Dieci poeti in lotta con la vita - 6

9 maggio 2016 Giovanni F. Accolla

6. Carlo Betocchi

Se c’è una cosa di cui sono stato sempre intimamente e concettualmente certo, è che la realtà, intesa come dato davvero oggettivo, non fosse riproducibile attraverso, non solo gli strumenti dell’arte, ma della stessa nostra mente. Il realismo è un’illusione o il principio, un po’ ideologico e un po’ velleitario, che ha attraversato i tempi e le mode, confuso l’uomo con Dio, la storia con l’utopia.

La realtà - io credo - ci taglia fuori, ci sovrasta e ci esclude, in particolar modo nella sua interezza e nella sua semplice complessità. A noi uomini rimangono scampoli di realtà, porzioni che sono la misura (secondo natura, più o meno estendibile) della nostra stessa misura. Un territorio dove scontare la nostra miseria e la nostra ipotetica grandezza.

Reale, nel campo della riproducibilità di un dato è (forse) l’elenco del telefono, nulla più. Al meno così credo. Neanche una fotografia è vera, perché paga il prezzo della riproduzione dell’oggetto (o del soggetto) e soprattutto, della parcellizzazione della realtà, quanto del singolo che la riproduce, la racconta e la vede invariabilmente in forza al suo punto di vista. Tutto è, quindi, simbolo e allegoria. Noi stessi, contenuti e costretti nella nostra intima singolarità, possiamo solo approssimarci a comprendere la realtà e così a riprodurla (e riproporla) in misure rigide e con strumenti sempre abbastanza empirici. Così ho creduto e credo, e invece…

E invece c’è stato un poeta, uno dei più grandi poeti del Novecento, Carlo Betocchi, che la realtà l’ha cantata nella sua forma più pura, l’ha affrontata e l’ha magnificamente riprodotta. Di più, la ha incarnata.

Betocchi è il poeta dello scacco alle mie certezze, del mio personale modo di vedere e giudicare il mondo e l’esistenza. Betocchi è il poeta dell’oggettività. Perché non è realista, attenzione: è “oltre reale”, perché realista lo si è nelle intenzioni, mentre lui lo è nella concretezza dell’opera. Betocchi è colui che meglio di chiunque altro (assieme a lui qualche pittore del Trecento) nella poesia italiana ha riprodotto la verità non come simbolo, ma come oggettività. Il simbolo, infatti, in Betocchi diviene esperienza diretta, respiro, gioia, fatica, carne. Vita. E mi fa paura. Mi commuove e mi spaventa. A me, per dirla tutta, Carlo Betocchi pare una specie particolare di santo.

Betocchi, infatti, arriva ad un grado così alto di misticismo da rendere la religiosità un fatto tanto naturale da divenire vera, solennemente vera e oggettiva. La sua poesia è permeata e nasce da una specie di “realismo estatico” che gli permette di essere la realtà, non vestirne i panni in una adesione mimetica, ma farne parte integrante, al pari di ogni molecola. Betocchi e la sua poesia sono la realtà in forma pienamente ontologica; e seguono una via (una delle vie), a mio avviso, che conduce, come ho detto, alla santità.

 “La poesia - disse in un’intervista -  nasce dal rinnegamento di sé stesso (…) il dono di sé stesso per me è fondamentale; l’umiltà della creatura è connessa con la stessa gioia della creatura; è vero che nella vita siamo in un certo stato di sofferenza, ma siamo stati creati, siamo oggetto d’amore. Si parla troppo poco della creazione e del Creatore, a parer mio. Tutti si affrettano verso Cristo, ed è essenziale (…) Ma la gloria della creatura sta ancor prima che nell’essere stata creata, nell’essere figli di un tal Padre: una gloria di trepidissima umiltà nella quale la creatura deve sentirsi qualcosa di straordinario: umiltà grandissima e assieme netta coscienza della dignità sua.”

Nell’arco del tempo della sua produzione poetica, che va da “Realtà vince sogno” (1932) a “Poesia del sabato (1980), Betocchi nasce oggettivo e diviene soggettivo in una accezione tutta propria: una soggettività che rinunciando a tutto e anche ai propri limiti fisici, si confonde e si compenetra nel tutto, ed è oggettiva fino alle estreme conseguenze. Esattamente come nel famoso detto di Einstein che Betocchi stesso pose a distico di una sua poesia: “Mi sento così solidale con ogni corpo vivente che non mi importa dove comincia e dove finisce l’individuo.”

Non stupisca, inoltre, che Betocchi sia un grandissimo plasmatore di versi perché nella metrica e nella rima (che chiamò “avamposto della poesia”, quasi lo spazio, insomma, perimetrico dato in precedenza alla pagina bianca) egli vedeva un mezzo per connaturare alla poesia il dono di una sublime oggettività. Betocchi è per certi versi l’Eliot italiano: è colui che guardò a Dante meglio e più di chiunque nel suo tempo. Ma Betocchi in gioventù ha anche metabolizzato Rimbaud ed ha un’anima di carne come Péguy, e credo sia il primo tra i poeti del Novecento che scoprì quanto di moderno ci fosse in Pascoli.

Da “A mani giunte”, in “Breviario della necessità” (titolo davvero eloquente, dove il termine necessità a me sembra esprimere l’urgenza che trascende il destino e mette in gioco il carattere, la volontà, insomma, ma non di potenza, quanto di ulteriore abbattimento dell’ego), riporto gli ultimi eloquenti versi:

(…)

L’anima è forse un concetto? Poiché se troppo

credi ed apprezzi di averla, e la godi per te,

tu la svuoti; ma se per pietà d’altrui,

o delle cose, mentre pensi di non averla

in te la rivendica la tua pietà d’esser

pari al bisogno, tu darai forma a quella

che, faticosamente, sarà l’anima di tutti:

uomini e sassi, ed animali e piante.

No, non temere mai nulla da Dio. E intanto

respira nel coro di quantunque respira

la certezza che non c’è differenza tra vita

e non vita, poiché nel cosmo non c’è altro

che vita, ed ogni apparenza di morte non è,

nell’esistere, che un confidare la carità

del vissuto a ciò che sempre vivrà.

(…)

Non se sia teologicamente accettabile, ma a me pare che, religiosamente  e poeticamente, Betocchi nel corso degli anni sia passato da Cristo a Dio, dall’uomo immolato, al Creatore. Personalmente trovo che in tale percorso non ci sia uno iato concettuale, quando l’estremizzazione quasi necessaria, di una poetica che si fa con il tempo più riflessiva e più urgente. Forse meno teologica e più filosofica (o forse si tratta di un passaggio dalla fede alla mistica), ma senza dubbio sempre inserita nelle stesso solco tracciato dagli esordi.

Da “Un passo, un altro passo”, una delle prove letterarie più importanti e originali degli anni Sessanta:

Sono giunto fin qui, non c’è più strada.

Possibile? Pareva così certo il cammino.

O non era che un sogno quell'andare? 

Preferisco pensare che son misero, ormai,

e che ho tutto perduto. Accoccolato

resto nel mio deserto. Qualche cosa

vale anche questo, meglio che il sogno.

Parlo con l'ombra mia che oscura, fitta,

mi lapida col suo silenzio.

Non ho più che lo stento d’una vita

che sta passando, e perduto il suo fiore

mette spine e non foglie, e a malapena

respira. Eppure, senza acredine.

C’è quell’amore nascosto, in me,

quanto più miserevole pudico,

quel sentore di terra, che resiste,

come nei campi spogli: una ricchezza

creata, non mia, inestinguibile.

Nemmeno coltivabile, forse, ma vera

esistenza; così come pare sperduta,

nel cosmo la sua gravità, le sue leggi,

il suo magnetismo morente, che lo spirito

non dimentica, anzi numera.

Non guardatemi che son vecchio,

ma nel mio mutismo pietroso ascoltate

come gorgheggia, com’è fiero l’amore.

(…)

Nell’ubbidienza a sentirsi parte inesistente (che da principio scarta l’essere) di una realtà che non teme, ed anzi si gloria, dell’identità col nulla, Betocchi, inoltre, non è poeta solo per credenti (mi viene in mente “Il nulla è l’ombra di Dio” di Gomez Davila); anche perché, se la redenzione è nella creazione, tutti e tutto sono egualmente interessati e parimenti coinvolti. Ed ecco, ancora dalla stessa raccolta un altro brano di una poesia “A cuci e scuci”, poesia straordinaria, densa e mirabilmente tenuta da una sapienza metrica senza pari, vi prego (fatemelo, se potete, come regalo personale) di leggere a voce alta il terzo blocco di versi. Portatevelo a mente se non come una preghiera, almeno come un talismano  :

(…)

Tetti non ombre, tegoli, non ombre

Nel cielo, è poco che vedo, quando

Sto a lavorare. Solidissime specie

dell’esistere; che son certo un nonnulla

ad altri, e a me conoscimento. Quello

che m’è concesso dal respiro che chiede

poco, e del poco si colma per l’amore

che muto va inseguendo le ore

del giorno, mentre dice ora vita,

ora morte, ed ora infiniti

momenti in cui del vivere si forma,

si palesa l’essenza, e si contamina

di paziente soffrire e vita e morte.

 

Ma rieccomi all’alba, e ne riemergo,

con tutte le mie magagne,

impassibile come quei muri

al sole, di cinta, quasi inutili,

d’onde, sui marciapiedi deserti,

torna a rifarsi viva, come

la mia, ombra quotidiana,

a qualcuno che passa, magari,

propizia: io pieno di cicalecci,

di manifesti presto invecchiati,

amico a tanti passi perduti,

ad altri che resistono, come me,

dentro un’ombra fedele all’esistere

mentre rapido passa, e fugge,

un volo di colombi.

 

Non solo è vero il vero, ma anche il falso,

per quant’è falso, è vero. Dura cosa

è saperla e vegliarla nel cuore. E ne passa

la mia vita tra le incertezze, che non avrei

mai pace se non vedessi, sempre,

quant’è uguale in perpetuo se stesso

il fermo azzurro dell’etere, e via trascorrente,

invece, e mutevole, il gioco delle nuvole.

(…)

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