L'economia politica de "gli economisti"

21 giugno 2010 alberto bisin e michele boldrin

Sulla lunga lettera firmata da 100 professori italiani, pubblicata dal Sole 24Ore e pubblicizzata da svariati altri giornali. Propone una interpretazione della crisi e una serie di proposte di politica economica. Ne discutiamo.

''Executive summary''

Per quelli che, ragionevolmente, non han tempo da buttar via leggendo un pistolotto lungo lungo.

Dal tardo 2008 un mito si aggira per il mondo: che quella serie di eventi che chiamiamo “crisi” sia stata il frutto puro, duro e nocivo dei mercati lasciati a se stessi e della concorrenza economica esercitata in totale libertà, senza regolatore, senza governi, senza banche centrali, senza (dis)incentivi fiscali, insomma senza lo "stato"  nelle sue molteplici articolazioni.

Il fatto che la crisi economica abbia rappresentato una manifestazione della crisi dell'economia di mercato e sia dovuta alle profonde contraddizioni della medesima (economia di mercato) è ormai considerata verità auto-evidente.

In realtà è una balla. Ma è una balla che piace a molti perché li assolve d’ogni responsabilità. Ovviamente è una balla particolarmente gradita ai politici perché, oltre ad assolverli, chiede loro d’assumere nelle proprie mani ancora piu poteri, reddito e vite umane di quanto già non facciano. Non a caso questa storiella la raccontano, con identiche parole, Sarkozy e Zapatero, Tremonti e Bersani, Obama e Putin. Che la realtà sia ben diversa l'abbiamo documentato, sia noi che svariati altri, così tante volte che non è nemmeno il caso di ripetersi. Il mito tale è: comodo ai politici, falso nei fatti, dannoso all'umanità che vive nell'illusione che esso crea.

Da questo “mito fondazionale” seguono una svariata quanto sgangherata serie di proposizioni. Eccone alcune:

  • che dalla crisi si possa uscire solamente con molto più stato e, soprattutto, con molta più spesa pubblica;
  • che la crescita economica venga da un continuo aumento della domanda pubblica, quindi della spesa;
  • che detta spesa si possa finanziare con ripetute emissioni di debito pubblico perché questo nel lungo periodo si “autofinanzia”;
  • che il rifiuto degli investitori di continuare ad acquistare debito (pubblico, ma anche privato) alle medesime condizioni del passato sia dovuto alla “cattiva speculazione” o a qualche fallimento del mercato e non a motivazioni economiche legittime e ad azioni di politica economica;
  • che l'instabilità finanziaria si risolva a colpi di proibizioni, chiusura dei mercati, emissione di moneta a go-go da parte delle banche centrali, restrizioni al commercio con l'estero, eccetera;
  • che, infine, l'Europa tutta ricomincerebbe a crescere ed uscirebbe dalla crisi se solo la Germania si indebitasse di più e l'Europa, nel suo complesso, si "ri-statalizzasse". Insomma, un po' di "socialismo vecchio stile condito da tanta spesa pubblica" è la miglior medicina disponibile.

Boiate.

Boiate pazzesche che però, in Italia, ricevono il supporto di tutto un sottobosco di economisti prodighi di argomentazioni non sostanziate e di una retorica alquanto barricadera, sbugiardata da tutti tranne che dall'accademia italiana. La prima reazione è stata di non curarsi di loro, ma poi non ci siamo riusciti. Dopotutto sono 100 (cento), hanno scritto una "Lettera degli economisti", con adesioni da "Università ed Enti di ricerca nazionali ed esteri" e la stampa nazionale ha dato loro grande rilievo. Insomma, c'è il rischio che chi sta in Italia si convinca che l'unica scelta possibile sia quella fra le politiche di Giulio Tremonti e quelle dei 100 economisti. Non è così ed è il caso di dirlo.

E poi ci divertiamo da sempre a sbertucciare Quelli che...

Quindi, se v'incuriosisce sapere perché sono boiate, leggetevi il pistolotto completo, dove procediamo ad una disamina il più accurata possibile del testo in questione.  Altrimenti, non vi resta che fidarvi.

''Pistolotto completo''

La lunga lettera, come dicevamo, è firmata da 100 professori italiani, è stata pubblicata dal Sole 24Ore e pubblicizzata da svariati altri giornali. Essa costituisce una sintesi anche coraggiosa della sequenza di proposizioni che abbiamo appena definito boiate. È coraggiosa perché per tenerle tutte assieme (si fa per dire) gli estensori della lettera hanno dovuto resuscitare nientepopodimeno che la teoria del sottoconsumo (anche detta della sovrapproduzione, due lati della stessa medaglia),  uno zombie teorico del paleomarxismo. Codesta teoria è così logicamente incoerente ed ortogonale ai fatti che ci sarebbe da divertirsi se non temessimo per la sanità intellettuale dei discenti di questi docenti.

Cominciamo dal titolo, "Lettera degli economisti". Si noti, "degli economisti ", senza aggettivi. Non degli economisti bravi, degli economisti blu, degli economisti anti-ortodossi, degli economisti post-marxisti, no, no, ... no, degli economisti tout court. E non è che gli è venuto così, per caso. Buona parte dei firmatari (erano 50 allora) ha anche firmato nel Giugno 2006 un "Appello degli economisti", pieno delle stesse idee e proposte, di cui parleremo anche per altre ragioni.

 

Passiamo alla sostanza. La tesi di fondo della lettera è di natura politica ed è la seguente:

l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero. [neretto nel testo originale]

Le affermazioni qui sono due: (1) il Trattato dell’Unione (gli estensori confondono allegramente Unione Europea ed area Euro ...) è “liberista” e, (2) la crisi (non sappiamo se quella del debito pubblico in Europa o del debito privato negli USA o se la recessione e l’assenza di crescita in molti paesi avanzati, o tutto questo assieme) è dovuta a tale “liberismo” in cooperazione con le politiche economiche “restrittive” di quei paesi membri dell’Unione che hanno un surplus della loro bilancia commerciale.

Su cosa si fondino questo affermazioni è complicato intendere e richiede una disamina paziente dei vari articolati della lettera stessa. Per non appensantire ulteriormente la lettura limiteremo il più possibile le citazioni dal loro testo; invitiamo il lettore ad esaminare questo post e la lettera dei 100, in parallelo.

Prima di entrare nel dettaglio di argomentazioni anche un po' astruse, ci piacerebbe che il lettore considerasse però con attenzione il cuore generale della tesi degli estensori della lettera: la crisi globale è dovuta a stagnante o addirittura declinante capacità di consumo dei "lavoratori". Ora, noi non sappiamo bene a chi si riferiscano con quest'ultimo termine gli estensori della lettera ma, se come è ragionevole pensare si riferiscono ai percettori di reddito da lavoro, ossia al 95% circa delle famiglie, l'affermazione ha dell'incredibile.

Provate a ripeterla ad alta voce, giusto per sentire l'effetto che fa. E se vi viene da ridere, nessuna ragione di trattenersi: lo sanno anche i polli che per anni americani ed europei si sono comprati tutto quello che potevano comprare, ipotecandosi le mutande, altro che sottoconsumo. Gli americani lo hanno fatto direttamente, mentre gli europei, più timorati di Dio, lo hanno fatto fare ai propri governi.

Ma prendiamo le argomentazioni della "lettera" sul serio. Da dove cominciare? Innanzitutto con la logica. E poi coi dati.

Sulla (mancanza di) logica della teoria del sottoconsumo (o della sovrapproduzione,  che fa lo stesso).

Gli estensori della lettera, senza esplicitamente ammetterlo, attingono ad antiche teorie marxistoidi note come “crisi da sovrapproduzione”. Queste sono il vero cuore del modello teorico su cui buona parte delle affermazioni della lettera si posa. Ecco un esempio:

Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori.

[...]

Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda, senza una "spugna" in grado di assorbire la produzione.

L’idea di queste teorie è tanto banale quanto incoerente.  Proviamo a riassumerla. Il cattivo sistema capitalistico diventa sempre più efficiente - come? Non si sa ... - quindi sempre più produttivo: produce, o sarebbe capace di produrre, sempre più merci. Però, siccome è cattivo, paga i suoi lavoratori sempre meno, aumentando i profitti. I lavoratori non possono quindi comprare le merci prodotte, che rimangono invendute. Al quel punto il sistema capitalista, o il capitalista finanziario in persona che è normalmente un grasso ed untuoso signorotto con il sigaro in bocca, presta soldi ai lavoratori perché essi acquistino l’invenduto. Questi però, poiché il loro reddito mai cresce come da ipotesi, non possono ripagare tali debiti, da cui la crisi finanziaria.

L'incoerenza logica è nota, e nemmeno tanto nascosta. I capitalisti con i loro crescenti profitti potrebbero comprarsele le merci, o no? L’anno in cui si produce 130 invece di 100 ed i lavoratori guadagnano sempre 50, i lavoratori si comprano 50 ed i capitalisti 80, che fa 130: nessuna crisi di sovrapproduzione! Apparentemente questo non succede. O forse i capitalisti non hanno voglia di consumare, che sono grassi, hanno già tutto, sei iPad e tre Ferrari, senza parlare di tutti gli avana che possono fumarsi. Ma allora buttano quello che hanno fatto produrre ai lavoratori? Se buttano parte della produzione, non ci guadagnano nulla, quindi il valore della produzione quell'anno non è 130, ma meno! Perché valga 130, la produzione, devi averi ricavato 130 dalla sua vendita!

Qui occorre ricordarsi di una banalità che i teorici del sottoconsumo invece scordano: il valore della produzione si misura solo DOPO averla venduta ed è uguale a prezzi per quantità! Se non vendi è come se tu non avessi prodotto nulla. Quindi, nel caso che i teorici del sottoconsumo hanno in mente, se hai prodotto "troppo" rispetto alla domanda osservata, non sarà che conviene abbassare i prezzi e svendere ai lavoratori quello che già hanno prodotto, che per due euro se lo comprerebbero l'iPad? Eh no, che i prezzi non hanno ragione di esistere nelle teorie economiche cui si fa riferimento qui. Marx li trasforma in quantità di lavoro e Keynes li elimina che sennò non riesce a spiegare la disoccupazione involontaria. E Sraffa,... beh Sraffa proprio coi prezzi non andava d'accordo.

Ma allora, se i capitalisti quasi non comprano beni ed i prezzi non esistono (e quindi nulla possono a bilanciare quantità domandate ed offerte) i capitalisti che fanno?  Siccome sono cattivi ma anche un po’ scemi fanno la seguente cosa. Anzitutto si sdoppiano in capitalista industriale e finanziario; in secondo luogo danno al secondo il controllo di una parte crescente dei profitti (facciamo 20, 30, 40, 50 ...) che vengono prestati ai lavoratori perché consumino. Ed i lavoratori consumano, felici, un ammontare crescente di beni: 70, 80, 90, 100: nessuna sovrapproduzione/sottoconsumo. Poi, perché non possono ripagare, i lavoratori fanno default sul debito, lasciando i capitalisti finanziari con le pive nel sacco.

Ma allora, dice chiunque sia in grado di fare due più due, questo sistema capitalista alla fin fine non è così male per i lavoratori, se non altro perché i capitalisti son stupidi. È vero che pagano poco i lavoratori, però poi prestano soldi a vanvera perché il loro consumo aumenti comunque, quindi ... quindi una pacchia infinita, no? In questo mondo qui noi, potessimo scegliere, faremmo i lavoratori, altro che balle.

Come, a fronte di redditi in declino, il sistema finanziario possa magicamente far lievitare i valori finanziari prestando alle famiglie pur nella consapevolezza che queste non hanno e non avranno redditi per ripagare, lo sanno solo gli estensori della lettera (ed altri sofisticati teorici a cui sembra si ispirino).

Lo sappiamo, trattasi di una storia sepolta dalla logica circa un secolo fa, ma tale è la spiegazione della crisi che gli “economisti” firmatari della lettera vorrebbero farci credere. Non siamo riusciti a esporla, la storiella, senza fare ironia (e ci abbiamo provato, oh se ci abbiamo provato). Non riusciamo a non riderne. Ma non dovremmo perché, la storiella così incoerente da essere demenziale che qui abbiamo narrato, non popola solamente le menti degli economisti che si credono "gli economisti", ma percola anche nelle menti confuse di ogni luogo. Avrà anche il nostro lettore ben sentito gli alti lamenti che si alzano di là dell'Atlantico da parte di coloro che domandano compassione ed aiuto per i consumatori che sono stati costretti a comprare case che non si potevano permettere con mutui a tasso zero - maledetti banchieri!  Quale può essere il sostegno teorico a questi lamenti?  Beh, lo avete appena visto, se di sostegno e di teoria si può parlare in questo caso. Andiamo avanti.

Sulla evidenza empirica, non già a riguardo della teoria del sottoconsumo, che è logicamente incoerente e quindi necessariamente sconnessa da qualunque fatto, ma riguardo a produttività e consumi.

Se, tanto per dire, il valore delle merci prodotte cresce di anno in anno da 100 a 110 a 120 a 130 a ... ed il reddito pagato al lavoratore rimane fisso a, diciamo, 50, i profitti diventeranno 50, 60, 70, 80 ... e di questo dovrebbe esserci evidenza nei dati. Ma nei dati la quota di reddito da capitale cresce in certi periodi e cala in altri senza alcun trend preciso. Verissimo, gli ultimi dieci anni hanno visto una crescita, in alcuni paesi non in tutti, ma altri decenni hanno visto una riduzione. Insomma, un trend di lungo periodo non c’è proprio, è una fantasia di questi economisti italiani che, evidentemente, grande familiarità con la contabilità nazionale ed i fatti non devono avere. Basterebbe questa osservazione per tirare tutto alle ortiche, ma andiamo avanti.

È per giunta falso che la produttività del lavoro sia cresciuta molto di piu di quanto siano cresciuti i redditi dei lavoratori. Questo è falso per i paesi UE e per gli USA dove produttività del, e redditi da, lavoro crescono fondamentalmente in parallelo, paese per paese, dall’immediato secondo dopoguerra [qui i dati dal 1979 al 2008: andate a pagina 6 e studiate la Table B; se troviamo il tempo magari nei commenti mettiamo anche quelli per gli anni precedenti al 1979 e per il 2009]. In alcuni paesi, come la Germania o gli USA, la produttività è cresciuta maggiormente e maggiormente sono cresciuti i salari per ora lavorata, per altri (come Italia e Spagna) la produttività è cresciuta pochissimo e pochissimo son cresciuti i salari. Ma la divergenza tanto conclamata nella lettera è completamente assente nei dati.

Riguardo ai consumi, o al sottoconsumo, occhio al trucco: nella "Lettera" si parla di “capacità di consumo”, termine ambiguo che potrebbe riferirsi al reddito disponibile dei lavoratori. Quest’ultimo è, in prima approssimazione, uguale al reddito lordo da lavoro meno tasse, contributi ed altri pubblici balzelli. Poiché sia tasse che contributi sono certamente cresciuti più del reddito stesso e certamente vero che il reddito disponibile delle famiglie è cresciuto meno della produttività del lavoro. Questo è particolarmente vero in Italia dove lo stato-piovra viene erodendo il reddito disponibile del settori privato da vent’anni a questa parte. Ma è lo stato che erode, non il mercato. E più stato, come vedremo in seguito, è ciò che gli estensori della "Lettera degli economisti" vogliono.

Dal sottoconsumo alla Germania che non balla la danza della spesa.

Ma perché menarsela con la pappardella teorica sul sottoconsumo col rischio che qualche vecchio economista liberista-fu-marxista come noi li sbertucci?  Perché la pappardella serve a preparare l'asso, che infatti i nostri estensori calano subito dopo: responsabili dei problemi economici dell'Europa tutta sono i cattivi tedeschi.

[..] la Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli. La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi.

I tedeschi, come i capitalisti della storiella del sottoconsumo, diventano sempre più produttivi, ma non acquistano beni e servizi per un valore pari a cio’ che producono; evidentemente amano “tesaurizzare”, come direbbero costoro, ossia nascondere i soldi sotto il materasso. In altre parole, i tedeschi (a differenza di praticamente tutti gli europei) sono come Paperon de Paperoni ed accumulano denaro per il piacere del denaro. Sia chiaro: DENARO deve essere, insulsi pezzi di carta, anzi insulse cariche elettriche in un frammento di silicio, perché se fossero beni e servizi di qualsiasi tipo il ragionamento cascherebbe subito. Son fatti così, i tedeschi, lavorano e non consumano. Schnell. Kaputt.

Insomma, la crescita economica tedesca da un lato avviene per magia – mai ci viene detto come sia che quei mangiapatate producono sempre più beni e servizi lavorando sempre meno ore, ossia diventando sempre più produttivi – e dall’altro si risolve in una Germania che vende a credito al resto d’Europa i propri beni, in cambio di scariche elettriche. Si', perché qualunque cretino che è in grado di fare due più due capisce che, se è la domanda del resto d’Europa che assorbe la sovrapproduzione tedesca e se il resto d’Europa acquista più di quanto produce, allora questo eccesso di acquisti deve avvenire a credito. Insomma, i tedeschi in tutti questi anni hanno lavorato tanto e son diventati più produttivi per far consumare di più il resto degli europei che (di nuovo per ragioni che i nostri eroi non sanno spiegarci) non riescono ad essere maggiormente produttivi però son ben contenti di indebitarsi, nelle più molteplici forme, con le formiche tedesche.

Le analogie tedeschi=capitalisti vs altrieuropei=lavoratori giocano un ruolo chiave nella retorica populistica che sottende la "Lettera". Ma perché tutto questo generi compassione ideologica post-marxista nei confronti del lavoratore italiano (che non lavora, o lo fa in modo improduttivo, ma mangia a sbafo) e invece disprezzo ideologico post-marxista nei confronti del lavoratore tedesco (che lavora e fa la fame per far mangiare l'italiano) non lo capiamo. Ma non lo capiamo davvero. L'ideologia post-marxista ha i suoi problemi, ma qui non si tratta nemmeno di logica: perché la difesa dei lavoratori non contempli quelli tedeschi, che oltretutto lavorano per gli altri, davvero pare incomprensibile. Notate, per esempio, la chiusa degna d’un Victor Hugo (o d’un Pascoli) sulla grande proletaria che forse non s’è mossa ma certo consuma quello che non potrebbe:

Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti.

Struggente, no? La povera e proletaria Italia, che per qualche cattiveria liberista mondiale ha una produttività del lavoro che non cresce da un decennio, sempre meno gente che lavora e sempre più gente assistita, un settore pubblico inefficiente e costosissimo, delle tasse che fanno passare la voglia di lavorare anche a Giobbe, la povera e proletaria Italia, anche lei poverina finisce per farsi prestare i soldi dalla terribile Germania pur di consumare un po’ di più di quanto potrebbe! Chi se ne frega che la suddetta Italia abbia un rapporto fra ricchezza e reddito prodotto che è quasi un record mondiale e che l’indebitamento italiano sia dovuto tutto alla spesa pubblica!

Onde per cui dovrebbe risultare anche chiara la conclusione a cui il ragionamento del sottoconsumo conduce: la crisi del debito sovrano è dovuta al fatto che i paesi europei, indebitati con i tedeschi, ora non sanno o non vogliono ripagare. E quindi? Fuck the Germans! In realta', che sia fondamentalmente con i tedeschi che i governi europei si sono indebitati è platealmente falso. Ma se anche così fosse, cosa c’entrano liberismo e mercati con il fatto che i tedeschi son diventati più produttivi e ci hanno fatto consumare a credito i loro beni, a noi che più produttivi non siamo riusciti o non abbiamo voluto diventarlo? Mistero della fede. Perché indubbiamente di fede si tratta.

Sui movimenti di capitale ed altre diavolerie del capitalismo finanziario e dei mercati efficienti.

Arriviamo al volo pindarico più affascinante, forse, dell’intero documento. Tutto questo indebitarsi di tutta l’Europa per far contenti i tedeschi (e gli svedesi ed altri nordici, a dire il vero, ma quelli non vengono menzionati perché come fai a vendere la culla del sogno socialista come una maledetta nemica dell’umanità?) avviene perché c’è libertà di movimento dei capitali. In effetti è vero: se non ci fosse libertà di farsi prestiti uno con l’altro nessuno si indebiterebbe, no? Forse quello è il mondo che “gli economisti” preferiscono. Ma, aspetta, forse che prima del 1986-1999 (durante questo periodo si sono liberalizzati i mercati finanziari europei ed introdotto l’euro) non c’erano deficit commerciali, paesi che accumulavano debito ed altri che accumulavano surplus? Deve essere stato così perché la loro teoria implica che solo quando la maledetta libertà di movimento dei capitali viene introdotta si realizzino gli “squilibri”. Ma suvvia!

E poi cosa c’entra la presunta efficienza dei mercati finanziari con l’Italia che si indebita e la Germania che presta? Nulla, che i prestiti si fanno indipendentemente dall’efficienza teorica o meno dei mercati finanziari, ma tutto fa brodo: la retorica è sempre utile ad aizzare le masse. Peccato crolli davanti a fatti banalissimi.

E comunque, al solito, nelle affermazioni sulla Germania e il suo debito non siamo solo di fronte all'incoerenza logica ma al non fatto. Come abbiamo visto il surplus tedesco sarebbe la fonte del debito degli altri paesi europei. Ancora, uno non sa se ridere o se piangere. Perché, da un lato, il governo tedesco è quasi tanto indebitato quanto il resto d’Europa e questo lo sanno anche i sassi (quindi niente link ai dati, che anche il nostro tempo vale qualcosa). E, dall’altro, la grandezza dell’indebitamento pubblico in paesi come l’Italia (o il Giappone, che ha il 200% di debito pubblico su PIL, eppure esporta come una bestia) è incommensurabile al minuscolo surplus commerciale della Germania con l’Italia! Insomma, le due cose non hanno tra di loro relazione alcuna. Cosa abbia determinato l’indebitamento pubblico di Italia, Grecia, Portogallo, Spagna, Francia, UK ... Germania lo sappiamo tutti. La spesa pubblica, quella che "gli economisti" vorrebbero maggiore. Siamo sempre lì. A strizzarla troppo la salsiccia, si finisce per rompere il budello ed esce la carne. Torniamo alla salsiccia, oops, alla teoria.

In realtà, i 100 economisti avrebbero potuto, a questo punto, fare un’osservazione che, ancorché corretta, forse ha implicazioni sgradevoli per la loro ideologia. L’osservazione è la seguente: prima dell’euro l’indebitarsi eccessivo dell’Italia con la Germania provocava una svalutazione della lira rispetto al marco. Questa comportava inflazione in Italia, erosione del potere d’acquisto dei salari italiani, riduzione sia della domanda interna italiana che dei costi (prezzi) dei beni italiani espressi in marchi ed un ribilanciamento dei deficit commerciali. Notate la cosa importante, e sgradevole per i 100, di questa classica storiella: nel mondo precedente all’euro la “soluzione” del problema consisteva nell’impoverimento dei lavoratori (italiani) via inflazione. Questa è l'usuale "soluzione keynesiana”: inflazionare affinché i salari nominali, che non si aggiustano rapidamente, vedano ridotto il loro potere reale di acquisto. I rivoluzionari estensori della lettera, che combattono contro il "profilo liberista del Trattato dell’Unione" per conto della classe dei lavoratori, cosa dicono?  Si guardano bene dal menzionarla la "soluzione keynesiana”, nella Lettera degli economisti. E allora lasciatelo dire a noi che l’introduzione dell’euro, evitando l’inflazione e la svalutazione delle monete di paesi che, come l’Italia, sono governati da una classe dirigente populista ed incompetente, ha in realtà difeso il potere d’acquisto delle famiglie costringendo le classi dirigenti medesime a confrontarsi con i due problemi, strettamente correlati, di un eccesso di spesa pubblica da un lato e di una mancanza di crescita della produttività dall’altro.

Sull'indebitamento pubblico, la speculazione finanziaria e le vendite allo scoperto

A questo punto l’analisi si fa confusa. Perché da un lato ci sono le “contraddizioni reali” (come chiamano nella "Lettera" le invenzioni fattuali testé descritte) e dall’altra ci sono gli speculatori che stanno cercando di far “deflagrare” l’euro solo perché ci credono. Self-fulfilling prophecies, come si chiamano. [Ignorate, dopo aver sorriso, la pappardella finto-teorica finale: gli equilibri basati su sunspots (che sono ciò che "gli economisti"  hanno confusamente in mente) non richiedono nessuna asimmetria informativa o potere di monopolio per essere possibili.] Qui interessa la logica di questi “speculatori”. Essi vogliono far "deflagrare l’euro" che consiste in (prendiamo il caso italiano): uscita dell’Italia dall’euro, ritorno alla lira, inflazione interna e/o default sul debito pubblico. Bene, chi ci guadagna se succede una cosa del genere? Evidentemente gli indebitati i quali o non pagano il debito contratto o lo fanno con moneta nazionale inflazionata. Ma chi è indebitato? Nel caso dell’Italia il governo italiano, innanzitutto! E con chi? Per buona parte con i propri cittadini che, via il sistema bancario, detengono il debito pubblico italiano, ma anche con i cittadini tedeschi, francesi, inglesi e financo cinesi che in questi anni hanno acquistato tale debito. Questi sono coloro che ci perderebbero e, guarda caso, sono questi (via le loro banche ed i loro gestori di fondi) che in questi mesi sono sempre piu riluttanti a continuare a prestare denaro a Italia (Grecia, Spagna, eccetera) ai bassi tassi d’un tempo. Gli speculatori cattivi, quindi, quelli che vogliono far deflagrare l'euro sono contemporaneamente coloro che da tale evento (la deflagrazione dell'euro) subirebbero sostanziali perdite!  Non c’è che dire: i cattivi speculatori son tutti anche scemi. Avete presente Tafazzi? Ma chi gliela dà la bottiglia? Sarà come la corda di leninista memoria?

Ma è mai possibile che questi speculatori siano davvero scemi come Tafazzi? Dovrà pur esserci una maniera perché ci guadagnino! E qui sta una fondamentale confusione che, a discolpa dei nostri "economisti", non sono certo gli unici a fare. È da quando è iniziata la crisi due anni fa che tutti in coro ripetono che i derivati sono cose diaboliche e incomprensibili, che nemmeno gli speculatori che li usano capiscono bene cosa siano (e dagli con gli speculatori stupidi). Basterebbe fermarsi un minuto a ragionare per capire che i dettagli saranno anche complessi (ma avete mai provato a leggere il contratto di leasing della vostra auto o di affitto del vostro appartamento?) ma, alla base, il meccanismo della speculazione finanziaria ed i mercati dei derivati sono cosa semplice. Infatti, ci vuole un altro minuto per capire che una scommessa è la posizione opposta di una assicurazione, che ogni volta che ci assicuriamo la società di assicurazione fa una scommessa contro di noi.  Le operazioni speculative (e i contratti derivati con cui si portano a termine) sono esattamente questo, uno scommette e l'altro assicura. Quindi, necessariamente, se uno perde l'altro vince. Quindi, da tutta questa speculazione contro l'euro e i poveri greci, metà degli speculatori ci guadagnano e metà ci perdono (metà in valore, non in teste; a voler essere precisi).

Tra gli speculatori, in questo momento, metà  vendono allo scoperto debito pubblico di paesi che essi si aspettano fare default, in un modo o nell’altro. Vendere allo scoperto vuol dire promettere ad un altro che gli si consegnerà la cosa X in una data futura, stabilendo ora il prezzo della medesima. Chi vende allo scoperto ci guadagna se, tra ora e la data futura stabilita, il prezzo della cosa X cala il che gli permette di comprarla ad un prezzo inferiore allo stabilito, realizzando un profitto. Ci sono mille varianti di queste scommesse (le chiamano derivati) ma la sostanza è sempre la stessa. Se metà vendono allo scoperto, metà comprano. Se gli uni guadagnano, gli altri perdono, e viceversa. Per vendere X allo scoperto al prezzo P occorre che qualcun altro compri X al prezzo P sapendo che non ce l’hai! Ossia, quel qualcuno deve sia sapere che stai facendo una scommessa sia sperare che quella scommessa la perdi, ossia deve essere disposto a scommettere l’opposto di quello che scommetti tu! Anche costui, cari nostri, è uno speculatore. Non comprendere questo dà forma a tutto un coacervo di affermazioni semi-etiche sugli speculatori cattivi, a tutta la confusione di fondo di cui la "Lettera" così come i giornali sono pieni. Comprendere questo da parte de "gli economisti" eviterebbe loro di dover, a rigor di logica, distinguere tra speculatori “buoni” e  “cattivi”! Figurarsi, i marxisti ora saprebbero anche distinguere fra grassi e sudati buoni e grassi e sudati cattivi!

Eccoli dunque i maledetti speculatori, li abbiamo smascherati finalmente! Può essere così semplice? Si', è proprio così semplice. Ma nessuno glielo ha spiegato alla nostra Angela Merkel? Se lo avessero fatto, avrebbe capito che proibire le vendite allo scoperto, come ha tentato di fare alcune settimane fa, sarebbe stato inutile e avrebbe creato lo scompiglio che infatti ha creato. Essere tedeschi evidentemente non esime dal cadere negli stessi patetici errori in cui cadono i professori italiani.

Spesa pubblica, debito, risparmio, consumo, moltiplicatore e crescita

A questo punto del manifesto rivoluzionario le cose cominciano ad annebbiarsi ancor più. Le politiche tanto odiate (ossia: i tagli alla spesa pubblica) diventano semplicemente politiche “depressive”, il che ovviamente è una pessima cosa: nessuno vuole essere fonte di depressione. Peccato che i cattivi maestri che le hanno smascherate non abbiano la pazienza di spiegarci perché tagliare la spesa pubblica sia una politica depressiva. Prima di farlo noi, vale la pena sottolineare due cosuccie. La relazione fra le politiche in questione e le famigerate “teorie liberiste” è per lo meno tenue, ma i nostri trovano in tali espressioni vuote una grande soddisfazione. È il loro contributo al dibattito scientifico, per così dire: come i bambini, dividere il mondo in indiani e cow-boy. In secondo luogo, cosa c’entra il taglio della spesa pubblica con la “desertificazione produttiva” e la “deflazione da debiti”? Nulla, che noi si riesca a capire, ma a loro deve suonare bene, ed allora via, che il rigore logico l'abbiamo perso da tempo.

Ma ridurre la spesa pubblica, in date circostanze, potrebbe o meno avere effetti recessivi? Certo. La ragione è banale: nel breve periodo ridurre la spesa pubblica elimina componenti di domanda per imprese in essere che devono quindi trovare qualcos’altro da fare o altri acquirenti per i propri beni e servizi. Nel frattempo, potrebbero dover ridurre la produzione. Il tutto, ovviamente, è un puro effetto di breve periodo che richiede un riaggiustamento di prezzi relativi ed allocazione delle risorse e che, di per sé, non ha alcun effetto sulla crescita di lungo periodo. Per i dettagli rinviamo ad un post che (come sarà mai?) utilizza terribili argomenti “liberisti” per argomentare che i tagli di spesa debbono essere sia più grandi che più sistematici che, soprattutto, accompagnati da riduzioni parallele della pressione fiscale.

Cerchiamo però di essere chiari: i tagli di spesa pubblica vanno fatti, in Italia e altrove, non per ridurre il deficit e il debito, ma perché sono risorse mal occupate e mal investite.

Questo è un punto ovvio a chiunque, tranne a coloro che alla fine degli anni '70 si siano rinchiusi in una biblioteca a studiare Keynes, Marx, e Sraffa, uscendone solo per far politica universitaria (coi meravigliosi effetti sotto gli occhi di tutti). Infatti, per ragioni storiche di evoluzione del pensiero economico, Keynes, Marx, e Sraffa lavoravano con modelli aggregati che poco spazio lasciavano a questioni di political economy (purtroppo, in questo i tre in questione si distaccavano dagli illustri padri della tradizione inglese). Il fatto che poi i loro modelli non avessero prezzi, o li avessero "sbagliati", non li ha aiutati a connettere political economy e l'inefficiente allocazione delle risorse. Non è il caso di entrare in dettaglio, qui, ma è importante notare che il letterone mai spende una parola ad argomentare questioni di allocazione delle risorse. Con tanto cianciare di contraddizioni logiche ed incompletezza del modello di equilibrio economico generale (la loro vera bestia nera, che proprio non lo capiscono!) costoro si sono rimbesuiti e hanno rimbesuito i propri studenti. [Nota di colore: uno di noi ricorda come fosse oggi l'imbarazzo di uno degli estensori, Giorgio Lunghini, anni fa quando insegnava Sraffa in Bocconi, alla menzione da parte di uno studente del fatto che il modello sraffiano fosse un caso particolare del modello di equilibrio generale.]

Detto questo, quali saranno, dunque, le ragioni dei nostri eroi per chiedere più spesa, più spesa, più spesa? La ragione per cui i 100 ritengono che qualsiasi aumento di spesa pubblica abbia effetti espansivi in una recessione è la stessa per cui essi ritenevano che qualsiasi riduzione della spesa pubblica avesse effetti recessivi in una fase di crescita (degli altri, perché noi di crescita, ne abbiamo vista ben poca negli ultimi 15 anni). Come il paziente lettore potrà verificare, gli argomenti dell' "Appello degli economisti" del 2006 sono gli stessi della "Lettera degli economisti" di adesso: i rimedi di politica economica dei nostri sono invarianti alle circostanze concrete in cui si devono applicare. Recessione, crescita, crisi finanziaria, tutto fa brodo, nulla cambia, panta rei, .... la soluzione è sempre spendere, spendere. Perché?

Perché non avendo i nostri alcun modello capace di spiegare la crescita economica e tutto il resto sono ridotti a ripetere ossessivamente le solite panzane:  la capacità produttiva cade dal cielo, essa esiste ed è sempre sottoutilizzata. In particolare, c’è sempre disoccupazione strutturale che si potrebbe occupare in opere utili e profittevoli se solo ci fosse la domanda. Ma la domanda privata non c’è (per le misteriose ragioni spiegate all’inizio secondo cui i “padroni” i profitti non li spendono ma nascondono sotto il materasso) quindi va sostituita con quella pubblica. Lo stato deve continuare ad indebitarsi e ad imprimere moneta, per spendere e spandere.

Ma come si finanzia la spesa? Lo capiscono i nostri che dopo aver speso bisogna ripagare i debiti? Si' e no. La spesa si autofinanzia fiscalmente ... dicono, basta che ci sia il moltiplicatore giusto. O meglio, lo fanno intendere:

le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e privati.

Ma è cosa a cui tengono, perché appare anche nel precedente "Appello":

[se si tagliasse la spesa pubblica] da un lato, si avrebbe una ulteriore compressione della domanda aggregata e quindi dei livelli di attività economica, con riflessi negativi sullo stesso bilancio pubblico.

Che il tutto sia incoerente - come fa ad esserci il moltiplicatore giusto se, una volta che la spesa pubblica entra nel mercato si genera sottoconsumo? Non si contraddicono sottoconsumo e moltiplicatore? Questo è il bello dei modelli incoerenti, ci si inventa un numero per il moltiplicatore, anche se il numero fa a pugni con il resto della storia. Basta nascondere la funzione del moltiplicatore nella storiella sul sottoconsumo, et voilà tout se tien.

Ma non è finita qui, qualcuno l'ha già sentita questa storia della spesa che si autofinanzia? Pensateci bene! È una versione al contrario della curva di Laffer, quella supply-side economics reaganiana che i nostri senza dubbio considerano una delle più grandi abiezioni dell'economia liberista. L'idea di Laffer è che abbassando le tasse si crea tale e tanto prodotto che le finanze pubbliche ne guadagnano (essendoci una tassa inferiore su una base imponibile maggiore). Lo stesso qui, dove invece di abbassare le tasse si aumenta la spesa. Le affermazioni di Laffer, sono campate per aria - cioé non sostanziate dai dati -  ma sono un pelo meglio della versione al contrario "degli economisti",  perché abbassando le tasse si tolgono inefficienze e distorsioni mentre aumentando la spesa si aggiungono. Ma bando alle sottigliezze, non di Laffer vogliamo parlare (lo abbiamo già fatto, rimandiamo al post). Ci piaceva sottolineare l'ironia: i nostri post-marxisti che vanno supply-side reaganiana senza accorgersene. A quando l'edonismo?

Infine, l'angolino un po' più serio e dottrinale: l'idea secondo cui è un aumento della domanda/spesa per consumi che produce la crescita è contraddetta sia dalla logica che dai dati. Della logica abbiamo già detto però ci preme osservare che nemmeno nei casi speciali del modello di equilibrio economico generale cari agli estensori della lettera succede quanto da loro sostenuto. Infatti, nella versione semplificata di Von Neumann che Sraffa utilizza non c'è crescita. Come non c'è crescita in Keynes, che nel lungo periodo siamo tutti morti salvo quando siamo vivi. Nelle versioni più sofisticate di tali modelli - prodotte soprattutto da Luigi Pasinetti, che però non firma questa lettera - la crescita c'è ma, guarda caso, è esogena! Insomma, si cresce perché si cresce e non è certo il moltiplicatore che ci fa crescere. Idem, ovviamente, nel modello marxista in cui la crescita avviene perché i capitalisti vogliono aumentare i profitti, investono in nuovi prodotti ed in nuovo capitale, eccetera. Insomma, costoro continuano a parlare di crescita senza avere a disposizione nemmeno uno straccio di modello teorico che possa permetterci di cominciare a riflettere su cosa determina la crescita economica!

Nonostante questa povertà teorica i nostri ripetono, con una faccia tosta davvero incredibile, che la crescita viene dall'aumento del consumo via un qualche meccanismo del tipo moltiplicatore. Ed anche qui l'evidenza storica e statistica è schiacciante e li schiaccia. Nel lungo periodo crescono di più i paesi che risparmiano ed investono di più, fine! Basta guardare a casa propria per rendersene conto: l'Italia cresceva quando il tasso di risparmio era alto, ora che è basso non cresce. Il Giappone dal 1993, quando ha smesso di crescere, ad oggi ha visto il proprio tasso di risparmio diminuire dal 16% all'attuale 3% circa. Cina, India e Turchia, che crescono come scheggie, hanno tassi di risparmio impresionanti (superiore al 30% le prime due, quasi 20% la terza). E così andando, sino agli USA che dopo una decada e mezza di sollazzi consumistici si son trovati nella soluzione che tutti conosciamo. Ora, finalmente, anche le famiglie americane stan provando a risparmiare un pelino di più ...

Sulle proposte di politica economica alternativa basate sui fondamenti di tanta teoria.

Le proposte contenute nella seconda parte della "Lettera", nonostante le tante parole ed i tanti proclami che le accompagnano, si riducono a poco di nuovo e niente di buono: stampare moneta (la BCE deve comprare tutto il debito pubblico che ci sia in giro, senza sterilizzarlo, ossia la BCE deve diventare la stampante dei governi europei perdendo qualsiasi livello di autonomia!), emettere maggior debito per finanziare maggior spesa, fare marcia indietro con le privatizzazioni ricostruendo l’intervento pubblico diretto in economia, impedire ai fondi pensione d’accedere ai mercati finanziari, restringere il movimento di capitali, merci e persone.

Niente di nuovo perché sono le stesse proposte contenute nell'"Appello" al governo Prodi. Proposte che non per niente paesi come la Grecia (uno a caso) hanno seguito. Facevano i gradassi, allora i nostri "economisti". Spendete, spendete, dicevano, tanto i mercati se anche impazziscono lo fanno a caso, non vanno contro quei paesi che hanno le finanze più in disordine (perché dovrebbero? Gli speculatori cattivi se la possono prendere con chiunque! Magia delle self-fulfilling prophecies e della cattiveria).  La loro incomprensione del funzionamento dei mercati finanziari, che speculerebbero sui bilanci pubblici indipendentemente dalle condizioni dei bilanci pubblici stessi, li aveva già portati a questo (ma chi se lo ricorda, avranno pensato? O forse non se lo ricordano nemmeno loro. Ma noi siamo cattivi):

[...] l’unificazione monetaria europea e la presenza di un mercato finanziario integrato hanno fortemente ridimensionato i differenziali tra i tassi d’interesse dei paesi membri, e non sussiste alcun motivo tecnicamente plausibile per attendersi incrementi significativi e duraturi di tali differenziali [neretto nostro, AB&MB]. Qualsiasi riferimento ad eventuali reazioni avverse da parte dei mercati andrebbe pertanto seriamente argomentato sul piano tecnico-scientifico, anziché essere semplicisticamente evocato.

Mica male come predizione fallita, no? Che sfiga, invece, proprio con la Grecia se la sono presa i mercati finanziari!

E poi aggiungevano i nostri 100 economisti (letto adesso sembra proprio parlassero ai Greci): e chi se ne frega dei vincoli europei, lo sanno tutti che sono fasulli,

[..]  è opportuno ricordare che il Trattato dell’Unione non prevede sanzioni rispetto al vincolo del debito pubblico al 60%, e che le sanzioni previste per i paesi il cui deficit superasse il limite del 3% non sono finora mai state applicate, nonostante le significative e ripetute violazioni.

[...]

L’eventuale esigenza di ulteriori riduzioni del rapporto tra deficit e Pil [...] andrebbe comunque esaminata tenendo conto della mancata applicazione di sanzioni nei confronti di quei paesi membri che negli anni passati presentavano “disavanzi eccessivi”.

Poco di buono perché le proposte sono come La Corazzata Potemkin nella celebre sintesi fantozziana ... Non ce n'è una che stia in piedi. In breve, che non ce la facciamo più (immaginiamoci voi):

  • Stampare moneta ci porta alle bolle degli anni scorsi, all'inflazione anni '70, agli assegnini - ve li ricordate gli assegnini? Per cui meglio che BCE continui a sterilizzare invece d'innondare il continente di biglietti inutili.
  • Emettere maggior debito per finanziare maggior spesa ci porta alla Grecia - dritti dritti.
  • Fare marcia indietro con le privatizzazioni ricostruendo l’intervento pubblico diretto in economia ci porta all'IRI, all'Argentina, all'inefficienza generalizzata e statalizzata. A questo ci sta pensando già Giulio Tremonti, perché volete dargli una mano?
  • Impedire ai fondi pensione d’accedere ai mercati finanziari ci porta alla vendita dei bond Cirio e Parmalat (per non parlare di quelli argentini) alle vecchine.
  • Restringere il movimento di capitali, merci e persone ci porta .... dove ci porta, boh, fate voi, non in un bel posto. Diciamo che il protezionismo è la ciliegina finale ...

213 commenti (espandi tutti)

Gesù. Non finisce più!

Gracias companeros.

Dopo un periodo di oblio, bentornati. E' stata una istruttiva lettura comparata alla lettera secondo suggerimento.

Dal tardo 2008 un mito si aggira per il mondo: che quella serie di eventi che chiamiamo “crisi” sia stata il frutto puro, duro e nocivo dei mercati lasciati a se stessi e della concorrenza economica esercitata in totale libertà, senza regolatore, senza governi, senza banche centrali, senza (dis)incentivi fiscali, insomma senza lo "stato"  nelle sue molteplici articolazioni.

Il fatto che la crisi economica abbia rappresentato una manifestazione della crisi dell'economia di mercato e sia dovuta alle profonde contraddizioni della medesima (economia di mercato) è ormai considerata verità auto-evidente.

In realtà è una balla.

Ma quale balla! Ascolta, oh stolto duo mercatista: in Australia manco si sono accorti che ci sia stata una recessione (figura sotto). E' arcinoto infatti che l'Australia e' un'economia chiusa al movimento internazionale di merci e capitali (si commerciano solo conchiglie e mutande di sughero, trasportate da un'isoletta all'altra in canoa), un'economia pianificata dove il capitalismo e' stato finalmente spodestato, dove non ci sono nocivi mercati finanziari, dove c'e' con un governo onnipresente, onniscente, onniregolatore, e naturalmente espansivo.

growth rates 2005-2011

Fonte: OECD Economic Outlook, Maggio 2010

Questo grafico sull'Australia è un invito al viaggio ancora più convincente....

 

Solo su un punto non vi "seguo" (ma non seguo nemmeno i 100 economisti, don't worry): quello sulla "speculazione".

Gli "speculatori" sono interessati ad assicurazioni di breve, brevissimo periodo, ma hanno la possibilità di generare effetti di ridondanza, ben oltre gli effettivi squilibri. E non parlo solo dei "debiti sovrani", di cui non capisco niente, ma ad esempio nel mercato delle materie prime abbiamo domanda e offerta abbastanza costanti, ma forti oscillazioni nei prezzi (l'acciaio nel luglio 2008 in tre mesi raggiunse i 1.035 $/ton per poi riscendere, tre mesi dopo a 300$/ton, non c'è domanda e offerta che tenga..).

Posso quindi immaginare cosa sia in grado di generare la "speculazione" quando individua un segmento debole dell'economia (fosse anche un debito sovrano). Lo so che adesso mi direte: "ah ma lo dici anche tu che è un segmento debole!", ma io intendo gli effetti amplificativi, non l'effetto in sè. Limitare in qualche modo questi effetti non sarebbe affatto male, anzi.

 

Sapevo i nostalgici-classici-sraffiani erano di casa qui in Cattolica (qui, infatti, abbiamo nientepopòdimeno che il buon LP), ma non sapevo che fossero così diffusi a livello nazionale.

f.

Francesco, in realta' non sono cosi' diffusi. Si noti anche che

- Hanno un'eta' media molto alta (nell'elenco ci sono una miriade di 60+ )

- Lavorano perlopiu' presso Universita' di provincia - Sapienza, Roma 3 e Federico II sono l'eccezione ( il che non sorprende alcuno tra gli addetti al settore )

Pertanto non mi fascerei la testa. I motivi per cui la loro lettera e' stata pubblicata sono che 1) alcuni di loro hanno amici potenti e 2) dicono quanto alcuni politici e benpensanti vogliono leggere.

Guarda che i firmatari della Federico II io non li ho mai sentiti quando studiavo là. 

Tutti i professori di politica economica, macro, micro, storia economica, che ho avuto non sono tra i firmatari. Vorrà dir qualcosa, no?

idem per quanto riguarda i 2 firmatari di Padova, una insegna a Scienze Politiche (LOL) l'altro è un associato di economia politica presso Dipartimento di Tecnica e Gestione dei Sistemi Industriali... nessuno dei due insegna presso la Facoltà di Economia (meno male)...

Resta il fatto che gente come questa insegna nelle nostre università... Avrei una domanda a Lor sig. che insegnano negli States: ma pure da voi la Logica è così irrilevante?! Il nozionismo è l'unica variabile che conta anche oltre oceano? Ve lo chiedo perché io ne ho pieno i co***oni dell'università italiana...

Meno male! Mi sono lasciato ingannare dal nome delle università, senza guardare l'effettivo titolo (e l'età! XD) di quelli che hanno firmato.

Anche alla Cattolica di Milano, comunque, i nostassici ( = nostalgici  classici) sono tendenzialmente confinati alla cricca di storia del pensiero economico/analisi economica.

f.

 

 

Difatti io le teorie dove la produzione "eccede" la domanda le ho sentite solo nel corso di storia economica e il prof. di quella materia nemmeno è tra i firmatari.

Comincio a dubitare che questi firmatari insegnino economia.

Mi dispiace particolarmente aver visto nell'elenco dei nomi anche alcuni miei prof...due di storia economica e uno di macroeconomia 2.

Tornando al tema del post, credo che la vostra risposta, che condivido in pieno, avrà poco risalto rispetto alla lettera degli economisti, questo è un peccato grande. La questione è che gli argomenti che voi portate avanti non hanno niente di politically correct, in senso lato intendo; gli elettori vogliono spesa, sussidi, aiuti...in questo caso la risposta liberista non li attrae in nessun modo, per cui la stampa, i politici e robaccia varia preferiscono pubblicare la letterina tanto populista quanto fuorviante.... purtroppo questo è il circolo vizioso che vedo da quando capisco un minimo di politica ed economia; il consenso è l'obiettivo della nostra politica, punto e basta.. in Italia, così come in altri paesi del terzo mondo (sono ironico ovviamente...), esiste un trade off tra consenso e politiche liberali, ovviamente si sceglie sempre il primo (con le ovvie conseguenze). L'unico uomo che può ovviare a tale fenomeno è un super-genio avente la capacità di rendere felici gli elettori nel breve e lungo termine e capace di realizzare le opportune riforme fiscali (abbassare le tasse) e un'oculata gestione della spesa pubblica (sempre riduzione). 

Qualcuno ha fatto indagini sulle famiglie di questi "economisti"? Tutti orfani e senza prole?

Lo dico perché io ricordo sempre i miei nonni e genitori, dirmi di pensarci bene prima di fare debiti. Poi pensare di fare nuovi debiti da scaricare sui propri figli, lo può fare solo chi odia i propri pargoli o chi non ne ha.

Sono messi tutti così male?

oh, finalmente, un po' di economia politica vecchia maniera. adesso spero nella controreplica dei 100. intanto fitoussi rincara su affariefinanza di stamattina: i paesi in surplus devono spingere la domanda interna, con spesa pubblica per investimenti. Fitoussi è però moooolto più moderato dei 100. però anche lui sembra rimasto a secco di argomenti utili alla bisogna. 

Secondo la mia opinione, alla analisi già lucidissima degli Economisti sulle cause della crisi manca una ulteriore argomentazione, che individea un altro colpevole: l'eccesso di automazione dei processi, che toglie posti di lavoro. Per esempio, l'avvento di Internet e del PC ha messo sul lastrico tantissimi impiegati; oppure i micro-chip che in un cm2 concentrano 1 milione di transistors hanno costretto al sussidio migliaia di saldatori!
Occorre quindi inserire una bella tassa sull'innovazione di processo labour saving, e creare così nuovi posti di lavoro! La prosperità così potrà rapidamente tornare tra le famiglie di operai ed impiegati.

The proof is left to the reader as an exercise ;-)   

I firmatari mi avevano quasi convinto però alla fine scrivono

occorre immediatamente aprire un ampio e franco dibattito

No, per favore, il dibbattito no....

No, per favore, il dibbattito no....

Il dibbattito si, purche' sia come questo!

Il dibattito, si'.

Mi son perfino letto le prefiche indicate dal professor Bond (non J. Bond, Patrick Bond, professor at Ukzn e mio collega) e qualche domandina avrei da farla. Le fa un non economista. 

Come mai, come mai, sempre in (localita' nota d a non citare) agli operai?

come mai dovrebbero pagar piu' tasse in omaggio a una teoria aristotelica  del valore? 

non sto prendendo per i fondelli, si veda http://www.jstor.org/stable/1880547?cookieSet=1

In breve, la domandina e' semplicissima, per avere una crisi di sotto-consumo bisogna che vi sia un valore accumulato che nessuno vuole comprare ergo invenduto, ergo (dice la logica) vi e' un modo di dire quale sia il valore di un x (oggetto: sigaro, banana, automobile, ufficio, casa, scarpa, etc.) che non e' determinato da offerte e domande ma da (?? il valore aggiunto? la sua scarsita'? avete notato che i neutrini sono scarsissimi, ha massa scarsissima, non zero, ed e' difficilissimo trovarlo, il neutrino, eppure non vale nulla, perche'?)

Se i cento, giovani e forti, mi spiegano, avendo qualche conoscenza nel ramo neutrino, ma scarsa nella nozione di sottoconsumo, saro' grato.

Non vorrei che si pensasse che i signori "economisti" che hanno sottoscritto l'appello siano rappresentativi della popolazione degli economisti nelle universita' italiane. Non lo sono.

Non starebbe a me dirlo, perche' non ho credenziali sufficienti, ma visto che nessun altro lo ha ancora fatto... Nelle universita' italiane vi sono validissimi colleghi, che contribuiscono attivamente alla ricerca nelle rispettive aree e mai firmerebbero un appello del genere. In particolare, questo e' il caso per i piu' giovani, la maggiorparte dei quali si e' formata all'estero.

Come e' naturale che sia, questi colleghi non sono distribuiti uniformemente tra i vari dipartimenti. In alcuni, costituiscono ormai la maggioranza. In altri, sono ben lontani dall'esserlo. In altri ancora, non ve ne e' traccia.

Beh, io sono cresciuto negli anni 90 nella facolta' di statistica del "La Sapienza", piena di pseudo-eterodossi di diversa origine (sraffiani, post keynesiani, evolutivi, neo-austriaci), ho speso mesi della mia vita a studiare cose inutili (corso di economia I speso a capire perche' Ricardo non e' un marginalista ad esempio), per non parlare del primo tentativo di tesi (poi abbandonato spostandomi su econometria) tentando di dire cose eterodosse a tutti i costi (perche' tutto il mondo non ci capisce niente di economia e ci sono i paradigmi dominanti che devono essere abbattuti, etc. etc...)

Per fortuna il mio MSc fatto anni dopo (sono stati necessari anni di disintossicazione nel mercato del lavoro per permettermi di ricominciare a studiare economia) mi ha restituito tutto cio' che non avevo avuto dalla mia laurea (come un vero corso di micro per esempio), e per reazione forse sono diventato un general equilibrium economist (all'estero).

Ma se guardo indietro di danni irreversibili quei prof me ne hanno fatti e parecchi.

Quindi, sara' pur vero che non sono la totalita' dei professori di economia italiani, ma purtroppo spesso insegnano economia I (o macro I) e in qualche modo possono distorcere la prospettiva che un giovane studente ha, condizionandogli tutto il percorso formativo, alla fine o sei uno di loro (e fai parte della cricca) oppure non fai l'economista (perche' ti rendi conto che quello che hai studiato e' solo confusione e non porta a niente).

Magari c'avessi avuto un Bisin o un Boldrin come insegnante....

 

 

 

Come e' naturale che sia, questi colleghi non sono distribuiti uniformemente tra i vari dipartimenti. In alcuni, costituiscono ormai la maggioranza. In altri, sono ben lontani dall'esserlo. In altri ancora, non ve ne e' traccia. :-)

perché Ricardo non è un marginalista [...]

Che lo era, invece.

Il problema non sono solo gli economisti (che sono una minoranza della popolazione)

Moltissime persone non studieranno mai nella loro vita economia o diritto (nemmeno a livelli base), tra quelli che lo faranno una gran parte non lo farà a livello universitario.

L'elettore medio non ha accesso ad un'istruzione economico giuridica nemmeno accettabile.

Io ritengo che siano 2 materie (insieme a Storia) obbligatorie in tutti i percorsi di studio, almeno a livello base. Giusto per avere gli strumenti (nel caso ci sia la volontà sia chiaro quella non si studia) per informarsi. Altrimenti una lettera di 100 economisti ed un post su nFA rischiano di avere la stessa autorità, tanto chi legge non ci sta capendo niente.

Credo che il mio rimarrà un sogno...

se insegnassero stora correttamente Pizzati sarebbe contentissimissimo

Che lo era, invece

:) non era un esempio a caso

Caro Andrea io son cresciuto in età nella stessa Facolta' nella prima metà degli anni '80 visto che per l'altezza avevo già raggiunto lo stato stazionario. Quasi con gli stessi professori che hai avuto tu, dove per l'esame di economia II c'era pure questo libro di  H.Minsky. A quanto mi risulta sull'argomento i professori reduci da quel periodo, ovvero presenti ancora nel dipartimento di economia, sulla crisi economico-finanziaria hanno scritto questo:  A.Roncaglia  S. Bruno: ed il prof. L. Spaventa ora emerito ma che dal 1977 si era distaccato dallo sraffismo  qui . Eppoi una grossa delusione, uno scritto del prof. G. Gandolfo, che seppur non insegnasse nella nostra Facoltà, i suoi libri di economia internazionale e di economia matematica erano per noi un valido punto di riferimento ( qui)

Confesso: ho letto solo l'executive summary e l'elenco dei suddetti professori. L'unico Cafoscarino, donde io vengo: mai sentito. Forse ai miei tempi, una ventina d'anni fa, era chiuso in uno sgabuzzino dietro l'aula Besta (detta anche aula Messner per le 6 lunghissime rampe di scale necessarie alla conquista). Non ho a mente l'establishment dell'accademia italiana di economia ma questi 100 mi sembrano tutti carneadi.

Non so se meritano il dibattito, ma se nFA li ha presi in considerazione, mi leggerò anche il resto.

Produttività

amadeus 21/6/2010 - 15:16

La povera e proletaria Italia, che per qualche cattiveria liberista mondiale ha una produttività del lavoro che non cresce da un decennio, sempre meno gente che lavora e sempre più gente assistita, un settore pubblico inefficiente e costosissimo, delle tasse che fanno passare la voglia di lavorare anche a Giobbe, la povera e proletaria Italia, anche lei poverina finisce per farsi prestare i soldi dalla terribile Germania pur di consumare un po’ di più di quanto potrebbe! Chi se ne frega che la suddetta Italia abbia un rapporto fra ricchezza e reddito prodotto che è quasi un record mondiale e che l’indebitamento italiano sia dovuto tutto alla spesa pubblica!

Se il rapporto ricchezza/reddito è così elevato anche la produttività del capitale (non solo quella del lavoro) sarà piuttosto bassa. Dove è stata investita tutta qs ricchezza ? In immobili (il cui prezzo in Italia è già piuttosto elevato pur senza la spinta di un mercato dei mutui abnorme come quello inglese o spagnolo) ? Il sospetto che è che se questa "ricchezza" volesse spostarsi dal comparto immobiliare a quello "produttivo" si sgonfierebbe subito: non vi è domanda internazionale per gli immobili italiani e una compravendita tra soggetti domestici sarebbe solo una partita di giro. Se vi fosse un desiderio netto domestico  di vendere immobili per acquistare altri beni, i prezzi delle case dovrebbero scendere sensibilmente per trovare degli acquirenti.   

Se vi fosse un desiderio netto domestico  di vendere immobili per acquistare altri beni, i prezzi delle case dovrebbero scendere sensibilmente per trovare degli acquirenti.  

Condivido. Ogni volta che controllo, i prezzi delle case in Italia sono troppo alti, dati tutti gli altri parametri. Due ipotesi:

- Date restrizioni legali, costi di transazione ed opportunità di evasione/elusione, il prezzo è però destinato a reggere, pur se frutto di distorsioni. Tieni anche conto che una forte domanda internazionale per i centri di tutte le zone "buone" d'Italia c'è, ed è forse maggiore che in qualsiasi paese al mondo, eccezion fatta per i paradisi fiscali tipo Monaco o Svizzera.

- Trattasi di un self-fulfilling equilibrium. Gli italiani sono infatuati dall'idea di averci la casa. Appena, per qualche ragione, gli passa la voglia il mercato crolla.

Ecco, un buon studente di PhD italiano potrebbe farci sopra una tesi di teoria applicata, guardando ai dati e cercando di capire quale delle tue ipotesi sia più sensata.

Maramaldi!

CarloDB 21/6/2010 - 15:37

A parte gli scherzi, complimenti per la pazienza. Questa vostra operazione andava fatta, anche perché Alesina e Perotti sulla Voce erano stati troppo vaghi. Tra l'altro trovo davvero esilarante questo modo di ragionare con le identità contabili come se fossero relazioni strutturali. Questi hanno preso il discorso del saving glut (consapevolmente?) e l'hanno spostato in Europa. Non si rendono conto che avrei egualmente ragione se dicessi che la Germania è uno stato filantropo, perché col suo consumare meno di quello che produce consente ai PIGS di fare la bella vita?

Proprio così: the Oxen work so  that the Pigs can get fat. In pratica, per ora funziona:i Club Med countries si specializzano nel leisure, i tedeschi lavorano e prestano soldi a greci ed italianuzzi, così d'estate possono venire in vacanza e sentirsi superiori, kuelli con una faluta forte e foi italiani tutti mafiosi. Magra consolazione, ma de gustibus... a loro gli piace così, per ora. Andando avanti nel tempo, però, qualcuno si sveglierà e penserà "ma che ci faccio ad avvitare bulloni in Turingia come un pirla, con tutti questi tagliandi del Club Med irredenti sotto il materasso?" Mi pare che ci siano 2 possibili ramificazioni evolutive, per cui Franz dice:

Scenario A): Mi prendo un po' di vacanza, e vado a spendere i tagliandi al Club Med e nel futuro appena ho un po' di buoni me li vado subito a spendere al Club visto che tanto i prezzi anno su anno scendono (= reflazione, ritorno al marco, aumento dei consumi interni, più alto tenore di vita/consumi)

Scenario B): Vado al locale ufficio del Club Med e chiedo la redemption in denaro dei tagliandi, che ormai equivalgono a 70 milioni di ore di tennis, 140 di windsurf e 2000 ton di birra. Mi becco una bella pernacchia dell'impiegato, ed a questo punto m'incazzo parecchio. Riunisco tutti i possessori di buoni, intento una Class Action, vado a PArigi dal pédegé del Club e negozio la conversione dei  tagliandi in azioni Club Med e licenzio il management, mettendo uomini di mia fiducia e gradimento, col seguente mandato:

a) pulizia generale del Club: via immondizia, abusi edilizi, scarichi inquinanti, etc

b) chiusura degli ultimi opifici del Club usati per la fabbricazione in ecomomia di ombrelloni, windsurf, etc (li compro in Cina), e riconversione in campi da golf del relativo sedime;

c) enclusure ed assegnazione esclusiva di vaste aree riservate a case di riposo per anziani tedeschi

d) promozione di scuole alberghiere e di accoglienza riservate a soggetti di etnia italiana, greca o inferiore.

e) Insomma, visto che pago io, sto katz di parco giochi me lo faccio come mi piace a me.

Lo scenario B) mi sembra improbabile, tutto sommato, anche se non impossibile visto che nella storia i Black Swan ogni tanto compaiono. Si avverererà quindi, più probablmente, lo scenario A: i tedeschi usciranno dall'Euro, rivaluteranno la parità col "Sudo" stimo del 30-40% e faranno una zollverein neo-Anseatica con gli Austriaci, Baltici e Scandinavi basata su DM o "Neuro", con forte influenza sulla Russia ed i Balcani.

 

 

E allora lasciatelo dire a noi che l’introduzione dell’euro, evitando l’inflazione e la svalutazione delle monete di paesi che, come l’Italia, sono governati da una classe dirigente populista ed incompetente, ha in realtà difeso il potere d’acquisto delle famiglie costringendo le classi dirigenti medesime a confrontarsi con i due problemi, strettamente correlati, di un eccesso di spesa pubblica da un lato e di una mancanza di crescita della produttività dall’altro

non ho ancora finito di leggere il "Pistolotto", ma questa frase è da ovazione e applausi a scena aperta!

quasi per nulla, la difesa del potere d'acquisto la dovevan mettere in atto i governi nazionali stimolando anche la concorrenza. l'euro ha solo attutito i "casini" nel mondo delle materie prime (petrolio etc) e delle mega crisi nazionali (parmalat) e comunque i due problemi non son stati risolti

Ossia?

Da un lato dici una cosa che diciamo anche noi, dall'altro cosa c'entra la parmalat con l'euro? Potrà anche esserti sembrata "grossa" (lo era, da un certo punto di vista) ma non d'impatto macro.

Non capisco proprio quel "per nulla" così definitivo.

In che senso l'euro non ha risparmiato inflazione all'Italia degli ultimi 10 anni?

intendo dire, che con la fragilità della crescita italiana degli ultimi anni, "botte" come cirio e parmalat avrebbero (credo io) portato discredito all'interso sistema e con la lira libera di fluttuare probabilemte ci sarebbero stati guai grossi.

quel "nulla" era riferito al fatto che non condivido quasi per nulla quella citazione : la difesa del salario la fai si con una moneta stabile, ma anche con misure e politiche che dipendono dal governo centrale (liberalizzando i servizi, facendo in modo che l'isvap trovi il sistema di far scendere i prezzi delle assicurazioni, facendo entrare in italia banche che abbiano meno costi per il cliente, come ve ne sono in olanda o altrove), e se 1000 euro di ora non son 1000 euro del 2003 lo si deve sopratutto al governo centrale (posto che all'epoca l'euro credo fosse ancora sottoil dollaro a 0,90 centesimi).

quindi, secondo me, dire che la difesa del salario la fai solo con l'euro, non è corretto

Sarebbe piacevole se, prima di criticare e polemizzare, prendessimo tutti la buona abitudine di leggere cosa gli altri hanno scritto. Evitando, così, di mettere in bocca alle persone cose che non hanno né mai detto o pensato, tipo

dire che la difesa del salario la fai solo con l'euro, non è corretto

Nella citazione che non condividi per nulla (parole tue) sta scritto (neretto aggiunto):

[l'euro] ... ha in realtà difeso il potere d’acquisto delle famiglie costringendo le classi dirigenti medesime a confrontarsi con i due problemi, strettamente correlati, di un eccesso di spesa pubblica da un lato e di una mancanza di crescita della produttività dall’altro.

Sul fatto che tu ritenga che Cirio e Parmalat possono provocare guai grossi al cambio di una moneta di un paese di 60 milioni di persone e PIL di 1.5 trillioni sorvolo, ma comunque non contraddice la nostra affermazione.

Ciò che, finalmente, mi lascia basito è che tu non riesca a capire la rilevanza di contenere l'inflazione al 2-3% e di eliminare il rischio svalutazione dai tassi d'interesse sul debito pubblico! Altro che Cirio e Parmalat: 100 C&P all'anno per dieci anni! Mah ...

Stavo per inserire un commento di plauso esattamente allo stesso passaggio. Visto che Spike mi ha battuto sul tempo, provo ad essere un pò originale:

Grazie per avermi fatto sentire un pò meno solo nel  paese dove "con l'euro tutto è raddoppiato!!!

Scusate la pedanteria, ma nell'articolo ci sono 4 "quì" con l'accento che sarebbe meglio correggere.

Eliminati anche quei residui quattro, grazie ...

 

Lo diceva sempre la mia maestra... scusate. 

Alberto! E il Classico!!!?? ;)

 

mah, andato con l'eta', suppongo.

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L’anno in cui si produce 130 invece di 100 ed i lavoratori guadagnano sempre 50, i lavoratori si comprano 50 ed i capitalisti 80, che fa 130: nessuna crisi di sovrapproduzione! Apparentemente questo non succede. O forse i capitalisti non hanno voglia di consumare, che sono grassi, hanno già tutto, sei iPad e tre Ferrari, senza parlare di tutti gli avana che possono fumarsi. Ma allora buttano quello che hanno fatto produrre ai lavoratori? Se buttano parte della produzione, non ci guadagnano nulla, quindi il valore della produzione quell'anno non è 130, ma meno! Perché valga 130, la produzione, devi averi ricavato 130 dalla sua vendita!

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Molto giusto - non è che ci sia la classe dei padroni col sigaro e la marsina che sfrutta i minatori per scavare il suo oro, e poi gli vende anche le piccozze a tasso d'usura e le scatolette di fagiuoli, e via cospirando con le varie teorie del "circuito" etc.; però, è pur vero, a mio giudizio, che la finanziarizzazione dell'economia ha "drogato" l'equazione 130 = 80 + 50 citata sopra, per cui i "lavoratori" hanno preso redditi di 50 e comprato 70 prendendo 20 a credito, quindi i creditori hanno artificiosamente assegnato un valore di 20 a ciò che in realtà sul mercato valeva zero se le aspettative fossero state perfettamente "razionali", cioè i lender avessero capito che il debitore sempre 50 avrebbe guadagnato e quindi non avrebbe potuto servire il debito; conseguenza, il mercato ha anche sopravvalutato le azioni dei fabbricanti delle merci relative - eccetera, fino all'esplosione della bolla al termine della quale il livello della produzione si dovrà forse riadattare al ribasso? (L-shaped exit?).

In termini più concreti: i prezzi dei traded goods restano "bassi" per generare la domanda d'equlibrio, ma anche i costi incluso il lavoro scendono grazie alla concorrenza globale; i profitti restano elevati, tutto sommato, proprio perchè i salari restano contenuti. Le società però devono crescere, sennò la giostra dei mercati finanziari si ferma, il titolo scende,  il CEO viene licenziato, i broker non hanno più titoli da far girare, i private equity non hanno più il carried interest da spendere, etc. etc. Dunque i consumi debbono essere pompati vieppiù, bisogna spendere e spendere non già per sostenere il tasso di profitto, ma per far montare la chantilly e far girare tutta la sovrastruttura di carta; poi alla fine dell'orgia vedremo a chi tocca fare il clean-up: intanto, arraffiamo.

Un'altra strada per trasmettere questo meccansimo potrebbe essere l'effetto-ricchezza: l'impiegato che si legge le quotazioni su internet e vede che è diventato ricco perchè cià le azioni Sony, LVMH e Microsoft a 100k€ e le pagò 25k€, corre a comprarsi l'Home Theater da 75", il PC nuovo ed una bella borsa di Vuitton per la ganza; ma poi quando la musica finisce le azioni tornano a 20k€ e il nostro omino si trova senza seggiola.

A me sembra che, in una accezione meno naif dell'idea dell'eccesso di produzione "statica", questo effetto si sia verificato, e tutto sommato possa essere tr al'altro alla radice degli squlibri attuali.

Se poi dobbiamo parlare di rimedi, non sono certo le ricette del Pleistocene invocate dai 100, ma questo è un discorso parecchio più complesso ...

 

Un'altra strada per trasmettere questo meccansimo potrebbe essere l'effetto-ricchezza: l'impiegato che si legge le quotazioni su internet e vede che è diventato ricco perchè cià le azioni Sony, LVMH e Microsoft a 100k€ e le pagò 25k€, corre a comprarsi l'Home Theater da 75", il PC nuovo ed una bella borsa di Vuitton per la ganza; ma poi quando la musica finisce le azioni tornano a 20k€ e il nostro omino si trova senza seggiola.

Non l'ho capita questa, se si compra tutte quelle cose è perchè ha venduto le azioni, per cui che gliene frega se poi quelle vanno a picco?

 

Credo si riferisse al caso in cui se le compra facendo debiti o risparmiando meno tanto "c'ha le azioni" a copertura...

Esattamente - risparmia meno perchè è già sopra il target di ricchezza finanziaria, o s'indebita perchè ha le azioni a collateral. Più probabile la prima, almeno in Italia, dove il consumer credit è poco in auge, per fortuna secondo me.

 

però, è pur vero, a mio giudizio, che la finanziarizzazione dell'economia ha "drogato" l'equazione 130 = 80 + 50 citata sopra, per cui i "lavoratori" hanno preso redditi di 50 e comprato 70 prendendo 20 a credito, quindi i creditori hanno artificiosamente assegnato un valore di 20 a ciò che in realtà sul mercato valeva zero se le aspettative fossero state perfettamente "razionali", cioè i lender avessero capito che il debitore sempre 50 avrebbe guadagnato e quindi non avrebbe potuto servire il debito;

Ho anch'io dei dubbi su questo aspetto. Non sono d'accordo sull'irrazionalità dei lender, che probabilmente contavano sul costo irrisorio del denaro per ridurre il rischio che i debitori non pagassero, dati i tempi presumibilmente brevi di break even, ma tuttavia vedevo e vedo ancora come molto probabile che si arrivi a questo:

il livello della produzione si dovrà forse riadattare al ribasso? (L-shaped exit?).

Più che spiegazioni tipo questa:

Le società però devono crescere, sennò la giostra dei mercati finanziari si ferma, il titolo scende,  il CEO viene licenziato, i broker non hanno più titoli da far girare, i private equity non hanno più il carried interest da spendere, etc. etc.

penso che la responsabilità sia degli incentivi di origine "governativa" a certi tipi di investimento piuttosto che ad altri, soprattutto a seguito di salvataggi bancari o statali, e non di una qualche spinta "anomala" creata dagli operatori finanziari.

l'impiegato che si legge le quotazioni su internet e vede che è diventato ricco perchè cià le azioni Sony, LVMH e Microsoft a 100k€ e le pagò 25k€, corre a comprarsi l'Home Theater da 75", il PC nuovo ed una bella borsa di Vuitton per la ganza; ma poi quando la musica finisce le azioni tornano a 20k€ e il nostro omino si trova senza seggiola.

Questo esempio però mi pare calzante, se non altro per ragioni autobiografiche, e mi pare che, escludendo che si possa riprendere con gli acquisti a debito, l'unica uscita possa essere a L.

 

 

penso che la responsabilità sia degli incentivi di origine "governativa" a certi tipi di investimento piuttosto che ad altri, soprattutto a seguito di salvataggi bancari o statali, e non di una qualche spinta "anomala" creata dagli operatori finanziari.

Mi pare che accollare tutta la responsabilità alle distorsioni governative sia esagerato. Chi conosce i mercati sa che funzionano così: occorre mostrare crescita degli utili anno su anno, altrimenti la macchina non gira: con un cost of capital del 10% e zero crescita il P/E sta a 10x, un multiplo da vecchia ferriera, ed uno stipendio al CEO da impiegato. Per fare girare i soldi, il titolo deve trattare sul mercato a 20x (for argument's sake: è una cifra realistica ma non statisticamente  rilevata) il che vuol dire un CAGR del 5%. E se l'economia cresce al 1.5-2% come facciamo a far crescere gli utili al 5%, in MEDIA? Da qui l'imperativo categorico: vendere, vendere, vendere e se i consumatori non hanno abbastanza soldi, glieli prestiamo noi. Chi può smentire, si faccia avanti: mi interesserebbe vedere l'evidenza contraria.

 

Vado un po' a memoria, ma gli odierni inviti alla Germania ad aumentare i consumi interni e a diminuire le esportazioni, non erano rivolti pari pari al Giappone negli anni 80 ?

Non è che semplicemente si vuole far finire la Germania come il Giappone di oggi, ossia debito pubblico alle stelle e crescita piatta da dieci anni a questa parte ?

due domande da profano all'estensore dell'ottimo post.

"sovraproduzione"

giustamente dici che mancano i prezzi. Se per ipotesi il prezzo d'equilibrio fosse tale da generare perdite ai produttori, che reagiscono con licenziamenti che portano a calo di acquisti ecc. ciò non può generare deflazione e spigare in parte ciò che sta avvenendo?

"teorie economiche"

perchè da sempre convivono teorie economiche così differenti? la prova dei fatti dovrebbe aver validato una rispetto alle altre, invece continuano le dispute "ideologiche". Per chi come me proviene da materie fisico-matematiche, anche se applicate all'ingengeria, questo è incomprensibile.

grazie in anticipo per le risposte.

Rispondo sulla seconda: il problema principale è la difficoltà di dedurre segnali chiari dall'evidenza empirica senza poter disporre di esperimenti controllati. E anche se si potesse disporne, non è sempre così facile poterne interpretare i dati (c'è tutto un dibattito metodologico in corso su questo).

Mi verrebbe da dire inoltre che anche in fisica a volte le teorie sono controverse

Ci provo anche sulla prima domanda: gratta gratta, i proponenti delle politiche keynesiane hanno in mente un modello con equilibri multipli (non è questa l'idea dei 100 estensori, ma provo ad interpretare - benevolmente -  il pensiero di altri): in uno di questi equilibri la gente è felice, va a lavorare, produce e consuma molto, in un altro equilibrio la gente è demotivata e se ne sta a casa bighellonando; la produttività è bassa e si consuma poco perché non ha redditi da lavoro. E se non c'è domanda non c'è nemmeno incentivo a produrre. Dunque, sostengono questi, c'è un ruolo per lo stato: creare questa domanda e fare in modo che la gente si metta a produrre così cambia di umore; poi una volta passati all'equilibrio n. 1 lo stato può tirarsi indietro. Qualsiasi cosa funziona: guerre termonucleari, scavar buche e poi riempirle, etc..., basta far lavorare la gente, e dargli soldi così si tirano su di morale e cominciano a consumare a suon di spaghettate. 

Il problema principale di questo ragionamento è che non è per niente ovvio che un qualsiasi atto di governo possa far "cambiare umore". Inoltre, la recessione c'è perché si producevano cose che la gente non vuole più ... come fa il governo a sapere cosa la gente ora vuole? Se il governo crea domanda di cose che la gente in fin dei conti non vuole (guerre, buche da riempire, ma anche ponti sullo stretto, tav in alta montagna, e così via) per un po' si lavora e consuma ma dopo un po' si scopre che sono stati buttati soldi in attività improduttive e ci si riscopre più poveri di prima. E se si è poveri non è che si consuma tanto. La cosa difficile da far entrare in certe teste è che la crescita non viene dal consumo, ma dal lavoro e dalla creazione di nuove idee. Se consumi e non hai idee, prima o poi ti trovi con niente. Questo e' autoevidente. Cosa faccia saltare un'intera popolazione da un equilibrio all'altro invece lo sa solo iddio. 

Sì in fisica le teorie sono controverse fino a quando non si possono fare degli esperimenti conclusivi per testarle ed è proprio il caso delle superstringhe. Ma se si riesce (o forse: fino a quando si riusciva) a fare un esperimento riproducibile, questo solitamente chiudeva la discussione.

Ma appunto questa non è la situazione dell'economia. Non riesco nemmeno a immaginare cosa potrebbe voler dire "riprodurre" un esperimento in una disciplina dove il concetto di "fiducia" (del consumatore, dei mercati etc.) gioca un ruolo chiave rispetto a ogni grandezza economica, prima fra tutte la liquidità della moneta. Non vedo come si possa pensare di mettersi due volte nelle stesse condizioni iniziali.

O forse, since money is a string (you can pull it but you can't push it) il problema sta tutto lì: it's a string. Not testable, even in physics.

O forse, since money is a string (you can pull it but you can't push it) il problema sta tutto lì: it's a string. Not testable, even in physics.

Bellissima, prendo nota e spero di ricordarmela!

La domanda da ignorantone a questo punto è: ci sono dei limiti entro i quali la teoria economica si può dire "universalmente" riconosciuta come giusta?

Per rimanere sulla fisica insomma si avranno moltissimi dubbi sulle superstringhe ma non sulla relatività generale, esistono campi più o meno ampi in cui si ha simile situazione per l' economia?

Nel primo capitolo del suo libro Principi di Economia Gregory Mankiw ne menziona 10:

1.Gli individui devono affrontare scelte alternative

2.Il costo di qualcosa è ciò a cui si deve rinunciare per ottenerla

3.Gli individui razionali pensano "al margine"

4.Gli individui rispondono agli incentivi

5.Lo scambio può essere vantaggioso per tutti

6.I mercati sono di solito uno strumento efficace per organizzare l'attività economica

7.L'intervento dello Stato, talvolta, può migliorare il risultato del mercato

8. Il livello di benessere di un paese dipende dalla sua capacità di produrre beni e servizi

9.I prezzi aumentano quando lo Stato stampa troppa moneta

10. Nel breve periodo i sistemi economici sono costretti a scegliere tra inflazione e disoccupazione.

scratch 10. a meno che il breve periodo non sia veramente breve

Forse gli sembrava emblematico trovare proprio 10 principi e l'ultimo è stato un pò tirato per i capelli.

Peraltro nel secondo capitolo riporta 10 frasi sulle quali "c'è più accordo tra gli economisti" prese da questo studio.

La prima recita "Imporre un tetto ai canoni di locazione riduce quantità e qualità dell'offerta del mercato immobiliare" (concorda il 93% degli economisti intervistati).

Mhm... i dieci principi di Mankiw mi ricordano sempre questo video.

Soprattutto gli ultimi tre: "blah blah blah" :)

7.L'intervento dello Stato, talvolta, può migliorare il risultato del mercato

6.I mercati sono di solito uno strumento efficace per organizzare l'attività economica

Quei talvolta e di solito quanto sono ben definiti? E' questo che causa problemi?

Si, sono ben definiti.

La 6 si riferisce al fatto che un'economia di mercato é sempre meglio di un'economia pianificata. Questo perché qualsiasi pianificatore sociale non conosce le preferenze, le capacitá e le aspirazioni degli individui e quindi, qualsiasi allocazione delle risorse decida, sará sempre peggiore di quella data dal libero mercato. In casi in cui siano presenti beni pubblici o esternalita' (la mia fabbrica inquina il fiume adiacente e io non pago nessun costo per l'inquinamento che causo) peró, l'equilibrio dato dal libero mercato non é effciente. 

Dunque la 7 si riferisce al fatto che, quando ci sono esternalitá o beni pubblici, lo stato puó migliorare l'efficienza rispetto all'allocazione che si avrebbe dal libero mercato. 

Grazie mille!

Un' ultima domanda, sperando di non mandare in crash il sito, esistono quindi dimostrazioni sulla necessità economica della proprietà privata? Oppure è una scelta a priori basata su preferenze soggettive seppur (fortunatamente) diffuse nella maggioranza della popolazione?

La proprietá privata é un requisito fondamentale per il funzionamento dei mercati ed é compito dello stato garantirla. Per riprendere un esempio nel libro di Mankiw, l'agricoltore non coltiverá mai i suoi campi se sa che il suo raccoltó gli verrá sistematicamente rubato. 

Un' ultima domanda, sperando di non mandare in crash il sito, esistono quindi dimostrazioni sulla necessità economica della proprietà privata? Oppure è una scelta a priori basata su preferenze soggettive seppur (fortunatamente) diffuse nella maggioranza della popolazione?

Von Mises pone come necessaria la proprietà privata per ottenere un libero mercato: "dove non c'è mercato libero non c'è un meccanismo per la formazione del prezzo; e senza un meccanismo per la formazione del prezzo non c'è calcolo economico" (Mises, "Socialismo", pag. 159 ... gran bel libro. http://www.ibs.it/code/9788818011586/mises-ludwig-von/socialismo-analisi... )

Io ero rimasto al fatto che è una delle ipotesi necessarie del modello di Arrow-Debreu.

Dipende da cosa intendi per necessità economica. Le formiche e gli orsi se la cavano anche senza. La proprietà privata è semplicemente un'istituzione regolata dalle leggi. Anche le istituzioni più liberiste prevedono sue limitazioni facilmente giustificabili economicamente (dal punto di vista dell'efficienza) usando il più classico dei neoclassici modelli. 

Vorrei anche correggere il tiro alle risposte date ai tuoi punti 6.7: sono ben definiti ma solo nel contesto di un modello ben definito. Empiricamente, è tutto un altro paio di maniche, e qui sorgono le polemiche. 

Ho letto la lettera dei cento economisti e mi sembra di poterla riassumere nella seguente narrazione. Negli ultimi X anni, nel mondo occidentale, è cresciuta la produttività del lavoro. La ricchezza così generata è stata però ripartita remunerando più del ragionevole il capitale e meno del ragionevole il lavoro dipendente. Il sistema richiedeva tuttavia una crescita dei consumi da parte dei lavoratori, i quali sono stati indotti, attraverso una politica di bassi tassi di interesse, ad indebitarsi per consumare ed arricchire così il capitale.  Finché il debito privato così accumulato è esploso a partire dalla bolla dei “mutui subprime”, dando luogo alla crisi. Ne segue che non bisogna tagliare la spesa pubblica.

Il vantaggio di questa spiegazione è di essere in forma di “narrazione”. E’ quindi apparentemente comprensibile a tutti. Inoltre ha il merito di gratificare chi la ascolta, che può identificarsi con i lavoratori scarsamente remunerati ed indotti con l’inganno a indebitarsi  e può anche  associarsi alla condanna di un lontano astratto “capitale”.

Naturalmente la narrazione lascia aperte molte questioni. Ad esempio, in Italia non c’è stata una esplosione del debito privato, ma piuttosto del debito pubblico. Forse la ripartizione irragionevole della ricchezza riguardava le tasse e il salario netto dei lavoratori. Forse allora dovremmo limitare la spesa pubblica e le tasse ed aumentare così i salari netti.

In pratica non si sa bene a quale popolazione questa narrazione si riferisca. Stiamo parlando dell’Italia o degli SU?  Mancano del tutto dati che appoggino questa narrazione. Ci si aspetta che la narrazione venga accolta perché gratifica chi la ascolta. Infine, il fatto che, in Italia, in presenza di un enorme debito pubblico non si debba tagliare la spesa pubblica è un gigantesco “non sequitur”. Qui, in realtà i cento economisti stanno andando contro il comune sentire degli italiani i quali, in maggioranza, ritengono che è meglio non avere debiti e che se si hanno debiti è meglio ripagarli al più presto. Infine i cento predicano diffusamente su che cosa dovrebbe fare la Germania, come se fossimo noi a votare per il parlamento tedesco.

I nostri amici di NfA non sono d’accordo con i cento economisti. Ma anziché proporre con chiarezza ed in forma narrativa (cioè in una forma accessibile a tutti) una spiegazione alternativa da cui derivare un suggerimento operativo, si scatenano nel ridicolizzare la posizione dei cento e nell’attaccarli personalmente. In questo modo portano innanzitutto discredito alla scienza economica. Se sette valorosi economisti ritengono “balle” le opinioni di cento professori e/o ricercatori di economia, vuol dire che della scienza economica non ci si può fidare. Certamente non potremmo immaginare cento professori o ricercatori di fisica, matematica, chimica, o anche biologia che sottoscrivono “balle” negli ambiti di loro competenza. Poi i nostri sette (o piuttosto due, ed i loro “fan”) continuano a far riferimento a “modelli” (probabilmente a modelli matematici), e a personaggi e teorie (Keynes, Sraffa) che risultano ignoti o comunque incomprensibili al comune lettore non economista. Insomma nella loro foga polemica trascurano la necessità di spiegare con chiarezza e semplicità che cosa è successo e che cosa bisognerebbe fare. Sono convinto che i fenomeni economici siano suscettibili di spiegazioni descrittive sotto forma di narrazione. Se non lo fossero tanto varrebbe per gli economisti tacere dal momento che politici ed elettori non sono in grado di discutere sulla relativa validità di “modelli” basati su astruserie come il teorema di Perron Frobenius e/o il teorema del punto fisso di S. Kakutani. Forse è vero che il modello di Sraffa è un caso particolare del modello  dell’equilibrio generale, ma che c’entra questo con la manovra di Tremonti? Al lettore italiano del blog interessa capire che cosa è successo, soprattutto in Italia,  per capire che cosa dovrebbe fare il governo italiano. Perché non ce lo spiegate (con qualche dato statistico, ma non troppi grafici, che si prestano a trucchi con i cambiamenti di scala), e non ci dite che cosa dovrebbe fare il governo? Perché tanta foga nello smentire i vostri cento colleghi anziani, o di università periferiche, o Carneadi semisconosciuti, o comunque disprezzabili? Come dicevo ai miei tesisti (ed erano tesi di matematica): dovete scrivere la tesi come se fosse un racconto che fate a vostra zia.

Mi dispiace dirlo, ma credo che lei non abbia letto con attenzione nFA negli ultimi mesi. Boldrin, Bisin, Zanella, Rustichini, Brusco e gli altri hanno chiaramente spiegato con dati, statistiche e parole (chiare anch'esse), le soluzioni che il governo dovrebbe adottare. Un esempio riguarda il convegno che si è tenuto a Roma (poteva venire, dato che insegna nella capitale...), "Tornare a crescere. Idee per una nuova politica economica"; un altro riguarda il festival dell'economia di Trento (anche qui, poteva assistere ad uno degli interventi dei redattori di nFA), etc.

Con riferimento al suo intervento, non mi è assolutamente piaciuto leggere questo:

Ma anziché proporre con chiarezza ed in forma narrativa (cioè in una forma accessibile a tutti) una spiegazione alternativa da cui derivare un suggerimento operativo, si scatenano nel ridicolizzare la posizione dei cento e nell’attaccarli personalmente. In questo modo portano innanzitutto discredito alla scienza economica. Se sette valorosi economisti ritengono “balle” le opinioni di cento professori e/o ricercatori di economia, vuol dire che della scienza economica non ci si può fidare. Certamente non potremmo immaginare cento professori o ricercatori di fisica, matematica, chimica, o anche biologia che sottoscrivono “balle” negli ambiti di loro competenza. Poi i nostri sette (o piuttosto due, ed i loro “fan”) continuano a far riferimento a “modelli” (probabilmente a modelli matematici), e a personaggi e teorie (Keynes, Sraffa) che risultano ignoti o comunque incomprensibili al comune lettore non economista. Insomma nella loro foga polemica trascurano la necessità di spiegare con chiarezza e semplicità che cosa è successo e che cosa bisognerebbe fare. Sono convinto che i fenomeni economici siano suscettibili di spiegazioni descrittive sotto forma di narrazione.

Spiegare economia sotto forma di narrazione è dovere di professori che hanno a che fare con alunni al primo anno, o con persone che non conoscono i principi dell'economia. In questo caso trattasi di professori che hanno voluto mandare un messaggio ad altri professori; in questo senso, il suo appunto mi pare out of topic. Mi permetta di dirle, Professore, che la spiegazione sotto forma di narrazione piace tanto, ma proprio tanto, ai politici che cercano il consenso ... mi pare che Boldrin e Bisin, nel caso specifico, non stiano cercando viscidamente il consenso, al contrario mi pare che abbiano dimostrato come la "Lettera degli economisti" non rappresenti la verità che il lettore meno avvezzo all'economia dovrebbe sapere.

Caro Sandro, grazie mille per averci fatto sapere cosa avresti scritto tu.

Sei liberissimo di scriverlo, ovviamente, chi te lo impedisce? Magari sei più bravo di noi a farlo. Anzi, probabilmente lo sei di sicuro. Infatti, l'ultima volta che ho fatto leggere un tuo articolo di matematica a mia zia ha detto che aveva capito tutto ...

P.S. Se proprio vuoi le narrazioni, leggiti il blog e ne trovi dozzine di narrazioni di cosa sia successo. Cosa dobbiamo fare? Ripeterle ogni settimana solo perché tu non fai attenzione e salti gli articoli? Fossi in te, prima di spiegare agli altri cosa scrivere leggerei con attenzione cos'hanno scritto. Vale per me come per Jose Saramago.

 

In effetti ricordo un anno fa una divertente narrazione sulla crisi scritta, mi sembra, da Giovanni Federico. Il punto che tentavo di fare è un altro. La lettera pur troppo lunga dei cento economisti può essere riassunta in una storiella facile facile (anche se non documentata). Questo la rende efficace come strumento per influenzare l'opinione pubblica. La migliore risposta da questo punto di vista sarebbe una storiella altrettanto facile, ma ben documentata. Credo invece che le polemiche tra professori disorientino il pubblico.

"l'ultima volta che ho fatto leggere un tuo articolo di matematica a mia zia ha detto che aveva capito tutto ..."

Ormai, dopo Elvis, Lou Reed, il bollito misto e gli anolini Boldrin è il mio mito.

In questo modo portano innanzitutto discredito alla scienza economica. Se sette valorosi economisti ritengono “balle” le opinioni di cento professori e/o ricercatori di economia, vuol dire che della scienza economica non ci si può fidare

Non vedo il punto. Che i sette valorosi abbiano torto oppure ragione perché dovrebbe derivarne discredito per l'economia? Se i sette hanno torto, sono dei mentecatti con manie di grandezza (ci vuol poco a farsi un'idea). Se i valorosi hanno ragione vuol dire che l'università italiana è piena di parrucconi autoreferenti, scollegati dalla realtà che hanno pure la faccia tosta di fare pubblici appelli e che la corte dei mangia-morte giornalistici non possiede quel buonsenso minimo (non dico conoscenze economiche) per accorgersene

Certamente non potremmo immaginare cento professori o ricercatori di fisica, matematica, chimica, o anche biologia che sottoscrivono “balle” negli ambiti di loro competenza.

Ok qui è la solita differenza tra scienze naturali e scienze sociali (che della scienza hanno solo il metodo). Proviamo a modificare la prospettiva:

Potremmo immaginare 100 professori o ricercatori di filosofia, letteratura, storia, sociologia,teologia. religione che sottoscrivono balle nei loro ambiti di competenza? Io direi proprio di sì.

Per essere proprio cattivi con l'italica accademia, la mia opinione che di fisici e chimici pronti a sottoscrivere balle ce ne siano eccome, solo che le loro balle hanno minore impatto mediatico o politico e risultano incomprensibili e non interessanti ai più. Chi se le sorbisce sono i poveri allievi costretti a studiare cose che non hanno riscontro nella realtà  solo perchè il barone di turno non si abbassa ad accorgersi che il mondo continua a girare.

Il barone di turno sta a Ginevra, al CERN, alle prese con un esperimento che è troppo costoso per fallire. Agli studenti le lezioni sono impartite da un attempato ricercatore universitario. Ogni scienza ha i suoi problemi. Io parlavo della immagine, non della sostanza, della scienza economica.

Mi sembra molto ingenerosa l'accusa a NFA di assenza di narrazione, basta leggersi la pletora di interventi sulla crisi e sull'Italia presenti nel blog. Trovo che siano ottime narrazioni, d'accordo non sono mia zia (del resto chi mai potrebbe essere la zia di se stesso?) ma neanche un economista.

Se invece la proposta era semplicemente quella di una "controlettera" come espediente comunicativo mi sembra una buona proposta.

 

Bellissimo articolo. Grazie di cuore per la mirabile sintesi.

Mi rimangono alcune cose che non capisco (tralascio riferimenti a teorie economiche ed economisti che non conosco e quindi non posso capire).

La parte che mi rimane più oscura delle spiegazioni, e dove rimango perplesso, è dove si parla della finanza e dei sui strumenti "specualtivi" che vengono sostanzialmente difesi con deduzioni logiche anche abbastanza semplici.

Ho appena finito di leggere in italiano "La crisi non è finita" di Roubini e Mihm in quel lavoro si va giù piuttosto duri con il sistema finanziario glogale.

Per citare:

1)  "La bacchetta magica della leva finaziaria" che riesce ad impegnare le mutande anche della banca  se sei abile ad occultare e ti finanza e terremota come conseguenza il sistema finanziario globale.

2)  I derivati al cubo - la definizione è mia - le cartolarizzazioni eterogenee che sono definiti strumenti opachi in quanto non è più possibile calcolare il rischio insito, quindi inassicurabili, e si entra nel regno dell'incertezza e quindi dei valori della psicologia umana (gioco del pocker, so che esistono teorie economiche al riguardo) non della matematica.

Domando scusa della pedanteria, ma sono curioso.

 

Son due cose diverse.

Ciò che costoro (ed altri) attaccano è l'operare basico del sistema finanziario, la cosa che chiamano "speculazione" e che funziona come da noi descritto. È cosa utile e per niente difficile da intendere. C'era anche 100 anni fa o 20 (ricordi Lira, Peseta e Sterlina nel 1991-92?) e non ha molto a che fare con le innovazioni degli ultimi 15 anni.

Sul sistema finanziario internazionale e le sue regole la mia posizione è molto diversa, l'ho già espressa chiaramente ai tempi della crisi e, pur essendo diversa da quella di Nouriel (che nel libro fa eccessivo populismo oltre che parecchia confusione per fini commerciali, del libro intendo) non è per nulla positiva.

Li' si tratta di tre problemi fondamentalmente: (1) regolatori catturati ossia che lavorano per coloro che dovrebbero regolare; (2) scarsa concorrenza ed istituzioni troppo grandi che manipolano i mercati con il loro potere di monopolio; (3) il rischio morale indotto dalle politiche di continuo salvataggio di chiunque sia troppo grande per fallire o di chiunque sia identificato come "national champion".

Temi per l'estate.

Oddio non sono riuscito a leggerlo tutto.

Ma dato che nella mia incompetenza la teoria del sottoconsumo non mi pare cosi evidentemente incoerente pongo alcune domande:

I capitalisti con i loro crescenti profitti potrebbero comprarsele le merci, o no?

Ma la propensione al consumo scende con il reddito no ? Non so se si tratta di un detrito paleomarxista o archeokeynesiano comunque a me di primo acchito non pare sbagliato.

Qui occorre ricordarsi di una banalità che i teorici del sottoconsumo invece scordano: il valore della produzione si misura solo DOPO averla venduta ed è uguale a prezzi per quantità! Se non vendi è come se tu non avessi prodotto nulla.

Già ma siccome qualcosa l'ho prodotto faccio le due segg cose:

a) vendo, anche sottocosto quel che ho già prodotto

b) dato che produrre sottocosto non piace a nessuno, piuttosto chiudo la fabbrica.

Visto così non è un mondo in cui faccia necessariamente piacere essere un lavoratore, mi consenta.

Come, a fronte di redditi in declino, il sistema finanziario possa magicamente far lievitare i valori finanziari prestando alle famiglie pur nella consapevolezza che queste non hanno e non avranno redditi per ripagare, lo sanno solo gli estensori della lettera

Ma con i mutui subprime non è andata proprio così ?

 

Ultima risposta della giornata, poi viene il turno di Alberto!

Anzitutto, la cosa fondamentale:

Ma la propensione al consumo scende con il reddito no ?

AND SO WHAT?? Questo è l'errore che molti fanno, compresa una certa Antonella Stirati che, nel dibattito abbastanza fra sordi in cui Giulio ha provato a far ragionare costoro, continua a ripetere questa incoerente manfrina. Vediamo perché questa cosa è un errore.

1) Anzitutto, non è ovvio nei dati che così sia. Tanto per dire, gli USA ed il Giappone hanno un reddito enormemente più alto di Cina ed India ed una propensione al consumo molto più alta. Infatti, across countries, vale la relazione inversa.

2) Fra persone in una economia data, dipende. Dipende dalla fonte del reddito e dalla natura del soggetto. Le variazioni, se guardi i dati italiani dei consumi delle famiglie, sono comunque modeste.

3) PUNTO FONDAMENTALE: IN OGNI CASO NON IMPORTA! Perché la domanda NON è fatta solo di consumo, lo vogliamo capire o no? È fatta anche di investimenti, di beni durevoli, di servizi costosi (dalla chirurgia plastica alle escorts di BS), di beni capitali i più svariati. Non sono occupati solo i lavoratori che producono panini, sono occupati anche quelli che producono yachts e fuoriserie! Vogliamo mettercela in testa questa banalissima identità contabile o no?

4) Quindi SE cambiamenti nella distribuzione del reddito dovessero creare dei problemi di domanda aggregata lo faranno perché cambia la composizione della domanda, non tanto il livello. Non è questione di sovra/sotto produzione, ma di composizione della stessa, come andiamo ripetendo da anni. La composizione di domanda/offerta cambia continuamente, per le ragioni più svariate e ad essa i sistemi di mercato reagiscono cambiando prezzi relativi e guidando le risorse da un settore all'altro da un'industria all'altra. La chiamano "creative destruction" o anche "economic development". That's how it works!!! Senza di essa c'è l'equilibrio stazionario "classico", senza crescita alcuna!

5) NEI FATTI il problema non esiste, almeno non nella forma demenziale in cui si continua a proporlo in questi circoli. I cambiamenti nella distribuzione del reddito, in atto da circa 35 anni negli USA e da meno in Europa, NON SONO quelli fra reddito da L e reddito da K, ma fra salari e stipendi delle persone con alta educazione e salari e stipendi delle persone con bassa educazione. Quella la grande fonte della disuguaglianza crescente. Vogliamo parlare della realtà, una buona volta, o solo delle favole?

Poi

Già ma siccome qualcosa l'ho prodotto faccio le due segg cose:

a) vendo, anche sottocosto quel che ho già prodotto

b) dato che produrre sottocosto non piace a nessuno, piuttosto chiudo la fabbrica.

Visto così non è un mondo in cui faccia necessariamente piacere essere un lavoratore, mi consenta.

E neanche un imprenditore, se sei quello stesso che chiude la fabbrica: hai perso tutto!

Quindi? Cosa c'entra? Non confondiamo fischi con fiaschi.

Domandina: è davvero questa la causa del problema? Ossia che sistematicamente tutti chiudono perché non riescono a vendere? Di aziende che aprono/chiudono perché fanno male i calcoli o sono inferiori ai concorrenti ce ne sono centinaia al mese, sempre. È fisiologico e non conosco nessuna alternativa credibile. A meno che tu non creda che il socialismo con pianificazione sovietica (UNICA altra alternativa) ci faccia vivere meglio!!!

Ripeto: aziende che aprono/chiudono ce ne sono sempre. In recessione ce ne sono molte più del normale. La ragione NON è perché manca la domanda "aggregata" per le assurde ed illogiche ragioni dei nostri. La ragione è perché si son fatti troppi investimenti sbagliati in certi settori e quelle risorse vanno spostate da un'altra parte. A produrre cose che la gente vuole!

Tirare spesa pubblica finanziata con il debito per fare stadi, rotonde e ponti nel vuoto, o per aumentare lo stipendio ai politici ed ai burocrati di questa o quella regione NON risolve quel problema!

Ma con i mutui subprime non è andata proprio così ?

NO. Con i mutui subprime NON è andata così. Ma quello l'abbiamo spiegato decine di altre volte altrove. Vai alla nuvola di parole, schiaccia "crisi" e comincia dagli articoli più vecchi.

 

 

Molto interessanti queste considerazioni. Nulla di nuovo comunque, lo scriveva già Mises in maniera più ordinata e sistematica, ovviamente. Hayek in maniera più approfondita. Ecco, quando gli economisti ripartiranno da Hayek, forse ne verremo fuori. Forse.

Meno male che siamo rimasti all'Asiago. O, comunque, ad un Taleggio.

Davvero Hayek e Mises sapevano già tutto? Mi indichi dove, che magari li copio la prossima volta ...

Dove ho scritto che sapevano già tutto? Me lo indichi. Ho semplicemente fatto riferimento alle sue considerazioni di cui sopra. Wow, un panino all'asiago e scalare in prima?

beh, hayek e mises e la gloriosa scuola austriaca di economia ha comunque una sua "narrazione" (va tanto di moda dire narrazione...) abbastanza convincente, tanto che lo stesso roubini nell'ultimo libro pubblicato ne cita gli argomenti come ragionevoli spiegazioni della crescita sul lungo periodo. se gli austriaci facessero anche pace con lo stato moderno e le banche centrali indipendenti, senza atteggiarsi troppo a eterodossi depositari di verità assolute (linea mises-rothbard), potrebbero dare un contributo davvero notevole al dibattito economico. peccato. forse per questo schumpeter, pur non essendo austriaco (nel senso di scuola austriaca) continua ad essere più letto e ricordato di Mises. ma questa è un'altra storia.

Dove ho scritto che sapevano già tutto? Me lo indichi.

Ecco fatto:

Molto interessanti queste considerazioni. Nulla di nuovo comunque, lo scriveva già Mises in maniera più ordinata e sistematica, ovviamente. Hayek in maniera più approfondita.

Ora mi indichi tu dove M o H hanno discusso la relazione fra produttività dei fattori ed evoluzione della distribuzione funzionale dei redditi in Europa nel secondo dopoguerra, riportando i dati.

P.S. La battuta sul nomignolo che ti sei scelto non è mia ma di una mosca noiosa che non riesce ad uscire dalla stanza.

Ad Alberto e Michele altro non posso dire che: complimenti! E buona fortuna per la fondazione. Ne abbiamo bisogno.    

La lettera è indirizzata due volte "Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea"; una volta "liscia" e la seconda con l'aggiunta del "SEBC" (Southern Evangelical Bible College?).

Credo sia Sistema Europeo delle Banche Centrali.

Un commentatore si chiedeva: ma questi hanno figli, nipoti, etc. ? Perchè più spesa pubblica a pressione fiscale invariata significa solo maggior debito. Sì, maggior debito, ma nel lungo termine...saremo tutti morti!

Quindi deduco che i 100 "economisti" siano keynesiani nella definizione più sicura: sanno e sono sicuri che il debito sarà impagato nel lungo termine, ma loro nel frattempo saranno tutti morti, quindi chi se ne frega!

 

Chi non muore si rivede: era presidente di commissione quando mi sono laureato (a Napoli):http://en.wikipedia.org/wiki/Augusto_Graziani

http://www.usemlab.com/index.php

 

Anche qui c'è un'analisi critica dettagliata della lettera dei 100.

Altra scuola, certo.

Si è vero ... va beh... Certo, non li conosco proprio bene e non voglio giudicare. Però la presenza "austriaca" nel web è veramente forte. Credo sia dovuta al fatto che nelle loro idee di base sia apparentemente facile specchiare la propria faccia. Paradossalmente, ma neanche tanto, hanno persino successo a sinistra ( tra quelli di sinistra che non capiscono minimamente cosa implichino le loro idee e quelli di sinistra sempre a caccia di idee alternative). Credo che, come ovunque, ci sia del buono (2909 splinder, per esempio e per restare in Italia) anche tra chi è più o meno vicino a questa scuola.

l'istituto bruno leoni è assolutamente ispirato alle idee austriache. in toto. senza eccezioni. sul presunto, anche solo parziale, successo a sinistra di tali idee mi permetterei di avanzare qualche perplessità...

Assicurazioni

FDG 23/6/2010 - 08:12

Sarò magari pedante, ma non ho ben compreso il punto riguardante le assicurazioni - dove vengono equiparate a scommesse da parte dell'assicuratore. Non credo sia così, l'obiettivo è far coincidere frequenza empirica e statistica dell'evento aleatorio, da questo punto di vista è l'esatto contrario di una scommessa, ove il guadagno deriva dalle deviazioni. Le assicurazioni marciano prevalentemente sui caricamenti, che sono indipendenti dal verificarsi o meno dell'evento negativo; le riserve, al contrario, non sono particolarmente malleabili.

Ma no, dai. Non sei pedante per nulla, però prova a pensarci un'attimo.

Quella che tu descrivi è l'assicurazione "actuarially fair", ossia l'assicurazione di tutti con info completa e che non fa una lira: il premio copre giusto giusto il costo del danno moltiplicata la sua probabilità.

Ma un'assicuratore vero, come fa soldi? Fa soldi se riesce a prendere clienti che pensano di avere rischi medi e, invece, hanno rischi inferiori alla media (tanto per dire). Perché, in questo caso, l'assicurato paga un premio uguale a (Costo)x(prob danno) ma siccome la sua "prob danno vera" è minore di "prob danno" l'assicuratore ci guadagna, ossia fa un profitto, (nel senso economico del termine).

Ossia, l'assicuratore scommette che l'assicurato che ha appena accettato sia meno sfigato di quanto crede. Viceversa per l'assicurato (ma lui è avverso al rischio, quindi a lui va bene lo stesso.)

Idem per i derivati: se le due parti di uno swap facessero davvero tanti swaps al punto da assicurarsi, nessuno ci farebbe una lira. Invece usano il contratto swap, che è un contratto d'assicurazione puro e duro (pensaci un attimo e lo vedi), per scommettere sulle loro aspettative.

Yes, JMK was right to think that the financial markets are a casino where people gamble. Aveva torto a pensare che non servisse a nulla: la vita è un casinò (con l'accento ed anche senza). We are all gambling, all the time.

Ecco uno dei 2 temi assegnati per la seconda prova di maturità a Ragioneria:

"Esamina gli effetti prodotti dall attuale crisi finanziaria. Descrivi le possibili strategie in 10 righe"

In 10 righe?

Leggo nel "pistolotto completo", a proposito delle teorie del sottoconsumo, che

Qui occorre ricordarsi di una banalità che i teorici del sottoconsumo invece scordano: il valore della produzione si misura solo DOPO averla venduta ed è uguale a prezzi per quantità! Se non vendi è come se tu non avessi prodotto nulla. Quindi, nel caso che i teorici del sottoconsumo hanno in mente, se hai prodotto "troppo" rispetto alla domanda osservata, non sarà che conviene abbassare i prezzi e svendere ai lavoratori quello che già hanno prodotto, che per due euro se lo comprerebbero l'iPad? Eh no, che i prezzi non hanno ragione di esistere nelle teorie economiche cui si fa riferimento qui. Marx li trasforma in quantità di lavoro e Keynes li elimina che sennò non riesce a spiegare la disoccupazione involontaria. E Sraffa,... beh Sraffa proprio coi prezzi non andava d'accordo.

e sinceramente non so cosa pensare: se sia più mancante di logica la c.d. teoria del sottoconsumo/sovrapproduzione o la "confuìtazione" che viene offerta al lettore, per di più "Ex Kathedra".

Va bene adottare un tono semiserio, ma penso che non si possa comunque dimenticare che:

1) vero e' che "se non vendi e' come non aver prodotto nulla, ma anche che se vendi a prezzi vicini allo zero ottieni il medesimo risultato;

2) nulla ci dice che quel valore della produzione, proprio perche' misurato "DOPO", sia un valore di equilibrio (per seguire l'esempio proposto: dopo aver svenduto a due euro gli iPad's rimasti invenduti, quanti pensate che se ne continuerebbero a produrre?);

3) proprio per questo, insegnando macroeconomia a livelo introduttivo occorre avvisare sin dalle prime lezioni della distinzione fra identita' di contabilita' nazionale e condizioni di equilibrio di un modello, o no?;

Ciò detto, si può ovviamente continuare a discutere, ma bisognerebbe farlo in un modo un po' meno caricaturale e soprattutto cercando di separare, per quanto possibile, l'analisi dall'ideologia.

puó spiegare meglio il punto 2? se io abbasso prezzi di iPad e li vendo, offerta incontra domanda (a un prezzo più basso di quello che avevo pensato) e quello È già equilibrio. non seguo.

Il tono e' semiserio ma gli argomenti no. Rispondo a uno a uno.

 1) vero e' che "se non vendi e' come non aver prodotto nulla, ma anche che se vendi a prezzi vicini allo zero ottieni il medesimo risultato;

assolutamente no. se vendi a prezzi vicini a zero qualcuno consuma!!! e niente piu' sottoconsumo, voila'. 

2) nulla ci dice che quel valore della produzione, proprio perche' misurato "DOPO", sia un valore di equilibrio (per seguire l'esempio proposto: dopo aver svenduto a due euro gli iPad's rimasti invenduti, quanti pensate che se ne continuerebbero a produrre?);

Che sia equilibrio e' completamente irrilevante. Se si smette di produrre, ok. e niente piu' sovrapproduzione, voila'. 

3) proprio per questo, insegnando macroeconomia a livelo introduttivo occorre avvisare sin dalle prime lezioni della distinzione fra identita' di contabilita' nazionale e condizioni di equilibrio di un modello, o no?

Certo, ma per ragioni diverse da quelle che dici tu, io credo. Ma il punto e' che anche questo e' completamente irrilevante.

Mi spiace, niente da fare, la teoria e' incoerente e basta. Cosi' incoerente che ne hai dimostrato incoerenza provando a provare coerenza. 

 

 

Scusa, ma allora è inutile provare a ragionare. Ovvio che

Se si smette di produrre, ok. e niente piu' sovrapproduzione, voila'.

Ma nessuno ha mai definito la "sovrapproduzione" o il "sottoconsumo" come situazioni di equilibrio, e men che mai stabili nel tempo.

Si tratta piuttosto di decidere se ha senso o no parlare di equilibri di sotto-ocuupazione vs equilibri di "piena" occupazione. Se si decide che i primi, by definition, non possono esistere, allora possiamo tutti dedicarci ad altre e più dilettevoli attività

Si tratta piuttosto di decidere se ha senso o no parlare di equilibri di sotto-ocuupazione vs equilibri di "piena" occupazione. Se si decide che i primi, by definition, non possono esistere, allora possiamo tutti dedicarci ad altre e più dilettevoli attività

Facciamo così.

Tu definisci in modo preciso cosa sia un equilibrio di "sotto-occupazione" (ma non era di "sovrapproduzione/sottoconsumo"? Cambiamo le carte in tavola?) e poi ne discutiamo seriamente, sia con le formule (così la logica si controlla meglio) che con i numeri.

In particolare, facciamo le seguenti cose:

1) Verifichiamo soddisfi le identità della contabilità nazionale, ossia che sappiamo dove poter misurare cosa.

2) Verifichiamo se è logicamente coerente, quindi ricordiamoci di chiarire le ipotesi.

3) Andiamo a cercarlo nei dati.

P.S. Rispetto al primo commento: sembri non cogliere il fatto che nelle teorie in questione si assume/afferma che ALLO STESSO TEMPO (a) si fanno profitti e (b) c'è sovrapproduzione. Che sia (a) che (b) debbano avvenire simultaneamente è ESSENZIALE a tali teorie, altrimenti come si spiega che la crisi da sovrapproduzione è CAUSATA dai capitalisti che affamano gli operai per fare maggiori profitti? Se facessero perdite sarebbero dei pirla che regalano il capitale in beneficienza, o no?

Ora, tu capisci, se la sovrapproduzione si risolve abbassando i prezzi a zero (ipotesi tua) chiaramente non ci sono i profitti e l'argomento evapora (ossia, i capitalisti son dei pirla). Se, invece, ci sono i profitti (ed i capitalisti non sono dei pirla ma dei cattivi) il problema della sovrapproduzione non c'è più perché, evidentemente, si è riusciti a vendere il prodotto ad un prezzo che permette di pagare tutti i fattori quanto richiedono e anche di fare un profitto.

E la merce è stata VENDUTA, VENDUTA. Se è venduta non c'è sovrapproduzione. O no?

vero e' che "se non vendi e' come non aver prodotto nulla, ma anche che se vendi a prezzi vicini allo zero ottieni il medesimo risultato;

In effetti il caso dell'iPad a 2 euro è una situazione estrema ed irrealistica. Nel settore dei beni di consumo è piuttosto improbabile che siano necessari forti riduzioni dei prezzi affinchè la domanda assorba l'intera produzione dei beni (non a caso il settore viene spesso considerato anticiclico). Diverso è il caso dei beni che servono per (o anche per) l'investimento. Questi beni hanno solitamente una vita economica maggiore e variabile mentre l'imprenditore, quando le prospettive future peggiorano, non investe. Quindi in questo settore, peraltro molto eterogeneo, è possibile che talvolta la produzione faccia molta fatica ad essere venduta a prezzi ragionevoli (quelli che consentono la sopravvivenza economica del produttore). Allora cosa dovrebbe fare lo Stato ? Sostituirsi ai privati e comprare i beni d'investimento invenduti, per farne che cosa ? Delle belle imprese pubbliche più o meno equivalenti alle buche di Keynes ? Che, tra l'altro servirebbero a sostenere l'offerta...Oppure deve sostenere la domanda dei beni di consumo ? In base a quale sistema di preferenze ? E, soprattutto, chi consumerebbe effettivamente (non essendo lo Stato una persona fisica) ? Supponiamo che per qs strada riesca a riprodurre proprio la domanda mancante (perchè se cambia la composizione della domanda  l'affare si complica), allora il problema si sposta in avanti: non appena lo Stato toglie la propria spesa si ricrea il buco e siamo al punto di partenza. Anzi peggio perchè c'è stato un deficit e ora c'è un debito pubblico da finanziare.

Caro Professore, non capisco da dove nasca la confusione. Forse dalla generalizzazione di quanto scritto da Alberto e Michele ad un contesto intertemporale Le offro un'interpretazione alternativa, seppur non autentica, del paragrafo cui si riferisce.

- Definizione: per equilibrio intendo un'allocazione (prezzi e quantita' consumate dai vari agenti) tale per cui ciascuno e' contento di consumare cio' che ha ottenuto tramite compravendita, visto il proprio vincolo di bilancio

- In un'economia intertemporale, l'allocazione di cui sopra consiste di prezzi e quantita' per i vari periodi in gli agenti vivono - i vincoli di bilancio sono intertemporali

- la decisione di vendere gli Ipads prodotti (e di quanti produrne in futuro), dipende dal prezzo corrente e dai prezzi futuri. Se i prezzi che mi aspetto in futuro sono piu' alti di quelli correnti, l'interesse implicito nel non vendere gli Ipads e' positivo. Se e' piu' alto del tasso di interesse che pago alla banca per finanziare le scorte, decido di non vendere. E' ovvio che il fatto che io non venda non implica nessuna sovrapproduzione o sottoconsumo. E' assolutamente coerente con la nozione di equilibrio di cui sopra. Se, al contrario, la banca mi fa pagare un interesse piu' alto sul capitale circolante, allora vendo immediatamente al prezzo corrente.

- Quanto alla contabilita' nazionale: visto che il bene in questione e' durevole, la mia produzione di Ipads comparira' nel valore aggiunto sia nel caso in cui venda, sia nel caso in cui non venda. Infatti (astraendo dalla bilancia commerciale) il valore aggiunto nell'economia viene calcolato sommando il valore dei beni e servizi finali acquistati alla variazione delle scorte, valutate a prezzi correnti. Questa variazione delle scorte riflette esattamente la decisione di non vendere

 

Almeno sulla contabilità nazionale non ci si potrebbe mettere d'accordo?

Lei ha ragione sulle scorte, ma perche' mai, allora, un illustre collega ha potuto scrivere "Se non vendi è come se tu non avessi prodotto nulla" e poi presentare questa originale osservazione come una confutazione?

Mah!

ma perché mai, allora, un illustre collega ha potuto scrivere "Se non vendi è come se tu non avessi prodotto nulla" e poi presentare questa originale osservazione come una confutazione?

Mah!

Perché, DAL PUNTO DI VISTA DELLE TEORIE DELLA SOVRA/SOTTO se non vendi non fai i profitti, quindi è come se non avessi prodotto nulla!!!!!!

Confondi, appunto, la contabilità nazionale (che registra la produzione avvenuta ma finita tutta in scorte invendute) con l'equilibrio economico ed i prezzi (non avendo venduto nulla fai perdite, ti mangi il capitale ed i tuoi profitti sono negativi).

Si capisce ora?

Lei ha ragione sulle scorte, ma perche' mai, allora, un illustre collega ha potuto scrivere "Se non vendi è come se tu non avessi prodotto nulla" e poi presentare questa originale osservazione come una confutazione?

 Ma non ce per niente incoerenza tra l'equilibrio intertemporale e quello che ha scritto Boldrin! Anzi.

a) Se non vendo oggi perche' ho scelto (mi conviene) vendere domani -> allora non c'e' nessuna sovraproduzione

b) Se non vendo mai allora ho perso tutto ed e' come se non avessi mai prodotto -> nessun equilibrio di sovraproduzione, niente profitti e capitale sparito e avanti un altro

 

Austriaci...

lf 23/6/2010 - 12:43

Innanzitutto ringrazio Stefanoc per i complimenti.

Purtroppo non sono un economista e non posso contribuire in alcun modo - almeno allo stato attuale delle mie conoscenze - alla ricerca scientifica in campo economico. Quindi, se il futuro della Scuola austriaca dipende da me, Mises fa bene a rivoltarsi nella tomba. :-)

Concordo con Longhi che gli austriaci hanno molto da dire. Però da quasi-insider so perché un tale esito è improbabile. Prima di continuare dico che probabilmente non c'è spiegazione migliore della crisi di quella austriaca: non ho trovato nulla di interessante per spiegare gli ultimi 3 anni nei modelli macro standard così come si studiano nei libri di testo, e ho solo una qualche simpatia teorica per i modelli di credit channel - più che compensata dalla consapevolezza che gli economisti di questa scuola (come Bernanke) sono i primi responsabili del disastro.

1. La teoria austriaca è ferma agli anni '30. Il motivo è semplice: negli anni '30 c'erano degli economisti che la studiavano (Mises/Hayek/Machlup/Strigl/Phillips), successivamente sono arrivati eserciti di true believers senza preparazione che si sono spacciati per economisti. L'unico posto al mondo dove la teoria austriaca si fa a livello professionale è la George Mason, e nessuno lì si occupa di macroeconomia.

2. Le teorie austriache vanno molto di moda sul web. Questa è una disgrazia: la qualità media del materiale umano è prossima allo zero. Come il keynesismo, esistono miriadi di pseudo-economisti che dicono minchiate su Mises (come su Keynes) che non si troveranno mai sui testi di Mises e Keynes. E' gente incapace di capire ragionamenti economici relativamente semplici. Io non sono un fan della matematica - non ho capito ancora a cosa serve - ma la introdurrei nelle teorie austriache solo per limitare l'adverse selection degli amatori (come me: purtroppo sono ingegnere e non verrei filtrato via facilmente).

3. Da Rothbard in poi, la Scuola austriaca è stat dominata da persone incapaci di distinguere la propaganda politica dalla teoria economica. E' come se il new-keynesismo si fosse sviluppato dalle colonne sul NYT di Krugman: una cosa ovviamente impossibile.

4. Mises non era matto, ma i suoi seguaci a volte sì. Mises non ha mai detto le minchiate che spesso gli si ascrivono: è uno dei rarissimi casi nella storia delle idee di pensatore che viene difeso per ciò che non avrebbe mai detto (normalmente si viene attaccati per ciò che non si è detto). L'idea di una teoria onniesplicativa a priori non si trova in Mises, ad esempio, ed è anche incompatibile con i suoi assunti metodologici: è successiva, e indifendibile. Però quando una scuola diventa un movimento di massa serve inventarsi delle certezze, e lo strano linguaggio di Mises ha aiutato queste forzature.

5. Tutto sommato, con un'esposizione approfondita alle teorie austriache e una molto meno approfondita alle altre, e dopo aver letto miriadi di articoli, credo che la spiegazione migliore della crisi sia o austriaca o logicamente equivalente a quella austriaca. Il mercato è andato a quel paese per via degli interventi continui della Fed che hanno distorto l'intero processo e provocato moral hazard (oltre alla Fed ci sono Fannie/Freddie e FDIC, ovviamente). Le distorsioni si sono accumulate a partire dalla fine degli anni '80, tanto che si è parlato di Greenspan put già a partire dal 1997. Per distorsioni intendo sia cose tipicamente austriache (eccessivo deficit commerciale, malinvestment in Cina e overconsumption negli USA) sia cose che gli austriaci non avevano considerato (eccessiva leva finanziaria, eccessivo risk taking, eccessiva opacità strutturale nella finanza). Finché le politiche anticicliche sono state efficaci il boom ha retto, però nel tempo si sono accumulati tanti di quei problemi che Bernanke ha dovuto creare l'impossibile e bloccare i mercati per impedirne il tracollo. Inutile farsi illusioni, però: il tracollo nel 2007 non avrebbe potuto essere evitato in alcun modo (poteva essere prevenuto, ovviamente, ma evitando politiche anticicliche su scala enorme a partire dall'inizio degli anni '90), e oggi stiamo seplicemente con gli stessi problemi del 2007, solo con molte più distorsioni e cattivi incentivi. Questa è una buona storia, ma sul piano teorico ci sono un po' di dettagli da vedere: sarebbe quello che dovrebbero fare gli austriaci se facessero il loro mestiere, e quello che farei io se facessi un altro mestiere (non l'ingegnere). :-)

"Da Rothbard in poi, la Scuola austriaca è stata dominata da persone incapaci di distinguere la propaganda politica dalla teoria economica." io credo che rothbard e i suoi seguaci siano proprio i responsabili di questo stato di cose, quindi rothbard incluso. purtroppo so bene - da ex insider - che il libertarismo italiano è attualmente rappresentato proprio da rothbardiani di tutte le specie. preparatissimi. ma rothbardiani.

"Le teorie austriache vanno molto di moda sul web. Questa è una disgrazia: la qualità media del materiale umano è prossima allo zero". verità ultrafondata. in realtà, abbiamo da un lato una pletora di personaggi inutilmente eccessivi, ideologici e financo sgradevoli in toni e contenuti, che sguazzano nel web provocando reazioni di rigetto anche in chi potrebbe anche solo simpatizzare per quelle idee. dall'altro, l'unico soggetto davvero serio in circolazione che ne diffonde il verbo l'IBL - retto dal trittico talentuoso Lottieri, Stagnaro, Mingardi, che hanno fatto miracoli in pochi anni, è comunque rothbardiano fino al midollo.

comunque, sono d'accordo, quella austriaca, seppur datata, resta la migliore lettura dei cicli economici. resiste ai cambiamenti e alle estremizzazioni dei suoi adepti più fondamentalisti. forse dovrebbe integrare meglio GLS Shackle e L. Lachmann. altrimenti, il destino è quello dei post-keynesiani. malinconico.

Re(1): Austriaci...

lf 23/6/2010 - 15:43

L'IBL fa ottime cose, anzi autentici miracoli per un paese come l'Italia, però non si occupano di teoria economica. Non mi sembrano poi per niente rothbardiani: giustamente prendono di mira problemi specifici e fanno proposte specifiche, niente palingenesi istituzionale (e, in parte, non vedo in questo caso il problema di essere rothbardiani: sono convinto che il liberalismo sia spacciato in una democrazia di massa, non c'è bisogno di essere anarchici per rendersene conto, e non esistono strade moderate verso il liberalismo).

La mia discussione era però per finalità "accademiche": cosa bisogna fare per rendere la teoria austriaca accademicamente credibile? Quali errori di concetto e di mentalità hanno reso gli austriaci una specie in via di estinzione? Purtroppo - come in ogni setta (tendenza nata certamente con Rothbard, e molto meno forte negli austriaci non-rothbardiani, infatti) - si preferisce dare la colpa alla malvagità del mondo anziché ai propri difetti, sia teorici che sociologici. E così non si impara mai nulla... evidentemente ci si accontenta del successo tra i blogger, cioè tra le casalinghe di Voghera. Questione di gusti.

Io mi considero un insider (amatoriale) perché sono convinto che ci siano idee importanti che ancora non sono diffuse: però è ormai quasi due anni che mi sono stufato di giocare al chi è più bravo a ripetere a memoria critiche superficiali contro tutto il resto del mondo, gioco che va molto di moda (chi può fare ricerca fa ricerca, chi non può fa propaganda, verrebbe da dire), o a chi è più puro e ortodosso (tra l'altro, la versione ortodossa delle teorie austriache è piena di distorsioni rispetto alle versioni originali di Mises e Hayek). Gli evangelici dell'economia... bah.

Shackle e Lachmann non li ho letti molto (ho letto un libro e qualche articolo del secondo senza però trovare nulla di incompatibile con Mises), però mi hai fatto venire in mente un esempio di distorsione ideologica. Per Hayek (e credo anche per Mises) l'attivismo monetario è una condizione sufficiente per avere boom insostenibili, non una condizione necessaria: il mercato produce errori in continuazione, non ci può essere garanzia di equilibrio (il Prof. Cubeddu, con economia di parole, parla di "concezione non finalistica"). Questa cosa si è poi completamente persa, evidentemente perché ideologicamente scomoda.

Comunque, a parer mio i difetti principali sono molto più prosaici: manca una microfondazione credibile degli effetti della politica monetaria sul processo di mercato, manca una spiegazione dettagliata del comovimento di investimenti e consumo, manca un'analisi dei processi di "accelerazione" finanziari che rendono la crisi peggiore, manca una dimensione internazionale nei processi ciclici. Il fatto che avrei difficoltà a citare un lavoro rilevante per ogni dito delle mani scritto dopo il 1949 mi fa pensare che anche nel 2100 avremo gli stessi problemi.

tu dici: "Shackle e Lachmann non li ho letti molto (ho letto un libro e qualche articolo del secondo senza però trovare nulla di incompatibile con Mises), però mi hai fatto venire in mente un esempio di distorsione ideologica. Per Hayek (e credo anche per Mises) l'attivismo monetario è una condizione sufficiente per avere boom insostenibili, non una condizione necessaria: il mercato produce errori in continuazione, non ci può essere garanzia di equilibrio (il Prof. Cubeddu, con economia di parole, parla di "concezione non finalistica"). Questa cosa si è poi completamente persa, evidentemente perché ideologicamente scomoda".

per me rappresenta il punto più dolente: l'incapacità di prendere sul serio l'instabilità del capitalismo, che è poi anche la sua ricchezza. hanno preso sul serio l'incertezza, ma non i suoi effetti, riconducendo qualunque squilibrio ad interventi esogeni. i rothbardiani ti rispondono: non c'è verso, togli la monopolio di emissione e la riserva frazionaria e vedrai che il capitalismo non può che essere stabile.

@boldrin: anche se la domanda era per if, rispondo io per motivi personali: è purtroppo vero. così mestamente vero che a difendere certe idee ti vengono solo crisi di coscienza. ti senti l'utile idiota dei tempi andati. e soprattutto, ti senti in pessima compagnia umana. ma va bene lo stesso.

Minchia, incredibile!

Sono d'accordo su tutto, al 100%, compresi i dettagli!

Ma chi sei? Forse dovremmo scrivere qualcosina in collaborazione su questo tema ...

Ora però faccio un test (visto che sulla tua pagina fai pubblicità a Libertiamo) :-)

"Secondo me 3/4 di coloro che in Italia si autodichiarano "libertari" o "austriaci" sono come quelli che hai descritto tu in 2.-4. Infatti, nella grande maggioranza sono solo gente di "destra-destra", spesso semifascistelli riverniciati, ossessionati dai comunisti e disposti a lavorare per chiunque sia dall'altra parte della "sinistra comunista", fosse anche un fascista puro e duro. Gli austriaci sono solo una foglia di fico finta messa lì per far fino."

Agree or disagree?

Re(1): Austriaci...

lf 24/6/2010 - 15:54

Ho la pagina di Libertiamo e sono scritto alla mailing list dei Giovani Coscioni, ma ho ben poche speranze che servirà mai a qualcosa in entrambe i casi, dati gli "alleati".

Riguardo il test: ha ragione, ma mi sa che lei è troppo ottimista. :-)

Tra i libertari (che non distinguono in genere "libertario" da "austriaco") sono più i cospirazionisti che gli anticomunisti: ci sono 9/11 truthers, antisemiti, negazionisti, fan di Blondet e di Mazzucco... Tutto ciò per fortuna non c'entra nulla né con l'IBL né con Libertiamo: sono solo una minoranza interna, anche se rumorosa (e, anche se non lo fosse, comunque imbarazzante).

Non sono convinto invece che l'anticomunismo sia un fattore predominante. Anche se è frequente tra i liberali italiani turarsi il naso con Berlusconi con la scusa dei comunisti immaginari, i libertari abitualmente non votano e basta: sono più preda del paranoid style. Di certo molti hanno tanto interesse per la teoria economica quanto ne possono avere per la filologia romanza, solo che spesso si illudono di capire la prima, mentre lasciano almeno in pace la seconda.

bell'analisi.

Come innesco del patatrac aggiungo che secondo me anche il prezzo del petrolio in tripla cifra ha dato una bella mano, con soldi sottratti al pagamento di mutui e debiti.

Re(1): Austriaci...

lf 24/6/2010 - 16:42

Non credo. Io considererei i prezzi dei beni capitali endogeni al ciclo economico. Sono cresciuti alla fine del boom (se di boom si può parlare) e all'inizio della crisi, sono scesi improvvisamente fino all'inizio 2009, e da allora sono tornati a crescere, ma meno che nella prima fase.

Questo valeva sia per il petrolio che per tutte le materie prime, si salvano veramente pochi elementi della tavola di Mendeleev, e la cosa è anche facile da vedere nelle statistiche del PPI (producer price index) della Fed (FRED), che ha avuto - come accade sempre - delle convulsioni molto maggiori del CPI.

Ma era uno shock esogeno? Probabilmente è la dinamica normale del ciclo economico. All'inizio della crisi c'era una carenza di fattori di produzione (di capitali), che si sono apprezzati, poi la crisi finanziaria ha ridotto la pressione della domanda aggregata, e quando la crisi finanziaria ha rallentato i prezzi hanno continuato a salire. (spiegazione un po' autistica: dovrei considerare anche la domanda estera, ma non ho dati "cronologici").

Credo che allo stato attuale, se la domanda aggregata dovesse salire, si sentirebbero subito pressioni sui prezzi, almeno dei fattori di produzione (comprimendo i rendimenti industriali). Se dovesse ritornare la crisi finanziaria, invece, i prezzi crollerebbero altrettanto rapidamente. Difficile fare previsioni, ma l'unico esito improbabile credo sia una ripresa vera e con prezzi stabili.

Negli ultimi mesi il CPI mi è parso piatto, più o meno come tutto il resto. :-)

Non c'é stata una riduzione della produzione alla base dell'aumento del prezzo (in realtà non c'é stato neanche un aumento della produzione che è pressoché stabile da qualche anno) che piuttosto è stato indotto dall'aumento della domanda, ovvero dalla possibilità di utilizzare il petrolio in modo più produttivo (grazie a Cina, India, Brasile, ecc.). In altri termini non mi sembra che al momento vi sia una qualche forma di razionamento produttivo dovuta alla carenza di fonti energetiche (almeno fino ad oggi). Quindi c'è stato semplicemente un trasferimento di reddito e di capacità di spesa verso i paesi produttori di petrolio e nessuna riduzione della domanda a livello globale.

Giro subito il post a mia figlia, che tra un anno si iscriverà all'Università, se mai continuasse a pensare di studiare economia. 

In Italia o all'estero, basta che eviti questi cattivi maestri. I consigli sono ben accetti

Ah, non si preoccupi. Il grosso di quelli che conosco in quell'elenco insegnano a Scienze Politiche o a Giurisprudenza. E da un polpettone indigeribile come "La teoria economica delle cooperative di produzione e la possibile fine del capitalismo vol.1" (si, esiste davvero) se ne esce vivi. Io sono la prova vivente.

Tic-Toc

Arpazo 24/6/2010 - 00:52

Leggo:

perché i capitalisti son stupidi. È vero che pagano poco i lavoratori, però poi prestano soldi a vanvera perché il loro consumo aumenti comunque, quindi ... quindi una pacchia infinita, no?

E scrivo:

Senza scomodare Kant, già l'ultimo scortichino romano (vedi in Rutilio, o il buon vecchio Seneca) farebbe presente l'unico cardine attorno cui ha senso muovere il discorso del lucro: il tempo. La dimensione temporale spezza l'identità degli attori in gioco, le quantità in esso presenti, il loro valore, ed in summa, l'assurdità di un discorso che assurdo diventa solo nel momento in cui viene reso tale, in un'appiattimento storico che rappresenta l'unica chiave di lettura di tale assurdità. E quando parliamo di "unica chiave di lettura", si profila all'orizzonte lo spettro della mitica causa sui.

Bella citazione, ma dimentichi un pezzo:

"Come se fosse antani anche per lei soltanto in due, oppure in quattro anche scribai che cofandina; come antifurto, per esempio."

No, ha ragione: saggio è colui che contemplerà la melodia del Toc, stolto colui che vivrà assordato dal rumore del Tic. Ma Tic e Toc risuoneranno insieme nella perfezione della supel-cazzola ple-matulata (12° Dalai Lama).

 

Premetto che anche a me sembra assurda l idea di combattere una bolla creata da sovraindebitamento con piu debiti, sto cercando di capire se se ne puo venir fuori senza ripianamenti del debito o senza defaluts generalizzati. Ad oggi mi sembra che non sia possibile, spero di sbagliarmi.

Allora, se ho ben capito voi sostenete che bisogna ridurre la spesa pubblica (cioe ridurne il debito) e allo stesso tempo ridurre la tassazione. Non vi seguo sul secondo punto - se riduciamo le tasse non rischiamo di rendere vano il primo punto?

E poi, se anche i cittadini cominciano a ridurre il loro indebitamento (se non sbaglio sta gia succedendo), e il governo fa lo stesso, come dite nel paragrafo sulla "Spesa debito pubblico ecc." a breve termine si hanno effetti di aggiustamento dei prezzi. Ecco, se cio accade, non c'e per forza un problema per far fronte al debito? Cioe, se i prezzi scendono, ma i debiti sono fissi, non avremo un numero maggiore di defaults, sia governativi che di privati?

In concreto, prezzi e salari non possono scendere, ma semmai ristagnare, al più con leggera discesa (ma non per molto...) dei prezzi all'ingrosso - mi pare che questo sia il famigerato scenario di deflazione alla giapponese. Secondo me, il pensiero che emerge dal post non è che, dal punto di vista di fiscal policy, occorra ridurre le spese e le tasse; il ragionamento mi pare invece di tipo più micro / strutturale, cioè io la vedrei così (non so se ciò sia in linea con il pensiero degli Autori, alla spietata critica dei quali mi sottopongo volentieri)  1) l'exit keynesiana naif  (stile quella auspicata, almeno così sembra, dai 100 arditi pensatori firmatari della Lettera) non è affatto un'opzione: aumentare la spesa pubblica non influenza MAI la crescita (che è funzione della produttività); al limite, una politica fiscale espansiva potrebbe aiutare per fronteggiare un grave, inatteso e temporaneo deficit di domanda (es. licenziamenti di massa ex crac del '29-'30, etc). Tuttavia la crisi attuale non deriva da questo, ma da un eccesso di debiti nel sistema: la soluzione presuppone quindi di rientrare dai debiti aumentando il reddito prodotto per servirli, e  non spostandoli semplicemente sui taxpayer futuri aumentando i debiti sovrani. 2) la cura pertanto deve incentrarsi su misure che strutturalmente stimolino la crescita, e tra queste è saliente l'esigenza di smontare il moloch statalista che opprime il sistema, specie in Italia: dunque, ridurre le spese pubbliche e (quasi) pari passu le imposte, cercando di non creare effetti recessivi e mantenendo l'economia su una curva per così dire di "iso-domanda"; e NON invece di pompare un pallone già stragonfio con altra aria sotto forma di spesa pubblica. L'equilibrio dovrà ottenersi sulla base di consumi un po' inferiori, risparmi più elevati, maggiori investimenti e probabilmente maggiori esportazioni nette. Sia per stimolare gl'investimenti che l'export deve salire la competitività/produttività del sistema (flessibilità lavoro, minore burocrazia, formazione, etc). Ora, la domanda-chiave mi pare: come facciamo a generare questi maggiori investimenti? e se non si generano, non rischiamo la spirale deflattiva, dal momento che per pagare i debiti comunque i consumi devono scendere? (naturalente, una risposta affermativa a quest'ultima non negherebbe di per sè la necessità della cura: "se mi operano, posso anche morire, ma se non mi operano muoio di sicuro" [scongiuri d'obbligo].  

kalashnikov

ne'elam 24/6/2010 - 12:51

Una cosa continuo a non capire. Assumo che i soggetti che firmano siano persone dabbene e informate di ciò che avviene nel loro paese, in particolare nel mezzogiorno, considerato che molti là risiedono. Proporre un rilancio della spesa pubblica, dopo aver visto quello che politici e amministratori sono stati in grado di fare, è un opzione che è tra l'incoscente e il criminogeno: equivale a mettere in mano ad un bambino o a Toto Riina un kalashnikov. Perchè stavolta dovrebbe andare diversamente? Perchè?

E la spesa privata, cosa è stata in grado di fare? Pomigliano è spesa privata? E' imprenditoria privata? E di che tipo?

RR

l'impresa privata cosa deve garantire? è per questo che si chiama impresa, può anche andare male. Ademas, Pomigliano è nata con grosse pressioni politiche, sicché parlare di "spesa privata" non è poi così preciso...

Garantire? Uhm. Vediamo. Se siamo d'accordo che l'impresa promossa da privati sia lo strumento principale per la produzione di beni e servizi - e qui penso che tutti lo siamo - non possiamo non attenderci che questi facciano quello per cui abbiamo dato loro licenza. O devo forse stare zitto se io vedo che i prenditori privati non organizzano, non innovano, non assumono il miglior personale, non provvedono a fare "bene" quello che - ripeto - abbiamo convenuto che siano loro a fare?

RR

chi ha convenuto cosa e chi ha dato licenza a chi? non seguo. 

Il popolo italiano ha convenuto che esiste la libera iniziativa d'impresa, non c'è il comunismo. Devi seguire quello che c'è scritto nella Costituzione e nelle leggi, non devi seguire me. L'altra cosa che volevo sottolineare è che le cose funzionano se si fanno funzionare.

RR

Re(1): carabina

ne'elam 24/6/2010 - 19:09

E la spesa privata, cosa è stata in grado di fare?

Ma, così giusto per curiosità, cosa ti attendi che faccia? Io pensavo fare dei soldini. Però si possono ipotizzare altre soluzioni, con i soldi degli altri la fantasia si sbizzarisce. Donazioni alle dame di san vincenzo? Diffusione dei circhi equestri, corsi gratuiti per la pesca d'altura....

Già, ci si attende che faccia dei profitti. E inoltre che non faccia come l'elefante in una cristalleria, per fare i profitti. 

Tutto ciò non è "garantito" (o anche "garantito al meglio") per il solo fatto che molte scelte e molti danari siano effettuate da privati. Anche la scelta e il danaro messo dall'autorità pubblica può essere utile allo scopo. Del resto è lo stesso argomento che i privati fanno quando si associano per fare un'impresa: ci mettono dei soldi per fare delle cose che singolarmente non potrebbero fare.

RR

Assumo che i soggetti che firmano siano persone dabbene e informate di ciò che avviene nel loro paese, in particolare nel mezzogiorno, considerato che molti là risiedono. Proporre un rilancio della spesa pubblica, dopo aver visto quello che politici e amministratori sono stati in grado di fare, è un opzione che è tra l'incoscente e il criminogeno: equivale a mettere in mano ad un bambino o a Toto Riina un kalashnikov. Perchè stavolta dovrebbe andare diversamente? Perchè?

 

Il tuo (Suo, Vostro o come preferisci/e)  e' un interessante punto di vista. In pratica tutto quello che non funziona bene non deve essere migliorato ma eliminato: "l'economia del tutto o del niente". Perche' fare le riforme allora, di sanita', istruzione, ecc.? Per estensione si potrebbe anche aggiungere che siccome la democrazia non funziona come si deve, allora meglio tornare alla Monarchia; che siccome l'Universita' e la Sanita' Pubblica non funzionano a dovere, allora meglio eliminarle. E cosi' via. Il privato, anche in questo tipo di servizi garantira' il migliore dei mondi possibili. Lo vedi ad esempio per il fior fiore di universita' private che sono sorte recentemente.

La spesa pubblica, o meglio un deficit pubblico, puo' essere anche usato per detassare i redditi prodotti da imprese avviate da giovani, incentivare le spese in ricerca e sviluppo, le spese per la formazione, ecc., non sono solo le spese delle consulenze agli amici. Magari l'effetto sulla crescita non e' solo quello del "moltiplicatore keynesiano", no?

Sinceramente le discussioni tra "Keynesiani" ed il "resto del mondo" non mi appassionano, cosi' come quelle tra Interisti e Juventini. In genere non mi appassionano tutte le discussioni faziose, in cui si ragiona per partito preso. Mi interessa invece sapere se: (i) ci sia un ruolo possibile per lo Stato e per la spesa pubblica, in particolare quella "produttiva", e per le politiche pubbliche - oltre il moltiplicatore c'e' di piu'! -, o se lo Stato debba scomparire, il mercato debba offrire tutto  e se lasciato a se stesso garantisca il migliore degli esiti possibili (il "mercato" nella realta', non quello dei modelli in concorrenza perfetta); (ii) se una riduzione della spesa pubblica  lineare (uguale per tutti ed in tutti i settori) giovi sempre e comunque all'economia, alla crescita, e se portera' automaticamente ad una gestione piu' efficiente della spesa stessa o ci siano soluzioni migliori. La mia opinione e' che (i) si; (ii) si (ci sono soluzioni migliori). Non ritengo opinioni diverse dalla mie delle "boiate", appunto solo delle opinioni diverse. Cordialmente.

 

In pratica tutto quello che non funziona bene non deve essere migliorato ma eliminato: "l'economia del tutto o del niente".

Neanche in gioventù fui estremista fino a questo punto. Mi meraviglierebbe esserlo diventato ora. Non mi pare di aver detto questo. Certo di fronte alla domanda: preferite la spesa pubblica produttiva o quella improduttiva, la risposta è sempre una sola, quella produttiva. Alla domanda successiva quale é la spesa pubblica improduttiva, la risposta é sempre la stessa, anche se non espressa precisamente in questi termini, ma in quel senso certamente si: quella degli altri. Esempi? La storia delle province, ad esempio e dal loro comparire e scomparire dall'agenda politica, ma se ne potrebbero citare in abbondanza. Immaginare tante belle cose e sagge ed utili messe in pratica dai politici, buracrati amministratori che ho conosciuto mi sembra difficile. Forse sono stato sfortunato nei miei incontri, temo purtroppo di no. Mi piacerebbe che coloro che suggeriscono una soluzione di maggiore spesa pubblica si documentassero di più su come funziona l'amministrazione, in quali oscuri e torbidi meandri finiranno le loro buone intenzioni. Se no é come raccomandarsi ad uno che si ritrova a tavola con un antropofago di ricordargli di usare coltello e forchetta: con quel commensale non é quello il problema principale.

(segue ne'elam, 25 Giugno 2010, 01:28) Beh, forse m'e' rimasto l'ultimo briciolo di idealismo (che garantisco scomparira' presto, bastera' aspettare la fine dell'estate), forse non bisogna generalizzare (lo so, si dice sempre). Forse c'e' ancora qualche amministratore e qualche politico interessato alla cosa pubblica e al bene comune. Se cosi' non fosse,  o se non lo si credesse, allora forse sarebbe meglio non aprire un dibattito pubblico e partecipare alle trasmissioni televisive ma rinchiudersi nel proprio purismo (e lo dice uno non proprio ottimista), anche perche' poi le "ricette" su cui dibattiamo le dovrebbero implementare i "politici".

PS. concordo con il fatto che spesso si ritiene che la spesa pubblica improduttiva sia quella fatta dagli altri e credo che questa sia anche l'ottica con cui vengono imposti i tagli lineari per non scontentare nessuno - o tutti (quindi la pensi un po' come Tremonti!). Tuttavia questa logica della "rappresaglia", del colpire a vanvera, continua a non soddisfarmi, soprattutto in quei settori in cui l'alternativa privata (attuale ed in prospettiva) e' inesistente, scarsa o non garantisce livelli di qualita' adeguata. Questo atteggiamento, credo, costituira' un forte rallentamento alla diffusione dell'ottica della valutazione dei servizi e politiche pubblici: perche' valutare e tagliare ai "cattivi", se si puo' risparmiare egualmente tagliando a tutti allo stesso modo e nessuno si lamenta? Si continueranno a dare consulenze inutili agli amici, ma si selezioneranno solo gli amici piu' stretti, o quelli a loro volta con piu' amici mentre chi lavora seriamente vedra' ridursi le risorse a disposizione (il contario della logica dell'efficienza). Ovvero, credo che tagli di questo tipo contribuiranno a peggiorare non poco la qualita' dei servizi nel settore pubblico. Se non si ritiene che questi servizi siano utili o importanti, o si pensa che il privato possa facilmente provvedervi, allora il danno non sara' grave.

Io sostengo da una vita, invece, che in democrazia la maggioranza vince, sebbene abbia quasi sempre torto .......

In quel caso, fortunatamente, la Lady di ferro tenne duro.

Su il  Sole 24 ore di oggi viene pubblicata la lettera di Alberto Bisin e Michele Boldrin in risposta alla Lettera degli economisti del 16 giugno scorso

Su il Sole 24 ore di oggi la contro replica degli economisti (l'armata Brancaccio) che sono divenuti nel frattempo 205, a firma di Sergio Cesaratto. Tra i firmatari manca solo Paul  Krugman viste le cose che scrive oggi su La Repubblica. Ma il condottiero ha delle riserve su di lui ( qui) visto che non è un keynesiano doc. Ps sono stati molto rapidi a mettersi in comunicazione tra loro ed a condividere una risposta comune, pur avendo in molti condiviso il documento originario con delle riserve (vedi uno su tutti Sergio  Parrinello ).

La cosa rilevante è che NON rispondono a praticamente nessuna delle nostre critiche, né logiche né fattuali. Sta diventando una perdita di tempo discutere con (la maggioranza di) queste persone.

Però continueremo a farlo, non tanto per loro ma per il pubblico di lettori che continuano a sottoporre a fantasie ed affermazioni gratuite oltre che confuse.

Sta diventando una perdita di tempo

Userei il passato prossimo del verbo essere, piuttosto.

meraviglioso, ci definiscono pre-keynesiani.

chiunque non sia keynesiano deve essere pre-keynesiano. dopo di Lui il diluvio...

Mah, credo anche io che sia una perdita di tempo a questo punto. L'unica ragione per cui puo' valere la ragione di continuare e' la speranza di infiltrarsi nelle menti dei poveri studenti.

Avevo letto, non condividendolo, il testo della lettera dei 100 economisti. NFA mi ha aiutato a capire razionalizzando le mie sensazioni. Mi è però venuta una curiosità, ho stampato l'elenco dei firmatari ed ho constatato che ad oggi le firme sono 205; analizzandole per ateneo di appartenenza si nota che 50 firme pari al 24.4% provengono da università del Nord (Piemonte/Liguria/Lombardia/Triveneto/Emilia). 92 firme pari al 44.9% provengono da atenei del Centro (Toscana/Lazio/Marche/Umbria); 47 pari al 22.9% dal Sud e Isole (Campania/Calabria/Puglia/Sicilia/Sardegna); 16 infine dall'estero, 7.8%

Da notare l'incidenza delle università romane che da sole conteggiano 63 voti pari al 30.7% del totale, contro le sole 5 firme di tutto il Triveneto.

Sembrerebbe un'analisi del tutto sterile e fine a se stessa, ma mi ha colpito il fatto che un numero così elevato di docenti del centro sud sottoscriva un testo con connotati fortemente "statalisti, mi si perdoni l'imprecisione e rozzezza del linguaggio, ne deduco che la cultura "assistenzialista" radicata in quelle regioni trova una sua legittimazione a livello culturale nelle elites accademiche. Se la mia analisi è corretta, trovo che il problema non sia tanto e solo quello della classe politica del sud ma molto più profondo e tale da spiegare la crescente dicotomia tra le 3 aree del paese. E le conseguenze si vedono; l'ultima analisi pubblicata su "Affari Italiani" la scorsa settimana dava il 61% di cittadini del nord favorevoli alla secessine.

 

Dunque tal Pagano spiega che il grande contributo delle tasse va dato alla ricerca di base. Alle domande (poste non una ma tre-volte-tre sia da S. Brusco che da s.sottoscritto) sul come si fa a dire che le psese di stato per la ricerca di "base" non vengano usate dalla formazione di un vertice per la gestione delle istruzione di livello universitario agli allenatori dei giocatori di calcetto in Trinacria, il prof. Pagano assai si irrito', imputandomi il vizio di non amare l'ovvio o la tautologia, anche se ripetuta all'infinito.

Il sospetto: essi fanno ricerca seria (non come quei rincoglioniti pre-keynesiani che scrivono su Nfa -- la formulazione e' di tal Cesaratto) e quindi meritano piu' soldi.

 

 

L'unica cosa di sapore operaio e' il salario, ovvero guarda dove vanno i soldi....

Nel  sito di Paolo Sylos Labini curato dal figlio Francesco si plaude al fatto che la lettera sia riuscita ad aprire un dibattito e che dibattito! Nessuna risposta se non un breve scritto di Sergio Cesaratto dove non si risponde affatto alle critiche di Boldrin e Bisin. Per non parlare della tenzone svoltasi a Villa Pietra (Firenze) dove il prof. Pagano, con tutta la simpatia che ci ha messo, non è riuscito a controbattere, se non con delle mere affermazioni di principio, a nessuna delle critiche mosse alla lettera dei 100 + X da B&B.

Nel frattempo gli "economisti" sono divenuti 216: tra gli 11 che si sono aggiunti, negli ultimi sette giorni, troviamo pure un ricercatore che lavora per l'INGV presso l'osservatorio vesuviano ed un prof. di marketing turistico.

Gerald  Epstein, uno dei firmatari della lettera, in questo scritto giustifica la sua adesione.

provocazione?

ET 9/7/2010 - 09:42

Depositata la polvere della sfida contro i cento, che onestamente erano un avversario un po' troppo facile, propongo invece un confronto con avversari di livello comparabile. 

Se avete voglia di smontare tesi altrui, non sarebbe piu' interessante farlo partendo dagli scritti di Krugman o di Stiglitz su analoghi temi? Sara' difficile vederli alle giornate NfA, ma forse qualche esegeta krugmaniano si trova piu' facilmente di qualcuno disposto a difendere l'infausta "lettera degli economisti"...

Ecco intanto una muleta da agitarvi davanti agli occhi:

A household that owes more money than it can easily repay needs to cut back on spending. But when a government does that, output and incomes decline, unemployment increases, and the ability to repay may actually decrease. What is true for a family is not true for a country (JS)

Su FT di oggi (non riesco a linkarlo):

<em>America needs a growth strategy <em>
<em>A bold move is needed: the US must create new capital-intensive jobs, writes Michael Spence<em>

Leggendo tra righe: negli ultimi 15 anni US hanno sovraconsumato e sottoinvestito (incentivi distorti ?). Lo Stato dovrebbe aumentare gli investimenti infrastrutturali, seppur a scapito delle spese correnti. Necessari maggiori investimenti per mantenere skilled jobs in US.

Complessivamente mi sembra che chieda maggior intervento pubblico seppur mirato non per sostenere la domanda, piuttosto per incidere sull'offerta (da valutare in base ad analisi costi benefici immagino).

 Qui è possibile leggerlo

Negli USA qualche investimento strutturale in più non sarebbe poi male, per esempio dare una sistemata ai ponti che cadono letteralmente a pezzi: http://www.usatoday.com/news/nation/2007-08-02-bridge-cover_N.htm

Niente di eccezionale, solo ordinaria e straordinaria manutenzione, per troppo tempo trascurata.

Funziona, la Muleta, funziona. Io e' un po' che voglio prendermela con Stiglitz e Krugman con sistematicita' (in modo non sistematico l'ho fatto, su nFA e sulla Stampa). Chissa', rpima o poi ci arriviamo

krugman

Marco Boleo 9/7/2010 - 18:26

Ha ragione Alberto e lui Krugman lo conosce bene

Condivido l'analisi degli autori su quasi tutto. Ho delle perplessita'  su un punto su cui mi farebbe piacere un chiarimento.

Nella vostra analisi delle vendite allo scoperto mi sembra che assumiate implicitamente che il prezzo rifletta i fondamentali dell'attivo che viene scambiato, in questo caso il debito greco (correggetemi se mi sbaglio gia' su questo punto). In altre parole, un venditore allo scoperto trova sempre un acquirente disponibile a pagare il prezzo giusto per il debito. E che i fondamentali del debito siano dati esogenamente, e non influenzati dall'equilibrio nel mercato del debito stesso.

A questo potrei muovere due obiezioni (che non sono necessariamente alternative):

1. Il mercato di questi titoli e' illiquido. Quindi, prima di trovare un acquirente, il prezzo deve scendere molto per attirare l'attenzione di altri investitori. Non voglio dilungarmi sul motivo dell'illiquidità del mercato. Ma è ormai assodato che prima che domanda e offerta si incontrino in certi mercati sono necessari tempo e premi di liquidita' sostanziali (vedi qui). Nel caso del debito pubblico greco, premi di liquidita' molto elevati si traducono in aumenti sostanziali del costo degli interessi. Interessi piu' elevati contribuiscono a peggiorare i fondamentali del debito stesso e spostare il sistema verso un bad equilibrium in cui il debito non e' sostenibile.

2. Intuitivamente, mi sembra che un esito simile a quello sopra menzionato si possa ottenere anche in un mercato liquido, ma con equilibri multipli. Se gli investitori si coordinano sul bad equilibrium in cui la Grecia fa default (e le vendite allo scoperto sono ovviamente effettuate dagli investitori che credono nel bad equilibrium) allora gli interessi salgono al punto che il default diviene inevitabile.

E' semplicemente un'intuizione, potrei sbagliarmi, ma mi piacerebbe capire dove.

Grazie.

 

 

Antonella Stirati, firmataria della lettera, interviene nel dibattito  qui , rispondendo alle critiche contenute nel pistolotto di B&B, riesumando perfino questo libro di Gardner   Ackley ma di dati ancora nessuna traccia. 

Per un economista magari è facile notare la fallacia di certe argomentazioni, ma per i bischeri come me non è così scontato, anche provandoci seriamente.

Qualcuno può dare una mano?

 

 

Riguardo all'articolo della Stirati vorrei proporre un paio di osservazioni:

La Stirati scrive:

Nella Lettera si afferma che una redistribuzione del reddito a favore dei redditi più elevati, (quale si è manifestata nei paesi industrializzati nell’arco degli ultimi trent’anni) tende a deprimere la domanda aggregata e la crescita.

 

La mia impressione è che stiano cercando di girare la frittata. Nel senso che nella lettera non ho trovato un riferimento a questa affermazione della Stirati, a meno che non sia una libera interpretazione della ormai mitica frase:

 "Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori".

Tirata un po' troppo per i capelli secondo me.

Inoltre ho dato un occhiata ai rapporti del Fondo Monetario e dell'Ocse segnalati nell'articolo, ed è vero che segnalano un aumento delle ineguaglianze (non mi sembra una novità), ma questo non mi sembra che giustifichi quanto affermato nella lettera (che poi è stato già ampiamente sbugiardato dai dati nella vostra replica). L'allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori esiste solo nelle loro teste.

Nel rapporto del Fondo Monetario dell Ottobre 2007 si può leggere:

Chapter 4 takes a longer-term perspective and looks at what has happened to inequality around the world, particularly during the recent surge in various forms of globalization.
While we have written extensively, including in the April 2007 World Economic Outlook, about the benefits of globalization, the findings in this chapter should be seen as more cautionary.
In almost all countries, inequality has increased in recent years. The authors find that increased trade is not the culprit. Rather, it seems likely that the spread of new technology around the world, both in general and through foreign direct investment, has disproportionately benefited people who are better educated.
The implication, of course, is not to try to prevent the adoption of new technology—such an approach would be sure to derail growth.
Rather the policy objective should be to provide the education and other social services (such as affordable health care, a reasonable-cost pension system, and so on) to ensure that as many people as possible can find and keep highproductivity jobs. It would be unwise to ignore the issue of growing inequality; globalization is a key source of rising world prosperity, but more effective policy actions are needed to make sure that these benefits are well shared. (Pag xii e pag xiii)

 

Contrary to popular belief, increased trade globalization is actually associated with a decline in inequality. (Pag xvii)

Considerazioni che mi sembrano un po' distanti da quelle della lettera degli economisti (non vengono invocate certo misure protezionistiche, tutt'altro).

Inoltre a pag. 142 e 143 (nella figure 4.5 e 4.6) e pag 140 (fig. 4.3) ci sono un paio di grafici interessanti (scusate se non li metto direttamente) che mostrano come "la redistribuzione del reddito a favore dei redditi più elevati" non sia poi così palese come sembra affermare la Stirati.


Nel rapporto dell'OECD invece si legge:

It shows that there has been an increase in income inequality that has gone on since at least the mid-1980s and probably since the mid-1970s. The widening has affected most (but not all) countries, with big increases recently in Canada and Germany, for exemple, but decreases in Mexico, Greece and the United Kingdom (pag.15) 

But the increase in inequality – though widespread and significant – has not been as spectacular as most people probably think it has been. In fact, over the 20 years, the average increase has been around 2 Gini points (the Gini is the best measure of income inequality). This is the same as the current difference in inequality between Germany and Canada – a noticeable difference, but not one that would justify to talk about the breakdown of society.  (Pag.15)

Inoltre osservando la fig. 1.2 a pag. 27 del rapporto OECD, non mi sembra che ci sia una redistribuzione così elevata da giustificare quanto sostenuto dalla Stirati.

Magari mi sbaglio io (probabile) però se queste sono le premesse delle loro repliche....

 Sylos Labini Stefano, figlio di Paolo, si è lamentato in una mail che alle fabbriche di Niki invece di essere  invitati i firmatari della lettera "sono stati invitati un paio di economisti del gruppo di noisefromamerika che oltre a trovarsi su posizioni della destra reazionaria, utilizzano un linguaggio che definire triviale è un eufemismo". Che dire uno che scrive senza aver letto i contenuti di questo blog.

 

Funny, no? Sono così mal ridotti che vanno dal politico di "riferimento" a protestare perché non sono stati invitati.

Dateci qualche giorno, arriveranno fuochi d'artificio. Mi hanno, francamente, stracassato i cabasizzi, per dirla con Camilleri che è dei loro ... raramente ho visto cose più penose ed in mala fede (non per parte di tutti, sia chiaro, per parte dei "liders" di questo strano gruppo nel quale vi sono molti in buona fede e che, ne son certo, si son ben pentiti d'aver firmato quella valanga di boiate.)

Ripeto, b o i a t e!

A presto, che tanto c'è tempo!

Non solo, ma lo fa Stefano Sylos Labini che e' un geologo, ma avra' assorbito l'economia dal papa'.... Cazzo, ci lamentiamo che in Italia i figli degli avvocati fanno gli avvocati, ma almeno quelli devono passare gli esami di legge. Questi fanno gli economisti per osmosi. 

Ecco cosa scriveva il padre sui  keynesiani incontrati negli Usa verso la fine degli anni '40 del secolo scorso

Stupendo, Marco. 

This famous «short run» is always brought forward by the followers of Keynes. «In the long run we are all dead». But before dying we shall be living a rather wretched life if we go on committing a series of a short run» follies.

Se i nostri 100 leggessero anche solo questa frase, sarebbe molto. 

 

Molto interessante la lettera, grazie! Quindi già nel 1949 (questa la data in calce al file linkato) era evidente a chi voleva vedere, che:

"So many people, above all with us, in Italy, declare themselves to be Keynesians, not
because they really approve (or know) the questions of «propensities», «preferences», and the like,
but because they sec in Keynes’s ideas the justification of an «investment policy».
[...]
Whether we like it or not, a process of economic unification is taking place in our day. It is a
process that seems to be leading towards an economically unified society, towards a «socialistic»
economy. This (rightly Schumpeter says) is becoming a wide-spread conviction, although not
openly expressed, even among conservatives. Keynesianism is perhaps the form in which this
tendency finds expression in a large section of the academic world."

Cambiato tantissimo in 60 anni! :)

Mi fa pensare a quanto riferito da Roberto Perotti sul Sole di domenica: nel corso della presentazione di un'analisi empirica sugli effetti macroeconomici della spesa pubblica, un professore (non identificato) obiettò che i risultati della ricerca erano "di destra".

Di fronte a tali affermazioni mi pongo un'alternativa:

a - gli economisti "di sinistra" non fanno ricerche empiriche perché già possiedono la verità;

b - la realtà, per chi aspira a "cambiare il mondo" (qualunque cosa significhi) è un grosso ostacolo e perciò non può che essere reazionaria,

In entrambi i casi, non si tratta di scienza ma di qualcos'altro, che preferisco non definire.

 

Perotti sulla lettera agli economisti qui  e risposta di Antonella Stirati qua.

A me sinceramente fa un po' impressione che un professore ordinario in Italia possa diventare tale con ben 4 pubblicazioni che in media sono citate 2 volte (significa che neanche i suoi "amici" la considerano degna di nota). E questi sono quelli che vogliono dare forma al dibattito di politica economica in Italia? Ho l'idea che questa gente si faccia pagare uno stipendio dallo stato per quello che puo' essere considerato piu' un hobby che una professione (fara' pure tanto insegnamento non lo metto in dubbio, ma in 20 anni di carriera avere 4 pubblicazioni marginali e prendere uno stipendio da ordinario me pare un po' troppo! questa e' beneficenza!)

Probabilmente ha scritto anche altre pubblicazioni in italiano, che non ha elencato su Repec. In ogni caso, moltissimi ordinari anziani hanno anche meno, in termini di pubblicazioni su riviste "internazionali" (non italiane)

Hai ragione, ma a me viene il sospetto che considerino scrivere in inglese come un piegarsi alla cultura dominante :)

Sarebbe interessante dal punto di vista sogiologico capire perche' l'economista tipo della lettera si ritrova con almeno un 70% di pubblicazioni in italiano. Non credo che sia un problema di conoscenza di inglese (altrimenti sarebbe il 100%), il sospetto maligno e' che anche le riviste top eterodosse considerano di bassa qualita' la maggior parte degli scritti dei nostri economisti eterodossi.

Ma magari invece c'e' un motivo piu' recondito.

Guardando  google scholar, invece, si ritrova attribuite un totale di 108 citazioni per i suoi primi 10 scritti 

Cito: <>
Essendo un cretino non capisco. A mio parere un conto e' l'acquisto a credito un altro l'acquisto a debito. Nel primo caso ricevo merce ma non pago (beneficio di un credito del fornitore) nel secondo pago ma per farlo mi indebito. La differenza sta nel fatto che se il sistema non e' limitato a due agenti (e.g. Germania e Europa ex Germania) mi posso indebitare con un soggetto diverso dal fornitore.

Aggrega i vincoli di bilancio dei tre agenti che hai appena descritto e capisci il punto.

Puoi aggiungere quanti agenti vuoi: i surplus della bilancia commerciale non possono non essere prestiti/investimenti a/nel resto del mondo.

Michele Boldrin ha assolutamente ragione dal punto di vista della ragioneria. Il punto forse è differente. Chi s'indebita (vedi Islanda con 25% di deficit delle partite correnti rispetto al Pil) prima o poi salta. Il punto su cui si basa la lettera degli "econominsti" credo stia nell'onere dell'aggiustamento dei deficit delle partite correnti (che oggi ricade soltanto sui paesi in deficit) e sulle conseguenze sulla piena occupazione in un mondo in cui la produttività del lavoro aumenta comunque (per via dei nuovi macchinari, sempre più efficienti dei vecchi, come sostiene anche Deaglio nell'ultimo editoriale su La Stampa) e nel quale i prezzi, come sostengono loro (chi richiamando Kalechi, chi Sraffa, chi Sylos Labini), non sono del tutto flessibili al ribasso. Contestano inoltre la legge di Say.

Sostanzialmente, siccome i paesi in deficit devono diminuire la propria domanda interna, ci sarebbe una corsa al ribasso che porterebbe a tassi d'interesse troppo alti o a bilanci "troppo in pareggio" (o ad aumenti salariali troppo bassi) per una politica di piena occupazione, tenendo conto dell'aumento della produttività del lavoro (per ora lavorata), e quindi della capacità produttiva inutilizzata (cresce la produttività, stagna la domanda). 

Di solito auspicano a sistemi come la "scarce currency clause" di keynesiana memoria o ad una Tobin Tax con aliquota elevata, o semplicemente ad accordi tra gli stati per politiche espansive coordinate.

Sostanzialmente il sistema monetario a cambi flessibili combinato con la piena mobilità dei capitali porterebbe gli stati a ridurre la domanda di consumi e di investimenti per ripianare i propri deficit di partite correnti.

Poi, si può esser d'accordo o meno. I punti critici, credo, siano prezzi flessibili/prezzi non pienamente flessibili(dovuti alla struttura di mercato), legge di Say (nel circuito risparmi/investimenti), disoccupazione tecnolgica e suo riassorbimento (in un sistema di prezzi non flessibili e di tagli di domanda).

Poi, si può esser d'accordo o meno. I punti critici, credo, siano prezzi flessibili/prezzi non pienamente flessibili(dovuti alla struttura di mercato), legge di Say (nel circuito risparmi/investimenti), disoccupazione tecnolgica e suo riassorbimento (in un sistema di prezzi non flessibili e di tagli di domanda).

Guarda, io ci provo una volta ancora, poi (da buon ragioniere) lascio stare.

Bene, tu dici che i "punti critici" sarebbero i tre di cui sopra. Ora, ti chiedo: puoi spiegare COSA intendi esattamente, sia teoricamente che empiricamente? In particolare, posso avere una definizione teorica dei tre punti critici in questione (breve breve e pane al pane, magari con un esempietto per ognuna) e poi dei DATI che mi indichino quale fenomeno empirico i prezzi non pienamente flessibili e (il fallimento del) la legge di Say spiegano e quando sono successi? Un riferimento alla crisi che stiamo vivendo sarebbe pure utile. Idem per la "disoccupazione tecnologica eccetera."

Così, almeno, ci capiamo e capiamo di cosa stiamo discutendo. Perché io, giuro, non ho capito.

Vi è l'ipotesi di riassorbimento della disoccupazione tecnologica, attraverso un abbassamento dei costi del settore innovativo, un aumento dei profitti del settore e l'investimento addizionale negli altri settori. Però questo investimento dovrebbe avvenire nei vari settori nelle proporzioni dei vari elementi di costo secondo i nuovi coefficienti tecnici. Secondo Labini questo non avviene perchè le imprese non conoscono bene le condizioni dei settori in cui non operano direttamente. Potrebbero farlo attraverso il sistema bancario ma la propoensione delle imprese ad autofinanziarsi è maggiore di quella a contrarre prestiti, inoltre la distribuzione dei prestiti non è uniforme, solo le imprese maggiori possono accedere facilemtne a quelli a lungo termine per finanziare l'acquisto di macchine e beni strumentali.

E' scartata anche l'ipotesi che questo profitto addizionale sia tutto consumato.

Resta la terza. Se si tratta del settore che produce beni strumentali, con l'abbassamento dei costi (grazie all'introduzione dei macchinari sostitutivi di lavoro), se c'è concorrenza in questo settore, i prezzi di tali beni diminuiranno e diminuendo, porteranno una diminuzione di costi nei settori che utilizzano tali beni strumentali, aumento dei profitti e degli investimenti e dell'occupazione (che viene riassorbita). Quest'ultimo è il processo di riassorbimento descritto da Ricardo e dai classici.

Però se si introduce l'oligopolio concentrato (con salti di tecnologia tra impresa ed impresa), se le innovazioni arrivano soltanto alle imprese price makers, il processo si blocca, e ritorniamo nelle ipotesi 1 e 2 (profitti investiti in altri settori o consumati).

In questo caso il mercato non sarebbe in grado di riassorbire la disoccupazione tecnologica, se non con un aumento di domanda. "I frutti del progresso tecnologico vengono goduti da coloro che ottengono redditi nei rami in cui esso avviene."

 

In questo articolo su Repubblica del Novembre del 1982 (http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/212/1/Repubblica%20del%2014-11-19...) intitolato "Per una nuova Bretton Woods" dice che bisogna sì prima risolvere il problema della finanza pubblica (pensioni, sanità ed altre spese). Però poi continua dicendo che "Solo dopo aver avviato a soluzione la crisi fiscale avremo le carte in regola per unirci a coloro che chiedono un coordinamento delle politiche economiche di espansione e per attuare noi stessi una politica di questo genere."

"In effetti, dopo l'esperienza francese si è diffusa la convinzione che una politica di espansione, se è portata avanti da un solo paese, viene strangolata dal nodo scorsoio dei conti con l'estero, giacchè le importazioni aumentano senza un corrispondente aumento delle esportazioni".

Inoltre propone anche una diminuzione dell'orario di lavoro coordinata, secondo l'aumento di produttività ed un servizio civile per i giovani disoccupati, che crescono (nel 1982 ed oggi) in numero, di cura delle persone e dell'ambiente (alla Lunghini).

Non si fidava del riassorbimento della disoccupazione tecnologica da parte del mercato, in un'economia aperta con cambi flessibili e libera circolazione dei capitali (che impone politiche restrittive a tutti).

Questo intendo con disoccupazione tecnologia, prezzi non flessibili, ostacoli alla legge di Say (nell'investimento in altri settori proporzionalmente ainuovi coefficienti tecnici) e necessità di una "scarce currency clause" o di politiche espansive coordinate.

Premetto che non sono nè un economista, nè mi occupo di econometria. Sono un laureando in giurisprudenza. Quindi mi fido dei dati raccolti da chi scrive libri o papers. Non ho gli strumenti per dire se i prezzi sono flessibili, se la propensione ad autofinanziarsi è maggiore di quella a contrarre prestiti, se la disoccupazione tecnologica è riassorbita o meno.

Scusami ma non ho capito benissimo quello che hai scritto. Magari e' probabile che io stia semplificando troppo, ma tu stai dicendo che gli aggiustamenti dei deficit devono essere fatti in modo coordinato tra paesi in attivo e quelli in passivo perche' se no si crea dispoccupazione involontaria che non verra' piu' riassorbita?

Se e' cosi, allora i miei dubbi sono: se cio' che esporta l'Islanda non piace a nessuno che si fa? dobbiamo mettere in piedi un programma europeo di sussidi a chi va a farsi le terme in islanda (tassando i paesi in attivo)? ma questo non potrebbe creare degli incentivi ai paesi in attivo a diventare paesi in passivo per ottenere il sostegno alle proprie esportazioni? Il problema e' solo spostato di livello.

Forse e' invece il caso che queste economie si riducano (o si riaggiustino), e se questo provoca disoccupazione perche' ci sono tutte le rigidita' che vuoi, beh si prende e si emigra (come si e' sempre fatto, come hanno fatto anche B&B visto che nell'accademia italiana non c'era posto e hanno dovuto ripiegare su quella americana :) ) verso le aree a piu' alto potenziale di crescita (anche in germania, cosi' quando si torna in islanda per le vacanze si aiuta a riequilibrare la bilancia commerciale)

 

Si, è un discorso sulla piena occupazione (intesa come basso valore di disoccupazione involontaria) e sul fatto che alcune rigidità possono ostacolarla.

Non per forza bisogna sussidiare. Il paese in surplus (corrente) potrebbe decidere se farsi tassare una parte di quel surplus oppure se concedere un "aumento extra" nel contratto collettivo (mediando tra industriali e lavoratori), così il paese in surplus aumenterebbe le importazioni.

Non possono tutti i paesi essere in deficit (corrente). Quelli in surplus potrebbero aumentare gli stipendi (vista la competitività dei propri prodotti) e quelli in deficit contenerli (e puntare su un aumento delle esportazioni verso i paesi che aumentano gli stipendi).

Certo, sipuò sempre emigrare. E' quello che s'è sempre fatto.

Non per forza bisogna sussidiare. Il paese in surplus (corrente) potrebbe decidere se farsi tassare una parte di quel surplus oppure se concedere un "aumento extra" nel contratto collettivo (mediando tra industriali e lavoratori), così il paese in surplus aumenterebbe le importazioni.

Ma chi ci garantisce che la domanda aggiuntiva vada in importazioni dai paesi in deficit?

Ma chi ci garantisce che la domanda aggiuntiva vada in importazioni dai paesi in deficit?

Stessa obiezione quando si dice "congeliamo gli aumenti salariali rispetto all'inflazione così con un minor costo del lavoro i prezzi dei nostri prodotti saranno più bassi e questi più competitivi". E chi lo dice che gli altri compreranno proprio prodotti italiani? Un aumento salariale dovrebbe portare (nel medio periodo) ad un aumento dei prezzi dei prodotti interni.

Scusami se rispondo in ritardo ma ho letto solo ora. Da qui "perché qualunque cretino che è in grado di fare due più due capisce che, se è la domanda del resto d’Europa che assorbe la sovrapproduzione tedesca e se il resto d’Europa acquista più di quanto produce, allora questo eccesso di acquisti deve avvenire a credito" io capisco che vi sono due soggetti: Europa ex Germania e Germania. Il punto di quanto affermi mi sembra il seguente: la Germania vanta un credito verso gli altri paesi europei pari al valore delle sue esportazioni verso i paesi suddetti. La mia osservazione si limitava al fatto che alcuni paesi europei possono comprare dalla Germania con i soldi avuti in prestito da un paese extra europeo. Se aggregassi i surplus e' ovvio che mi troverei con una identita' ma il finanziamento del sovraconsumo di Europa ex Germania non e' detto che venga tutto dalla Germania (anzi nell'esempio che segue il finanziamento puo', in gran parte, venire dal mondo ex-Europa).

Faccio un esempio semplice e mi dici se e dove sbaglio

Y = C + EX - IM (tutto il resto e' zero)

Bilancia Pagamenti = BP = Conto Corrente (CC) - Conto Capitale (CP)

Germania 20 = 15 + 8 - 6

Germania BP = 2 (= CC) - 2 (= CP)

Europa ex-Germania 10 = 18 - 8 (= viene tutto dalla Germania)

Europa ex-Germania BP = -8 (= CC) + 8 (= CP)

Resto del mondo 13 = 10 + 6 (= va tutto in Germania)

Resto del mondo BP = 6 (= CC) - 6 (= CP)

Quindi, a patto di non avere commesso errori, quando dici "dall’altro si risolve in una Germania che vende a credito al resto d’Europa i propri beni, in cambio di scariche elettriche." in questo esempio si potrebbe "risolvere" in una Germania che vende in Europa grazie ai risparmi cinesi...

in questo esempio si potrebbe "risolvere" in una Germania che vende in Europa grazie ai risparmi cinesi...

E tu pensa che pacchia:i tedeschi si fanno il culo per produrre BMW, cinesi per fare tutto il resto.Poi danno i proventi a noi che compriamo BMW senza fare una minchia coi soldi dei cinesi.E magari la roba cinese coi soldi dei tedeschi.

Più seriamente, gli schemini con tedeschi, cinesi ecc sono semplificativi: il punto è che ciascuna nazione deve essere (sul lungo periodo) in equilibrio col resto del mondo.

Marcello, mi devi una bottiglia di quel sassicaia che piace a me. Motivo: mi hai "tricked" a commentare un commento che avrei altrimenti ignorato.

Siccome ho visto una raffica di tuoi commenti, dai quali sempre imparo qualcosa, son venuto qui. Ed ho letto il tuo. Poi ho guardato su ed ho provato a leggere il commento a cui rispondi. Ed ho visto che i primi numeri che mette sono

Germania 20 = 15 + 8 - 6

e poi più sotto

Resto del mondo 13 = 10 + 6

e poi aggiunge, cautelandosi,

Quindi, a patto di non avere commesso errori, [...]

Holy cannoli, mi son detto, questo dice che fa il Risk Manager!

No kidding che trova sottoconsumo: se il PIL è sempre minore della somma degli impieghi ... ah, no aspetta, quello è SOVRAconsumo! Fa lo stesso, basta cambiare il segno: è come la comparative statics di Stiglitz, correct up to sign, sentenziava il maestro!

E poi tutti noi a scrivere papers complicati per capire come diavolo banche e fondi son riusciti ad investire così a culo così tanti soldi. Non è forse ovvio? Questi non sanno sommare i numeri naturali!

P.S. Per i lettori non familiari con la contabilità nazionale: il genietto di turno non solo non sa sommare i suoi stessi numeri naturali, ma non ha chiuso il suo esempio (per forza: era impossibile, direte voi e non posso darvi torto!). Se lo faceva (castronate algebriche a parte, those are fixable) mantenendo fissi i dati d'import ed export (i PIL vanno corretti cosicché le uguaglianze abbiano senso) avrebbe scoperto che:

1) la Germania si indebita per 6 con il resto del mondo, e

2) l'Europa si indebita per 8 con la Germania.

3) La Germania, che ha ricevuto credito dal resto del mondo, NON è obbligata a prestare a sua volta all'Europa. Sono due contratti di credito distinti, ed indipendenti!

La Germania ha una posizione NETTA (di flusso, ma gli stati patrimoniali non ce li ha dati) di 2 (ma decide comunque di prestare 8, tutti OTTO, all'Europa), il resto del mondo ha una netta (idem) di 6 e l'Europa una netta di -8 (ri-idem).

Fine e QED: presti a qualcuno se esporti verso di lui senza importare da lui. Alla fine tutto si chiude a livello aggregato perché ... perché c'è la legge di Walras, che in questo caso sono solo le identità della contabilità nazionale!

Ma dove li trovano? Se è dipendente mio finisce in portineria; più che altro per proteggere i clienti dell'azienda ...

Eppoi chiedetevi perché ho deciso d'ignorare i commenti di sconosciuti, d'ora in avanti! Ecco, Marcé, per colpa tua non ho mantenuto la parola! :-)

Oddio!

Tu pensa che a guardare i conti non ci avevo nemmeno pensato: mi pareva tanto ovvio che alla fine la sommatoria di una serie di transazioni bilaterali è comunque zero...

Avevo risposto solo perchè, al solito, ho una tolleranza maggiore alle cazzate.

Essendo un paleomarxista, mi sono permesso alcune osservazioni sul mio blog, che per un commento sarebbero state troppo lunghe

http://pensatoio.ilcannocchiale.it/2010/07/28/la_lettera_degli_econoimisti_n.html

Non capisco proprio perchè l'Italia e l'Europa tutta non ascoltino le sagge parole di Piergiorgio Gawronski e di Giorgio La Malfa?!

Se Keynes fosse vivo, suggerirebbe una manovra opposta: più austerità prima della crisi, meno austerità oggi, ad eccezione che nei paesi ad alto debito.

E' ancora meglio dell'originale! Questo sarebbe un pezzo da "tradurre"... volontari?

 

Incredibile!

phileas 6/7/2011 - 16:41

Mamma mia! Ma c'è ancora gente che scrive queste panzane? Non solo tassa e spendi ma tassa, spendi e inflaziona. Ora capisco come abbia fatto il padre a fare dell'Italia quello che è :-)

Secondo questa gente mantenere i tassi di interesse reali negativi per non si sa quanto tempo non ha conseguenze? Uscire in seguito dall'inflazione che promettono come panacea è cosa da nulla? La moneta che chiedono di stampare senza limite non ha effetti distorsivi? La distruzione del risparmio e il suo trasferimento a mezzo inflazione non ha conseguenze? Il fiscal drag che promettono per rimpinguare le casse dello stato (come se non avesse abbstanza soldi) con la piu' antica delle truffe non ha qualche effetto collaterale?

 

...Riechlin e Brancaccio che sembrano dire cose simili... ma che sta succedendo? gli opposti si attraggono? Che cos'è, una prova di consociativismo neoclassico-marxista? mah... sarà che ho proprio perso le coordinate.

 

L'articolo di Riechlin sta qua:

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-07-06/debito-sovrano...

 

L'articolo di Brancaccio sta qua:

http://www.emilianobrancaccio.it/wp-content/uploads/2011/07/brancaccio-s...

 

 

'spetta, 'spetta. Dicono la stessa cosa nel senso che parlano dello stesso problema, il disavanzo nei conto con l'estero delle economie europee periferiche. Per la cura, Pietro dice questo:

Le caratteristiche del mercato interno di ogni Paese dell'Eurozona deve adattarsi alle condizioni economiche sovranazionali. Ciò significa una maggiore liberalizzazione nella circolazione di lavoro e capitale, politiche che favoriscano l'afflusso di investimenti diretti verso i Paesi periferici, liberalizzazioni per ridurre il peso dei settori protetti, una riqualificazione della spesa pubblica che favorisca la crescita del capitale umano e dell'innovazione, un sistema più efficiente di relazioni industriali e un alleggerimento della tassazione su lavoro e imprese.

Brancaccio non mi pare parli di come affrontare il problema nel suo articolo. Altrove ha parlato di ''standard salariale europeo''. Certo non mi pare che la ''maggiore liberalizzazione nella circolazione di lavoro e capitale'' o un ''alleggerimento della tassazione su lavoro e imprese'' siano tra le sue priorità.

ma come si spiega questo fatto che due economisti di scuole così lontane dicono che il vero ''rischio'' viene dal deficit estero? è vero allora che gli spreads rispondono più al deficit estero che al deficit pubblico? cioè... io ho capito gli argomenti di Gros sulla tassazione dei non residenti e di Brancaccio sul rischio di crisi competitiva e abbandono della moneta unica. Ma possibile che il deficit estero sia così importante?

 

Pellizzetti, poverino, non merita commenti; è la caritura dei già caricaturali intellettuali italiani, scuola Micromega/Espresso.

Lo sconvolgente sono alcuni commenti! Gente che chiaramente non sa chi sia Boldrin, non ne ha mai letto un rigo (e non intendo le pubblicazioni, ma dico proprio gli articoli su "Il Fatto"), però si sente in dovere di commentare attaccando dei suoi nemici immaginari ("questi economisti delle tre i"!?!). Stupendo!

 

Una perla dai commenti all'articolo:

 

La concorrenza NON FUNZIONA.
Esiste la asimmetria informativa ed essa rende impossibile la concorrenza come teorizzata dai fessi del tuo stampo.
George Akerloff, nobel per gli studi in economia sulla asimmetria informativa che deriva dalla (fisica) Teoria dell’Informazione di Greg Chaitin e risulta impossibile da eliminare, essa a sua volta rende impossibile la concorrenza, ci sono sempre attori avvantaggiati (per caso, non per merito dato che il merito non esiste) che finiranno per stendere un monopolio o in subordine una corporazione, esattamente come vediamo.
STOLTI e studia un po invece di credere alle balle spaziali.
La asimmetria tra noi 2 è enorme, sì, rispetto a te ho soluzioni, per forza, sono asimmetrico a te e non di poco.

 

 

 

A questo punto mi permetto di segnalare anche questo:

Poichè non esiste evidenza della presenza di denaro e di scambio di denaro in natura, a meno di non osservare gli esseri umani (?) all’opera (oppure i Bonobi) si dovrebbe concludere che il denaro e il suo scambio non è un fatto di natura.

Pertanto io ritengo ogni qualsivoglia economista o simile come un fanatico che pensa di poter stringere in mano una banconota proprio come i fanatici religiosi pensano di poter stringere le mani delle divinità.

Però si potrebbe ammettere una eccezione qualora il sistema del mercimonio portasse qualcosa di buono.

Nell’attesa di tale dimostrazione, ci scanniamo da migliaia di anni con buona pace dei premi nobel dell’economia, una scienza in cui l’unico fenomeno riproducibile è la sola (inteso come fregatura) finanziaria.

L’unico denaro naturale è l’energia e le sue trasformazioni. Noi abbiamo perso di vista come distinguere tra trasformazioni rinnovabili e trasfromazioni non rinnovabili attraverso anche l’invenzione del denaro. Infatti avere 100 euro non
significa affatto, per esempio, garantirsi un pasto.

Pertanto i vari Boldrin o Tremortoli o chicchesia non sono la soluzione ma il problema perchè insistono con teorie che ruotano attorno a realtà del tutto virtuali o posticce come il denaro e i suoi passaggi di mano che esiste solo come invenzione umana.

Quale importanza hanno infatti i discorsi economici per popolazioni che ancora hanno stili di vita simil agro-pastorali o più ‘elementari’? NESSUNA. Un Boldrin, un tremortoli non avrebbero posto presso popolazioni siffatte.

Se non ci fossimo ‘noi’ a minacciare il loro ambiente starebbero sani e tranquilli per altri migliaia di anni, a meno della nascita di qualche ladrone e alla conversione al ladrocinio.

L’economia sta ormai rivelando la sua assurdità intrinseca.

si firma lulu, secondo una mia teoria*** è molto carina.

***Spiego: solitamente, per ruffianeria, non si dice mai ad una ragazza molto carina (o ad un ragazzo molto grosso, ma per prudenza) che sta dicendo solenni minchiate, quindi questi crescendo si convincono che le loro teorie strampalate abbiano un senso :-)

 

Questa Lulù sembra essere una fonte inesauribile.

Che dire se non ''poverino''? Io però sarei un po' più ottimista sui commenti. Non sono tutti a senso unico e una buona parte difende Michele. Poi sì, ci sono quelli tra l'umoristico e il delirante. Oltre a quello sopra, ne segnalo uno divertente di una certa Lulù.

Il buon senso ci avverte che per avere un valido sistema formativo è il patto sociale quello che conta e non i mezzi, in modo tale le peculiarità di ciascuno siano spontaneamente assecondate. Il mercato richiede sempre imprenditori che al 50% mirano solo a interessi particolari dunque ad ogni generazione il sistema rischia di crollare in ambiti di disordine che a loro volta contengono ambiti di disordine e così via. C’è però un limite alla frammentazione visto che ciascun ambito consuma parte delle risorse energetiche disponibili procapite. Il passo successivo è il cannibalismo.

Impareggiabile. Forse bisognerebbe raccogliere in un libro certe cose, tipo ''Io speriamo che me la cavo''.

Che dire se non ''poverino''? Io però sarei un po' più ottimista sui commenti

e' vero! Però quelli chiamiamoli "anti" sono veramente spassosi o, secondo i punti di vista, preoccupanti perchè non sono anti Boldrin ma anti economia, anti scienza insomma "oscurantisti".

Sì.

Io lo intitolerei con una frase con cui esordiscono spesso: "non ne capisco di economia ma...."

e seguono le più grandi boiate.....

 

come se io andassi in sala operatoria e dicessi: "non sono un medico ma secondo me bisogna tagliare in questo modo"

come se io andassi in sala operatoria e dicessi: "non sono un medico ma secondo me bisogna tagliare in questo modo"

non esageriamo, però. io posso benissimo, anzi devo, andare in sala operatoria e dire: "non sono un medico ma il paziente è morto".

 

Professore, vedo che Lulu si legge meglio di Fortis ;)

Oggi Pellizzetti risponde nei commenti che l'economia è un genere letterario.

Sulla stessa lunghezza d'onda questo post.

Lo strano caso di un fisico che promuove un "Manifesto per la libertà del pensiero economico".

Come in tanti hanno rilevato, oggi entrano in crisi le teorie economiche dominanti e il fondamentalismo liberista che da esse traeva legittimazione e vigore. Queste teorie non avevano colto la fragilità del regime di accumulazione neoliberista.

 

Sulla stessa lunghezza d'onda questo post.

Anche qui alcuni commenti sono stupendi!

Io adoro gli orfani del comunismo quelli che: "Il capitalismo ha fallito" bisogna "decrescere", basta globalizzazione. Scritto probabilmente in orario d'ufficio (con aria condizionata), dalla tastiera del loro computer (made in taiwan) con una tazza di caffe (tipico prodotto locale). Se potessero veramente (ma solo loro) "decrescere felicemente" per qualche mese, sarei curioso di sentire le loro impressioni!

 

Non sono un’esperto del marxismo, non ho mai letto il Capitale. Ma sicuramente sarebbe meglio del sistema attuale. Quindi ci sto. Dove si vota?

Diventare poveri da vecchi dev’essere dura assai. Lo dico perché ho visto da poco quel capolavoro del nostro cinema italiano che è Umberto D., di Vittorio De Sica.

La piena occupazione non è un obiettivo contemplato dall’economia liberista, vale esattamente l’inverso, ovvero la crescita di un esercitoo di riserva, tendenzialmente senza diritti, precario e glebizzato.

... mi sembra che l’economia liberista sia gia’ stata dimostrata matematicamente fallimentare, da parecchio tempo, da amartya sen:

Replica  LEFT

retrodatiamo il tutto anche di qualche secolo…

Replica  @nvedi

Si ma lui dice, come faccio io, che è scientificamente dimostrato, fornendo anche la fonte e lo studio in tal senso che infatti è giusto.

Ovvero che non c’è più nessuna scusa al liberismo e meno che mai a chi lo propugna o difende, qui o scatta la collaborazione o scatta lo scontro con conflitto durissimo, delle due l’una.

Replica  LEFT teorema dell’impossibilità di Arrow.

 

da dire che c'è chi se la prende con la fisica también. ovviamente la simpaticissima e impareggiabile Lulù:

Poi, amanti come siete dei dati OGGETTIVI, della falsificabilità, dei valori medi, rispondete a questa domanda: forse che forse ciò che di FATTO si chiama fisica, e che osserviamo all’opera, non è altro che un’altra congrega di venditori di fumo? 

Io adoro gli orfani del comunismo quelli che: "Il capitalismo ha fallito" bisogna "decrescere", basta globalizzazione.

Notevoli anche quelli che: «Quello dell'URSS non era il vero socialismo/comunismo».

Sono come i sostenitori del metodo Di Bella: «Ok, non ha funzionato ma solo perchè è stato applicato male».

si,

io li definisco "comunisti 2.0", cioè degli ibridi tra fascismo e comunismo in salsa figli dei fiori, con sentori  radical chic

 

1) ci deve essere uguaglianza di reddito---->

 

bene, allora dai i tuoi soldi ai barboni

 

2) il comunismo non è una dittatura---->

 

e allora perchè Marx è contro la democrazia?

 

3) i padroni sfruttano i lavoratori--->

 

e allora perchè non vi mettete in proprio?

 

4) l'obiettivo dei padroni è pagare meno i lavoratori--->

 

vero, infatti i calciatori notoriamente non arrivano a fine mese

 

5) la maggiore spesa pubblica serve per aiutare i meno abbienti--->

6) la concorrenza non funziona perchè c'è asimmetria informativa--->

7)la globalizzazione è un male, ci vuole il protezionismo--->

 

e allora perchè in tutti i paesi comunisti le persone morivano di fame?

 

8) i soldi sono il male, dovremmo ritornare al baratto--->

 

bene, sarò lieto di fare la raccolta porta a porta delle banconote...tu dove abiti?

 

9) i politici fanno schifo, ma noi vogliamo che gestiscano tutto loro...--->

 

mi pare coerente....

 

10)il privato è sempre peggiore rispetto al pubblico perchè pensa al profitto---->

 

certo, la pubblica amministrazione è famosa per la sua efficienza

 

11) sono contrario alle liberalizzazioni poichè l'operatore pubblico sarà sempre preferibile a quello privato--->

 

beh, allora il pubblico avrà il 100% del mercato e i privati falliranno, quindi perchè essere contrari?

non è che avete paura del contrario?

 

12) i mezzi di produzione devono essere dei lavoratori---->

 

si ma gli utili vanno tutti allo Stato e i lavoratori non possono neanche decidere il loro salario

 

13) no! saranno i lavoratori a decidere il salario e tratterrano anche parte degli utili--->

 

ah, perciò ci sarà una diversità di reddito tra lavoratori di diverse imprese, quindi ci saranno ricchi e poveri come oggi....

 

 

il 16 maggio a Londra è stata lanciata una nuova associazione di economisti, che è già diventata una tra le più grandi del mondo e senz’altro la più inclusiva geograficamente,  che si propone di essere pluralista, inclusiva e democratica con lo scopo di diffondere il pensiero critico nella rete e introdurre un metodo aperto nella valutazione scientifica: la World Economics Association.

Non vi sembra una mostruosa scorrettezza verso il lettore impreparato?


Sì, e ne sono molto dispiaciuto perché il Fatto era partito bene ma alcuni collaboratori come sto syblis o il figlio di Fo scrivono di quelle cavolate incredibili...

che ne dite di questa nuova associazione di economisti?

ha dei membri interessanti... (no pun intended) come Deirdre N. McCloskey

She describes herself as a postmodern free-market quantitative rhetorical Episcopalian feminist Aristotelian woman who was once a man.

alla faccia di quando l'economia era la dismal science...

Però, a costo di prendermi qualche cazziatone, quanta parte hanno meccanismi retorici e "letterari" nel discorso economico sui media (a differenza della ricerca accademica)? Dico " letterari" nel senso di quei meccanismi di cooperazione del lettore che ha studiato Eco e che si basano su conoscenze (quanto fondate è tutto un discorso a parte) del lettore stesso.

 

Ci stanno pure Pasinetti, Lavoie e Rodrik.

qualche vecchio economista liberista-fu-marxista come noi

 

Dico questa mi era sfuggita !  Di che variante ?

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