L'intelligenza dei meridionali

25 febbraio 2010 andrea moro

Ha destato un certo scalpore la notizia di un articolo di Richard Lynn (University of Ulster) pubblicato sulla rivista "Intelligence" (vol. 38, pp. 93-100) riportante dati sul divario, in Italia, fra il quoziente di intelligenza degli abitanti del Nord e gli abitanti del Sud. Incuriosito, ho consultato l'articolo. Come al solito arriviamo un po' in ritardo (un ringraziamento a Sergio Beraldo per la segnalazione) speriamo di compensare con la qualità dell'analisi.

L'articolo (disponibile su sciencedirect, accesso a pagamento o con abbonamento per i fortunati) sostiene, nell'abstract, che l'intelligenza dei meridionali è inferiore a quella degli abitanti del nord, che questa intelligenza è correlata con vari indicatori socio-economici, e suggerisce che queste differenze sono dovuto alla mescolanza genetica dei meridionali con le popolazioni del nordafrica e del vicino oriente. Il titolo dell'articolo, invece, ha un tono un po' diverso, suggerendo una relazione causale: "In Italy, north–south differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature, and literacy". Titolo ed abstract che non vanno d'accordo, cominciamo male.

Ho controllato la reputazione della rivista. Secondo l'ISI web of knowledge, fra le circa 450 riviste di psicologia e sottodiscipline varie, Intelligence è la 43esima in termini di impact factor. Insomma, una rivista che a scriverci non ti procura tenure ad Harvard, ma nemmeno da ignorare.

Passo dunque a commentare l'articolo, premettendo che questo è l'unico mio scopo. Lo studio delle differenze nel quoziente di intelligenza (QI) fra gruppi o regioni è certamente un argomento interessante. In genere, è risaputo che le differenze nel QI contano non poco nella determinazione dei risultati socio-economici degli individui; è anche abbastanza assodato che, in generale, a livello di popolazione, esiste una variabilità tale fra individui che le differenze nelle medie alla fin fine contano poco. Purtroppo, per uno scienziato sociale, parlare di differenze di QI è altamente rischioso. Ogni frase si presta ad interpretazioni di parte. A Lawrence Summers, una incauta e banalissima frase su una differenza fra varianze, manco fra medie, è costata il posto della presidenza di Harvard (ma non preoccupatevi per lui, ha comunque trovato un buon impiego alternativo). Per questo sembrerebbe consigliabile, almeno agli scienziati sociali, discuterne pacatamente, magari senza menzionare inutilmente la parola Africa nell'abstract. Ma, come sarà chiaro, è per motivi ben più sostanziali che prendo lo studio di Lynn poco sul serio.

L'articolo, dopo un breve esame della letteratura sulle disparità socio-economiche Nord-Sud, e di quella sulla correlazione fra quoziente d'intelligenza (QI) e condizioni socio-economiche, passa al succo del discorso, rivelando che il QI riportato è misurato usando i risultati ottenuti dagli studenti nei test PISA, e cioé nei test usati per comparare internazionalmente la qualità dell'insegnamento alla scuola superiore. Il passaggio logico suggerito più o meno esplicitamente è il seguente: (altri studi mostrano che) i risultati economici sono correlati con il QI e con i risultati scolastici, e i risultati scolastici sono correlati con il QI. Inoltre, il QI è correlato con variabili che sono correlate o che sono determinate da esso, come la mortalità infantile, il grado di istruzione, il reddito, e così via. Infine, il QI è determinato da cause genetiche. Conclusione finale: le condizioni socio-economiche del Sud sono dovute a cause genetiche. Non scherzo: eccovi l'ultima frase, che non traduco tanto il succo l'ho appena detto:

All these data taken together indicate that the north–south gradient of intelligence in Italy has a genetic basis going back many centuries, and hence predicts the social and economic differences documented in the nineteenth century up to the present day.

Cerchiamo allora di mettere un po' d'ordine. Il tema come ho detto è importante e va studiato. Ciononostante, Lynn lo fa in modo pessimo e rende un cattivo servizio alla sua professione e alle scienze sociali in generale, per i motivi che vado ad elencare.

1. Il punto forte dell'articolo è la supposta inferiore intelligenza dei meridionali. Il dato principale a corredo di questo fatto è il peggiore risultato nei test PISA. Insomma, la "scoperta" dell'articolo è che i quindicenni meridionali hanno fatto peggio nei test PISA, fatto peraltro ampiamente riportato ovunque a suo tempo (ne abbiamo parlato anche noi sia sul sito che nelle giornate di Firenze l'anno scorso). Il contenuto innovativo dell'articolo è dunque zero....

2. ... a meno che per innovazione non si intenda cambiare l'etichetta "PISA" con l'etichetta "QI". Ignorando, en passant, la possibilità che i sistemi scolastici siano diversi, che i sistemi di valori socio-culturali siano diversi, che gli incentivi a far bene ai test siano diversi, e così via. Le differenze nei risultati dei test sono molto interessanti, e, come ho osservato a Firenze, sollevano una domanda ancora inevasa da parte delle autorità scolastiche: non sarebbe il caso di capire come si fa a fare in modo che le scuole in Basilicata somiglino di più a quelle del Friuli? Ma qui vado un po' fuori tema, ci torneremo. Il punto è che fra la data di formazione del DNA dei mariuoli napoletani e i loro i risultati nei PISA ci sono ben 15 anni di esperienze scolastiche ed extrascolastiche che un po' di peso lo avranno su quei risultati. Possibile ignorarle? Lo dubito.

3. ... a meno che per innovazione non si intenda suggerire una presunta proprietà transitiva della correlazione: se la variabile A è correlata con B e B con C, allora A è correlata con C. Non è così, anzi, può essere vero il contrario. Questa è una cosa che gli studenti di statistica certe volte faticano a capire, ma che il prof Lynn, e soprattutto i referees e l'editor di Intelligence non abbiano sottolineato questa verità elementare stupisce assai. 

4. ... a meno che, infine, per innovazione non si intenda suggerire che correlazione significhi causalità (e per giunta, nella direzione preferita, che non è necessariamente quella di Lynn). In un esercizio retorico piuttosto confuso, Lynn ammette che esiste la possibilità di una relazione di cause-effetto nelle variabili considerate non esattamente banale. Nel secondo paragrafo della sezione 4, suggerisce la possibilità che il QI influisca sul reddito, e che questo a sua volta influisca sul QI, aumentando le possibilità di fornire ai giovani un migliore ambiente educativo. La cosa è piuttosto naturale (soprattutto se per "QI" intendiamo "Andare bene a scuola e fare bene agli esami") ma allora perché concludere che i questi dati forniscono una base genetica delle differenze di reddito? 

5. L'articolo si sofferma un po' su un tema che ritengo piuttosto interessante: non è che dal Sud, per vari motivi, se ne sono andati in maniera selettiva, nel corso dei secoli, le menti migliori, e così sono rimasti i meno intellettualmente dotati? Lynn suggerisce questa ipotesi come spiegazione all'inferiore QI nel meridione (in realtà, inferiori test PISA, teniamolo a mente). A parte il fatto che non porta alcun dato a supporto di questa migrazione selettiva (io suggerirei a questo punto la spiegazione "il caldo da alla testa", sulla temperatura almeno abbiamo dati incontrovertibili), la spiegazione è problematica, perché la domanda giusta sarebbe allora: anche se fosse vero, perché gli intelligenti se ne sono andati? Non è che avevano trovato un contesto istituzionale poco adatto ad incentivare le loro sinapsi? Ma allora il problema sono le istituzioni, non il fatto che convivevano con degli stupidi. Tralasciamo anche il fatto che in un contesto in cui ci sono un sacco di stupidi, gli intelligenti potrebbero avere di più da guadagnare che in in un contesto in cui c'è maggiore competizione per il loro cervello. Ma qui dipende, ancora una volta, dal contesto istituzionale. 

6. L'articolo poi è particolarmente fastidioso per il modo in cui ammassa citazioni e dati fra i più disparati all'evidente scopo di sostenere il proprio esercizio retorico. Difficile rendere l'idea, perché bisognerebbe proprio leggerlo, ma c'è proprio di tutto. Addirittura una tabella con il numero di "personaggi significativi" emersi durante il Rinascimento. Proprio così: Nord batte Sud 62 a 3 nel periodo 1400-1600. 

7. Altra chicca: l'articolo è chiaramente, sin dall'introduzione, orientato a controbattere la nota tesi di Putnam sostenente che le disparità regionali in Italia sono dovute ad una mancanza, al Sud, di senso civico, misurato con il concetto di capitale sociale (peraltro poco precisato e pure poco misurabile, a mio personale parere). Nel finale, cosa suggerisce il prof Lynn? Magari ha ragione Putnam, manca il senso civico, nel Sud, e magari è perché il senso civico è determinato da QI!! A corredo, ci sbatte pure una citazione di qualcuno che trova che interpersonal trust è correlato con QI (il passaggio da interpersonal trust a civic trust lo dobbiamo fare noi a gratis, immagino!)

Insomma a me è parsa una cosa scritta da un undergraduate confuso. Ciò non toglie che il tema sia interessante e che nella sua confusione lo scritto tocchi temi rilevanti e cruciali. A cosa sono dovute le disparità regionali nei risultati dei test PISA, condotti uniformemente in tutta Italia dove vige un sistema educativo centralizzato? Come arrestare la fuga di capitale umano dal Sud (e dall'Italia intera)? Come disegnare istituzioni che incentivino il progresso economico-sociale del meridione, qualsivoglia sia il suo QI medio? Davvero le policy implications sarebbero diverse se Lynn o chicchessia trovasse che i meridionali, dopotutto, sono tanto intelligenti quanto gli svedesi? Non voglio dire che Lynn dovesse parlare di questo, ma perlomeno che poteva limitarsi a dire quello che ha scoperto (non è che legge nFA anche lui?): che gli studenti meridionali hanno risultati PISA peggiori dei settentrionali. Suggerimento per l'articolo n. 2: gli alunni meridionali ottengono risultati peggiori anche alle medie e alle elementari.

72 commenti (espandi tutti)

Secondo me l'articolo di Lynn e' come la corazzata Potëmkin nel 'Secondo tragico Fantozzi' ("una cagata pazzesca", per chi non avesse colto la dotta citazione).

Lynn rivela nella sezione 1.1 da cosa deriva la sua ipotesi:

This hypothesis is derived from the extensive research showing that intelligence is positively related to income.

Ora, chiedo io, il fatto che se Tizio e' piu' intelligente di Caio (entrambi vivono a Roma) il reddito di Tizio e' maggiore di quello di Caio, implica forse che se Sempronio (che vive a Cartagine) guadagna meno di Tizio allora Sempronio e' piu deficiente di Tizio? No, ovviamente. Ci sono una miriade di altre cose che determinano il reddito in posti diversi.

Prendete i coreani del sud e quelli del nord. Avranno pure un patrimonio genetico identico! Eppure i primi sono straricchi e i secondo morti di fame. Differenze di QI? Suvvia...

E le differenze istituzionali sono solo un esempio.

Al di la' del fatto che i punteggi PISA non misurano QI ma qualcos'altro, come Andrea enfatizza, le differenze tra sud e nord sono cosi' vaste che l'analisi di Lynn non ha alcun senso: sta confrondanto mele e pere. Molte di queste differenze sono indubbiamente endogene ma, per dirne una, qualcuno vorrebbe sostenere che il fatto che la mafia e' nata in Sicilia e non in Veneto riflette la maggiore intelligenza dei veneti?

qualcuno vorrebbe sostenere che il fatto che la mafia e' nata in Sicilia e non in Veneto riflette la maggiore intelligenza dei veneti?

...e se invece riflettesse la maggiore intelligenza dei siciliani? di per sè la mafia non è mica un'idea banale! ;D

(le idee non banali saranno pur correlate con la fantasia? e la fantasia sarà pur collegata con l'intelligenza?)

be', 150 anni fa era sicuramente la risposta ottimale all'occupazione e all'imposizione delle leggi (e delle tasse) piemontesi.

il (triste) resto della storia lo conosciamo,

In verità l' "onorata società" è nata nel '700 come risposta all'oppressione dei baroni (siciliani). Voi capirete all'epoca l'isola contava oltre 900 baroni, ed ognuno di essi doveva mantenere un livello di vita consono. Di conseguenza i contadini venevano "spremuti" più di quanto riuscissero a sopportare.

Solo un'osservazione.

Se la "furbizia" o, detta piú eufemisticamente, la "l'arte di arrangiarsi", é in qualche modo collegata al QI, il signor Lynn ha sbagliato di brutto.

 

Beh, proseguendo in modo ideale la tesi di Lynn, 50 anni fa la gente avrebbe avuto un QI molto più basso di oggi, il che implicherebbe, secondo il curioso metodo deduttivo di Lynn, che il QI starebbe crescendo a ritmi serrati, e nell'arco di altri 50 anni ci ritroveremmo circondati da genii del calibro di Einstein.

curiosa coincidenza....al fenomeno della crescita dell'IQ nel tempo nei paesi industrializzati viene dato il nome di Flynn effect (flynn vs lynn)....in ogni caso l'articolo di lynn è talmente sconclusionato che è inutile trarne delle implicazioni....

Beh, sempre continuando a giocare a questo gioco (non mi riesce di prendelo seriamente) e contaminando la tesi di Lynn con quella di Alberto Lusiani (l'immigrazione si concentra nelle regioni del nord) si potrebbe prevedere che la "mescolanza genetica dei meridionali con le popolazioni del nordafrica e del vicino oriente" diventerà in futuro un fenomeno tipico del nord anzichè del sud e pertanto ci dovremo aspettare un'inversione del fenomeno, vale a dire un QI più elevato al sud che al nord.

;-D 

... contaminando la tesi di Lynn con quella di Alberto Lusiani (l'immigrazione si concentra nelle regioni del nord) ...

Anche se il commento era ironico, vorrei puntualizzare che non si puo' considerare "tesi di A.L." il fatto che l'88% circa degli immigrati risiede nel centro-nord Italia: trattasi di fatto quantitativo documentato da statistiche, non di tesi (che presuppone deduzione da ipotesi).  A maggior ragione e' inappropriato l'accostamento alla tesi di Lynn.

Andrea, perché non traduci il tuo articolo e lo mandi alla rivista "Intelligence" come nota? Se l'editor ti risponde magari riusciamo a capire cosa gli passava per la testa quando ha pubblicato questa ......ata.

Sottoscrivo: mi sembra una buona idea.

Sarei d'accordo anch'io ma, sono poco informato, qualcuno sa dirmi di che credito/fama gode questa rivista in ambito accademico? Perchè, giudicandola solo dalla pubblicazione di questa ricerca, non dovrebbe averne molto. 

L'ho scritto all'inizio dell'articolo, a giudicare dai soliti indici e' una rivista non fra le migliori ma nemmeno fra le peggiori. Forse una persona del campo puo' chiarire. 

Scusa mi era sfuggito.

Andrea, perché non traduci il tuo articolo e lo mandi alla rivista "Intelligence" come nota? 

Perché temo sia tempo perso; ho il sospetto che scrivere questo tipo di articoli sia un pratica comune in questo settore disciplinare. Magari mi sbaglio, ma l'attenzione alla casualita' e a certi problemi di identificazione e' una cosa relativamente rara e nuova (oramai non piu' forse, ma non tanto) anche in economia.

Forse hai ragione, puó essere tempo perso. Carmine scrive sotto che Lynn é uno degli editor della rivista... E paper che dicono scemenze ce ne sono tanti. Ma questo sta avendo un risalto mediatico che non dovrebbe avere. 

Quindi non sarebbe male che quando uno cerca l'articolo di Lynn su google, trovi anche un altro documento che spiega che quello che ha scritto Lynn é una ....ata! E se non ci pensano gli altri psicologi a dirglielo tanto meglio se lo fa un economista (tanto gli psicologi giá ci odiano :-)

Ricerca superficiale, manco parla degli aplogruppi, a supporto delle proprie teorie, per differenziare le etnie (es http://img41.imageshack.us/img41/2531/mapageneticeuro.png ). Inoltre in Sicilia (i più stupidi secondo lui) c'è anche stata l'invasione normanna (gene nord europeo) nel medioevo e a riprova di ciò parecchi siciliani hanno gli occhi azzurri.
Manco i documentari di National Geographic alla tv si è visto sto tizio qua, credo riesca a essere più ignorante di me. Oppure (più probabile secondo me) è un nazi-chic e fa della semplice propaganda razzista mascherata da ricerca scentifica (prossimo passo? Un trattato per la riabilitazione della frenologia?) .

Letture utili

amadeus 25/2/2010 - 12:40

S.J Gould, qualche tempo fa, scrisse questo

Grazie della segnalazione!

Mi sono poi documentato un pochino, e trovo la letteratura a riguardo un po' sconcertante. Questo tipo di tesi va apparentemente forte.

Un'altro libro che sostiene una tesi che corrisponde perfettamente alla visione del signor Lynn e' Race, Evolution, and Behaviour di tal Philippe Rushton. Quest'ultimo interpreta le differenze tra razze in base alla teoria ecologica dell'r-K selection - e ovviamente gli africani risultano il gruppo piu' svantaggiato.... 

Fin'ora ho propeso per ignorare certe tesi, ma leggero' almeno il libro di Rushton perche' a prima vista la sua tesi sembra avere un seppur flebile senso logico - almeno alla luce delle mie conoscenze in materia ecologica.  

Gli studi su differenze individuali in termini di intelligenza sono altamente impopolari (anche perché spesso pointless), e la sensazione é che questo qui abbia deliberatamente costruito la sua carriera da eccezione alla regola. Il che non sarebbe necessariamente un male, se non le sparasse così grosse.

Il problema di quale proxy utilizzare per l'intelligenza c'é un po' per definizione in tutti gli studi correlativi che mi é capitato di vedere, ma come dice Andrea qui la misura non sta proprio in piedi. In generale mi stupisce che gli abbiano fatto costruire un tale castello di carte - a meno che la rivista (ma a memoria non mi risulta) non rispecchi l'autore dell'articolo e si diverta a spararle grosse.

C'é una misura apparentemente correlata con l'intelligenza che ultimamente imperversa (Cognitive Reflection test), sono tre domandine a cui si risponde in due minuti. Chi ha voglia di somministrarlo a un po' di undergrads nel sud?

Manadamele. Le provo prima con i miei collaboratori, poi vado a fare un giro a Scampia e ti faccio sapere.

Sarebbero queste? In effetti basta far fare un secondo giro al cervello prima di aprire la bocca per rispondere giusto:

http://www.thisismoney.co.uk/work/small-business/article.html?in_article_id=402282&in_page_id=10

Certo è triste pensare che la maggior parte della gente non lo fa, a prescindere dalla latitudine.

Ma questo Cognitive Reflection test ha qualche titolo per imperversare? Mi sembra limitato assai, è solo basato sulla controintuitività. Come dice Massimo basta non rispondere d'istinto, quindi se si vuole misurare la pazienza o l'istintività: ok, ma per il QI.....

Il CRT infatti misura la capacità di "resistere" alla prima risposta che viene in mente. E' correlato con altre misure che vengono spesso utilizzate come proxy per l'intelligenza. Tra gli altri motivi, imperversa perché a differenza di altre misure é molto veloce da somministrare.

Un caro amico di Napoli mi aveva informato dell'articolo qualche giorno fa. Lui ha gia' inviato un suo articolo in risposta a quello del Prof. Lynn dicendo alcune delle cose fatte notare da Andrea. Gli chiedero' di tenermi/tenerci informati sugli sviluppi. 

e soprattutto i referees e l'editor di Intelligence non abbiano sottolineato questa verità elementare stupisce assai

Forse perche' il Prof. Lynn e' uno degli editor!!! ... ma qui direi che sia una cattiva abitudine di tutte le riviste

Vi segnalo un commento all'articolo di Lynn e il dibattito seguente nel blog del Dipartimento di Economia Politica dell'Università di Siena:

 

http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2031

A voler seguire veramente il ragionamento di Lynn sarebbe da chiedersi: quanto effettivamente il Sud Italia è nord-africano? Io penso che posta l'influenza migratoria di normanni, saraceni, albanesi (arberesh) e quant'altro la componente genetica degli italiani meridionali è prevalentemente costituita da una manciata di ceppi indoeuropei, esattamente come quelli settentrionali.

Lungi da me invocare la reductio ad hitlerum, ma mi sa che 'sto qua di genetica delle popolazioni ne sa quanto gli scienziati tedeschi degli anni '30.

Bha... non c'è bisogno di tirare fuori la genetica nè la statistica, basta avere letto un sussidiario della scuola elementare per potere esattamente collocare le teorie di questo Lynn.

Cartaginesi, greci, romani... erano tutti più stupidi dei c.d. barbari, solo che ancora Lynn non glielo aveva spiegato e quindi mentre i primi ponevano le basi della cultura occidentale, i secondi si tingevano la faccia di blu...

 

Quando studiavo al Liceo Classico, il mio professore di matematica mi diceva sempre che mi "mancava quel qualcosa" per arrivare all'8. Così mi dovevo accontentare del 7 perchè ero studiosa. Forse il mio professore aveva individuato in me una carenza di QI, qualche tara genetica dovuta ad avi nord-africani? Sta di fatto che mi sono creata dei bei complessi (in piena adolescenza) pensando che non sarei mai riuscita a superare esami matematici senza "quel qualcosa", anche se alla fine mi sono laureata e continuo a studiare Economia, senza troppi drammi e un bel po' di soddisfazioni.

Credo che sia più probabile che un giovane "stupidisca" con professori non all'altezza e che la genetica conti ben poco, o almeno questa è la mia esperienza. Inoltre, come si spiega il fatto che "pastori" meridionali con la quinta elementare guidino imperi di traffici illeciti da far invidia alle più grandi multinazionali?

Sono nata e vivo vicino Napoli, dove studio.

Questo sito è davvero interessante, mai noioso, complimenti!

Secondo l'ISI web of knowledge, fra le circa 450 riviste di psicologia e sottodiscipline varie, Intelligence è la 43esima in termini di impact factor.

Credo che l'unica rilevanza dell'articolo consista nello status relativo della rivista dove è stato pubblicato, quindi sottoposto all'esame di revisori anonimi.

Questo fatto prova, o almeno suggerisce, che i colleghi psicologi, come per altro molti altri scienziati sociali, (ed anche non, vista la qualità statistica del dibattito su AGW ...) abbiano una comprensione che lascia alquanto a desiderare delle tecniche statistiche, delle proiezioni in spazi di Hilbert, della nozione di casualità, e via dicendo. Preparazione che non sarebbe accettabile in un buon PhD student di economia del terzo anno ...

Ovviamente parlo in media, in media: nelle distribuzioni ci sono anche le varianze e tutti gli altri momenti ... non scaldatevi colleghi psicologi, e non.

Visto che secondo wikipedia il Prof. Lynn "sits on the editorial boards of the journals Intelligence", non so quanto siano stati severi i revisori del suo articolo.

 

Tanti anni fa su una serissima rivista di Fisica comparve questo articolo. Si prega notare il nome del terzo autore affiliato presso il prestigioso Institute for Advanced Studies at Palermo, Sicily, Italy. Secondo me é adattissimo come nom de plume di Lynn. Diciamoglielo.

 

Suggerisco di chiudere i commenti a questo post: ne'elam ha vinto.

Ma no dai, lui e' fuori gara, altrimenti non c'e' speranza per nessuno

Mi e' stata segnalata la reazione dell'associazione italiana di psicologia

http://autolesionistra.tumblr.com/post/382053911

 

Beh, stavolta il blog è arrivato tardi. A Siena avevano già demolito l'articolo il 18 di gennaio e l'associaziona italiana psicologi già 15 giorni fa aveva avuto il tempo di decidere una presa di posizione ufficiale sulla cosa. Forse non sempre gli amerikani arrivano per primi...

E quanto alla riflessione sul peer review... siamo certi che la 43esima rivista del ranking economico avrebbe, nei confronti degli articoli del proprio editor, un processo di selezione più severo?

E infine... ma qualcuno di voi ha mai partecipato alla somministrazione di un test PISA? Gli studenti non hanno alcun incentivo a impegnarsi nel rispondere per cui, più che differenze nel QI o nella bontà del sistema scolastico, il test finisce per misurare la disponibilità degli studenti a mettere un grande sforzo in una attivita dal loro punto di vista totalmente inutile.

Personalmente credo che di fronte al problema della correlazione tra intelligenza ed ereditarietà genetica, nel più prudente dei casi, si debba assumere un atteggiamento agnostico. Questo atteggiamento è giustificato dal fatto che articoli molto simili a quello scritto da Lynn sono stati scritti e criticati aspramente da tempo come razzisti, politicamente conservatori, o semplicemente falsi.

Nel 1969, il professore di Berkeley Arthur Jensen, in un articolo intitolato ‘How much can we boost IQ and scolastic achievement?’, pubblicato sull’Harvard Educational Review, suggerì di “non escludere a priori la possibilità che i quindici punti di differenza tra le popolazioni bianca e nera abbiano una componente genetica”, suscitando polemiche e dimostrazioni intorno all’University of California. A proposito della disuguaglianza dell’intelligenza tra neri e bianchi, Jensen scrive nel suo articolo: “Dobbiamo affrontarla; l’assortimento delle persone nei ruoli occupazionali è semplicemente non equo in senso assoluto. Il massimo che possiamo sperare è che il legittimo valore riconosciuto all’uguaglianza delle opportunità agisca come base naturale per il processo naturale di assortimento.”

Lester Frank Ward,  in anticipo di sessanta anni sull’articolo di Jensen, scrisse che “L’educazione universale è il potere destinato a rovesciare ogni sorta di gerarchi. È destinato a rimuovere tutte le disuguaglianze artificiali e a lasciare che le disuguaglianze naturali trovino il loro giusto livello. L’effettivo valore di un neonato sta nella sua pura e semplice capacità di acquisire l’abilità di fare.”

Ancora: Lo psicologo di Harvard Richard Herrnstein, in un articolo apparso su The Atlantic Monthly nel 1971 destinato a suscitare scandalo, “congetturò che in una società futura caratterizzata da un’enfasi crescente sull’eguaglianza delle opportunità, si produrrebbe una stratificazione sociale fondata su I.Q. classes”. L’articolo suscitò una serie di repliche e lettere di protesta inviate e pubblicate non solo su The Atlantic Monthly ma anche sulla rivista settimanale The Harvard Crimson.

Nel piazzale di Harvard furono affissi dei posters che raffiguravano Herrnstein ‘wanted’ a causa del razzismo delle sue affermazioni. Scrive Herrnstein su I.Q. and meritocracy: “Le classi privilegiate del passato non erano molto superiori sul piano biologico a quelle sottoposte, ed è per questo che la rivoluzione ha avuto una buona probabilità di successo. Rimuovendo le barriere artificiali tra le classi, la società ha incoraggiato l’emergenza di barriere biologiche. Quando la gente può andare a occupare il suo livello naturale nella società, le classi superiori, per definizione, avranno capacità maggiori di quelle inferiori."

Queste affermazioni sono state criticate soprattutto da parte dei sostenitori del paradigma ambientalista, ma non è necessario sostenere che non esiste una natura umana relativamente fissa meritevole di essere conosciuta per essere in disaccordo con esse.

Credo che a proposito dei test che misurano il quoziente intellettivo, test PISA inclusi, abbia ragione il genetista di popolazione Richard Lewontin, uno dei più celebri critici del riduzionismo socio-biologico. Parafrasando il pensiero di Lewontin, si può dire che i criteri per misurare l’intelligenza sono altamente arbitrari. Questo è ovvio anche per un meridionale che va male a scuola. Se, ad esempio, nei test somministrati si fa un certo tipo di domande, si troverà che certi studenti sono più intelligenti di altri; se si somministra un altro tipo di domande, si troverà che una parte degli studenti “intelligenti” nel rispondere al gruppo precedente di domande sono alquanto stupidi. Questo è vero per ragioni soprattutto ambientali, credo. O anche per la semplice ragione che la intelligenza si ognuno di noi si misura su interessi e sensibilità diverse.

E’ davvero gravissimo che esistano delle persone come Lynn che disseminano teorie razziste sul Meridione italiano dopo tutto ciò che sui Meridionali è stato scritto da frenologi, criminologi positivi, giornalisti avventati e pretestuosi letterati. Molti accademici dovrebbero prendere il proprio mestiere più seriamente invece di correre dietro a sensazionalismi bisunti, oltre che pericolosi e irritanti. 

Ma secondo me non c'è nulla di scandaloso che ci possano essere dei differenziali di QI tra diverse popolazioni. Dopotutto, il cervello è fatto di proteine e di cellule, non è un sistema operativo Microsoft... i problemi sono (al di là delle giuste osservazioni epistemologiche di un Lewontin) la qualità e i bias ideologici degli studi che hanno finora proposto questo tipo di osservazioni (se non proprio razzisti, quanto meno intrisi di darwinismo sociale spiccio).

Nel grafico tratto credo da "The Curve Bell" che spesso viene riportato si distingue il QI di quattro "popolazioni": bianchi, ispanici, asiatici orientali, afroamericani. Praticamente, una categoria basata su un criterio somatico opinabile, una su una distinzione linguistica, una su una base geografica piuttosto allargata (non so bene cosa intendano per east asians ma anche escludendo indiani e pakistani parliamo di popolazioni che vanno dalla Manciuria all'Indonesia...) e un'ultima che è effettivamente meglio definita ma che è scarsamente applicabile ai popoli africani nella loro interezza (la stragrande maggioranza degli americani neri discende da una popolazione di schiavi, pertanto soggetti a una non indifferente selezione positiva e negativa, originari dall'Africa occidentali). Mi chiedo come sia possibile eliminare i bias socio-economici quando si studiano le differenze di QI tra classi che più che etniche sono socio-culturali.

Detto questo, tutte le popolazioni umane sulla terra sono state soggette nel corso dei millenni alle stesse pressioni evolutive (più o meno), dunque è difficile che le capacità cognitive delle diverse popolazioni possano essere radicalmente diverse (come invece capita con alcune vie metaboliche, o con la predisposizione ad alcune malattie infettive, immunologiche o cardiovascolari).

Dici bene. L'esistenza di razzisti come questo pseudo ricercatore non deve tradursi nel negare che differenze tra le varie popolazioni possono anche esistere.

L'argomento IQ e' interessante ed importante e non deve certamente essere tabu', ma va affrontato con un minimo di competenza, cosa che non ho trovato in quell'articolo. 

Non credo che studiare i legami tra QI e geni sia inutile, anzi credo che l’approccio di tali studi abbia conseguenze importanti per il pensiero politico tradizionale e per molte delle assunzioni che informano il nostro modo di pensare. Vorrei documentare molto brevemente (mi scuso per la pesantezza di alcune citazioni, sperando che le idee di fondo siano stimolanti per il pensiero) e in modo parziale alcune tensioni fondamentali fra un certo pensiero politico di matrice utopistica e gli studi più o meno scientifici sulla natura umana.

Non è detto infatti che lo studio dei legami fra costituzione genetica e comportamento umano siano sempre nefasti e conducano a posizioni deterministe. L’evoluzione può essere raggirata con l’astuzia, ma per questo bisogna conoscerla. Altrimenti, nel decidere come orientare le nostre azioni, anche le più culturali, potrebbe darsi che, ignorandola, sia l’evoluzione a prendersi gioco di noi. Almeno così la pensava T. H. Huxley, autore della  Romanes Lecture ‘Ethics and Evolution’. Non hanno del tutto torto coloro che suggeriscono che quanto maggiore è la nostra conoscenza dell’influenza dei meccanismi biologici e genetici sul comportamento (i.e.  omosessualità, intelligenza, aggressività), tanto maggiori sono le possibilità di controllarli.

Mentre è chiaro che la spiegazione genetica del fenomeno umano di un basso IQ non  conduce per forza alla sua giustificazione e accettazione come inevitabile, non si può affermare senza ulteriori considerazioni che la spiegazione genetica non induca ad assecondare lo status quo.

Mi spiego. È certamente vero che la spiegazione genetica contrasta una lunga linea di pensiero politico che considera gli esseri umani uguali per natura e le ineguaglianze come il risultato dell’effetto corruttore delle condizioni sociali. Questo mi pare degni di nota. I biologi evoluzionisti riscontrano l’esistenza di gerarchie in pressoché tutti i mammiferi sociali, compreso l’uomo. Perciò i essi ci ammoniscono di diffidare delle possibilità di realizzazione di teorie politiche come quelle di Rousseau, Marx o Bakunin,  che auspicano l’emergere di un nuovo tipo di essere umano egualitario dalle macerie della vecchia società. Nell’ Origine della disuguaglianza o Discours sur l’origine de l’inégalité parmi les hommes per chi legge il francese, Jean-Jacques Rousseau descrive con toni drammatici l’introduzione della proprietà privata:

“Il primo uomo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire: “questo è mio” e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, guerre, assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i piuoli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore!  Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!”.

Anche la teoria materialistica della storia nega l’esistenza di una natura umana permanente e afferma una nozione di natura umana malleabile e modificabile in funzione del modo di produzione, vale a dire in funzione di una combinazione storicamente determinata tra le forze produttive, indispensabili al processo di produzione, e i rapporti di produzione che si instaurano fra gli uomini nel corso della produzione e che regolano il possesso e l’impiego dei mezzi di lavoro, nonché la ripartizione di ciò che tramite essi si produce. Nella Prefazione a Zur Kritik der politischen Ökonomie (1859), Marx scrive:

“Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.”

Il punto in questione è forse ancora più evidente se si considera la sesta delle sue Thesen über Feuerbach (pubblicate postume da Engels nel 1888 ma scritte nel marzo 1845), Marx scrive: “[…] l’essenza umana non è qualcosa di astratto che sia immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà, essa è l’insieme dei rapporti sociali.”

Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, o Ökonomisch-philosophische Manuskripte aus dem Jahre 1844 per chi sa il tedesco, a proposito della “vera risoluzione” rappresentata dalla futura società comunista, Marx scrive: “[…] la vera risoluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uomo e tra l’uomo e l’uomo, la vera risoluzione della contesa tra l’esistenza e l’essenza, tra l’oggettivazione e l’autoffermazione, tra la libertà e la necessità, tra l’individuo e la specie. È la soluzione dell’enigma della storia […].”

Secondo Marx, “l’enigma della storia” è evidentemente un prodotto della struttura economica della società, un antagonismo il cui motore è costituito dalla lotta di classe, dalla contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione, piuttosto che un aspetto intrinseco alla natura biologica dell’uomo. L’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e il superamento dei rapporti di proprietà in cui trovano espressione giuridica i rapporti di produzione della società capitalista consentirebbero di superare l’antagonismo “tra l’uomo e l’uomo” e di realizzare la futura società in cui vige il principio, enunciato da Marx nella Critica del programma di Gota, o  Zur Kritik des sozialdemocratischen Programms von Gotha, “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Gli ostacoli all’emancipazione dell’uomo verso la realizzazione di una piena armonia fra gli uomini, di uno sviluppo cooperativo, della libertà nell’uguaglianza, derivano da specifici istituti sociali e non da caratteristiche come l’invidia, l’avidità, l’egoismo, l’ambizione personale, intese dai biologi evoluzionisti come aspetti inevitabili della natura umana. La teoria genetica rifiuta la concezione di malleabilità della natura umana che discende dalla concezione materialistica della storia e, prima di Marx, dalla concezione della mente umana fornita da John Locke nel suo Saggio sull’intelligenza umana, An Essay Concerning Human Understanding, come “tabula rasa, priva di qualsiasi caratteristica propria, senza alcuna idea”, da cui deriva la credenza, empiricamente verificabile, che l’educazione, nella sua accezione più ampia, sia in grado di trasformare gli esseri umani in cittadini esemplari.

In un saggio pubblicato postumo e intitolato Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia, con l’intento entusiastico di fondere il pensiero di Darwin  a quello di Marx, Friedrich Engels travisò il pensiero di Darwin aderendo alla teoria di stampo lamarckiano dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti, con tragiche conseguenze per la genetica sovietica. Il saggio di Engels ebbe l’ulteriore e più grave demerito di suggerire l’idea che l’evoluzione si arresti là dove iniziano ad operare le leggi del materialismo storico elaborate da Marx.

Nella Dialettica della natura o Dialektik der Natur (1783-85), Engels scrive: “L’animale arriva al massimo a raccogliere: l’uomo produce, allestisce i mezzi necessari all’esistenza nel senso più vasto della parola, che la natura senza di esso non avrebbe prodotto. Ciò impedisce di trasferire, così senz’altro, leggi che regolano la vita delle società animali alla società umana.” La differenza fra produrre e raccogliere, suggerisce Peter Singer in ‘Per una sinistra darwiniana’, indipendentemente dalla discutibilità della distinzione fra uomo e animale tracciata da Engels, non è probabilmente tale da determinare, in relazione all’uomo, una sospensione delle leggi dell’evoluzione. Nella tradizione di pensiero marxista, molti pensatori hanno tentato di tenere fuori il pensiero di Darwin dall’arena sociale. “Plechanov, eminente marxista russo del XIX secolo, seguendo le indicazioni di Engels affermò: “L’analisi di Marx inizia esattamente dove finisce l’analisi di Darwin”, e questo concetto divenne parte dell’eredità comune di tutti i marxisti. Lenin affermava che “il trasferimento di concetti biologici nell’ambito delle scienze sociali non ha senso”. Ancora negli anni Sessanta, agli scolari dell’Unione Sovietica veniva insegnato il semplice slogan: “Il darwinismo è la scienza dell’evoluzione biologica, il marxismo dell’evoluzione sociale”.” Di qui la sottile tensione fra concezione materialistica della storia e teoria dell’evoluzione, mantenutasi fino ai tempi più recenti.

I sostenitori di un legame forte fra geni e comportamento sociale, rifiutando l’utopia racchiusa nel sogno della perfettibilità umana, prevedono il riapparire delle vecchie ineguaglianze come è accaduto in Unione Sovietica sotto Stalin, nel periodo della rivoluzione culturale in Cina, nella Cambogia di Pol Pot e, con risultati meno meno tragici, nella Cuba di Castro e nei kibbutz israeliani. In altri termini, l’abolizione della vecchia società non assicurerebbe la nascita di una nuova società egualitaria e il superamento dell’individualismo e degli egoismi propri della società civile moderna.

Ciò significa che ogni movimento verso una maggiore eguaglianza comporta un prezzo da pagare: occorre sempre tener presente che nulla è detto circa il fatto che il prezzo meriti di essere pagato.

A mio avviso il punto è che una scienza apparentemente rispettabile come la genetica di popolazione può colorarsi molto facilmente, come storicamente è avvenuto, di atteggiamenti disdicevoli, cioè razzisti e sessisti. Secondo me, come per la maggior parte delle persone di buon senso, il quoziente intellettivo non è qualcosa che si eredita come la casa al mare, e non è legato minimamente alla appartenenza ad un dato “gene pool” distribuito all’interno di una popolazione, in genere definita a priori sulla base di criteri che poco hanno a che fare con la biologia.

In aggiunta, si può ricordare un fatto curioso: alcuni studi sui gruppi sanguigni, condotti da Lewontin nel 1972, mostrarono che, come lui stesso scrive in Biologia come Ideologia,  “nonostante l’enorme quantità di variazione tra individuo e individuo, la variazione media tra i principali gruppi umani è davvero piccola. Infatti, circa l’85 per cento di tutta la variazione genetica umana identificata è tra due individui qualsiasi del medesimo gruppo etnico. Un altro 8 per cento di tutta la variazione è tra gruppi etnici all’interno di una stessa razza – ovvero tra spagnoli, irlandesi, italiani e inglesi – mentre la variazione genetica umana è in media del solo 7 per cento tra le principali razze umane come quelle dell’Africa, dell’Asia, dell’Europa e dell’Oceania.”

Insomma, l’intelligenza ha poco a che fare con i geni che ho in comune con mio cugino o con la mia popolazione di appartenenza accuratamente delimitata come rilevante da studiosi come Lynn.

Si può studiare l’effetto dei geni sullo sviluppo del sistema limbico e dell’ipotalamo ma non si può discernere ciò che è “intelligente” - o ciò che è bene da ciò che è male - studiando i meccanismi dell’encefalo.

Chi cerca l’ “intelligenza” nei geni – si potrebbe dire con una battuta fra il serio e il faceto - non arriverà mai alle conclusioni di Camus, il quale pensava, intelligentemente, che “l’unico problema filosofico serio è il suicidio”.

Ci si potrebbe chiedere perché, se il quoziente intellettivo dipende dai geni, e le persone con il QI più alto, cioè quelle più “intelligenti”, sono anche quelle che guadagnano di più e, si presume, abbiano una maggior vantaggio  adattativo, la madre degli “stupidi” è sempre incinta, soprattutto nel Meridione italiano.

I casi sono due: o gli stupidi si estinguono perché essendo stupidi sono svantaggiati, oppure gli stupidi sono solo apparentemente stupidi, almeno sul piano evolutivo, perché rispondono in modo ottimale - vale a dire intelligente - alle pressioni dell’ambiente che li circonda, al fine di trasmettere il proprio basso livello di QI, annidato nei geni, ai figli.

Avete mai pensato a quanto sia difficile accettare a livello psicologico e individuale le ragioni dei geni? La logica dei geni, infatti, premia le famiglie numerose.

Ecco, bisogna soffermarsi un attimo sulla scarsa plausibilità delle affermazioni di chi pretende di spiegare come il QI possa essere selezionato dalla evoluzione, in Italia, su base regionale.  

Gli studiosi del legame tra geni e comportamento sono specializzati nella  elaborazione di storie adattative. In genere, le storie adattative appaiono come ottimizzazioni progressive ad hoc, in apparenza geniali. Le storie adattative tese a spiegare perché certi tratti comportamentali, inclusa l’intelligenza, sono stati selezionati in un luogo piuttosto che in un altro possono essere considerate ricostruzioni fantasiose. Una ricostruzione fantasiosa può essere in pratica approntata per ogni comportamento possibile. L’assunzione sottesa - che tutti i tratti sono adattativi - è sempre confermata e non può mai essere falsificata.

Facciamo un esempio. Uno dei temi più discussi riguarda la manifestazione e la persistenza del comportamento omosessuale nelle società umane. Se si assume che il gene, per dirla alla Dawkins, è “egoista”, l’omosessualità è un mistero sul piano evolutivo, dal momento che chi è attratto esclusivamente da individui del proprio genere non trasmette il proprio patrimonio genetico alla propria progenie.

Per giustificare come la selezione naturale non abbia ancora eliminato l’omosessualità dalle società umane, viene di solito proposta la teoria della selezione di parentela, secondo la quale gli omosessuali, seppure non lascino figli, aiutano i propri fratelli e sorelle nell’allevamento della prole, contribuendo così alla trasmissione di una parte dei propri geni alle generazioni future.

E. O. Wilson, il quale si è occupato della relazione fra geni e comportamento animale (uomo incluso) scrive: “i membri omosessuali delle società primitive possono aver svolto la funzione di aiutanti, durante la caccia in compagnia di altri uomini o in occupazioni più domestiche nei siti residenziali. Liberi dagli speciali obblighi dei doveri parentali, avrebbero potuto operare con particolare efficacia nell’aiutare i parenti stretti. I geni che favoriscono l’omosessualità potrebbero quindi essere sostenuti a un elevato livello di equilibrio dalla sola selezione di parentela.”

Ovviamente, esiste un piccolo problema riguardo questa teoria. Perché la teoria degli “aiutanti al nido”, osservata in alcuni tipi di uccelli, sia opportunamente verificata, è necessario condurre degli studi sulle preferenze sessuali che dimostrino come i fratelli e le sorelle di individui omosessuali lascino una quantità doppia di prole rispetto ai fratelli e sorelle di individui non omosessuali.

Il punto è che non esistono informazioni sui tassi riproduttivi relativi di “persone che hanno fratelli e sorelle omosessuali, poiché nessuno ha mai misurato le dimensioni delle famiglie in relazione a questo problema.”.  Inoltre i comportamenti sessuali umani si collocano lungo un continuum di esperienze, comprendente comportamenti sessuali misti o bisessuali, che rende impraticabile una separazione netta tra i due estremi, capace di discriminare tra coloro che praticano esclusivamente rapporti eterosessuali da coloro che praticano esclusivamente rapporti omosessuali.

Secondo Lewontin, in assenza di ulteriori verifiche quantitative, si potrebbe ipotizzare che individui coinvolti in esperienze sessuali miste esibiscano una superiore libido generale, risultante in una maggiore prolificità. Alla difficoltà di studiare sperimentalmente l’ereditarietà della predisposizione genetica al comportamento omosessuale in individui che, almeno sul piano teorico postulato dagli studiosi del rapporto geni/comportamento, non si riproducono, si aggiunge la varietà di costumi, di manifestazioni storiche e di classe che hanno accompagnato tale comportamento nelle civiltà del passato, a Roma o nella Grecia classica. La teoria che cerca di conciliare evoluzione e comportamento omosessuale, a quanto pare, non è molto credibile.

Al fine di mostrare come la ricostruzione dell’evoluzione del comportamento omosessuale umano sia un prodotto di pura fantasia, Lewontin elabora un resoconto del carattere adattativo dell’omosessualità nella Drosophila, cosiddetto moscerino della frutta, un insetto  asociale presso il quale il corteggiamento maschio su maschio è estremamente frequente. Nelle popolazioni di drosophilae si registra una forte resistenza all’inseminazione multipla e la tendenza a fecondare presto le femmine,  appena dopo la loro emergenza, a dimostrazione della rarità di tali esemplari in rapporto alla porzione di popolazione di sesso maschile:

“Perdere l’opportunità di fecondare la rara femmina non ancora accoppiatasi presenta per il maschio un costo molto maggiore del costo dell’energia sprecata a corteggiare un altro maschio. Quindi la selezione naturale avvantaggerà i maschi che corteggiano indiscriminatamente, dal momento che hanno probabilità molto maggiori di ottenere la femmina non accoppiatasi, rispetto ai maschi troppo circospetti.”

Lewontin ritiene che la storia adattativa appena descritta, l’elaborazione della quale non richiede che il tempo materiale sufficiente per  scriverla, a differenza di numerose ipotesi arbitrarie sulle disposizioni omosessuali innate nell’uomo proposte dai genetisti che studiano il comportamento umano, abbia il pregio di potere essere verificata attraverso opportune misurazioni dei consumi energetici connessi al corteggiamento ‘omosessuale’ dei moscerini.

Vien fatto di notare come la maggior parte delle ricostruzioni fantasiose non sono verificate o suscettibili di verifica, ma semplicemente plausibili: la verità scientifica e storica della ricostruzione non è contemplata tra i requisiti richiesti alla spiegazione. In Biologia come ideologia, Lewontin presenta un esempio didattico immaginario proposto da chi si occupa di geni e comportamento come modello delle caratteristiche e della struttura di una vera argomentazione naturalistica. Il punto di partenza è dato dall’osservazione empirica, generalizzata per induzione, secondo la quale i bambini, a differenza degli adulti, odiano gli spinaci. Si postula poi che tale fenomeno sia codificato geneticamente e si osserva che gli spinaci contengono una sostanza detta acido ossalico, la quale interferisce con l’assorbimento del calcio, elemento che influenza la crescita delle ossa. A questo punto si giustifica l’origine genetica della repulsione manifestata dai bambini nei confronti degli spinaci costruendo una storia sul passato evolutivo della specie umana, ipotizzando che i bambini che avessero mangiato spinaci, si sarebbero ammalati di rachitismo e avrebbero perciò lasciato un numero inferiore di figli. Gli individui adulti, al contrario, avendo ormai completato il processo di crescita dell’apparato scheletrico, poterono serenamente giovarsi dei gustosi spinaci.

Insomma, ci sono molti dubbi riguardo le spiegazioni del perchè nel meridione il quoziente intellettivo è inferiore che al nord.

Sarà il familismo amorale? Se così fosse, sul piano genetico non ci sarebbe nulla di male nel familismo amorale, perchè l'uomo è un mammifero e ha una 'naturale' tendenza, testimonata abbondantemente nel regno animale di cui l'uomo è parte, ad agevolare i figli e i parenti con i quali ha in comune parte del proprio patrimonio genetico. Questo è vero anche per gli  Merikani, pace Banfield.

Come vedete, la genetica e l'etologia danno poche indicazioni circa la desiderabilità delle loro spiegazioni. Spiegazioni più o meno "plausibili".

 

 

Non vorrei dire corbellerie, ma ci sono dati che dimostrano che gli omosessuali vengono da famiglie in cui le femmine sono più numerose. Potrebbe essere anche una questione di diversa correlazione genotipo-fenotipo nei due sessi (gli stessi geni che rendono gli uomini omosessuali, rendono le donne più fertili), oppure un meccanismo legato all'esposizione in utero agli ormoni femminili magari selezionato nel corso dei millenni come "feedback negativo" per ridurre un eccesso di natalità. Nel complesso a me pare che l'omosessualità non sia questo grande mistero evolutivo, anche perchè ha una forte componente culturale.

Per quanto riguarda il teorema della mamma degli stupidi, qua si sta facendo confusione mi pare... non è rilevante ai fini dei vantaggi evolutivi del QI quello che succede adesso (=negli ultimi secoli, diciamo), ma quello che è successo per decine di migliaia di anni nelle società di cacciatori raccoglitori, dove è abbastanza ragionevole pensare che i figli delle persone più intelligenti raggiungessero in maggior numero l'età riproduttiva.

L’omosessualità è un fenomeno per l’appunto culturale, e non genetico-evolutivo. Stiamo dicendo la stessa cosa (se non ho frainteso il commento).

Infatti l’omosessualità è un mistero dal punto di vista genetico ed evolutivo, ed ho cercato di illustrare il carattere a mio parere poco convincente delle spiegazioni addotte per spiegare come essa si sia potuta evolvere, posto che essa dipenda da fattori genetici.

Vorrei spezzare brevemente una lancia in favore degli studi genetici volti a comprendere la natura umana sul piano biologico, perché i risultati di tali studi potrebbero avere ricadute teoriche rilevanti per alcune fra le teorie morali a nostra disposizione. Mi spiego meglio, sperando che ciò che dico sia anche interessante.

Nella misura in cui la descrizione scientifica della natura umana fornita da  biologi evoluzionisti e genetisti di popolazione si rivelasse attendibile, alcune dottrine morali che definiscono immorali determinati comportamenti umani perché contrari alla “legge naturale” potrebbero trovarsi nella condizione di dover trovare nuovi argomenti per giustificare le proprie convinzioni morali.

In altre parole: se l’omosessualità ha un significato evolutivo come affermano i biologi evoluzionisti, alcuni circoli in cui ancora sopravvive una morale fondata sulla “legge naturale”, ad esempio la Chiesa Cattolica Romana, non potrebbero più sostenere che l’omosessualità rappresenta un ‘disordine morale oggettivo’, dove con il termine oggettivo si intende evidentemente richiamare la “legge naturale”.

Con questo non si vuole affermare che l’omosessualità non possa essere considerata un ‘disordine morale’, ma soltanto che non si può invocare la “legge naturale” al fine di giustificare (giusti-ficare, cioè rendere giusto) il carattere immorale dell’omosessualità.

In conclusione, credo insieme all'autore dell'articolo sul "caso Lynn" che gli studi sulle relazioni tra geni e comportamento siano importanti, e ho cercato di fornire un esempio del perchè credo siano interessanti. Sono interessanti, come ho cercato brevemente di spiegare, perchè ci costringono a rivedere alcuni assunti delle nostre teorie morali.

Per quanto riguarda il teorema della mamma degli stupidi, qua si sta facendo confusione mi pare... non è rilevante ai fini dei vantaggi evolutivi del QI quello che succede adesso (=negli ultimi secoli, diciamo), ma quello che è successo per decine di migliaia di anni nelle società di cacciatori raccoglitori, dove è abbastanza ragionevole pensare che i figli delle persone più intelligenti raggiungessero in maggior numero l'età riproduttiva.

 

Suppongo, però, che quello che succede adesso sarà rilevante ai fini dei vantaggi evolutivi del QI nei prossimi secoli...

 

E allora mi viene in mente questo:

http://www.youtube.com/watch?v=L0yQunhOaU0

 

Mi ha fatto ridere.

 

 

 

E se la stupidità non fosse affatto d'ostacolo per la riproduzione, anzi?

P.K. Dick scrisse un racconto che sembra proprio adatto alla discussione: "The Golden Man", uscito in Italia col titolo "Non saremo noi" in "Next e altri racconti", Fanucci, 2008. Non vale l'obiezione che Dick fosse solo uno scrittore di fantascienza, per piacere, perché davvero non lo fu. Se leggerete il racconto probabilmente farete un salto sulla sedia.

Senza scomodare il grande Philip, non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di valutare l'intelligenza di Salma Hayek e tante mie amiche se incontrassero Brad Pitt non perderebbero molto tempo in conversazione.

Anzi, l'intelligenza aiuta a ricordarsi di usare delle precauzioni!

Semplificando nei tempi antichi chi era grande, grosso e cattivo aveva la "roba" e quindi anche le donne e poteva mantenere la prole, non chi era più intelligente. (ok, ho semplificato un po' troppo)

PS

Tecnicamente Dick è solo uno scrittore di fantascienza, ma che scrittore!

Non vorrei essere tanto 'impertinente' quanto certi matematici italiani, ma forse P. Dick ha in comune con certa letteratura pseudo-scientifica più di quanto non sembri a prima vista. La prosa di studi come quello di Lynn, o di certi divulgatori scientifici, è alle volte costellata d’espressioni colorite più retoriche e letterarie che scientifiche. Essa si espone in modo evidente, come si evince dalle numerose reazioni, ad una delle critiche più frequenti rivolte agli studi riguardanti la relazione fra geni e tratti comportamentali: quella di usare in modo intercambiabile il linguaggio metaforico e quello tecnico, rischiando in questo modo di mescolare fra loro il piano della conoscenza comune espressa dal linguaggio ordinario e quello, più rigoroso, delle proposizioni pubblicamente controllabili del linguaggio scientifico. Karl Popper, il quale ha da ultimo definito lo studio delle basi biologiche del comportamento umano un programma di ricerca metafisico, ha bollato per esempio la scelta del suggestivo titolo ‘The Selfish Gene’ dell’inglese Richard Dawkins in luogo di un titolo alternativo, ad esempio ‘The Co-operative Gene’ – dal momento che, dopotutto, anche i geni devono collaborare – come pura ideologia. Mentre la comunità scientifica americana fece di The Selfish Gene l’espressione di un manifesto politico nefasto, le reazioni domestiche più feroci, le quali hanno scatenato una vera e propria tempesta in una tazza da tè, si sono concentrate principalmente sul carattere attraente e insidioso del titolo. Nondimeno, The Selfish Gene è stato apprezzato dal pubblico britannico, tradizionalmente più sensibile e pronto rispetto al pubblico americano a lasciarsi trasportare con l’immaginazione, attraverso una lucida e intrigante esposizione,  dalle idee e rompicapi dell’evoluzione.

P.S. In Italia, se mai ci fosse un ‘Dawkins nostrano’, direi si chiamerebbe  Piergiorgio Odifreddi. A me pare che sia Dawkins che Odifreddi scimmiottano un pochino l’apologetica anti-cristiana di Bertrand Russell… and by the way, ma conoscete almeno un essere umano che abbia abbandonato la fede cristiana grazie alla divulgazione di Piergiorgio Odifreddi e gli argomenti razionalisti di Dawkins? Secondo me sono pochi, ma non ho i dati. ;-)

and by the way, ma conoscete almeno un essere umano che abbia abbandonato la fede cristiana grazie alla divulgazione di Piergiorgio Odifreddi e gli argomenti razionalisti di Dawkins? Secondo me sono pochi, ma non ho i dati. ;-)

 

Beh dai, almeno uno che ha cambiato idee leggendo, anche Oddifreddi, lo conosci ;). Oh no? Ammettilo, prima che il gallo canti....

E comunque mi pare più ragionevole cambiare idea dopo aver letto Odifreddi che dopo aver sentito voci che chiedono il perchè di una guerra.

Che t'aggia dì... non lo so quale sia il modo più ragionevole di cambiare idea, certo è che non conosco nessuno che sia caduto da cavallo leggendo il "Vangelo secondo la Scienza". ;-)

Le osservazioni di Odifreddi sulla Madonna che dovrebbe viaggiare alla velocità della luce sono carine per uno sketch dei Monty Phyton. Come abbaglianti tentativi di demistificazione e abbacinanti attacchi alla fede penso i cristiani credenti li ritengano probabilmente dei cheap shots, ma bisogna chiedere a loro quanto tempo ci vuole a ricuperare la vista dopo aver letto i pamphlet di Odifreddi... tre giorni bastano e avanzano, forse anche meno... :-D 

Anche Dawkins non è che sia così devastante, basta una parola malriposta di un cattolico vero tipo Socci o Messori ad allontanare i cattolici dal cattolicesimo. I ragionamenti evoluzionistici di Dawkins sono una forma di fine intrattenimento intellettuale per persone che raramente leggono un libro di teologia, almeno credo.

Secondo Dawkins, adottando la prospettiva o punto di vista del gene – il cosiddetto gene’s eye view – siamo “tutti macchine di sopravvivenza dello stesso tipo di replicatore, molecole chiamate Dna”.

Conseguentemente, “se la situazione impone una scelta tra la sopravvivenza di un dato individuo e la sopravvivenza di altri che complessivamente sono vettori d’un maggior numero di repliche dello stesso gene, il gene orienta o programma l’organismo individuale a comportarsi in modo da assicurare la sopravvivenza del maggior numero possibile delle proprie repliche, anche a costo dell’esistenza del primo individuo.”

Merita di essere ricordata, per la sua efficacia, la battuta pronunciata dal biologo e matematico J. B. S. Haldane in risposta a chi gli chiese se avrebbe mai sacrificato la vita per salvare suo fratello: “Per un fratello no, ma per tre sì”.

Sembra presa da un libro di barzellette!

Credo che libri come quelli di Odifreddi non servano a convincere ma per chi, già convinto di suo, vuole essere "rafforzato" nelle sue convinzioni. Chi è credente si tiene alla larga dai libri di Odifreddi come io mi tengo alla larga da quelli di Socci. Però non escludo che qualcuno possa esservisi avvicinato da credente ed aver mutato la sua convinzione, improbabile ma non impossibile. Ad esempio, io mutai parecchio la mia opinione su Madre Teresa di Calcutta dopo aver letto "La Posizione della miassionaria " di Hitchens

In effetti non è da escludere che si diventi atei o agnostici leggendo Odifreddi o cattolici leggendo Socci… God works in mysterious ways… volevo solo dire che l’impertinenza di Odifreddi, che è pure un uomo simpatico, si rivolge a chi ha atteggiamenti di biasimo verso la fede cristiana.

Insomma Odifreddi vuole dimostrare, in modo anche simpatico che la religione sbaglia là dove la scienza ha ragione. E' un atteggiamento che vale sino a un certo punto. Cercherò di spiegare ciò che voglio dire con una citazione.

Mi viene in mente un aforisma di G. K. Chesterton, il quale si trovava agli antipodi rispetto a Bertrand Russell, che tendo a considerare, in certo qual modo, l’autorevole padre intellettuale di tutti gli Odifreddi. Chesterton scrive, a proposito della religione cattolica:

 

We do not really want a religion that is right where we are right. What we want is a religion that is right where we are wrong.

Intendi qualcosa tipo: If believe in god is wrong then I don't want to be right ?

E' difficile per me spiegare cosa volevo dire e me ne scuso, però ci provo lo stesso. Il vantaggio di affidarsi alle citazioni è quello di abbandonarsi alla loro fascinazione. Non posso farmi interprete dell’esatto significato delle parole di Chesterton. Lui probabilmente si riferiva al fatto che la Chiesa Cattolica - per l’appunto universale - non deve preoccuparsi di andare contro corrente, non deve abbracciare lo spirito del tempo di una determinata epoca.

Ho citato Chesterton non tanto per dire che la Chiesa ha sempre ragione, ma perché credo sia utile riflettere sul fatto che la presenza reale della Chiesa nel mondo risponde ai bisogni spirituali di milioni di persone, inclusi matematici brillanti e spiritosi.

Intendevo dire, citando Chesterton, che forse molte persone che si convertono al Cattolicesimo probabilmente vi arrivano, almeno in parte, quando realizzano di essere nell’errore, quando si sentono in uno stato di deficienza che non trova risposte in ciò in cui hanno creduto in precedenza. In altre parole, quando per esempio un uomo sente il peso della propria miseria o di quella altrui, o anche solo della propria debolezza e fragilità oggettiva, quando guarda con favore alla “verità” dell’ esempio e alla testimonianza di personaggi storici come Francesco d’Assisi o Madre Teresa (una verità fattuale che in sé non ha molto di matematico), quando i fatti della vita di una donna le  suggeriscono la verità contundente del peccato e l’insufficienza dei propri mezzi, allora la Chiesa, per alcune persone, ha ragione laddove loro avevano torto. Questo è un fatto molto interessante, non solo per un ateo o un agnostico, ma anche per un relativista o un nichilista radicale, perché dimostra come molti di noi si identifichino nella visione antropologica della Chiesa Cattolica nonostante la morte di Dio.

Qualcosa sulla relazione tra intelligenza e senso civico. Sembra che la relazione sopravanzi quella tra istruzione e senso civico, che da alcuni è data per solida.

Certo che se i test PISA fossero solo dei misuratori d' IQ e l' IQ fosse "sostanzialmente" ereditabile (40-80%), allora ben poco avrebbero da dirci sulla qualità della scuola, compreso quella del sud.

Vorrei porre la domanda: esistono le basi genetiche del comportamento economico? E se si, ne sapete qualcosa? Vorrei anche suggerire in modo molto approssimativo perché credo che lo studio della relazione fra comportamento ed ereditarietà genetica non è irrilevante per gli economisti. Alcuni testi che studiano l’evoluzione del comportamento animale, ad esempio gli studi dedicati alla divisione del lavoro nelle società di insetti, sono così dipendenti dalle scienze sociali che sembrano quasi dei testi di  microeconomia. Sul terreno dell’economia comparativa, l’impiego di modelli matematici desunti dalle scienze economiche da parte degli studiosi delle basi biologiche del comportamento umano (e viceversa) rappresenta una delle possibilità più promettenti di interazione fra economia e biologia evoluzionista. Alcune nozioni impiegate dagli studiosi delle basi biologiche del comportamento sono imperniati su modelli di teoria dei giochi. La teoria dei giochi rappresenta un fruttuoso esempio in tal senso. L’economia può anche essere vista come il risultato della interazione organizzata fra mammiferi.

Questo non significa che l’economia e l’attività dell’uomo-animale nel mercato possa essere ridotta a variabili biologiche, ovviamente. Tuttavia vi sono tentativi di spiegare il comportamento economico tramite l’ausilio e lo studio delle variabili biologiche e genetiche. Un tale approccio all’economia potrebbe stimolare una riconsiderazione degli assunti della teoria economica classica e la nozione di razionalità economica in particolare. Come sanno gli studenti di primo anno di economia, uno dei fondatori del paradigma della razionalità dell’homo oeconomicus, Adam Smith, mosso dalla viva esigenza d’indagare la natura umana con gli strumenti della filosofia, ebbe spesso a sottolineare, nella sua Teoria dei  sentimenti morali, opera nella quale riprendeva e sviluppava la filosofia sociale del suo maestro Hutcheson, l’importanza della simpatia e della benevolenza, di ciò che in altri termini può essere indicato con la parola “altruismo”. L’economia di mercato, nella sua esemplificazione più estrema e riduttiva, si fonda sull’idea d’interesse economico individuale così descritta da A. Smith:

“Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale.”

L’attuale scienza economica, sottolinea Amartya Sen in una intervista a Rai Educational del 31/8/1998, ha spesso trascurato che “i temi discussi nella La ricchezza delle nazioni avevano origine in alcuni problemi che Smith aveva affrontato nella Teoria dei sentimenti morali, e le risposte che aveva dato a quei problemi riteneva informassero la sua analisi delle politiche pubbliche e più in generale della ragione pratica e dei sentimenti morali”.

La ricchezza delle nazioni può naturalmente essere letta anche come opera autonoma: una delle teorie più celebri di quest’opera è l’idea liberista secondo la quale ogni operatore economico è mosso unicamente dal suo interesse individuale e la regola della domanda e dell’offerta opera come una “mano invisibile” che trasforma il perseguimento dell’interesse egoistico dei singoli in benessere collettivo, a condizione che siano garantite le condizioni minime della libera concorrenza per i diversi operatori economici che entrano ed escono dal mercato.

La privatizzazione e la tendenza a favorire la concorrenza in luogo del monopolio statale è in linea con questo modo di pensare. Tuttavia, la nozione d’interesse individuale è più ampia del concetto di interesse economico, infatti, “da una prospettiva evoluzionistica, non abbiamo motivo d’identificare l’interesse individuale con la ricchezza. Né dovremmo farlo da un punto di vista più vicino al senso comune…Le politiche pubbliche non sono tenute ad affidarsi unicamente al principio dell’interesse individuale in questo senso economico ristretto.” Ispirandosi alla filosofia utilitaristica, Peter Singer nota che una “serie di studi condotti a livello sia nazionale che internazionale, hanno rilevato una scarsa correlazione tra aumento della ricchezza e aumento della felicità, una volta che i bisogni fondamentali siano stati soddisfatti.”

La nozione di “altruismo reciproco” teorizzata dalla biologia evoluzionista è particolarmente rilevante per la comprensione del modello della “reciprocità” che sta a fondamento dell’interpretazione dell’agire economico e dei meccanismi dell’economia di mercato: “Nel cercare di comprendere ciò che fa muovere gli esseri umani e perché essi non si comportano come vorrebbero gli economisti classici, possiamo trovarci a contatto con l’evoluzione umana.” La teoria dell’altruismo reciproco sviluppata dagli studiosi delle basi genetiche e biologiche dei tratti comportamentali umani, ponendo l’accento sulle basi biologiche degli aspetti sociali e cooperativi della natura umana, esorta a ripensare, mediante un vero approccio scientifico interdisciplinare, l’idea che gli uomini siano per natura animati da desideri egoistici di competizione ed acquisizione.

In un opera dedicata alla teoria dei giochi, perfettamente in sintonia con la teoria dell’evoluzione al punto che uno dei capitoli è stato scritto con la collaborazione di W. D. Hamilton , intitolata The Evolution of Cooperation, Robert Axelrod  analizza le possibili strategie cooperative ottimali nelle situazioni descritte dal dilemma del prigioniero. Le situazioni descritte dai modelli matematici  della teoria dei giochi sono altamente strutturate e in genere conflittuali (si pensi alle applicazioni dell’equilibrio di Nash in economia). Axelrod ha mostrato sperimentalmente che la strategia ottimale per entrambi i giocatori consiste nell’aprire la ‘partita’ scegliendo di cooperare e nel limitarsi ad imitare le strategie dell’avversario nelle mosse successive. Questa strategia di giuoco basata sulla reciprocità è stata definita con l’espressione idiomatica inglese “Tit for Tat”, che si può tradurre in italiano con “Occhio per occhio” o “Pan per Focaccia”. Essa dimostra che l’adozione di  una strategia strettamente egoistica non è sempre la strategia ottimale, e che in alcuni casi la cooperazione può essere complessivamente più vantaggiosa. Una volta chiariti i meccanismi della cooperazione, l’egoismo genetico potrebbe non essere in conflitto con l’altruismo cosciente.

Inoltre alcuni economisti, tra i quali Harvey Lebenstein, il quale sottolinea l’importanza della psicologia sociale in economia, hanno compiuto il tentativo, di elaborare una teoria economica il cui nucleo fondamentale è costituito dall’individuo e non dal gruppo (si pensi al concetto di azienda come sistema olistico). Tale tentativo è forse interpretabile come una sorta di avvicinamento alla teoria biologica della selezione individuale, la teoria della selezione dominante fra i biologi evoluzionisti. La teoria biologica della selezione individuale sostiene infatti che l’individuo (o i geni) rappresenti l’unità primaria della selezione. Lo studio delle relazioni fra biologia ed economia sembra molto interessante e forse trascurato, o no?

E' utile studiare il rapporto tra geni e intelligenza. E' sempre meglio sapere se non si dia il caso che siamo intelligenti non solo per merito nostro ma anche perchè siamo 'accozzati' dai geni. Inoltre se la stupidità dipende dai geni essa ha un costo, che come sappiamo è già abbastanza alto senza la rigidità e fissità che si accompagna alle spiegazioni basate sulla eredità biologica. Il costo è economico, certo, ma anche e soprattutto politico, specie se si tratta di meridionali che volgiono cambiare le cose in modo più o meno radicale. Come ha scritto Mary Migdley nell’introduzione a Beast and Man:

“Per ogni intento politico, specialmente per quelli riformisti e rivoluzionari, abbiamo bisogno di conoscere la nostra costituzione genetica. La nozione che i riformatori possono attuare senza questa comprensione è una bizzarra aberrazione tattica, strettamente paragonabile a quella della Chiesa Cristiana nel diciannovesimo secolo, quando essa rigettò la dottrina dell’evoluzione."

 

 

L’Amerika, si sa, non è l’Europa. Anni ’60… movimento studentesco,  movimento per i diritti civili, misure di politica sociale sotto l’egida della  Great Society del Partito Democratico, Head Start program, speranze di mutamento e cambiamento sociale, divieto di discriminazione nelle pratiche di assunzione stabilito dal Civil Rights Act del 1964, istituzione dell’Equal Employment Opportunity Commission (commissone per le pari opportunità d’impiego), vigilanza sull’applicazione dei regolamenti federali in materia di Affirmative Action, promozione di una politica d’assunzione di gruppi che, come i neri e alcune minoranze etniche, furono oggetto di discriminazione nel passato. L’Affirmative Action, che nelle intenzioni dei suoi sostenitori mira a risarcire un passato di discriminazione, è spesso fonte di  malumore nei tradizionali sostenitori del sogno americano. L’Affirmative action è un fenomeno molto amerikano, e potrebbe spiegare una certa avversione da parte dell’accademia americana liberal nei confronti degli studi sulle correlazioni tra QI e geni, i quali enfatizzano la disuguaglianza. La disuguaglianza su basi genetico-comportamentali è quindi interpretata come sessismo e razzismo da coloro che si battono per la causa sottintesa dall’Affirmative Action.

La disuguaglianza su basi genetico-comportamentali è quindi interpretata come sessismo e razzismo da coloro che si battono per la causa sottintesa dall’Affirmative Action.

Forse interpreto male quello che vuoi dire, comunque rispondo a quello che interpreto. Il punto del post non e' che non si possa parlare della radice genetica della disuguaglianza, ma che non se possa parlare in maniera cosi' sciatta come fa Lynn, se si hanno pretese scientifiche. Di conseguenza dal post nulla si puo' inferire su quello che autore e commentatori pensano dell'affirmative action.

 

Non volevo mettere in bocca all’autore del post e ai commentatori cose che non hanno detto. La mia è una considerazione storica più generale che può essere interessante per inquadrare il caso Lynn all’interno di una controversia di vecchia data, almeno nell’accademia americana. Ciò che volevo dire è che, per i motivi cui ho accennato, la situazione all’inizio degli anni ’70 in america era molto diversa, per esempio, da quella dell’inizio del XX secolo, quando spiegazioni ereditariste eran dominanti nell’accademia americana e furono utilizzate come punto di riferimento per la politica sociale sia conservatrice che progressista ( ad esempio il contrasto tra William Graham Sumner e Lester Ward). A cambiare le cose ha contribuito in misura importante la dichiarazione della razza dell’Unesco del 1952. La dichiarazione sulla razza del 1952 pronunciata dall’UNESCO rappresenta un turning point che,  stabilendo una sorta di tacito 'divieto' alla ricerca biologica sul comportamento umano, ‘ufficializza’ uno slittamento dal paradigma ereditarista a quello ambientalista, slittamento che affonda le sue radici nel mondo accademico della fine degli anni ‘20 e ’30.

 

Ad esempio la crescente influenza sociale degli immigrati e della popolazione urbana di colore nel nord degli Stati Uniti in seguito alla Grande Emigrazione e in particolare la Grande Depressione, hanno ostacolato l’accettazione dell’idea di una corrispondenza innata tra lo status economico e l’idoneità biologica che richiama posizioni di darwinismo sociale diffuse a quel tempo.

Negli anni trenta e quaranta nella letteratura delle scienze sociali si è fatto sempre meno riferimento alle differenze di razza e sesso e all’influenza dell’eredità sulle disuguaglianze. Questa situazione è dovuta probabilmente alla posizione degli antropologi americani, i quali attraverso la loro associazione (AAA), denunciarono il razzismo accademico in modo unanime.

In passato, un altro fattore di avversione nei confronti di studi come quelli di Lynn è stato, quasi sicuramente, il clima intellettuale che si è creato a causa di eventi storici come la tragedia dell’ Olocausto.

Volevo solo puntare il dito sul fatto che le persone che lavorano nell’accademia e si occupano di questioni scientifiche che si prestano alla politicizzazione sono influenzate dal contesto storico in cui operano. Il mio intento è meramente integrativo al post e ai commenti, che apprezzo molto.

Grazie del commento, visto che nel mio cv ci sono un paio di articoli con "affirmative action" nel titolo avevo storto un paio di sopracciglia. In ogni caso, a commento del tuo post mi vien solo da pensare il fatto che nel 2010 siamo piu' o meno tutti concordi con il fatto che sia statisticamente molto difficile cause genetiche da qualsivoglia altra causa, nonostante enormi progressi metodologici fatti negli ultimi 3-4 decenni. Figuriamoci cosa potessero trovare negli anni  30 e 40. Insomma non e' solo il clima ideologico, e' anche la consapevolezza delle difficolta' della materia. 

Grazie per la risposta, leggerò gli interventi sull'Affirmative Action. Vorrei anche aggiungere un commento più “dialogico” e "thought-provoking" che chiarisce il mio pensiero e le mie curiosità. Indipendentemente dalla disponibilità di dati sulla natura delle differenze nell’intelligenza fra meridionali e settentrionali, penso che gli accademici siano esposti a modi di pensare che, penetrando di sé la politica e la società, spesso conducono il mondo accademico a prendere una posizione non del tutto agnostica.

Quando si parla di temi sensibili sia scientificamente che politicamente come il rapporto fra geni e intelligenza (o stupidità), non è storicamente inesatto dire che ci si trova di fronte a un campo di battaglia costellato di forti reazioni, tenaci resistenze, e persino suscettibilità offese.

Lo stesso rapporto fra economia e lo studio delle basi biologiche del comportamento economico non fa parte del canone classico dell’ economia, almeno credo. Le ragioni le possono spiegare gli economisti meglio di me. Quello che so è che per un certo periodo del secolo scorso l’economia, insieme alla scienza politica e alla sociologia, ha trascurato le basi organiche del comportamento. Le "scienze sociali" sono cioè state caratterizzate da un pregiudizio antigenetico. Il dogma prevalente nelle scienze sociali è stato quello della separazione fra fatti sociali e fatti biologici che ha portato ad un oblio della spiegazione biologica del comportamento, incluso quello economico.

Il periodo storico di cui sto parlando coincide, more or less, con la caduta del darwinismo sociale, ma ha origini precedenti, nella distinzione di Weber fra scienze della natura e scienze dello spirito, o nella convinzione di Durkheim che le spiegazioni biologiche non sono adatte a spiegare i fatti sociali. Insomma mi pare di alludere molto grossolanamente alle possibili conseguenze del divorzio fra le due culture.

Si pensi, per fare un esempio secondo me molto efficace, al padre della antropologia strutturalista: qual è il peccato originale dell’antropologia secondo Levi Strauss? La confusione di biologia e cultura.

Insomma, anche gli economisti, forse, hanno avuto la tendenza a considerare cultura e biologia come due ordini eterogenei.

Questo anche perché lo studio dei legami fra intelligenza e geni, ben prima di Lynn, è stato tacciato di conservatorismo politico. Ovviamente non ho la minima idea di quale sia la situazione attuale nel dialogo fra economia e biologia, o fra genetica e scienze sociali ed è interessante che un economista ritenga lo studio di Lynn legittimo e interessante se solo tale studio non fosse sciatto e magari pure inesatto.

La mia domanda di fondo, andando un pochino fuori tema ma non spero troppo, è questa: agli economisti interessano le basi organiche e genetiche del comportamento economico? E se si, cosa si può dire di significativo al riguardo?

Pensare che gli scienziati siano immuni da ideologie e opinioni proprie e' certamente naive, preferisco pensare che la naturale competizione scientifica fra ricercatori di diverse opinioni serva piu' al raggiungimento della verita' di un presunto distacco ideologico. Ma questo e' ovvio, non vale nemmeno la pena di perderci tanto tempo. Un appunto personale, pero': io personalmente conosco poche persone che si mettono in testa un risultato e vanno a cercarlo. Quando ho un'idea per un paper, visto che ne ho poche, me la tengo stretta e la porto in fondo qualsivoglia sia il risultato.

Riguardo ai rapporto fra economia e biologia, io direi che, a naso, senza pretendere di parlare della categoria, la cosa interessa molto agli economisti. Anche metodologicamente ci sono punti in comune (e.g. evolutionary game theory). Faccio fatica a seguirti quando dici che ad un certo punto, durante il secolo scorso, "Il dogma prevalente nelle scienze sociali è stato quello della separazione fra fatti sociali e fatti biologici che ha portato ad un oblio della spiegazione biologica del comportamento, incluso quello economico". Nell'economia neoclassica si assumono preferenze individuali. Siccome sono individuali, che origine possono avere se non biologiche? Qualcuno, che studia dinamiche intergenerazionali, le assume persino ereditabili da genitori a figli. Forse volevi dire qualcos'altro.

 

 

Il punto in effetti riguarda il fatto che nella economia classica come nella biologia evoluzionista, si parte dalle preferenze individuali e dalla golden rule, che suggerisce di non chiedere agli attori, intesi come individui, di agire contro i propri interessi.

 

Se si parte da questa visione antropologica tipica della economia non si arriva a capire come, sul piano genetico, si siano evoluti comportamenti come l’altruismo. Nonostante l’altruismo sia un fenomeno pressoché ubiquitario nel regno animale, un semplice dato di fatto, che si esprime in forma pura ed estrema nelle caste sterili di alcune specie di insetti, la teoria della selezione individuale sostiene che “è impossibile la selezione di caratteristiche che non siano d’utilità all’individuo. In breve, la selezione individuale sembra escludere l’altruismo.”

 

Assumendo che i geni possano determinare l’altruismo di un individuo, l’altruismo biologico deve essere inteso in termini di interessi riproduttivi per l’individuo che lo manifesta: esso si rivela “alla fine egoistico, in quanto conduce alla diffusione nella popolazione di alleli uguali a quelli posseduti da chi lo pratica.”

Per evitare il rischio del fraintendimento, occorre tenere presente che l’idoneità darwiniana  concerne esclusivamente l’idoneità riproduttiva, non l’idoneità fisica o funzionale del singolo organismo.

 

Charles Darwin fu a suo tempo cosciente delle difficoltà che la teoria della selezione naturale incontra nello spiegare il carattere paradossale del comportamento altruistico manifestato dagli insetti sociali e della sterilità delle formiche operaie:

 

 

“Mi limiterò a una particolare difficoltà che mi sembrò dapprima insormontabile e effettivamente fatale alla mia teoria. Mi riferisco ai neutri o femmine sterili delle comunità di insetti; poiché questi neutri sovente differiscono largamente nell’istinto e nella struttura dai maschi e dalle femmine feconde, e tuttavia, essendo sterili, non possono propagare il loro tipo. L’argomento merita di essere discusso a lungo, ma parlerò qui di un solo caso, quello delle formiche operaie o formiche sterili. Come le operaie sono state rese sterili è difficile dire; ma non molto più difficile che spiegare qualsiasi altra stupefacente modificazione di struttura; poiché si può dimostrare che certi insetti e altri animali articolati diventano occasionalmente sterili allo stato di natura; e se tali insetti fossero stati sociali, e fosse stato vantaggioso, per la comunità, che nascesse annualmente un certo numero di individui atti al lavoro ma incapaci di procreazione, non vedo particolare difficoltà ad ammettere che ciò sia avvenuto attraverso la selezione naturale.”

 

La persistenza di “neutri o femmine sterili delle comunità di insetti” inficiò la teoria lamarckiana dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti, ossia la teoria dell’evoluzione organica che asserisce che i cambiamenti ambientali provocano negli organismi cambiamenti strutturali che vengono trasmessi alla prole; la teoria, per l'appunto, “richiede che i caratteri si sviluppino grazie all’uso o al disuso degli organi dei singoli organismi e poi siano trasmessi direttamente alla successiva generazione, cosa che è impossibile fare quando gli organismi sono sterili.”

 

Il tentativo di soluzione elaborato da Darwin per mettere la sua teoria della selezione naturale al riparo dal paradosso fu quello di introdurre il concetto di selezione agente al livello della famiglia: “Questa difficoltà, sebbene appaia insuperabile, si riduce o, come credo, scompare, quando si ricordi che la selezione può applicarsi alla famiglia, così come all’individuo, e può così raggiungere lo scopo desiderato.”

 

E’ stata sottolineata la ‘logica impeccabile’ della soluzione di Darwin: “Se alcuni degli individui della famiglia sono sterili ma importanti  per il benessere dei parenti fecondi, come nel caso delle colonie degli insetti, la selezione al livello della famiglia è inevitabile. Quando l’intera famiglia costituisce l’unità della selezione, è la capacità di generare parenti sterili ma altruisti che diventa soggetta all’evoluzione genetica.”

 

Se dunque ci si chiede: “come può l’altruismo, il quale, per definizione, riduce la fitness personale, riuscire a evolversi per selezione naturale? La risposta è consanguineità: se i geni responsabili dell’altruismo sono condivisi da due organismi in virtù della comune discendenza, e se l’atto altruistico da parte di un organismo accresce il contributo congiunto di questi geni alla successiva generazione, allora la tendenza all’altruismo si propagherà attraverso il pool genico. Ciò avviene anche se l’altruista fornisce meno d’un solitario contributo al pool genico come prezzo per il suo atto altruistico.”

 

Per riassumere, mi chiedevo, un po’ ingenuamente: se l’interesse individuale come assunto della evoluzione biologica non spiega come certi comportamenti come l’altruismo si siano evoluti e per spiegarne l’evoluzione occorre modificare e ‘spostare’ la nozione di interesse genetico dall’individuo al gruppo dei suoi consanguinei, ci si potrebbe chiedere se anche l’idea di interesse economico così come è assunto assiomaticamente nella economia neoclassica non sia insufficiente a spiegare l’evoluzione delle interazioni economiche reali fra individui e il loro mantenimento.

Vorrei aggiungere al post una piccola osservazione.

Il caso Lynn dimostra come considerazioni di natura politico-morale siano mescolate in modo pernicioso con lo studio scientifico delle basi genetiche della intelligenza in Italia.

Tuttavia questo tipo di studi sulla base genetica ed evolutiva del comportamento non sono necessariamente razzisti o polemicamente reazionari.

A questo proposito, è forse utile rilevare che il noto linguista Noam Chomsky, pur non facendosi coinvolgere in controversie simili, a differenza di gran parte dei detrattori dello studio geni-comportamento, ricollega tale studio a radici politiche niente affatto conservatrici.

Non certo sospetto per le sue idee politiche, egli offre un giudizio epistemologicamente positivo sullo studio delle basi biologiche della natura umana dell’uomo e del suo comportamento. In Rollback, part I, in Z Magazine (January-May, 1995), Chomsky scrive che il programma scientifico incentrato sul rapporto tra ereditarietà genetica e comportamento fu fondato “ dall’eminente pensatore anarchico Peter Koprotkin, oltre che scienziato naturalista, in un lavoro seminale che portò al suo classico Il reciproco appoggio: un fattore dell’ evoluzione, pubblicato nel 1902.

I suoi studi criticarono le conclusioni sulla ‘lotta per l’esistenza’ del noto studioso darwiniano T.H. Huxley, il quale non replicò mai pubblicamente, sebbene in privato scrisse che il lavoro di Koprotkin fosse “molto interessante ed importante.”

Le speculazioni darwiniane di Koprotkin sul possibile ruolo della cooperazione nell’evoluzione, con le loro conseguenze per l’organizzazione sociale anarchica, rimangono fra i contributi più durevoli alla sociobiologia odierna. Ma in qualche modo questo lavoro non è entrato “nel canone”, e ci si può appena immaginare il perchè”.

Quindi occorre sempre stare attenti a non incorrere nella fallacia naturalistica, ossia bisogna tenere ben presente la distinzione fra fatti e valori quando si prendono in esame studi scientifici (seri) sulle correlazioni fra geni e tratti comportamentali come l’intelligenza umana.

Se si parte da questa visione antropologica tipica della economia non si arriva a capire come, sul piano genetico, si siano evoluti comportamenti come l’altruismo

Questo e' completamente falso, ma dove hai studiato/letto di economia? E' vero il contrario. E' perfettamente possibile derivare comportamenti altruistici da preferenze individuali e razionalita' e lo si fa ovunque e da sempre. 

ho postulato che le difficoltà di spiegazione dell’altruismo su basi genetiche ed ereditarie partendo dall’individuo e dall’egoismo proprio del gene, possano essere riscontrate anche in economia, dal momento che si parte da una nozione di attore economico razionale e auto-interessato nel determinare le proprie preferenze. Per quanto riguarda la biologia evoluzionista la difficoltà di spiegare l’altruismo è reale e si è fatto ricorso alla cosiddetta selezione di parentela.

 

Le limitazioni altruistiche connesse all’eusocialità (alla presenza di caste non riproduttive), sono state interpretate da W. D. Hamilton alla luce della teoria della selezione di parentela.

 

Il fenomeno dell’altruismo fra gli Imenotteri –  formiche, api e vespe – secondo W. D. Hamilton,  deriva “dal modo aplodiploide di determinazione del sesso usato dagli imenotteri e da qualche altro gruppo di organismi, nei quali le uova fecondate producono femmine e quelle non fecondate producono maschi.

 

Una conseguenza dell’aplodiploidia è che le femmine sono imparentate molto più strettamente con le sorelle che con le figlie.”  In particolare, “le femmine sono diploidi, avendo padre e madre, mentre i maschi sono aploidi perché hanno solo la madre.

 

Se la regina, dopo che è stata fecondata, feconda a sua volta un uovo, avrà una femmina, diversamente avrà un maschio.” Le femmine-sorelle nate da una regina fecondata da un singolo maschio, avranno il settantacinque percento dei loro geni in comune, il  cinquanta per via paterna (aploide) e il venticinque per via materna (diploide).

 

Il coefficiente di parentela “fra sorelle è 3/4 mentre fra madre e figlia resta 1/2 . Ciò accade perché le sorelle condividono tutti i geni che ricevono dal padre (poiché il padre è omozigote) e condividono in media 1/2 dei geni che condividono con la madre.

Ciascuna sorella riceve 1/2 di tutti i suoi geni dal padre e un 1/2 dalla madre, e quindi la frazione media (r) dei geni condivisi grazie alla comune discendenza da due sorelle è pari a:

 

                                                      (1 x 1 / 2) + (1 / 2 x 1 / 2) = 3 / 4

 

Per questa ragione, ceteris paribus, “è molto più probabile che una femmina fornisca i geni alla successiva generazione allevando una sorella che allevando una figlia.

Il risultato probabile nell’evoluzione è l’origine di caste di femmine sterili e di un’organizzazione coloniale stretta centrata su un’unica femmina feconda.” 

 

Ecco come si tenta di spiegare l’altruismo, almeno fra gli insetti. :-)

Jons, non prendertela per favore se faccio il professore. A volte mi viene ...

Di "spiegazioni sensate" per l'emergere di tratti altruisti nel processo di selezione biologica ce ne sono svariate. Quella che citi è quella forse più nota semplicemente perché è stata la prima "quantitativamente seria". Il mio amico Sam Bowles, per esempio, si dedica al tema ed ha anche lui la sua, che non è del tutto peregrina e ha un qualche support nei dati. Insomma, ce ne sono magari non a bizzeffe ma parecchie.

Per quanto riguarda l'economia, poi, è uno dei temi più studiati. Un'intera branca di game theory si dedica a mostrare come cooperazione ed altruismo si possano sostenere, in equilibrio, anche se le preferenze sono selfish. In questo caso la spiegazione non è biologica, ma di pura razionalità strumentale. Un'altra branca di game theory, usata a piene mani dai biologi teorici, invece assume che alcuni siano altruisti geneticamente, altri no e si chiede che dinamiche evolutive e comportamentali questo fatto possa comportare. Insomma, la letteratura è sterminata, letteralmente. L'unica studentessa che ho tempo di seguire quest'anno per la Honors Thesis qui a WUStL lavora su ... dati micro di altruismo!

Ma non è questo il punto. L'identificazione (che anche tu sembri fare e che molti comunque fanno, se ho letto male il tuo testo correggimi) fra "selfish gene" e agente economico è spuria ed inappropriata. Infatti è analiticamente misleading. L'agente economico (super razionale o meno, fa poca differenza) è comunque uno che si comporta strategicamente e fa scelte cercando di indovinarne le conseguenze. Il gene non fa scelte, semplicemente replica e muta, muta e replica, nient'altro.

Matematicamente uno può sempre dire: beh, il gene è solo una versione semplificata dell'agente che fa scelte. Si comporta come un agente che ha sempre e solo due azioni possibili, mutarsi/replicarsi, e che "sceglie" fra le due a caso. Osservazione logicamente corretta ma analiticamente poco fruttuosa, come dovrebbe essere ovvio.

Il senso in cui l'agente economico è "egoista" è completamente diversa da quella in cui il gene è "egoista". Il primo ha preferenze, che possono evolversi nel tempo in modo endegeno, che sono eterogenee, che vengono trasmesse in parte geneticamente ed in parte socio-culturalmente. Il secondo non ha nulla di tutto questo, è semplicemente una sequenza di bit d'informazione che si replicano e che, così facendo, ogni tanto per caso cambiano.

Non me ne volere. Sto solo cercando di evitare che anche qui da noi si diffondano e consolidino visioni, non so come dire, "bignamesco-televisive" della scienza e, nel caso specifico, dei rapporti fra teorie economiche e biologiche.

Grazie per il commento interessante, trovo giusto ciò che dici quando sottolinei, come punto principale al tuo intervento, che il senso in cui un agente economico è “egoista” non va confuso con il senso in cui il gene è “egoista”.

 

Infatti una cosa sembra essere l’egoismo (o altruismo) cosciente, altra cosa è l’ egoismo (o altruismo) genetico teorizzato dai biologi evoluzionisti. La teoria dell’evoluzione non dice che le persone non sono motivate dal desiderio di aiutare il prossimo e l’egoismo come vantaggio riproduttivo è un falso problema se visto in contraddizione con le motivazioni e aspettative coscienti di una persona. Infatti:

 

“Una persona che si offre volontariamente di lavorare con bambini intellettualmente disabili può acquistare in tal modo maggiore attrattiva nei confronti dell’altro sesso e in tal modo aumenta la propria capacità di riprodursi, ma se si offrisse solo al fine di aiutare tali bambini ad avere una vita migliore, senza alcuna intenzione o aspettativa di attirare il sesso opposto, allora quel volontario sta agendo altruisticamente nel senso comune del termine, quali possano essere le conseguenze delle sue azioni. Il senso comune di altruismo ha a che fare con motivazioni e aspettative coscienti.”

 

E’ vero anche ciò che dici a proposito della esistenza di variati meccanismi  che spiegano, in modo più o meno soddisfacente, l’emergenza di tratti altruisti nel processo di selezione biologica. Ce ne sono parecchi oltre alla selezione di parentela che ho citato.

 

Un ulteriore meccanismo alternativo alla selezione di parentela e capace di spiegare l’evoluzione del comportamento altruistico senza presupporre alcuna parentela genetica è l’altruismo reciproco, proposto nell’articolo del 1971 The evolution of reciprocal altruism da Robert Trivers, uno fra i più importanti teorici della sociobiologia e appassionato  promotore della teoria di William Hamilton.

 

L’altruismo reciproco, essendo fondato sulla reciprocità e il riconoscimento individuale, riveste particolare importanza per l’Homo sapiens, una specie sociale, alquanto aberrante, altamente integrata ed intelligente. Robert Trivers ha sostenuto che non vi è “nessuna prova diretta sul grado di reciproco altruismo praticato durante l’evoluzione umana, né sulla sua base genetica; ma considerando che tale pratica si verifica ogni giorno universalmente, è ragionevole presumere che abbia rappresentato un fattore importante nella recente evoluzione umana e che le risposte emozionali al comportamento altruistico abbiano importanti componenti genetiche.”

 

Per comprendere il meccanismo biologico-evolutivo dell’altruismo reciproco, si immagini che due individui estranei –  Trivers porta l’esempio di due uomini, ma l’altruismo reciproco si estende anche a membri di specie diverse – si trovino in una situazione nella quale il primo corre un forte  rischio di morire per annegamento senza il soccorso del secondo.

 

Si supponga “che l’uomo in procinto di affogare abbia una probabilità pari a 1/2 di affogare se qualcuno non accorre in suo aiuto e che il soccorritore abbia invece una probabilità di 1/20 di morire. Si immagini inoltre che quando il soccorritore affoga anche la vittima affoghi, ma che quando il soccorritore sopravvive la vittima sia sempre salvata…se l’uomo che rischia di affogare contraccambia in un tempo futuro e i rischi di affogare rimangono invariati, l’aver svolto il ruolo di soccorritore avrà beneficiato entrambe gli individui. Ciascun uomo avrà scambiato una probabilità di 1/2 di morire con una probabilità di circa 1/10.”

 

Lewontin ha ironicamente osservato, con una notazione non priva di sarcasmo, come attraverso “questo percorso indiretto tu aumenterai le tue probabilità di sopravvivenza e di riproduzione nel lungo periodo. Il problema con questa storia è che, naturalmente, l’ultima persona da cui vorresti che dipendesse la tua salvezza se stessi annegando è proprio quello che avevi salvato in passato, dal momento che è improbabile che si tratti di un buon nuotatore.” :-)

 

 In altri termini, il meccanismo dell’altruismo reciproco ha maggiori probabilità di funzionare se l’atto altruistico comporta a un tempo un piccolo rischio da parte di chi lo compie e un grande vantaggio a chi ne fruisce.

 

Per il sostenitore della selezione individuale, dunque, resta il problema delle ragioni che spingerebbero un individuo a rischiare la vita per salvare quella di un altro:

 

 “Ammesso che esista un meccanismo capace di sostenere l’altruismo reciproco, resta da risolvere il problema teorico di come inizia l’evoluzione del comportamento.”

 

Uno dei maggiori ostacoli all’evoluzione dell’altruismo è la presenza di imbroglioni – cheaters –  all’interno di una data popolazione, ovvero di quegli individui che accettano l’altruismo degli altri ma si rifiutano di contraccambiare, diminuendo così, nel lungo periodo, l’idoneità personale degli altruisti. Perciò, al di sopra di “una frequenza critica definita dalla dimensione della popolazione e dalla dimensione e dall’efficacia della rete di cooperazione, il gene altruista aumenta molto rapidamente tendendo verso la fissazione. Al di sotto della frequenza critica il gene recede lentamente verso l’equilibrio mutazionale.”

 

Naturalmente, la difficoltà dovuta all’emergenza dell’imbroglio all’interno del gruppo “può selezionare l’abilità d’identificare gli imbroglioni e di non offrire ad essi atti altruistici o di emarginarli, il che potrebbe a sua volta selezionare una maggiore furbizia tra gli imbroglioni, e così via.”

 

In generale, la “frequenza genica critica è semplicemente quella frequenza in corrispondenza della quale fare quel gioco è rimunerativo grazie a una probabilità abbastanza alta di mettersi in contatto con un altro cooperatore.”

 

La fondamentale differenza fra l’altruismo reciproco e la selezione di parentela “consiste nel fatto che nel primo caso l’individuo si aspetta una qualche ricompensa in contraccambio, mentre nel secondo no: in quest’ultimo caso il contraccambio sta nel successo riproduttivo dei propri geni.”

 

Un efficace esempio di altruismo reciproco riscontrabile nel mondo animale è rappresentato, secondo Trivers, dal rapporto di simbiosi in specie diverse di pesci fra le quali non sussiste alcuna parentela genetica. La simbiosi di pulizia che si instaura fra ‘spazzini’ e ‘protettori’, nonostante i primi costituiscano un potenziale boccone per i secondi, è indubbiamente un tipo di relazione intima, controllata geneticamente, che comporta reciproci vantaggi selettivi: gli ‘spazzini’ ottengono un buon pasto mentre i ‘protettori’ si sbarazzano di parassiti nocivi che provocano piaghe e malattie.

 

Hai ragione a sottolineare che in molti casi le spiegazioni proposte hanno poco di biologico perché hanno a che vedere con la razionalità strumentale pura.

 

Cheers!

Comunque,

Se in Germania la destra se ne esce con queste proposte, di questo tipo di tematiche è bene parlarne il più possibile: significa che ricercatori come Lynn e combriccola (Philippe Rushton in primis) hanno forse un'influenza maggiore di quanto si possa intuire pensando al loro controverso merito professionale.

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