De gustibus disputandum est? The series! (I)

23 agosto 2010 aldo rustichini e michele boldrin

Il dibattito di Firenze e lo scambio fra Alberto Bisin ed Andrea Ichino che lo ha seguito han riproposto, anche qui da noi, un tema mondiale (almeno in un certo giro): come si cambiano le preferenze della "gente"? È "bene" farlo? Ci siamo interrogati sulla questione, riuscendo a capire (dopo tediosa controversia che vi occultiamo) d'essere in accordo. Da buoni "minesottiani" (once a Minnesotan always a Minnesotan) siamo partiti dai fondamentali. Chi i fondamentali li conosce (non chi "pensa di conoscerli") può saltarsi questa e la seconda puntata della series ed andare al grano, che sta nella terza. Però secondo noi anche le due prime puntate non demeritano ... Qui ci soffermiamo sulla definizione dell'oggetto della discussione.

Cosa sono le preferenze?

Michele: Cominciamo col definire l'oggetto del contendere, così ci chiariamo. Che si sappia il “preferenziatore” non è ancora stato individuato e i molti tentativi di dare una definizione non ambigua e completa di ciò che abbiamo in mente quando diciamo “preferenze” lasciano molto a desiderare. Insomma, si cerca ancora di costruire una teoria delle preferenze avendo come osservabili quasi solo le azioni che, per nostra ipotesi, le preferenze determinano, ossia le “scelte” umane. Ti sembra ragionevole come punto di partenza?

Aldo: Tecnicamente, le preferenze sono soltanto costruzioni teoriche fatte da chi analizza il comportamento dell'agente economico. L'unica evidenza che un soggetto ci può dare (se si usa un approccio basato strettamente su preferenze rivelate) è quella delle scelte che fa fra le opzioni a sua disposizione. Ciò che determina le scelte non sono solo le "preferenze" in senso stretto, ma anche un sistema di opinioni sugli esiti delle scelte, sulle possibilità a disposizione, che in gergo chiamiamo "beliefs", e che modelliamo come probabilità soggettive.

Ogni apprendimento che porti a un cambiamento dei beliefs è un cambiamento delle preferenze, almeno di quelle rivelate. Da questo punto di vista è ovvio a chiunque che la domanda generica “sono modificabili le preferenze?”, ha una risposta affermativa. Qualsiasi processo di apprendimento, volontario o involontario, che alteri o la nostra percezione degli stati esterni del mondo o modifichi gli stati interni del corpo umano (esempio: la noia che questo dialogo può causare al lettore) cambierà alcune scelte dell’individuo, quindi le preferenze.

Michele: Si questo è piuttosto evidente, anche se per molti non è ovvia la distinzione fra gusti e beliefs nella costruzione astratta che chiamiamo preferenze. Meglio prenderne nota: chiunque sia un credente nella "tabula rasa" sosterrà sino alla morte che è impossibile separare il grano dal loglio. Andiamo avanti, comunque: io penso piuttosto ad una gerarchia di sistemi di preferenze. Esistono le preferenze per la nutella, che sono modificabili se si scopre che fa ingrassare, e preferenze per sensazioni che si provano dalle papille gustative, che sono più fondamentali e più difficilmente modificabili. Queste ultime sono "gusti", probabilmente, le altre sono "preferenze", ossia misture di gusti e beliefs.

Aldo: Di teorie delle gerarchie ce ne sono, ma spero che non te ne piaccia nessuna. Ma torniamo alla dsitinzione fra gusti e beliefs: c'è chi ha lavorato per enfatizzare che (Machina, Schmeidler) i gusti (per esempio l'attitudine al rischio) sono diversi dai beliefs. A me però i beliefs piacciono come esempio, perché il paradosso di cui vogliamo parlare c'è già tutto, anzi è particolarmente evidente. Mi spiego.

Cominciamo con una osservazione su sui tutti saranno d'accordo. In un problema di decisione individuale essere più informati è meglio, quindi un belief più preciso è meglio di uno più vago, e uno più giusto è meglio di uno sbagliato. Giusto? Bene, ma allora se i beliefs fanno parte delle preferenze pare che ci sia un ordine fra preferenze su cui si dovrebbe essere d'accordo, un modo per dire che un certo cambiamento di preferenze (nel nostro esempio da belief meno informati a belief più informati) è un miglioramento indiscusso, un chiaro welfare improving. Siamo più specifici.

Prendiamo una donna che deve decidere se lavorare o meno. Una parte importante della decisione è data dall’effetto che lei si aspetta che questa decisione avrà sulla vita dei figli. Se questa donna ha una idea più precisa degli effetti veri del fatto che la madre lavori sulla loro educazione o sul loro benessere futuro, allora può fare una scelta migliore. Sembra un criterio inequivocabile di ordine fra preferenze: quelle più informate sono migliori di quelle meno informate. Nella discussione in neuroeconomia questo punto è tornato come una discussione su cosa fare per chi fa errori (attraversare la strada in UK guardando a sinistra è un errore). Ma il nodo del problema è già in questi esempi più semplici. Stesso argomento per, diciamo, gli effetti del fumo.

Michele: Non era quella la gerarchizzazione che avevo in mente, però il tuo argomento è utile lo stesso perché sgombra il campo da questioni che confondono molti. Ma mi chiedo, perché non restringere il dominio delle preferenze (dei gusti, nel mio linguaggio) ad esiti (outcomes) elementari, meglio ad un insieme relativamente ristretto di caratteristiche elementari degli esiti, caratteristiche nel senso di Lancaster per capirsi. A questo livello sia la psicologia, che la neurologia, che la evolutionary psychology potrebbero darci una mano. Sul fatto che tutti preferiscano la mano sana alla mano bruciata, o la pancia piena a quella vuota, non vi sono dubbi. Qui i beliefs su come funziona il mondo, o ben non c’entrano o ben son stati “automatizzati” dalla nostra fisiologia che ha dei “beliefs” del tipo: pancia vuota no bene. Chiamiamole le preferenze di Catalano (as in "Quelli della notte") se vuoi: queste sono le preferenze profonde, le uniche che non dipendono da un sistema di beliefs. Tutto il resto, incluso se le donne "preferiscono" o meno lavorare, dipende da sistemi di beliefs, alcuni dei quali cambiano molto frequentemente.

Aldo: Questo era il senso della provocazione. La questione fondamentale è: c'è un modo di dire che una certa direzione di cambiare le preferenze è un miglioramento? La tentazione nel caso dei beliefs (per questo mi piacciono) è di dire: "Diavolo, certo che sì!" Perché? "Mah, perché un belief giusto è meglio di uno sbagliato, e se una povera donna ha idee sbagliate sul funzionamento dell'educazione dei figli non si fa altro che bene a dirle come stanno le cose veramente, così si leva dalla testa paure infondate. Anzi, donna, già che ci sono ti vorrei proporre questo libro sulla dieta, che spiega (come forse non sai) che certi cibi grassi non ti fanno affatto bene. Poi quando l'hai finito ne ho uno sull'ambiente, che se andassi in bici al lavoro sarebbe meglio per te, e per tutti. E magari per darti una spintarella sulla retta via ti do una tassa qui e un sussidio là.''

Questo test di slippery slope va sempre fatto perché ci impone di dire quanto in là vogliamo portare un argomento. Dove tiriamo la linea? Dove diciamo: fin qui e non oltre? La mia risposta arriva nel paragrafo successivo, ma intanto chiariamo un punto: la tiriamo fra le preferenze stabili e quelle transitorie? Cioé, ammettiamo per un momento che ci sia un modo di definire la gerarchia, quella fra preferenze più profonde, stabili, e preferenze che lo sono meno. Diciamo che accettiamo gli educatori per le prime ma non per le seconde? Spero di no.

La mia risposta è che la linea non si tira. Quando si arriva a una slippery slope in genere si dovrebbe ammetter di aver scelto un modo sbagliato di vedere le cose, perché o si ammette torto o si fanno distinzioni pateticamente arbitrarie. Nel caso delle preferenze, se si ammette che possano cambiare, l'unica cosa che possiamo dire è che la persona stessa decide se e come cambiarle. Quindi, anche per la parte più transitoria delle preferenze, i beliefs, per i quali potrebbe sembrare che ci fosse un criterio oggettivo atto a giudicare quali siano i beliefs giusti, la tentazione di fare gli educatori, o di assegnare quel ruolo a qualcuno, per esempio lo stato, o l'esperto di settore, va resistita. La vera soluzione è di lasciare che le idee vengano conosciute, e le informazioni rese pubbliche. Poi la grande maggioranza degli individui le decisioni che sono giuste per ciascuno le sa prendere. Bisogna però che abbiano l'incentivo a farlo: cioé bisogna che sappiano che alla fine le scelte le fanno loro, non lo stato benevolente. Se si sa che tanto ci pensa lo stato, anche la curiosità si atrofizza, o non si sviluppa affatto, e questo è il vero nemico della democrazia.

Michele: Fammi ridire la stessa cosa, credo, con parole mie. Così si chiarisce meglio se siamo d'accordo o meno. Ho già detto che credo sia utile modellare le preferenze, ossia le scelte osservate, come il prodotto di due insiemi di capacità umane: i "gusti" (di cui non disputandum est) ed i "beliefs" (di cui disputiamo ad ogni pié sospinto). La cosa che io trovo divertente è che nella conversazione quotidiana le persone sane di mente - e che condividono sistemi generali di beliefs - tendono a sapere esattamente dove cominciano gli uni e terminano gli altri e lì si fermano dicendo "gusti tuoi". Le preferenze risultano dall'interazione fra questi due insiemi di "funzioni" che, a mio avviso, siedono in "luoghi" separati del cervello umano. Virgoletto tutto perché non voglio essere preso troppo alla lettera, ma questo mi sembra un programma di ricerca sia consistente con quanto conosciamo oggi, sia concretamente praticabile. Il problema è di capire cosa va nei "gusti" (non modificabili se non nella misura in cui l'altezza d'una persona lo è) e cosa va nei "beliefs" (modificabilissimi). L'economia e la ricerca economica, anche interpretate in senso lato, a mio avviso si fermano qui.

Sono disposto a scommettere che, se tale programma di ricerca venisse portato avanti, arriveremo alla conclusione che, raggiunta la maggiore età, i "gusti" d'un individuo sono scarsamente alterabili e definiscono ciò che definiamo la sua "personalità" e che essi sono geneticamente determinati per un 60-80%. Ma scopriremo anche, io credo, che i "gusti" così definiti hanno pochissimo a che vedere con la nostra opinione sul ruolo delle donne nel mercato del lavoro o sul fatto che il Barolo XYZ sia o non sia preferibile all'Amarone ZYX. Le nostre preferenze, su scelte di questo tipo, sono determinate essenzialmente dai nostri beliefs, non dai nostri gusti. Ed i beliefs sono modificabili e vanno modificati. Qui usciamo dall'ambito della ricerca economica, però, ed entriamo in quello della teoria morale e politica. La ricerca scientifica è un'attività diretta a cambiare i beliefs, giusto? Quella, son certo, non la vuoi impedire quindi la linea anche tu la vuoi tirare un po' dopo l'inizio dello slippery slope. Lo stesso vale per la diffusione d'informazioni, vere o false che si rivelino ex post .... Ma persino la pubblicità più scema, se non esplicitamente ed obiettivamente falsa, io non mi sento di resisterla. Il problema, di nuovo, non è di teoria economica e nemmeno di neuroscience. Il problema, come si diceva una volta, è politico ed è meglio riconoscerlo ed affrontarlo come tale.

Come la mettiamo? Proviamo questa strada: alcuni soggetti (tipo, lo stato) non dovrebbero aver il diritto di operare per cambiare i beliefs dei cittadini, tutti gli altri sì. Anche questo non funziona, quando lo prendi letteralmente: forse che non vorremmo che il servizio sanitario nazionale ci informasse di un'epidemia in arrivo o in corso? O di altre situazioni di pericolo? Allora proviamo di nuovo: alcuni insiemi di beliefs non andrebbero influenzati. Possibile, ma quali? Più che uno slippery slope da evitare, io qui vedo un grande campo da esplorare e sul quale non saprei davvero, in questo momento, dove mettere i paletti.

Intuitivamente io sono con te nel senso che non voglio un sistema politico-sociale in cui qualche "grande fratello" mi "ordini" in cosa devo credere. O mi forzi, in modo subdolo, a credere in qualche belief nel quale altrimenti non crederei. Ma è un problema di filosofia politica, l'economia c'entra nulla: chi cerca di spacciare questa discussione come una discussione "economica", bara. Andiamo avanti, comunque.

Quando si puo dire che una preferenza è cambiata?

Aldo: Il criterio, strettamente basato su preferenze rivelate, è semplice: quando, se tutto il resto è invariato, le scelte cambiano allora le preferenze devono esser cambiate. La clausola "tutto il resto invariato’" è una restrizione forte, difficile da verificare empiricamente, ma concettualmente chiarissima: prezzi, reddito, possibili esternalità, età (un po’ più difficile...)  tutto deve essere invariato.

Ora, se si applica questo criterio allora a me pare che chiaramente le preferenze cambiano, e molto e anche spesso. Anche i piu ortodossi (incluso Becker) si sono allontanati dalla posizione originaria, come espressa per esempio nel paper  "De gustibus non est disputandum". Ricordiamoci che la posizione espressa in quel paper era quella che le preferenze sono stabili. Cioé: dal punto di vista analitico e delle applicazioni di policy l’idea cardine dell' economia che le scelte vengono fatte sulla base di preferenze è utile se e solo se queste preferenze sono stabili; Stabili nel tempo, stabili rispetto alle esperienze fatte, stabili rispetto all’ambiente. Se non lo sono, la porta è aperta a tutte le spiegazioni ad hoc.

Dico questo perché modelli di habit formation, modelli di addiction, sono tutti modelli che possono avere una bella analisi nell’ambito delle teorie classiche, ma sono senza alcun dubbio modelli di cambiamenti delle preferenze. Tecnicamente ci si può rifugiare nella finzione che c’è una preferenza che comprende tutto, e dire che le preferenze non sono cambiate. A me pare un trucco. Per verificare, facciamo il test: dopo aver imparato ad apprezzare la musica classica, la persona cambia scelta, anche se tutto il resto è invariato.

 

22 commenti (espandi tutti)

alcuni soggetti (tipo, lo stato) non dovrebbero aver il diritto di operare per cambiare i beliefs dei cittadini, tutti gli altri sì.

Su questo non sono d'accordo. Perchè lo stato no e tutti gli altri sì? Gli altri sono sempre necessariamente più onesti e disinteressati? Nel caso della sanità è bene che lo stato cerchi di far cambiare idea ai cittadini circa i danni provati del fumo o di altri stili di vita dannosi. Altrimenti la conseguenza è che io, non fumatore, debbo sopportare i costi di chi si ammala di cancro al polmone dopo aver fumato una vita intera. Viceversa una multinazionale delle sigarette non dovrebbe avere il diritto di provare a far credere che il fumo non è dannoso perché è chiaro che c'è un conflitto di interesse sotto.

Era un esempio fatto appunto per dimostrare che non funziona.

Comunque un motivo per tenere a freno lo stato più della multinazionale c'è: questa al massimo può metter cartelloni, quello può fare campagne a tappeto nelle scuole, mettere tasse o perfino sbattere in galera i fumatori (e lo fa, a seconda di quello che fumano).

Non voglio necessariamente dire che lo stato vada limitato più di altri soggetti, solo portare un argomento a favore.

Concordo su tutto, ma pongo una questione.

Supponiamo che ricerca scientifica affidabile determini che lo zucchero nel caffè fa tremendamente male.

E' ragionevole non opporsi all'auspicio che un qualche ente pubblico cerchi di cambiare i belief degli individui rispetto all'opportunità di mettere zucchero nel caffè, cioè renda questa scelta più informata.

Tuttavia, per cambiare le scelte degli individui, si potrebbe procedere anche cercando di cambiare il "gusto" per lo zucchero nel caffè (penso che il "gusto" per lo zucchero nel caffè possa far parte di quella porzione di gusti alterabili. Io sono passato a bere caffè amaro senza aver cambiato i miei belief). O meglio, agendo sul gusto in modo diretto (il gusto potrebbe cambiare anche in seguito ad una diversa scelta causata da un diverso belief).

Credo che questa operazione sia talvolta teoricamente possibile senza imposizioni di sorta. Per esempio con la pubblicità più scema: "il caffè amaro é buono, provalo". Questa potrebbe indurre a provare il caffè amaro e potenzialmente alla scoperta che il caffè amaro é effettivamente più buono (scusate per l'esempio, che oltre a essere banale forse non è nemmeno esattamente corretto, ma spero si capisca la possibilità teorica a cui mi riferisco).

Questa pubblicità non é in alcun modo informativa rispetto all'effetto sulla salute dello zucchero nel caffè. E' una tale operazione, che non pone alcun vincolo all'individuo, moralmente condannabile? Forse no. Se non lo é, allora la categorizzazione gusti vs. belief, pure utile per comprendere scelte (o preferenze, in un'impostazione di preferenze rivelate) é meno utile per decidere dove sia opportuno tirare una linea. A me sembra una questione spinosa.

Procedo alla lettura della seconda parte :-)

penso che il "gusto" per lo zucchero nel caffè possa far parte di quella porzione di gusti alterabili. Io sono passato a bere caffè amaro senza aver cambiato i miei belief

secondo me invece sì: prima credevi che il caffé senza zucchero non fosse buono, poi lo hai provato e hai scoperto che è buono. Se capisco bene il pensiero degli autori, hai cambiato belief (credenza) a proposito di caffé, hai cambiato un "gusto alterabile", ma non hai modificato la tua preferenza (il piacere "profondo" che trai dal bere caffé o da altri mezzi che coinvolgono olfatto e gusto, nel senso delle papille)

Si', io la vedo così.

Hai semplicemente scoperto che una cosa che ti dà piacere ha un costo molto superiore a quello che credevi, infatti genera molto dispiacere. Quindi modifichi il comportamento. Ma il caffé con lo zucchero, sotto sotto, continua a piacerti ...

Ma io non ho cambiato alcun belief rispetto al caffè! Lo bevo amaro perché ne preferisco il gusto, senza virgolette, non perché pensi alle conseguenze del berlo zuccherato o amaro.

Ho peraltro riportato la mia esperienza personale solo per argomentare che il mio esempio del caffè come "gusto" alterabile fosse appropriato. Ora ci riprovo in astratto (ma sentitevi liberi di lasciarmi perdere):

Partiamo dal presupposto che le scelte, o preferenze rivelate, dipendano da 1) un sistema di belief e 2) i "gusti" individuali, che forse io intendo come leggermente meno profondi di Michele. Se lo Stato, o simili, sa che B é meglio di A, ha due modi "non limitanti la libertà individuale" per indurre Tizio a lasciare A e prendere B:

1) cercare di far conoscere a Tizio le informazioni che gli facciano cambiare belief;
 
2) cercare di cambiare il "gusto" di Tizio, nella misura in cui questo sia alterabile e nella misura, ripeto, in cui questa operazione sia fattibile senza imporre vincoli di sorta alla libertà individuale (qui comprendendo anche un sussidi per B).

Il punto 1 é quel che é discusso nel post. Io dico/chiedo: a) il modo 2 é legittimo? se sì, e molti come Thaler e amici la pensano così, allora potrebbe essere che b) la distinzione tra gusti e belief non sia la più corretta per analizzare il problema, cioé per decidere dove tirare la linea di cui si parla nel post.

Ma io non ho cambiato alcun belief rispetto al caffè!

Insisto, anche se la questione rischia di diventare un esercizio di divisione del capello in quattro parti...

Secondo me, a differenza di quanto sostenuto da Michele, hai cambiato credenza e in conseguenza gusto. Il meccanismo è il seguente: saputo che il caffé con lo zucchero fa male, hai provato il caffé senza zucchero e ti sei ricreduto sulla sua bontà. Ma il caffé ti piace sempre...

Un esempio analogo potrebbe essere quello delle sigarette. Chi smette di fumare definitivamente, avendo preso piena coscienza dei rischi sanitari che corre, in genere non smette di trarre piacere di tipo "orale" da altre forme (succhiare caramelle, masticare gomme ecc.). Quindi forse si potrebbe dire, diversamente da quanto ho detto nel commento precedente, che il gusto di base non cambia ma la preferenza si sposta dalle sigarette a qualcos'altro.

Qui si diventa noiosi ma...

saputo che il caffé con lo zucchero fa male

Non é il mio caso. Io ho cominciato a prenderlo amaro quando ho traslocato negli Stati Uniti (per la precisione, scordavo regolarmente di comprare lo zucchero...). Ora il caffé dolce mi crea quasi fastidio. Non riesco a vedere il belief (a meno di non includere tra i belief anche quelli sui propri gusti, ma mi pare si rischi il corto circuito)... Ripeto, ho parlato di me stesso solo per dire "il gusto per il caffé può cambiare" e dare validità al mio esempio, ma é la storia di Tizio che conta.

 

non credo si rischi il corto circuito. Scusa l'esempio un po' naif: ma quante volte i bambini dicono: "Non mi piace!" senza averlo neanche assaggiato. Poi arriva l'esperienza, anche fortuita, e ci si ricrede, e i gusti, magari non quelli "fondamentali" o "profondi", cambiano. Magari il problema è proprio definire che cosa sono i gusti "fondamentali" o "profondi".

Altro esempio: le conversioni religiose. Che cosa cambia? Solo un "belief" (in questo caso credenza è veramente appropriato...)? Niente sembrerebbe più radicale di una conversione religiosa, eppure forse, sotto sotto, c'è semplicemente un modo diverso di accostarsi al sacro, al trascendente, quindi ciò che cambia è una credenza, ma il "gusto" di fondo è lo stesso. Pronto a essere smentito

sulle questioni religiose agganciarsi alle preferenze mi sembra che sia un po' esagerato :) Ci sono un tantino di implicazioni emotive ed irrazionali di cui tenere conto che dubito siano facilmente modellabili come "preferenze".

di primo acchito sembrerebbe così, ma l'approccio economico allo studio delle credenze e dei comportamenti religiosi è ben sviluppato: guarda qui

Non mi pare, sinceramente, che sia esagerato affrontare le questioni religiose in termini di preferenze.

Prendiamo per buona l'idea che le preferenze individuali dipendano da due componenti, una più o meno scritta nei geni (i "gusti") e una basata sulle informazioni che l'individuo ha sul mondo (beliefs).

Mi pare che le religioni siano proprio un insieme articolato di nozioni rispetto al mondo in cui viviamo, alla sua natura, alle conseguenze dei comportamenti, a cosa vada bene e a cosa vada male...insomma, sono proprio dei sistemi per agire sulle preferenze individuali, sui "beliefs", no?

E in questo mi pare che funzionino anche parecchio bene, se in alcuni casi sono in grado di generare comportamenti che vanno palesemente contro le componenti "hardware" delle preferenze, come nel caso dei suicidi collettivi di aderenti ad alcune sette o cose simili (supponendo che nei nostri geni sia scritto che è male suicidarsi dato che si perde la possibilità di procreare).

Hai ragione, Gabriele. Nel senso che il mio commento di ieri era incompleto. Ci ha fregato il server del sito che è stato giù durante la notte: un commento più dettagliato, che avevo scritto per correggermi dopo aver letto più attentamente il tuo, discuteva il fenomeno di habit forming che descrivi e che io avevo mancato leggendo di fretta. Il mio commento sopra, quindi, è demenziale. Lasciamolo come prova del fatto che non bisogna mai rispondere di fretta senza leggere attentamente.

Quindi rinvio di nuovo la risposta un po' pensata sul fatto che anche gusti "forse quasi profondi" possano essere oggetto di habit formation e/o apprendimento. Devo scappare. Later.

Re(5): questione

luigi 24/8/2010 - 15:13

anch'io non credo si rischi il corto-circuito (logico), almeno se ci si ferma a beliefs del primo ordine. La questione è (come sempre) l'interpretazione delle preferenze. Se dici che il consumo di A è preferito a B, e lo dici prima di consumare, evidentemente questa non puo' che essere  una credenza (degenere) che tu hai sull'effetto che A e B avranno su di te, rispettivamente. Potrebbe benissimo essere che non sai con certezza se A ti darà piu' piacere di B. Ad esempio potresti essere completamente incerto (1/2 che preferisci A, 1/2 che preferisci B).  Dopo aver consumato, puoi aggiornare la tua credenza, che potrebbe rimanere incerta, o diventare degenere. Forse si potrebbe generalizzare dicendo che le preferenze che contano per le scelte future sono sempre credenze (ex-ante). Il rischio evidentemente è però che la teoria diventi vuota di ogni capacità predittiva.

Cominciamo con una osservazione su sui tutti saranno d'accordo. In un problema di decisione individuale essere più informati è meglio, quindi un belief più preciso è meglio di uno più vago, e uno più giusto è meglio di uno sbagliato.

Aldo, non credo che ci sia accordo su questo.  Tu conosci certamente la letteratura su information aversion: esistono casi empirici ben documentati in cui le persone preferiscono restare incerte piuttosto che conoscere con (quasi) certezza.

Un esempio ricorrente in questa letteratura (lo scrivo per i lettori che non sanno di cosa stia parlando) e' quello di pazienti che preferiscono non conoscere l'esito di un test di predisposizione genetica a qualche malattia. Il motivo e' che non vogliono vivere nell'ansia, tecnicamente hanno "anticipatory feelings".

verissimo, casi simili sono quelli in cui, dopo aver fatto un acquisto, si va alla ricerca di informazioni che confermino la bontà dello stesso, evitando sistematicamente quelle che potrebbero metterla in dubbio. Però non mi sembra un comportamento generalizzato

ci sono anche esempi in V. L. Smith in cui la disponibilità di maggiori informazioni diminuisce l'utilità degli agenti in determinate aste.

Non conosco gli esempi di V. Smith, ma le aste sono una situazione di interazione strategica, non un problema individuale against nature. In contesti di interazione strategica è ben noto che ci sono casi in cui agenti perfettamente razionali possono preferire avere meno informazione.

potresti mettere qualche link che è un argomento che mi interessa molto? V. Smith doveva essere V. L. Smith, l'esempio è nel capitolo sull'informazione assimetrica del libro Rationality In Economics, cmq la mia risposta più che sulla preferenza verso la quantità di informazione (che secondo me nei singoli agenti può benissimo esserci nel caso dell'asta) ma sull'inconsistenza tra avere maggiori informazioni e compiere la scelta che soddisfa meglio la propria preferenza.

ma sull'inconsistenza tra avere maggiori informazioni e compiere la scelta che soddisfa meglio la propria preferenza.

Non so, ma forse avere maggiori informazioni su una cosa sulla quale siamo impotenti ci induce dolore, e allora le evitiamo. E' il caso del gene che potrebbe portare una malattia, ma potrebbe per esempio essere il conoscere la reale situazione politica di un paese nel quale la propria voce non ha alcun valore o potrebbe essere repressa, rifugiandosi perciò in altro, ad esempio le telenovelas. Ma anche sapere che la macchina che abbiamo comprato ha difetti si porta a non volerli conoscere: ormai la spesa è stata fatta, e qualunque informazione (negativa) ci darebbe solo dolore.

 

Ci sono due questioni, che vanno tenute separate.

1) Secondo quali criteri lo stato deve/può operare per cambiare le preferenze. Ribadisco il mio punto di vista: è una questione di filosfia politica ed attiene al giudizio che diamo sulle libertà individuali e sul ruolo degli agenti collettivi. L'economia non c'entra nulla. Come ho detto nella discussione con Aldo, io credo sia perfettamente legittimo informare che il fumo fa male ed allo stesso tempo credo sia illeggittimo impedire che la libera impresa crei bar per fumatori.

2) Se si possono educare/modificare i gusti, ossia quelle sensazioni elementari che pochissimo o nulla hanno a che fare con i nostri beliefs e che ci fanno dire istintivamente "mi piace o non mi piace". La risposta qui è chiaramente sì, come il suo esempio del caffé dimostra (ognuno di noi ha senz'altro molti esempi: cibo giapponese, per esempio, o molte attività sportive, eccetera). Questi esempi provano che anche i gusti sono adaptive e che permettono ampio margine di habit formation. Quanto sia quel margine e quanto sia educabile/manipolabile da azioni esterne ed intenzionali è la questione scientifica: quanto si può influenzare l'altezza di una persona o la muscolatura con una dieta ed un trattamento adeguato? Non vi è dubbio che esistano e giochino un ruolo cruciale sia l'allenamento del gusto che la scoperta delle dimensioni lungo le quali un gusto si soddisfa.

A mio parere in questi tre articoli avete messo troppa carne al fuoco. Provo comunque a seguire il vostro filo. Come voi, a puntate. Cercando di non andare troppo fuori tema.

Primo le definizioni. A me sembra che quello che Aldo ha in mente, senza affermarlo esplicitamente, sia il modello di subjective probability, nella tradizione di de Finetti, Ramsey e Savage. Giusto per chiarire la terminologia, in questo caso il punto di partenza sono le preferenze nei confronti di azioni che hanno conseguenze incerte, che rappresentano le scelte  effettivamente  osservate (potremmo dire che sono preferenze rivelate). Quello che Savage mostra è che se le preferenze rispettano una serie di assiomi, allora possono essere interpretate come il risultato di una massimizzazione di una utilità attesa, dove i beliefs rispetto alle possibili risoluzioni dell’incertezza, e l'utilità rispetto alle conseguenze finali, sono entrambe identificate univocamente.

Se questa mia interpretazione delle vostre idee è corretta, allora voi prendete seriamente questo modello che sta dietro le preferenze e affermate che i beliefs sono qualcosa di effettivamente malleabile, poiché molto fluida è l’acquisizione di informazioni, mentre le preferenze sulle conseguenze finali (del tipo: preferisco di solito non bagnarmi quando piove piuttosto che bagnarmi) sarebbero stabili, perché il processo di habit formation è comunque più lento.

Quindi,  continua il vostro ragionamento, poiché maggiore informazione non può nuocere, preferenze ottenute da una finer information partition (maggiore informazione) sono da considerarsi migliori dal punto di vista della promozione del benessere individuale  a preferenze (i.e. scelte) ottenute da una coarser information partition. Per questa ragione politiche non coercitive volte a fornire informazioni, e dunque a cambiare i beliefs e di conseguenza le scelte, sono da considerarsi possibili ed anche ragionevoli. Come osservato da voi, quali politiche siano da perseguire in pratica, è questione di natura politica e che fa sorgere numerosi interrogativi non facilmente risolvibili, del tipo: fino a dove spingersi?.

Dopo questo riassunto a mio uso e consumo vorrei fare due comenti. Primo, concordo con un commento precedente di Marco Mariotti che l’essere umano è animale complesso e che il modello di cui sopra non può che essere una picture molto astratta di quello che accade veramente nel cervello umano. Mi pare che la neuroscienza sia concorde con questa mia affermazione, ma non ne so quasi niente in materia.

Secondo, a mio avviso, il problema principale di policy sorgerà con l’introduzione di tecnologie in grado di cambiare proprio i gusti, non solo i belief.  Si consideri una situazione ipotetica in cui il cibo preferito dagli umani sia venuto a mancare e  sia rimasta disponibile solamente una sostanza molto nutritiva ma disgustosa al palato. Non sarebbe una buona idea promuovere una piccola operazione alle papille gustative che renda il cibo particolarmente saporito? Io credo di si. Tuttavia, ancora una volta siamo su uno slippery slope. Infatti, l’esempio si può estendere fino allo scenario fantascientifico  in cui si potrebbe volere collegare in modo permanente il cervello ad una macchina che dia solo piacere e magari faccia vivere a tempo indeterminato. Ma sto andando troppo oltre. Comunque il punto è che ci sarà la necessità di regolamentare questi aspetti sia per i belief che per i gusti, sooner or later.

 

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