Fermare il declino, anche per i disabili

29 gennaio 2013 andrea moro

Il sito disabili.com ha chiesto all'ufficio stampa di FARE per Fermare il declino cosa intendiamo fare per i disabili. Abbiamo inviato alcune affermazioni forse generiche, che riporto sotto, ma che dovrebbero rivelare lo spirito di fondo,  per chi pensa che il liberismo sia nemico di chi sta peggio (FALSO), come Fassina che ieri a Porta a Porta ha accusato Giannino di voler "Tagliare le scuole" (FALSO PURE QUESTO). 

Nel testo del comunicato, che riporto sotto, il confronto con la Danimarca è dedicato a chi crede che la crescita sia infelice. Aggiungo qualche altro dato trovato da eurostat sui tassi di occupazione dei disabili, e sulla spesa totale per assistenza, cura, riabilitazione, compreso il supporto domestico ed altri benefits non monetari. I paesi che crescono si possono permettere una assicurazione sociale degna di una civiltà moderna che offra dignità agli sfortunati e sicurezza ai fortunati. Ai paesi che non crescono, non resta che la beneficienza e l'assistenzialismo. 

Paese Tasso di occupazione
disabili (anno 2002)
Spesa per assistenza e cura disabili
compresa assistenza pensionistica ed
in natura (anno 2010)
Euro per abitante % del PIL
Italia 37.5  349  1.70
EU (15 paesi) 52.1  581 2.31
Danimarca 52.8  1715 4.81
Germania 43.3 641  2.41
Spagna 28.5 309  1.78
Francia 56.0 498  1.96
Portogallo 55.2 273  2.09
Svezia 74.2 1345  4.24
Regno Unito 54.6 617  2.78
(fonte: Eurostat)

Questo il comunicato che abbiamo inviato:

In Danimarca, dove dagli anni '90 esiste un sistema di protezione del lavoro denominato "flexicurity" simile a quello che proponiamo nel nostro programma, lo stato spende circa lo 0.5 per cento del PIL per supportare l'impiego di disabili nel luogo di lavoro. In Italia le imprese con più di 15 dipendenti sono obbligate ad assumere una percentuale di lavoratori disabili, venendo in parte compensate da un "Fondo nazionale per il diritto al lavoro dei disabili", che per il 2012 è stato fissato pari a 350 milioni di euro, e cioé lo 0.02 per cento del PIL. Anche se a questo vanno aggiunte alcune detrazioni al cuneo fiscale previste dalla legge, la sostanza non cambia. 

Noi crediamo che un paese moderno abbia il dovere di uscire da un'ottica assistenzialistica nel trattamento dei disabili per adottare un sistema di assicurazione sociale basato sulla corresponsabilità: anche i disabili devono contribuire nei modi a loro possibili alla produzione e alla crescita economica del paese, e spetta allo stato coadiuvare gli imprenditori per rendere possibile l'inserimento dei disabili nel posto di lavoro. Va pertanto avviato un percorso di graduale potenziamento del fondo per il diritto al lavoro dei disabili per portarlo sino ai livelli danesi. 

Queste spese non sono da vedersi come un costo per la collettività: in parte sono compensate dalla produttività dei disabili precedentemente senza occupazione, in parte da risparmi di somme attualmente sborsate per assistenza pensionistica, in parte infine dai costi ora sopportati dai datori di lavoro per l'impiego dei disabili e che sarebbero più efficientemente sopportati dalla fiscalità generale.

13 commenti (espandi tutti)

Nella scuola italiana i disabili (a vario titolo) precari in graduatoria hanno diritto alla priorità nelle convocazioni (legge 104). La cosa funziona più o meno così:

All'inizio dell'anno scolastico vengono assegnate le cattedre annuali. Se ci sono 10 cattedre, queste andranno ai primi dieci in graduatoria. Se però in graduatoria c'è un disabile, ha la priorità, ovvero viene convocato per primo, anche se è in basso in graduatoria. In questo modo al disabile viene quasi garantito un posto di lavoro (anche se ci sono poche cattedre, egli può accedervi perché "salta la fila").

L'idea nobile è di evitare che un disabile venga espulso del mercato del lavoro, però in realtà quel che il sistema fa è altro. 

Se ci sono 10 cattedre e il disabile viene convocato prima, in realtà non è lo Stato che sta garantendo un lavoro al disabile, bensì il decimo in graduatoria, che in virtù dei suoi punti avrebbe diritto a quel posto e invece rimane disoccupato. Lo Stato non ci mette una lira: lo stipendio che avrebbe dato al decimo in graduatoria lo gira al disabile, quindi il "sussidio" lo paga quel decimo, non altri e men che meno lo Stato.

Ho messo "sussidio" tra virgolette perché mi si potrebbe ribattere che lo Stato non sta sussidiando un lavoratore disabile, bensì impiegando.

Ma secondo me anche questo è improprio: lo Stato non impiegherebbe quella persona se non fosse per la sua disabilità: se dipendesse dai soli punti in graduatoria, sarebbe indietro, spesso anche di tanto (se il disabile fosse anche tra i primi dieci di cui sopra, il problema non si porrebbe).

In altre parole, lo Stato non sta semplicemente garantendo che il disabile non sia penalizzato nel mercato del lavoro, poiché per tale garanzia basterebbe assicurarsi che le scuole non ignorino il suo punteggio a favore di normodotati. Mi spiego: se venissero assegnate 10 cattedre e il disabile, nono in graduatoria, venisse saltato in favore dell'undicesimo, normodotato, allora sì che ci sarebbe una discriminazione. Allora sì che ci sarebbe bisogno di un intervento statale che ristabilisse i diritti conculcati, ma non è questo il caso.

In definitiva, quando lo Stato dà il posto di lavoro ad una persona meno competente (nel sistema attuale si presume che chi ha meno punti sia meno competente: una fesseria, ma l'intenzione della legge è questa, e come tale la prendiamo...) togliendola ad una più competente, sta in realtà facendo un gioco delle tre carte molto furbetto: dicendo di tutelare il disabile, gli sta dando un lavoro per non dovergli dare un sussidio, e gira il conto a chi rimane disoccupato.

Alcuni precari esasperati potrebbero arrivare a sperare di essere vittime di una disgrazia, e sistemarsi...

La difesa dei diritti dei disabili al lavoro rimane sacrosanta e non si deve aver paura di investire soldi nella creazione di un sistema che ne tuteli il lavoro, però allo stato attuale, perlomeno in un mercato del lavoro assurdo come quello della scuola pubblica italiana, il sistema è di fatto iniquo.

Non entro nel merito della sostanza di quanto dici; credo la frase "Alcuni precari esasperati potrebbero arrivare a sperare di essere vittime di una disgrazia, e sistemarsi..." potevi risparmiarla..

e non stavo scherzando. Mi rendo conto che è una cosa amarissima, ma di fatto è così.

Non entro nel merito della sostanza di quanto dici; credo la frase "Alcuni precari esasperati potrebbero arrivare a sperare di essere vittime di una disgrazia, e sistemarsi..." potevi risparmiarla..

Un disabile spesso ha più difficoltà a completare la sua formazione, e quindi è estremament eprobabile che sia "meno bravo" di un "non disabile". Se si utilizzasse un assoluto approccio "meritocratico" (ammesso che il punteggio sia un indicatore oggettivo di merito, ovvero nel nostro caso di qualita/capacità) è molto probabile che   il mondo del lavoro sarebbe precluso alla maggior parte dei disabili.

 

Inoltre, non si tratta solo di dare al disabile uno stipendio invece che un sussidio, ma di consentirgli di inserirsi nel tessuto lavorativo, un modo per farlo sentire meno"diverso". Supponiamo di cambiare le regole, e di dire che riserviamo ai disabili (ovviamente abilitati all'insegnamento, nel caso specifico) il 20% delle cattedere. A questo punto, se nella graduatoria ci sono 2 disabili e ci sono (come nell'esempio) 10 cattedre, i disabili hanno diritto alle due cattedre, se però ce ne fosse uno, il primo degli esclusi potrebbe considerarsi fortunato perchè avrebbe diritto ad una cattedra allocata a disabili pur non essendolo.

Certo che se poi c'è qualche intelliggentone invidioso di un disabile che, per il suo stato, lo "scavalca" in graduatoria ... bè,  in effetti  non credo che ci sarebbe bisogno che speri di essere vittima di una disgrazia, lo è già!

 

Però spero almeno che la linea del ragionamento sia chiara: l'handicap non deve essere una causa di esclusione e deve essere, come si dice sotto, "neutralizzato". Non deve invece diventare un vantaggio competitivo.

Anche perché non so quanta soddisfazione possa dare ad un docente sapere di star lavorando non perché è bravo, perché si è dato da fare, perché la sua professionalità è stata riconosciuta, ma solo, per dire, perché è cieco.

Qualcuno potrebbe pensare addirittura di star ricevendo della pietà di Stato (pagata, come dicevo prima, non dallo Stato, però).

Peraltro nel sistema che proponi tu, il problema non cambia di una virgola:alla fine ci sono sempre posti a disposizione per persone che, se non fosse per l'handicap, non starebbero lavorando. Quel che bisogna evitare -ed è diverso- è che persone valide si ritrovino a non lavorare per colpa dell'handicap.

Questo peraltro credo che accada solo nella scuola dove c'è un sistema particolare, rigidissimo e burocratico, che andrebbe eliminato comunque e che incrociandosi con la 104 crea un monstrum.

 

E' possibile che nell'istruzione il disabile sia svantaggiato ed è invece ovvio (spero) che lo svantaggio debba essere eliminato così come si eliminano le barriere architettoniche. Ma questo non ha nulla a che vedere con il discorso che stiamo facendo.

In realtà la questione che tu poni è un'altra: una persona che per colpe assolutamente non sue si ritrova ad avere qualifiche professionali di minor qualità, come può essere "risarcito"?

Non so se ignorare il suo "deficit professionale" (non l'handicap) e privilegiarlo nella assegnazione di un lavoro sia utile, perché anche in questo caso il problema si scarica su chi non c'entra niente, ovvero gli studenti che si ritrovano un professore il cui problema sarebbe non certo l'handicap, bensì il fatto di essere meno preparato di altri (era questo il tuo assunto iniziale, io NON sto assolutamente dicendo che l'handicap porta necessariamente o automaticamente o anche solo probabilmente un deficit professionale).

 

Il problema è spinoso, e forse sarebbe meglio affrontarlo con un efficace sistema di riqualificazione professionale (possibilmente gratuita), come fanno ad esempio gli insegnanti olandesi o finlandesi (disabili o normodotati che siano). 

 

L'"invidia" nei confronti del disabile è un paradosso serissimo, ma pur sempre un paradosso (e secondo me più d'uno il pensiero l'ha fatto: dopo vent'anni in graduatoria pensi di tutto).

L'"invidia" nei confronti del disabile è un paradosso serissimo, ma pur sempre un paradosso (e secondo me più d'uno il pensiero l'ha fatto: dopo vent'anni in graduatoria pensi di tutto).

 

D'altronde quanti servizi al TG si vedono di persone che si fingono disabili per ottenere la pensione d'invalidita'

Dipende

oldman 30/1/2013 - 16:07

Capisco che il discorso sulla scuola, e quindi sugli insegnanti, possa apparire particolare, ma in realtà credo si possa estendere a tutti i contesti perchè il lavoro delle persone,e la qualità di quel lavoro, ha impatto diretto o indiretto sulla comunità. Detto questo, e aggiunto che neanche io ho detto che necessariamente una disabilità porti ad un deficit professionale, i casi sono due:

 

o il sistema scolastico italiano NON penalizza i portatori di disabilità, allora una qualunque misura in loro aiuto è sbagliata

 

o dette misure sono soltanto un doveroso risarcimento della incapacità del sistema scolastico italiano e dovrebbero essere temporanee (ma si sa, in italia niente è più definitivo del temporaneo) finchè il sistema stesso non recuperi le sue carenze

 

 

La prendo un po' alla lontana.

 

Io credo (ma chiedo conferme) che la ratio dei sussidi dati ad una azienda per assumere il disabile non stia nel fatto che il lavoro del disabile sia di scarso qualità e quindi lo Stato debba "risarcire" l'azienda dello scarso lavoro fatto. Credo piuttosto che lo Stato dia quei soldi perché per l'aziende può essere costoso mettere il disabile in condizioni di piena produttività.

 

Esempio: il sussidio non viene dato perché l'impiegato ipovedente sbaglia le pratiche e lo Stato deve risarcire i costi che l'azienda si deve assumere perché qualcuno le corregga. Credo -spero- che il sussidio sia dato perché l'azienda, per permettere all'impiegato di lavorare BENE, deve fornirgli strumenti particolari e costosi, (schermi più grandi, materiali ad hoc, ecc. ecc.) che sarebbero in sé ragione concreta (non dirò mai valida) per non assumerlo. In questo secondo modo il lavoratore trova sponda in uno Stato che gli permette di essere produttivo come gli altri (e può essere orgoglioso del suo lavoro). Questa è la ratio che io vedo nei sussidi (e mi sembra anche quella di Ichino) e che poi mi porta al ragionamento di cui sopra: nella scuola vieni assunto non perché bravo nonostante la disabilità, ma a causa della disabilità.

 

Il caso che tu fai della scuola italiana che non forma i disabili è però un'altra cosa. Mettiamo il caso che io non sia riuscito a prendere la patente perché l'unica scuola guida del mio paesello non aveva macchine-scuola per disabili. Ora è ingiusto che io non possa fare il tassista, lavoro che avrei potuto tranquillamente fare con la macchina adatta, ma non sono sicuro che sia giusto permettermi di fare il tassista senza saper guidare bene, perché rischierei d'ammazzare qualcuno.

Più equo sarebbe, io credo, che lo Stato sopperisca al danno che ho incolpevolmente ricevuto a) pagandomi una scuola guida attrezzata, b) sanzionando la scuola guida non attrezzata.

anche i disabili devono contribuire nei modi a loro possibili alla produzione e alla crescita economica del paese, e spetta allo stato coadiuvare gli imprenditori per rendere possibile l'inserimento dei disabili nel posto di lavoro

Giusto ieri era uscita questa intervista a Pietro Ichino dove rispondendo ad un ascoltatore disabile ha posto il concetto di "neutralizzare l'handicap". In poche parole riuscire, per quanto possibile, a collocare i disabili in impieghi dove l'handicap non incide sulla produttività (es: la persona in carrozzina che lavora al pc), così da rendere idealmente superfluo il sussidio al datore di lavoro che assume (concentrandolo invece verso quei soggetti che faticano a collocarsi o non possono proprio lavorare).

che in questa discussione parlasse chi vive la relata' del diverso da dentro. Spero chi fa proposte di legge si affidi a chi la realta' di disabile la vive in prima persona. Da come sta andando la discussione non mi sembra che qui si stia facendo questo

Mi sono dimenticata di aggiungerlo nel post precedente. Spero che Fare per Fermare il declino consideri seriamente questo problema, così come avviene nei paese civili. E’ una questione di dignità per queste persone e per le loro famiglie ed è un beneficio per il paese stesso non escluderle dalla società e dal mondo produttivo.

Distinguerei tra:
- disabilità solo fisica (o fisica e mentale lieve). E qui è corretto parlare di coinvolgimento dei disabili nella vita produttiva del paese purché li si metta nelle condizioni di farlo (adeguata formazione, abbattimento delle barriere);
- disabilità fisica e mentale più grave. In questo caso, l’integrazione in posti di lavoro “normali” è più complessa, i disabili hanno una minore autonomia, possono essere coinvolti in attività più semplici e devono essere più affiancati da operatori/educatori. Io ho l’esperienza diretta di una cooperativa che opera nel no-profit, occupandosi di agricoltura sociale e di semplici produzioni artigianali e che coinvolge alcuni ragazzi disabili in queste attività. Esperienze di questo genere: 1) sono innanzitutto molto utili per questi ragazzi; 2) consentono agli operatori di conciliare l’impegno sociale con un’attività lavorativa (e quindi sono anche, e soprattutto forse, un’occasione di lavoro per dei giovani “normali”); 3) permettono ai familiari dei disabili di non abbandonare il lavoro, dal momento che i ragazzi sono seguiti ed impegnati per una parte della giornata. Sempre sulla base della mia esperienza, posso però dire lo sviluppo e la sopravvivenza di simili attività (sociali ed imprenditoriali insieme) è difficile e lo Stato non è di nessun aiuto (anzi, tralasciamo di raccontare i danni che può fare);
- ci sono poi forme di handicap molto gravi. In questi casi, si può (e si deve) garantire un aiuto adeguato ai familiari (assistenza domiciliare o in centri specializzati) per consentirgli di conciliare lavoro e sostegno alla persona in difficoltà.

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