Gli incidenti sul lavoro: un confronto sui dati europei

10 dicembre 2007 andrea moro

Il triste episodio dell'incendio alle acciaierie Thyssenkrupp di Torino ha riportato alla ribalta polemiche di vecchia data sull'incidenza delle morti bianche in Italia. Ovviamente ogni evento di questo tipo è una tragedia umana e sociale, e doverosa è la ricerca delle responsabilità specifiche. Siccome però il dibattito facilmente si sposta dalle responsabilità individuali a quelle di un intero sistema economico, politico e/o sociale, vale la pena andarsi a vedere i dati: quanto grave è il fenomeno, rapportandolo alla situazione di altri paesi? Ancora una volta, i database di Eurostat ci vengono in aiuto.

Il primo grafico confronta il numero di incidenti fatali sul lavoro per centomila occupati. La linea continua mostra la media europea. La tendenza generale sembra essere quella di una sostanziale diminuzione rispetto ai livelli dello scorso decennio, anche per l'Italia, che però si attesta su livelli abbastanza superiori a quelli degli altri paesi europei. Il dato del 2004, ultimo anno disponibile, corrisponde a 994 morti, un numero di gran lunga inferiore ai 1325 del 1994, considerando anche il fatto che l'occupazione è aumentata di circa il 10 per cento.

fatali_0

Migliore per l'Italia il dato sugli incidenti gravi (quelli con più di tre giornate lavorative perse). In questa dimensione l'Italia si colloca a un livello abbastanza vicino alla media, e inferiore a quello degli altri paesi maggiori.

gravi_0

La posizione della media europea, inferiore al dato dei maggiori europei, è dovuta al fatto che gli altri paesi, pur pesando meno, hanno un tasso di infortuni sul lavoro di gran lunga inferiore. Per esempio, considerando il dato del solo 2004, la Grecia, Svezia, ed Irlanda hanno avuto rispettivamente 1,42, 1,13, e 0,82 incidenti per ogni cento occupati, dati che riflettono probabilmente anche la diversa incidenza dei diversi settori di produzione nel totale dell'occupazione: è difficile per esempio farsi male fabbricando cellulari.

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16 commenti (espandi tutti)

Anche la tendenza in diminuzione dei grandi paesi europei potrebbe essere dovuta a un cambiamento nella composizione dell'output. Nei paesi industrializzati la proporzione di valore aggiunto prodotto dal settore dei servizi é in continua crescita rispetto alla proporzione prodotta dal settore dei beni fisici. Se questi ultimi sono quelli che generano piú incidenti sul lavoro (che normalmente avvengono in fabbrica o in cantiere) la diminuzione di incidenti non sarebbe dovuta ad una maggiore sicurezza ma semplicemente a una riallocazione settoriale (col passare del tempo si lavora di piú nei settori meno rischiosi).

Credo anch'io che lo spostamento della manodopera verso i servizi sia il fattore dominante, ma le fabbriche sono cambiate.Fino agli anni '80 nelle tornerie vedevo un sacco di macchine aperte e cascate di trucioli ovunque, ora quasi tutte le macchine sono racchiuse in un carter.Tra l'altro col controllo numerico l' operatore lavora più lontano dalla macchina. 

Condivido anch'io il ragionamento di fondo. Due perplessità: lavoro "atipico" e sommerso che dubito siano considerati nei grafici che produci. A naso direi che soprattutto il secondo ha un peso rilevante in Italia per il numero di incidenti nel settore edile. Che ne dici?

La tendenza e' drammaticamente invertita, almeno in italia negli ultimi anni. Nel 2006 i morti censiti sono 1280. 1.449 nel 2003; 1.328 nel 2004; 1.206 nel 2005 (eurispes: http://www.cadutisullavoro.it/documenti/rapporto_eurispes_maggio_07.pdf).

Aggiungi poi i lavoratori al nero morti e non registrati. Mi sa che torniamo ben al di sopra delle medie europee....

Mi pare che i dati dell'Eurispes corrispondano ad una definizione diversa di "morti sul lavoro" di quella usata da Eurostat. Secondo quest'ultima, in Italia, gli incidenti fatali sul lavoro sono stati nel 2003 e 2004 rispettivamente 991  e 944.

Eurispes come l'Istat elabora i dati INAIL. da questi, come e' noto - in giro si trova l'articolo della Voce e l'audizione parlamentare di Giampaolo Galli dell'ANIA - meta' dei circa 1300 morti del lavoro sono dovuti a incidenti stradali (si pensi alla diffusione del trasporto su gomma per le merci, non solo nelle trasferte, per spiegare la differenza con altri paesi).

Quanto al commento sulla prevalenza del settore edile nelle statistiche sulle morti, che in effetti spiegherebbe il perche' Spagna e Italia hanno dati simili (anche se la prima in diminuzione da tempo), non mi convince perche', in edilizia e' diffusissimo il nero e un incidente di un lavoratore che non esiste per l'INAIL per definizione non rientra nelle statistiche.

Il fatto e' semplice: oggi in fabbrica, a meno che non sia una fabbrica di esplosivi artigianali, si muore molto meno che negli scorsi decenni. 

 

 

Quanto al commento sulla prevalenza del settore edile nelle statistiche
sulle morti, che in effetti spiegherebbe il perche' Spagna e Italia
hanno dati simili (anche se la prima in diminuzione da tempo), non mi
convince perche', in edilizia e' diffusissimo il nero e un incidente di
un lavoratore che non esiste per l'INAIL per definizione non rientra
nelle statistiche.

Che nell'edilizia sia diffuso il lavoro nero non significa che tutti i lavoratori del settore edilizio lavorino in nero. Per cui a meno che l'incidenza del lavoro nero non sia cambiata sostanzialmente negli ultimi anni possiamo benissimo analizzare le statistiche "ufficiali". 

Certo. c'e' una omissione nella frase mia sopra dopo la virgola: la forma corretta sarebbe dovuta essere "non mi
convince perche', anche se in edilizia e' diffusissimo il nero, un incidente di
un lavoratore che non esiste per l'INAIL per definizione non rientra
nelle statistiche." 

In realtà i confronti internazionali sono sempre difficili, dato i diversi paesi adottano diversi criteri di registrazione degli incidenti.

In Italia, per esempio, è incidente sul lavoro non solo quello che capita sul luogo di lavoro, ma anche quello che si verifica andando al lavoro, c.d. in itinere

Per chi ne ha voglia qui c'è il link dell'INAIL dove sono riportate un po' di statistiche "depurate" dalle difformità di registrazione.

http://www.inail.it/statistiche/andamento/rap_ann2006/S4.pdf

Il documento dell'INAIL, che presenta un'immagine completamente diversa da quella che risulta dalle figure presentate sopra, e conclude che l'Italia si trova in una posizione favorevole rispetto alla media europea. Il documento riporta dati Eurostat, gli stessi che ho usato io, usando pero' delle serie standardizzate. Spiego la discrepanza.

Il problema di comparabilità riguarda almeno tre fattori:

1) I diversi sistemi di rilevazioni usati dai paesi membri: esistono due gruppi di paesi. I gruppi si differenziano per l'esitenza o meno di una forma (pubblica o privata) di assicurazione specifica degli incidenti sul lavoro. I due gruppi sono, rispettivamente: Insurance Based Systems: BE, DE, EL, ES, FR,
IT, LU, AT, PT and FI; e Universal Social Security Systems: DK, IE, NL, SE, UK and NO.

La documentazione Eurostat dice espressamente che i dati sugli incidenti mortali sono pienamente comparabili fra tutti gli stati membri, mentre quelli sugli incidenti gravi sono comparabili solo all'interno dei due gruppi, ma non comparabili fra i due gruppi. Per i paesi del secondo gruppo Oltre che per IT, AT and PT in una certa misura, il rilevamento non è esaustivo, ed i dati sottostimano i veri livelli.

Da questo punto di vista le statistiche da me riportate, in particolare
quelle sugli incidenti mortali, sono valide e confrontabili, e così sono le statistiche sugli incidenti
gravi, ad eccezione del confronto con il Regno Unito (che, ora mi
accorgo, manco appare nel grafico :-) ).

2) La diversa (o mancata) rilevazione nei diversi paesi di incidenti (sul lavoro) avvenuti dovuti al traffico su strada

3) La diversa composizione settoriale della forza lavoro nei vari paesi, come sottolineato da alcuni commentatori, oltre che dal sottoscritto.

Le statistiche "depurate" dell'INAIL sono i tassi standardizzati che tengono conto di tutti e tre questi fattori, compresa la diversa composizione settoriale.

Urge confrontare i dati settoriali e i dati sugli incidenti avvenuti sulla strada. Lo farò in un secondo articolo che invierò fra breve. Anticipo, che, ad una prima impressione, il problema "incidenti sul lavoro" sembra in realtà essere un problema di "sicurezza sulla strada".

Molto d'accordo. Parlo da invalido del lavoro: questo è un paese sull'orlo di una crisi di nervi, da sempre. Mi fa specie che nessuno faccia opinione sulle morti da incidenti d'auto... Le corporazioni (inclusi sindacati) e il prelievo coatto da parte dei parassiti di Stato sono il vero problema.

Ringrazio ancora Noise e Andrea Moro per le informazioni che, anche dopo l'incidente di Torino, non si trovano sui quotidiani.

Le corporazioni ed il prelievo coatto dei parassiti di Stato saranno un problema davvero, ma non vedo cosa hanno a che fare con gli incidenti sul lavoro.

Visto che si va un pò fuori tema, la badantedi mia mamma è tornata dall'Ucraina a Mestre con un pulmino: viaggio di 36 ore con un'unica persona alla guida (che tra l'altro correva). Se poi ci scappa l'incidente, non è una fatalità.

Vero, Mario, non è una fatalità: è semplicemente il prodotto dell'imbecillità. Non ha comunque nulla a che fare né con la legislazione sulla sicurezza lavorativa, né con niente che lo stato debba fare, a parte multare brutalmente chi viola il codice stradale e costruire autostrade più ampie e moderne. Cose che invece, in Italia, viene considerato impopolare fare ...

Il capitalismo selvaggio che uccide i lavoratori e le manifestazioni come quella di Torino, comunque, non c'entrano con gli incidenti stradali in generale e con quelli legati al lavoro in particolare. Chiedo: in quale maniera esse (manifestazioni) aiutano a risolvere il problema? Qual è, poi, il problema? Dico sul serio, qualcuno potrebbe definire il problema in maniera precisa e dibattibile?

L'affermazione, che leggo ovunque sulla stampa italiana, secondo cui gli incidenti sul lavoro sono inacettabili e che occorre lottare contro questo e quello per eliminare "questa piaga", è solo un'idiozia populista, oltre che dannosa. È identica a quella secondo cui la vita non ha prezzo; che invece ce l'ha piaccia o meno ai predicatori domenicali d'ogni religione o setta politica. Quindi, qual è il problema, visto che l'analisi dei dati svolta da Andrea in questo articolo e nel seguente (che apparirà domani) mostra che praticamente tutta la differenza con il resto d'Europa si deve agli incidenti stradali (per un 70%) ed alla composizione settoriale dell'economia italiana (per l'altro 30%)?

Ho guardato e riguardato articoli, servizi ed editoriali dove i vari soloni si strappano le vesti imprecando, e non ho trovato una definizione una del "problema" che andrebbe risolto. Qualcuno ce l'ha?

Sulla base delle analisi svolte da Andra e dai lettori, propongo la mia, in tre parti.

- Il sistema stradale italiano fa schifo perché non si investe nell'alta velocità e nella rete autostradale a causa dell'opposizione demenziale dei verdi e della mancanza di risorse dovute all'eccessiva spesa pubblica per trasferimenti, stipendi e spese correnti. Questo causa morti, feriti, ed ingorghi ad ogni pié sospinto. Oltre che, ovviamente, ridurre gravemente la produttività delle imprese italiane.

- La polizia stradale italiana non fa il proprio lavoro, non multa, non arresta, non punisce. Quindi il comportamento dei conduttori italiani aggrava il problema precedente, alzando ulteriormente il numero di incidenti stradali. Occorre inasprire il codice e, soprattutto, far lavorare i poliziotti italiani che, da bravi funzionari pubblici, tendono a fare l'ameno nulla a cambio di uno stipendio.

- L'economia italiana ha una composizione settoriale e tecnologica arretrata. Questo è dovuto alla scarsità d'investimenti, rispetto al resto d'Europa, ed alla mancanza d'innovazione. Le ragioni per la mancanza d'investimenti e la bassa innovazione sono quelle ben note: alta tassazione, altissimi contributi sociali, rigidità contrattuale, invadenza sindacale, gabbie salariali irragionevoli.

I rimedi sono abbastanza ovvii. Faccio notare che, in base al terzo punto, l'alta tassazione del reddito da lavoro e gli altissimi contributi sociali sono una delle cause (non la maggiore, ma una delle cause) dell'alta mortalità italiana sul posto di lavoro.

Messa nei termini in cui un politico (o giornalista) italiano potrebbe capirla, la mia diagnosi del problema si riassume nei tre slogans

Gli ambientalisti, i sindacalisti, i parassiti pubblici ed i pensionati d'età minore di 68 anni sono i maggiori responsabili dell'alta mortalità italiana sul posto di lavoro.

Le pensioni dello zio sindacalista dei pensionati e della cugina ecologista-rifondarola (ex funzionario ministeriale lui, ex bidella lei, entrambi pensionati a 58 anni) uccidono anche te.

Di' loro di ridursele, e di appoggiare TAV, autostrade e nucleare.

 

Dai dati Eurostat risulta anche che mentre in Italia la lunghezza della rete autostradale e' rimasta sostanzialmente invariata (+0.8%) dal 1994 al 2005, nello stesso decennio i morti per incidenti stradali si sono ridotti di circa un terzo, come illustra questo grafico:

decessi per incidenti stradali in italia

Questo suggerisce non solo che le strade in Italia nel 2005 erano piu' sicure che nel 1994 (La qualita' delle strade o i trasporti pubblici sono migliorati? La polizia fa meglio il proprio lavoro? Gli automobilisti piu' pericolosi si autoselezionano nel senso di Darwin?), ma anche che la diminuzione nel numero di morti sul lavoro e' probabilmente dovuta in gran parte alla riduzione del numero di morti sulle strade (questo e' coerente con le simulazioni di Andrea) e quindi in minima parte al miglioramento della sicurezza sul posto di lavoro. Chissa' se qualcuno tra i personaggi pubblici che in questi giorni si sono stracciati le vesti se ne e' accorto.

Nel 2002, anno in cui iniziano a scendere in modo sensibile gli incidenti mortali, è stata introdotta la patente a punti. Forse c'è anche qualche altra spiegazione, ma direi che questo spiega molto bene i dati di Giulio. Faccio anche notare che, per ragioni misteriose, questa maggiore sicurezza delle strade italiane non sembra interessante per la stampa italiana. Io non ho mai pensato molto alla questione, ma avevo l'impressione (anche perché influenzato da articoli come questo) che la patente a punti avesse avuto pochi effetti. Invece qua parliamo di circa duemila vite l'anno salvate, una cifra enorme e nettamente superiore, se ho capito bene, al numero dei morti per incidenti sul lavoro.

Messo in altri termini, due anni di ritardo nell'introduzione della patente a punti avrebbero (hanno?) causato più morti che gli attentati alle torri gemelle. È semplicemente impressionante. Per favore, ricordiamocene tutti quando qualche demagogo salta su a dire che l'attuale regime è troppo drastico e bisogna allleggerire le normative.

Per la verità nei primi tempi dopo l' introduzione della patente a punti i suoi effetti sono stati abbondantemente elogiati dai media.

Tra l'altro l' articolo citato si contraddice già dal titolo, secondo cui gli incidenti sono in leggero calo e non in aumento. Meglio del corriere che fa presumere il contrario. 

Leggendo l'articolo si scopre poi che l' origine è un commento del ministro dei trasporti Bianchi:

l'obiettivo fissato dall'Unione europea era di dimezzare entro il 2010
il numero dei morti rispetto al 2001. «Per l'Italia — ha detto il
ministro qualche settimana fa — l'obiettivo è del 35 per cento, contro
il 42-43 per cento di Germania, Francia e Gran Bretagna»

Quanto alle cause, si citano vari trucchetti ma non viene evidenziato il vero punto:

non è solo colpa dei furbetti ma proprio delle regole: chi riga dritto dopo due anni torna a quota 20

Più che un problema di regole direi che è un problema di controlli: uno che non prende infrazioni in due anni o commette poche infrazioni (e quindi statisticamente è poco pericoloso) oppure non viene sanzionato quando le commette.

Un aneddoto personale: in circa 20 anni di guida mi han fatto il test dell' etilometro due volte.Entrambe l' unica sera che ho guidato in Germania.Certo non è statisticamente rilevante, ma in pratica da noi questi controlli si fanno solo fuori dalle discoteche, almeno in Lombardia.

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