Fake news: maneggiare con prudenza (I)

12 marzo 2017 davide mancino

Del perché le bufale somigliano a una misteriosa polvere blu rinvenuta in Brasile trent'anni fa.

La sera del 13 settembre 1987, nella città di Goiânia – Brasile centrale –, due uomini approfittarono dell’assenza della guardia per intrufolarsi in una struttura deserta. Era un vecchio centro di cura privato, da diversi anni in fase di smantellamento. Speravano di portare a casa qualcosa di valore, e dopo un po’ trovarono qualcosa che in effetti sembrava fare al caso loro: una piccola capsula di cinque centimetri per cinque; ben solida e pesante, nonostante le ridotte dimensioni, con un’apertura su un lato.

Dopo averla portata a casa di Roberto dos Santos Alves, uno dei due, cominciarono a smontarla. Poche ore più avanti, la sera stessa, vomitarono entrambi. Il giorno successivo a Pereira – il secondo uomo – vennero diarrea e vertigini. La sua mano sinistra cominciò a gonfiarsi, e su di essa comparve una bruciatura; aveva la stessa identifica forma dell’apertura della capsula. Due giorni dopo Pereira visitò un dottore, che ipotizzò un’intossicazione alimentare e gli consigliò di restare a casa a riposarsi.

Alves intanto non aveva interrotto i suoi tentativi di aprire la capsula, e il 16 settembre riuscì finalmente a bucare la fessura con un cacciavite. Dall’interno veniva un’intensa, affascinante, luce blu. Non sapendo cosa fosse, né cosa farne di preciso, Alves vendette l’oggetto a un vicino deposito di rottami.

Il proprietario del deposito, Devair Ferreira, notò la luce e fu colpito dalla sua bellezza, tanto da riportarsela a casa per mostrarla alla propria famiglia. Anche altri amici furono invitati per ammirarla. Uno di loro, lavorando sulla capsula con un cacciavite, riuscì a staccare diversi pezzetti del materiale blu luccicante, per poi regalarli ad altri conoscenti ancora. Il 21 settembre anche la moglie di Ferreira, Gabriela, cominciò a sentirsi male.

Ancora tre giorni dopo l’uomo vendette la capsula a un altro deposito di rottami. Di nuovo, il fratello del nuovo proprietario portò l’oggetto a casa, grattando un po’ di polvere da esso per poi spargerla sul pavimento. Momenti dopo, sua figlia piccola si sedette su quella stessa superficie mentre mangiava un boccone. Quella polvere blu intenso l’affascinava, tanto che se ne mise un po’ addosso per poi mostrare il risultato a sua madre. Qualche granello, per caso, cadde sul cibo che stava mangiando, e la bambina l’ingerì.

Gabriela Ferreira fu la prima ad accorgersi che qualcosa non andava: come mai tutte quelle persone avevano cominciato a sentirsi male insieme, all’improvviso? Quindici giorni dopo che l’oggetto era stato trovato, tornò dal nuovo proprietario per farselo restituire. Lo infilò in una busta di plastica, per poi recarsi nell’ospedale più vicino. Non ci volle molto per capire la causa del problema, tanto che già la mattina seguente i sospetti furono confermati da un contatore a scintillazione. La capsula conteneva una sorgente altamente radioattiva: 93 grammi di cloruro di cesio, usato in radioterapia per curare i pazienti colpiti dal cancro, e protetti – almeno in origine – da una schermatura di acciaio e piombo. L’oggetto era stato abbandonato nell’ospedale, mentre uno scontro legale impediva di rimuoverlo, e lì era rimasto finché qualcuno non se l’era andato a prendere.

Le autorità brasiliane analizzarono 112mila persone per contaminazione da radiazioni, e in 249 di loro riscontrarono una presenza significativa di materiale radioattivo nel corpo. Molte abitazioni furono abbattute: era più semplice che decontaminarle. L’esposizione diretta a un livello così elevato di radiazioni causò la morte della nipote di Ferreira, sei anni, oltre che di Gabriela e di altre due persone. Fra i sopravvissuti, diversi finirono per subire l’amputazione degli arti con i quali avevano maneggiato – o anche solo sfiorato – la polvere blu.

 

 

Racconto questa storia perché mi è tornata in mente proprio di recente, mentre sentivo parlare di bufale, fake news o come le volete chiamare. L’ho trovata una metafora interessante. Come Pereira, Alves e gli altri della storia con la capsula radioattiva, ho l’impressione che spesso (anche in perfetta buona fede) non trattiamo le bufale come le sostanze pericolose che sono; anzi tendiamo a maneggiarle senza realizzare del tutto i danni collaterali che rischiamo di causare. L’istinto naturale, se vediamo qualcosa che non ci piace o che pensiamo possa fare male agli altri, è puntarci il dito sopra e gridare il più forte possibile: “Guardate qui, questa è una schifezza!”.

Se poi lo facciamo su un social network è ancora più facile: basta un clic, una riga di commento e la bufala è risolta perché ho spiegato a chi mi legge che è falsa. Più facile di così. Oppure no? In realtà ci sono almeno due aspetti che pochi tendono a considerare, quando si tratta di queste cose, ma che possono portare (e spesso portano) all’esatto contrario di quanto vorremmo – e cioè più bufale e non meno bufale.

Il primo è banalmente economico. Praticamente tutti i siti che ospitano questo genere di “contenuti” includono anche pubblicità. Il mercato dei banner online paga anche in base alle visualizzazioni, per cui a ogni clic sull’articolo corrisponde un ricavo per chi quel pezzo l’ha scritto e per il suo editore. Più clic equivalgono a più soldi; ogni "mi piace", a prescindere dalle intenzioni, ha un certo valore economico. Ai gestori di queste piattaforme non interessa se l’articolo lo condividiamo perché è la cosa più interessante mai letta nella storia dell’universo, o perché ci fa orrore, o perché ci è scappato il dito sul tasto sinistro del mouse.

Anzi, posso dire per esperienza diretta che i più furbi di loro sanno benissimo come funziona questo sistema, e lo sfruttano alla grande fregando anche chi – in buona fede – ci casca. Molti fra i contenuti più assurdi che leggiamo sono creati consapevolmente proprio a questo scopo, per monetizzare intanto i clic di chi, a quelle storie, ci crede e – perché rinunciarci? – anche quelli di seconda generazione: di chi s’arrabbia, s’indigna, li prende in giro. (Che poi non è mica una cosa che nasce con la rete: secondo voi perché uno come Sgarbi vive in televisione? Il meccanismo è esattamente lo stesso. E lui lo sa, e ci sguazza; e chi lo invita lo sa, e ci sguazza. Noi condividiamo le sue trollate per prenderlo in giro – guardatemi, sono uno intelligente io! –, e lui ci guadagna.)

Cinico? Certo. Ma a loro che importa? Finché fanno soldi in questo modo, che motivo avrebbero mai per smetterla? Me li immagino, osservando le luci della città una piovosa serata d’autunno, a riflettere mesti sulle ingiustizie della comunicazione contemporanea.

E anzi, più è assurda la bufala, più convince i boccaloni e fa indignare i fact-checker-fissati-con-i-numeri-tipo-me, (che magari la rilanciano, alimentando altri clic) meglio è. Tanto che è nata un’intera industria basata su questa debolezza umana. Date un’occhiata a questa storia della BBC, per esempio, dove le bufale che hanno infestato le presidenziali americane sono state investigate fino a una città in Macedonia. Lì un gruppo di giovani ha industrializzato la produzione di bufale acchiappaclic. “Gli americani adorano le nostre storie”, spiega uno di loro, “a chi importa se sono vere o false?”.

Questo non vuol dire, naturalmente, che bisogna far finta di nulla. (Poi io faccio il giornalista, mica il prete: non sta certo a me dire alle persone cosa devono o non devono fare). Però, come ricorda uno dei più saggi uomini in circolazione, alla fine è sempre meglio sapere. Almeno così, prima di cliccare sul dannato tasto “condividi”, possiamo prendere una decisione informata sulle conseguenze. E se proprio dobbiamo linkarle, queste storiacce, possiamo almeno provare a usare un servizio come donotlink che ne limita la visibilità sui motori di ricerca. (Dimenticavo, c’è anche questa. Lo sapevate che se abbastanza persone condividono o anche solo linkano una storia sul legame fra vaccini e autismo per dire che è una cretinata criminale, la prossima volta che qualcuno cerca “vaccini” e “autismo” su un motore di ricerca quell’articolo comparirà più in alto fra i risultati? Altro effetto collaterale).

Certo se poi quel link lo apriamo, allora comunque stiamo regalando soldi ai bufalari. Ma alle soluzioni tecniche c’è sempre un limite: almeno finché la causa del problema risiede, purtroppo, nello spazio fra la sedia e il computer.

P. S. Ora che ci penso c’era anche una seconda ragione, ma quella è ancora più complicata e il post sta già diventando troppo lungo così. Sarà per la prossima!

P. P. S. La storia dell’incidente di Goiânia è ampiamente tratta dalla relativa (e molto ben fatta) pagina di Wikipedia.

7 commenti (espandi tutti)

analisi parziale?

bonghi 12/3/2017 - 15:10

resta il problema di come evitare le fake news pubblicate dai media tradizionali , problema forse piu' difficile da risolvere

Ni

Elio Truzzolillo 13/3/2017 - 13:05

Ni,

ovvero nè si nè no. Innanzitutto grazie per l'aneddoto della polvere blu, non lo conoscevo e adesso fa parte del mio patrimonio culturale. 

Perché nè si nè no? 

1) Bisogna evitare di confondere il non condividere il link con il non trattare della questione specifica (cioè di quel particolare fake) per non dare visibilità a queste organizzazioni. A onor del vero nell'articolo questa confusione non viene fatta, ma spesso succede. Credo quindi che questa differenza vada esplicitata per non creare fraintendimenti. Nell'epoca della radio, delle TV e dei giornali non nominare un fenomeno nel 99% dei casi era sufficiente a limitarlo, fu il caso, per esempio, caso del "gioco" dei sassi lanciati dal cavalcavia. I media tradizionali si accordarono informalmente per non diffondere più questi episodi onde evitare casi di emulazione. Sul web ignorare un fenomeno semplicemente non funziona.

2) È vero che per ogni condivisione o link riportato e aperto da altri questi siti monetizzano la diffusione delle fake news. Ma il nocciolo del problema rimane sempre l'effetto sociale di queste notizie. Per quel che mi riguarda questi signori potrebbero anche diventare miliardari se poi la maggioranza della gente non credesse alle "puttanate" che pubblicano. Tutto sommato se ragalandogli qualche centesimo (o qualche euro per le eventuali successive visualizzazioni) si riesce a spiegare a qualche centinaio  di persone che quel sito e quella notizia sono inattendibili, l'effetto netto sociale nel medio periodo potrebbe essere comunque positivo. Alla lunga costoro diventerebbero dei ricchi intrattenitori, dei cloni "sporchi" di Lercio, ma senza arrecare eccessivi danni sociali. Qualche caso è già rintracciabile, per esempio la pagina Facebook/blog "Libero Giornale", presa più volte in "castagna" e denunciata pubblicamente in trasmissioni televisive (la TV e i giornali potrebbe fare molto in questo campo se solo volessero), sta lentamente diventando una pagina satirica, alternando fake news a notizie palesemente false che dovrebbero indurre al sorriso (con scarso successo), ma che data la loro evidente falsità non creano un danno sociale. D'altronde se il 90% delle persone condividesse queste notizie per segnalare la loro falsità o per prendere in giro chi ci crede, il problema sociale sarebbe già risolto, e le imprese comincerebbero a non volere vedere associata la loro pubblicità a queste organizzazioni. Purtroppo, evidentemente, non siamo ancora a questo punto.

3) Detto questo può essere utile per chi volesse denunciare/perculare limitarsi a nominare la testata fake e la notizia fake senza mettere o link, magari riportando degli estratti o facendo ricorso a degli screenshot. Di sicuro il fenomeno non si esaurirà da solo, di sicuro le dotte dissertazioni dei sociologi (per quanto utili) non vengono lette da chi alle fake news ci crede (sono due ecochamber troppo distanti sui social). L'unico rimedio è la denuncia continua, fare diventare una moda tra i giovani lo smascherare le fake news, sviluppando il loro senso critico e una sana diffidenza. D'altronde qualcosa comincia a muoversi. È il caso, solo per citarne uno, di YouTube che ha sospeso la monetizzazione ad alcuni canali. 

4) Altro argomento è la pessima qualità dell'informazione in TV e nei giornali, ma questo non riguarda in senso stretto le fake news. Il Corriere della Sera difficilmente inventerà un crimine mai avvenuto per sollecitare un sentimento razzista. Nei media tradizionali la qualità dell'informazione è un problema di natura diversa, in questo caso mi riferisco al commento del Sig. Borghi, per quanto le fake news in senso stretto esistono in modo più sfumato anche nei media tradizionali.

enne , non erre

bonghi 13/3/2017 - 19:44

bonghi bonghi , mai avrei avuto l'ardore di chiamrmi borghi ... 

per tornare al tema , fatto chiaro come anche in questo stesso sito siano state dichiarate false certe informazioni apparse nei grandi quotidiani , ritengo che le mistificazioni dei grandi media siano piu' pericolose di quelle della rete .... mi spiego:

se anche poche migliaia di persone sono disposte a credere in un improbabile motore perpetuo , la cosa non e' socialmente preoccupante , trovo sia piu' pericolosa la falsita' diffusa dai grandi media , capace di condizionare milioni di persone 

basti pensare a cosa accadde durante i ventenni di B e b ( benito e berlusconi , scelga pure quale dei 2 e' quello in maiuscolo ) , io faccio riferimento a quello piu' lontano nel tempo , ma il discorso vale per entrambi , pur con le dovute differenze : l'informazione ufficiale faceva vivere al popolo italiano un racconto distantissimo dalla realta' e non credo , almeno fino al crollo finale , che le persone se ne rendessero conto

Diciamo che lo scopo che mi ha spinto a scrivere l'articolo non è tanto invitare a fare o non fare qualcosa, ma cercare di problematizzare un po' alcuni aspetti della questione "fake news" che spesso vengono trascurati, ma secondo me sono molto più rilevanti di quel che sembra. Poi ognuno li fattorizza nella propria decisione individuale di cliccare o no sul tasto condividi, ma più in là di così non mi spingo :-)

A proposito degli altri punti che citi, molti rientrano nel secondo aspetto di cui accennavo nell'articolo, e che secondo me contribuisce in maniera ancora più determinante al diffondersi delle bufale rispetto ai soldi. Spero di riuscire a scriverne a breve, così ne possiamo discutere meglio, però la questione centrale viene descritta benissimo da Tim Harford qui.

In più, ammetto candidamente di non avere soluzioni (come nessuno ce le ha al momento, purtroppo), però per cominciare secondo me una critica di come abbiamo gestito le cose finora torna utile. Molte evidenze suggeriscono che l'approccio classico alle bufale ha peggiorato le cose, invece che migliorarle, e magari per cercare di capirci qualcosa conviene partire da lì. Io almeno sto provando a fare così :-)

A parte la pubblicità del libro di Giordano, si tratta di una fake news? Da un retweet di Alberto Forchielli

Paolo, se sei interessato ti allego una corposa analisi della vicenda eseguita da David Puente (noto debunker). Non si può certamente definire una "fake news" ma ci sono una montagna di precisazioni da fare.

https://www.davidpuente.it/blog/2017/03/13/dubbi-sul-video-la-verita-sui...

GrazieK...

Paolo Biffis 14/3/2017 - 19:54

era quello che cercavo!

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti