Fiat Voluntas Dei
La saga FIAT comincia ad avere anche i suoi studiosi, nonché analisti di riferimento che, per comodità, potremmo chiamare “Marchionnologi”, secondo la moda, tutta italiana, del retroscena, del complotto, o del “che sta pensando quiz”.
Non intendo risalire agli albori della storia, per cui comincio dal 1° Giugno 2004: la Fiat è alla canna del gas. Qualcuno ricorderà la frase “io le cambierei il nome in Ferrari, così si vende meglio”. La Fiat è riuscita nell'epica impresa di produrre la Stilo, la Multipla, e la Palio, ha un indebitamento altissimo, eccetto Melfi tutti gli stabilimenti italiani lavorano in perdita, Termini Imerese riesce nella mostruosa impresa di far perdere da 1.000 a 5.000 euro (le cifre non sono ufficiali) per ogni unità prodotta della Thesis (altro modello mitico ...). Non un azienda, insomma, ma il tipico mostro italico che ha spesso cambiato nome (IRI, Parmalat, Cirio, Fiat), ma non il prodotto: perdite.
Nel 2004 Fiat perdeva il 10% sul fatturato.
Poi arriva un tipo con una strana fissa: fare di Fiat una azienda. Realizzare prodotti che possano piacere al mercato, avere un marketing, avere stabilimenti che funzionano, così come fanno le aziende di tutto il mondo che non sono finanziate (sussidiate, nel gergo italico) a piè di lista dallo stato. La rivoluzione culturale in azienda è enorme: per la prima volta a memoria d'uomo in Fiat si controllano i costi.
Mi fermo qui, non mi interessa fare il Fiattologo, ricordo solo un episodio, quello dell'apertura dello stabilimento serbo di Kragujevac. Marchionne va a Roma, gli vengono fatte fare tre ore (chi dice anche di più) di anticamera, espone il progetto di un nuovo stabilimento in Italia, bussa a quattrini, ma anche a garanzie: non vuole fare un'altra Termini Imerese. Dall'allora governo Berlusconi gli viene risposto “vedremo, valuteremo, le faremo sapere”, come si fa anche con l'autista che chiede un favore. Dopo un mese Marchionne vola a Belgrado, dove è ricevuto in pompa magna dal Primo Ministro, e in due giorni chiude tutti gli accordi: sgravi, esenzioni fiscali, soldi, territorio e garanzie sulla realizzazione di una serie di opere collegate all'investimento. Torna in Italia e rilascia un'intervista di fuoco a “La Stampa” (non la trovo più, chi la trova non vince niente ma la metta lo stesso ...) in cui si dice nauseato della politica italiana. Io aggiungo, anche, che non dimenticherà l'affronto.
Saltando di palo in frasca arrivo ai giorni nostri: di Pomigliano abbiamo già parlato, adesso vediamo cosa sta succedendo, dopo l'annuncio che Fiat Auto assemblerà le nuove monovolume in Serbia.
Parlerò quindi di una cosa semplice,che dovrebbe essere intellegibile perfino a un politico, o a un sindacalista, parlo di politica aziendale.
Cosa fa un'azienda che non vuol chiudere? Risposta: cerca il profitto. E poi? Ah, l'appetito vien mangiando: cercherà di massimizzare il profitto. Come? In tutti i modi.
Quindi, specialmente se è a corto di liquidità (e Fiat lo è, lo sanno bene i fornitori che aspettano anche 180 giorni per essere pagati) cercherà dei finanziatori (banche o governi, poco importa) che paghino le nuove catene di montaggio per i nuovi modelli. I governi te li danno gratis, i soldi, mentre le banche hanno la pessima abitudine di rivolerli indietro con gli interessi, a meno che non le freghi con un bel “warrant”.
Poi, cercherà di organizzare il lavoro e gli stabilimenti in maniera tale che essi siano ottimizati, per produrre il maggior output possibile a parità di fattori produttivi, quindi più turni possibile e miglior risultato possibile (il WCM è uno di questi, ma attenzione, non è l'unico).
Fin qui il “normale” percorso di un'azienda che sta impostando una politica “innovativa” (dal punto di vista dell'azienda) mista a vecchie politiche industriali tipicamente europee;ma pur sempre un'azienda manifatturiera multinazionale. Solo che...
Solo che siamo in Italia, l'unico paese del pianeta Terra dove non si è mai visto che un'azienda non si presenti con il cappello in mano ai politici pur di andare dove cazzo le pare,; un paese dove i sindacati pretendono i “permessi sindacali retribuiti” anche per le elezioni politiche; ma anche un paese dove i sindacalisti stessi sono dei perfetti sconosciuti sulle catene di montaggio (la famigerata linea) e dove “fare azienda” significa essenzialmente avere cointeressenze con i politici, i sindacati e i loro amici.
Tutto qui, non c'è nessun “segreto di Marchionne”, nessuna strategia segreta. I politici ed i sindacalisti, con i loro lacchè di riferimento (qualcuno si ostina a chiamarli giornalisti) anziché commentare (a Napoli i loro commenti si definiscono “parlà 'a schiovere”) cose di cui non capiscono una cippa potrebbero comprare un qualsiasi testo di economia aziendale, per i loro standards andrebbe bene anche un Bignami, e leggere cosa c'è scritto alla voce “cosa fare in un mercato competitivo”.
Bignami del Bignami: ridurre i costi, ampliare l'offerta, avere basi finanziarie solide (e, aggiungo, io, se ti pagano l'investimento le basi solide te le forniscono. Gratis.). Poi potremmo parlare per ore dei soldi che la Fiat ha avuto dallo stato, dei sindacati che difendono i lavoratori, ma mi sembra lo stesso discorso sterile delle rivendicazioni Nord-Sud: bla-bla-bla che non porta da nessuna parte.
Notazioni finali:
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I grandi sindacati italiani (FIOM-CGIL in primis) stanno portando a casa lo splendido risultato che la FIAT rinuncerà al CCLN (che qualche idiota ha già confuso con lo Statuto dei Lavoratori, che è una legge), aprendo una falla in un muro che tutti gli imprenditori miravano ad abbattere, ma che nessuno aveva il coraggio da solo di fare: Ma se lo fa la FIAT... (nota personale: Forza Marchionne: sei tutti noi! Non ti fermare!)
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Il Governo Italiano dimostra quello che si sa da tempo: poche idee, ma ben confuse. I politici italiani (di governo e d'opposizione, nessuna differenza) dimostrano solo che con il lavoro ed il mercato, quello serio, non vogliono avere niente a che fare.
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Sopra ho scritto di quando Marchionne ha fatto anticamera a Roma: dopodomani il Governo va a Torino. C'è ancora qualcuno che si domanda chi ha vinto?
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Tutti a parlare dello “spostamento in Serbia”. A nessuno, ma proprio a nessuno è venuto in mente che il “progetto LO” è in ritardo, che di fatto se ne sta spostando nel tempo l'attuazione (Zastava non è ancora pronta), e che così Marchionne ha la scusa per non scoprire una carta che non ha. Ma vanno a Torino con il cappello in mano ...
- Ah, anche la OMSA va in Serbia ... che sia anche questo parte del grande e segreto piano di Marchionne?
Fine. Dal mio punto di vista Marchionne è un genio: bluffa spudoratamente, spariglia il mazzo e nello stesso tempo raccoglie la riorganizzazione di stabilimenti che in taluni casi erano covi di fancazzisti, spacca il sindacato, dimostra che i politici nostrani non sanno che pesci prendere quando uno gli parla di mercato, si fa dare dalle banche altri 4 miliardi di euro, ma ne dichiara 13 di liquidità. E gli altri dietro a fare i “marchionnologi”: ma andassero a spazzare il mare....


