L'inevitabilità della Longue Durée

14 settembre 2016 Marco Saltalamacchia

Negli ultimi tempi ho constatato una mia crescente insofferenza nella lettura delle notizie quotidiane: molto di quello che leggo mi appare scontato, addirittura banalmente prevedibile.

È maturata in me la convinzione che gli umani non si siano evoluti per nulla con il progresso tecnologico e che quest'ultimo abbia semplicemente reso la nostra vita più comoda e lunga, ma non necessariamente "migliore". Per "migliore" intendo la teorica capacità umana (che, ahimè, temo non esista, contrariamente a quanto argomentato da Steve Pinker) a rimuovere le tante cause che determinano, oggi come duecento o duemila anni fa, conflitti, violenza ed in ultima analisi, infelicità.

Senza alcuna pretesa di scientificità, ho provato ad allineare queste considerazioni ed a trarne alcune conclusioni.

Stiamo meglio o peggio?

La prima considerazione che voglio fare è che, nonostante complottisti e catastrofisti di ogni sorta si affannino a spiegarci il contrario, oggi il mondo è un posto migliore di ieri. La povertà mondiale è costantemente diminuita dal 1985 ad oggi: "According to the most recent estimates, in 2012, 12.7 percent of the world’s population lived at or below $1.90 a day. That’s down from 37 percent in 1990 and 44 percent in 1985". 

Di conseguenza, sono ugualmente migliorate le condizioni sociali ed igienico-sanitarie. Negli ultimi duemila anni, l'aspettativa di vita si è praticamente triplicata, passando dai 28 anni dell'antica Grecia ai quasi 70 odierni.

È ugualmente cresciuto l'accesso all'istruzione di fasce sempre più vaste della popolazione mondiale: "Since 1990, primary school completion rates in countries supported by the International Development Association (IDA) have risen by over 50%. The gap between girls and boys completion remains, but it’s fallen by 70% since 1990 and is now smaller than ever.".

Aggiungerei una considerazione non secondaria. Se facciamo attenzione alla crescita della popolazione mondiale negli stessi intervalli di tempo considerati, dobbiamo anche aggiungere il fatto, per nulla secondario, che beneficiari di questo miglioramento sono miliardi di individui in più.

Se, quindi, un ipotetico quanto benevolo "Rex Mundi" attento al benessere dei suoi sudditi, guardasse al lavoro fatto, potrebbe dirsi soddisfatto. Tutto bene, dunque? Quasi, anzi forse no.

Qui perde et qui gagne?

Per fortuna non è un gioco a somma zero: come abbiamo visto i beneficiari di questo progresso sono stati qualche miliardo di individui.

The huge changes that have swept the world economy since 1980—globalisation, deregulation, the information-technology revolution and the associated expansion of trade, capital flows and global supply chains—narrowed income gaps between countries and widened them within them at the same time. The modern economy’s global reach hugely increased the size of markets and the rewards to the most successful. New technologies pushed up demand for the brainy and well-educated, boosting the incomes of elite workers. The integration of some 1.5 billion emerging-country workers into the global market economy boosted returns to capital, ensuring that the “haves” would have more. It also hit the rich world’s less educated folk with unaccustomed competition.(http://www.economist.com/node/21564413)

Tuttavia qualche perdente c'è stato ed è qualcuno che conosciamo bene: noi.

Noi chi? Noi, i ricchi "occidentali" (nel concetto di Occidente possiamo buscar il Ponente per il Levante, spingendoci al includervi sia il Nord America che il Giappone). Non tutti gli occidentali ma, in particolare modo la classe media nella quale metterei, insieme ai "White Collars", anche i "Blue Collars" i quali, grazie a due secoli di lotte sindacali si erano anche loro guadagnati il loro posticino al sole.

The “winners” were the middle and upper classes of the relatively poor Asian countries and the global top 1%. The (relative) “losers” were the people in the lower and middle parts of rich countries’ income distributions, according to detailed household surveys data from more than 100 countries between 1988 and 2008 (Branko Milanovic: https://hbr.org/2016/05/why-the-global-1-and-the-asian-middle-class-have-gained-the-most-from-globalization)

Si noti bene, nel concetto di "perdente" non c'è una vera e propria perdita, ma una "perdita relativa". In pratica, e credo appaia anche abbastanza ovvio, la classe media dei Paesi Emergenti ha beneficiato molto di più dalla globalizzazione che quella dei Paesi Sviluppati. Strettamente correlato con questa "redistribuzione mondiale" della crescita c'è il rallentamento della crescita della produttività e una perdita di competitività dei Paesi Sviluppati. 

The productivity slowdown observed in recent years has occurred at a time of rapid technological change, increasing participation of firms and countries in global value chains (GVCs), and rising education levels in the labour force, all of which are generally associated with higher productivity growth. These seemingly contradictory facts have revived the debate on whether the productivity slowdown is a transitional phenomenon, a longer term condition or a function of mis-measurement. Yet, the slowdown in productivity growth is not a recent phenomenon. Indeed, it is a common feature among advanced economies, and underlying long-term trends suggest that the slowdown predates both the crisis and the current technological wave which has created the digitalised economy. (http://www.oecd.org/std/productivity-stats/oecd-compendium-of-productivity-indicators-22252126.htm)

It's the Democracy, Stupid! (Alias il frutto avvelenato dei populismi)

In ogni caso, visto che fino a ieri a dettare le regole al mondo eravamo noi Occidentali, (oggi molto, molto meno) e che siamo tutti, bene o male, organizzati in solidi sistemi democratici, le nostre élites politiche devono comunque (più o meno) tener conto degli umori dei propri elettori. Le conseguenze politiche di questo "impoverimento dell'Occidente" sono sotto gli occhi di ognuno.

Da Trump in USA, a Le Pen in Francia, passando per AFD in Germania, UKIP in UK ed M5S o Salvini in Italia, la crescita dei movimenti populisti appare costante e (quasi) inarrestabile. 

Pick an adjective to describe the current political mood—angry, anxious, populist—and one thing about the descriptor is certain: It will fit the atmosphere on both sides of the Atlantic equally well. (http://www.wsj.com/articles/behind-the-rise-of-populism-economic-angst-1453199402)

Non è mio obiettivo dilungarmi qui sul "frutto avvelenato" del populismo, mi limito a ricordarne i risultati in Europa  (due guerre mondiali, dittature, decine di milioni di morti), né tantomeno chiamare "les citoyens aux armes" contro i rischi liberticidi delle conseguenze degli stessi (quando e se verrà il momento, suggerisco un più saggio espatrio, salvo rientrare al momento giusto per beneficiare dei vantaggi dell'essere dalla parte giusta).

Voglio, per ora, limitarmi alla constatazione di questo fatto, assieme alla considerazione che, visto che i trend di cui sopra sono "megatrend" abbastanza ineluttabili e dotati di una forza che supera quella delle singole nazioni, è facile stimare che le cose non siano destinate a cambiare verso ma solo velocità.

Aggiungo che le "polpette avvelenate" che questi populisti ammanniscono al popolo vanno tutte nella medesima direzione di peggiorare ulteriormente le condizioni di vita dei propri elettori. Ma così va il mondo.

Povera Italia (alias la Decrescita Infelice) 

Proviamo adesso a "zoommare" sul nostro "povero" Paese. Butto sul tavolo alcune considerazioni banali.

  1. L'Italia non fa eccezione alla generale regola dell'allungamento dell'aspettativa di vita. Anzi con 80,1  anni di speranza di vita alla nascita per gli uomini (84,4 per le donne) siamo in testa alle classifiche mondiali.
  2. (Derivante dal fatto 1) La sostenibilità dei sistemi di welfare e pensionistici è messa in crisi dall'allungamento della vita. Intere classi di età di lavoratori devono permanere più a lungo (anche se in modo più precario) nel sistema produttivo.
  3. Conseguenza di 1+2 , abbinata alla riduzione/stagnazione del Prodotto Interno Lordo: meno lavoro disponibile per tutti e soprattutto un ingresso nel mondo del lavoro da parte dei giovani sempre più ritardato. La disoccupazione giovanile nel 2004 era del 22% oggi si viaggia sul 37-38% dopo aver toccato valori al 44%.
  4. La sola soluzione per il nostro Paese sarebbe di stimolare la crescita ad ogni costo, per creare maggiori opportunità di lavoro e di impresa, cercando così di accomodare tutti. Ma piuttosto che allargare la torta ci si azzanna a spartirsi quella che c'è e che diventa sempre più piccola. Anzi, trovano maggior credito politico i cantori della Decrescita (Infelice) anziché i dispensatori di amare ricette (appare quasi lapalissiano, vero?).

Con buona pace di Malthus

Cominciando a tirare qualche somma la cosa potrebbe vedersi così. La tanto odiata Globalizzazione ha comportato la crescita economica ed anche sociale del resto del mondo (pur nei limiti derivanti dai rispettivi punti di partenza). Contemporaneamente ha determinato il relativo impoverimento delle classi medie delle antiche economie egemoni.

In sostanza, le classi medie asiatiche (ma forse tra un po' anche quelle africane), partecipando alla crescita economica dei propri paesi, cominciano a beneficiare di un crescendo benessere, mentre, al contrario, nei paesi "sviluppati" la progressiva delocalizzazione dell'industria ha determinato il fenomeno contrario.

La crescita mondiale è stata possibile anche in presenza di una consistente crescita demografica con buona pace di Malthus. 

A chi cercasse qui di coglier l'avvio del trend inverso, predicando le magnifiche e progressive sorti del "onshoring" (il riportare indietro le produzioni), dico solo che in un economia globale il capitale segue il miglior rendimento (come ognuno di noi cercherebbe di fare se avesse due euro da parte da investire) e che il giorno in cui l'operaio cassaintegrato italiano costerà meno del suo collega pakistano, probabilmente assisteremo ad un rimpatrio delle produzioni (onshoring) consistente.

Schiavi del nostro inguaribile ottimismo, potremmo anche dire che, piano piano, le differenze sul costo del lavoro si ridurranno, tuttavia temo che i tempi di una possibile convergenza non siano compatibili con le aspettative di intere generazioni.

In ogni caso, se da un lato, il bilancio socio-economico di questo movimento globale è largamente positivo (i beneficiari sono molti di più di coloro che ne hanno derivato svantaggio), dall’altro,  appare del tutto  evidente (in tutto l'Occidente) l'incapacità politica delle "élites" a gestire questo fenomeno.

Onestamente e con tutta la buona volontà, troverei oltremodo complicato spiegare ad un cassaintegrato in mobilità che deve farsi una ragione del suo misero stato, e che grazie al suo"sacrificio" oggi decine di cinesi, indiani, o pakistani stanno nettamente meglio di cinquant'anni fa. Credo che come minimo mi beccherei una randellata in testa. Certo, potrei provare a spiegargli che ci vuole più liberismo e non meno, ma temo che gli argomenti del primo Salvini che passa, farebbero maggior presa su di lui. Quindi non mi ci metto nemmeno a spiegarglielo (anche perché ci ho già provato, con scarsissimi risultati).

Tuttavia questo è esattamente il punto. E qui comincio a distanziarmi dai miei amici economisti sulla praticabilità "politica"  del raggiungimento di un equilibrio favorevole a tutti. Ragiono non tanto sulla bontà della teoria (e ci mancherebbe altro), ma sui "costi di transizione" (socio-politici) necessari al raggiungimento di quell'equilibrio.

In particolare, penso appunto ai potenziali costi politici di transizione ed alla loro sostenibilità sociale, senza cadere nella trappola dei populismi. Al netto di ogni possibile distinguo, la crisi degli anni Venti e Trenta del secolo scorso ha generato le nefaste conseguenze che tutto ben conosciamo.  

Paradossalmente, le nefaste conseguenze delle guerre , la distruzione di intere città e di milioni di persone, generarono il positivo effetto delle economie di ricostruzione, al pari dell'ingresso della forza lavoro femminile nel ciclo produttivo.

Sempre restando nel paradosso, (che, a ben vedere, tanto paradosso non è) nella storia umana, guerre ed epidemie, riducendo drammaticamente la forza lavoro e sconvolgendo le precedenti gerarchie sociali, generarono successivi periodi di crescita e di sviluppo per larghi strati delle popolazioni.

Senza la Peste Nera non avremmo avuto il Rinascimento. Si calcola che tra il 1350 ed gli inizi del 1400 abbia perso la vita un terzo della popolazione europea, pari a 20-25 milioni di persone. Il crollo dell'offerta di manodopera successivo determinò la crescita dei salari e la necessità di manodopera specializzata. La nascente classe mercantile spinse per l'alfabetizzazione dei "servi della gleba" e la nascita della stampa ne fu una conseguenza diretta.

La sconsolante conclusione che occorra un drastico CTRL-ALT-DEL biologico-sociale dell'Umanità attraverso guerre o epidemie per rimettere "tutto a posto" è tanto terrorizzante quanto demoralizzante sulla capacità umana di evolvere socialmente oltre che materialmente.

Che fare?

Lasciando riposare in pace nella Piazza Rossa, il vecchio Vladimiro Ilic Ulianov, comincio a convergere verso il titolo di questa breve riflessione estiva.

La mia risposta alla domanda sul "che fare" è orribilmente semplice: Non c'è niente da fare (tranne, forse, provare individualmente a salvarsi il culo).

Diventando più vecchio, non faccio eccezione alla regola che vuole che con l'età cresca anche il grado di cinismo con cui si guarda alle cose, e si perda quella fiducia nella capacità di cambiare il mondo che, al contrario, si nutre da giovani.

Credo sempre di più, infatti, che le determinanti della Storia Umana siano le risultanti delle forze componenti le singole forze umane, con tutta la loro limitata razionalità ed emotività e specialmente frutto delle pulsioni primitive (gli spiriti animali) che animano il nostro comportamento e che queste siano evolute assai poco nel corso dei millenni.

Tuttavia, nel mondo che viviamo, va tenuto conto di alcuni fattori innovativi che, innestati sui "meccanismi naturali" di cui parlavo prima, possano fungere da fattori scatenanti.

Penso in particolare all'allungamento della vita umana, alla sconfitta di molte malattie, alla crescente meccanizzazione dei processi industriali, alla decrescente rendita del capitale.

Questi fattori, fungono da acceleratori dei processi umani, spingendo i meccanismi del mutamento più rapidamente che nel passato.

In sostanza, la domanda che mi pongo è se e come l'Occidente saprà o vorrà gestire questo spostamento degli equilibri mondiali verso Oriente. 

La scoperta dell'America spostò il polo commerciale dal Mediterraneo all'Atlantico e noi Italiani, che, come al solito, beneficiavamo di una semplice "rendita di posizione" ne facemmo le spese più degli altri, meglio posizionati geograficamente, politicamente ed economicamente.

Oggi è certamente l'Europa a correre il rischio di questa marginalizzazione, e, non so perché, la sua divisione in così tanti Stati e Staterelli mi ricorda terribilmente l'Italia del Machiavelli.

Per il resto, come è andata a finire la Storia, lo sappiamo bene tutti.

Insomma, quando la Storia busserà alle nostre porte, sarà bene ricordarsi che è meglio non farsi trovare in casa ...

19 commenti (espandi tutti)

Qualche appunto...

Lun 15/9/2016 - 02:52

a)  Questa diminuzione di poverta globale in realta' non e cosi noncontroversa come si potrebbe immaginare, vedi 

http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2014/08/exposing-great-poverty-...

in ogni caso lamentarsi di ragionamenti di tipo "zero sum" e poi collegare cambiamenti economici inequicabilmente a un solo fattore (la globalizzazione) ignorando cose tipo la fine di guerre civili o cambiamenti politici interni mi pare un poco contradditorio.  

Per fare un'esempio proprio dal "terzo mondo che progredisce", il Brasile di Lula ha ridotto la poverta con programmi di welfare mantenedo una politica economica abbastanza protezionista e con leggi lavorative rigide.  Vedremo se il nuovo governo, di orientamento opposto, sapra mantenere la riduzione di poverta.   In Argentina sotto Macri la poverta e aumentada di brutto, negli ultimi mesi.

 

b)  Impoverimento "relativo"?  Magari la qualita della vista e' cresciuta (anche qui ci sono un sacco di fattori da considerare.   La diminuzione del fumo, per esempio), ma i nostri padri consideravano cose come lo sciopero, le ferie pagate e la pensione collegata al reddito come diritti aquisiti.   Noi come una cosa da fantasia (una mia amica, con un lavoro precario, si lamentava di suo padre, impiegato comunale in pensione, che continua a farle domande proprio da bambino, tipo "ma la giornata lavorativa e' di 8 ore per legge.  Cosa succede se vai a casa alle 5?")    Se loro consideravano diritti cose che non possiamo fare, e' un regresso, e in questo caso e un regresso peggiore che puramente finanziario, perche tocca direttamente la qualita della vita!. Anche se poi abbiamo il telefonino fico per consolarci.

Dettagli

michele boldrin 15/9/2016 - 07:12

L'articolo che suggerisci di leggere c'entra come i cavoli a merenda con la riduzione della poverta'. Che c'entra nulla con le cazzate dell'ONU, con cui l'articolo se la prende, ma con dati globali disponibili a tutti e che quell'articolo non contraddice.

Non mi sembra l'articolo di Marco colleghi i cambiamenti ad un unico fattore ma lascio a Marco il piacere di rispondere. Il resto del paragrafo e' un non sequitur privo di sostanza.

Il Brasile di Lula ... se fossi in te lascerei stare, davvero. Idem per l'Argentina di Macri, e' palese che non sai di cosa parli. Qualunque cosa sia successa in Argentina, a quel livello, negli ultimi sei mesi nulla ha a che fare con Macri. Evitiamo di scrivere cazzate a caso.

Impoverimento relativo. Facciamo un gioco: tu ci proponi dieci indicatori reali (e misurabili pero', non a botte di "impressioni personali") della qualita' della vita e ci mostri che, nell'ultimo secolo o anche solo negli ultimi 50 anni, sono peggiorati. Poi ne parliamo. Le chiacchiere da bar sulla tua amica e suo papa' vanno benissimo per quando vai a cena con l'amica ma da queste parti contano molto meno di zero. 

D'accordo sul quadro delineato e d'accordo anche che il processo -- crescita dell'Oriente che mette in difficoltà alcuni strati sociali in Occidente -- non possa essere bloccato (direi per fortuna, tutto sommato, se si guarda agli interessi dell'umanità nel suo complesso).

Ma qualcosa di notevole in Occidente si può fare: a grandi linee, da un lato aumentare la produttività (non entro nel merito di 'come fare', ma in alcuni paesi occidentali, come l'Italia, sappiamo bene che i margini di possibile aumento sono enormi); dall'altro, anche grazie alle risorse create dall'aumento di produttività, soccorrere con politiche statali gli strati più severamente colpiti dagli effetti della globalizzazione -- specialmente con sussidi di disoccupazione sul modello della flexsecurity.

Politiche di questo genere in Occidente potrebbero prevenire i possibili esiti catastrofici che l'articolo paventa. Molto dipenderà anche dalle politiche delle potenze emergenti, non solo da quelle di noi occidentali 'relativamente impoveriti'.

Questo è il parere di un profano, che chiede di venire corretto.

@ lun. Anche i nobili francesi nel 1788 consideravano diritti acquisiti (da secoli) non pagare le tasse. Era ingiusto ed economicamente non sostenibile. Li hanno convinti con la ghigliottina. 

@ Bercelli. La redistribuzione all'interno dei paesi occidentali potrebbe migliorare la situazione se bastasse trasferire reddito dai veri ricchi (5% popolazione) ai veri poveri (5-10%)  della popolazione. Trasferire dal 5% al 60%-70% è irrealistico. L'unica 'soluzione' sarebbe deglobalizzare il mondo. Saremmo tutti più poveri, ma le diseguaglianze sociali nei paesi occidentali diminuirebbero

ma più uguali? Piketty & C. lo auspicherebbero.

Dicendo "soccorrere con politiche statali gli strati più severamente colpiti dalla globalizzazione" non mi riferivo al 60-70% della popolazione, che non direi sia stata "severamente colpita", ma a strati sociali più ristretti, forse un 10-20% della popolazione (ma stiamo andando a spanne, qui servirebbero analisi accurate). E non servirebbero tanto, almeno in Italia, ulteriori massicci trasferimenti dai più ricchi ai più poveri quanto una radicale riorganizzazione della spesa pubblica, ad esempio il passaggio dalla cassa integrazione alla flexsecurity, come suggerivo. Aggiungo che mi sembrano politiche fattibili nel medio periodo. 

D'accordo anche sul secondo punto, che però dipende poco da quanto può fare un singolo stato come il nostro.

Ripeto, sono pareri da profano, che chiedono di venire corretti o confutati da analisi precise.

Avevo inteso, leggendo male 'deglobalizzare', che proponesse una globalizzazione ancora più radicale, in particolare una più libera circolazione delle persone (immigrazioni) dai paesi poveri a quelli ricchi -- su questo sarei d'accordo anche se sarebbe una soluzione piuttosto traumatica, e mi pare poco realistica.

Sono contrarissimo a qualsiasi deglobalizzazione, per quel che vale la mia contrarietà.

Non ritiene che sussista una fondamentalissima differenza tra la Francia del 1789 e l' Italia del 2016: e cioè che allora c' era una parte dei francesi che si reputava (a buon diritto, ma ciò è storicamente irrilevante) vessata dai veri privilegiati ed ha loro tagliato il collo, mentre oggi in Italia c' è una sinistra "sindrome di Stoccolma" da parte degli esclusi verso i privilegiati, con un coro di arruffapopolo (Salvini, Grillo, Renzi, Bergoglio & co.) che, sfruttando la diffusissima avversione per logica, decenza, senso civico, economia, fisica e matematica, ha il ruolo di sviare la rabbia verso obbietttivi falsi e sacrificabili, allo scopo di "cambiare qualcosa perché tutto resti uguale" ? Grazie.

Tanto per fare l'(auto)avvocato del diavolo, a proposito di globalizzazione e disuguaglianza giusto l'altro ieri è uscito questo rapporto della Resolution Foundation che, in sostanza, dà torto all'argomento di Milanovic.

Francamente l'istituto non lo conosco, quindi non sono in grado di giudicarne l'affidabilità, però ne ho sentito parlare da diversi economisti credibili quindi almeno c'è quello.

Come riassume FT:

After a detailed replication of the global incomes data provided by Mr Milanovic, the Resolution Foundation analysis challenges the conclusion that globalisation and trade harms the middle classes of rich countries.

A separate update by Mr Milanovic to the data from 2008 to 2011 also suggests greater income growth among precisely the groups hurt by stagnating incomes in the previous 30 years and much less gain for people with the top 1 per cent of global incomes, Mr Milanovic said in an interview. His update also demonstrated the world’s wealthy took a significant hit in the global financial crisis, which had actually served to narrow inequality.

“You can say the crisis was good for [reducing] inequality,” he told the Financial Times.

The Resolution Foundation found that faster population growth in emerging markets made it difficult to compare the incomes of the lower middle classes over time because their position in global income rankings changed. The larger number of Chinese families made it appear that the US poor were further up the global income scale in 2008 than they were in 1988.

If incomes were unchanged in every country, this population effect alone would lead to apparent drops of 25 per cent in parts of the global income scale associated with poorer people in rich countries. That generated the characteristic “elephant” shape, according to the Resolution Foundation.

These results were exacerbated by outlying factors, such as the former Soviet states of eastern Europe, which had incomes in the same zone and saw them collapse after the fall of communism.

Adjusting the chart for constant populations and removing China, ex-Soviet states and Japan shows a relatively even spread of income growth across the world. China is a clear outlier in performing very strongly.

Alcuni punti non mi convincono (la Cina un outlier? Ho capito che sono cresciuti a razzo, ma santiddio sono il 20% della popolazione mondiale, altro che outlier!), però non ho ancora avuto modo di rifletterci bene sopra quindi chissà... Piuttosto sarebbe interessante sentire cosa ne pensano Giovanni Federico e Michele, che da quel che mi diceva quest'ultimo ne stanno discutendo da un po'.

Ma al di là di questo, alla fine la vera domanda è (come al solito) politica: se non così, come lo spieghiamo l'avvento praticamente globale dei populisti? L'occidente è diventato scemo di colpo? Se son tutte rose e fiori allora perché cresce il letame invece di profumati fiori di campo? (Non una domanda retorica: se qualcuno ha altre idee sono genuinamente interessato.)

Aggiornamento: sempre su FT, una contro-risposta di Martin Sandbu.

Il rapporto solleva alcuni punti metodologici corretti sulla composizione del campione (anche se non si capisce perchè stupirsi del ruolo della Cina), ma la versione rivista della curva mantiene le sue caratteristiche essenziali (fig 8). In particolare rimane la differenza fra crescita del reddito della maggioranza della popolazione dei paesi occidentali e dei ricchi di tutto il mondo - ma ancora prevalentemente occidentali che è il nocciolo della tesi economica dell'affermazione dei movimenti populisti (in contrapposizione ad una tesi culturale). In questo senso il rapporto, concentrandosi sul periodo 1988-2008 è 'inutile' - se vogliamo  chiude gli occhi su un 800-pound gorilla (tanto per rimanere sulle metafore animali). Il periodo 1988-2008 è un periodo di crescita nei paesi occidentali ed infatti i movimenti populisti erano marginali, come i nazisti in Germania prima del 1929. Nel  2008 fu eletto Obama per la prima volta. Poi è iniziata la crisi ed i movimenti populisti hanno preso vigore. Per interpretare in chiave economica il loro sviluppo, bisognerebbe rifare il grafico per il 2008-2014. MIlanovic, nel suo libro Global inequality, Harvard UP 2016 ha un grafico 1988-2011 e la gobba è molto più accentuata.

r

marcodivice 16/9/2016 - 10:48

non devi convincere me, visto che sono già convinto. ho solo segnalato l'articolo .

MIlanovic, nel suo libro Global inequality, Harvard UP 2016 ha un grafico 1988-2011 e la gobba è molto più accentuata.

Sì, infatti è quello che ho ripreso e lì si vede molto bene.

Devo dire però che anch'io ho qualche dubbio sulla tesi di Milanovic. Per esempio, sovrapponiamola alla questione generazionale: in buona parte dei paesi sviluppati (Italia in testa) c'è stato un enorme spostamento nella distribuzione del reddito in favore delle generazioni più anziane. A botte di sussidi, benefit e pensioni spesso industrie morenti (e relativi dipendenti) sono state mantenute a galla, e ci sono ottimi motivi per pensare che siano le stesse sotto pressione dalla globalizzazione. Dall'altra, per compensare, le condizioni di lavoro dei giovani sono diventate sempre peggiori.

Ci aspetteremmo allora di vederli votare in massa per i populisti, eppure gli elettori di Trump sono in buona parte anziani, e in UK i giovani hanno votato contro la Brexit (o quel voto va considerato in modo diverso?).

Soltanto in Italia, in effetti, i giovani preferiscono il Movimento 5 Stelle e (anche se in misura minore) la Lega, ma comunque il PD non è affatto messo male in quel segmente demografico, anzi.

Oppure (a dispetto dei "perdenti della globalizzazione") viene fuori che gli elettori di Trump saranno pure un gruppo di persone non laureate, ma anzi economicamente hanno spesso un reddito superiore alla media. Al contrario, piuttosto: pare che chi stia sotto i 30k tenda molto più spesso a votare Clinton.

Quindi, come le teniamo insieme tutte queste cose?

Detto questo, fra tutto quello che ho letto a ora mi pare comunque la spiegazione più convincente, ma certo ci sono diverse incongruenze.

Invece mi sembra difficile che dietro i populismi ci siano questioni culturali. Cambiamenti di quel tipo sono molto più lenti, no?, mi riesce difficile immaginare come possano svilupparsi in meno di un decennio.

Credo, anche se non è provato, che i giovani non si rendano conto della situazione. Non associano le loro difficoltà all'ingiustizia generazionale - concetto astruso ai più. Per loro, il pensionato è il padre o il nonno che li aiuta e magari li mantiene, non qualcuno che li sfrutta in nome dei diritti acquisiti. Aggiungo che  la 'grandezza' perversa del populismo consiste proprio nell'identificare un caprio espiatorio esterno a cui attribuire la responsabilità di tutto - gli ebrei, i padroni, l'euro, i tedeschi, la casta etc. Quindi scaricando le proprie responsabilità e quelle dei propri familiari/parenti/amici

Manca solo IMHO un riferimento se possibile ancora più pessimistico al fatto che anche le democrazie per funzionare bene hanno sempre avuto bisogno di un "terzo" che sostenesse il costo implicito del consenso (si tratti di iloti di Atene di sudditi delle colonie di Sua Maestà o delle future generazioni per il deficit spending) oltre che di un nemico brutto, cattivo e incivile cui far fronte (Spartano o nazista che fosse) per far accettare alla massa votante qualche sacrificio. Il fatto che nel breve periodo (quello tra un'elezione e l'altra) la somma zero sembri approssimare effettivamente bene gli andamenti che ovviamente a somma zero non sono rende ulteriormente complicato lo scenario. Mi sarebbe davvero piaciuto riuscire a concludere con una bella ricetta risolutiva ma devo purtroppo associarmi al pessimismo di Marco.

Esattezza.

Antony81 21/9/2016 - 12:35

Gli iloti erano a Sparta ad Atena c'erano gli schiavi, i meteci e i tributi degli alleati.

Le conclusioni del su articolo mi hanno scoraggiato enormemente. Purtroppo è la realtà e credo che sarà bn difficile sfuggire alla chiamata della storia. Vorrei aggiungere alla sua analisi che, a mio giudizio, una guerra (anzi più di una) è già in atto. Nella sola Siria i morti sono saliti a oltre 250.000, i feriti a pià di 2.000.000 e gli "follati" sono oltre 6.000.000. In Iraq, i civili vittime di "guerra" dichiarata o civile (tutt'ora in corso!) sono hanno sfondato da tempo la soglia del Milione. In Somalia dall’inizio della guerra civile sono più di mezzo milione, etc. etc. Potri continuare per l'Intero Medio Oriente e l'Africa del Nord! Allora mi chiedo: non è sufficiente questa "guerra", considerandosoprattutto il livello di"distruzione" causato? Ecco, è proprio nell'area Mediterranea che io vedo culminare il declino dell'Europa. Completamente assente durante l'intero ultimo ventennio, lo specchio del disgregarsi dell'Europa è in quanto, in modo quasi nascosto, si stà realizzando in Libia. Da una parte, con  Tobrouk, quel che ne è rimsto delle forze regolari libiche appoggiate dall'Egitto e dalla Francia, dall'altra i miliziani islamisti di Tripoli (gli stessi che uccesore l'Ambasciatore statunitense a Bengasi), moto più vistosamente supportati dagli USA e dall'Italia. 

Si, oltre ai fattori socio-economici cui lei molto puntualmente a fatto riferimento, qualche ulterire riflessione dovrebbe essere fatta anche sul fronte diplomatico. In tal caso, la mia visione personale è ancora più sarcastica: solo gli Stati Uniti (di Obama) ne usciranno vincitori e il Fondo Monetario Internazionale fungerà da loro paravento  per continuare a imporre la loro politica economica a livello mondiale. ....... Sempre che Trump non riesca a vincere le elezioni presidenziali!!!!!

Nell'articolo che viene citato si scrive che gli "income gaps" sono diminui fra le nazioni ma sono aumentati all'interno di esse, quindi all'iniziale ottimismo del "loro stanno meglio di prima" bisogna aggiungere che sia da loro che da noi la disuguaglianza è in aumento. Inoltre una cosa è il progresso economico, un'altra è la democrazia e i diritti politici. In Cina stanno meglio, ma grandi progressi dal punto di vista della libertà mi sembra che non ci siano stati. In altri siti si dibatte anche del fatto che la Cina possa dirsi capitalista o no. Lo stesso discorso si può fare per molti altri paesi in cui progresso economico non è andato per nulla di pari passo con il progresso politico.
 

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