Criminalità e diversità: di chi o cosa dovremmo aver paura?

22 novembre 2007 giulio zanella

Una lettura, senza troppe pretese, dei dati sul crimine in Italia e Stati Uniti, con particolare attenzione all’immigrazione e alla diversità etnico-culturale delle comunità.

Il 31 ottobre, in seguito all’aggressione di Giovanna Reggiani (deceduta poi in ospedale) da parte di Nicolae Mailat, un cittadino romeno, il governo italiano ha emanato d'urgenza un decreto che facilita l’espulsione di cittadini europei per “ragioni di pubblica sicurezza”. Questa espressione si riferisce di solito a emergenze gravi e collettive. Perché questo singolo episodio, pur grave, ha provocato una reazione da emergenza collettiva? Ciò sembra riflettere la convinzione, spesso amplificata dai media, che l’immigrazione abbia di per sé esacerbato il problema della criminalità in Italia e la paura di subire violenze e furti.

In che misura e in che senso questa apparente convinzione è giustificata dai fatti? Il rapporto sulla criminalità in Italia, redatto dal Ministero dell’Interno sulla base dei dati delle forze di polizia riporta un numero di statistiche molto interessanti in proposito. Nel leggere questi dati mi concentro su alcuni crimini che, per la loro natura, preoccupano di più il cittadino comune. Il rapporto sulla criminalità distingue tra cittadini italiani e stranieri, per cui non tiene conto delle differenze etniche tra cittadini, che però in Italia non sono ancora molto importanti (anche se si considerano le minoranze linguistiche)

Omicidi. In Italia il numero il numero di omicidi, in relazione alla popolazione, è relativamente basso (un raffronto storico e internazionale è disponibile qui, anche se restano dubbi su affidabilità e soprattutto confrontabilità tra paesi). Negli ultimi anni gli omicidi in Italia sono tendenzialmente diminuiti, fino ai minimi dei primi anni Settanta, dopo aver raggiunto un picco nel 1992 (p. 16 del rapporto). Curiosamente, il picco è quasi completamente imputabile ad omicidi di tipo mafioso (p. 17 del rapporto), che come sappiamo furono frequenti in quel periodo. Allo stesso tempo la percentuale di omicidi, sul totale, commessi da stranieri in Italia è progressivamente aumentata dal 1988 (6%) al 2006 (32%). È però parallelamente aumentato il numero di stranieri vittime di omicidio. Riassumo in un grafico questo ultimo dato, che mostra anche la percentuale di stranieri sul totale della poplazione in Italia (l'intera serie è apparentemente difficile da trovare, i dati riportati sono presi da fonti ISTAT, e dovrebbero contenere una stima degli irregolari):

Figura 1. Numero di omicidi di cui gli stranieri sono autori e di cui sono vittime (scala di sinistra) e percentuale di stranieri sul totale della poplazione (scala di destra)

numero di omicidi commessi, subiti da stranieri, e peso sulla popolazione

 

Il grafico mostra non solo che le percentuali di omicidi commessi e subiti da stranieri sono aumentati assieme alla percentuale di stranieri sulla popolazione, come è normale che sia, ma anche che il rapporto tra questa e le prime due è molto elevato. Nel 2006 gli stranieri erano circa il 5% della popolazione italiana, per cui in quell'anno il rapporto tra omicidi commessi e peso sulla popolazione era di 6:1 (in progressivo calo dal 1994, quando era di 15:1) e quello tra omici subiti e peso sulla poplazione era di 3:1 (in progressivo aumento dal 1994, 0.7:1).

Questo grafico diventa più interessante se letto insieme alla seguente tabella, parte di sinistra, che mostra come gli omicidi commessi dagli stranieri, nel periodo 2004-2006, siano prevalentemente (74,5%) ai danni di altri stranieri. [nota: le righe non sommano a uno perché una parte degli omicidi viene attribuita congiuntamente a italiani e stranieri]

 

Tabella 1. Distribuzione della nazionalità degli autori degli omicidi in Italia, data la nazionalità della vittima.
nazionalita autore
(omicidio) (rapina in strada)
italiana straniera italiana straniera
nazionalita'
vittima
italiana 86,8% 10,2% 63,9% 30,9%
straniera 24,7% 74,5% 24,6% 71,8%

Quindi, almeno nel periodo 2004-2006 gli stranieri sono stati responsabili di circa il 10% degli omicidi ai danni di italiani, che è una cifra più vicina (sebbene sempre superiore) al loro peso nella popolazione. Gran parte dell’incremento del peso degli stranieri negli omicidi è perciò da attribuire all’aumento degli omicidi “intra-gruppo.” Qualcosa di simile si osserva per le cosiddette “rapine in pubblica via”, parte destra della tabella. Sebbene il rischio per un cittadino italiano di essere rapinato per strada da uno straniero sia cinque volte superiore al peso degli stranieri nella popolazione, la maggior parte di questi crimini avvengono intra-gruppo. Questi dati suggeriscono che se di qualcuno si deve aver paura questo è il proprio simile.

È bene precisare subito che le statistiche sul crimine, in qualunque paese, soffrono di un importante limitazione: essendo dati derivati dalle denunce alle forze di polizia, non riflettono tutti i crimini che vengono commessi. Non ogni crimine viene denunciato, e le omissioni di denuncia non sono casuali. L’aver subito un crimine è informazione privata e rivelare informazione privata è un’azione soggetta a un preciso sistema di incentivi. Questo problema è meno grave per gli omicidi che per altri tipi di crimine (quanti omicidi non vengono mai scoperti? Credo pochi), ma il problema resta: uno straniero potrebbe avere incentivi più deboli di un italiano nel denunciare un crimine subito. Questo è ovvio per gli stranieri irregolari, che non vogliono avere a che fare con la polizia. Ma anche i regolari potrebbero avere incentivi più deboli (si pensi a chi subisce violenze dal datore di lavoro). Questa “dark figure”, così è spesso chiamato il numero di crimini “sommersi” rispetto alle statistiche, può essere un importante elemento di disturbo nei tentativi di stima degli effetti causali di vari fattori sui livelli di crimini, un punto sul quale tornerò tra breve discutendo i dati americani.

Altri crimini violenti e contro la proprietà. Un dato molto interessante (p. 357) è che in Italia altri crimini violenti (lesioni dolose e violenze sessuali) e la gran parte crimini contro la proprietà sono aumentanti più della quota attribuibile agli stranieri, un dato importante anche se questi partivano quasi sempre da una quota di molto superiore al loro peso nella popolazione. In alcuni casi rilevanti per la sicurezza dei cittadini, come le rapine in abitazione e in pubblica via, i casi sono aumentati molto più di quelli attribuiti a stranieri. Ho rielaborato e organizzato questi dati nella tabella che segue:

Tabella 2. Variazione % (dal 2004 al 2006) nel livello di alcuni crimini (prima colonna),
variazione % nel numero commesso da stranieri (seconda), e frazione commessi da stranieri nel 2004 (terza)
Tutti Stranieri 2004 Tutti Stranieri 2004
Lesioni dolose +7% +1% 26% Rapine in banca -5% -2% 5%
Violenze sessuali +7% +4% 35% Rapine in uffici postali -26% +4% 2%
Furto con strappo -9% +6% 23% Rapine in negozi -15% +4% 29%
Furto con destrezza +51% +5% 63% Rapine in pubblica via +49% +1% 44%
Furti in abitazione +4% -1% 52% Estorsioni -9% -4% 23%
Furti di autovetture +4% +4% 34% Truffe informatiche -3% +7% 22%
Rapine in abitazione +56% +2% 49%

In questa tabella la colonna "Tutti" riporta la variazione (dal 2004 al 2006) nel numero di casi denunciati, senza tener traccia della nazionalità dell'autore, "Stranieri" la variazione (nello stesso periodo) nel numero di casi per cui sono stati denunciati stranieri, e "2004" la percentuale di casi per cui sono stati denunciati stranieri nel 2004.

Quindi, se escludiamo gli omicidi (che restano un capitolo a parte), le rapine in banche e uffici postali (che sono commessi da stranieri in misura non superiore al loro peso nella popolazione), e un paio di altre tipologie, questa tendenza rivela o (1) che gli stranieri sono più bravi a delinquere e vengono quindi denunciati di meno, oppure (2) che i crimini commessi da italiani aumentano più di quanto aumentino quelli commessi da stranieri, oppure entrambe le cose. Se la seconda interpretazione fosse quella giusta (come io credo perché la prima mi pare improbabile), ci sarebbero almeno due meccanismi compatibili col fenomeno.

(A) Potrebbero esistere interdipendenze tra individui, indipendentemente dalla loro nazionalità, che generano osmosi sociale del crimine. In un interessante paper di qualche anno fa, Sah suggerisce che l’osmosi è possibile a causa del modo in cui chi deve decidere se commettere un crimine percepisce la probabilità di essere punito. Grossomodo, l’idea è che se le risorse delle forze di polizia sono date, allora maggior crimine diminuisce, a parità di altre condizioni, la probabilità di arresto (esempio: un italiano con propensione media a delinquere può pensare che in fondo con la polizia impegnata a braccare ‘sti rumeni è assai meno rischioso rapinare qualcuno in casa sua). In questo senso il crimine diffuso genera un senso di invulnerabilità in chi è propenso a delinquere. L’aumento dell’immigrazione negli ultimi anni ha causato un aumento nella frazione della popolazione propensa a commettere crimini (questo non vuol dire che gli stranieri sono delinquenti, solo che un campione casuale di immigrati è più propenso a delinquere di un equivalente campione di italiani, come mostra la tabella sopra), e quindi potrebbe aver innescato questo meccanismo.

Più in generale esiste evidenza storica, che a me sembra molto persuasiva, sulla determinazione sociale del senso di gravità del crimine. Per esempio: Tony Judt, in un libro recensito (brevemente…) su nFA qualche tempo fa, osserva che in Europa negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale “il furto, ai danni dello stato, di altri cittadini o di un negozio ebreo saccheggiato, era così diffuso che agli occhi di molte persone cessò di essere un crimine.” (p. 37 dell’edizione Pimlico 2007, mia traduzione).

(B) La frammentazione etnico-culturale di una comunità potrebbe indebolire l’incentivo a non commettere crimini. Questo punto è già stato discusso su nFA nei commenti ad una rilettura di 'Bowling for Columbiné alla luce dell’analogo massacro in Finlandia il mese scorso (commenti che in parte incorporo in questo post). Ci sono diverse ragioni teoriche a sostegno di questa ipotesi, e rimando ai commenti alla recensione per una discussione su questo e quanto segue. L’argomento forse più plausibile è che la frammentazione etnico-culturale aumenta i casi di esclusione sociale e culturale, il che può indebolire il controllo e le norme sociali che rendono il crimine un’attività costosa. Per esempio, due famiglie italiane dirimpettaie tendono a sapere molto l’una dell’altra, chi sono, cosa fanno ecc., e spesso a condividere un codice culturale. In questo modo esercitano una forma di controllo reciproco. Ma una famiglia italiana e una straniera tendono, in analoga situazione, a parlarsi di meno, a sapere meno l’una dell’altra, e ad essere culturalmente segregate (vi sono molti casi in cui questa affermazione è palesemente falsa, e sarebbe interessante capire se questi siano in effetti la maggioranza o la minoranza dei casi). Per cui il controllo è indebolito. Esistono naturalmente argomenti che conducono alla conclusione opposta. Per esempio, se il crimine ad opera di uno straniero appartenente ad un certo gruppo etnico ha ripercussioni su tutto il gruppo (per esempio perché la polizia tenderà a controllare più intensamente membri di quel gruppo, il cosiddetto “profiling”) allora potrebbe esservi un forte controllo sociale all’interno dei gruppi etnici.

È importante sottolineare che in entrambe queste spiegazioni, (A) e (B), il problema non sono gli stranieri per sé, ma il cambiamento che l’influsso massiccio innesca. Nella probabilità percepita di essere puniti nel primo caso, e nell’efficacia di norme e controllo sociale nel secondo.

Che cosa dicono i dati? Analizzare statisticamente l’effetto dei livelli di crimine sulla propensione individuale a commettere crimini è ad oggi cosa assai difficile, per ragioni che non è opportuno descrivere qui. Ci hanno provato, per gli Stati Uniti, una decina d’anni fa tre noti economisti, Ed Glaeser, Bruce Sacerdote e Jose Scheinkman, ma la cosa resta sostanzialmente irrisolta.

Analizzare la relazione tra frammentazione etnico-culturale e crimine è invece (relativamente) più semplice. Faccio un tentativo qui, nello spirito di un semplice esercizio empirico: gli economisti sanno che per misurare qualcosa c’è bisogno di un modello, che qui manca. Quello che faccio è: stimare una correlazione tra crimine e frammentazione etnico-culturale, e verificare che sia robusta all’aggiunta di variabili di controllo che potrebbero influenzare i livelli di criminalità. Niente di più. Se questa correlazione non esistesse mancherebbe una condizione necessaria alla sensatezza di una teoria che lega in maniera causale crimine ed omogeneità etnico-culturale.

Per l’Italia questo esercizio è difficile, per due ragioni. Primo, e più importante, la scarsità di dati di pubblico dominio. Secondo, la bassa frammentazione etnico-culturale. Uso perciò dati provenienti dagli Stati Uniti. Questi hanno un vantaggio qualitativo ma anche il vantaggio di fotografare un paese dove l’immigrazione ha creato una configurazione etnico-culturale di lungo periodo.

Utilizzo due fonti di dati:

(1) Lo US Census 2000. Si tratta dei dati del censimento decennale, a cura dello US Census Bureau. Utilizzo i dati più recenti, quelli del 2000.

(2) Lo Uniform Crime Report. Si tratta di una ricca pubblicazione annuale (curata dall’FBI fin dal 1930) sul crimine negli Stati Uniti.

[Breve divagazione: su queste fonti è facilissimo trovare ed estrarre dati molto dettagliati in formato direttamente utilizzabile in programmi statistici. Gli analoghi dati per l’Italia sono difficili da trovare, spesso indisponibili, scarsamente dettagliati soprattutto nei livelli di disaggregazione geografica, e ancora più spesso (come nel caso del Rapporto sulla criminalità in Italia) in formato piuttosto scomodo. So di non dire nulla di nuovo, ma una delle ragioni per cui molti dibattiti sulle cose pubbliche, in Italia sono confusi, impregnati di ideologie di ogni tipo e inconcludenti è perché non abbiamo una seria cultura di raccolta e utilizzo dati. Chi ne guadagna è, naturalmente, chi fa politica e può continuare a raccontare quello che gli pare senza alcun riferimento ai fatti concreti. Fine divagazione.]

L’unità geografica su cui si basa l’analisi è quello della contea (county). Negli Stati Uniti le contee costituiscono, con un paio di eccezioni, la principale suddivisione amministrativa di uno stato: ce ne sono circa 3000 con una media di 90000 abitanti. Questa dimensione definisce ragionevolmente le aree in cui i crimini maturano.

Dallo Uniform Crime Report ho estratto, a livello di contea, il numero (per 100000 abitanti) di crimini violenti (omicidio, stupro, rapina, aggressione aggravata) e di crimini contro la proprietà (furto con scasso, furto semplice, furto di autoveicoli). Da questi stessi dati ho calcolato (per le due classi di crimine) una misura del livello di repressione, ossia il rapporto tra crimini denunciati e arresti per quegli stessi crimini nel 2000. Questo rapporto somiglia alla probabilità di essere arrestati (ma non è esattamente la stessa cosa perché gli arresti possono riferirsi anche a crimini commessi, ad esempio, un anno o due prima), ed è perciò un importante variabile di controllo.

Misurare la frammentazione etnico-culturale di una qualsiasi unità geografica non è facile. Una misura facile da calcolare e comunemente accettata (ma certo non l’unica possibile e non necessariamente la migliore) è data dalla probabilità che due individui presi a caso dalla popolazione appartengano a gruppi diversi (tecnicamente questa probabilità è uguale a uno meno l’indice di Herfindahl, nome fancy per la somma dei quadrati delle shares dei gruppi…). Maggiore questa probabilità, maggiore la frammentazione. Dai dati del Census Bureau ho costruito questa variabile per ogni contea a partire dalla sua composizione etnico-culturale (percentuali di Bianchi non Ispanici, Neri non Ispanici, Nativi, Asiatici, Nativi del Pacifico, Latini Bianchi e Latini Neri). Da questi stessi dati ho costruito altre variabili di controllo (in aggiunta alla composizione etnico-culturale della contea e al livello di deterrenza), sempre a livello di contea

1. L’indice di dissimilarità degli Afroamericani nei Census tracts (quartieri residenziali). Questo indice fornisce un’idea di quanto sia segregato questo gruppo, che statisticamente è associato al maggior numero di crimini relativamente alla propria numerosità. Più alto è l’indice (un numero compreso tra zero e uno che misura la percentuale di Afroamericani che dovrebbero cambiare quartiere per avere perfetta integrazione all’interno di una contea) maggiore il livello di segregazione.

2. La percentuale di maschi tra i 18 e i 29 anni. Questo sottogruppo della popolazione è quello più propenso a commettere crimini

3. Il reddito medio per famiglia, in migliaia di dollari.

4. L’indice di Gini rispetto alla distribuzione del reddito tra famiglie, che misura la disuguaglianza economica tra famiglie all’interno della contea (maggiore l’indice, compreso tra zero e uno, maggiore la disuguaglianza)

5. Il tasso di disoccupazione.

Ecco i risultati di semplici regressioni lineari (utilizzando OLS), con il numero di crimini violenti o contro la proprietà utilizzato come variabile dipendente.

Tabella 3.

 

Tipo di crimine

Violento Contro la proprieta'
Frammentazione 473.8** 1,897.7**

[43.8] [224.9]
Afroamericani 319.2** 1,150.1**

[51.2] [262.9]
Segregazione 367.4 -659.3

[193.7] [993.0]
Ispanici Bianchi -65.3 -73.8

[50.9] [261.2]
Asiatici 101.4 1,564.40

[260.9] [1,337.5]
Maschi 18-29
-198.7 8,648.3**

[197.6] [1,012.6]
Reddito medio
1.2* 20.8**

[0.5] [2.7]
Gini 421.3** 336.5

[152.3] [780.4]
Disoccupzione 1,535.6** 4,229.0**

[203.7] [1,043.2]
Arresto cr. violenti
258.9**

[14.6]
Arresto cr. proprieta' -2,777.2**

[115.2]
Osservazioni 2777 2777
R2 aggiustato
0.33 0.34

Questi risultati non dicono niente sulla causalità della relazione tra crimine e omogeneità etnico-culturale: molti dei controlli sono indubbiamente endogeni. Tra le altre cause di endogenità, il fatto che le statistiche sul crimine siano costruite sulla base di crimini denunciati è un problema. Se per esempio i crimini tendono ad essere denunciati di più dove la frammentazione etnico-culturale è elevata (per esempio perché la frammentazione, cioé l'essere circondati da gruppi diversi, riduce la tolleranza verso chi commette un crimine), parte della correlazione potrebbe essere spiegata da questo comportamento.

Inoltre, circa il 10% delle contee non partecipano al programma di raccolta dati sulla base del quale viene redatto lo Uniform Crime Report (la partecipazione è volontaria, e questo spiega perché le osservazioni sono meno del numero delle contee)

Ciononostante, questi risultati sono piuttosto intuitivi. L’indice di frammentazione è positivo e statisticamente significativo, indicando che maggior crimine è associato a maggiore frammentazione, anche dopo aver controllato per altre variabili socioeconomiche molto importanti (se qualcuno fosse curioso, l'inclusione del quadrato dell'indice di frammentazione produce un coefficiente non diverso da zero). Quanto sarebbe importante, quantitativamente, l’effetto della frammentazione se queste equazioni rappresentassero vere relazioni causali? Si può rispondere con un semplice esempio numerico (calcolare l’effetto marginale dal coefficiente stimato non ha senso se non si conosce la decomposizione del cambiamento nella composizione etnico-culturale). Prendiamo una contea con una composizione rappresentativa di quella nazionale, ossia con un indice di frammentazione di circa 0.5. Per esempio la Santa Cruz County, in California, dove nel 2000 vivevano 255000 persone (65% Bianchi, 1% Afroamericani, 25% Ispanici, 3% Asiatici). Immaginiamo che ci sia un sostanziale cambiamento demografico che riduca la percentuale di Bianchi di 10 punti percentuali, e che aumenti quella degli altri tre gruppi elencati, rispettivamente, di 2, 6 e 2 punti. L’indice di frammentazione aumenterebbe di circa 0.1. I crimini violenti e contro la proprietà (che per 100000 abitanti erano 464 e 2936) aumenterebbero, per il solo effetto del diverso grado di frammentazione, di circa il 10% e il 6%, rispettivamente.

Riassumendo, da questi dati sembra quindi che sebbene in Italia gli stranieri siano molto più propensi a delinquere dei cittadini, alcuni crimini come gli omicidi e le rapine in strada avvengono prevalentemente intra-gruppo e che quindi, per un italiano, la paura dello straniero come criminale sia almeno in parte infondata. Inoltre, se consideriamo gli ultimi due anni, pare che in molti casi (anche se non in altri) l'aumento del crimine non sia attribuibile agli stranieri per sé. Tuttavia, in comunità etnicamente e culturalmente frammentate gli incentivi a non commettere un crimine, indipendentemente dalla propria etnia o nazionalità, potrebbero essere più deboli. Quest'ultimo aspetto è interessante quanto ignorato nella discussione su immigrazione e crimine.

 

La tabella 3 e i risultati dell'associato esperimento numerico sono stati modificati il 29 novembre 2007, a causa di un errore nella stima. La sostanza dei risultati inizialmente riportati è comunque intatta.

22 commenti (espandi tutti)

Il confronto tra 2004 e 2006 non mi sembra molto indicativo a causa dell'indulto dell'anno passato. Immagino che l'incremento di criminalitá sia dovuto alla scarcerazione di massa, di cui hanno beneficiato piú criminali italiani che stranieri. Se guardiamo alle percentuali dei crimini commessi da stranieri nell'anno 2004 mi sembra che i numeri siano abbastnza alti: piú della metá (63%) dei furti con destrezza e dei furti in abitazione (52%), quasi la metá (44%) delle rapine in pubblica via e poco meno di un terzo (29%) delle rapine nei negozi. Last, ma mi sembra molto rilevante, il 35 % delle violenze sessuali. A me sembrano numeri abbastanza impressionanti. E il fatto che una parte dei crimini siano commessi dagli stranieri verso altri stranieri non mi sembra una cosa che possa rendere gli italiani piú tranquilli.

Questo e' un buon punto. Tieni pero' presente che le scarcerazioni per effetto dell'indulto sono avvenute ad agosto 2006. Mi pare improbabile (ma non ho dati per sostenerlo) che gran parte dell'aumento nel periodo 2004-206 sia concentrato negli ultimi cinque mesi del 2006. Se pero' cosi' fosse sarebbe evidenza in favore dell'idea che la discrepanza tra l'aumento dei crimini e l'aumento della quota attribuita a stranieri in quei due anni non sia dovuta principalmente al fatto che molti dei crimini commessi da stranieri restano senza colpevole. Il motivo e' che, come tu dici, l'indulto ha scarcerato piu' italiani che stranieri. Sul sito del ministero della giustizia ci sono un po' di dati sugli effetti dell'indulto. Riporto la distribuzione delle scarcerazioni tra italiani e stranieri. La quota di questi ultimi e' un terzo:

Popolazione carceraria in Italia

 

  giungo 2006 dicembre 2006 differenza
italiani 41,043 25,853 15,190
stranieri 20,221 13,152 7,069
totale 61,264 39,005 22,259

 

Sulle violenze sessuali, riporto per completezza rispetto a omicidi e furti in strada l'analoga distribuzione della nazionalita' dell'autore condizionata alla nazionalita' della vittima (questa tabella e' costruita dai dati per centronord e sud+isole, perche' quella nazionale riportata nel rapporto sul crimine e' chiaramente sbagliata). Sempre con la stessa avvertenza che questi numeri riflettono solo i crimini per i quali siano note queste nazionalita' (restano quindi esclusi i reati commessi da ignoti)

 


nazionalita autore
violenza sessuale
italiana straniera
nazionalita'
vittima
italiana 75.4% 22.7%
straniera 33.8% 63.3%

Anche in questo caso molte delle violenze avvengono intra-gruppo (il che riflette probabilmente le violenze che avvengono all'interno della famiglia). Ok, non che questo renda piu' tranquilli i sonni degli italiani (la probabilita' che un'italiana violentata sia stata violentata da uno straniero e' pur sempre circa quattro volte la proporzione di stranieri sulla popolazione), ma quando in TV o sui giornali si parla di stupri ai danni di donne italiani si ha quasi sempre l'impressione che il colpevole sia uno straniero.

Il punto che mi premeva sottolineare é proprio quest'ultimo

"la probabilita' che un'italiana violentata sia stata violentata da uno
straniero e' pur sempre circa quattro volte la proporzione di stranieri
sulla popolazione"

Per cui l’espulsione di cittadini europei per “ragioni di pubblica
sicurezza” non mi sembra cosí campata per aria. Se i criminali italiani li possiamo solo mettere in galera (quando non li facciamo uscire per indulto), quelli stranieri li possiamo tranquillamente rimandare al mittente. 

Se i criminali italiani li possiamo solo mettere in galera (quando non
li facciamo uscire per indulto), quelli stranieri li possiamo
tranquillamente rimandare al mittente.

Ma, esattamente, perche' non possiamo mettere in galera gli uni, ma ancheTM gli altri? 

Beh, se il crimine é stato commesso e il criminale catturato, possiamo anche tenerlo nelle nostre carceri pagando per il suo mantenimento. La motivazione dell'espulsione per ragioni di sicurezza dovrebbe rappresentare piuttosto una misura preventiva. Se sei potenzialmente pericoloso per la societá vieni espulso. Infatti ció che mi lascia perpelsso é l'applicabilitá della norma. A parte coloro che hanno commesso un crimine e che sono di nuovo in libertá (dunque facilmente individuabili), come decidiamo se gli altri sono potenzialmente pericolosi? Se ci fosse (forse c'é, non ne ho idea) una maniera obiettiva per farlo, la norma sarebbe a mio avviso ragionevole.

 

Beh, se il crimine é stato commesso e il criminale catturato, possiamo
anche tenerlo nelle nostre carceri pagando per il suo mantenimento.

Potremmo anche farlo lavorare (e in parte cio' viene fatto).

E' interessante notare che questi problemi di costo delle prigioni hanno una storia antica: David Friedman fornisce qui un'affascinante descrizione dell'amministrazione della Giustizia nell'Inghilterra tra il diciassettesimo e il diciannovesimo secolo. Dovendo trovare una via di mezzo tra incarcerazione (troppo costosa) e impiccagione (in molti casi, troppo draconiana), il governo tento' a piu' riprese di subappaltare a privati la deportazione dei carcerati nelle colonie. La cosa all'inizio non funziono' perche' il costo del viaggio eccedeva i profitti ottenibili dai lavori forzati; divento' praticabile un secolo dopo, quando nel 1718 il governo accetto' di pagare un sussidio di tre sterline a condannato. Questa all'epoca era una cifra non indifferente, circa uguale a 250 sterline odierne: pare che pur di non dover pagare, in molti casi i condannati venissero perdonati e rimessi in liberta', a' la Mastella... 

La
motivazione dell'espulsione per ragioni di sicurezza dovrebbe
rappresentare piuttosto una misura preventiva. Se sei potenzialmente
pericoloso per la societá vieni espulso. Infatti ció che mi lascia
perpelsso é l'applicabilitá della norma. A parte coloro che hanno
commesso un crimine e che sono di nuovo in libertá (dunque facilmente
individuabili), come decidiamo se gli altri sono potenzialmente
pericolosi? Se ci fosse (forse c'é, non ne ho idea) una maniera
obiettiva per farlo, la norma sarebbe a mio avviso ragionevole.

Secondo me questa sarebbe la via maestra verso l'abbandono dello stato diritto, indipendentemente dalle buone intezioni (che sempre lastricano questo tipo di strade). Minority Report anyone?

quando in TV o sui giornali si parla di stupri ai danni di donne
italiani si ha quasi sempre l'impressione che il colpevole sia uno
straniero.

Dai dati riportati nel rapporto citato potrebbe tranquillamente essere così.Dalla tabella V.1 di pag. 133 (inconsistente, i totali non tornano) gli stupri o tentati stupri commessi a sconosciuti sono solo il 13% del totale.Le vittime di partner o familiari sono quasi la metà (sul numero di reati mi aspetterei un numero maggiore), non hanno a che vedere con l' ordine pubblico e raramente vengono riportati sui media.

Tra l'altro il senso di insicurezza è legato anche alla concentrazione locale di (potenziali) delinquenti.Per quanto riguarda i crimini violenti gli italiani sono tendenzialmente legati ad un quartiere (o allo stadio) e schivabili con una certa facilità, mentre gli stranieri spesso occupano zone di grande traffico come stazioni e centri storici.Non parlo solo dei delinquenti, anche tanti poveri diavoli che dormono dove capita contribuiscono al senso di insicurezza.

Diffficilmente un milanese va a Quarto Oggiaro di notte, ma in centrale o in duomo può doverci passare a qualunque ora, e comunque basta allontanarsi pochi metri per non sentirsi sicuri nemmeno di giorno. 

Ecco un esempio fresco fresco. Il Corriere online riporta tra le "FLASHnews 24", quelle che "scorrono", che bisogna cliccare in movimento per poter leggere, e che sono visibili solo per un'ora:

Roma: cittadino rumeno accoltellato da italiani
26 nov 13:00 Cronache

ROMA - Un cittadino rumeno di 22 anni e' stato accoltellato la scorsa notte da un gruppetto di italiani in piazza dei Giureconsulti, a Roma. Il giovane e' stato trasportato all'Aurelia Hospital per una coltellata alla spalla, giudicata guaribile con una prognosi di venti giorni. Il rumeno ha raccontato di essere stato aggredito da tre o quattro sconosciuti mentre si trovava in strada con un amico. Sulla vicenda indagano gli agenti del commissariato Aurelio. (Agr)

Chiedo, senza insinuare nulla: se oggi un gruppetto di rumeni avesse accoltellato un italiano di 22 anni che passeggiava in strada con un amico, la notizia sarebbe finita tra le "FLASHnews 24" o tra i primi tre titoli?

Ovvio, direte voi: gli italiani costituiscono il 94% della domanda di informazione. Ma la distorsione che ne risulta non e' parte del problema?

I giornali italiani - fatta eccezione per Giornale e Libero dove ho cercato la notizia con grande cura ma non l'ho trovata: sciocchi censori, non si rendono conto d'essere ridicoli? - riportano con grande abbondanza di dettagli la notizia della manifestazione di donne, svoltasi oggi a Roma, "Contro la violenza sulle donne". I giornali riportano anche contestazioni varie contro varie parlamentari (sia di destra che di sinistra) che volevano partecipare al corteo, oltre ad espulsioni di maschi presenti nel corteo a vario titolo (giornalisti, fotografi, ...).

Se l'espulsione delle parlamentari e' uno dei tanti sintomi del crescente fastidio della gente (sia femminile che maschile) per la casta politica, allora annoto che sta diventando una cosa veramente seria. Se, invece, e' dovuto ad altro, vorrei capire a cosa sia dovuto. Non perche' mi siano simpatiche la Pollastrini o la Prestigiacomo (mai incontrate) ma perche' trovo la cosa alquanto insensata. Perche' cacciare a spintoni ed urla delle donne, quando il corteo e' contro la violenza sulle donne? E perche' cacciare gli uomini fotografi? In Italia davvero va ancora di moda il vecchio "separatismo" femminista, moda effimera (durava le tre ore del corteo) di quando avevo vent'anni?

Ricordi giovanili a parte, io non ho capito nulla dell'intera questione.

Apparentemente la manifestazione si basa su questo appello.

Apparentemente domani, Novembre 25, e' la Giornata internazionale contro la violenza alle donne.

Apparentemente il corteo era anche contro il "pacchetto emergenza violenza" approvato da questo governo, che secondo le manifestanti non va bene. Non ho capito perche'.

Qualcuno mi spiegal'intera cosa? Gli articoli dei giornali, al solito, erano di un generico spaventoso e si soffermavano quasi essenzialmente sui dettagli di cronaca piu' irrilevanti.

Lo chiedo perche' la manifestazione sembra aver ricevuto una forte adesione (150mila persone) nonostante non vi fossero dietro i soliti "noti" (sindacati, partiti, CEI, Lega Calcio, Associazione Nazionale Alpini ...).

Questo mi fa pensare che in Italia vi sia, da un lato un'emergenza "violenza sulle donne" di cui la stampa non parla, dall'altro una disattenzione "maschile" e "governativa" alla questione. Giusto? Sbagliato? Fatti, misfatti, tacchi dadi e datteri? Qualcuno conosce il problema in maniera meno facilona di quanto la presenti Panorama?

Michele, rispondo per quello che so: le organizzatrici del corteo sono contro il pacchetto emergenza criminalita' perche' dicono la seguente cosa: se chi violenta stupra picchia nella maggior parte dei casi e' il coniuge o il fidanzato o il padre o il fratello, a cosa serve espellere i romeni, questo e' razzismo ecc ecc...

L'espulsione di alcune parlamentari non e' il sentimento anticasta: Carfagna e Prestigiacomo sono state cacciate in quanto "fasciste", Pollastrini e Turco in quanto rappresentanti del governo che ha varato il pacchetto emergenza criminalita'. L'espulsione dei giornalisti uomini si commenta da solo.

 Vale la pena dire che le cretine che hanno messo in atto queste stupide manifestazioni di veterofemminismo che non serve a nessuno erano un piccolo sparuto gruppetto. Se andate a vedere le interviste alla stragrande maggioranza delle partecipanti, troverete molte contrarie. 

Vale anche la pena dire che la manifestazione principalmente voleva sollecitare un cambio culturale nella mentalita' degli uomini, per ridurre le violenze. Che mi risulti, i buoni propositi e gli inviti ad essere piu' buoni non hanno mai fermato la mano di nessun violento.  

 

Mi permetto di dire la mia basandomi, però, solo su qualche sensazione. Quindi: nessuna analisi di dati. Solo un'opinione in libertà.

Credo che ci sia il tentativo, da parte di qualche "movimento", di impossessarsi di una "questione" in modo da guadagnare visibilità sociale e politica. Senza alcuna attenzione alla sostanza della cosa. A prescindere, insomma, dalla realtà o meno dell'emergenza "violenza contro le donne".
La questione è emersa sulla stampa nazionale da qualche mese e adesso diversi soggetti cercano di metterci sopra il proprio cappello.
Tipico modus operandi, tra l'altro, della nostra classe politica: cercare audience senza alcuna attenzioni ai fatti, alla sostanza.

Chiaramente posso sbagliare per cui attendo smentite :-)

 

Strano modo di guadagnare visibilità, con un sito web senza nomi e senza indicazioni su chi sta dietro al movimento e lo finanzia. Mah.

Ribadisco che la mia è un'opinione priva di analisi seria dei fatti e basata sulla lettura di qualche giornale e l'ascolto di un paio di TG.
Detto questo però, permettimi, il fatto che il sito del movimento non contenga nomi (o che non contenga riferimenti a chi lo finanzia) non vuol dire nulla.
In una fase iniziale un movimento che cerca visibilità organizzando manifestazioni varie non ha certo bisogno di pubblicare l'elenco dei nomi su di un sito.

Non volevo refutare quanto avevi detto, ma rimango perplesso: è legittimo non indicare "chi siamo", ma così facendo si riducono le barriere all'entrata di soggetti diversi con finalità simili (ma non identiche). Comunque, mi sono comprato un libro dal titolo "The future of reputation", che parla proprio di anonimato su internet e sue conseguenze. Ti faro' sapere cosa dice. 

Leggevo il sito che segnala Michele. Sembra che 14 milioni di donne italiane abbiano subito violenza di diversa natura. Dovrebbe essere circa la meta` delle donne italiane.

Non conosco i dati e non so se questa cifra sia veritiera. Senza alcuna polemica, ma vi sembra possibile?

Presumo che buona parte delle violenze subite sia psicologica. Ma esiste davvero un'emergenza in questo senso? E chi ne e` davvero vittima? 

Qualcuno puo` portare evidenza in questo senso?

Non ho ancora avuto modo di guardarli, ma credo che i dati di fonte Istat cui si fa riferimento si trovino qui:

http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20070221_00/testointegrale.pdf

 

Trovo sorprendenti i dati nelle tavole 3 e 14: donne (uomini) con un livello di istruzione superiore e migliore condizione professionale hanno una probabilita' piu' alta di essere vittime (autori) di violenze. Credo che ci siano due diversi tipi di fattori dietro questo risultato: i) una maggior propensione a denunciare i fatti (il che implica una piu' chiara percezione del problema della violenza sulle donne) ii) una maggior comportamente opportunistico all'ora di denunciare i fatti. Per esempio, proprio ieri, un amico guardia civil (carabiniere) mi raccontava di avvocati che consigliavano alle donne di denunciare presunte violenze sessuali per ottenere piu' soldi nei casi di divorzio.

 

 

Ma sicuramente sbaglierò :-)

E' che, ti confesso, tendo ad essere molto scettico sul fatto che in Italia vi sia un'emergenza "violenza contro le donne" e le affermazioni contenute nell'appello mi sembrano a dir poco eccessive.

(chiedo venia, volevo rispondere ad Andrea ma ho sbagliato...)

A un certo punto nell'appello si cita l'Istat (ma non credo si riferisca a tutti i dati citati, ma solo a quelli sulla percezione delle violenze). Comunque il manifesto della manifestazione (peraltro molto bello, in stile propaganda comunista russa, con donna e megafono - davvero bello, senza ironia) appare/apparira' su Liberazione Queer (settimanale di Liberazione??). Mah, chissa' ... Non avra' ragione Claudio?

Come vedete dalla nota sotto l'introduzione, ho rettificato i
risultati riportati nella seconda parte dell'articolo. L'errore e'
stato il seguente. La partecipazione allo Uniform Crime Report (UCR) e'
su base volontaria, e circa 330 contee (l'11% del totale) non
partecipano. Ciononostante vengono incluse nello UCR ma con livelli di
crimine nulli anziche' mancanti.

Non essendomi inizialmente
accorto di questo fatto avevo incluso nella stima queste paradisiache
330 contee. Poiche' risultano avere livelli di frammentazione etnica
sostanzialmente inferiori alla media (per ragioni che ignoro, ma sulle
quali si puo' speculare e che comunque segnalano ulteriori problemi di
selezione del campione) l'effetto della frammentazione risultava
sovrastimato.

La rettifica non cambia drasticamente la sostanza
dei risultati: l'aumento nel crimine violento e contro la proprieta'
dovuto alla maggiore frammentazione etnica nell'esperimento numerico
che riguardava la Santa Cruz County e', rispettivamente, del 10% e 6%
anziche' 12% e 9%.

Mi scuso con i lettori per questo
inconveniente, e sono grato ad un collega che mi ha fatto insospettire
nel corso di una conversazione sullo UCR.

Contesto. Il punto è che in queste cose sono fuorvianti sia la drammatizzazione dei media, sia le statistiche sociologiche. Dati: vivo nella Riviera, in una cittadina dove ho sempre lasciato la chiave fuori dalla porta, l'auto aperta etc. Negli ulttimi 3 anni ho subito: a) furto dell'auto; b) furto di due bici; 3) furti in casa, di bancomat, portafogli e contante (3000 euro di danno).
Alcune cose le ho denunciate, le minori no. Infatti le poche cose che ho potuto recuperare (una bici nuova), le ho recuperate da solo...
Questo per dire una cosa: oramai la gente non denuncia più gli scippi e i furtarelli, e nemmeno le piccole violenze. Questo è il punto. I crimini gravi sono in calo, ma la microcriminalità è in crescita, inclusi i traffici di droga, di cui ormai non si occupa più nessuno, a piccolo e medio livello. Pertanto i dati sono taroccati dal fatto che non ci sono più nemmeno le denunce.

 

I dati del Rapporto sulla criminalita' in Italia (che, per essere
precisi, non sono statistiche sociologiche ma dati delle forze di
polizia) sono per definizione incompleti, perche' riflettono solo i
crimini denunciati. Quelli scomposti per nazionalita', poi, ancora di
piu' perche' riflettono il sottoinsieme di crimini denunciati dei quali
sia noto l'autore.

Ma questo non vuol dire che non si possa imparare qualcosa di vero dalla loro lettura.

Il punto e': quanto e' grave questa incompletezza? Quanto sono
taroccati questi dati? Io non lo so, per saperlo dovremmo avere un'idea
di quanti e quali crimini non vengono denuniati. Penso che il tuo caso
sia abbastanza rappresentativo del pattern: il furto della bici e del contante non si denunciano, quello dell'auto o in casa si. Per la stessa logica, molto spesso non si prendono i colpevoli per furto, ma difficilmente per omicidio.

Quindi
alcuni dei dati riportati sono piu' inaffidabili, altri molto meno.
Basta non prendere tutto per oro colato, ne' buttare tutto a mare per
fidarsi solo dei pochi casi che si sono osservati (che sono comunque
utili; e infatti volevo chiederti un altro commento sulla questione: mi
pare di capire che tu abbia abbastanza il polso della situazione nel
nordest; secondo te quanto e' aumentato il crimine negli ultimi tre
anni, quanti crimini non vengono denunciati e quanti restano senza
colpevole?)

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