L'Europa ha bisogno dell'unione fiscale. Davvero?

29 luglio 2011 alberto bisin

Alla radice della crisi del debito pubblico in Europa sta la mancata unione fiscale. Molti seri osservatori lo sostengono da tempo: l'unione monetaria non può funzionare in mancanza di una unione fiscale, cioé di uno stretto coordinamento delle politiche fiscali. Io ho dei dubbi, che argomenterò di seguito.

Quando è desiderabile per un gruppo di paesi costituirsi in unione monetaria e/o in unione fiscale? Quando è addirittura desiderabile una unione politica, magari federale?

Naturalmente queste sono questioni complesse con risposte complesse, cioé rappresentabili in una lunga lista di condizioni e distinguo. Tali condizioni nella letteratura teorica sono necessariamente incomplete nel senso che tendono a privilegiare variabili economiche meglio misurabili su quelle sociali e culturali che costituiscono le identita’ nazionali che, la storia ci insegna, sono determinanti nella formazione degli stati nazionali. Chi volesse approfondire l'argomento trovera’ in fondo al post  brevi suggerimenti bibliografici riguardanti le ottime aree valuarie, coordinamento delle politiche fiscale, e l'ottima dimensione dei paesi.

In questo post mi limito invece a discutere una questione più limitata ma direttamente importante per il futuro dell'Unione europea. Si dice da più parti (quasi tutte, come vedremo): data l’esistenza di una unione monetaria, una unione fiscale è necessaria - o quantomeno fondamentale al buon funzionamento della prima.

L’argomento che una unione fiscale sia condizione pressoché necessaria per il buon funzionamento di una unione monetaria, e’ il seguente. Consideriamo due (gruppi di) paesi all’interno di una unione monetaria (quindi con una singola valuta) che operino politiche fiscali divergenti. Tali politiche non sono sostenibili senza un eventuale deprezzamento della valuta di quei paesi che operino politiche relativamente piu’ espansive. Un deprezzamento infatti permette ai paesi in crisi di bilancio di ripagare il debito con una valuta svalutata, cioe’ di ripagarlo solo in parte. Ma poiché in una unione monetaria l’esistenza di una singola valuta impedisce ogni forma di svalutazione competitiva, bisogna che le politiche fiscali dei paesi nella stessa unione monetaria siano coordinate (e quindi convergenti). Questo argomento è chiaramente espresso, con riferimento alla presente crisi, da un articolo di Lucrezia Reichlin sul Corriere dell'altro giorno:

La Bce non può comprare debito greco, cosa peraltro impedita dal Trattato dell' Unione europea concepito così proprio per evitare che la Banca centrale fosse costretta a cedere alle pressioni di governi in difficoltà esponendo tutti i Paesi al rischio di inflazione. Il problema è che questo principio, in assenza di un meccanismo che permetta un trasferimento fiscale alla Grecia, ci espone a speculazioni dei mercati sulla possibilità del «default» dei vari governi. L' architettura della zona euro è quindi incompleta. Se vogliamo preservare la moneta unica e il suo governo dobbiamo mettere la questione dell' integrazione fiscale europea al centro del dibattito.

Questa posizione e questa sua spiegazione sono comuni nel dibattito economico in Europa. Non provo nemmeno una rassegna esaustiva. Ma ne parlano tutti, ma proprio tutti, in questi giorni: Mario DeaglioMarta Dassu', Adriana Cerretelli,...  Ma non è da oggi, naturalmente che se ne parla. A questo proposito mi limito a citare Mario Monti (recentemente la sua posizione appare più cauta, limitandosi a proporre una politica finanziaria comune, attraverso l'emissione di Eurobonds), Paul De GrauweWolfgang MunchauPeter Mandelson, il Commissario dell'Unione Europea sul commercio estero.

L'argomento è convincente ma se analizzato in dettaglio risulta in sé scorretto. Mi rendo conto che qui stiamo parlando di editoriali, non di scienza, ma da un punto di vista di logica stretta l'argomento è un non-sequitur.

Una unione fiscale non è affatto necessaria (né fondamentale), anche in presenza di una unione monetaria.

Innanzitutto, una svalutazione non è che un default parziale: implica ripagare il debito con una valuta svalutata. Infatti, in previsione di una svalutazione i tassi dei titoli pubblici aumentano. Se una unione monetaria impedisce la svalutazione di un paese dell'unione, non impedisce certo un default parziale. Infatti, questo è quello che sta succedendo alla Grecia. L'instabilità finanziaria di questi giorni ci dice quindi che sarebbe opportuno definire meccanismi per meglio controllare default parziali, ed evitare così lo spettacolo e l'incertezza associate a riunioni politiche di emergenza dei ministri del tesoro dei paesi dell'unione monetaria, invece che non di rilanciare e raddoppiarte con una unione fiscale.

Inoltre, è proprio la la mancanza di un chiaro ed esplicito meccanismo di controllo di default parziali di uno stato membro ad essere alla radice della divergenza delle politiche fiscali tra i paesi dell'Europa. Da una parte infatti, i mercati hanno assunto che l'Unione europea avrebbe garantito il debito dei paesi membri, finanziandoli a spread quasi nulli per anni, fino alle incertezze della politica recente (da parte tedesca soprattutto). Dall'altra parte, gli stati hanno sfruttato i bassi spread per finanziare nuovo debito o evitare di ridurre quello esistente (ovviamente alcuni stati, quelli con sistemi politici più inefficienti, più di altri). In queste condizioni i parametri di Maastricht, il cui obiettivo era di limitare ex-ante la divergenza delle politiche fiscali tra stati membri, non potevano che essere disattesi, perché nessun meccanismo di default era in piedi per rendere gli stati divergenti responsabili di fronte ai propri elettori delle proprie politiche.

Una unione fiscale non è nemmeno sufficiente  (né fondamentale), a garantire la convergenza delle politiche fiscali dei paesi membri.

Una unione fiscale prevede necessariamente meccanismi di sussidiarietà, che trasferiscano risorse dai paesi membri più ricchi a quelli più poveri. Questi meccanismi tendono a generare dipendenza (dei poveri dai ricchi) e inibiscono la convergenza nei tassi di crescita e anche nei tassi di spesa pubblica. Basti guardare all'Italia, che è una unione fiscale (e monetaria) ma le cui regioni, in mancanza di un meccanismo che le renda responsabili davanti agli elettori, hanno mantenuto per decenni e continuano a mantenere tassi di crescita e spesa pubblica divergenti.

Una unione fiscale limita invece l'efficienza della finanza pubblica.

Innanzitutto, una unione fiscale, trasferendo le decisioni di finanza pubblica al centro dell'unione, riduce la responsabilità rispetto agli elettori dei centri di spesa locale, rendendoli più inefficienti.  Inoltre, la competizione fiscale tra stati membri opera per l'efficienza come la competizione tra imprese: se anche la mobilità dei cittadini fosse limitata (ma non lo è per il capitale umano), le imprese scelgono liberamente paesi con sistemi fiscali favorevoli, imponendo agli altri una riduzione di tasse e di inefficienze di spesa che le tasse finanziano. In altre parole, è il federalismo fiscale, piuttosto che l'unione, a garantire maggiore efficienza.

In conclusione, lascio a Francesco Caselli il giudizio sulla classe politica europea che ad ogni disfatta rilancia e raddoppia

La lezione che ci si chiede oggi di apprendere è che non si può avere unione monetaria senza unificazione (coordinamento, se la parola unificazione vi allarma) delle finanze pubbliche. Non è difficile immaginare la lezione che ci verrà proposta domani: che non ha senso avere un ministro delle Finanze europeo senza un primo ministro europeo. E così via, inesorabilmente, verso la piena unificazione politica.

C'è da sperare che l'opinione pubblica europea abbia esaurito la sua pazienza verso questo modo di costruire l'Europa unita: fare un piccolo passo, che crea dei problemi che devono essere risolti da un ulteriore passo, e così via. Sarebbe l'ora di avere una discussione trasparente e onesto in cui l'esito finale di questo processo è chiaramente delineato.

Il Sole24Ore titola il suo articolo,  "Solo l'unione fiscale può salvare l'Europa"; forse si son scordati il punto di domanda.

''Bibliografia (in inglese):''

Francesco Paolo Mongelli, “New views” on optimal currecy area theory: What the EMU is telling us, ECB Working Paper, April 2002 - http://www.ecb.int/pub/pdf/scpwps/ecbwp138.pdf

V.V. Chari and Pat Kehoe, On the need for fiscal constraints in a monetary union, Mnpls Fed, 1998.

V.V. Chari and Pat Kehoe, International coordination of fiscal policy in a limiting economy, JPE 1990.

Alberto Alesina and Enrico Spolaore, The Size of Nations, MIT Press, 2003.

 

48 commenti (espandi tutti)

Mi hai  preceduto :-) Mi limiterò quindi a scrivere, prima o poi, un post dal titolo "L'Europa ha bisogno del federalismo fiscale. Davvero?" in cui sosterrò che anche il default non servirebbe nel lungo periodo.  I cittadini dei paesi periferici non sono disposti a ridurre il loro tenore di vita - tu che non vivi in Italia forse non ti rendi conto dell'assoluta e totale riluttanza a rinunciare ad ogni piccolo privilegio e della fortissima ostilità a qualsiasi riforma. Lo stato (o magari le banche) ricomincerebe ad indebitarsi il giorno dopo il default, solo che a tassi più alti. Quindi il debito sull'estero ricomincerebbe ad accumularsi, più rapidamente, fino al default successivo. E non credo neppure a clausole costituzionali. O sono folli (tipo il divieto assoluto di accendere nuovi debiti) o sono facilmente aggirabili (tipo l'art. 81 della costituzione)

 

Giovanni, ma dopo un default (e anche prima se la procedura di default e' chiara e definita) ci pensano i mercati a non prestare a chi non ripaga. E' il mercato bellezza. E funzionerebbe... Come diceva Nanni Moretti: "son pronto a scommeterci una palla. due no, ma una si" 

 

Se lo Stato non stringe cinghia, essendo il mercato non disposto a prestargli il dinero, il passo successivo al default quindi dovrebbe essere il mancato pagamento di pensioni, stipendi, fornitori ecc. con tutte le tensioni sociali che una cosa del genere porterebbe. Giusto? O c'è una terza via?

Se lo Stato non stringe cinghia, essendo il mercato non disposto a prestargli il dinero, il passo successivo al default quindi dovrebbe essere il mancato pagamento di pensioni, stipendi, fornitori ecc. con tutte le tensioni sociali che una cosa del genere porterebbe.

Ma e' proprio questo il bello: quando vedono i forconi, i politici capiscono che e' ora di far stringere la cinghia allo stato.

quando vedono i forconi, i politici capiscono che e' ora di far stringere la cinghia allo stato

Di solito è così, anche se bisogna vedere se hanno il sangue freddo per gestire la situazione (dopo aver brillato per anni esattamente per l'opposto cioé per l'incapacità di gestirla).

Di fronte all'impossibilità di pagare stipendi, pensioni e altre spesucce "particolari" i politici peronisti cercheranno di riappropriarsi della moneta, abbandonando l'euro. Difficile che gli altri paesi cerchino di fermarli (il default infatti è già avvenuto). Il destino a quel punto diventa l'inflazione. Il problema che dovranno affrontare di lì a poco sarà che non troveranno qualcuno disposto a fare credito al paese e nemmeno ad accettarne la moneta sui mercati internazionali: quindi dovranno pagare il proprio import con il baratto.

 

Di fronte all'impossibilità di pagare stipendi, pensioni e altre spesucce "particolari" i politici peronisti cercheranno di riappropriarsi della moneta, abbandonando l'euro. Difficile che gli altri paesi cerchino di fermarli (il default infatti è già avvenuto). Il destino a quel punto diventa l'inflazione. Il problema che dovranno affrontare di lì a poco sarà che non troveranno qualcuno disposto a fare credito al paese e nemmeno ad accettarne la moneta sui mercati internazionali: quindi dovranno pagare il proprio import con il baratto.

A ecco punto interessante quanto drammatico. E' una cosa quindi non proprio marziana, che potrebbe accadere anche da noi.

Non necessariamente o comunque non da subito: la Banca d'Italia attualmente ha 115 mld di euro di riserve (80 dei quali in oro) con i quali potrebbe gestire temporaneamente i pagamenti sull'estero e impedire una svalutazione dirompente della nuova divisa, cercando di puntellarne la perdita di valore.

Come prima: per gestire una transizione del genere serve una classe politica all'altezza, che sappia ponderare i pro e i contro delle proprie decisioni nell'interesse del paese.

Una grossa fonte di problemi e' stata l'insistenza dei governi che il debito sovrano e' da considerarsi "risk free" (il che ostacola l'azione del mercato attraverso l'aumento dei tassi per debitori inaffidabili). Questo e' anche stato codificato nel trattamento datogli da Basilea II (e anche III !) col permettere per i titoli di stato un moltiplicatore di rischio uguale a zero ai fini del calcolo del Tier 1 Capital Ratio delle banche. In altre parole, alle banche viene detto: "Mettete negli attivi di bilancio titoli di stato, e noi siamo soddisfatti che si tratta di attivi sicuri e che quindi voi siete ben capitalizzate". Poi succede che le banche di Cipro comprano debito greco ("e' sicuro! e rende pure bene!") per un ammontare uguale al 170% del PIL di Cipro (!), e le conseguenze sono prevedibili, anche se il loro tier one ratio aggregato del 12% sembrava rassicurante...

“Questo e' anche stato codificato nel trattamento datogli da Basilea II (e anche III !)”

In realtà ci sono differenze tra chi utilizza segnalazioni con metodi standardizzati e con modelli interni. I requisiti aggiuntivi relativi all’incremental risk charge, nel caso di utilizzo dei modelli interni, prevedono di tener conto del rischio sovrano, creando così un’asimmetria, anche all’interno del medesimo paese, tra chi utilizza metodi interni e chi ricorre a segnalazioni standard. Con i modelli interni in sostanza si sopporta un requisito aggiuntivo non previsto nel metodo standardizzato, e la normativa ha creato delle forme di “arbitraggio” regolamentare che sembrano del tutto improprie.

 Mi sembra poi che dal 2012 chi chiede autorizzazioni per utilizzo di modelli avanzati relativi al rischio specifico debba contestualmente chiedere autorizzazione per l’IRC. C’è da sperare che qualcosa venga a breve rivisto.

Attento ai tuoi gioielli. Ad un tasso "adeguato" i soldi si trovano. Una volta avevo letto di uno che provava a piazzare bond nordcoreani.....  

Attento al gioiello Alberto :-). Se il prezzo è "giusto", i soldi si sono sempre trovati e si troveranno. Una volta lessi di un broker che tentava di piazzare titoli nordcoreani.

Ma il prezzo (tasso di interesse) "giusto" e' < di infinito solo se c'e' una probabilita' positiva che non ci sia default. 

Soggetivamente valutata da ciascun investitore. C'è gente con foreste di pelo sullo stomaco, disposta a prestare soldi all' "Italia" post-default. La storia è piena di esempi di stati che hanno emesso titoli ed hanno trovato compratori dopo un fallimento. 

Come direbbe Catalano "i soldi a prestito si possono dare solo a chi li chiede (non ha chi non ne ha bisogno), che potrebbe anche non restituirli".

Chi ha fatto default prima o dopo torna sul mercato (la Germania ad esempio), ma di solito ci vuole un po' di tempo. L'Argentina dopo il default di quasi dieci anni fa non ha ancora emesso nuovi bond, anche perchè non ha ancora chiuso le proprie pendenze con i vecchi creditori, specialmente quelli italiani, che tengono duro e non vogliono venire a patti con l'insolvente, che nel frattempo non se la passa tanto male. 

Alberto, bellissimo post. Ci voleva, e anch'io ho avuto la stessa reazione leggendo il titolo sul Sole: si sono dimenticati l'interrogativo.

A Giovanni, sono convinto anch'io riguardo il lungo periodo. Basta guardare che dal "default parziale" (svalutazione) del 1992 dureremo fino al 2012. Aspetteremo la quarta repubblica nel 2032.

Piuttosto sarebbe interessante anche paragonare questa voglia di centralismo europeo (perche' alla fin fine emettere debito europeo e' una centralizzazione fiscale) con l'esperienza americana di 200 e passa anni fa. Se non ricordo male lo scontro politico tra Jefferson e Hamilton, durante le presidenze di Washington e Adams, era proprio questo. E sul debito pubblico mi pare la spunto' Hamilton.

due post, quello di bisin e quello di seminerio,molto interessanti.

grazie

Basti guardare all'Italia, che è una unione fiscale (e monetaria) ma le cui regioni, in mancanza di un meccanismo che le renda responsabili davanti agli elettori, hanno mantenuto per decenni e continuano a mantenere tassi di crescita e spesa pubblica divergenti.

Non sono i tassi di crescita ad essere diversi tra Sud e Nord Italia (eccetto, forse, per alcuni decenni dopo il 1861). Dalla seconda guerra mondiale ad oggi i tassi di crescita delle regioni del Nord e Sud Italia sono stati complessivamente simili, cio' che era diverso ed e' rimasto diverso e' il PIL pro-capite: le regioni del Nord hanno un PIL pro-capite quasi doppio rispetto a quelle del Sud.

Il PIL pro-capite degli Stati europei arretrati e sottosviluppati, invece, ha mostrato una decisa tendenza a crescere al livello medio europeo negli ultimi ~20 anni, probabilmente anche grazie all'istituzione di un mercato sostanzialmente libero nella comunita' europea.  L'eccezione e' il Sud Italia, traviato dalle demenziali politiche dello Stato italiano.

Personalmente prevedo che se l'Unione Europea adottera' bond europei, politiche fiscali comuni, e redistribuzione di risorse dal centro Italian-style, la convergenza del PIL pro-capite di Portogallo, Grecia, Spagna, Stati dell'Est europa rallentera' e l'intera Unione Europea seguira' il destino di declino economico dell'Italia. Sara' facile monitorare cosa accade, bastera' seguire l'andamento del cambio Euro/Franco svizzero, che continuera' a declinare. Se l'italianizzazione della UE proseguira' bene mi aspetto anche un declino del cambio Euro/dollaro e Euro/Yen e quindi della UE anche rispetto a Stati come USA e Giappone che hanno seri problemi finanziari.

"Il PIL pro-capite degli Stati europei arretrati e sottosviluppati, invece, ha mostrato una decisa tendenza a crescere al livello medio europeo negli ultimi ~20 anni, probabilmente anche grazie all'istituzione di un mercato sostanzialmente libero nella comunita' europea. "

Non credo sia solo grazie al mercato libero! Il Pil pro-capite dei PIGS è crescito dal 1998 al 2007 perché il mercato ha, di fatto, permesso che questi paesi si indebitassero (o lo stato o i loro cittadini) ad un tasso d'interesse ridicolo!

Fino alla crisi dei sub-prime/default Lehman,  i tassi vigenti in Germania erano a mala pena inferiori di 30-40 b.p. rispetto a quelli Greci!

E' uno dei classici casi dove il mercato, se lasciato da solo, senza regole e/o regolatori, diventa assolutamente inefficiente! Infatti che le variabili macro (I ratios) fossero già assolutamente diverse fra i paesi Core ed i periferci era chiaro e lampante nei numeri, solo che il mercato non ha assolutamente prezzato il rischio ed ha permesso a quei paesi una crescita a debito della quale oggi ne vediamo le conseguenze.

E' uno dei classici casi dove il mercato, se lasciato da solo, senza regole e/o regolatori, diventa assolutamente inefficiente! Infatti che le variabili macro (I ratios) fossero già assolutamente diverse fra i paesi Core ed i periferci era chiaro e lampante nei numeri, solo che il mercato non ha assolutamente prezzato il rischio ed ha permesso a quei paesi una crescita a debito della quale oggi ne vediamo le conseguenze.

Non l'ha prezzato perche' i regolatori gli dicevano di non prezzarlo! (Vedi quanto dicevo piu sopra a proposito di Basilea II). Persino adesso, tutti, dalla BCE ai governi europei, insistono che non ci saranno assolutamente defaults sovrani. Con regole e regolatori di questo genere, il mercato se l'e' cavata fin troppo bene...

I regolatori stabiliscono se accantonare capitale o meno, e, al netto delle banche che utilizzano modelli avanzati, non hanno assolutamente imposto di non prezzare rischi, mi sembra veramente esagerata questa affermazione. Che l'assenza di capitale da accantonare (che poi in realtà non è proprio così perchè il cosidedetto secondo pilastro prevede l'autovalutazione delle banche, momento nel quale le banche dovrebbero valutare e prezzare tutti i rischi a cui è sottoposta) si sostanzi nella mancata valutazione di alcuni rischi non mi sembra responsabilità da poter attribuire in toto ai regolatori.

Mi sembra di capire che qui su nFA la pensate all'opposto rispetto a ChicagoBlog...

http://www.chicago-blog.it/2011/07/27/un-piano-b-per-leuro-di-d-valiante/

Giusto?

Personalmente ritengo che l'Europa abbia bisogno di un'unione politica in senso federale: un'unione monetaria e fiscale senza un governo comune, infatti, corre il rischio di rispondere in ordine sparso alle crisi e agli stimoli, cosa che puntualmente sta facendo.

Ben venga, dunque l'unione fiscale, ma solo se ci potrà portare in tempi brevi alla Repubblica Federale Europea, con un Governo Federale responsabile dinnazi al Parlamento ed espressione di elezioni, e non di accordi e bilancini frai piccoli governi nazionali come accade adesso.

Nell'articolo si paventa una mancanza di responsabilità dinnanzi agli elettori nel caso di un eventuale strumento di coordinamento; questo è vero per la situazione attuale, ove la Commissione è costruita scegliendo i componenti attraverso complessi equilibrismi e favori intrecciati fra i singoli governi.

Così come siamo maturi per eleggere sindaci, giunte regionali e governi nazionali, sarebbe ora che eleggessimo anche quello federale. Un coordinamento fiscale sarebbe un primo passo nella giusta direzione, perché ci costringerebbe a comprendere che una commissione di nominati non è più a lungo sostenibile... un po' come se nel governo italiano sedesse un rappresentante per ogni regione nominato dalle singole giunte locali.

Mah, la trasformazione dell'UE in federazione sembra più un sogno (o un incubo) che una prospettiva reale, almeno nel breve e medio termine.

La bocciatura del trattato costituzionale - che era lungi dall'instaurare una federazione - da parte di Franca e Olanda, due tra gli stati fondatori, non ha insegnato nulla?

Arrivo in ritardo anch'io penso che l'Europa abbia bisogno di un' unione "tout court" senza troppi aggettivi.

Se siamo nella situazione attuale è perchè in tutti i paesi (a cominciare dai tempi in cui eravamo solo sei) nessuno ha avuto il coraggio di andare "oltre" le sovranità nazionali.

Se siamo nella situazione attuale è perchè in tutti i paesi (a cominciare dai tempi in cui eravamo solo sei) nessuno ha avuto il coraggio di andare "oltre" le sovranità nazionali.

Se si riferisce alla crisi finanziaria, non è vero a meno che per "andare oltre"  si intende il finanziamento a piè di lista dei deficit

Se siamo nella situazione attuale è perchè in tutti i paesi (a cominciare dai tempi in cui eravamo solo sei) nessuno ha avuto il coraggio di andare "oltre" le sovranità nazionali.

Questo mi sembra un atto di fede. E mi sembra che le condizioni in cui svilupperebbe l'unificazione europea preludono ad una grande Italia, con conti statali in disordine, assistenzialismo statale in cambio di voti, tasse elevate e servizi statali miserabili, declino economico.

Cercherò di essere più chiaro.

Negli intenti dei padri fondatori l'obbiettivo era un superamento effettivo e "generale" delle sovranità nazionali, purtroppo, in tutti i paesi sono prevalse, indipendentemente dai colori dei governi pro tempore, le spinte conservative proprio perchè ognuna cercava di modellare l' UE a sua immagine (e in qualche caso a suo comodo) anzichè cercare il punto più alto di compromesso a beneficio comune.

 

 

"Negli intenti dei padri fondatori l'obbiettivo era un superamento effettivo e "generale" delle sovranità nazionali"

Ne è sicuro? i padri fondatori, se avessero inteso superare le sovranità nazionali, avrebbero posto le fondamenta di una federazione, o almeno di una confederazione tra stati, con estese competenze politiche. Invece escogitarono una struttura sui generis, con limitati trasferimenti di sovranità, proprio perché non miravano ad un "superstato" europeo: immaginarsi se la Francia, che si riteneva vincitrice della II guerra mondiale e tuttora possedeva un impero coloniale, era disposta a entrare in una federazione in cui la Germania, potenza sconfitta, avrebbe avuto grande peso politico. Infatti, essa affossò ben presto il trattato sulla Comunità Europea di Difesa.

D'altro canto, l'idea ispiratrice delle Comunità economiche era quella di stabilire relazioni mercantili libere, tali da creare un mercato unico quale antidoto a future guerre tra le potenze europee. Infatti, il Movimento Federalista Europeo era molto critico dei trattati e delle politiche di tali comunità, proprio perché vi ravvisava un orientamento divergente dalla federazione auspicata.

Una svolta in senso più integrazionista si è verificata con la Commissione Delors, ma le vicende più recenti non lasciano pensare che si vada verso ulteriori trasferimenti di sovranità ... che on sarebbero automaticamente un fatto positivo, visto il c.d. deficit di democrazia che molti lamentano.

Ovviamente posso sempre sbagliare, anche perchè non ho studi specifici in materia, ma gli esempi che porti sono (o almeno sembra a me) la conferma della mia opinione, infatti se non ci fossero stati quegli atteggiamenti di cui parli da parte della Francia verso la Germania oggi saremmo ad un punto molto più avanzato e forse le idee di Delors avrebbero avuto vita più facile.

 

Non è corretto annoverare Jacques Delors tra i padri fondatori, per la semplice ma decisiva ragione che non partecipò alla redazione né alla firma dei Trattati istitutivi della CEE. In qualità di presidente della Commissione, parecchi anni dopo, cercò di promuovere politiche dirette verso una maggiore integrazione politica e sociale, in maniera coerente con la sua provenienza politica (era un esponente del Partito socialista francese). L'attualità del suo pensiero è stata posta in dubbio, sul piano teorico, dall'articolo che commentiamo e, su quello pratico-politico, dai NO ai referenda sul Trattato costituzionale in Francia e Paesi Bassi e a quello sul Trattato di Lisbona in Irlanda (poi rimangiato a forza).

Il rapporto tra Francia e Repubblica Federale di Germania è stato di stretta collaborazione per molti anni, finché la forza economica e la debolezza politica della seconda si sono sposati alla forza politica e militare della prima. Con la riunificazione dei primi anni Novanta, le cose sono un po' cambiate. Però non direi che la Germania abbia sofferto per la tutela francese, posto che aveva assoluto bisogno di ricostruire la sua immagine nel mondo, dopo la tragedia del Terzo Reich e la sconfitta bellica.   

Non ho mai pensato di annoverare Delors tra i padri fondatori, ho semplicemente detto (magari male) che la sua visione era più vicina allo spirito primigenio di quella di tanti altri.

Che poi al momento di passare "ai fatti" in alcuni paesi le spinte "nazionali" abbiano prevalso è un altro paio di maniche e circa la "giustezza" di tali posizioni staremo a vedere.

 

Non avrà bisogno dell'unione fiscale ma TUTTA l'Europa non aveva "semplicemente" bisogno di rispettare i parametri che ci eravamo dati prima della nascita dell'euro? Non più del 3% di deficit e rapporto Debito/PIL non superiore al 60%?

 

Basta decidere di che male si preferisce morire. Supposto che la convergenza tecnologica e competitiva è un argomento spinoso, meglio evitare di porlo come "dato" o come "obiettivo" (perchè quella era la speranza, finora disattesa), allora:

- o accetti un alto indebitamento privato dei paesi poco competitivi (ma poi le banche falliscono se le bolle esplodono)

- o accetti bassi salari reali nei paesi poco competitivi (ma poi chiunque sia un po' bravetto finisce per andarsene verso quelli competitivi -> feedback positivo vizioso)

- o accetti elevati deficit pubblici, a sostituzione dell'indebitamento privato (ma poi se la banca centrale non stampa ecco che gli spread vanno alle stelle...situazione odierna)

insomma, se non poniamo come data la solita favola della convergenza di fattori esogeni alla politica economica, lo spazio di manovra è poco.

Non so se l'UE abbia bisogno di una politica fiscale comune, sicuramente ha bisogno di una politica comune. Si palesa sempre di più come gli stati ritrattino su tutto quel che si è deciso in passato sulle materie più scottanti.

Quale che sia la verità scientifica sull'argomento, la percezione che si ha dell'UE a prima vista è più quella di un'azienda SPA che non di un'istituzione politica, tanto è vero che il potere è concentrato nella commissione e nei consigli più che nel parlamento, che non ha potere legislativo.

Ha senso un'unione monetaria senza politiche comunitarie sui grandi temi veramente importanti per i cittadini, come l'istruzione, la difesa, l'economia? Ovviamente si, invece ha senso un'unione politica senza vere politiche comuni? Non direi. Ha senso un'unione politica e comunitaria dedita esclusivamente al controllo e al governo della sua moneta? Non penso proprio.

Non ho abbastanza competenze per comprendere a fondo la questione, tuttavia si ha la sensazione che quando i ministri vanno a Bruxelles ci vadano soltanto per parlare di moneta: debito, tagli, bond, ecc. 

A me pare che alcuni stati dell'Unione si stiano rovinando da soli e che non esistano strumenti comunitari per fermarli, o siano troppo deboli. E se come si dice nell'articolo un'unione fiscale non è necessaria, mi augurerei almeno un controllo molto più accanito in futuro da parte di Bruxelles su stati come Grecia e Italia.

A me pare che alcuni stati dell'Unione si stiano rovinando da soli e che non esistano strumenti comunitari per fermarli, o siano troppo deboli. E se come si dice nell'articolo un'unione fiscale non è necessaria, mi augurerei almeno un controllo molto più accanito in futuro da parte di Bruxelles su stati come Grecia e Italia.

Ma perche' dovrebbe esserci un controllo molto piu' accanito con una UE piu' politica e centralizzata?

In Italia (Stato notoriamente centralista) non c'e' alcun controllo accanito sulle Regioni del Sud che pure sono in perenne dissesto, anzi Roma paga tutti i loro conti e ripiana tutti i dissesti, utilizzando i soldi dei contribuenti del Nord. Questo andazzo dipende proprio dal fatto che esiste una stretta unione politica e che i voti delle aree povere si comperano con minore spesa pubblica rispetto ai voti delle aree ricche.  Con un'unione politica diventa conveniente per i politici al centro usare la spesa pubblica per comperare i voti delle aree povere, piuttosto che farle diventare virtuose. L'unico argine a questo sarebbe l'onesta' e la competenza dei politici centrali, notoriamente scarse.

 

Non credo sia corretto prendere la politica italiana come esempio generale di politica in Europa, visto che è uno degli stati inequivocabilmente più deboli da questo punto di vista.

Ho per altro seri dubbi che una moneta comune (e il suo governo) sia sufficiente a tenere sotto controllo gli stati.

Non va bene l'unione politica? Se l'UE deve essere solo un gigantesco apparato burocratico, incapace di tenere sotto controllo gli stati membri e far fare loro ciò che avevano accordato, magari con politiche serie di ampio respiro, allora l'UE può anche sparire e con lei l'euro.

Ma perche' si pensa sempre che accentrare sia il modo di ottenere risultati? L'apparato buricratico della UE e' immenso e uno snellimento sarebbe necessario con o senza unione fiscale. Ma il modo di far rigare dritto gli stati non e' un gigantesco meccanismo di contrattazione politica, ma un chiaro sistema di fallimento - chi fallisce fallisce. Alberto L. ha ragione secondo me, l'Italia e' un ottimo esempio. E' vero che e' debole rispetto ad altri stati europei, ma molto piu' forte di qualunque immaginabile Europa politica.

domanda oziosa:qualcuno ha studiato seriamente perche' l'opinione pubblica tende a reagire istericamente alle situazioni di crisi chiedendo che venga rafforzato proprio il fattore che ha portato alla crisi? intendo dire:il debito pubblico creato dallo stato porta il paese in crisi e son tutti a strepitare che ci vuole piu' controllo dello stato e meno mercato,un cetriolo "bio"e' accusato di un'epidemia e tutti strepitano''basta con gli ogm'' (!?). L'opinione pubblica italiana sembra quella di Springfield nei Simpsons

L'opinione pubblica italiana sembra quella di Springfield nei Simpsons

E torniamo come solito al conflitto d'interessi.

Da noi Homer e Quimby sono entrambi al governo.

Caro Ruzzante,

si colleghi ogni tanto (almeno una volta al mese) al sito dell'UE: vedrà alla fonte la quantità delle politiche comuni e ne misurerà la complessità e pervasività. Potrà anche capire che il potere legislativo è ripartito tra Commissione, Consiglio e Parlamento.

Capisco che, da bravo studente di economia, sia più portato per gli aspetti propriamente economici: ma anche uno studioso di economia deve essere informato circa il ruolo delle istituzioni nell'indirizzo e nel sostegno - o, magari, soltanto nel fornire il quadro d'insieme - dei processi economici. Legga North!

Simpatico..

Comunque che il parlamento europeo non abbia potere legislativo non me lo sono inventato, è scritto nei miei libri di diritto che è un organo prevalentemente consultivo, con tanto di pippa dottrinale sulla democraticità dell'UE ecc ecc, si saranno sbagliati gli autori.

 

Se vuole continuare a credere che il Parlamento europeo non ha potere legislativo, come le dicono i Suoi libri di diritto (magari citarli, no?), faccia pure.

Ho già spiegato in altri interventi che l'UE non è uno stato tradizionale, è un'organizzazione sui generis alla quale gli Stati membri hanno trasferito parte dei loro poteri sovrani ma non tutti. Pertanto, è logico che essi si siano conservati un ruolo nella legislazione dell'UE, che svolgono attraverso il Consiglio insieme con il Parlamento, eletto a suffragio universale. Posto che anche gli Stati membri sono a regime democratico, il deficit lamentato da alcuni è discutibile, almeno in linea di principio.

La differenza, rispetto al processo legislativo nazionale, sta nel ruolo della Commissione che non è solo l'espressione del potere esecutivo, ma è anche titolare dell'iniziativa legislativa. Consiglio e Parlamento non deliberano atti legislativi che non siano stati proposti dalla Commissione - spesso, peraltro, in attuazione dei programmi pluriennali adottati dal primo.

 

G.Bellantuono, M.Bombardelli, M.Cosulich, P.Iamicelli (a cura di). "Introduzione al Diritto" Torino, Giappichelli.

Adesso non ce l'ho in casa e le pagine non le ricordo, comunque è scritto nella parte di diritto pubblico nella parte dedicata all'Unione Europea (ovviamente molto superficiale essendo un'introduzione).

Ok comunque linkedin dice che lei è un avvocato e sicuramente ne sa più di me, prendo per buona la sua versione almeno finchè non riprendo in mano la cosa sul libro.

Buondì a tutti

Mha! Non son molto convinto di quel che dice Alberto.

Credo che chi invoca il coordinamento delle politiche fiscali tra Partner Ue non pensi agli usi più distorti che di tali politiche si possono fare. Non ai salvataggi ex-post, non ai bilanci soffici alla Kornai, non ai modelli di finanza derivata trasposti a livello europeo, non alla monetizzazione del debito con politica monetaria che perde autonomia, etc. etc..

Mi sembra di capire che Alberto abbia in mente questi e solo questi scenari. Ovviamente esecrabili. Hanno già prodotto danni a livello Paese (Italia docet), immaginiamo se fossero riproposti su scala continentale.

Ma coordinare le politiche fiscali non è questo. Il sistema dei Programmi di Stabilità è già una forma di coordinamento delle politiche fiscali, ex-ante, per indirizzare in maniera coerente le policy di tutti i Partner. È su questa scia che si dovrebbe continuare: Paesi che, anno per anno, devono dimostrarsi all’altezza di partecipare ad una unione di strumenti (la moneta, i fondi strutturali, la libertà di movimento di professionisti e di capitali, etc.).

Una moneta ben difesa e forte, come l’Euro, senza economie sane e competitive, si ritorce contro. Che è in parte quel si è visto prima che la crisi del 2009 sparigliasse le carte. Gli Usa, per pilotare il soft landing e riaggiustare conti pubblici e bilancia commerciale, stavano facendo leva sull’Euro per svalutare gradualmente il Dollaro.

Se ad una moneta stabile, forte e ben difesa dalla Bce non corrispondono realtà Paese altrettanto forti e in grado di approfittare delle economie di scala e scopo continentali, il rischio è che l’Europa abbia regalato al mondo una nuova riserva di valore, su cui le politiche degli altri possono fare affidamento, ma che l’Europa stessa non sa mettere a frutto.

Io non riesco a vedere il lato monetario dell’Unione disgiunto dal lato reale.

Di sicuro, non vanno messi in comune i vizi fiscali. Questo condivido dell'artciolo del Bisin.

Un caro saluto, nicola

Ma coordinare le politiche fiscali non è questo. Il sistema dei Programmi di Stabilità è già una forma di coordinamento delle politiche fiscali, ex-ante, per indirizzare in maniera coerente le policy di tutti i Partner. È su questa scia che si dovrebbe continuare: Paesi che, anno per anno, devono dimostrarsi all’altezza di partecipare ad una unione di strumenti (la moneta, i fondi strutturali, la libertà di movimento di professionisti e di capitali, etc.).

insomma, trasferire a livello europeo i meccanismi degli art. 104-118 del Grundgesetz tedesco, con gli stati nazionali al posto dei Lander... dov'è che si firma?

L'Europa ha più bisogno di Hamilton e Madison che di Jefferson (visto che qualcuno "antidfederalista" è pure passato da Sally Hemings a Ruby), altrimenti, come le tredici colonie, finiremo con l' hang separately

 

 

 

Il coordinamento ex-ante, sui programmi di policy, con correzioni subitanee, con responsabilizzazione vera dei decisori, serve proprio per evitare le cadute della politica fiscale citate dal Bisin.

E poi una proposta: non chiamiamola più politica fiscale. Qui si sta parlando anche di regole, di architetture dei mercati, di accountability sui grandi progetti di dimensione europea. Non solo di imposte e gettiti.

Suvvia! Un po' di coraggio! Non siam mica già tutti passati alla storia come i Babilonesi ...

Questo breve contributo è del 2008 ma, a mio modo di vedere, la situazione, nei fatti salienti dei rapporti Usa-Europa-Cina, è rimasta la stessa, con un livello di tensione che si è alzato casua crisi e balzo nell'indebitamento pubblico.

Un maggior coordinamento delle politice economiche aiuterebbe l'Europa a non far la parte della Cenerentola.

http://www.cermlab.it/_documents/Quaderno_CERM_n_1_2008.pdf

Poi, certo, si può sempre sostenere che non siamo all'altezza di accordi affidabili e duraturi, che siamo inaffidabili tra noi stessi e troppo eterogenei ... Ma a questo punto è l'intero progetto Euro che andrebbe rivisto.

Un'Unione a metà (solo moneta) è forse la cosa più rischiosa per noi, e forse la più vantaggiosa per gli Usa e la Cina.

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti