L'agricoltura come frontiera del dirigismo

17 agosto 2012 Gianpaolo Paglia

Cose che ci tocca vedere nel 2012, ovvero lo Stato che controlla, tramite i suoi emissari, il mercato del vino.

Il controllo da parte dello Stato dell'offerta di beni prodotti dai privati per "conseguire l'equilibrio di mercato" svela una mentalità da piano quinquennale, una intollerabile limitazione al principio della liberta di impresa sancito dall'art. 41 della Costituzione. Tutto questo, e anche di più, lo trovate nell'art.14 del dlgs 61/2010 sulle Denominazioni di Origine (DO):

10. Le regioni possono ridurre la resa massima di vino classificabile come DO ed eventualmente la resa massima di uva e/o di vino per ettaro per conseguire l'equilibrio di mercato, su proposta dei consorzi di tutela e sentite le organizzazioni professionali di categoria e stabilire la destinazione del prodotto oggetto di riduzione. Le regioni possono altresì consentire ai produttori di ottemperare alla riduzione di resa massima classificabile anche con quantitativi di vino della medesima denominazione/tipologia giacente in azienda, prodotti nelle tre annate precedenti.

11. Le regioni, in ogni caso, al fine di migliorare o stabilizzare il funzionamento del mercato dei vini, comprese le uve, i mosti da cui sono ottenuti, e per superare squilibri congiunturali, su proposta ed in attuazione delle decisioni adottate dai consorzi di tutela e sentite le organizzazioni professionali di categoria, potranno stabilire altri sistemi di regolamentazione della raccolta e dello stoccaggio dei vini ottenuti in modo da permettere la gestione dei volumi di prodotto disponibili.

In pratica, si decide di abbassare le rese produttive previste dal disciplinare di produzione dei vini, per controllare l'offerta. Cioè per esempio, invece dei 90 Qli ad ettaro previsti, li si riduce a 60 Qli per quella particolare vendemmia. Lo stesso, come avvenuto in Chianti Classico 2009, avviene con il blocage, ovvero il divieto a commercializzare entro un certo periodo di tempo (es. 24 mesi) una certa quanità della produzione (es. il 20%), bloccandola in cantina.

Un altra misura molto popolare riguarda il blocco degli impianti di vigneto, o meglio, l'impossibilità di nuove iscrizioni all'albo di una certa DO a tempo indefinito, sempre per non meglio definiti motivi di stabilizzazione dei mercati. Citiamo dall' art.12 del dlgs 61/2010

 4. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, su proposta dei consorzi di tutela e sentite le organizzazioni professionali di categoria, possono disciplinare l'iscrizione dei vigneti allo schedario ai fini dell'idoneità alla rivendicazione delle relative DO o IG per conseguire l'equilibrio di mercato.

In sostanza, nel primo caso se qualcuno ha dei problemi commerciali, ed ha la maggioranza dei voti nei consorzi di tutela (che non sono organi democratici, ma sono organizzazioni volontarie dove chi più è grande più comanda, come del resto prevede la legge), chiede che vengano ridotte le produzioni di tutti i produttori, anche quelli che non sono membri del Consorzio, se quest'ultimo è abbastanza grosso da poter rivendicare la rappresentanza erga omnes (anche per i produttori che non sono membri). Quindi anche di chi, guarda caso, potrebbe invece non aver problemi commerciali, o addirittura avere la colpa di vendere troppo bene i suoi vini.

Nel secondo caso invece si tratta del classico dentro-fuori: chi è dentro il ciclo produttivo, con vigneti iscritti agli albi della DO, decide sempre su proposta dei consorzi, che chi ne è fuori deve restare fuori. In sostanza significa che sullo stesso territorio geograficamente delimitato della DO, esistono vigneti esattamente comparabili, che seguono le stesse indicazioni prescritte per essere DO, ma non lo sono semplicemente perchè il club ha chiuso i battenti. Chi è dentro teme di vedere abbassare i prezzi a causa di un aumento dell'offerta che risulterebbe dalla concorrenza di chi adesso è fuori.

Non è dato di sapere quali siano esattamente i criteri che, in palese violazione dell'art. 41 della Costituzione italiana che definisce la libertà di impresa, fanno che un gruppo di produttori possa escludere, od ostacolare l'ingresso nel ciclo produttivo da parte di altri.  È la maggioranza che decide, e la maggioranza non può sbagliare, vero?

Si parla di stabilizzare i mercati, anche in situazioni dove con tutta evidenza i prezzi delle materie prime (uve e vini sfusi) sono in costante aumento da anni, segno che la crisi per questi vini non c'è. Come sempre, occore guardare a chi fa comodo questa situazione.

Fa comodo a chi ha già un potenziale produttivo consolidato nel tempo, oppure al produttore che poca voglia ha ad impegnarsi a fare qualità visto che il suo prodotto, accuratamente protetto dallo Stato, si vende lo stesso a buon prezzo che sia di buona qualità o meno. Fanno comodo anche ad aziende grandi e strutturate, che possono assorbire margini in assottigliamento dovuti ai rialzi dei prezzi all'origine, per far fuori concorrenti scomodi che non hanno la stessa possibilità o forza.

Insomma, in Italia è sempre comodo trovare il modo di non doversi confrontare con il mercato, con il consumatore, con i concorrenti. È una scelta che paga, molto di più che investire denaro, lavorare seriamente e con successo, andare in giro per il mondo con la valigetta del rappresentante per portare a casa qualche ordine.

Il danno prodotto da queste leggi e da questi comportamenti non è solo economico, ma è sopratutto morale. È un disincentivo a lavorare bene, stimolati dalla concorrenza, è una lezione che da noi non è l'impegno, ma è il chi conosci e con chi ti allei che paga. È un deterrente per chi dall'estero vorrebbe e potrebbe investire nel settore. È una lezione per i giovani produttori: è meglio stare dentro al club. Investite tutto lì, il resto lasciatelo ai quei creduloni che sognano un paese serio, liberale e dove il diritto è una certezza, non una scelta, specie se dei tuoi concorrenti.

33 commenti (espandi tutti)

Ma...

Giulio Vannini 17/8/2012 - 11:37

...in un mercato come questo, dove la stabilità del prezzo e della qualità sono tutto, siamo sicuri che sia una cosa così negativa?
Non fraintendetemi, vedere articoli che permettono di tenere per le palle l'offerta fa venire i brividi anche a me, ma dall'altro, pensando all'Ente Risi, mi viene da pensare che, se ben eseguito, potrebbe essere un ottimo servizio ai produttori.

...in un mercato come questo, dove la stabilità del prezzo e della qualità sono tutto, siamo sicuri che sia una cosa così negativa?

Bella domanda ma rilancio. Nel vino a cosa dobbiamo la stabilità della qualità? Non me ne intendo direttamente (non sono un produttore) ma ho esperienza indiretta perché conosco un piccolo produttore e vedo come anno dopo anno cambia la qualità. Assaggi le bottiglie ed apprezzi differenze a volte piccole a volte notevoli. Il che è anche il bello del vino. Dipende da tanti fattori legati al meteo cosi' come anche la quantità. Tanto che possiamo avere tutte le combinazioni  tra raccolto abbondante e scarso incrociato con "di qualità" e "appena sufficente". Chiaro che a tutti piacerebbe avere sempre raccolti abbondanti e di qualità ma pochi possono farcela (e devono investire parecchio per tentarci).  Quindi la stabilità della qualità è cosa difficile in natura (agricoltura) e si scivola verso produzioni industriali, standardizzate, ben lontane dall'artigianato dei piccoli. Va da se' che anche il prezzo (lungi dall'essere una variabile indipendente) dovrebbe variare a seconda della qualità e della quantità. Cosa significa allora quella declamata stabilità? Che pagherai la bottiglia frutto di un'annata scadente e abbondante come per quella ottima e sarsa? La reputi una cosa positiva o negativa? Certo che la combinazione peggiore è l'annata scarsa e scadente ma nel medio periodo apparirà l'annata abbondante e di qualità che ripagherà dell'investimento.  Ma a ben vedere esiste un mercato in cui chi vende non reputi importante la stabilità del prezzo e della qualità? Nel secondario e terziario questo è possibile ma nel primario c'è di mezzo la variabilità della natura (meteo, parassiti, insolazione, piovsità, zuccheri) e l'invocata stabilità secondo me non ha senso che venga ottenuta con metodi "politici". In certe coltivazioni (granaglie e ortofrutta) stabilità e qualità costante sono stati ottenuti nel mondo con metodi biologici (ibridi F1, clonazioni  e OGM).

Non mi meraviglia che molti politici considerino migliori i loro interventi rispetto a quanto propone l'innovazione tecnologica.

Tempo fa mi raccontarono del Blangè.

 Viene fatto raccogliendo l'uva da tutti i produttori, schedandola in un database e facendoci il vino bilanciando tutto con un'equazione.

Sapore uguale per ogni bottiglia e inoltre si può dire che è un vino virtualmente inesistente :D

A quanto pare ha successo proprio perchè ha il prezzo da sempre intorno a 20€/bottiglia e sapore identico.

http://www.thecellardoor.it/vini/188/Ceretto_Blang%C3%A9_2007.html

Ora, non sono nè un grande esperto di vini e tantomeno un grande bevitore, però tuttavia credo che non si possa fare il paragone con prodotti strettamente industriali :)

Leggo: "un impianto di fermentazione computerizzato che permette di controllare in tempo reale l’evolversi del processo in ogni singola vasca, di programmare a priori i parametri tecnici, alternando il freddo e il caldo e mantenendo una certa sovrapposizione all’interno del serbatoio". Premesso che forse c'è un refuso (sovrapposizione? forse sovrapressione) mi pare un procedimento tecnologico tipico di un processo industriale. Il risultato è sicuramente una qualità costante (dando per scontato che funziona, se non manca la corrente) che giustifica un prezzo altrettanto costante. Almeno ci si tenta. Poi la prova è nel budino. Se piace, si vende a 19.50 alla bottiglia. I gusti cambiano oppure altri un domani fanno vini migliori a prezzo inferiore. 

Perché la stabilità dei prezzi dovrebbe essere un valore da perseguire alterando il mercato stesso?

Mi risulta che al giorno d'oggi sia normale nella gran parte dei produttori di vino di una certa dimensione l'utilizzo di metodi "industriali" anche su vini di una certa qualità, nel caso del vino bianco sono certo che la fermentazione a temperatura controllata per ottenere diverse caratteristiche sia una tecnologia di comune utilizzo nel 99% dei produttori .

Per quanto riguarda la miscelazione di mosti di diversa provenienza tutte le grosse cantine la usano per ottenere una qualità costante, diceva un piccolo produttore della zona di Ghemme che i suoi vini avevano differenze tra un anno e l'altro maggiori di quelli dei suoi grossi concorrenti dato che loro selezionavano una parte della produzione miscelando diversi vigneti per ottenere le bottiglie di maggior pregio e vendevano il resto alla locale cantina sociale, il risulatato: il piccolo produttore fa un vino incostante e ruspante da 7 euro la bottiglia, il grosso produttore con la collaborazione di un enologo vende il vino selezionato con qualità e gusto costanti a 15 euro la bottiglia e gli avanzi alla cantina sociale a 3 euro al litro.... 

...in un mercato come questo, dove la stabilità del prezzo e della qualità sono tutto, siamo sicuri che sia una cosa così negativa?

 

Mi spieghi la differenza e le peculiarità di questo mercato rispetto ad altri settori dell'agroalimentare, ma anche dei ricambi auto, dei semi, delle borse in pelle o dei deodoranti da auto?

 

Io non capisco come un fantomatico consorzio sia in grado più di un produttore di stabilire le misure per mantenere la qualità del prodotto costante. Me lo spieghi?

C'è una cosa da chiarire, il controllo dei prezzi attraverso i limiti alla produzione è una scemenza, ma nella viticoltura c'è un rapporto diretto tra la resa per ettaro e la qualità delle uve, la quantità di nutrienti e di sostanze che influiscono sul prodotto finale che una pianta può dare sono più o meno le stesse se ci sono 10 grappoli oppure solo 4, i consorzi se fatti per ottenere vini di qualità permettono di ovviare a piccole variabilità nella produzione possono permettersi per motivi puramente di economia di scala l'utilizzo di tecnologie e di trattamenti chimico fisici che portano a miglioramenti sensibili.

la stabilità del prezzo, la qualità, sono tutte cose importanti. Ma anche il packaging, il marketing, ecc., però non li facciamo decidere a terzi, li decidiamo noi produttori/imprenditori, con la consapevolezza di dover fare le scelte giuste, e nel caso pagare gli errori.

Il punto è: se io rischio in proprio, e questo è importante, seguo le regole decise dalla maggioranza dei produttori riguardo la composizione dei vini, il tipo di vigneti, la loro localizzazione, e tutto quanto riportato nei disciplinari di produzione (le "leggi" del vino), per quale motivo mi deve essere imposto un controllo del prezzo, o dell'offerta, con motivazioni generiche dell'equilibrio di mercato? Perchè allora non applicare lo stesso criterio alle, che so, fabbriche di bottoni o guarnizioni dei carburatori?

con tutta evidenza i prezzi delle materie prime (uve e vini sfusi) sono in costante aumento da anni 

L'affermazione mi ha colpito non poco. A me risultava il contrario. Dalle mie parti (Sicilia occidentale) credo sia l'impressione generale. Vado a memoria, ma credo abbiano suppergiù dimezzato la produzione nell'ultimo decennio.

faccio riferimento come esempio al Morellino di Scansano, realtà che conosco direttamente. Prezzi all'origine delle passate vendemmie: uve 70-80 euro Qle, 2012 100 euro al Qle. Vini sfusi 130-150 euro ad Hl, attualmente circa 200 euro ad Hl. Sono prezzi molto alti, più alti che per es.  il più blasonato Chianti Classico. Tutto un sintomo di disequlibrio dato da chi per l'appunto cerca l'equilibrio di mercato imponendolo dall'alto. Morale, qualcuno ci guadagna e qualcuno ci rimette, e nessun pensiero per il consumatore.

Per Marsala quest'anno leggevo di €28.50 al quintale: 

per l'uva fresca d.o.c. Marsala (base 20° babo) al quintale Euro 28,00 più IVA = Euro 30,80 con un aumento percentuale, rispetto alla vendemmia del 2011, euro 24,50 al netto Iva, pari al 14,54%.

da http://a.marsala.it/economia/agroalimentare/item/60721-marsala-accordo-s...

 Meglio dei 10 Euro al quintale del 2009, ma insomma non mi pare ci sia da navigare nell'oro.

 

Anche Per Pantelleria avevo letto bene o male gli stessi prezzi dell'anno scorso: 

per l’uva fresca I.G.T. (base 20° babo) al quintale Euro 65,00 + IVA

per l’uva D.O.C. (base 20° babo) al quintale Euro 80,00 + IVA

per l’uva D.O.C. in cassetta Euro 100,00 + IVA

per l’uva appassita Euro 600,00 +IVA

da http://www.mazaraonline.it/?p=41090

 Con la sete di passito che hanno quest'anno gli americani, immagino che comunque a Pantelleria avrebbero potuto spuntare qualcosa in più :)

qui non si parla di prezzi del vino o delle uve in generale, si parla del controllo, o del tentativo del controllo degli stessi da parte dello Stato.

E' ovvio che ci siano denominazioni in salute (poche), altre stabili e altre che peggiorano. Del resto con oltre 500 denominazioni in Italia, alcune di pura fantasia politichese (non è però certo il caso di quelle da te citate) è una cosa normale.

Anormale è pensare che il mercato, globale, si possa controllare controllando l'offerta. Il consumatore, globale, al salire del prezzo che percepisce giusto per quei vini, semplicemente si sposta verso altri. Non è che il vino nel mondo lo facciamo solo noi.

Confermo la sensazione di Riolo. Dalle mie parti (Friuli orientale, pianura) da quando ho iniziato sette anni fa il Pinot Grigio ha dimezzato i prezzi, il Friulano da 0,60 al kg ora ti va bene quando prendi 0,45 e non parliamo delle uve nere crollate a livelli di sottocosto per una piccola azienda.
Comunque per me va bene, vediamo come si articola il dibattito. 

italian sounding

ne'elam 17/8/2012 - 14:54

Una storia tutta italiana è questa

nell’ottobre 2011... erano stati scoperti caciotte e pecorini prodotti in Romania con latte romeno, ma con nomi italiani, dalla società romena Lactitalia, sostenuta dalla finanziaria pubblica italiana Simest, una controllata del ministero per lo Sviluppo.

Poi la cosa è rientrata,  però è buffo osservare come il regolatore fa con la destra quel che disfa con la sinistra

Da questo articolo si capisce quanto poco conti l'agricoltura al di fuori del ristretto circolo degli addetti al settore.

Da quarant'anni e passa la UE "dirige" il settore agricolo con interventi sui prezzi, sostegni o multe alla produzione (quote latte), ogni sorta di regolamentazione nei più minuti dettagli della macchina agricola.

Sono stati scritti libri e libri sull'argomento, sig. Paglia, dal suo intervento tutto ciò sembrerebbe una sua scoperta. In agricoltura il liberismo deve ancora nascere.

è il titolo di un libro pubblicato negli anni '70, molto critico con la Politica Agricola Comune. Questa ha sempre avuto quale suo obiettivo principale il sostegno dei redditi degli agricoltori, articolandosi con una serie di strumenti piuttosto ampia, periodicamente modificata.

Il mercato agricolo in tutta Europa non è certamente ispirato alla concorrenza o alla tutela del consumatore.

Come dice lei, sig. Carlo, nessuna scoperta da parte mia, se non quella dell'acqua calda. Ma lei e' cosi sicuro che gli italiani, o magari meglio dire gli europei, sappiano come vanno le cose in campo agricolo, un settore che rappresenta piu' del 50% del budget comunitario. 

Ogni volta che si parla di tematiche agricole mi stupisce vedere quanto poco i cittadini conoscano, sopratutto a livello sovvenzioni, mercato, liberalizzazioni (assenti, per lo piu'), e di come invece siano pronti a barattare ogni spinta liberale per paura che questa porti a minore sicurezza alimentare. E' in atto una sotta di patto a carte coperte, dove si cerca di far intendere al cittadino europeo che le cose devono andare in questo modo, pena il trovarsi soprese poco gradite nel piatto, o nel bicchiere nel caso specifico. 

come invece siano pronti a barattare ogni spinta liberale per paura che questa porti a minore sicurezza alimentare

questa mi sembra una lettura interessante sull'argomento

grazie Giordano, questo e' esattamente quello che intendevo dire e conferma le mie esperienze anedottiche sull'argomento. Quando si parla di cibo (e vino) la gente e' molto meno liberale di quanto sia normalmente. Come l'autore suggerisce pero', l'informazione sui costi e le conseguenze associate con le politiche agricole sono per la maggior parte sconosciute, per cui e' possibile che una corretta informazione possa cambiare alcuni atteggiamenti, spesso largamente indotti da una informazione mediatica che gioca spesso su fattore rischio alimentare con toni allarmistici e ingiustificati. La comunicazione "buona" fa fatica a cacciare quella "cattiva", ma non per questo si deve riunuciare a portare alla luce i fatti, i costi, le storture che esistono.

sono due temi diversi. l'indagine linkata mostra che si è meno libertari quando si discute di sicurezza alimentare (etichettatura degli alimenti) ma che quando si è consapevoli dei costi le cose cambiano un po'. Qui invece stiamo di "manipolazione dell'offerta" ai fini di mantenere un "equilibrio di mercato". Siamo in pratica alla distruzione delle arance con le ruspe, quando il raccolto è abbondante, come facevano vedere tanti anni fa. Non so se lo fanno anche oggi, ma senza farlo vedere (tanto non fa piu' notizia).  Queste pratiche che alterano il mercato dovrebbero essere reato, come lo è l'agiotaggio.

Sono due temi diversi, ma solo fino ad un certo punto. E' vero che qui stiamo parlando di manipolazione dell'offerta, ma la propaganda che ruota attorno a questi fenomeni non dice "manipoliamo l'offerta per garantirci meno concorrenti e farvi pagare di più un prodotto equivalente", dice piuttosto "manipoliamo l'offerta per garantirvi migliore qualità". E' un argomento inconsistente sotto ogni punto di vista, ma fa evidentemente molta presa, se i primi a far cagnara contro la liberalizzazione degli impianti dei vigneti sono le associazioni dei consumatori.

 

Le politiche agricole da quelle più palesemente protezionistiche come quelle di cui tratta il post, all'erogazione dei sussidi, tanto per il sostegno al reddito quanto per i cosiddetti "aiuti allo sviluppo", fino alle etichettature e alle regole che limitano l'impiego di determinate tecnologie come gli OGM, si fondano, almeno da un punto di vista teorico, sulla remunerazione di alcuni "public goods" la cui consistenza deve essere ancora dimostrata: agricoltura locale contro il mercato globale, biologico contro intensivo, tutela del paesaggio rurale, biodiversità, se non paghiamo gli agricoltori la terra verrà abbandonata, dove andremo a finire signora mia e compagnia cantando.

 

Per questa ragione ritengo che l'indagine che ho linkato nel precedente commento centri un punto, quello della percezione e della definizione del rischio, che è valido un po' per tutte le politiche che hanno come oggetto agricoltura ed alimentazione.

D.O.

Loris Groppo 20/8/2012 - 11:33

Resta il fatto che la Denominazione di Origine è un bene limitato. Limitato dal fatto che la superficie coltivabile con determinate regole non si può estendere all'infinito, ovvio. Quelle regole nascono a seguito di processi decisionali complessi che, più che alla tradizione storica, il terroir, la cultura, fanno riferimento sostanzialmente al mercato.
Il fatto che per tutte le D.O. esista un limite nella resa di uva per ettaro è evidentemente un'esigenza nata in quei processi decisionali e che a questo punto, in una logica "liberale", andrebbe contestata tout-cour, non tanto nella facoltà da parte dei consorzi di variarne l'entità.

Insomma, quello che voglio dire è che, nel momento in cui si contesta l'illiberalità delle regole di un consorzio per la tutela di una D.O. bisognerebbe anche spiegare il perché uno ha bisogno di una D.O.
Ricordiamo infatti che la legge consente di produrre e vendere vino anche senza D.O.

doc

Pietro Puricelli 20/8/2012 - 12:57

Infatti sostanzialmente la definizione di un vino come DOC è un artificio protezionistico con la scusa di garantire una maggiore qualità.

Ci sono vini cileni e californiani di qualità eccelsa e vini DOC italiani che sono poco più che decenti.

Conosco piccoli produttori che fanno vini ottimi da 20-30 euro la bottiglia, ma che non potendoli marchiare come DOC per i limiti molto stretti che simile definizione pone sono costretti a definirli "vini da tavola".

Il limite di resa di uva per ettaro è un limite sensato e necessario, con gli stessi vitigni, nello stesso terreno, non è possibile avere alte rese e alta qualità contemporaneamente, lo sfoltimento dei grappoli lo faccio con buoni risultati anche sulla mia una da tavola che ho nell'orto, posso garantire che la differenza si vede.

Il DOC non è illiberale, è semplicemente inutile, serve solo per garantire un eventuale minimo di qualità ad alcuni vini.

doc

Loris Groppo 20/8/2012 - 13:07

Eh, sì, in sostanza è così.
Voglio precisare solo che con la recente OCM vino non si parla più di vini da tavola, ma di "vino bianco" e "vino rosso" con l'opportunità di indicare il vitigno di provenienza.
Non male, dài.

Forse non sono riuscito a spiegarmi: in questo articolo non si chiama in causa il sistema delle Denominazioni di Origine (DO), ma la loro gestione.

La DO è definita da un "disciplinare di produzione", creato di intesa tra i produttori e sottoposto al Ministero dell'Agricoltura per l'approvazione e la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. Al suo interno sono previste delimitazioni geografiche, rese e sistemi di coltivazione, e la definizione - solitamente piuttosto generica - del vino al quale sottintendono. Che siano fatte bene o male, da vedere caso per caso, non è lo scopo di questa discussione, né se i confini geografici scelti siano giusti o sbagliati (anche se qui si potrebbere veramente discutere dell'influenza della politica nell'estendere anche a zone meno vocate i "benefici" delle DO, fatto comune da noi), e né se le rese scelte sono corrette. Tutti questi argomenti poi sono solitamente oggetto di evoluzione nel tempo, tramite le modifiche ordinarie agli stessi disciplinari, che hanno degli iter solitamente lunghi come previsto dalla legge, e devono essere appovati dalla maggioranza, passati al vaglio del Ministero, ecc. ecc. Le modifiche ordinarie, fatte allo scopo di migliorare o preservare la qualità e le caratterisctiche intrinseche di un prodotto sono non solo, utili, ma direi indispensabili, mutando nel tempo le condizioni, le tecnologie produttive, i desideri dei consumatori, ecc.

 

Spero che questo punto sia chiaro, altrimenti non si può comprendere il resto.

Un disciplinare deve sostanzialmente stabilire il DOVE, il COME, e il QUANTO (per unità di superfice) un certo prodotto deve essere fatto. Non può stabilire delle preferenze sul CHI può produrre in una certa DO, come ovvio (e questo dovrebbe essere chiaro persino nel paese delle leggi ad personam) oppure intervenire sulle scelte commerciali delle aziende, posto che le stesse abbiano i requisiti per poter produrre i vini a DO, ovvero ne rispettino le regole del disciplinare.

Quello che il dlgs 61/2010 invece consente (ma che era ampiamente recepito dalla normativa precedente, e quindi in questo senso non introduce una novità), è un fatto che per me almeno è clamoroso, che si può suddividere in due punti:

-1) ci dice che la legge non è uguale per tutti. Consente ai produttori dentro la DO di stabilire che altri che vorrebbero farne parte ne devono essere esclusi. Vi possono essere quindi due vigne assolutamente identiche, l'una accanto all'altra, dentro i confini previsti dal disciplinare, con le caratteristiche ampelografiche previste, e tutti i crismi del caso, di cui una è iscritta all'albo dei vigneti di questa DO, mentre l'altra non è iscrivibile perchè l'albo è temporaneamente chiuso a causa dell' "equilibrio di mercato". Quindi ci dice che Mario, già produttore,  può produrre vino a DO, e ci dice che Giovanni, non ancora produttore e che potrebbe divenirlo perchè già in possesso di tutti i criteri previsti dal disciplinare, non può produrre vino a DO.

-2) ci dice che la legge, rappresentata dal disciplinare di produzione, può essere camabiata in alcuni dei suoi aspetti sostanziali, temporaneamente, quando la maggioranza dei produttori ne faccia richiesta per raggiungere l'"equilibrio di mercato."

 

Nel primo chi è dentro la DO decide chi può e non può entrare e quando questo può avvenire. Nel secondo caso la maggioranza dei produttori decide quanto tutti i produttori possono produrre o commercializzare, in deroga alla legge vigente (il disciplinare di produzione), entrando addirittura nelle scelte commerciali (obbligo di magazzinaggio e non messa in commercio di una parte del prodotto). I fini non sono quelli del miglioramento della qualità o del perseguimento delle caratteristiche specifiche di un prodotto, che sono lo scopo del disciplinare di produzione, ma sono fatti per il "controllo dell'offerta", per il "raggiungimento dell"equilibrio di mercato".

Si noti anche il carattere "temporaneo" delle misure e l'assoluta genericità e discrezionalità dei metodi, per capire come la possibilità di abusi, cartelli, manipolazioni del mercato, gravi lesioni alla concorrenza e il libero mercato, siano non solo possibili, ma probabili.

E' un po' come in alcuni paesi si scegli di interrompere temporaneamente la democrazia. Il tutto ovviamente si fa, ca va sans dire, per il bene del popolo.

grazie

Pietro Puricelli 20/8/2012 - 18:35

Grazie del chiarimento, avevo l'impressione che la questione dell'utilità dei limiti di produzione per ettaro dal punto di vista della qualità non fosse sufficentemente chiara.

... ma vorrei sapere di piu' perchè il solo verbo essere non basta a capire

Una metafora basata su un fatto storico.
Dopo la rotta di Caporetto, e la totale distruzione della linea di comando, i fanti allo sbando e lasciati necessariamente a se stessi, auto-organizzarono la resistenza, combatterono come leoni, e fermarono l'avanzata austro-tedesca.
Domanda: perche' il potere, che sia politico o, sempre di piu' data la complessita' delle societa' contemporanee, dei tecnici-esperti (questi ultimi siete voi, attenzione) non riesce mai a contenere se stesso, nemmeno quando gli conviene, se non davanti alla completa distruzione?
(per i dettagli vedere il bel "Caporetto" di Mario Silvestri)

 i fanti allo sbando e lasciati necessariamente a se stessi, auto-organizzarono la resistenza, combatterono come leoni, e fermarono l'avanzata austro-tedesca.

I miei libri di storia sono molto, ma molto, diversi dai tuoi. Peccato i fanti auto-organizzati si siano fermati. Oggi l'Istria, la Dalmazia e la Kamtchatka sarebbe nostre :-)

Suvvia Corrado, non guardare al dettaglio: qui si parla di metafore! E questa mi ricorda un po' quella di Cantona...

a questo link

 

"La Regione del Veneto, in accordo con il Friuli Venezia Giulia, ha deciso lo stoccaggio di almeno il 10% del Prosecco Doc ottenuto dalla vendemmia 2012, per mettere sotto controllo la gestione dei volumi di questo vino molto apprezzato anche al’estero e impedire un deprezzamento sul mercato. Lo ha comunicato l’assessore regionale all’agricoltura, Franco Manzato. In sostanza, stabilisce il decreto regionale, ogni produttore dovrà escludere dalla vendita almeno un decimo della propria produzione fino al 31 luglio 2013, salvo modifiche al decreto stesso"

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