L'agricoltura come frontiera del dirigismo
Cose che ci tocca vedere nel 2012, ovvero lo Stato che controlla, tramite i suoi emissari, il mercato del vino.
Il controllo da parte dello Stato dell'offerta di beni prodotti dai privati per "conseguire l'equilibrio di mercato" svela una mentalità da piano quinquennale, una intollerabile limitazione al principio della liberta di impresa sancito dall'art. 41 della Costituzione. Tutto questo, e anche di più, lo trovate nell'art.14 del dlgs 61/2010 sulle Denominazioni di Origine (DO):
10. Le regioni possono ridurre la resa massima di vino classificabile come DO ed eventualmente la resa massima di uva e/o di vino per ettaro per conseguire l'equilibrio di mercato, su proposta dei consorzi di tutela e sentite le organizzazioni professionali di categoria e stabilire la destinazione del prodotto oggetto di riduzione. Le regioni possono altresì consentire ai produttori di ottemperare alla riduzione di resa massima classificabile anche con quantitativi di vino della medesima denominazione/tipologia giacente in azienda, prodotti nelle tre annate precedenti.
11. Le regioni, in ogni caso, al fine di migliorare o stabilizzare il funzionamento del mercato dei vini, comprese le uve, i mosti da cui sono ottenuti, e per superare squilibri congiunturali, su proposta ed in attuazione delle decisioni adottate dai consorzi di tutela e sentite le organizzazioni professionali di categoria, potranno stabilire altri sistemi di regolamentazione della raccolta e dello stoccaggio dei vini ottenuti in modo da permettere la gestione dei volumi di prodotto disponibili.
In pratica, si decide di abbassare le rese produttive previste dal disciplinare di produzione dei vini, per controllare l'offerta. Cioè per esempio, invece dei 90 Qli ad ettaro previsti, li si riduce a 60 Qli per quella particolare vendemmia. Lo stesso, come avvenuto in Chianti Classico 2009, avviene con il blocage, ovvero il divieto a commercializzare entro un certo periodo di tempo (es. 24 mesi) una certa quanità della produzione (es. il 20%), bloccandola in cantina.
Un altra misura molto popolare riguarda il blocco degli impianti di vigneto, o meglio, l'impossibilità di nuove iscrizioni all'albo di una certa DO a tempo indefinito, sempre per non meglio definiti motivi di stabilizzazione dei mercati. Citiamo dall' art.12 del dlgs 61/2010
4. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, su proposta dei consorzi di tutela e sentite le organizzazioni professionali di categoria, possono disciplinare l'iscrizione dei vigneti allo schedario ai fini dell'idoneità alla rivendicazione delle relative DO o IG per conseguire l'equilibrio di mercato.
In sostanza, nel primo caso se qualcuno ha dei problemi commerciali, ed ha la maggioranza dei voti nei consorzi di tutela (che non sono organi democratici, ma sono organizzazioni volontarie dove chi più è grande più comanda, come del resto prevede la legge), chiede che vengano ridotte le produzioni di tutti i produttori, anche quelli che non sono membri del Consorzio, se quest'ultimo è abbastanza grosso da poter rivendicare la rappresentanza erga omnes (anche per i produttori che non sono membri). Quindi anche di chi, guarda caso, potrebbe invece non aver problemi commerciali, o addirittura avere la colpa di vendere troppo bene i suoi vini.
Nel secondo caso invece si tratta del classico dentro-fuori: chi è dentro il ciclo produttivo, con vigneti iscritti agli albi della DO, decide sempre su proposta dei consorzi, che chi ne è fuori deve restare fuori. In sostanza significa che sullo stesso territorio geograficamente delimitato della DO, esistono vigneti esattamente comparabili, che seguono le stesse indicazioni prescritte per essere DO, ma non lo sono semplicemente perchè il club ha chiuso i battenti. Chi è dentro teme di vedere abbassare i prezzi a causa di un aumento dell'offerta che risulterebbe dalla concorrenza di chi adesso è fuori.
Non è dato di sapere quali siano esattamente i criteri che, in palese violazione dell'art. 41 della Costituzione italiana che definisce la libertà di impresa, fanno che un gruppo di produttori possa escludere, od ostacolare l'ingresso nel ciclo produttivo da parte di altri. È la maggioranza che decide, e la maggioranza non può sbagliare, vero?
Si parla di stabilizzare i mercati, anche in situazioni dove con tutta evidenza i prezzi delle materie prime (uve e vini sfusi) sono in costante aumento da anni, segno che la crisi per questi vini non c'è. Come sempre, occore guardare a chi fa comodo questa situazione.
Fa comodo a chi ha già un potenziale produttivo consolidato nel tempo, oppure al produttore che poca voglia ha ad impegnarsi a fare qualità visto che il suo prodotto, accuratamente protetto dallo Stato, si vende lo stesso a buon prezzo che sia di buona qualità o meno. Fanno comodo anche ad aziende grandi e strutturate, che possono assorbire margini in assottigliamento dovuti ai rialzi dei prezzi all'origine, per far fuori concorrenti scomodi che non hanno la stessa possibilità o forza.
Insomma, in Italia è sempre comodo trovare il modo di non doversi confrontare con il mercato, con il consumatore, con i concorrenti. È una scelta che paga, molto di più che investire denaro, lavorare seriamente e con successo, andare in giro per il mondo con la valigetta del rappresentante per portare a casa qualche ordine.
Il danno prodotto da queste leggi e da questi comportamenti non è solo economico, ma è sopratutto morale. È un disincentivo a lavorare bene, stimolati dalla concorrenza, è una lezione che da noi non è l'impegno, ma è il chi conosci e con chi ti allei che paga. È un deterrente per chi dall'estero vorrebbe e potrebbe investire nel settore. È una lezione per i giovani produttori: è meglio stare dentro al club. Investite tutto lì, il resto lasciatelo ai quei creduloni che sognano un paese serio, liberale e dove il diritto è una certezza, non una scelta, specie se dei tuoi concorrenti.

