frutti dell'ingegno e dell'intelligenza personale.

Credo che la risposta sia un po' in quello che dici, forse implicitamente, all'inizio del tuo post, cioè la scomparsa della performance. Se come dici la poesia è diventata da fatto pubblico "performed", privato, intimo, ineffabile... allora musica e pittura hanno un vantaggio competitivo enorme. Da musicista semi-pro, ti posso dire che la vendita dei dischi e le entrate dai diritti, almeno per la musica di nicchia, sono irrilevanti. Si guadagna suonando dal vivo e li la concorrenza tra chi suona bene e chi no, può esplicarsi liberamente. Ripeto a livello di musica di nicchia, perché salendo di livello, ho l'impressione che valgano regole un po' diverse.

Da musicista semi-pro, ti posso dire che la vendita dei dischi e le entrate dai diritti, almeno per la musica di nicchia, sono irrilevanti. Si guadagna suonando dal vivo e li la concorrenza tra chi suona bene e chi no, può esplicarsi liberamente. Ripeto a livello di musica di nicchia, perché salendo di livello, ho l'impressione che valgano regole un po' diverse.

Confermi quanto sosteniamo, con riferimento alla musica, in AIM. Se il copyright venisse ridotto fortemente (diciamo ad un paio d'anni) lo stesso varrebbe ai livelli alti e non vi sarebbe nessuna perdita nella quantità e qualità di musica prodotta, anzi. Il punto chiave è che il copyright non serve nulla all'artista marginale, serve solo a dare potere di monopolio a quello inframarginale, che guadagna già più del suo costo opportunità.

Questo vale a maggior ragione nella poesia e nella letteratura. Nella pittura il problema nemmeno si pone, visto che il pezzo originale comanda un premio enorme.

P.S. Cos'abbia in mente di dire Don Salvatore che mi metterebbe "contro" di lui, giuro che non lo so ... secondo me ha in mente una poesia e non ce la vuole far leggere ...

Niente, che per rispondere alla domanda Come mai che

il costo di acquisto di una silloge di Montale ha lo stesso costo (volendo, anche di meno) di una silloge scritta dal signor Tal dei Tali

non volevo rischiare di beccarmi un "Chi ti ha dato Economia Uno", ma in effetti con coraggio avevo risposto (che il ricavo è uguale a prezzo per quantità, e Montale vende di più).

di poesie direi proprio che una basta e avanza!

Perchè "...una basta e avanza?" Questa volta, mio malgrado e con grande sforzo..., appoggio Michele, che sicuramente ne farebbe volentieri a meno (giù l'indice scherzo!). Il tuo "prodotto", inserito al termine dell'articolo, non è stato sottoposto ad una raffica di contestazioni e già questo è un buon segnale, per cui si potrebbe ritenere che sia stato gradito dagli intenditori silenziosi e sicuramente da me semplice profana consumatrice.

Boldrin, l'hai fatto di nuovo!

Il punto chiave è che il copyright non serve nulla all'artista marginale, serve solo a dare potere di monopolio a quello inframarginale, che guadagna già più del suo costo opportunità.

In due righe hai detto qualcosa che mi ci vorranno due settimane a capirlo :-)

Scherzi a parte il monopolio, almeno in Italia, è accentuato dal meccanismo dstorsivo con cui vengono redistribuiti agli artisti i proventi SIAE.

Comunque anche a me capita di piangere quando la domenica mattina ascolto questa.

Mi piacerebbe risponderti sulla domanda economica (pensa alla definizione di ricavo), ma tu pensi che una volta che Don Michele ce l'ho a fianco posso rischiare di mettermelo contro per una risposta che non gli va a genio? Solo a pensarlo già mi sto sentendo male --non se ne parla.

Sulla prezzo Montale vs prezzo poestastro azzarderei questo

Sui i prodotti dell'economia della conoscenza rimetterei la parola a questo e questo

 

 

 

 

L'accostamento Sandro Bondi - Ungaretti è veramente tremendo. Per chi non le avesse lette, ecco un paio di esempi delle poesie del ministro

Per le nozze di Elio Vito<em>
Fra le tue braccia magico silenzio
Fra le tue braccia intenerito ardore
Fra le tue braccia campo di girasoli
Fra le tue braccia sole dell’allegria
A Walter Veltroni<em>
Tenero padre
madre dei miei sogni
Anima ulcerata.
Figlio mio Ritrovato


 

 

Non c'era bisogno di lasciare tutto quell'html-garbage per convincerci che Bondi è evidentemente privo d'alcun senso del ridicolo, proprio ed altrui.

Io le leggo solo: tanti anni fa ho riso di me nel rileggere le mie, e ci ho rinunciato.

Io pure! Ero così terrorizzato che il ridicolo fosse sempre in agguato dietro le mie parole scritte in forma poetica...ero così preoccupato che qualcuno potesse leggerle e stenderci sopra la patina insopportabile della sua sensibilità, che NON era la mia...che ho deciso un giorno di consegnarle all'unica eternità cui avessero mai potuto aspirare: le ho prese e ho dato loro fuoco. E ora sono mie e solo mie, e vivono nella mia memoria, che ovviamente cucisce, cancella e rimuove secondo modalità che non controllo, esonerandomi così dal dover in fondo fare i conti con quelle che erano solo fesserie.

S: Esatto, a che serve la poesia? Ossia è funzionale a un qualche obiettivo esterno da me? È sempre più difficile, in generale, uscire dal proprio sé "funzionale". Il cambio è notevole perché non è un semplice cambio di gusti, sembra rivelare un cambiamento un pò più profondo della persona, che ha riflessi in altre sfere della vita sociale. Perché gli atteggiamenti verso l'esterno che si sviluppano nella propria intimità si replicano nella interazione con gli altri, si traducono nel senso di appartenenza a una comunità.

Scusate. Ma questa roba non ve la lascio passare. E' un mito romantico troppo facile che la risonanza intima dell'ispirazione poetica abbia necessariamente un riflesso nei rapporti sociali. Pensare che nell'arte, e nella poesia, si dischiuda qualcosa di vero che sarebbe oscurato dalla funzionalità impostaci dalle "gabbie d'acciaio della razionalità strumentale" e che l'attingimento di un senso profondo slegato dal quella funzionalità risieda nella possibilità di fare poesia e tradurla in una condotta (tra l'altro poiein in greco significa fare) addirittura sociale...ebbene è solo un mito romantico. Tanto per dire. Se qualcuno ha voglia di leggersi la Fenomenologia dello Spirito di Hegel, scoprirebbe che l'Arte è una delle tre fasi della assolutizzazione dello Spirito. Un autore contemporaneo, non a caso studioso di Hegel, ha poi ripreso questo tema dell'arte e della sua efficacia come mezzo di ricostruzione di un io slegato dalla "funzionalità"...operazioni teoriche dubbie e per un individualista che aspiri al riconoscimento di forme di bene molteplici, assai sospette.

Se la poesia è collegata a un nucleo intimo di esperienze PERSONALI essa non può tradursi in rapporti sociali,  ma, più modestamente, potrebbe semplicemente fornire di una sensibilità nuova e acuita coloro che la leggano. La poesia come classico io la intendo non come un modo autoritativo di spacciare a fine cena una sentenza che ci colleghi, come per induzione fisica, alla "profondità" supposta dell'autore citato; piuttosto essa dovrebbe essere un modo per farci vedere le cose diversamente, ma a patto che si condivida una stessa sensibilità, almeno in nuce, e poi per svilupparla autonomamente.

S: Non si può, è questa la condanna. Sai cosa c'è che non va con la poesia? Semplicemente che per leggerla devi esser pronto a seguire i versi nel viaggio che li porta lontano dalla percezione ordinaria della realtà. Ci vuole predisposizione a una sensibilità in qualche modo alterata. Il cambio di preferenze sta nel fatto che forse è diminuita questa predisposizione. È sempre più difficile che si pianga ascoltando un pezzo di musica.

Ancora una volta. La poesia non è un mezzo discorsivo che presupponga (o aspiri a) una condivisione nè deduttiva nè debolmente argomentata, è piuttosto uno sfogo, più o meno elegante, più o meno forbito. Dolersi che gli sfoghi non siano condivisi è folle. Se esco a cena con uno di voi, e mi sfogo, e per empatia il commensale comincia a sfogarsi dicendo le medesime cose che dico io, dopo due minuti ci annoiamo di noi stessi, la nostra sensibilità sarebbe routinizzata. La poesia, e gli sfoghi, è bene che siano solitari o non pienamente condivisibili.

Ps: oggi si legge, consuma e produce più poesia che in qualunque altra epoca storica. C'è un eccesso di offerta, la domanda sembra bassa solo per quello.

 

Marco Marco, in che acque paludose t'infili ... davvero ci vuoi andar dentro?

Togliamo di mezzo il P.S., anzitutto. Credo che, per-capita, la risposta vera sia "no": chiediti solo quante ore si spendono alle elementari, medie e liceo a leggere ed apprendere poesie nella scuola d'oggi? Se qualche statistica che include le canzonette nella poesia dicesse che ho torto, risponderei che Jovanotti non è poesia ma cacca, e che il mio giudizio su cosa sia o non sia "poesia" è inapellabile.

Addentriamoci ora, ma per una volta sola, nel mezzo della palude.

È un mito romantico troppo facile [...] ... ebbene è solo un mito romantico.

Provalo, perché la parte che ho omesso non lo prova di certo ... ed anche se lo fosse?

operazioni teoriche dubbie e per un individualista che aspiri al riconoscimento di forme di bene molteplici, assai sospette.

Dubbie o meno, che c'entrano? E la normativa di ciò che un individualista deve fare ed aspirare a, da dove spunta?

Segui con un elenco di "dover essere": bene, saranno i tuoi, forse. Ma se a me vanno bene altri dover essere in relazione alla poesia ed a Salvatore altri ancora, cosa c'è di "erroneo".

Inoltre, rileggi quanto dice Salvatore nella frase che critichi e confrontala con la tua affermazione, ipoteticamente alternativa, secondo cui

Se la poesia è collegata a un nucleo intimo di esperienze PERSONALI essa [...] , potrebbe semplicemente fornire di una sensibilità nuova e acuita coloro che la leggano.

Idem per

La poesia, e gli sfoghi, è bene che siano solitari o non pienamente condivisibili.

Di nuovo, se così ti piace, così sia per te. Ma chi t'ha detto che Salvatore ed io ci annoiamo dopo due minuti davanti a quelli che tu chiami "sfoghi" e che, se tali fossero, sarebbero associabili solo ai brufoli sul naso? E se la chiave fosse in quel "pienamente", cosa vieta il gioco di spingere e stiracchiare i bordi del condivisibile a seconda delle circostanze?

E se fosse, invece, che noi nella poesia ci troviamo uno strumento di conoscenza d'alcune "sezioni" della realtà altrimenti non dialogabili/comunicabili, aspetti che a me va bene (ed apparentemente anche a Salvatore) di riassumere nella parola "intimo" e che, attraverso il linguaggio poetico, ci sembra di poter almeno parzialmente condividere con altri?

Se nel leggere Requiem, di PV, in compagnia di altro, io, e altro forse anche, piangiamo, tu davvero pensi che ci si stia lasciando prendere solo da un mito romantico? Altro ed io, no.

Marco Marco, in che acque paludose t'infili ... davvero ci vuoi andar dentro?

Tenterò il miracolo di camminarci sopra, senza impaludarmi.

Sia chiaro che io non contesto a nessuno la libertà di scegliersi i mezzi espressivi che preferisce sia da solo o in comunione con altri. Davvero: sfondi una porta aperta. Puoi leggere e fare poesia, e prenderti tutte le licenze poetiche che vuoi (come per inciso fai quando scrivi: "inapellabile" ;)).

Togliamo di mezzo il P.S., anzitutto. Credo che, per-capita, la risposta vera sia "no": chiediti solo quante ore si spendono alle elementari, medie e liceo a leggere ed apprendere poesie nella scuola d'oggi? Se qualche statistica che include le canzonette nella poesia dicesse che ho torto, risponderei che Jovanotti non è poesia ma cacca, e che il mio giudizio su cosa sia o non sia "poesia" è inapellabile.

Cosa importa quanto tempo si dedica alla poesia nelle scuole dell'obbligo? Di fatto quantitativamente c'è in giro più poesia di quanto non accadesse prima. Non solo i libri, che sono in quantità notevolmente superiore, ma anche nei testi delle canzoni, che sono poesia musicata se uno ci pensa senza la musica...Baglioni, Pausini, Antonacci? Per te sono deiezioni e basta e va bene così visto che non ammetti repliche. Ti segnalo però che esiste una forma direi sofisticata di qualificare certi stati emotivi come deiezioni, che sarebbero privi di una consapevolezza che forme non deiettive (come le intendi tu) sembrerebbero non possedere. Anche qui, niente di problematico, ognuno può fare le classifiche che vuole e dire che certe forme di emotività (come appunto dice Heidegger nella sua nozione di deiezione) sono forme inconsapevoli. Il problema diviene quando questi problemi definitori si trasferiscono alla sfera sociale e si pone il problema di stabilire cosa è deiezione e cosa non lo è, sia in senso fisiologico che filosofico.

Il problema è qui, in questo trasferimento dal personale all'individuale. Sostenere che certi mezzi espressivi, rispetto ai quali Salvatore scrive:

Sai cosa c'è che non va con la poesia? Semplicemente che per leggerla devi esser pronto a seguire i versi nel viaggio che li porta lontano dalla percezione ordinaria della realtà. Ci vuole predisposizione a una sensibilità in qualche modo alterata. Il cambio di preferenze sta nel fatto che forse è diminuita questa predisposizione. È sempre più difficile che si pianga ascoltando un pezzo di musica.

presuppongono sensibilità non ordinariamente accessibili o accessibili oggi in misura minore, significa fare un gioco che per deformazione professionale associo al prevalere di forme di filosofia non argomentate ma appunto letterarie e fondate su suggestioni, fusioni emotive e così via. Voi sembrate dire che la poesia non è più quella di una volta, perchè è fruita in maniera differente, e Salvatore collega questo punto (il diverso modo in cui la poesia è oggi fruita) alla sua capacità di influenzare i rapporti sociali:

Il cambio è notevole perché non è un semplice cambio di gusti, sembra rivelare un cambiamento un pò più profondo della persona, che ha riflessi in altre sfere della vita sociale. Perché gli atteggiamenti verso l'esterno che si sviluppano nella propria intimità si replicano nella interazione con gli altri, si traducono nel senso di appartenenza a una comunità.

Se vuoi ti porto le prove, cioè i libri, ma il nesso filosofico fra pensiero poetante riscoperto in chiave pubblica (proprio per la sua capacità di esplorare spazi della realtà che sembrano altrimenti inaccessibili) e la sua utilizzazione a fini giustificativi di opzioni teoriche comunitariste in politica o anti-oggettiviste in etica, è bello che assodato. Per cui ogni volta che sento discorsi come quello che riporto sopra, metto mano alla rivoltella.

Giusto per fare un esempio, Rorty ha chiuso il dept di filosofia e se ne è andato in quello di letteratura, perchè ormai la comunicazione non è questione risolvibile secondo connotati epistemici, ma di volta in volta consensuali, estetici e così via. Mi rendo conto che tu non sottoscriveresti nulla di questi esiti ermeneutici o post-moderni. Io mi preoccupo solo che questi nessi fra la poesia e il suo destino ed esiti anche pratici non desiderabili non passino inosservati.

 

operazioni teoriche dubbie e per un individualista che aspiri al riconoscimento di forme di bene molteplici, assai sospette.

Dubbie o meno, che c'entrano? E la normativa di ciò che un individualista deve fare ed aspirare a, da dove spunta?

Spunta dal timore che una nozione di giusto lasci posto a una nozione di bene solo perchè collegata a forme di soddisfacimento di bisogni intimi che sono profondi ma non argomentabili e dunque più esposti di altri ad una imposizione anche a chi non voglia o non abbia  accesso a quella sensibilità.

Ma ripeto se il reading di poesie è un fatto privato o fra pochi, e se non ha tutte le pretese che io temo sempre ci siano dietro, non ho nulla da ridire.

PS: qualcuno ricorda quelle puntate di Avanzi dove Gassman leggeva cose tipo: "la ricetta della carbonara"?

 

Quando dici che non ti piace che qualcuno stenda una patina di sensibilità che non è la tua su ciò che tu scrivi sono d'accordo con te, o almeno mi viene da stendere la patina della mia sensibilità su ciò che dici... :-)

Provo qualcosa di simile, e credo abbia a che fare con la paura di essere frainteso. Infatti quando scrivo credo, molto ingenuamente, che lo scrivere (il discorso vale non solo per le poesie) sia per me un modo di comunicare, e il solo pensiero che io non possa controllare il modo in cui gli altri leggono il mio lavoro mi ferisce molto perchè sembra che io non sia altro che uno fra i tanti interpreti di ciò che ho scritto e non l'autore.

Per quanto riguarda il carattere privato della fruizione di poesia è vero, almeno per me, che è un fatto intimo, quasi una forma di masturbazione emotiva che viene male in pubblico. Però non sottovaluterei le forme di fruizione collettiva di poesia ai giorni nostri.

Ad esempio la preghiera recitata in Chiesa è una forma di poesia. Inoltre spesso si tratta di poesia cantata: chi canta prega due volte, e i salmi sono poesia al cubo.

Quando canto i salmi in cappella la mattina o prima di andare a dormire, si tratta chiaramente di una fruizione collettiva e condivisa. Infatti leggo a voce alta, canto e sono circondato da altre persone.

Poi mi viene in mente che in Sardegna c'è una forte tradizione di poesia popolare e che la poesia in dialetto, spessissimo in musica, è valorizzata sia attraverso i media nelle televisioni locali sia in festival ed eventi di piazza. La televisione si guarda spesso in compagnia e in piazza non si sta da soli. Per non parlare delle gare poetiche e degli improvvisatori che si stuzzicano a vicenda e in versi.

Non sono un esperto di estetica ma trovo che i vostri distinguo su poesia, musica e pittura siano messi in discussione da un nuovo metodo di fruizione rappresentato dalla video-poesia su youtube, dove c'è il movimento della parola muta o recitata (spesso di autori famosi e canonizzati con l'Oscar alla poesia) che corre verso lo sguardo del lettore a velocità diverse, l'associazione di fotografia, immagini di dipinti famosi, foto di matrimoni e musica combinate in modo molto personale e talmente interconnesso che non si può dire con precisione quale emozione o intimità provata nella fruizione sia da attribuire a questa o quell'arte. La poesia 'dipinta', in un certo senso, esiste già ed è su internet.

Non capisco nulla di poesia ma credo la poesia sia intimamente legata alla trascendenza, con o senza rivelazione, a seconda dei gusti. Nel primo caso abbiamo Agostino, nel secondo Montale.

La poesia è trascendenza, più o meno secolarizzata.

Il poeta è anche un mestiere, certamente. Però io non ho mai capito la differenza fra un poeta e una natura poetica, così come la differenza fra il comunicare e l'esprimere.

I poeti, sia che scrivano lettere o poesie, non vogliono nè comunicare nè esprimere. Tutt'al più, così mi pare, essi vogliono rivelare.

In verita' da Castaldi a Blotto di poeti ce ne sono (anche in Italiano e anche tanti.)

Se si dovesse vedere chi li legge (da quel che ne so, avendo chiesto ad amici poeti) sembra stiamo in Italia nelle migliaia (non decine di, ordine di -1-9-000) di copie.

Magrelli tuttavia vendette anche non poco (con Ora serrata retinae.)

per quel che riguarda il vivere (creare e procurarsi un reddito sufficiente a), Montale non viveva di poesia, ma spesso di corriere della sera (e Leopardi era, a dirla con il linguaggio corrente, ricco di famiglia e raccomandato...)

 

Brecht si, viveva del suo lavoro, ma appunto era un pilastro dello stato da quando gli diedero Berliner da dirigere a modo suo.....

 

 

davvero, nulla di nuovo sotto il sole, o e' successo qualche cosa?

 

 

en passant, anche se non sembra Einaudi (si il nipote del presidente della Repubblica) vive di musica...

 

davvero, nulla di nuovo sotto il sole, o è successo qualche cosa?

Quella era la domanda. Diciamo che Salvatore ed io condividiamo la sensazione di un progressivo "drift" acceleratosi con l'arrivo della comunicazione audio-visuale in formato digitale.

L'evidenza che porti, Adriano, è rilevante. Mi sorprende l'upper bound di vendite che dai; 10mila? Not bad.

Rispetto al passato, aldilà dell'insegnamento alla lettura della poesia (non ho voglia di mettermi in una discussione irrisolvibile sull'utilità della scuola per la vita intellettuale delle persone, evidentemente non importa ...) vorrei chiederti, Adriano: quando è stata l'ultima volta che un poeta, grande o piccolo che fosse, ha avuto lo "onore" d'essere chiamato a scrivere ben pagati editoriali per il Corriere, o Le Monde, o il NYTimes? Detto altrimenti, quante persone in Italia conoscono Valerio Magrelli?

Ma, ovviamente, le osservazioni su cui SM ed io ci basavamo sono del tutto personali e "unsistematic". Sensazioni poetiche, appunto ...

Detto altrimenti, quante persone in Italia conoscono Valerio Magrelli?

Ecco qui un suo video in occasione del Premio città di Recanati, risalente al 1991

Oggi il premio è conosciuto come Musicultura Festival e trasferito allo Sferisterio di Macerata.

E' un festival appunto, che ogni anno mischia musica e poesia.

Se venite a Macerata potrete assistere a performance come questaquesta (per Enzo), questaquesta (per Marco Boninu) o questa


Non sono all'altezza della discussione, ma scoccia se metto un grosso LIKE per Janis e per la condivisibile sensibilità di chi l'ha fatta entrare in questo discorso?

 

Non l'ha fatta entrare nessuno, era già lì... Se proprio hai voglia, io un giorno l'ho vista così.

Salvatore e Michele, è il mio primo post e voglio partire col piede giusto: rompendo le palle! Tema bellissimo e mix insolito, poesia e innovazione. Però il tono (banalizzando molto, brutalizzando anche, ma a me questo messaggio è arrivato) è una riedizione del  classico "Non è più come una volta". E va bene se questi discorsi li fa mia zia, ma due tipini come voi!!! 

Sono d'accordo con Mauro: mettendo assieme le scarse reminiscenze del liceo e la teoria dell'innovazione, l'evoluzione della poesia era segnata. La poesia (i versi in metrica) erano il modo efficiente di registrare sapere quando la scrittura era assente, o scarsa, o costosa da riprodurre. Vedi i poemi omerici come enciclopedia del sapere greco, vedi i poeti come intellettuali da cooptare (Mecenate, oggi Obama va per Spilberg), vedi la poesia politica e civile di dante etc etc. Con la stampa prima e  poi con gli altri media questa funzione è stata assorbita da altri generi, probabilmente più efficienti all'obiettivo. e con essa, probabilmente molti talenti (Orazio oggi farebbe il regista di videooclip). Ma è la tecnologia, non necessariamente la gente più arida.

La poesia si è "ritirata" in una nicchia meno pubblica e sociale, meno figurativa e meno immediata. Quindi non mi stupisco che ci si senta in imbarazzo a recitarla o che non sia funzionale a obiettivi esterni o che non si campi più di poesia. Però non mi sembra che sia morta. Non è neanche chiaro che sia stato un male. Io faccio molta fatica a leggere poesia contemporanea, rispetto a Dante o Ungaretti, me è un problema mio. Ci sono un sacco di persone che scrivono e leggono poesia con grande passione. c'è il movimento di slam poetry di cui non so una mazza ma che credo sia abbastanza big. e immagino che su internet ci siano milioni di poesie che circolano. Last but not least, i poeti continuan a prendere il premio nobel per la letteratura. Chiudo con un pezzo da Wikypedia su appunto un poeta premio nobel:

In 1963, he [Josefh Brodsky]was arrested and in 1964 charged with parasitism by the Soviet authorities.

A famous excerpt from the transcript of his trial made by journalist Frida Vigdorova was smuggled to the West

Judge: And what is your profession, in general?
Brodsky: I am a poet and a literary translator.
Judge: Who recognizes you as a poet? Who enrolled you in the ranks of poets?
Brodsky: No one. Who enrolled me in the ranks of humankind?
Judge: Did you study this?
Brodsky: This?
Judge: How to become a poet. You did not even try to finish high school where they prepare, where they teach?
Brodsky: I didn’t think you could get this from school.
Judge: How then?
Brodsky: I think that it ... comes from God, yes God.

Salvatore, ne parliamo durante la prossima corsetta a villa borghese. allenati bene così hai il fiato per insultarmi in rima. e a maggio ci portiamo pure michele - michele comincia ad allenarti,  altro che leggere poesie: correre, correre, è la vita moderna, bellezza!    

Che la poesia si sia individualizzata, appunto dal Romanticismo in poi come ricorda Mauro, è non solo un trend che si è associato a mezzi espressivi e culturali differenti (a riprova che la poesia non ha uno statuto speciale di rivelazione della realtà) ma è anche il frutto della mancanza di un ethos condiviso.

La poesia, mi viene in mente, può incidere sulla realtà sociale, se parla di un mito condiviso (come nell'esempio di Troia e delle sue guerre) o se coagula una memoria condivisa. Ma nel momento in cui non esiste un ethos condiviso essa pure si individualizza diventando un mezzo di espressione legato alle storie degli individui...il fatto poi che le emozioni non si esprimano più "come una volta", ma non solo nel leggere una poesia, ma anche nel manifestare dolore o gioia se non in certi momenti ben precisi, beh è un effetto più generale della progressiva razionalizzazione e intellettualizzazione della vita moderna, come l'hanno definita alcuni...certo "vivit sub pectore vulnus" e le nostre emozioni scalpitano anche se non si esprimono più come una volta...che sia anche questo un segno del freudiano "Disagio della Civiltà"?

Fabiano, mi dispiace ma il primato del primo post da rompiscatole mi appartiene: sei arrivato tardi!

"Non è più come una volta".

Infatti: non è più come una volta. La freccia del tempo è non invertibile alle dimensioni degli umani. Credo abbiano delle leggi in termodinamica, coerenti con questa impressione mia che "non è più come una volta", ed io non sono né posso essere ciò che ero, o ricordo d'esser stato.

Non so se questo sia buono o cattivo, dipende dai gusti. Alcune cose le rimpiango, altre no. Sto solo dicendo: cose che erano me non sono più, parte di me vive solo nella memoria, soddisfandosi con biscottini intrisi in tazze di tea. Al Sella non si può piantare la tenda giusto sotto il passo e starci un mese intero ...

Mi sembra incontrovertibile, insomma, che ci sia il cambio. Alcune sensibilità sono evaporate, altre sono emerse. Io, credo anche Salvatore, parlo delle sensibilità che intendo, non di quelle che non. Se poi vengano da dio, o da qualcosa di meno complicato, questo è da discutersi ...

Non ne parleremo correndo, son troppo vecchio per discutere correndo con mio nipote! Ne parleremo dopo, bevendo.

 “...cose che erano me non sono più, parte di me vive solo nella memoria,...”

Perchè dici così? Preferisco pensare che “costituiscano” le fondamenta o il primo piano della “mia casa...". Non mi piace che restino semplicemente nella memoria come se fossero rinchiuse in un bagaglio a mano (separato da me) e che apro all'occorrenza. Siccome sono costitutive, riemergono molto spesso e le rivivo, quasi intatte, quando le osservo negli altri o comunque intorno a me.

 

“Alcune sensibilità sono evaporate...”

Non è meglio (preferibile) pensare che si siano raffinate / evolute?

 

 

non c'è mercato nella poesia. a comprare libri di poesia sono solo i poeti, si comprano e pagano e sostengono da sè rinchiusi in piccoli circoletti autoreferenziali.

le case editrici pubblicano poesia a pagamento, ossia il poeta si propone e gli fanno un preventivo di spesa... ragin per cui io non pubblico ad esempio. Il che comporta anche che si scada qualitativamente sempre più, non quantitativamente perché di cretini che si autopubblicano a caro prezzo per avere un nome in copertina ce ne sono a bizzeffe.

poi ci sono i circoli che hanno le mani in pasta, quelli più grossi, quelli dei favori e che poi si recensiscono sulle pagine culturali dei quotidiani nazionali tra una notizia di gossip e l'ultimo film di Vanzina... tanto per capirci.

Basti pensare come Saramago è stato trattato da Einaudi... Einaudi? la storica Einaudi?... poveri noi.

____

da "Dialoghi con Nessuno": sulla poesia.

Vedi, mio caro Nessuno,

Rose is a rose, is a rose, is a rose, diceva quella gran marpiona di Gertrude Stein … cosa credi volesse dire con questa semplice ripetizione di un significante sulla cosa referente?

che le cose sono quello che sono ed una rosa è solo una rosa, sembra volesse dire questo, sì, ma se strappi la parola “rosa” al suo ramo e la osservi come immagine foriera di significato, noterai subito che un’infinita gamma di interpretazioni e sensi, simultaneamente, dalla pronuncia del suo nome alla sua immagine vermiglia, andranno a ripescare i tuoi archetipi emotivi più nascosti, sussurrandoti menzogne su improbabili passioni, amori, dolori, sanguigni tormenti, etc.

 

- E poi, cosa sarebbero mai, amico mio, le  r o s e  senza spine?

Ora, se ci pensi bene e le osservi attentamente, potresti raccoglierne ogni sillaba sulle labbra e, invertendo il corso dell’aroma sulla lingua, scoprire che con un semplice passaggio di congiunzione da fine a capo, ti ritrovi lì l’eros bell’e pronto ad incunearsi tra denti e narici con tutto il senso di una corposa essenza.

Ma parliamo pure di poesia, che poi è quello che ti aspetti da me:

- non ci sono regole, caro mio, e questa è la prima regola che non posso insegnarti

Se poi credi che esprimere un concetto contando undici piedi basti a saziare il ventre di un presunto e poco probabile lettore, non hai compreso nulla di quello che hai da offrire – ammesso che anche tu abbia la presunzione di aver qualcosa da offrire -.

E devi essere pronto ad essere ridicolo, burlato, guardato di traverso come lo scemo del villaggio … e sì, mio caro, perché il poeta è un po’ anche questo, un essere orgogliosamente e consapevolmente ridicolo che sopravvive al ridicolo circostante, parlandone.

credi forse ci si aspetti da te maestria, retorica, strabilianti effetti di nero su bianco articolati in modo da colpire l’occhio nel fulcro del suo estetico bagliore?

hai tanta polvere da mangiare

tanto sale da inalare fino alle radici neuroniche della follia che ti manca:

la correttezza, l’integrità del dolore, la malattia spogliata e violentata fino allo stupore,

la capacità di mostrare le tue carni pendule in tutta la loro vergognosa forma

nei difetti del derma imperfetto

nelle auree catene del sogno

nelle visioni del senso fino alla crudeltà del tuo stesso istinto,

costituiscono lo scarto tra la domanda inevitabile e la bestia, che irrimediabilmente incarniamo, pur cogitando.

Questa cosciente ed ossessiva ricerca di verità ineffabile e soggettiva, che bene e male travalica di un soffio da un capo all’altro, sicché non si possa spiegare dove primizia e muore ogni misero dolore; la connessione tra ciò che ti circonda ed il cosmo interiore, l’abisso, l’inferno, la meschinità tua da traghettare attraverso le pupille di chi ti legge voglioso e putrido, perfetto ed angelico, costituisce il passo, la virgola implicita, la pausa, lo spazio bianco del pensiero nel suo accapo, che nel visionare la crudezza di un nonnulla in ogni segmento d’esistenza, ritrova la sua interezza.

Ma questo lo apprendi solo soffrendolo, strappandotele le budella fin dentro le sillabe dettate dall’infimo male che pressa sulle tempie in una morsa di coscienza artefatta ed educata al buonsenso comune, che si spira ed allunga negandosi a se stessa, come una biscia, un serpente che dimena la sua muta; ed è allora, solo allora che muovendo la mano tra foglio e penna, esorcizzi la morte nella consunzione degli occhi affamati di sofferenza fino al fulcro della effimera gioia di una presunta risposta.

Guardare lo splendore delle cose che non mutano espressione dinanzi al tuo infinitesimo passo, sentire dentro la passione, l’ardore, la freccia, la fugacità di un attimo da leccare voracemente per poter incarnare ancora una volta, ancora una volta – a n c o r a – le trecce di un qualunque aprile sul sentiero sanguigno delle labbra, senza la speranza di perpetrarne il senso oltre l’apparenza della sua veloce digestione; conoscere il senso intimo del suono di ogni parola, scinderlo dal contesto oggettivo di un registro prestabilito e rendergli nuova vita, travalicando l’empirico nesso tra dire e fare, ed intessere, così, una trama che di_verso in_verso possa congiungere i fili spezzati di un aquilone, riguadagnando le manifestazioni semplici di una fisica breve, quella che apprendi dal primo lancio di oggetti dal seggiolone per misurarne il tonfo nella memoria del timpano ed evitare – così – di cadere; rimuovere le sovrastrutture di una catena semantica e verbale che rinchiude l’epidermide tra le regole statiche del presente e spaziare in un arco temporale che, ricurvo, abbatta le norme della continuità in unico procedere, riscoprendo l’integra purezza dell’ombra infantile tra paura ed eccitazione, ignoto e fato, esorcizzato dalle mostruose figure di una fiaba a lieto fine.

Mi chiedi cosa sia la poesia, mi inviti a sentenziare con sguardo distratto e posa recitativa, ma la poesia la scrivo dentro le mura di una semplice abitazione, che il tempo ha cementificato intorno ad un muscolo che batte e non sa amare, giacché non risiede nel suo pulsare la ragione di ogni spinoso dolore, e non abbiamo certo nome per quest’affezione cerebrale che nella memoria semina rovi di speranze e diaboliche visioni maturate tra istinti e disprezzi nel lungo conto di debiti da pagare.

Poi, sai bene, ci sono quelli che credono che scrivere male, partendo da un basso continuo che sanno solo i m i t a r e, sia la soluzione originale per smantellare la lingua e far fronte all’inflazione delle parole, e allora li vedi lì che si affannano ad infilare gergo “imprestato dal caso” in un contesto piatto che, però, deve pur rivelare il suo alto lignaggio intellettuale, ed allora ecco che – necessariamente – dovranno inserire qualche somma citazione, ma appena appena sfumata, quasi cifrata, rintracciabile solo dagli eletti educati al compendio logico del batterzachi, sì che il circolo si chiuda in tutta la sua colta purezza dentro la nobile fortezza, faro e miraggio di degustazione à la page, ma non da tutti.

E lì mi raccomando giù pesante con i prosciutti e le festicciole alla buona – s’intende -, sempre con un tocco di classe però, che non è acqua, ma vino e di quello buono, abbondantemente disseminato qui e lì su tavoloni di legno ben intagliato e spesso, che rendano consistenza materica al girotondo di parole e mimesi, che via via si inscena. Tutto sempre ripreso e ben documentato, che oggi la pubblicità è tutto, … – eh sì – mio caro, ne siamo tutti vittime ignare che si credono più furbe nell’inscenare la propria svendita al consumo.

Si smettesse almeno di parlare in modo così piatto di bellezza, amore, bene

*la bellezza salverà il mondo*, .. ma insomma, hai visto mai che la bellezza salva se stessa da se stessa …?

Si parlasse in modo concreto della verità delle cose, delle cosce imperfette di una donna quando invecchia, dei seni che si afflosciano rivelandone l’essenza, il fulcro, la ragione; si parlasse della bellezza del tormento che nasce dal male di vivere, dal brutto, dal riprovevole, dal rimorso; si parlasse del disgusto per lo specchio al mattino, di quel toccarsi il viso tra la voglia di una stretta assassina ed una carezza benevola che accondiscende al difetto dietro l’ombra di un trucco da indossare. Si parlasse almeno del mare come di un’immensa bocca senza cantarne le brume al tramonto, della natura quando è meschina, quando la pietra è aguzza, ed il sale dissecca e non produce splendore, verde, ricchezza. Si parlasse almeno un po’ delle cose rintracciandone la bellezza nell’imperfezione di questo sistema di equilibri incerti.

Si dicesse, ogni tanto, quanto falso può essere il bene quando mira alla sua santificazione sociale, quanto l’elemosina possa essere egoismo ed un sorriso un ghigno ieratico che rivela nello splendore dei denti il morso della iena. Ed in tutto questo scintillio di sangue e sudore, riconoscere il flusso vitale di quell’incantevole umanità vera, sporca, animale, che si sveste dell’oro bizantino al sole dell’apparenza. E scavare scavare nell’ignobile che ci appartiene fino a ritrovare la purezza dell’istinto ingenuo della bestia, che uccide per sopravvivere ed ama le carni di cui si nutre. Imparare ad amare la bassezza, il difetto, la natura estrema e selvaggia che secoli di facciata hanno seppellito all’ombra del terrore e dell’eterno. Riscoprire il qui ora, la lotta, l’azione, il passo e l’istante del presente di cui nutrirsi oggi e non domani, o in un qualunque p e r s e m p r e. E la passione, la passione che è fato d’unghie, destino scavato nelle ossa, carne che si cuoce di consapevoli orrori, deliziosi sapori, odori di sopravvivenza. La passione che non ha senso e non ha sesso, né vincoli nel corpo, la passione come idea, tarlo, libertà che brucia l’ossessione

 

di me che non sono nulla

e non sarei che poco più di niente

se solo non sapessi di essere quello che scrivo

ed il suo esatto contrario

che dialoga con nessuno.

- Ma tu, chi sei?

-Io?… La Rosa.

- e la poesia?

- una rosa.

__

ciao!

nc

Io credo che la poesia abbia ancora qualcosa da dire e ancora lo dica a chi vuole ascoltarla.

L’esistenza di aeroplani, automobili e segway non ci ha fatto smettere di usare le gambe. Non solo per il piacere di camminare, ma perché su determinati tragitti sono ancora il mezzo più efficiente. La musica e il video possono toccare delle corde del nostro animo inarrivabili per le semplici parole, tuttavia c’è una funzione per la quale la poesia è ancora il mezzo più efficace e provo ad identificarla per esclusione.

La musica e il video “scorrono”, in qualche modo le subisci, vero che puoi fermare e riascoltare/rivedere un passaggio, ma non è così che si fruiscono in genere. Guardi il tutto, te lo godi e qualcosa ti resta. Con il testo scritto è diverso, è molto più naturale rileggere subito una pagina o un paragrafo che non hai capito che pensi possa ancora dirti qualcosa che non hai colto immediatamente. Fermarti per riflettere su uno spunto o indugiare su una suggestione o un’emozione. Quest’ultima parte trova la sua massima espressione nella poesia che per questo scopo è superiore alla prosa, per il fatto che la brevità del testo ti spinge a “completare” la lettura con le tue emozioni e le tue riflessioni.

Allora viva la poesia e chi ancora ha voglia di leggerla, ma soprattutto viva chi ha il coraggio di scriverla.

PS

Quasi una decina di anni fa ho partecipato ad alcuni poetry slam organizzati da Marte Live a Roma (non so se ne facciano ancora). In sintesi tra una birra e l'altra leggevi cose scritte da te e il pubblico ti esprimeva il gradimento per alzata di mano. Sicuramente il livello non era alto, però era divertente.

Condivido con altri che hanno commentato in precedenza il maggiore apprezzamento/comprensione per la poesia del passato rispetto a quella contemporanea o più recente. Per dire Foscolo o Leopardi certe volte mi sembrano più attuali de La Repubblica, riescono ancora a commuovermi e li rileggo senza l’obbligo della maestra, dei poeti che hanno scritto negli ultimi 50 o 60 anni so e capisco molto meno. Probabilmente dipende da una certa educazione ricevuta fino al liceo.

 

La musica e il video “scorrono”, in qualche modo le subisci...

Secondo me non è proprio così, dipende da quanto si è permeabili al suono e alle immagini. Vedi, se non si fermano solo in superficie le vivi e le rielabori come o più delle parole...non credi?

Probabilmente mi sono espresso male (effettivamente il verbo scorrere è usato in modo infelice), io intendevo fare la seguente differenza:

  1. un video o una canzone li ascolti o li vedi per intero, raro che blocchi un passaggio per risentirlo, è come se la fruizione fosse un continuo.
  2. la poesia invece si può leggere parola per parola e fa parte della fruizione ordinaria magari soffermarsi su un verso o parte di esso.

Pertanto come musica e video possono fare cose che la poesia non può, secondo me anche la poesia può fare cose che non riescono al video e alla musica. Uno dei vantaggi della poesia è la possibilità di indugiare su un verso o su una singola parola, cosa (a mio avviso) molto più innaturale per le note di una canzone o un passaggio di un video che ti arrivano in modo continuo (poi se le lasci scorrere o le assorbi dipende da te ;)

 

A me sembra più che il problema sia nel significato della poesia. La poesia è interpretabile, più che interpretata. In una strofa possono essere contenute più intepretazioni e significati.

Credo che oggi, attaccati come siamo alla tecnica (da cui la cultura del funzionale e dell'utile), ci sia difficile accettare qualcosa che non sia definitivo, che non sia chiaro come il sole.

Musica e pittura sono anche intepretabili, ma la loro connessione all'utile non passa solo attraverso l'interpretazione. Musica e pittura sono utili anche quando non sono capiti. Ma anche queste arti scontano la loro ambiguità di significato. Quando musica e pittura non sono direttamente percepibili come utili, quando sono arti complesse come la musica classica, allora rischiano di diventare prodotti di nicchia come la poesia.

 

Sul fatto che l'esecuzione tra la gente della poesia generi imbarazzo, credo che, di nuovo, siamo di fronte ad un problema di utile-intepretazione. L'ambiguità della poesia tende a farla nostra, la rende un mezzo di indentificazione. Diamo interpretazioni personali ai versi, queste interpretazioni mettono a nudo (o pensiamo che mettono a nudo) le nostre identità. E' probabile che leggere una poesia venga percepito come mettere a nudo dei lati di noi che non vogliamo far conoscere agli altri, da qui l'imbarazzo.

Riassumendo, credo che: la poesia sia troppo ambigua per i tempi della tecnica in cui viviamo.

 

io credo che la poesia si sia evoluta e che si sia trasformata in ritmo video e musicale non sempre e non solo in video e in musica,però.come per la letteratura,per dire.io credo che la prossima forma della poesia sia nella sceneggiatura ottimale di una seria tv americana,come mad men per dire.nella cui essenza ci sono molteplici evocazioni e piani interpretativi.certo,ungaretti è moderno come spot,come flash oscuro,come una onda energetica nelle terre emerse e affogate dalla produzione umana.ma ungaretti funziona anche perchè breve.lieve ositle ma breve.il nucleo di verità che cercano i critici è altrove della pagina scritta,spesso e volentieri.ci sono spot pubblicitari che sono poesia purissima,molto di più di pessime tonnellate di poesie scritte e pubblicate.oggi è del flusso non interrotto il potere.ci si fraziona tra strade,reti fisiche e non,oggetti sociali che culliamo come il netbook,ipad,iphone,bb.ci si divide tra millesimi di senso,in parcheggi frettolosi,in cumuli di munnezza,in buche e buchi di copertura,e alle serate di poesia vanno spesso solo vecchi e amici di amici.oggi io vedo i simboli della poesia,che amo,nel flusso delle luci,nella arte grafica di certi video o installazioni commerciali,non sempre nella parola.il problema è l'attenzione.che manca,che si perde,che si sfarina.la poesia perde per il consueto,spesso per la prosaccia che definiscono poesia solo perchè scritta da un nome conosciuto.con o senza di te,degli u2 è poesia anche per il respiro ampio di materia che traccia il suono che costruisce ponti e fili di acciaio sotto la parola.lascia intravedere una pianura,amore che muore,che danza respirando.che si scioglie nel sole.e poi,è sempre replicabile.

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