Dieci poeti in lotta con la vita - 5

19 aprile 2016 Giovanni F. Accolla

5. Vincenzo Cardarelli

Muore Brancati (1954) e, in una tristissima giornata con molto caldo che consentiva tuttavia a Cardarelli di seguitare a portare il suo cappotto più pesante, gli amici di Brancati si dettero convegno alla stazione Tiburtina. La salma veniva da Torino, dove Brancati era morto, e proseguiva per la Sicilia, in un carro merci, per esservi seppellita. C’era gran malinconia, Cardarelli taciturno (Brancati era una delle persone – pochissime per la verità – che Cardarelli amava) mentre gli altri (Flaiano, De Feo, Patti, Talarico, ecc.) dicevano i motivi del loro grande dolore per la scomparsa dello scrittore siciliano. Cardarelli persisteva nel suo cupo silenzio per poi uscirne soltanto con una frase: “Non poteva essere morto Moravia?”

Beh, in questo aneddoto, riportato da Leone Piccioni in un delizioso saggio di una decina di anni fa, c’è un’istantanea cruda e veritiera di Vincenzo Cardarelli, uomo, poeta e polemista unico nel suo genere, “minore” forse per scelta o forse soltanto per carattere, ma per certi versi (ho scritto ‘versi’ in senso bivalente…) memorabile. Cardarelli era uno scrittore di parte, pieno di fisime intellettuali e con un autentico feticismo per i classici che probabilmente denunciavano la sua formazione da autodidatta (di gran talento, sia chiaro: vorrei vedere oggi chi potrebbe mai giungere sulle sue sole gambe a tale educazione), ma capace di scrivere delle poesie molto belle con uno stile cristallino, a tratti epigrammatico e delle prose poetiche straordinariamente riuscite. Oserei dire, inoltre, che la sua letteratura in forma epistolare esprime una delle prose qualitativamente migliori del secolo trascorso.

Il Cardarelli degli ultimi anni di vita, incappottato anche d’estate, seduto al bar di via Veneto a Roma perennemente in bilico tra l’accidia di chi ha già detto tutto e il livore nei confronti di un mondo che non gli apparteneva più, il Cardarelli personaggio che anch’egli aveva contribuito a creare attraverso le sue invettive e con il suo sistema di vita randagio e sostanzialmente dipendente dalla generosità di alcuni amici che, ovviamente, maltrattava; hanno obliato nella memoria dei posteri, il polemista vigoroso, il padre di importanti battaglie culturali, l’animatore di riviste, in primis “La Ronda”, che hanno fatto la storia della nostra letteratura.

Ma sul piano letterario, sul terreno dell’opera, Cardarelli, sempre fedele a quel suo componimento che sembra un epitaffio e un breve manifesto cultural-esistenziale (come molti suoi versi, del resto) che recita:

La speranza è nell’opera.

Io sono un cinico a cui rimane

per la sua fede questo al di là.

Io sono un cinico che ha fede in quel che fa.

A ben vedere, la sua battaglia l’ha vinta eccome. Perché la sua poesia (sempre molto citata) è rimasta viva nella mente di molti lettori, ed è ancora autenticamente fresca e genuina, anche se probabilmente non del tutto compresa nelle sue più intime ragioni, a causa di quella solo apparente tersa semplicità, che fu per Cardarelli motivo di vita e di battaglie culturali nelle quali, come ho già detto, spesso bollato come anacronistico e semplice, sembrò perdere.

Eppure la poesia dell’etrusco Cardarelli - figlio di un poverissimo commerciante rimasto vedovo - che dalla sua odiata e negli anni languidamente amata Tarquinia fuggì a soli sedici anni, ha dei meriti culturalmente più che rilevanti.

Inseguendo un ideale di classicismo che trovò in Leopardi il culmine di “modernità e tradizione”, educando il suo sguardo sul reale e modulando la sua ispirazione anche su Baudelaire e Rimbaud (a quei tempi importati in Italia da Soffici di cui Cardarelli era amico), inventa - meglio di ogni altro -  un singolare tipo di mescolanza, una particolarissima sintesi tra la prosa e la composizione poetica, nella quale l’ispirazione trova forma ed espressione in un linguaggio tutto di memoria, senza effetti espressionistici, lineare, piano, collocato fuori dal tempo e dalle mode. Cardarelli - dopo anni di ricerca poetica e linguistica spasmodica compiuta dai poeti futuristi e mentre i suoi contemporanei si misurano con esperienze più o meno espressionistiche e nuove forme di comunicazione, che tentano di esprimere l’inesprimibile -  torna, insomma, alla vecchia miniera della lingua dei classici (che sembrava per sempre esaurita) trovando un intatto filone aureo.

L’errore di interpretazione, oggi come allora, è credere che Cardarelli puntò ad un classicismo di maniera, utilizzando una lingua di “seconda mano”, già logora e capace, nel migliore dei casi, di evocare antichi ma oramai opachi splendori. Mentre è nei contenuti, nell’oggetto stesso della riflessione e del poetare, nell’ispirazione, vorrei dire (il tema della natura, le stagioni, l’amore virginale), che Cardarelli è dentro, immerso, nella classicità, divenuta in pieno Novecento - questa l’invenzione moderna -   un “non tempo”.

Si legga “L’Adolescente”, già presente nella sua prima raccolta “Prologhi” del 1916: è un tema, quello della bellezza, della gioventù e della purezza e della carne, che affonda le sue radici poetiche nella notte dei tempi, ma che (soprattutto negli ultimi quattro versi finali) si scioglie, anzi si coagula in una sentenza consegnata al “per sempre” come un’epigrafe contemporanea.

Nulla è più misterioso

e adorabile e proprio

della tua carne spogliata.

Ma ti recludi nell'attenta veste

e abiti lontano

con la tua grazia

dove non sai chi ti raggiungerà.

Certo non io. Se ti vedo passare

a tanta regale distanza,

con la chioma sciolta

e tutta la persona astata,

la vertigine mi si porta via.

Sei l'imporosa e liscia creatura

cui preme nel suo respiro

l'oscuro gaudio della carne che appena

sopporta la sua pienezza.

Nel sangue, che ha diffusioni

di fiamma sulla tua faccia,

il cosmo fa le sue risa

come nell'occhio nero della rondine.

La tua pupilla è bruciata

dal sole che dentro vi sta.

La tua bocca è serrata.

Non sanno le mani tue bianche

il sudore umiliante dei contatti.

E penso come il tuo corpo

difficoltoso e vago

fa disperare l'amore

nel cuor dell'uomo!

Pure qualcuno ti disfiorerà,

bocca di sorgiva.

Qualcuno che non lo saprà,

un pescatore di spugne,

avrà questa perla rara.

Gli sarà grazia e fortuna

il non averti cercata

e non sapere chi sei

e non poterti godere

con la sottile coscienza

che offende il geloso Iddio.

Oh sì, l'animale sarà

abbastanza ignaro

per non morire prima di toccarti.

E tutto è così.

Tu anche non sai chi sei.

E prendere ti lascerai,

ma per vedere come il gioco è fatto,

per ridere un poco insieme.

Come fiamma si perde nella luce,

al tocco della realtà

i misteri che tu prometti

si disciolgono in nulla.

Inconsumata passerà

tanta gioia!

Tu ti darai, tu ti perderai,

per il capriccio che non indovina

mai, col primo che ti piacerà.

Ama il tempo lo scherzo

che lo seconda,

non il cauto volere che indugia.

Così la fanciullezza

fa ruzzolare il mondo

e il saggio non è che un fanciullo

che si duole di essere cresciuto.

Cardarelli è un uomo solo. Diffidente e appassionato, escluso e al centro di una stagione culturale irripetibile, ma solo, tanto isolato che gli intellettuali più giovani gli avevano appioppato il soprannome di “il più grande poeta italiano morente”. Un tipo d’uomo e di intellettuale già raro e ormai estinto: di quelli che trascorsero l’esistenza in stanze ammobiliate e ai tavolini dei caffè. Infilati a forza nella vita come osservatori. Il suo classicismo a me pare, senza per questo ricorrere alla psicologia che è roba da buoni portinai e da cattivi lettori, la sua risorsa contro la provvisorietà, la sua scommessa di tenuta rispetto alla caducità e precarietà del tutto. Ecco la poesia “Alla Morte”, celeberrima per quell’attacco senza fronzoli, schietto come uno schiaffo in volto:

Morire sì,

non essere aggrediti dalla morte.

Morire persuasi

che un siffatto viaggio sia il migliore.

E in quell'ultimo istante essere allegri

come quando si contano i minuti

dell'orologio della stazione

e ognuno vale un secolo.

Poi che la morte è la sposa fedele

che subentra all'amante traditrice,

non vogliamo riceverla da intrusa,

né fuggire con lei.

Troppo volte partimmo

senza commiato!

Sul punto di varcare

in un attimo il tempo,

quando pur la memoria

di noi s'involerà,

lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,

concedici ancora un indugio.

L'immane passo non sia

precipitoso.

Al pensier della morte repentina

il sangue mi si gela.

Morte non mi ghermire ma da lontano annunciati

e da amica mi prendi

come l'estrema delle mie abitudini.

Il limite della poesia di Cardarelli, non è nel linguaggio apparentemente semplice (mai trito e, per altro, mai neanche gergale), ma nella riuscita un po’ oratoria dell’uso di tale semplicità. E’ un problema di tono, insomma, più che di lessico. Così, anche alcuni versi molto ben riusciti e folgoranti, sgusciano dal loro contesto poetico e si isolano in epigrammi, sentenze, motti. Frammenti facilmente isolabili, autonomi e a rischio di rimanere tessere riutilizzabili nel più svariato consumo. 

Ecco qualche esempio che mi pare lampante. Da “Attesa”:

Amore, Amore, come sempre,

vorrei coprirti di fiori e d'insulti

 Da “Alla deriva”:

La vita io l’ho castigata vivendola.

E ancora, da “Stanchezza”:

Le mie giornate sono

frantumi di vari universi

che non riescono a combaciare. La mia fatica è mortale.

Oppure, in “Memento”: 

L'idea che ci facciamo d'ogni cosa

è cagione che tutto ci deluda.

Ma Cardarelli, che per tutta la vita chiese prestiti di denaro a chiunque gli si avvicinasse, letterariamente non ha contratto debiti. Fatto strano per uno che per sua stessa ammissione e ragion di vita si rifece a modelli antichi e a un ben chiaro Pantheon di autori di riferimento. Ecco, in questo credo che riponga parte della sua grandezza e della sua originalità: fu classico e non neo-classico. Fu poeta insolito e originale autore della sua vita. Bellissima la sua poesia “Gabbiani”, una delle poche costruite interamente intorno ad immagini, espediente di cui fu sempre parco, una sorta di autoritratto interiore:

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,

ove trovino pace.

Io son come loro,

in perpetuo volo.

La vita la sfioro

com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.

E come forse anch'essi amo la quiete,

la gran quiete marina,

ma il mio destino è vivere

balenando in burrasca.

1 commento (espandi tutti)

complimenti per la scelta dei testi. Apprezzo molto lo stile di questo scritto, spero che ce ne siano ancora molti e che magari si esponga anche uno scritto su una poetessa.

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