Etica, politica, vita (II)

6 marzo 2015 michele boldrin

A partire dalla conclusione raggiunta nella prima parte argomento che, dal punto di vista individuale, l'adozione di principi morali risulta essenziale perché la politica sia utile nelle società in cui ci è toccato vivere. Il tutto si riduce alla necessità di far valere una nozione di "libertà e responsabilità individuale" sulle quali si fonda (o sfonda) il sistema liberale della polis. Oggi tutti vogliono esser "liberali", ma cosa vuol oramai dire questa parola? Provo a dare delle tracce del senso che credo ragionevole attribuirvi. In politica tutti vogliono il potere: per fare cosa? Il potere è tutto ma, alla fine, esso deve pur essere usato per un qualche fine. Questo fine ci tocca scegliercelo noi e farlo rispettare in una qualche maniera, individualmente. Altrimenti viene giù tutta la gran tenda che dovrebbe proteggerci. Ecco, essere "liberale", concludo, vuol dire cercare di tener in piedi quella tenda che difende libertà e responsabilità individuali. Il personale, quarant'anni dopo, è ancora politico.

Ho argomentato che, sul piano individuale, non possiamo vivere liberamente senza cercare ogni giorno un senso da dare ai nostri atti. Siccome viviamo fra e con gli altri questa scelta individuale dobbiamo cercare di renderla compatibile con quelle altrui. Qui comincia la politica e qui comincia la contraddizione teoricamente insanabile ma, mi ostino di credere, risolvibile di fatto.

La politica è il luogo in cui gli individui cercano il potere e, in questa ricerca del potere, si scontrano interessi e fini se non sempre contrapposti almeno non coincidenti. La conclusione frequente è che porre la "morale" a guida della politica conduce o ben a "guerre di religione" oppure ad una qualche forma di "stato etico" in cui gli interessi di alcuni vengono imposti a tutti paludandoli come "superiori". Questi rischi sono reali ma sono rischi che non possiamo evitare di prenderci: la politica corre sul filo del rasoio che separa queste sue degenerazioni dalla politica come esercizio di scelte etiche individuali. In altre parole: la politica funziona se e solo se diventa il luogo in cui le morali individuali si confrontano secondo regole condivise.

Definisco il "metodo liberale" come quell'insieme - mutevole, perché evolve all'evolversi di tecnologia, organizzazione sociale e sistemi di valori individuali - di regole della politica che rendono possible ed utile tale confronto senza che scada o ben in guerra di religione o nella creazione di uno stato etico. Non esiste, io credo, un'etica liberale nel senso di un insieme, esauriente e definito una volta per sempre, di valori che la definiscano: si considerava "liberale" Jefferson, la cui morale riteneva giusta la schiavitù, e lo era Lincoln che intendeva abolirla. Se qualcosa quei due avevano in comune era l'accettazione di regole condivise d'interazione politica e la consapevolezza che i loro valori morali erano, anzitutto ed essenzialmente, un atto individuale d'assunzione di responsabilità. Il lettore può da solo aggiungere centinaia di esempi che soddisfano entrambi i criteri. Non era liberale Mussolini, perché né accettò le regole allora condivise d'interazione politica né ritenne la sua morale una scelta individuale ma, invece, un sistema giusto per tutti e, quindi, da imporre a tutti alla faccia delle regole. Per la stessa ragione, non erano liberali Lenin o Khomeini o Castro ... e non lo è, da quanto ci è dato capire, neanche Bergoglio.

Il 'liberale" è una persona con principi morali individuali, ai quali si attiene personalmente e che persegue accettando, e facendo rispettare, delle regole d'interazione politica condivise dagli altri individui con cui interagisce. Il fatto che sia così difficile, direi impossibile, definire un sistema compiuto di valori etici e di fini "liberali" è, io credo, la ragione principale per cui oggi un po' tutti, non solo in Italia, si definiscono "liberali", Bertinotti compreso. Perché si confondono i fini con i mezzi, i valori con le regole. Il liberalismo è un metodo, non un insieme di fini o valori da affermare. Tutto dipende dalle regole di comportamento che ci si sceglie assieme e dalla capacità dell'elettorato di farle rispettare, di non deviare da esse solo perché conviene nel breve periodo alla propria parte.

Esattamente l'opposto di quanto avviene in Italia da tempo immemorabile, con gli effetti di degrado e perdita di credibilità dell'intero sistema politico. L'elettorato italiano è molto poco o per niente liberale perché, da un lato, è assente nella grande maggioranza dei cittadini una nozione di morale come scelta individuale (mentre prevale l'idea di una morale assoluta, rivelata, ideologicamente completa e quindi religiosa, che separa i "giustì dagli "ingiusti") e, dall'altro, perché è assente l'idea di una responsabilità individuale nel far rispettare delle regole condivise del gioco politico.

Insomma, avevano ragione i classici e non v'è nulla di nuovo sotto il sole.

Partiamo dalla questione del potere. Chi fa politica vuole ottenere potere, non c'è dubbio. In politica ognuno fa il possibile per ottenere dalle altre persone la delega a comandare. Insomma, a fare il "capo" perché anche nei sistemi democratici meglio funzionanti la discrezionalità di scelta ed azione concessa a chi detiene il potere politico è enorme. Questo aspetto (la politica è anzitutto lotta per il potere) implica che il gioco politico deve avere delle regole per funzionare: senza regole non esiste gioco ma confusione. Quali regole? Qui sta il punto difficile: delle regole accettate da chi partecipa al gioco devono esistere, pur riconoscendo che esse siano mutevoli nel tempo a seconda delle circostanze. Purché siano condivise. L'alternativa è la fine della politica come luogo dove il conflitto per il potere e lo scontro di interessi e morali ha una soluzione utile. Senza regole c'è o ben la guerra di tutti contro tutti o la paralisi. Banalità ovvie? Certo, ma in Italia (e non solo) sembriamo essercele scordate. Il "laissez faire", in politica ma non solo, porta a ISIS ed oltre - questo è l'insegnamento sia della storia che della scienza politica: possiamo negarlo in teoria, ma quando abbiamo provato a negarlo nella pratica i risultati sono stati orrendi.

La domanda che io mi pongo è la seguente: una regola di comportamento collettivo deve basarsi su un principio morale condiviso o può essere solo una regola "efficiente", ossia scelta secondo (supposti) criteri tecnocratico/pragmatici? A tale domanda questo post non sa dare risposta perché, francamente, non credo formulabile una risposta teorica. Esistono solo le risposte di fatto, che la storia degli umani ha dato di volta in volta. E quelle risposte sembrano portare ad una conclusione pragmatica: in politica conta solo la competizione per il potere, chi vince ha ragione, punkt. Il vecchio BB diceva (si riferiva alla guerra ma conosciamo tutti il vecchio detto di Clausewitz) che "fra i vinti faceva la fame la povera gente e fra i vincitori faceva la fame la povera gente ugualmente". Quindi? Quindi competizione per il potere, ossia à la guerre comme à la guerre?

Occorre capire che la parola "competizione/concorrenza" (in politica come in economia) NON può voler dire "everything goes" e questo per una semplice ragione. Se tutto è permesso allora la competizione, ad ogni livello, viene sempre vinta (in media) da quello disposto alla maggiore "violenza" per la semplice ragione che esercitare livelli crescenti di "violenza" richiede, sul piano individuale, criteri morali sempre più lassi. Questo punto l'economia contemporanea l'ha inteso, ma la grande maggioranza delle persone no, anche fra chi si occupa di scienze sociali. La parola "concorrenza (competition)" in economia non vuol dire "va bene tutto" ma, invece, vanno bene certe regole e certi comportamenti, certi/e sì altri/e no! Se la concorrenza è equivalente ad "everything goes" vincerà sempre colui il quale ha, personalmente, minori vincoli morali nella sua relazione con l'altro. Vincerà sempre colui per il quale gli "altri" sono solo strumenti da usare e non fini. Insomma, nella competizione senza regole vince, per definizione, il "cattivo". Sto semplificando ma spero d'essermi spiegato: nella competizione pura "vince" il narcisista puro, quello per cui l'unica cosa che conta è la propria, personale, wille zur macht

Da queste banali osservazioni segue che la scelta etica è alla radice dell'azione politica, ne definisce la possibilità stessa: senza etica individuale, per minima che sia, l'acquisizione del potere perde finalità e si svuota nella pura follia: Stalin, Hitler, Pol Pot ... fate voi. Ma non basta la scelta etica individuale, servono anche le regole collettive: senza regole collettive non vi è politica ma carneficina. Da cui le costituzioni e la conclusione (ben lungi dall'essere comunemente praticata anche se da tutti sbandierata) secondo cui codeste non debbono prescrivere i fini dell'azione politica ma le regole da rispettare nella lotta per il potere. E quanto tali regole condivise saltano, o ben perché non più condivise o ben perché condivise a parole ma negate nei fatti, salta anche la credibilità della politica. Sto parlando dell'Italia? Si', ma non solo. Chiunque stia riflettendo seriamente su come fronteggiare il "pericolo islamico" (o quello "cinese") forse intende cosa mi preoccupi. Mi preoccupa che, visto che "loro" non giocano con le nostre regole, noi si perda di vista le nostre e, con esse, la nostra identità morale. Ossia, noi stessi.

Piccolo detour: chi conquista il potere, anche rispettando le regole, gode di discrezionalità nell'esercizio del medesimo. Questo implica che, per valutare il politico, contano solo i fatti (sia pregressi che sul terreno) e mai, di per se, le promesse. Meglio ancora, le promesse contano solo nella misura in cui sono, oltre che internamente coerenti, "compatibili con gli incentivi" del politico che le fa. Questo vuol dire, semplicemente, che se un candidato promette di fare X al tempo T tale promessa è credibile se è solo se è ragionevole aspettarsi che, nelle circostanze probabili in T, gli convenga fare X. Gli economisti chiamano questa cosa "(in)consistenza temporale" ed è stata studiata in centomila forme nell'ultimo mezzo secolo. Purtroppo questo principio è entrato molto poco nella cultura diffusa ed è ben lungi dall'essere il criterio con cui l'elettore medio valuta questo o quell'altro aspirante alla carica di "capo". Chiunque stia seguendo gli affari greci in questi giorni capisce al volo l'argomento, anche se sarebbero bastati BS e Renzi per apprendere la medesima lezione. Fine del detour, riassumo.

(1) Poiché il politico vuole il potere e tale potere, una volta ottenuto, verrà esercitato con un altro grado di discrezionalità, è nell'interesse dell'elettore avere più informazione possibile sulle caratteristiche personali dell'aspirante capo. La posizione del politico e dell'elettore non sono simmetriche. La discrezionalità dell'elettore diventa irrilevante una volta dato il voto e si esaurisce in esso. Quella del politico invece diventa rilevante solo a partire dal voto perché è lì che comincia la sua discrezionalità, ragion per cui il sistema di valori morali del (praticati dal) politico è cruciale in quanto è da essi che possiamo cercare di dedurre/indovinare quali fini perseguirà una volta al potere. Ne segue il principio (discusso svariate volte in questo blog) secondo cui l'usuale nozione di "privacy" non si applica al politico perché qualsiasi informazione potrebbe essere rilevante per valutare come utilizzerà il suo potere discrezionale. E per fare questo occorre che i principi morali dell'aspirante capo siano i più espliciti possibile e che si trovi una qualche maniera di renderli vincolanti. La "statura morale" dell'aspirante capo conta. Ma conta ancora di più quella degli elettori, perché essa è il vincolo vero all'azione del capo. Il giorno che scopri che il tuo capo mente o ruba (o va a puttane mentre a parole difende la famiglia sacra ed inviolabile) è la TUA statura morale che può farlo dimetterle, e solo quella.

(2) La politica "giusta" non esiste. Qualsiasi politica si adotti, essa sarà sempre "ingiusta". Questo non è un fatto accidentale, ma un'implicazione logica di quanto siamo stati in grado d'intendere sino ad ora sui fondamenti della morale e della lotta politica, che è lotta per il potere. Chi non capisce di cosa parlo legga, per dire, Isaiah Berlin. E questo fatto ha delle implicazioni rilevantissime sul tipo di regole del gioco ed istituzioni che dovremmo sceglierci.

(3) Le obbligazioni "morali" entrano spesso in conflitto fra di loro e forzano sempre ad una scelta del male minore, ragione per cui interpretare la politica attraverso i filtri della morale è tremendamente pericoloso. L'idea che un sistema di valori - sia esso utilitarista, socialista, libertario, cristiano-sociale o what not - possa essere coerentemente applicato in assenza di continui compromessi è idea altamente rischiosa se perseguita in pratica (comunismo, fascismo, islamismo ...). In due parole: poiché al fondo di ogni sistema ideologico vi è l'idea che i principi morali che il medesimo ispira sono sia giusti che coerenti e realizzabili in toto, QUALSIASI approccio ideologico alla politica porta inevitabilmente al disastro. 

Siamo quindi di fronte a tre contraddizioni immanenti: (i) i principi sono sia assoluti (per l'individuo) che relativi (collettivamente, perché non necessariamente condivisi dagli altri); (ii) il potere è il fine della politica ma poiché il potere va esercitato per qualcosa occorrono dei fini; (iii) senza regole accettate da tutti il gioco della politica porta al nulla, quindi occorre avere delle regole anche per la politica. Abbiamo bisogno di principi morali sempre e comunque. L'etica, cacciata dalla porta, rientra sempre dalla finestra.

Queste tre contraddizioni sono, io credo, inevitabili; hic sunt leones (questa dovrebbe piacere a Palma). La realtà della convivenza umana è inevitabilmente contraddittoria perché gli umani sono fra loro in conflitto (almeno sino a quando qualcuno non ci rivela la verità vera ...) e per farli stare insieme occorre trovare regole condivise che risolvano le contraddizioni non una volta per tutte ma solo di fatto, una alla volta. "Solo di fatto" è, se volete, una "filosofia della storia" da un centesimo: la storia del mondo avrebbe potuto avere miliardi di evoluzioni possibili, nessuna di per se più "giusta" delle altre. È stata quella che è stata, ed è unica, perché (per ragioni ed attraverso meccanismi che non sappiamo spiegare) ha vinto qualcuno il giorno X ed ha perso un altro il giorno Y. Ma non c'era nulla di giusto o di inevitabile nelle vittorie di Caesar o di Napoleone, nulla. Hegel era uno che si fumava della roba veramente dannosa e Marx, quando scriveva di filosofia della storia, pure. E tanti altri ...

Ritorniamo al punto: la politica è il luogo o l'attività dove queste inevitabili contraddizioni trovano la loro risoluzione. Non logica, sia chiaro, ma di fatto. Si risolvono perché qualcosa accade e qualcuno "vince". La domanda che io mi pongo è sia normativa che positiva: possiamo (la parte positiva è qui: "siamo capaci di fare questa cosa?") darci delle regole/istituzioni che gestiscano nel modo meno peggiore possibile queste contraddizioni che sempre ci affligeranno? Nel pormi questa domanda definisco il mio essere "liberale": il liberale è colui che, incessantemente, si pone questa domanda sulle regole da adottare. Le risposte, quelle sono solo mie e non pretendo siano "liberali" per la semplice ragione che sono quasi certamente conseguenze delle mie scelte etiche individuali.

La mia personale risposta alla domanda "quali regole adottare?" ha a che fare con principi morali individuali, cultura condivisa, regole/istituzioni. Sulla morale individuale ho già scritto ad nauseam, quindi riassumo il mio pensiero sulle ultime due.

(I) Da un lato una "cultura" (nel senso di una maniera di leggere il mondo, ossia una teoria di come esso funzioni) che accetti il relativismo dei fini e dei principi morali che muovono gli individui. Relativism of distance lo chiama Williams, ossia il semplice fatto che i sistemi di "valori pubblici" non possono non essere il frutto delle concezioni del mondo (letteralmente, incluso le concezioni sulla sua origine, formazione, ordine che lo regge, eccetera) dominanti in un certo paese ed epoca. In un mondo in cui la stragrande maggioranza o tutti credono fermamente nella diseguaglianza e nell'esistenza di individui a cui per natura (o decisione divina) è dato di comandare in quanto "superiori", prentendere che si applichi una qualche nozione di "tutti uguali davanti alla legge" è, semplicemente, illusorio. L'idea qui è che l'etica sociale non è un elemento "primitivo" o fondante ma, piuttosto, una "sovrastruttura" che si costruisce su fondamenta più profonde che sono le concezioni personali del mondo. Quando cambiano quest'ultime cambia l'etica sociale e questo implica, fra le altre cose, che dare giudizi morali sul passato o su sistemi politico-sociali fondati su concezioni del mondo diverse dalle nostre è sia rischioso che controproduttivo. Questo principio diacronico vale anche sincronicamente: la tua morale individuale vale quanto la mia e, nella misura in cui accettiamo delle regole di competizione fra la tua morale e la mia, giochiamo secondo regole liberali. Se non le accettiamo, allora no. Allora c'è ISIS o quel che verrà dopo di ISIS.

(II) Dall'altro le regole o istituzioni condivise che gestiscono il risolversi - nei fatti che avvengono nel tempo, ossia nella dinamica della storia - della contraddizione inevitabile fra il desiderio di potere (per certi fini) di X ed il desiderio di potere (per altri fini) di Y. Tenendo il tutto dentro limiti che la cultura, di cui sopra, riconosce come accettabili. Tipo: oggi hai vinto tu e mi tassi N% per fare i sussidi alla regione che ti piace, domani vinco io e riduco le tasse ed elimino quei sussidi anzi ne metto di diversi per sussidiare un'altra regione.

Il liberalismo è quindi, essenzialmente, pluralità di punti di vista che competono sul da farsi in base a delle regole temporanee ma rispettate finché valgono. Questo è il liberalismo secondo Williams ed anche secondo me: un metodo d'interazione umana e non un insieme di fini o valori. Il liberalismo è un metodo o, al più, un pragmatico compromesso che si fonda sulla consapevolezza della nostra diversità intrinseca ed irrisolvibile e, allo stesso tempo, sulla necessità di vivere assieme, o almeno a fianco uno dell'altro, senza farci (troppo) danno. Liberalism of fear lo chiama Williams da qualche parte e sembra a me ragionevole anche se, ovviamente, fallisce davanti a visioni totalitarie. Si noti la natura tutta "pragmatica" e common sense dell'intero approccio, che io condivido profondamente.

Ma la morale, quella è, come Williams ci ricorda, mai imparziale e sempre soggettiva, anche in politica. Anzi, soprattutto in politica visto che ciò di cui la politica si occupa è di favorire certi interessi piuttosto che altri ...

23 commenti (espandi tutti)

Grazie!

Red 7/3/2015 - 09:06

Grazie!

le domande dilemmatiche poste --da Michele Boldrin-- sono serie e toccano un punto implacabile. un punto che mi distingue in modo assai rigido da molti filosofi politici del presente. non faccio il filosofo politico, per cui queste non sono posizioni professionali. sulle cose serie non sono liberale, per esser esplicito, in matematica per quanto sembri folle e' sensato fidarsi dell'universo di Grothendieck e non delle opinioni di palma. come si distinguono le cose serie dalle altre: dal fatto che non sono politiche. la politica che non e' una cosa seria e' tuttavia vitale, direttamente in quanto tocca la vita delle persone, delle piante (non sto sfottendo: pensate ad un ministro dell'agricoltura o delle foreste e dell'inquinamento, e quant'altro.)

purtuttavia, nella politica tragicomica situazione in cui siam quasi tutti immersi, il liberalismo ha un principio morale/normativo/etico (prendasi il termine come una serie di sinonimi, qui ha meno rilevanza la differenza tra una norma e un'etica) quale principio? un principio di uguaglianza assoluta. si noti che e' proprio un principio, perche' non siamo uguali gli uni agli altri, per ragioni di intelligenza, reddito, bellezza, fortuna individuale, incidenti sul lavoro, retroterra genetico, razziale, linguistico e una canea di altrui fattori. in politica i liberali sono per l'uguaglianza. la ammorbidiranno con la fraternita', quando passa 'a nuttata e non bisogna andare in guerra (io ho scarsissima fraternita' per isis, o per gli scherani di putin), ma il punto rimane. perche' esista quella guerra civile speciale disciplinata --Michele Boldrin la chiama la competizione-- abbisogna un assioma: siamo tutti uguali politicamente. si noti che e' meno ridicolo di quanto paia: che si debba tagliar il capo al luigi e alla maria antonietta di turno e' una conseguenza, tragica spesso, del fatto che siamo politicamente uguali. non c'e' la aristocrazia di nulla, di nascita, di censo, di sesso, di nulla. a mio avviso questo e' non negoziabilmente il liberalismo politico. le conseguenze, che credo auto evidenti, son pure pronto a spiegarle, ma e' falso che la melassa relativista abbia presa, ottenga l'attrito giusto, in politica. e la politica in questo, se accettato, cessi d'essere Schmittiana avventura del cercare e trovare nemici ed amici e sia un luogo di guerra guerreggiata in cui si immettono fattori affatto artificiali di mantenimento dell'uguaglianza. per questo si puo' discutere persino con Iran dell'uguaglianza della potenza nucleare. e non si puo' discutere del fatto che se i medici dicon che mi devo vaccinare contro il vaiolo, la loro opinione conta, la mia no, perche' la virologia non e' un pensiero politico. qui, dove molti economisti di valore discutono, si dovrebbe ben apprezzare come l'astio del popolo di fronte ai numeri del debito sia fondato sulla negazione che chi parla di economia NON parli di politica.

ci torno, se chiaro non fui, perche' adesso devo fare il mio lavoro che non e' politico. a nAF un augurio di buona fine della settimana e a tutte le femmine, 8 di marzo, mimose-

 

 

le virtu' e i vizi di un approccio assiomatico sono noti. assiomi sono scelti, non di meno non arbitrari. L'assioma qui scelto (uguaglianza politica) implica conseguenze. esempi: non e' ammesso il nazionalismo, il corporativismo, il monopolio di nulla. collaterali deducibili, anche l'anarchia formato max stirner o milton friedman e forme modeste di controllo democratico collettivo (quanto modeste? appunto quello si decida con la guerra civile ponderata)

Grazie Adriano, sharp as usual.

Permettimi alcune osservazioni.

Non mi convince l'idea che il liberalismo abbia come principio quello dell'uguaglianza assoluta delle persone. Anzi, l'opposto. Credo si fondi sul riconoscimento esplicito e financo cinico (perche' osteggiato da molti e considerato da tantissimi financo offensivo o disumano) della nostra profonda diversita', per tutte le ragioni che tu elenchi e probabilmente altre.  Il liberalismo, nella mia interpretazione che credo suffragabile da una quantita' infinita' di citazioni dei classici del suddetto, si fonda sulla diversita' irrinunciabile degli individui e, chiave, sul riconoscimento che ognuno di loro persegue i propri fini nei limiti che l'analogo perseguire dei propri fini da parte di altri determina (Kant). Il problema e' come rendere compatibili tali perseguimenti, come far si che la diversita' di caratteri, valori e fini, non si traduca in guerra di tutti contro tutti. Ma, nota, questo e' un problema difficile SE E SOLO SE si parte dall'assunto che siamo intrinsicamente e profondamente diversi uno dall'altro, altrimenti sarebbe tutto semplice.

L'uguaglianza cacciata dalla porta del liberalismo rientra dalla finestra del sistema democratico, il quale si fonda sull'uguaglianza politica degli individui. Tale uguaglianza viene accettata dal pensiero politico liberale "versione post 1800 circa), onde per cui parliamo di sistemi "liberal-demcoratici". Ma non e' intrinseca e nemmeno fondante del pensiero liberale. Infatti, il dilemma delle regole che io pongo vale in tempo medievale, nel '600 delle guerre di religione e, financo, nelle relazioni interanzionali dove nessun principio di "una persona un voto" viene riconosciuto.

In ogni caso, l'uguaglianza solo politica nel senso di "una persona un voto" ha, a mio avviso, puro valore pragmatico, nel senso di Churcill. Crea casini, ma beats the alternative, che sarebbe l'insurrezione continua degli esclusi dal voto. Nota che abbiamo criteri di elettorato attivo e passivo che trattano persone in modo differente, abbiamo svariate forme di esclusione dal gioco elettorale sia formali che sostanziali. Tant'e' che, qui da me, il 40% non vota mai e spesso e' l'80% a non votare. 

Questo implica che la competizione non abbisogna dell'uguaglianza, nemmeno di quella puramente politico/elettorale. C'e' comunque. Chi vinceva, fosse re, dittatore, imperatore, triumviro, politburo e cosi via, sempre lo ha fatto "convincendo" le masse a stargli dietro, appoggiarlo, lottare e morire per lui ed i suoi fini. Competendo. A volte secondo le regole del tempo ed a volte violandole. 

Da cui il mio insistere (a mo' di conclusione, anche se tutte le conclusioni son sempre temporanee) che il liberalismo e' anzitutto una scelta individuale con scarsa o nulla valenza politica nel senso di erga omnes o normativa. Non ci dice cosa la collettivita' dovrebbe fare ma cio' che ognuno di noi dovrebbe scegliere (principi etici) e chiedersi (come regolare la concorrenza fra i principi dell'uno e dell'altro).

Sulle conseguenze autoevidenti, perdonami, mi son perso. Quando hai tempo, se vuoi chiarirle, ti ringrazio.  

Sul problema degli specialismi e sul fatto che riconoscere  a tutti il diritto di votare (hence di avere opinioni su come amministrare un paese) IMPLICA avere milioni di scampatidacasa che vogliono insegnarmi l'economia politica ma non s'arrischiano invece ad insegnarmi il lemma di Farkas, concordo come sai da sempre. Contraddizione teoricamente insanabile, io credo, della nostra intrinseca diversita' e della necessita' di far convivere tali diversita'.

Contraddizione risolta sempre nei fatti: a volte vincono i Tsipras/Salvini che negano i lemmi e, la volta dopo, il paese va a farsi fottere in forza del lemma di Farkas che si vendica via vincolo di bilancio ...

... which is why there are not, dell'umana gente, le magnifiche sorti e progressive.

 Considerazioni tutt'altro che banali. Banali sono, molto probabilmente, anzi, con sicura certezza, le parole che seguono. Ho apprezzato il commento di Palma, ma a me piacerebbe vedere next steps ed un sano approccio empirico su cose da fare. A mio avviso, servirebbero un cambio radicale di paradigma,  ispirato da sano pragmatismo, ed un approccio empirico. Lo sappiamo tutti. Mercato, barriere all'ingresso, concorrenza e tasse (quanto guadagna un parlamentare Italiano? E perche'?) Lo sanno in primo luogo i molti, troppi, che vivono, respirano, si realizzano, all'estero. Competizione, mercato, concorrenza.

 Non credo- non dico non so -  esista l'Eldorado. l'Eldorado non esiste, probabilmente- Ho viaggiato parecchio e vivo all'estero, ma non puoi - per citare un esempio sciocco - pagare \approx $50K - anzi ben > di 50K dollari (solo il costo universitario) all'anno per studiare....(anche solo) un master in ..d i r i t t o- La prima 'i' e' opzionale - in USA, come confermato da amica che si trova ad Harvard, per studiare ....legge! 54k dollari...se non ricordo male. Enfasi d'obbligo. E' follia. Certo, magari poi 'carichi' 100$ per hour per cliente e Manzoni se tient...Ne' puoi pagare altrove una casa una botta di £...con qualita' e standard...opinabili. Meglio la GERMANIA!

Fuori da situazioni inconferenti, e per ritornare sul tema, pragmatismo, e' prendere atto della compravendita di voti e di consenso in atto da decenni, in Italia, del Regionalismo surreale Italiano (mi piacerebbe vederne 200, di Regioni) della regione SICILIA - noblesse oblige -  di autostrade in secolare costruzione che si sfasciano ancora prima di essere realizzate, come recenti, drammatiche, vicende confermano. Di familismo e di capitalismo relazionali. Mamma vs merito. 

Ed anche l'estero non rappresenta l'Eldorado. Eppure...come fai a produrre e competere? Chiedere a..http://www.fcagroup.com/en-US/Pages/home.aspx.

Lei scrive:

"Il liberalismo è un metodo o, al più, un pragmatico compromesso che si fonda sulla consapevolezza della nostra diversità intrinseca ed irrisolvibile e, allo stesso tempo, sulla necessità di vivere assieme, o almeno a fianco uno dell'altro, senza farci (troppo) danno. Liberalism of fear lo chiama Williams da qualche parte e sembra a me ragionevole anche se, ovviamente, fallisce davanti a visioni totalitarie. Si noti la natura tutta "pragmatica" e common sense dell'intero approccio, che io condivido profondamente."

Condivido in toto, e La ringrazio. Io dico anche di piu'. Ho riferimenti, o referenti 'ideali' (es. condivido le opinioni di A.Sen), ma in Italia servirebbero next steps, chi fa/cosa e programmi di azioni da fare scritti da ingegneri con fogli excel di supporto. Una mia, personale, 'traslitterazione' di :

competono sul da farsi in base a delle regole temporanee ma rispettate finché valgono

Si prendono i migliori, si fanno le cose giuste, e le si fanno giuste alla prima volta, con pragmatismo. E, ribadisco, non mi pare esistano eccessivi e preclari esempi cui attingere, o tali da potere assurgere, a paradigma di vertiginosa bellezza, in pratica. Certamente, non in USA (cfr. gli scritti del Prof. Zingales....), ma neppure in altri Paesi si scontano problemi... 'minori'...Chiedere ai connazionali del...René D. né le 31 mars 1596 à La Haye en France. Com'era? Liberté, égalité, fraternité? E perche' ci sono piu' Parigini a Londra, che a Parigi?

Basta vivere di rendite di posizione e schemi fissi. Gli Italiani sono, e possono essere in grado,  di stare head and shoulders above the others. Non capisco perche' - viceversa-  debbano vivere da servi in un Paese neo-feudale (Fara, Eurispes) o post-medioevale..e pregare perche' la Salerno-RC non crolli, auspicando per riformine calate from on high, magari per intercessione della balena bianca.

Primo next steps? come mai Montezemolo e' stato in ferrari cosi' a lungo??? WHY? Lo scriviamo/diciamo? o aspettiamo un altro Papa Gesuita...a ripulire - anche - lo IOR?

Terzo millennio....ab urbe condita..AUC. Quella 'roba' li' in mezzo al TEVERE l'abbiamo fatta Noi....e adesso ci sono ragazzi che pagano piu' di 80k$ per 'studiare' d(i)ritto .....in the U.S....che e' la patria del diritto, come noto...o Professori Italiani ad insegnare corporate finance alla Booth, o ad Oxford, che sono proprio sotto il Tevere.

Che ridere...Facciamo. OT- Mi permetto si consigliare la lettura di L.Zingales "Does Finance Benefit Society?" 2015 American Finance Association Presidential Address

Ancora piu' ridere...abbiamo le menti migliori all'estero...e vedere le performance di Vodafone...Come si chiama l'AD di VF? Albert Schimdt?

Parlo a me stesso: sveglia, gente. sveglia. Partners, Deputy Head of Risk at European Stability Mechanism (ESM), 'capi' della ECB, ma s e r v i in Patria.

Ma cono contentissimo di un 'gelataio' Rignanese che sta cercando di muovere qualcosa....CHI (se) voto?  Grazie, e mi scuso per lo..(spro) piu' che eloquio davvero poco formalizzato. Sveglia gente. Dobbiamo rivoltare codesto Paese come un calzino, e sono curioso di sapere quanti scrivono dalla Patria. nel 2015 AUC... od insegnano corporate finance in Inglese, ma in ITALIA!

Allen & Overy Professor of Corporate Law, Universita'.....dell'Insubria...

http://www.law.ox.ac.uk/profile/luca.enriques

ma non ho capito bene cosa lei mi chieda.

Se mi sta chiedendo l'azione politica, posso solo dire di avere gia' dato ed abbondantemente. Forse daro' ancora qualcosa in fututo, ma poco e non ora.

Quand'ero al militare, 35 anni fa, entrai nelle simpatie del comandante di battaglione, pur avendogli rotto immensamente i coglioni, perche' (diceva) ero uomo di pensiero e d'azione. S'era fatto, io credo, troppe pippe sui pochi libri letti fra i quali, evidentemente, Mazzini doveva dominare ...

In parte lo sono, ma non nel senso che il signore in questione, ed altri, ritengono. Al contrario: v'e' scarsa collinearita' fra il mio pensiero e molte mie azioni.

L'azione, quando l'ho intrapresa, sempre fu dovuta ad una wille zur macht che poco si conciliava con il mio pensare il mondo, le persone, le leggi che guidano queste e quello. Di fatto, sempre fu un atto di sfida del mio istinto al mio pensare, un volerlo provare erroneo nei fatti perche' non sapevo provarlo tale pensando.

Ed ha sempre vinto il pensiero, nel senso che le previsioni del pensiero si sono regolarmente avverate e l'azione (quella politica ma anche, senza entrare nei dettagli, quella piu' personale ...) sempre falli', sconfitta dai fatti che obbedivano, implacabili, le leggi che il pensiero aveva capito e previsto.

Quanto le scrivo, mi creda, e' intimo assai e vale sia nella politica che in molti ambiti (per me di gran lunga i piu' rilevanti) della mia vita personale. Cosi' e' e non vi posso far nulla: cicli e ricicli delle due parti del cervello mio, che determinano cio' che sono e come ho vissuto.

Onde per cui, dopo un periodo di azione (non solo politica) che voleva sfidare il pensiero, e dopo una sequenza abbondante di sconfitte dell'azione e di vittorie del pensiero ritengo solo giusto che sia ora il caso di dare spazio a quest'ultimo, pensando.

Il qual pensiero, mi creda, e' interessante e rewarding assai anche se, lo ammetto, non mi permette di provare quegli "orgasmi" (con o senza virgolette, ma sempre relativamente effimeri) che l'azione a volte ci offre. 

Ma e' bene, dopo aver testato se stessi ed il mondo nell'azione, conoscere se stessi e, se ci riesce, un pelino del mondo esterno a noi, nel pensiero. Alla fin fine non e' forse questo - γνῶθι σεαυτόν - cio' che l'oracolo ci suggeri' tempo addietro di fare?

La posizione del politico e dell'elettore non sono simmetriche. La discrezionalità dell'elettore diventa irrilevante una volta dato il voto e si esaurisce in esso.

Spero di non passare per ingenuo (o peggio per troll) ma non in tutti i sistemi costituzionali il cittadino elettore esaurisce la sua funzione con il voto (elezione) ogni 4 o 5 anni. Ci sono sistemi, che appezzo sommamente, in cui si vota anche 4 volte all'anno per decisioni referendarie (già stabilite da qui al 2034) ed in cui, stante una marcata impostazione federalista, si vota con i piedi ogni giorno. Il fatto che i due sistemi coincidano (democrazia semidiretta e federalismo) rende il contesto democratico molto diverso ed i dilemmi di Michele non sarebbero compresi alla mie latitudini. Il che non significa ovviamente che non ci siano problemi e che quindi ci siano ben altri dilemmi.

Dico però che la morale e l'etica dei cittadini, o comunque la loro scelta sempre presente, reale e soprattutto potenziale, modifica il comportamento dei politici stessi. Non voglio farla lunga e mi fermo qui.

Certo, Francesco. Ma, credo tu convenga, alla fine e' poca cosa. La democrazia diretta per davvero, semplicemente non puo' esistere. E' questione, come dire, tecnologica. Forse un giorno la tecnologia, l'informazione, l'educazione e quant'altro ce lo permetteranno? Forse ...

Nel frattempo, non credo vi sia scampo: anche nella beata CH il 99,9% delle cose che la politica decide le decidono i politici. I cittadini, poi, a volte si sfogano su questo o quell'altro tema. Ma non cambia molto anche perche', alla fine, pure nell'ambito del referendum continuo occorre delegare a qualcuno l'esecuzione di cio' che i cittadini, nel referendum, han deciso si debba fare. 

Il tuo testo presenta numerosi stimoli ed io ho deciso di cogliere e sviluppare quello del potere (che tutti i politici vogliono). Il problema è limitare il piu' possibile quel potere. Nella beata CH per prima cosa il potere non è solo tripartito nelle tre funzioni cardine (legislativo, esecutivo, giudiziario) ma è anche diviso giurisdizionalmente (federazione, cantoni, comuni). Idealemente diciamo 1/3, 1/3, 1/3.

Il politico svizzero che conquista il potere arriva a prendere uno solo dei tre (c'è assoluta incompatibilità tra esecutivo e legislativo nello stesso livello). E per arrivare al livello federale deve aver fatto tutta la gavetta (vedere la nota e sempre attuale descrizione fatta 70 anni fa da Luigi Einaudi). Diciamo che una volta "conquistato" il potere si ritrova 1/3 del potere che avrebbe in Italia.

Poi c'è il problema dei referendum. Ogni legge è referendabile, anche quelle in campo tributario, anche gli accordi internazionali. Come aderire alla UE o all'ONU. Come adottare l'IVA o decidere di aumentare l'aliquota. Oggi si vota per il trattamento fiscale di alcune deduzioni e sull'abolizione dell'IVA. Direi che quindi non è poca cosa. Scorrendo l'elenco dei referendum federali si trovano anche cose bagatella (e molte altre incomprensibili se non si conosce il sistema) ma anche decisioni storiche. Inoltre ogni legge votata dal parlamento è di diritto referendabile.

I politici lo sanno e quindi ci vanno cauti. Non possono permettersi strappi e decisioni arroganti (e questo credo sia la limitazione piu' forte al loro potere). Poi naturalmente ci sono anche referendum cantonali e qualche volta anche comunali. Ci sono 4 date ogni anno, già prefissate e le firme da raccogliere sono relativamente poche. Non si tratta a mio avviso di democrazia diretta ma semidiretta, di un mix abbastanza originale di potere rappresentativo e di potere diretto.

Poca cosa? Non so, forse dipende dai punti di vista ma direi che, stando qui come osservatore da quasi 30 anni, basta. Basta a tenere a bada i politici, evitando che diventino casta. Poca o tanta cosa che sia, funziona. Considera poi che in CH vige un sistema di milizia. I parlamentari non lo solo a tempo pieno ma solo alcuni giorni all'anno, in sessioni particolari (settimane a livello federale, serali a livello cantonale e comunale) e tutti continuano la loro vita lavorativa e professionale normale. Solo chi sta nell'esecutivo è per forza impegnato al 100% (o al 50% nel medi comuni).

Il problema caso mai è vedere se un simile sistema di polverizzazione del potere statale e di limitazioni referendarie (che costituisce anche un interessante strumento di controllo e freno alla spesa pubblica) è attuabile in Italia. I politici italiani certo non lo vorrebbero. Magari alcuni sì ma la maggioranza no. E i cittadini? Qui non sono sicuro. Forse in alcune zone del paese si ma non ovunque. Ho poi l'impressione che gli italiani preferiscano di più confidare in figure forti, a  cui concendere molte aspettative e molto potere, salvo poi, delusi, lanciare le monetine.

L'introduzione di forme di democrazia diretta si può fare anche gradualmente; in Italia per esempio accorpando i referendum con le più vicine elezioni politiche o europee e contestualmente rivedendo la disciplina del quorum; per esempio stabilendo che chi vota alle elezioni si considera abbia votato anche al referendum: l'elettore deve ritirare tutte le schede (comprese quelle dei referendum) oppure nessuna: rimarrebbe la possibilità di votare scheda bianca o nulla ma ciò non influirebbe sul calcolo del quorum. Poi bisognerebbe trovare un modo perchè la volontà popolare sia rispettata: ricordo bene il referndum sulla privatizzazione della RAI e quello sull'abrogazione del Ministero dell'Agricoltura. Infine si potrebbe verificare il caso che gli elettori votino per scelte che sono mutualmente incompatibili, tipo no all'aumento delle tasse, no alla riduzione della spesa pubblica, no all'aumento dell'indebitamento pubblico. Sarei curioso di sapere come nella Helvetia Felix hanno affrontato questo problema.

Se le scelte da compiere sono nella stessa tornata di votazioni allora viene chiesto al votante con un terzo quesito cosa scegliere se le altre due scelte (contraddittorie) fossero vincenti.
Se le scelte sono separate dal tempo, il dilemma lo deve risovere chi è stato eletto per queste cose. La sua scelta sarà eventualmente sottoponibile a referendum (obbligatorio in certi casi).

... un evento eccezionale nel contesto italiano: un preside ha licenziato un insegnante per "protratto scarso rendimento": http://www.corriere.it/scuola/secondaria/15_marzo_07/prof-licenziato-sca... .  

Il volto del preside, nella foto dell'articolo linkato, a me sembra un'immagine di ciò che Boldrin e Palma intendono quando parlano (benissimo) di etica, politica e vita, a livello di responsabilità individuale, in una cornice di liberalismo autentico.

Cito dall'articolo: "Maddalon racconta così la difficile decisione che ha dovuto prendere: «Non ho dormito la notte ma alla fine ha prevalso l’interesse generale. Mi spiace molto per quel professore». Dice che la responsabilità della scelta era ricaduta su di lui, dopo che l’ispettore dell’Ufficio scolastico regionale aveva certificato l’incapacità ripassandogli la palla, diventata pesantissima." Da aggiungere, forse in linea con quanto dice Boldrin in un passaggio del suo articolo, che questo preside ha potuto contare sull'appoggio di un piccolo gruppo di colleghi con cui condivide il suo impegno a tutela degli studenti.

Sono piccole brecce di questo genere che, se opportunamente valorizzate e sostenute politicamente, possono sgretolare qualcuna delle dighe che frenano il nostro sviluppo economico e civile, in un processo che da molto lento potrebbe diventare veloce. Troppo ottimista? (No)

Ed ovviamente prova il mio punto (che era solo un esempio) il fatto che l'evento di cui ci informi venga da tutti noi percepito come eccezionale. Perche' tale e'. 

Appunto :( 

Onore al preside ed ai suoi colleghi, rara avis ... 

Piano!

Matteo2 8/3/2015 - 18:24

Lasciando da parte la conclamata malattia italica dell'eccesso di garantismo, se si entra nello specifico, per quanto riportato dai giornali, i conti non sono così semplici. Si legge: “Lo scorso anno studenti e genitori hanno iniziato a segnalare al preside dell'istituto delle incongruenze nelle valutazioni: voti molto bassi in verifiche giuste, e voti alti altisonanti per compiti sbagliati. Il dirigente ha dunque avvisato l'ufficio scolastico regionale che ha inviato degli ispettori per verificare il lavoro del docente.” Tecnicamente però a licenziare per scarso rendimento è stato il preside.

Mah?! Questione non lineare, e difficile da semplificare, sia per il preside che è l'ultimo obbligato esecutore, secondo legge, di una sequenza di operazioni automatiche, sia perché è difficile credere che a lamentarsi siano stati i genitori dei voti alti, come strano pensare ad un docente impreparato che si metta contro la classe distribuendo voti bassi a piene mani, chi glielo farebbe fare?

A meno che non si tratti più semplicemente d'uno squilibrato, questi voti bassi hanno il suono d'una campana a morto. E, non vorrei dirlo: soprattutto per tutti gli altri; ma forse deve dipendere tutto da una mia sfiducia generalizzata e oramai senza speranza.

“In politica tutti vogliono il potere”

Un rilievo che suona come evidenza cogente e machiavelliana, ma che bisogna focalizzare bene sul bersaglio e conciliare con rilievi oggettivi davanti ai quali si rimane presi con stupore. Come esempio riporto il mio di stupore, stamane, quando alla celebrazione preventiva della “festa della donna” al Quirinale “a reti unificate” e solo lievemente edulcorata col titolo di: “Giornata internazionale della donna”, la telecamera passava in rassegna le facce di coloro che dovrebbero essere i più efferati segugi della politica. Devo elencare i nomi legati alle vispe facce di questa carrellata? E necessario forse citare chi fossero: il presidente della camera?, del senato?, della repubblica?, ministri in vesti eleganti? E quali facce furbacchione, spietate, volpesche, efferate, ossessive, fameliche di “Der Wille zur Macht”, essi presentassero? Consiglio di verificarlo di persona in rete, escludendo naturalmente quei casi “accidentali” quando non accadeva che l'occhio di qualche ministro non roteasse disorientato nell'orbita, perché bisogna essere pure comprensivi con chi s'annoia. Ma insomma, questi sarebbero i campioni della fame di potere?

Non lo sono. Inutile continuare a scherzarci sopra.

E allora sarà necessario per questa parte, per quanto marginale, calibrare l'analisi sul reale detentore del potere perché tutto il resto della riflessione non venga mandato a vuoto. Noi, che si viene dall'epoca per cui ancora si deve dire che: “Il personale, quarant'anni dopo, è ancora politico”, siamo condannati a non poterci accontentare su questo d'un quadro generico.

La sensazione che il nostro angustiato vagare sia stato già derubricato e già valutato come disinnescato, già previsto come inutile onanismo, è insopportabile. I veri responsabili di questo crepuscolo della civiltà non debbono poter credere che non ne siamo avveduti.

La virtuosa competition necessita di rispetto di regole, questo è evidente, come è evidente che l'aggiramento di tutte le regole solo gli illusi del primo giorno possono credere che sia una loro astuzia la quale non si risolve infine appannaggio delle sole cosche, che hanno da sempre il primato assoluto dell'assenza definitiva di condizionamenti individuali. La teoria dei giochi è spietata, me ne duole; chi parte con un vantaggio del genere prende tutto, e non s'accontenterà di nulla di meno.

E non è facilmente esorcizzabile la sensazione che nell'entusiasmata passione per l'ultima moda della “sveltezza” sia andata perduta definitivamente quella volontà di riscatto morale che sembrò possedere questa nazione all'alba della seconda repubblica e sul tramonto della prima, impersonata probabilmente da persone non all'altezza ma non per questo eliminabile definitivamente dalle esigenze di fondo di un qualsiasi sia progetto di collaborazione collettiva, in nome e sull'altare della maschera di un perspicace e disincagliato tecnicismo estrinseco, preso in prestito oggi per poterlo meglio additare domani come unico colpevole. Ma proprio per questo e urgentemente:

“qui, dove molti economisti di valore discutono, si dovrebbe ben apprezzare come l'astio del popolo di fronte ai numeri del debito sia fondato sulla negazione che chi parla di economia NON parli di politica.”

 

Vale

michele boldrin 8/3/2015 - 06:35

in risposta al tuo appassionato commento, per il quale ti ringrazio, quanto ho scritto poco fa in risposta al commento precedente di New Deal.  

, si dovrebbe ben apprezzare come l'astio del popolo di fronte ai numeri del debito sia fondato sulla negazione che chi parla di economia NON parli di politica.”

Il debito è stato creato dai politici dalla fine degli anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta per il popolo. Casomai il popolo dovrebbe iniziare ad provare astio verso se stesso, o più precisamente verso quelle (ampie) parti di se stesso che hanno beneficiato di quelle elargizizoni e continuano a beneficiarne.

Giovanni Federico coglie il nucleo duro e scientifico del proverbio: il popolo ha le elites politiche che si crea e si merita. Nei casi espolosivi in senso balistico, Hitler lo hanno eletto e sostenuto i tedeschi, non il male, ente di ragione difficilmente afferrabile. Nel caso dei debiti, greci -e italiani- dubbi non vi siano che le pensioni dei neonati (pensione baby) vennero pagate a migliaia di persone se non centinaia di migliaia. Come astio, cattiva consigliera, e' furia ed Erinne, quando uno si incappona scglia gli strali mai a se stesso (ho fatto casotto perche' mia moglie e' stupida, brutta, spendacciona, etc.) Le popolazioni han deciso che il liberalismo e' colpevole di oscure manovre. Il mio punto e' collaterale e non inconsistente: le leggi economiche, ad esempio che debiti insostenibili perche' la produttivita' scende, non son dettate dal male, l'astio viene dunque diretto a chi, messaggero di fatti, viene preso come esempio di pseudo studioso di un fatto per un propagandista al soldo di .. obama, draghi, alberto bisin, l'evasore fiscale etc.

sottoscrivo in toto. Il popolo cerca un caprio espiatorio - i politici, l'Europa, i poteri forti, il liberismo selvaggio etc- per non ammettere la realtà

 Le obbligazioni "morali" entrano spesso in conflitto fra di loro e forzano sempre ad una scelta del male minore, ragione per cui interpretare la politica attraverso i filtri della morale è tremendamente pericoloso. L'idea che un sistema di valori - sia esso utilitarista, socialista, libertario, cristiano-sociale o what not - possa essere coerentemente applicato in assenza di continui compromessi è idea altamente rischiosa se perseguita in pratica (comunismo, fascismo, islamismo ...). In due parole: poiché al fondo di ogni sistema ideologico vi è l'idea che i principi morali che il medesimo ispira sono sia giusti che coerenti e realizzabili in toto, QUALSIASI approccio ideologico alla politica porta inevitabilmente al disastro. 

Non condivido questo modo di vedere perche' ci sono dei principi morali condivisi e sono indicati nella Carta dei diritti umani dell'Onu.

Che questi principi siano violati da moltissimi politici non esclude che siano validi !

Forse il problema che ci si deve porre e' come rendere applicabili a tutti questi principi.

Seguendo il mio di pensiero ho indotto una interpretazione incongrua. Dove credevo che il soggetto attivo fosse “il popolo” invece erano “i numeri”, del debito in questo caso.

Del resto, tuttavia, le Erinni sono mosse da rancore certamente, ma qualche rampogna possono vantare se in generale gli:   “assiomi sono scelti, non di meno non arbitrari”.   

Interpretando secondo la mia intenzione, insomma, nel “popolo” mettevo me stesso; non derubricandolo subito a popolino forse anche per paternalismo, forse per deformazione antica d'adolescenza, non so.

Ecco tuttavia, più concretamente, io m'appellavo alla consapevolezza di questa non arbitrarietà (e non al richiamo all'azione politica), la quale se negata rende assolta persino la furia delle Erinni, garantendone l'alibi del sospetto come attenuante generica. Che poi, per altra via, le Erinni rappresentino fasce fin troppo ampie, insospettabili, di popolo e popolino, tanto inconsapevole quanto consapevolissimo d'ogni sfumatura, questo accade perché esse ambivano a rappresentare le forze dell'animo umano in generale, e concordo, confinanti con la schizofrenia psichica, che forse era proprio la parola non uscita che voleva descrivere in questo contesto la politica, di contro ad un ragionamento consapevolmente razionale.

Gentile Prof. Boldrin,
la prima parte del suo articolo affronta un argomento pesantissimo rendendolo fruibile e  persino sdrammatizzandolo un poco. Il problema delle regole che individualmente una persona debba seguire. E' una ricerca faticosa, fatta di eterne contraddizioni, dubbi e ripensamenti. E' chiaro che essa segue percorsi assai personali benchè vi sia un nucleo di regole individuali astraibili e seguite dalla stragrande maggioranza di uomini e donne in una determinata collettività rilevabili applicando  il canone giuridico id quod plerumque accidit. Faccio un esempio: fino ad ora ( e spero ciò valga anche per il futuro)  non mi ha sfiorato l'anticamera del cervello di risolvere una determinata questione sfoderando un coltello ed ammazzando il mio contraddittore. Tale tabù individuale di rispettare la vita del mio prossimo è condivisa dalla stragrande maggioranza dei miei simili. Ma qui siamo innanzi ad opzioni meramente individuali. Le possiamo sommare ed avremo una somma rilevante di regole individuali. Nulla di più. Qui entra in gioco quel macroantropo che è lo stato (uso apposta l'iniziale minuscola poichè la mia indole di anarchico individualista fa si che provi timore e tremore innanzi a codesto elargitore di regole e sanzioni che portano sino all'incarcerazione di un individuo) il quale nelle democrazie liberali compie un'operazione artificiale. Attraverso un organo Costituente (a seguito di un atto di forza quale una rivoluzione o comunque la prevalenza di un gruppo) pone in Costituzione  delle norme sovraordinate selezionandole da quelle regole (pregiuridiche quali le norme «morali» o della tradizione) generalmente condivise. Come è noto la Costituzione contiene tanto norme riguardanti beni giuridici ed interessi sostanziali (libertà e diritti fondamentali) che regole procedurali (elezione del Presidente, formazione delle leggi etc.). Tale immissione di valori nel diritto positivo avviene non in modo casuale, non per una supposta «autoevidenza» di un diritto naturle ma in maniera del tutto convenzionale. E' vera quindi l'affermazione che ho letto da qualche parte in questi commenti che i valori "morali" vengono dettati dal potere.

Naturalmente secondo questa mia visione marcatamente kelseniana (che Dio, se c'è, lo abbia in gloria!) il problema dell'etica individuale e di una supposta etica colletiva (rectius: regole di condotta generalmente condivise) quali elementi pregiuridici perdono di importanza. Potrei giungere ad una affermazione: «Le norme  ed i valori etici individuali e collettivi non interessano ad uno stato. Ad uno stato interessano i valori giuridicizzati nell'ordinamento Costituzionale». E' da notare che questa affermazione ha una valenza assolutamente neutrale rispetto ai valori di riferimento. Si prenda l'art. 1 della Costituzione della Repubblica Islamica dell'Iran:

«Lo Stato dell’Iran è una Repubblica Islamica che la nazione dell’Iran, sulla base della fede tradizionale nel governo della verità e della giustizia [rivelato] nel Corano, in seguito alla vittoria della Rivoluzione Islamica guidata dall’Ayatollah Al-Ozma lmam Khomeini, ha approvato con il Referendum Nazionale svoltosi il 10 e l’11 Farvardin 13581 (corrispondenti al 30 e 31 Marzo 1979), data coincidente con il 10 e il 2 giorno di Jomad al-oula 1399, esprimendo voto positivo di ratifica con una maggioranza del 98,2% dei votanti.»

Naturalmente e come diretta conseguenza vi sono alcune chicche all'art 3:

«Lo Stato dello Repubblica Islamica dell’Iran ha il dovere di conseguire gli obiettivi esposti nell’Articolo 2, e s’impegnerà con tutte le proprie forze per realizzare i seguenti scopi:
1. La creazione di un ambiente favorevole per la crescita delle virtù etiche fondate sulla fede e la devozione e la lotta contro ogni aspetto del vizio e della corruzione.

2. L’innalzamento del livello generale di consapevolezza della popolazione in tutti i campi tramite l’uso corretto della stampa, dei mass-media e di altri mezzi.»

Fino a quando la Costituzione islamica dell'Iran sarà vigente, valevole ed effettiva, i valori del popolo islamico saranno quelli «infusi» nell'ordinamento giuridico.

Mi direte che il mio è un ragionamento che segue un percorso tautologico. Non risponde alla domanda «quali sono i valori condivisi di una società»? Verissimo! Ma a meno di non voler ritornare al giusnaturalismo e a valori preesistenti ed insiti in natura dobbiamo accontentarci di questo. Per quando riguarda gli scupoli di coscienza individuali e la rettitudine etica ciascuno fa i conti con il proprio "foro interno". Sottolineo solamente che può accadere una divaricazione talmente grande tra un imperativo categorico interiore ed una norma esterna data che l'individuo si sentirà obbligato a violare quest'ultima. Sono i classici casi di obiezione di coscienza.

Piccola nota

Nasissimo 10/3/2015 - 12:14

Caro professore, traggo dal suo scritto, e commento, solo un breve passaggio, che mi risuona perché siamo arrivati alle stesse conclusioni. E' questo:

Chiunque stia riflettendo seriamente su come fronteggiare il "pericolo islamico" (..) forse intende cosa mi preoccupi. Mi preoccupa che, visto che "loro" non giocano con le nostre regole, noi si perda di vista le nostre e, con esse, la nostra identità morale. Ossia, noi stessi.

Esatto. Non ci preoccupano tanto "loro": ci preoccupa il fatto che noi abbiamo smarrito la nostra identità collettiva, che origina (o addirittura coincide esattamente) con la nostra identità morale.
Non abbiamo portato a compimento quel percorso inziato quattro secoli fa: abbiamo rinnegato l'Illuminismo troppo presto, e così, come bene ha scritto Jurgen Habermas, la Modernità è rimasta un progetto incompiuto.
Lo abbiamo mollato illudendoci che fosse concluso, e che si potesse andare ora alla conquista dello spazio o alla ricerca di nuove sublimi conoscenze scientifiche con entusiamo e fiducia nel futuro; avendo pacificata l'umanità su quella identità Moderna universale e condivisa, ormai raggiunta e messa al riparo. Ci si è illusi che si fosse realizzato l'ideale del Zum ewigen Frieden di Kant. Ci si è illusi che per la parte di mondo non ancora pervenuta fosse sufficiente aspettare, dare tempo al tempo, e si è smesso di combattere.

E così si è dato modo alle forze antimoderne, ancora presenti e attive nella nostra società, di rimontare. Gli si è consentito di recuperare terreno, nascondendo sotto strati di sabbia le origini, le cause, e le ragioni dell'identità collettiva Moderna.
E si è giunti ad un adesso in cui noi più non sappiamo chi siamo, e non sappiamo perché siamo quello che siamo.
Per questo siamo preoccupati, e anzi, confessiamolo almeno a noi stessi, siamo stretti da una segreta paura. Non ci fanno paura quattro decerebrati col cappuccio che distruggono siti archeologici per fare un filmino. Ci fa paura la nostra inettitudine, che è conseguenza della nostra scarsa - o nulla - consapevolezza della nostra identità morale, ossia del significato, e del valore, dei nostri Valori.

Forse ricorderà, professore, la piccola osservazione critica che le mossi nel suo post sul classico (che condividevo nelle altre parti) relativa all'insegnamento della storia. Scrivevo lì che non sapere nulla della guerra dei trent'anni è più grave che non sapere nulla della guerra russo-giapponese per la Manciuria o di Tupac Amaru, perché è qui che si origina la nostra identità collettiva.
E non nostra di noi uomini occidentali, nostra di noi uomini Moderni.

Credo che sia quantomai urgente ricomiciare da dove eravamo rimasti. L'uomo Moderno ora ha bisogno di raggiungere l'autoscoscienza, altrimenti rischia di perderla, questa partita. Anche se sembra godere, e gode in effetti, di un vantaggio di partenza immenso. I Romani, nei confronti dei barbuti cristiani, avevano lo stesso vantaggio.
Proporrei - tramite l'insegnamento della storia e della filosofia ma non solo - di lavorare per insegnare l'essenza della Modernità, cominciando dallo spiegare i significati e le valenze vere della parola Moderno a quelli che non l'hanno capita, e che la impiegano malamente col significato neutro di "recente".
Che sono molti, troppi, anche tra di noi.

"L'uomo Moderno ora ha bisogno di raggiungere l'autoscoscienza, altrimenti rischia di perderla, questa partita."

Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἂνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς.

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