La crisi ha ridotto i residui fiscali regionali

13 maggio 2015 lodovico pizzati

Nei primi cinque anni di recessione il divario tra tasse e spesa pubblica è diminuito nelle regioni ricche, e tutto sommato la differenza tra spesa pubblica e tasse non è aumentata granché nelle regioni povere. Il declino economico ha diminuito l’ineguaglianza fiscale tra regioni.

Cinque anni fa avevo paragonato la differenza tra entrate fiscali e spesa pubblica attinenti ad ogni regione. Le statistiche regionali si basavano sul database Conti Pubblici Territoriali del Ministero dello Sviluppo Economico e l’ultimo anno disponibile era il 2007, appena prima della grande recessione. Il cosiddetto residuo fiscale regionale, la differenza tra entrate fiscali e spesa pubblica, mostrava una forte diseguaglianza. La differenza tra quanto versava e quanto riceveva la Lombardia raggiungeva i 64 miliardi all’anno, seguita dai 20 miliardi del Veneto, i 17 miliardi dell’Emilia Romagna, gli 8 miliardi del Piemonte e quasi 7 miliardi per la Toscana. Dal lato opposto la Sicilia riceveva 10 miliardi all’anno in più di quanto versava, la Calabria 6 miliardi, la Puglia 5 miliardi, la Campania 4 miliardi, la Sardegna 3 miliardi, e la Basilicata 1 miliardo.

Gli ultimi dati sui conti pubblici disaggregati per regione sono disponibili solo fino al 2012, ma ci permettono di iniziare a stimare l’effetto della crisi. Ricordo che, in termini reali, durante i 5 anni che vanno dall'1/1/2008 all'1/1/2013 il Pil italiano è calato complessivamente di un 7% circa (che diventa quasi un -11% se arriviamo all'1/1/2015 ed un -13%, alla stessa data, se guardiamo al valore per-capita ...). Una recessione solitamente provoca una diminuzione delle entrate fiscali ed un aumento della spesa pubblica. In Italia le entrate fiscali non sono diminuite, perché sebbene il reddito nazionale tassabile sia calato, la pressione fiscale è aumentata. Dal lato della spesa pubblica invece sono aumentati soprattutto i costi di previdenza ed i costi salariali (riconducibili alla crisi), ma è incrementata uniformemente anche la spesa sanitaria. Questo peggioramento dei conti pubblici dovrebbe tradursi in una riduzione del residuo fiscale in ogni regione, e questo è avvenuto, ma con notevoli differenze territoriali.

SPESA PUBBLICA

Per capire il perché delle divergenze regionali bisogna guardare prima l’impatto complessivo per l’Italia [nota: per questo articolo utilizzo solo i dati dei Conti Pubblici Territoriali, anche se ci sono delle note discrepanze con Istat]. Sul lato della spesa pubblica, come illustrato nel grafico qui sotto, il grosso della spesa riguarda Previdenza e Integrazioni Salariali (un 40% del totale), Sanità (un 14% del totale) e Amministrazione Generale (un 12% del totale). Il resto (Istruzione, Viabilità, Sicurezza Pubblica, ecc…) conta solo per percentuali marginali. Ed è proprio sulla categoria principale (Previdenza e Integrazioni Salariali) che la crisi ha avuto il suo effetto, aumentando questa voce del 16% in 5 anni. Anche la spesa per la Sanità è aumentata del 16% nello stesso periodo, ma non so se questo sia dovuto alla crisi o ad inefficienze del sistema sanitario.

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Come illustrato nelle tabelle in fondo all'articolo, questo aumento della spesa pubblica dovuto alla crisi è spalmato abbastanza uniformemente a livello regionale. Se per alcune regioni la spesa è sopra la media, queste sono le regioni relativamente più ricche. Così, se la spesa pubblica per la Lombardia era 116 miliardi nel 2007, nel 2012 raggiunge i 137 miliardi di euro. Se la spesa pubblica per il Veneto era 50 miliardi nel 2007, nel 2012 raggiunge i 56 miliardi di euro. La spiegazione più intuitiva che posso dare è che le regioni più industrializzate hanno subito di più dalla crisi, ed un aumento relativamente maggiore di disoccupazione e cassa integrati ha pesato di più sulle casse pubbliche. Ci possono essere anche altre ragioni di natura contabile. Per esempio, gli oneri non ripartibili rappresentano una fetta non trascurabile della spesa pubblica per regione, e non si capisce perché aumentino enormemente per Campania e Calabria e diminuiscano per la Sicilia (se sono oneri non ripartibili dovrebbero essere spalmati equamente, si presume). Fatto sta che in cinque anni di crisi la spesa pubblica è aumentata di più nelle regioni che avevano un residuo fiscale maggiore.

ENTRATE FISCALI

Più interessante è l’impatto della grande recessione sulle entrate fiscali regione per regione, perché qui le differenze territoriali sono più accentuate. Secondo i Conti Pubblici Territoriali dal 2007 al 2012 le entrate fiscali sono aumentate solo del 2% (da 811 miliardi a 826 miliardi). Trattandosi di dati nominali, le entrate fiscali sono state praticamente ferme, e questo perché da un lato il reddito nazionale tassabile è diminuito, e dall’altro lato le tasse sono aumentate. Per fare un esempio semplice, se nel 2007 tassavi il 20% di IVA su 100 di Pil, e nel 2012 tassavi il 22% di IVA su 93 (per via del 7% di calo del Pil), le entrate fiscali per ambedue gli anni sono pressapoco uguali a 20. Si tassa di più meno reddito, ma per le casse dello stato non è cambiato un granché.

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Prima di analizzare l’impatto della crisi sulle entrate fiscali regione per regione è bene sottolineare la situazione a livello aggregato. Come illustrato nel grafico qui sopra, un terzo delle entrate fiscali proviene da imposte dirette (come l’Irpef), un terzo proviene da imposte indirette (come l’Iva), e un quarto da contributi sociali (versati da aziende e lavoratori). In cinque anni di crisi le imposte dirette e i contributi sociali sono aumentati evidentemente per via dell’incremento della pressione fiscale, mentre le entrate per imposte indirette sono lievemente diminuite probabilmente a seguito della contrazione dei consumi. A livello nazionale non è cambiato molto, ma l’impatto regione per regione è abbastanza differente. La regione con un residuo fiscale più elevato, la Lombardia, nel complesso paga meno tasse nel 2012 che nel 2007 (da 180 miliardi a 173 miliardi), mentre le altre regioni con residuo fiscale positivo hanno mantenuto quasi lo stesso livello di carico fiscale: il Veneto da 70.5 miliardi a 71.8 miliardi, l’Emilia Romagna da 70.5 a 72.6 miliardi, il Piemonte da 63.9 a 65.1 miliardi. La parte interessante è che le entrate fiscali sono considerevolmente aumentate in regioni con un residuo fiscale negativo: Puglia +13%, Calabria +8%, Lazio +5%, e Campania +4%. Il grosso è dovuto ad un aumento delle entrate per imposte dirette, il ché fa pensare forse ad un certo successo nella lotta all’evasione, oppure all’effetto dell'aumento della pressione fiscale in presenza di una riduzione del Pil minore che in altre regioni.

RESIDUI FISCALI

Sommando l’effetto della crisi sia su spesa pubblica che su entrate fiscali vediamo che i residui fiscali regionali si sono notevolmente ridimensionati. Il residuo fiscale lombardo quasi si dimezza da 64 miliardi a 35 miliardi. Quello veneto diminuisce di un quarto, da quasi 20 miliardi a 15 miliardi. Cala di un sesto quello dell’Emilia Romagna, da 17 miliardi a 14 miliardi. Si riduce del 40% quello piemontese, da 8 miliardi a 5 miliardi, e del 20% quello toscano (da 6.8 miliardi a 5.3 miliardi).

All’estremo opposto dello spettro i residui fiscali negativi non sprofondano di altrettanto, perlomeno non in termini assoluti. La Sicilia peggiora da -10 miliardi a -12 miliardi, ma Calabria e Puglia rimangono stabili a -6 e -5 miliardi rispettivamente. Nota stonata per la Campania che da -4 va a -8 miliardi, e la Sardegna passa da -3 a -5 miliardi. Nel complesso però, il miglioramento al Nord (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana) è di gran lunga maggiore del peggioramento in Sicilia, Sardegna e Campania.

Il grafico qui sotto raffigura l’impatto dei primi cinque anni di crisi. Impoverendo un po’ tutti, la grande recessione ha diminuito notevolmente l’ineguaglianza fiscale che affligge lo stato italiano.

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Qui sotto alcune tabelle con dettagli regionali:

SPESA PUBBLICA PER REGIONE (Regioni in ordine per maggior aumento della spesa pubblica dal 2007 al 2012. In rosso gli aumenti al di sopra della media)

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spesa regionale 2.jpgspesa regionale 3.jpg


ENTRATE FISCALI PER REGIONE (Regioni in ordine per maggior diminuzione delle entrate fiscali)

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13 commenti (espandi tutti)

Questo articolo e' veramente utile per capire come in maniera aggiornata come funziona lo Stato italiano. Nell'articolo precedente cui rimandi c'era un mistero, non risolto, la spesa pubblica eccedente le tasse pagate nelle regioni sussidiate spiegava solo il 60% dei soldi "sottratti" alle regioni attive. Questo mistero rimane o hai fatto progressi nell'interpretazione dei dati? Anche se il mistero permane, ritengo affidabile la conclusione che i residui si sono ridotti come documentato, se i dati CPT mantengono la stessa organizzazione, comunque. Tuttavia il valore assoluto dei residui mantiene un'elevata incertezza.
Cosa ne pensi poi nella ricostruzioni dei residui di L.Ricolfi ne "Il sacco del Nord"? La' i conti tornano, il totale dei residui delle regioni attive corrisponde al totale dei residui delle regioni sussidiate. Certo quella e' una ricostruzione dove si aggiunge un po' di interpretazione logica, e si distingue tra spesa discrezionale e spesa "dovuta". 

Ciao Alberto,

probabilmente c'e' qualche nota dentro CPT che spiega tutto, ma ho l'impressione quasi che il netto di tutti i residui corrisponda al bilancio primario. Non esattamente, ma questo lo specificano anche loro che i numeri del CPT non corrispondono a Istat. Comunque rimangono dati da prendere con le pinze, specie sul lato della spesa ripartita per regioni. Pressapoco solo un decimo e' spesa gestita dalle amministrazioni regionali (salvo quelle a statuto speciale). Il resto e' un lavoraccio ripartirla adeguatamente. E non ho proprio capito perche' gli "oneri non ripartibili" vengono assegnati in quella maniera. Puzza un po'.

Il suo articolo è molto interessante e da non sottovalutare.
L'unica frase che mi lascia un po' perplesso è questa: " Nel complesso però, il miglioramento al Nord [...]".
Come può essere definito un miglioramento? Una diminuzione di ricchezza e produzione dovuta a fallimenti, delocalizzazioni e disoccupazione, sostituita da spesa pubblica che vada a coprire questo ammanco è esattamente il contrario, un peggioramento netto. Estendendo in linea teorica questo processo per più di 30 anni, senza tener conto della situazione insostenibile che si genererebbe e altri meccanismi che si innescherebbero, le regioni come Veneto e Lombardia diventerebbero esattamente come quelle del sud, assistenziate all'inverosimile e con disavanzo pari a zero o addirittura negativo. Ma di questo non ci sarebbe proprio da esserne contenti.
Siamo d'accordo che le cifre di disavanzo equivalgono a ricchezza che sparisce letteralmente dal territorio in cui viene prodotta e che non è corretto, ma questo è anche un sintomo che il territorio è in buona salute.

si, è vero. E' un po' come dire che fortunato il tizio che è stato investito dall'ambulanza. Il vero miglioramento dovrebbe essere Veneto e Lombardia che pagano meno tasse e Puglia e Calabria che ricevono meno spesa pubblica. Invece la diseguaglianza si sta appiattendo con Veneto e Lombardia che ricevono più spesa pubblica e Puglia e Calabria che pagano molte più tasse.

Ne approfitto per aggiungere un grafico dei residui fiscali pro capite che mi ero dimenticato di mettere nell'articolo. Questo grafico è più indicativo dato che la popolazione della Lombardia è il doppio di altre regioni:

residuo fiscale pro capite.jpg

Leggendo di residui fiscali mi torna in mente questo pezzo pubblicato su LaVoce.info esattamente un mese fa. Gli autori cercano di "normalizzare" i residui fiscali per tenere conto degli effetti del sistema di welfare, che di per sé redistribuisce a sud considerata la maggiore povertà di quella regione.

Questo è il risultato:

Non sono in grado di giudicare la fondatezza empirica di queste analisi, naturalmente, però l'argomento teorico di per sé non mi sembra campato per aria. Voi che ne dite?

5'230?

Francesco Forti 15/5/2015 - 08:12

mi sembra molto strano che la "spesa al netto delle prestazioni sociali (4)" sia fissa in tutte le regioni, quasi fosse il frutto di un copia&incolla. Essendo il risultato di un'operazione (per arrivare al netto si parte da un lordo togliendo qualche cosa) la cifra dovrebbe variare, invece ...

Andando a leggere le note dell'articolo originale a quella tabella, il mistero non si charisce (almeno ai miei occhi). La nota 4 si riferisce alla colonna che contiene il dato costante.

Note: 1 Il valore pro capite Italia corrisponde al dato stimato da Staderini e Vadalà (2009) per le entrate effettive; 2 A partire dai dati di spesa pro capite stimati da Staderini e Vadalà (2009), si sono calcolati i valori totali. Il totale Italia è stato ripartito tra Mezzogiorno e Centro-Nord in coerenza con l’obiettivo programmatico (rispettivamente 45 e 55%) e la spesa così ottenuta è stata ripartita tra le regioni applicando la distribuzione regionale della spesa effettiva; 3 questo capitolo di spesa è ripreso da Staderini e Vadalà (2009) senza correzioni; 4 il dato pro capite Italia è imputato ad ogni regione e macroripartizione; 5 i residui fiscali effettivi sono quelli stimati da Staderini e Vadalà (2009, pag. 602, tav. 2); 6 scostamento % del residuo effettivo dal residuo teorico: sono penalizzate le regioni che contribuiscono alla redistribuzione più di quanto dovrebbero (eccesso di residuo > 0); 7 scostamento % del residuo effettivo dal residuo teorico: sono penalizzate le regioni che ricevono meno di quanto dovrebbero (difetto di residuo > 0).

mi sembra molto strano che la "spesa al netto delle prestazioni sociali (4)" sia fissa in tutte le regioni, quasi fosse il frutto di un copia&incolla.

La spesa che indichi e' teorica, non reale. Fanno un modello teorico ideale di come dovrebbe essere la spesa pubblica italiana. La parte teorica di spesa per welfare varia con le caratteristiche delle regioni (non mi e' chiaro come) mentre la parte non-welfare e' fissa e uguale per tutti pro-capite.

OK

Francesco Forti 18/5/2015 - 15:20

È un'ipotesi di lavoro quindi, per far tornare certi conti. Mi pare un'ipotesi che non sta in piedi, però. La spesa "non sociale" è fissa ovunque? Mah.

A me sembra logico. Per i servizi pubblici (scuola, sanita') la spesa pro-capite puo' benissimo essere la stessa per tutte le regioni. La spesa per sussidi di disoccupazione, invece, dipende dal livello locale di disoccupazione.

Scuola e sanità uguali in tutte le regioni? La spesa per sicurezza? La manutenzione delle strade? Sappiamo che non è così.

concordo che non e' cosi'. e puo' non essere cosi' per motivi validi, esempio diversa natalita'. ma l'assunzione e' la piu' neutrale pensabile, se si vuole valutare la congruita' dei residui fiscali reali.

William of Ockham 

Chissa' con robotica,  droni, e circa 20 milioni Di pensionati (+ 0.3% annualizzato). Uno scenario... dantesco (noblesse oblige).

Sarebbe interessante conoscere i residui fiscali a livello di singole province.
Dietro un valore medio lombardo infatti si nascondono differenze provinciali che potrebbero essere anche superiori ai differenziali regionali. Per esempio in lombardia non venitemi a raccontare che Milano sia come Lodi O Pavia.

Come varia la spesa pubblica ed il gettito nelle singole province?

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