Democrazie e rivoluzioni nel mondo Arabo: si tratta davvero di un nuovo 1848?

28 maggio 2011 matteo cervellati e uwe sunde

Accogliamo con piacere l'invito a partecipare al dibattito sul significato del nuovo risveglio del mondo Arabo e riproponiamo su nFA la versione riveduta e corretta di un articolo postato qualche settimana fa su Vox.

Poche settimane dopo la caduta di Ben Ali in Tunisia, i mass media occidentali hanno cominciato a celebrare l'irreversibile diffondersi di valori democratici nel mondo Arabo. Laurence Pope sulle colonne del New York Times ha ribattezzato il fenomeno "second arab awakening", con riferimento al prendere piede di valori tradizionalmente occidentali in Medio Oriente nella prima metà del secolo scorso.

 

Il primo risveglio, in realtà, di irreversibile ebbe ben poco e già dopo la seconda guerra mondiale cedette il passo ad una pericolosa miscela di ideologie marxiste e nazionaliste. Perché questo secondo risveglio dovrebbe essere diverso?

 

È stato argomentato (qui e qui) che la fase storica che sta vivendo in queste settimane il mondo Arabo sia paragonabile al 1848 europeo. Non si tratta di mero nazionalismo, non si scende in piazza solo per ricacciare a casa i resti di un impero coloniale (la Gran Bretagna) o per nazionalizzare il canale di Suez, ma si rivendicano esplicitamente diritti civili e politici e si lotta in favore della giustizia sociale ed economica. Nel recente risveglio gli ideali democratici sarebbero davvero diffusi, dovrebbero dare consistenza ai movimenti e favorire un reale radicamento della democrazia nell'unica regione del mondo in cui non aveva ancora attecchito.

 

La "fine della Storia" si avvicinerebbe dunque, per dirla con Francis Fukuyama, e la democrazia liberale sarebbe davvero prossima a diventare l'unico game in town. Lo stesso Fukuyama però, in una recente intervista, si mostra piuttosto pessimista per quanto concerne il futuro dei movimenti democratici nel mondo Arabo. E l'analisi dei dati disponibili sugli episodi di democratizzazione degli ultimi decenni porta anche noi ad essere altrettanto scettici sulle reali possibilità di un effettivo radicamento democratico nella regione soprattutto per quei paesi attualmente impegnati in (o sull'orlo di) violenti conflitti interni.

 

Anche se accomunati da analoghe dinamiche e determinati del malcontento che ha portato alle proteste di piazza, alcuni paesi sono destinati a vivere transizioni di regime meno lineari e più violente rispetto ad altri. L'idea che la democratizzazione sia un prerequisito necessario per un miglioramento delle condizioni della popolazione è molto diffusa ed è stata spesso associata all'idea che quello che importa è, in ultima istanza, l'emergere della democrazia. In quest'ottica l'esistenza di percorsi molteplici di transizione associati a volte a violenti conflitti è spesso interpretato come inevitabile ma sostanzialmente ininfluente. L'analisi delle democratizzazioni (da lui) definite della "terza ondata", ha portato Samuel Huntington a concludere che l'emergere di democrazie senza un reale rispetto dei diritti civili appaia più probabile in seguito a transizioni violente.

 

Dal punto di vista teorico non c'è un reale motivo per ritenere che i modi del cambiamento di regime siano irrilevanti ma, al contrario, possono essere cruciali nel determinare la qualità delle emergenti istituzioni democratiche. Un Ex-Kathedra di qualche tempo sottolineava come transizioni pacifiche sono probabilmente legate a cambiamenti di regime caratterizzate da un maggiore consenso tra i diversi gruppi sociali (e possono portare in alcuni casi anche ad un miglioramento paretiano). Transizioni risultanti da guerre civili possono invece portare a nuovi equilibri (contratti sociali) in cui più ampie fasce della popolazione sono discriminate e possono adottare posizioni di opposizione e resistenza che finiscono col comprometere il corretto funzionamento delle neonate istituzioni democratiche. Un certo consenso all’interno della popolazione appare necessario per l'emergere di democrazie ben funzionanti. Transizioni violente che portano a democrazie di bassa qualità, appaiono più probabili in presenza di un elevata diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza ed in presenza di risorse facilmente controllabili dalle nuove classi dirigenti.

 

Il Peace Research Institute di Oslo e la Freedom House forniscono dati utili a misurare il livello di violenza associato alle transizioni democratiche nel periodo 1970-2003. I dati possono essere utilizzati per studiare empiricamente le determinanti e le conseguenze dello scenario di democratizzazione. Per quanto concerne le cause all’origine dei differenti tipi di transizione democratica, l'evidenza empirica suggerisce che livelli più elevati di disuguaglianza economica (pre-transizione) e una maggiore importanza delle risorse naturali, sono associati a una più alta probabilità di violenza nel corso del cambio di regime.

 

L'impatto della violenza nel processo di transizione sulla qualità delle democrazie emergenti in termini di protezione delle libertà civili può essere identificato sfruttando l'informazione sul cambiamento di regime in ogni paese nel tempo. L'esistenza di un ruolo negativo, e persistente, della violenza durante la transizione è identificato utilizzando una metodologia difference-in-difference. La figura 1 illustra i risultati di quest'analisi mostrando l'evoluzione del valore medio dell'indice di tutela delle libertà civili nel corso del decennio precedente e di quello successivo a un episodio di democratizzazione. Valori più bassi dell'indice stanno a indicare una maggiore tutela delle libertà civili. La figura distingue fra i paesi che hanno avuto una transizione pacifica e quelli che invece sono arrivati alla democrazia dopo un conflitto violento. Il gruppo di controllo è dato da tutti i paesi che non hanno sperimentato una transitione democratica. Un episodio di democratizzazione non violenta è seguito (in media) da un miglioramento di circa un punto e mezzo del valore dell'indice sulla tutela delle libertà civili. I cambiamenti di regime violenti portano a miglioramenti significativamente meno marcati. L'effetto della violenza appare persistente ed è significativo anche dopo un decennio.

 

Figura 1. Effetti della violenza durante la transizione democratica sulla tutela dei diritti civili. Fonte: Cervellati, Fortunato e Sunde (2011)

 

 

Letta in prospettiva degli scontri di queste settimane in molti paesi in Nord Africa e Medio Oriente, questa evidenza empirica getta più di un’ombra sulle speranze di un reale radicamento di istituzioni e valori democratici nella regione e sulla possibilità che attivi interventi pro-democrazia operati dall'Occidente portino a risultati non previsti.

Il ruolo dell'Occidente in Medio Oriente è stato ottimisticamente comparato a quello svolto nel 1989 nell’accompagnare la caduta dei regimi comunisti in Europa dell’Est. Non si tratta però della stessa situazione. Per dirla con Gideon Rachman: OK, è di nuovo il 1989, ma stavolta siamo i Russi! La maggioranza dei regimi attualmente pericolanti sono (o erano) tuttavia molto vicini agli Stati Uniti. Come la riluttante Unione Sovietica del 1989, anche gli Stati Uniti si preparano a perdere influenza nella regione. Difficile credere che questo stillicidio di leader filo-occidentali nella regione, da Hosni Mubarak in Egitto fino allo yemenita Ali Abdullah Saleh, fosse nei sogni di GW Bush come la caduta del muro di Berlino lo era in quelli di Ronald Reagan.

16 commenti (espandi tutti)

<Difficile credere che questo stillicidio di leader filo-occidentali nella regione, da Hosni Mubarak in Egitto fino allo yemenita Ali Abdullah Saleh, fosse nei sogni di GW Bush come la caduta del muro di Berlino lo era in quelli di Ronald Reagan>

Perche' una chiusura cosi' sibillina?

perché Bush? Siamo da un po' nell'era Obama...

ricordo che il 1848 fu un fallimento dal punto di vista della democratizzazione/libertà civili. L'unico risultato positivo fu la trasformazione del Piemonte in monarchia costituzionale. La Francia, monarchia costituzionale sotto Luigi Filippo, si trasformò in repubblica presidenziale e poi in impero sotto Napoleone III. Nel resto d'Europa (in particolare in Germania) le rivoluzioni non ebbero effetti permanenti sul piano costituzionale.

Grazie per l'articolo! Molto interessante e notevole la citazione: "OK, è di nuovo il 1989, ma stavolta siamo i Russi!"

Una domanda:

I cambiamenti di regime violenti portano a miglioramenti significativamente meno marcati. L'effetto della violenza appare persistente ed è significativo anche dopo un decennio.

ok, ma...è sempre meglio di niente o no? Poi non è che ai 48ini europei sia andata diversamente, quindi non sono sicuro di aver capito la tesi dell'articolo.

ok, ma...è sempre meglio di niente o no? 

proprio per questo sarei curioso di vedere nel grafico anche cosa è successo al gruppo di controllo, dato che mi sembra che il trend discendente abbia avuto inizio prima della transizione democratica in entrambi gli altri gruppi...se ho capito bene come funziona il metodo Diff-in-Diff, se ci fosse un trend discendente anche nel gruppo di controllo gli effetti delle transizioni, sia violente che non, sarebbero ridimensionati, no?

Tra l'altro l'assunzione di common trend tra paesi che hanno avuto transizioni così diverse non è un pò una forzatura? 

sono domande sensate o sono io che non ho capito come funziona questa tecnica econometrica?

 

Io sono molto pessimista. Questo film l'ho già visto nel 1978 e non mi è piaciuto. La sinistra europea, che acclse con entusiasmo la rivoluzione si è poi dovuta ricredere. Ed ho serissimi dubbi sullo svilupparsi dei diritti civili in Medio Oriente.

C'è qualcuno in grado di analizzare la situazione dal punto di vista economico? Io vedo solo qualche problema riguardo al turismo.


Io sono molto pessimista. Questo film l'ho già visto nel 1978 e non mi è piaciuto. La sinistra europea, che acclse con entusiasmo la rivoluzione si è poi dovuta ricredere. Ed ho serissimi dubbi sullo svilupparsi dei diritti civili in Medio Oriente.

 

Concordo, purtroppo. Anche per me è un film già visto varie volte: quando un gruppo che si percepisce come “maggioranza” conquista il potere in modo repentino e violento poi spesso “si fa prendere un po’ la mano” e negli anni successivi inizia non solo a vendicarsi della “minoranza” che prima dominava la vita politica (es. il clan di Gheddafi in Libia, gli Alawiti in Siria, i maroniti in Libano, i coloni europei in Africa, ecc.), ma anche più in generale tutti gli altri gruppi percepiti come corpi “estranei” al mainstream (su basi etniche, religiose, claniche, di stile di vita, di orientamento sessuale, ecc.) che paradossalmente erano più tollerate prima.

Un esempio è anche l’Africa subsahariana dopo l’indipendenza, in cui in molti paesi si svilupparono delle persecuzioni pesantissime contro i cittadini di origine indiana (a proposito: l’indofobia africana è stupefacentemente simile, nelle sue motivazioni e nel modo di manifestarsi, ad un certo antisemitismo europeo di altri secoli).

Boh, non so. Non ho la sfera di cristallo e non posso prevedere il futuro. Non rimpiango certo i dittatori arabi, ma confesso che così questa gente qui e qui almeno a giudicare dagli slogan che si sceglie non è che mi ispiri troppa fiducia...

Comunque spero di sbagliarmi.

 

Non so se l'aspetto religioso sia un aspetto rilevante e se sì fino a che punto. Mi sembra che l'estremismo religioso, almeno finora, non abbia fatto capolio delle rivolte. Circa il parallelismo con il 1848, in Italia i moti ebbero necessariamente carattere laico per via del potere temporale. La religione islamica quale ruolo ha avuto, se lo ha avuto nelle attuali rivolte dalla Tunisia alla Siria ed allo Yemen?

 

Per quanto riguarda il fare capolino, ci siamo già. Se poi prenderanno il sopravvento, lo sapremo fra qualche mese. Come ho scritto, io sono pessimista.

Domande sensatissime. Grazie mille, Tommaso e Corrado.

Provo a chiarire alcuni punti:

  • Il fatto che per entrambi i gruppi le libertà civili migliorino sensibilmente intorno all'anno del cambiamento di regime è dovuto alla classificazione utilizzata per individuare l'anno della democratizzazione (che richiede un miglioramento sensibile nella difesa delle libertà politiche e la presenza di elezioni libere). Proprio per questo, la domanda cui la nostra analisi cerca di rispondere è relativa all'impatto differanziale dei diversi tipi di transizione più che a quello di democratizzazione in se (se vi interessa il topic, vi consiglio di dare un'occhiata qui);
  • I valori dell'indice sulle libertà civili  riportati in figura rappresentano le differenze rispetto al valore medio pre- e post- transizione. La procedura si chiama “time-deameaning” ed aiuta a focalizzare l’attenzione sulla variazione fra paesi che sperimentano diversi tipi di transizione senza lasciarsi confondere dal trend storico più generale;
  • Il modello empirico include tra l'altro effetti fissi che controllano esplicitamente per i fattori non osservabili a livello di singolo paese (costanti nel tempo) e di trend temporali (comuni tra paesi).

non dipende in parte da chi esercita la violenza?

Un conto è una guerra civile, in cui la violenza è l'espressione di interessi contrapposti, un'altro è la repressione esercitata da un regime senza basi sociali -- o senza più basi sociali.

La violenza in Libia fino all'intervento cosiddetto umanitario, era del secondo tipo, e tale mi pare anche in Siria, per quanto, forse, il regime di Bashar non fosse privo di radici sociali -- le quali però, col perdurare la repressione, mi pare di capire che si stanno sciogliendo. Adesso invece è guerra civile e perciò, a mio parere, molto più difficile da ricomporre.

In Egitto la repressione era esercitata da un regime odiato e perciò la ricomposizione probabilmente è più facile una volta rimosso il regime, sempre che esso non si ricomponga intorno alla giunta militare.

Un'altra cosa molto importante è l'immediato dopo-cessate-il-fuoco. Le forze sociali che hanno subito il cambiamento -- i contadini egiziani, per esempio, o i copti -- vi aderiranno quanto prima, se esso prospetterà loro un futuro migliore. Non è quello che è successo in Italia nel secondo dopoguerra, in certa misura?

 

Secondo me non è da sottovalutare l'intervento esterno quando si prende in considerazione il tipo di violenza. L'intervento esterno in Libia significa che gli oppositori non avevano creato quella massa critica per rivoltare il potere. In Egitto ad un certo punto l'esercito a preso posizioni neutrali, per cui il popolo si è sentito più libero. In Siria non so, ma è una via di mezzo. L'esercito sta con il potere, ma non ci saranno interventi esterni.

Senza poi considerare gli interventi provocatori che in questi casi massimizzano la creazione di tensione e l'inasprimento degli scontri.

condivido, l'intervento esterno e' una variabile importante.

ed infatti in un post di qualche tempo fa (qui) suggerisco che interventi esterni di natura militare, politica od economica volti ad "accompagnare" una transizione democratica possano essere controproducenti e debbano essere subordinati ad un'attenta valutazione delle caratteristiche socio-economiche del paese in questione.

Io continuo ad essere molto pessimista sulle credenziali democratiche della "primavera araba"; vuoi vedere che ci toccherà rimpiangere Mubarak?

Chiedo perdono per l'annoiarvi con le mie geremiadi, ma continuo ad essere pessimista.

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