Il mercato? Solo quello dei voti meridionali.

30 settembre 2009 marco esposito

L'altro giorno a ora di pranzo ho ascoltato il TG3 Regione, e ho sentito le “proposte” del PDL per il Sud, seguite da una intervista al giornale locale da parte di GT.

In sintesi il Pdl (GT da un lato e gli onorevoli meridionali dall'altro, strano caso di pensiero duale in un corpo che dovrebbe essere unico) pensa che lo sviluppo meridionale debba essere “diretto” in due modi: creando una banca che faccia credito alle aziende del Sud, visto che le stesse hanno problemi di accesso al credito e costi bancari maggiori delle omologhe del Nord. A nessuno viene in mente di vedere il perché: potrebbe essere che le aziende meridionali, notoriamente sottopatrimonializzate, abbiano rating Basilea 2 bassi, e quindi hanno minore possibilità di accesso al credito. Pagano quindi maggiori oneri bancari poiché le banche prestano il denaro con tassi diversi a seconda del “rischio cliente”. Ma siamo in Italia e la politica, appena vede uno spazio per “dirigere” gli imprenditori, ci si tuffa dentro. Il fallimento del Banco di Napoli non ha insegnato niente in Valtellina. Il mercato? Quello dei voti, please.

L'altra idea, già bocciata con un parere preventivo dall'UE, è quella solita: una low tax area sul modello irlandese. Anche qui si introducono storture al mercato senza alcun progetto di fondo: molte aziende troveranno conveniente trasferire la sede sociale senza apportare alcun beneficio, salvo che maggior lavoro ad avvocati, notai e studi di consulenza, che non è che abbiano il problema di cosa si mangia a tavola. Anche la eventuale correzione dell'obbligo di aprire anche una sede operativa non sarebbe migliore: in un'area fortemente sottoposta alla criminalità organizzata gli imprenditori “alieni” svolgendo una banale analisi costi-benefici continueranno a investire in altri paesi a bassa tassazione, ma con salari minori e rischi esterni praticamente nulli. Il mercato, quello serio, punirebbe pesantemente una scelta del genere, una competizione al ribasso del livello di tassazione senza che anche altri costi vengano ridotti. Ma il libero mercato sembra rimanere un'opzione sconosciuta ai partiti politici.

Cosa è artificiosamente alto oggi nel Mezzogiorno d'Italia? Qual è la stortura del mercato, posto che solo il libero mercato può generare sviluppo, quello serio, e non quello radiocomandato dai politici a caccia di voti? Essenzialmente due:

La prima stortura è il divario nel salario pubblico/privato, gia dibattuto su Nfa, che spinge chi può a entrare nel ricco mercato dei dipendenti pubblici e a non cercare lavoro nel privato, cosa che produce rigidità nel mercato del lavoro privato. È ovvio che se si introducesse una differenzazione salariale troppo elevata pubblico/privata si avrebbe solo una forte spinta all'emigrazione, con evidenti avvitamenti all'incontario dell'economia meridionale (ammesso e non concesso che la si voglia sviluppare..). Poiché il mercato del lavoro pubblico dovrebbe essere abbastanza rigido, ma l'accesso molto richiesto ecco che la politica crea i suoi spazi: raccomandazioni a iosa per la finta creazione di posti di lavoro inutili. Inoltre il raccomandato del potente è una specie a sè: non deve render conto al cittadino o al suo superiore, ma al suo (secondo lui) datore di lavoro, il politico che lo ha raccomandato, per cui si aggiunge anche la totale inefficienza di un sistema costosissimo, pagato dalle tasse dei cittadini del Nord.

L'altra stortura è la rigidità contrattuale introdotta dallo Statuto dei Lavoratori, che potrebbe andar bene (il condizionale è d'obbligo) in un mercato del lavoro sviluppato e con tasso di disoccupazione basso (il Nord Italia), ma che non ha alcun senso laddove invece il mercato del lavoro non è sviluppato e con tassi di disoccupazione elevati (il Sud Italia).

Insomma siamo alle solite, nonostante il modello dirigista abbia già abbondantemente fallito, introducendo storture tali che non è assolutamente conveniente aprire aziende nel meridione (tranne che per chi ha la sfortuna di nascerci), si continua a proporre tali modelli al solo fine di continuare a succhiare soldi e voti. I soldi al Nord e i voti al Sud.

34 commenti (espandi tutti)

Eh si, il mercato dei voti...al sud abbiamo una bella tradizione, non c'è che dire. Da me la cosa ha assunto connotati così drammatici in termini di dignità personale e  tanto tragici in termini di svuotamente delle procedure democratiche che sono arrivato alla conclusione che, una volta accertato il voto di scambio,  un cittadino dovrebbe essere privato dell'elettorato attivo e passivo per sempre.

una volta accertato il voto di scambio,  un cittadino dovrebbe essere privato dell'elettorato attivo e passivo per sempre.

Fantastica idea! Un momento, come si fa ad accertare il voto di scambio (mi si perdoni l'ingenuità).

Una precisazione e qualche considerazione sull’articolo.

La precisazione: la misura di cui Marco Esposito ha sentito parlare - la trasformazione  del Mezzogiorno in una grande No Tax Region –è stata lanciata dall’Istituto Bruno Leoni nel Manuale delle Riforme per la XVI Legislatura, nel capitolo dedicato al fisco di cui io stesso mi sono occupato. In seguito, è stata fatta propria da alcuni esponenti del Pdl e del Pd (tra gli altri, Benedetto Della Vedova, Nicola Rossi, Gaetano Quagliariello, Santo Versace e  Pierluigi Bersani) e di recente rilanciata da Angelo Panebianco sulle pagine del Corriere della Sera. Grazie ad un certosino lavoro di lobbying parlamentare, siamo riusciti a farla entrare tra i temi discussi nell’incontro dei gruppi parlamentari del Pdl tenutosi il 28 settembre a Napoli.

Ciò detto, veniamo alla prima considerazione. Come lo stesso Esposito ha evidenziato, non siamo di fronte ad una misura nuova né troppo innovativa, visto che già nel 2000 l’allora premier Giuliano Amato tentò di farla digerire alla recalcitrante Commissione Europea. Come può testimoniare chi seguì da vicino la vicenda (penso a Della Vedova, allora europarlamentare, o a Antonio D’Amato, che da presidente di Confindustria sponsorizzò la misura), più che le obiezioni della Commissione sulla liceità della misura rispetto alla normativa sugli aiuti di Stato,a far arenare la proposta fu la scarsa convinzione del Governo italiano e l’imminente conclusione della legislatura. Non prendiamoci in giro, il Sud è un’area di 17 milioni di persone, solo i più appassionati onanisti potrebbero considerare l’esenzione fiscale generalizzata per tutto il Mezzogiorno come un aiuto di stato. E se pure fosse quello l’orientamento, la questione andrebbe posta in termini politici e non come una mera rispondenza della proposta ai trattati comunitari. Il Regno Unito non ha forse la sua “eccezione britannica” sul bilancio Ue? Non sarebbe forse possibile per l’Italia pretendere un’eccezione italiana, come strumento per superare una volta per tutte lo scandalo degli aiuti a pioggia, quelli perfettamente in regola con le pretese Ue?

Seconda considerazione. Esposito ha seguito un frettoloso servizio televisivo, quindi non ha probabilmente avuto modo di sapere che la proposta in questione non è una semplice differenziazione fiscale sul reddito d’impresa tra Nord e Sud. Si tratta di uno scambio tra sussidi e tasse: la No Tax Region sarebbe la contropartita della chiusura di quei rubinetti che da decenni drogano le imprese meridionali (e per la verità anche molte “aliene”, per usare la terminologia di Esposito) con finanziamenti e prebende pro-industrializzazione. Nessuno pensa che questa sia la panacea di tutti i mali, ma evitiamo di evocare l’ottimo e di scartare il bene! Se si riuscisse davvero, in un colpo solo, a trasformare miliardi di euro di spesa pubblica – erogati discrezionalmente, ergo clientelisticamente – in un’ampia e indifferenziata detassazione, ne guadagnerebbe la qualità dell’imprenditoria meridionale ed il rapporto tra politica, burocrazia ed economia. Poi, possiamo pure pensare che i riformisti siano i peggiori nemici dei rivoluzionari: si sappia però che  l’alternativa alla No Tax Region non è la sacrosanta ed auspicabile liberalizzazione della contrattazione di cui parla Esposito, ma il carrozzone dei sussidi statali e regionali alle imprese.

Terza considerazione. Esposito definisce il Sud “un'area fortemente sottoposta alla criminalità organizzata”. Esposito sicuramente sa che la criminalità al Sud non è dappertutto, non ha dovunque la stessa intensità e non è necessariamente più asfissiante di quella che gli imprenditori italiani incontrano in alcuni paesi in cui investono. Conviene evitare semplificazioni di questo tipo, perché non ne giova la qualità delle policy che si propongono.

Domanda, meglio domande, per capire come funzionerebbe questa "Niente Tasse" o "Tasse Basse" per il Sud (parentesi: perché gli italiani non usano più l'italiano, almeno quando le parole esistono? Capisco "computer" ma "tasse" c'è nel vocabolario. Chiusa parentesi.).

- Quali tasse verrebbero ridotte/eliminate al Sud?

- Quali criteri di "locazione/residenza" verrebbero applicati?

- Come si risolve il problema del vincolo di bilancio? Ossia, quali parti della spesa pubblica correntemente dedicata al Sud verrebbe ridotta?

- Se la spesa pubblica diretta al Sud dovesse mantenersi costante (qualsiasi siano le sue forme) come si finanzierebbe il conseguente deficit?

- In sintesi: chi paga se abbassiamo alcune tasse su alcuni sottoinsiemi dei cittadini italiani? Ripeto: riduciamo anche la spesa pubblica che costoro ricevono o paga qualcun altro? Chi?

La tua obiezione linguistica è sacrosanta.

Rispondo alle domande:

- Nella nostra proposta si eliminerebbe sicuramente l'Ires. Più complessa è la questione Irap: finanzia la sanità, molti propendono per la sua abolizione tout court e renderebbe la detassazione molto più complessa in termini di copertura finanziaria. Un problema aperto (la proposta è in itinere, proprio in questi giorni dovremmo abbozzare un disegno di legge) riguarda le imprese individuali, che non sono soggette all'Ires ma all'Irpef.

- La proposta che scriveremo avrà la forma di disegno di legge delega, nel senso che - ove mai il Parlamento l'approvasse - verrebbero delegati al Governo i dettagli specifici. Nei principi della delega, però, includeremmo - in analogia con quanto avviene oggi per l'Irap (diversa da regione a regione) - il criterio della sede operativa e, nel caso di più sedi operative, della prevalenza della sede (per volume d'affari).

- L'abolizione dell'Ires costerebbe circa 3-4 miliardi di euro (gli ultimi dati disponibili per regione sono relativi al 2006), meno del 10% del gettito complessivo Ires, meno dell'abolizione del bollo-auto (di berlusconiana memoria...). Se si decidesse di intervenire anche sull'Irpef per le imprese individuali, il costo diventerebbe difficilmente sostenibile, stante la proverbiale difficoltà a tagliare la spesa pubblica italiana. L'abolizione dell'Ires andrebbe compensata con la contestuale riduzione dei sussidi alle imprese, soprattutto quelli del Fas (Fondo per le aree sottoutilizzate, eufemismo per sottosviluppate), di provenienza statale. E' possibile fare un'operazione a somma zero, cioè ridurre la spesa che costoro ricevono, per usare le tue parole.

NB Più che una misura fiscale (a ben guardare, condividiamo molte delle obiezioni di Marco Esposito sull'efficacia di questo vantaggio fiscale, a parità di altre condizioni) la nostra è una proposta di bonifica politico-burocratica.

L'abolizione dell'Ires e il mantenimento dell'Irpef (pur violando la regola aurea della neutralità fiscale, che ormai non ricorda nemmeno più nessuno) potrebbe spingere molti imprenditori a trasformare le proprie attività in società di capitali, ormai possibili anche in Italia in forma individuale, dando loro strutture più adeguate e obbligandole ad alcuni adempimenti, tra i quali il deposito dei bilanci, sicuramente positivi per l'intero mercato.

Genererebbe inoltre una sorta di indiretta esenzione degli utili reinvestiti, nel senso che se distribuisci dividendi o compensi ai soci/amministratori, questi vengono assoggettati a Irpef (più o meno, per i dividendi); se invece non lo fai, e quindi trattieni in società gli utili, rimangono in esenzione Ires.

- L'abolizione dell'Ires costerebbe circa 3-4 miliardi di euro (gli ultimi dati disponibili per regione sono relativi al 2006), meno del 10% del gettito complessivo Ires, meno dell'abolizione del bollo-auto (di berlusconiana memoria...). Se si decidesse di intervenire anche sull'Irpef per le imprese individuali, il costo diventerebbe difficilmente sostenibile, stante la proverbiale difficoltà a tagliare la spesa pubblica italiana. L'abolizione dell'Ires andrebbe compensata con la contestuale riduzione dei sussidi alle imprese, soprattutto quelli del Fas (Fondo per le aree sottoutilizzate, eufemismo per sottosviluppate), di provenienza statale. E' possibile fare un'operazione a somma zero, cioè ridurre la spesa che costoro ricevono, per usare le tue parole.

L'Ires riguarda le società di capitali, ne sarebbero fuori le Ditte Individuali, la S.a.s. e le s.n.c.

Conosco s.a.s. familiari di notevole peso economico, sarebbero obbligate a trasformarsi in società di capitali per non perdere competitività, soprattutto, magari, godono di programmi di incentivi (giusti o sbagliati che siano) e gli verrebbero tolti per dare alle società di capitali. Scusa la franchezza, ma mi sembra dirigismo puro.

Io sono notoriamente scemo, ma continuo a non capire perchè la politica quando sceglie una strada la persegue senza andare a chiedere ai soggetti interessati: tu che ne pensi ?

Io, pur non interrogato, rispondo: zero tasse? mica dico NO (scemo sì, ma fino a un certo punto..), mi domando solo se è possibile individuare anche altre strade, meno dirigiste, meno possibili di conflitti (il Nord quanto tempo impiegherà a dire: noi lavoriamo e paghiamo le tasse, questi mangiano i soldi nostri? Un mese, un anno?) e più di "libertà". Mi sembra, ma non solo a me, basta vedere la battaglia che il presidente di Confindustria Napoli, Lettieri, sta svolgendo per riportare i salari dell'Atitech a livelli compatibili con la produttività e i conti a posto, che la battaglia per svincolare i costi di uno dei fattori produttivi (i salari) da una normativa dirigista (CCLN), sia veramente a costo zero, e addirittura ben vista al Nord.

Allora perchè non proporla? tanto, presto o tardi il problema si porrà di nuovo, e nel frattempo avremmo perso tempo. That's all.

L'abolizione dell'Ires costerebbe circa 3-4 miliardi di euro (gli ultimi dati disponibili per regione sono relativi al 2006), meno del 10% del gettito complessivo Ires, meno dell'abolizione del bollo-auto (di berlusconiana memoria...).

Prendo per buoni tutti i dati indicati e non commento sui costi-opportunita’ tra aiuti e fisco. Se si abolisce l’Ires non e’ corretto mettere tra i costi solo l’ammontare perduto del gettito corrente dall’Ires delle imprese meridionali,a meno che il provvedimento non abbia alcun effetto. Nel qual caso sarebbe un provvedimento inutile. Tra i costi, in termini di gettito, si deve contare il minore gettito delle imprese meridionali che si trasformano in societa’ di capitali per godere del vantaggio fiscale, o della perdita di gettito al nord dovuta a quelle imprese (societa’ di capitali o di persone, o individuali) che decidono di rilocalizzarsi al Sud in una veste acconcia per godere del beneficio fiscale. L’unico effetto positivo sarebbe quindi limitato alle ipotetiche imprese estere che si localizzano al sud. Ma come sono fatte le regole fiscali nel mondo, prima o poi questi redditi dovranno essere rimpatriati e quindi tassati. Mi viene difficile immaginare imprese che localizzano solo per rinviare la tassazione a quando l’investimento sara’ concluso. Anche se tutti gli investimenti di Hong Kong venissero al sud, non cambierebbe molto. Meglio abbassare le imposte sulle persone fisiche. Per quello la UE non puo’ dire nulla, in quanto non e’ in nessun modo aiuto alle imprese. Ma questa opzione, oltre che costosa,  non interessa a nessuno…..perche’ poi bisogna ridurre realmente la spesa.

Non prendiamoci in giro, il Sud è un’area di 17 milioni di persone, solo i più appassionati onanisti potrebbero considerare l’esenzione fiscale generalizzata per tutto il Mezzogiorno come un aiuto di stato.

La Commissione Europea è evidentemente composta da onanisti, ciò nonostante la pensano in questo modo.

la No Tax Region sarebbe la contropartita della chiusura di quei rubinetti che da decenni drogano le imprese meridionali

Lo sapevo, non lo ho evidenziato perchè non stavo parlando degli "aiuti" al Meridione, ma dell'ennesimo tentativo dirigista di falsare il mercato. Sostituire un dirigismo a un altro non è il mio pensiero.

Se si riuscisse davvero, in un colpo solo, a trasformare miliardi di euro di spesa pubblica – erogati discrezionalmente, ergo clientelisticamente – in un’ampia e indifferenziata detassazione, ne guadagnerebbe la qualità dell’imprenditoria meridionale ed il rapporto tra politica, burocrazia ed economia.

Non vedo alcuna equazione meno tasse=migliore qualità dell'imprenditoria meridionale, anzi. Sorvolo sul presunto miglioramento del rapporto tra politica, burocrazia ed economia, perchè anche qua non c'è alcuna equazione a dimostrarlo, anzi, potrei perfino sostenere il contrario. Ad esempio, se voglio aprire un'attività impiego, già attualmente, molto più tempo al Sud, piuttosto che al Nord. I dati sono pubblici, se Alberto Lusiani ci legge avrà nel suo database questo dato. Poniamo che si abbia una No Tax area e si aprano molte più imprese al Sud, non capisco come poi si possano abbattere i tempi di apertura attività, con una domanda già oggi ampiamente insoddisfatta.

Esposito sicuramente sa che la criminalità al Sud non è dappertutto, non ha dovunque la stessa intensità e non è necessariamente più asfissiante di quella che gli imprenditori italiani incontrano in alcuni paesi in cui investono

Io so questo. Il 94% di una popolazione di 4.000.000 vive sotto l'ombra della malavita organizzata. Non so assolutamente in quale paese si trovi una percentuale simile, e se esistesse e un imprenditore ci va ad aprire un'attività o è fesso o è un criminale. O ci è nato.

In generale, ribadisco il concetto, vedo che la politica considera gli imprenditori come afflitti da un riflesso pavloviano, gli prometto meno tasse (addirittura zero!) e questi aprono aziende come funghi, ma , soprattutto, mi votano (che è l'unica cosa che interessa ai politici).

Conosco imprenditori di destra e di sinistra, nessuno paga le tasse volentieri, anzi, ma nessuno di noi, ripeto,nessuno, quando fa un investimento pensa al fattore tasse. E' l'ultimo dei nostri pensieri.

Il costo del lavoro/produttività, invece, ci interessa e come, ma di questo non se ne parla più. Di andare da Reggio a Napoli in 10 ore (452 Km) non se ne parla, una spedizione DHL in Sicilia ci mette due giorni, in Inghilterra uno. L' IVA sull'investimento in Romania non me la fanno pagare in Italia vado a rimborso  e (ri)vedo i soldi in 14 mesi. In Irlanda apro una Spa con tassazione al 5% in due giiorni e con 1.500 euro, in Italia in un mese e con 20.000 euro. Mi fermo qua per carità di patria, ma mi aspetto dall'IBL una battaglia per il libero mercato, non per una competizione falsata, per di più sul fattore tasse, senza (vedi commento di MB sotto) specificare chi paga.

Se proprio l'IBL vuole proporre una battaglia sulle tasse ci basterebbe (ma a tutti, Nord, Centro, Sud) la detassazione degli utili reinvestiti, questo sì per competere e creare ricchezza e opportunità.

Non ho trovato l'opzione blockquote... :-)

Non contesto ciò che la Commissione Europea pensa, ritengo che politicamente - soprattutto in questa fase di oggettiva debolezza della Ue - l'Italia avrebbe la forza di farsi accettare la detassazione. "Politicamente" non vuol dire presentare la domandina e aspettare speranzosi la risposta, nè aprire una semplice trattativa con la Commissione: vuol dire minacciare il veto su determinate questioni rilevanti se la No Tax non viene accettata. Antipatico.

Per burocrazia mi riferisco alla burocrazia dei sussidi alle imprese, non a quella relativa all'apertura delle attività economiche. Altro paia di maniche.

Nessuno ha fatto l'equazione meno tasse = migliore qualità dell'imprenditoria. L'equazione è minori sussidi = migliore qualità dell'imprenditoria.

Ma perchè chi vive tra Caserta e Napoli (penso a Roberto Saviano, ad esempio), è convinto che tutto il Sud sia quella roba lì? Napoli-casertocentrismo? Eppure basterebbe andare a Salerno, non dico tanto lontano, per vedere che la criminalità organizzata non ha dovunque la stessa intensità.

Ma perchè chi vive tra Caserta e Napoli (penso a Roberto Saviano, ad esempio), è convinto che tutto il Sud sia quella roba lì? Napoli-casertocentrismo? Eppure basterebbe andare a Salerno, non dico tanto lontano, per vedere che la criminalità organizzata non ha dovunque la stessa intensità.

Forse perchè nelle province di Napoli e Caserta vivono quasi 4m di persone (circa il 70% della popolazione campana o più di un quinto della popolazione totale di Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia). Se alle province di Napoli e Caserta aggiungiamo la Sicilia e la Calabria potremmo concludere che la mafia è un problema per più del 60% degli abitanti delle regioni meridionali (a parte i mafiosi ovviamente).

Condivido che Caserta e Napoli (+ molte zone della Sicilia e della Calabria) non rappresentano tutto il sud, ma la gran parte sicuramente.

Se proprio l'IBL vuole proporre una battaglia sulle tasse ci basterebbe (ma a tutti, Nord, Centro, Sud) la detassazione degli utili reinvestiti, questo sì per competere e creare ricchezza e opportunità.

Marco, mi spiegheresti perchè la detassazione degli utili reinvestiti sarebbe meno dirigista della proposta di IBL? Anche favorire il reimpiego dei capitali nella stessa impresa mi sembra possa creare distorsioni al funzionamento del libero mercato, in questo caso non tra aree geografiche, ma tra diverse possibilità di investimento.

La questione è giusta, vediamo se riesco a risponderti (tutto sommato non sono un economista, ovvero ho ancora il dono dell'intelletto-)).

Primo: la detassazione degli utili reinvestiti a livello nazionale non sarebbe una prerogativa tutta meridionale, introducendo così distorsioni di convenienza fra nord e sud basato solo sull'aspetto fiscale, lasciando inalterati i fattori produttivi (salari, macchinari, costi generali).

Secondo: la detassazione degli utili reinvestiti esiste già per i  beni, si chiama ammortamento, ovvero se acquisto dei beni il costo degli stessi è poi scalato anno per anno in bilancio, secondo la vita utile (presunta) del bene . Tanto che le varie leggi Tramonti sugli utili reinvestiti prevedevano delle correzioni sugli ammortamenti dei beni acquistati. Il punto è che favorisce solo l'acquisto di beni "ammortizzabili", se invece voglio lasciare i soldi in azienda, per rafforzarla in momenti di crisi, per abbassare il ricorso al credito bancario o concedere ulteriori facilitazioni di pagamento ai miei clienti, orbene questi soldi sono tassati a prescindere. No goods, no party. Quindi anche la Tremonti introduce delle distorsioni, acquisto di beni a favore di rafforzamenti di altro genere. Credo si chiami "boosting economy", dopo lascia tanti capannoni vuoti.

Quindi la detassazione "sic et simpliciter" degli utili reinvestiti (sarebbe meglio dire: lasciati in azienda) non distorce il mercato, anzi, non indirizza le scelte degli imprenditori a fare acquisti di macchinari, non sempre indispensabili, e comunque fatti ricorrendo al credito, ma li lascia liberi di scegliere cosa ritengono più opportuno per l'azienda. (non sempre ingarrano..).

Alle spiegazioni di Marco, vi sarebbe da aggiungere una banale - eppure solitamente trascurata - considerazione: le risorse che rimangono in azienda, anziché essere distribuite, non costituiscono reddito per chicchessia, dunque non andrebbero tassate come tali (Ires = imposta sul reddito delle società).

A meno che non si voglia un'imposta patrimoniale - dato che di questo si tratta, nei fatti – caso nel quale si chiede almeno la decenza di dichiararlo, al fine di fare chiarezza sul reale motivo del contendere. Infatti questa scelta - opinabile ma legittima - si pone in netto contrasto con la unanimemente (?) condivisa necessità di rafforzare (patrimonializzandolo) un sistema produttivo mediamente sottocapitalizzato, che non si capisce come possa uscire da tale condizione in presenza del record mondiale di prelievo fiscale sugli utili aziendali (dati della Banca Mondiale).

Relativamente alla questione di una ventilata distorsione tra diverse possibilità d'investimento, direi che il problema non si pone, purché l'imposizione fiscale sia spostata all'eventuale momento in cui quelle risorse vengano girate dalle casse aziendali ad altro soggetto. Il che significa, ovviamente, che un'imposta non è distorsiva se interviene all'atto dell'incasso dei proventi, cioé se si calcola su un reddito reale. Rimane inteso, naturalmente, che le aliquote debbono essere le medesime di qualunque altro investimento: è questa la più comune distorsione che si può notare, ad esempio per quanto riguarda il trattamento privilegiato degli interessi pagati dai titoli di Stato (motivato dai noti problemi di appetibilità degli stessi, che nemmeno è il caso di ricordare), ma anche relativamente a tutta una serie di differenziazioni ed eccezioni di vario genere. Una drastica semplificazione, insomma, farebbe un gran bene ancora una volta: gli utili aziendali c'entrano nulla con tale problema, mentre ha molto a che fare con esso la discrezionalità utile alla politica per conquistare il consenso.

 

Alle spiegazioni di Marco, vi sarebbe da aggiungere una banale - eppure solitamente trascurata - considerazione: le risorse che rimangono in azienda, anziché essere distribuite, non costituiscono reddito per chicchessia, dunque non andrebbero tassate come tali (Ires = imposta sul reddito delle società).

Il principio base delle imposte (in Italia e nel mondo) e’ che se un cespite ha generato ricchezza, questo extra deve essere tassato (magari ad aliquota zero). La questione e’ quando. Piu’ comunemente viene tassato anno per anno, anche quando non viene realizzato, in altri caso solo quando viene monetizzato. Nel caso di utili lasciati in azienda, il valore del cespite non solo si e’ realizzato ma anche monetizzato (in generale vale il principio). Quindi l'extra viene tassato. In caso contrario anche gli interessi accumulati sul mio libretto postale potrebbero non essere tassati per il solo fatto che non ritiro gli interessi a fine anno e li lascio sul libretto (in azienda).  Cosa ha di diverso una attivita’ industriale rispetto ad una attivita’ finanziaria o al mio libretto postale? Fanno utili tutti e due. Quindi la differenza la si puo’ ricavare solo se attribuiamo un giudizio di valore superiore all’attivita’ industriale rispetto a quella finanziaria. Il che spesso si fa. Appunto. Quindi parafrasandoti “le risorse che rimangono in azienda, anziche’ distribuite, costituiscono reddito, ma non adrebbero tassate per (scegli tu il motivo).”

Relativamente alla questione di una ventilata distorsione tra diverse possibilità d'investimento, direi che il problema non si pone, purché l'imposizione fiscale sia spostata all'eventuale momento in cui quelle risorse vengano girate dalle casse aziendali ad altro soggetto.

La questione della distorsione si pone, eccome. Quando l’imprenditore decide se tenere 100 euro in azienda (cassa o beni) ha deciso di investire in una attivita’,la sua,  anziche’ tenerli sul fondo comune di famiglia alle Isole Vergini piuttosto che investire nel giornale di famiglia, o addirittura consumarli improduttivamente. Se lo stato incentiva l’imprenditore a tenere i soldi in azienda, sta anche disincentivando attivita’ alternative, anche produttive. Lo stesso vale anche per i consumi: se incentivo la vendita di auto, sto contestualmente disincentivando la vendita di frigoriferi o viaggi all'estero. E’ questione di valori che lo stato da' all’azienda di famiglia rispetto ad altri investimenti, oppure all’auto rispetto ai frigoriferi.

Obietto due cose:

1. Da un punto di vista economico lasciare i soldi in azienda non è indifferente, visto che, per l'appunto, li tengo lì piuttosto che spendermeli in Escort (la Ford non c'entra niente), e finanzio un'attività che poi acquisterà beni/servizi, allargherà il suo giro d'affari producendo con gli stessi macchinari, insomma quei soldi non vanno sotto il cuscino, come invece capita per tante attività "finanziarie" tassate al 12,5% o non tassate affatto.

2. Inoltre, se sono tassati indipendentemente dall'uso, io so che quei soldi se li prende il governo, e lì sicuramente vanno a finire in Escort (anche qui la Ford non c'entra niente).

Comunque io sono contrario alla formula "no tax area", anche se in cambio dello stop ai finanziamenti, mentre sono favorevole alla detassazione, o decontribuzione degli utili lasciati in azienda. da Nord a Sud.

Non sarebbe forse possibile per l’Italia pretendere un’eccezione italiana, come strumento per superare una volta per tutte lo scandalo degli aiuti a pioggia, quelli perfettamente in regola con le pretese Ue?

Le regole sugli aiuti di Stato sono chiare e non per niente scandalose. Sono definite dall'art. 87 del TCE, laddove una norma generale di incompatibilità con il mercato comune è affiancata da una lista ben definita di deroghe per aiuti diretti e agevolazioni. Oltre alle zone in ritardo di sviluppo e alla politica di coesione, in questa pagina si trova la lista delle zone ammissimili secondo la lettera (c) del comma 3 dell'art. 87, per l'Italia.

Le modalità degli aiuti/agevolazioni sono sempre definite in forme astratta e generale. Se poi in Italia le cose non funzionano, questo dipende dalle persone e dalle istituzioni che ci sono qui, non dalle politiche, che altrove funzionano meglio. Tant'è che nFA ha pubblicato assieme a questo articolo anche un'Avvelenata riguardante Grecia e Slovenia. Per non parlare della Spagna, ovviamente. Tutti ricordano come il Governo Gonzales, appena entrato in Europa nel 1986, fece addestrare una intera coorte di giovani funzionari per fare progetti e pigliare i soldi Europei.

L'idea della No Tax Area è perniciosa sotto tutti i punti di vista, già come semplice italiano (settentrionale) - se devo considerarla come Europeo la trovo anche fuori dallo spirito del tempo. Perfino dei liberali illuminati come Monti hanno di recente proposto un maggiore coordinamento fiscale preordinato alla riduzione della competizione fiscale fra le aree, figurarsi mettere in cantiere una operazione opposta. Volete vedere il Fascismo e il Nazionalismo al 30%, vero?

RR

 

L'idea della No Tax Area è perniciosa sotto tutti i punti di vista, già come semplice italiano (settentrionale) - se devo considerarla come Europeo la trovo anche fuori dallo spirito del tempo. Perfino dei liberali illuminati come Monti hanno di recente proposto un maggiore coordinamento fiscale preordinato alla riduzione della competizione fiscale fra le aree, figurarsi mettere in cantiere una operazione opposta. Volete vedere il Fascismo e il Nazionalismo al 30%, vero?

L'idea di una area senza tasse è perniciosa se la differenza di quelle tasse non pagate me la devo sopportare io! (e questo accade di sicuro visto che i soldi finiscono tutti nello stesso pentolone)

Non mi pare invece tanto perniciosa se a questo corrispondesse una riduzione della spesa in una condizione di equilibrio di bilancio. L'idea che ha Monti del coordinamento fiscale mi sembra una aberrazione, visto che gli stati europei hanno ciascuno il proprio bilancio e non c'è sostanzialmente permeabilità tra l'imposizione fiscale/spesa pubblica di un paese con un'altro; invece mi pare un'idea davvero perniciosa perché impedisce la competizione fiscale tra i paesi che significa spinta a maggiore efficenza del sistema pubblico e riduzione della spesa pubblica.

Mi sfugge il riferimento a Fascismo e Nazionalismo: un aiutino?

L'idea della No Tax Area è perniciosa sotto tutti i punti di vista, già come semplice italiano (settentrionale) - se devo considerarla come Europeo la trovo anche fuori dallo spirito del tempo. Perfino dei liberali illuminati come Monti hanno di recente proposto un maggiore coordinamento fiscale preordinato alla riduzione della competizione fiscale fra le aree, figurarsi mettere in cantiere una operazione opposta. Volete vedere il Fascismo e il Nazionalismo al 30%, vero?

A me pare che fascismo e nazionalismo siano meno presenti proprio in paesi piu' soggetti a una salutare competizione fiscale: in Germania, che deve fare i conti con paesi a bassa tassazione come Slovacchia, Polonia, Ungheria e paesi Baltici, recentemente hanno vinto proprio i liberali di Westerwelle, e l'estrema destra e' risultata irrilevante.

chi può a entrare nel ricco mercato dei dipendenti pubblici e a non cercare lavoro nel privato, cosa che produce rigidità nel mercato del lavoro privato.

che vuol dire rigidità?

L'offerta di lavoratori qualificati è abbastanza povera, chi può o emigra o entra nel settore pubblico (o para-pubblico delle Partecipazioni Statali, che sono viste allo stesso modo di un impiego statale).

Quindi l'offerta è rigida, in quanto limitata. Ma la vera rigidità introdotta è nei salari: come posso pensare di offrire € 900,00 a un ragazzo neodiplomato, quando lo stesso, se riesce a entrare, ad esempio alla  MBDA, ne prende € 1.300,00 con una qualifica inferiore, ma con bonus che io non sono in grado di offrire ?

La MBDA non fallirà mai, perchè paga pantalone, ma i salari (anche quelli che offrirei io..) tenderanno ad aumentare. Non dico poi se lo stesso riesce a entrare come vetraio al Comune di Napoli (ne ha già 200..), meglio di un Superenalotto o un Winforlife.

Il tutto in presenza di una forte disoccupazione che dovrebbe far scendere i salari. Ma che non scendono.

ome posso pensare di offrire € 900,00 a un ragazzo neodiplomato, quando lo stesso, se riesce a entrare, ad esempio alla  MBDA, ne prende € 1.300,00 con una qualifica inferiore, ma con bonus che io non sono in grado di offrire ?

a dire la verità in sicilia conosco un paio di geometri che lavorano in nero a 500 euro al mese in busta e 200 fuori busta da anni e anni. tutti gli altri direttamente in nero. concorrenza (e possibilità di cambiare lavoro) c'è ma a quelle condizioni. se fai valere i tuoi diritti tramite sindacati puoi pure emigrare perché, se il paese è piccolo, la gente mormora e tu diventi infame. se usi gli avvocati forse puoi pure emigrare ma già qualcuno capirà. si usano altri mezzo allora, da quelli più accomodanti ai peggiori quando e se le cose precipitano. il sud italia è anche questo.
forse però non ho compreso il tuo post perché non so cosa sia la MBDA

MBDA è questa. Ha due stabilimenti produttivi nel napoletano.

Sul lavoro nero e sullo sfruttamento (perchè tale è) di manodopera, soprattutto nel comparto edile e del commercio al minuto, se ne potrebbe parlare, ma non è il senso del mio commento.

Però, devo anche dire, che se si applicassero le leggi del mercato quei geometri che lavorano in nero a 500 € in busta e 200 fuori busta (poi me lo spieghi: ma che razza di nero é? prevede una busta paga? ) non salirebbero di molto. Però avrebbero dei contributi pensionistici pagati, ma i salari devono essere commisurati al posto in cui si vive, nell'entroterra siculo forse con € 700 ci campi, a Milano no. E comunque il mercato quello offre: € 700, prendere o lasciare (la Sicilia).

prendere o lasciare

e perché? gli studi di geometri (o di commercialisti ecc ecc) non fanno mica la fame. i prezzi sono bassi perché li tengono bassi in quanto non hanno nessuna intenzione di buttare via i loro soldi in contributi e tasse varie. sarebbe come dire che, visto che i bar non danno scontrino, o ti prendi la coca cola senza ricevuta oppure te ne puoi pure andare a casa o emigrare altrove.

oltre all'imposizione fiscale c'è il pizzo. Se la free tax area è eterna alla mafia conviene fingersi battuta dallo stato per attirare più imprese là (specie straniere che non conoscono come vanno le cose in italia) e poi una volta affondati gli investimenti tornare a livelli più alti di quelli iniziali. se si vogliono i capitali stranieri sarebbe bene un commitment forte del governo su tutti gli elementi negativi del meridione: infrastrutture stradali, corruzione,... e stiamo attenti a non farle fuggire altrimenti sarà più difficile che tornino in futuro, mica sono scemi.

tra l'altro ne guadagnerebbe anche il governo che potrebbe sostenere di aver combattuto aspramente la mafia, e il meridione avrà una possibilità di riscattare la propria immagine e dimostrare che erano la mancanza di lavoro a non motivarli a faticare e non un qualche difetto culturale o genetico.

No, tutto è assai più semplice. Alla mafia (in senso stretto, e in senso lato; leggi: classe politica) conviene l'intermediazione connessa alla gestione di sussidi, finanziamenti, appalti ecc. Disboscare tutto questo impedirebbe a politici & criminali di indirizzare in maniera arbitraria le risorse. Questo è il vero punto debole della proposta: la ragione per cui verrà probabilmente usata propagandisticamente, ma difficilmente sarà presa sul serio.

Per il resto, nel quadro attuale la competizione fiscale e regolamentare è l'unica vera garanzia di porre qualche freno alla voracità del fisco: e il fatto che Monti pensi l'opposto mi rafforza nei miei convincimenti. Non a caso Tremonti, Sarkozy, Obama e soci hanno tanta avversione per i paradisi fiscali: prediligono gli "inferni". Senza dimenticare, per tornare all'esenzione totale dei profitti d'impresa nel Sud, che lo stesso successo dell'economia irlandese ha iniziato a vedere la luce a seguito dell'introduzione di un paio di zone franche. Che poi hanno costretto ad abbassare le imposte nell'intero Paese.

Dal punto di vista contabile per il Nord non cambierebbe nulla. Cambierebbe solo una cosa: che mentre oggi al Sud il ceto politico-burocratico finanzia gli amici e gli amici degli amici, con la No Tax Region si "lascerebbero" i soldi a chi li produce. (Qualche invidioso ne avrà a male; io sto a Brescia, sono preda di tanti vizi ma non dell'invidia... e quindi non credo che la mia ulcera ne risentirebbe). Basterebbe questo a risolvere i problemi del Sud? Ovviamente no. Ma sarebbe un passo nella giusta direzione. Invece che continuare a puntare su trombonate come "senso dello Stato" e altre amenità, invece che continuare a proporre ai giovani meridionali l'ideale di una vita nell'esercito, nella magistratura o nella politica, si creerebbe uno spazio per gli imprenditori e si punterebbe sulla effettiva capacità produttiva di chi ha voglia di fare. Si inizierebbe forse a porre le basi, cosa non da poco, per una contrapposizione sociale tra produttori e parassiti.

Ultima considerazione: sull'Europa. A quanto mi risulta nessun membro del club è costretto a farne parte contro la propria volontà. C'è una porta d'ingresso, e anche una d'uscita (e se nessuno fino ad ora l'ha mai usata, non è detto che non debba accadere). Di fronte all'impossibilità di affrontare liberamente e seriamente il "problema dei problemi" dell'economia italiana (e da sempre), cioè il Mezzogiorno, un Paese serio avrebbe almeno l'orgoglio di minacciare di andarsene per i fatti propri. A suo tempo, rincorrendo in modo un po' patetico la propria grandeur ma comunque dimostrando di avere una notevole coscienza di sé, la Francia abbandonò il comando militare della Nato. Fare gli europeisti in modo pusillanime, anche quando è contro ogni logica, non mi sembra insomma un grande affare.

Il vero problema però è un altro, come già ho detto: ed è che intraprendere la strada della No Tax Region minaccerebbe troppo da vicino gli interessi di chi oggi gestisce i fondi pubblici. Ed è per questo motivo che solo un miracolo di San Gennaro può far tradurre in realtà una proposta di questo tipo.

Ho una domanda un po' "random" riguardante il "tasso di disoccupazione basso" ritrovato nel Nord Italia.

"Basso" in confronto al Sud o in senso assoluto?

Chiedo questo perche' sono nato e cresciuto a Torino, ma dopo aver vissuto tre anni in America penso che trovare un lavoro in Piemonte scoraggerebbe la maggioranza dei cittadini americani. 

E' questa una domanda forse "stupida", forse dettata dalla mia ignoranza in materia e parzialmente fuori tema. Ma la trovo interessante perche' spesso mi trovo a pensare che cercare lavoro in Italia, anche nel fortunatissimo Nord, sia difficile in senso assoluto - in senso proprio antropologico.

Ho una domanda un po' "random" riguardante il "tasso di disoccupazione basso" ritrovato nel Nord Italia.

"Basso" in confronto al Sud o in senso assoluto?

Risposta veloce: basso in senso assoluto. In Francia e Germania la disoccupazione e' dell'ordine del 8-9%, stabile negli ultimi decenni. Nel Nord Italia e' dell'ordine del 4-5%. Piemonte e Liguria sono probaiblmente le realta' con maggiori problemi di occupazione, ma sempre meno di Francia e Germania, credo, ma se trovo il tempo cerco i dati.  Il Nord ha poca disoccupazione perche' i salari lordi pagati sono bassi in rapporto alla produttivita', perche' i contratti nazionali tendono a far convergere ad una stessa media i salari del Nord produttivo e quelli del Sud relativamente meno produttivo. Negli USA e' piu' facile trovare lavoro (e anche perderlo), certamente. Senza vedere i dati scommetto anche che l'occupazione e' piu' elevata, specie quella femminile. Tuttavia i disoccupati, prevalentemente di breve termine, esistono anche negli USA ed in ogni istante sono tipicamente piu' che nel Nord Italia e salgono anche molto percentualmente nei periodi di crisi.

Grazie mille della spegazione!

Mi ero dunque confuso, scambiando i bassi salari e la rigidita' del mercato del lavoro (almeno nel mio settore, quello forestale) come indice di bassa occupazione!

Nella puntata odierna (sabato 3 ottobre 2009) di Settegiorni Parlamento, sulla RAI, il tema centrale era "ancora... mezzogiorno", dedicato alle nuove ricette per le politiche di sviluppo del meridione d'Italia: dalla proposta di una nuova banca per il sud (Tremonti) a una riforma per la gestione dei fondi per le aree sottosviluppate (PDL ma anche PD). Poi la puntata continuava con tema "cervelli in movimento", approfondimento dedicato alle persone, sempre più di elevata scolarizzazione, che tutt’oggi lasciano le regioni meridionali per cercare lavoro al centro-nord o all'estero.

Il trait d'union tra le due cose, secondo me, è stata l'intervista ad un imprenditore (un artigiano orafo) di Torre del Greco che ha delocalizzato l’azienda ad Arezzo! Perché l'ha fatto? Diverse le ragioni: infrastrutture, spazi adeguati e servizi, una PA ragionevolmente sollecita ma, prima di tutto il credito: ha trovato una banca che gli fa il "sovvenzionamento su materie prime", tipo l'anticipo su merci (che, per inciso, nel suo caso, è in parte lingotti d'oro!)... Come dire, basterebbe poco..

Il trait d'union tra le due cose, secondo me, è stata l'intervista ad un imprenditore (un artigiano orafo) di Torre del Greco che ha delocalizzato l’azienda ad Arezzo! Perché l'ha fatto? Diverse le ragioni: infrastrutture, spazi adeguati e servizi, una PA ragionevolmente sollecita ma, prima di tutto il credito: ha trovato una banca che gli fa il "sovvenzionamento su materie prime", tipo l'anticipo su merci (che, per inciso, nel suo caso, è in parte lingotti d'oro!)... Come dire, basterebbe poco..

 

Ad Arezzo il mercato del credito è in mano al Monte dei Paschi, che ha anche una ventina di filiali in Campania. Percè faci l'anticipo su merci ad Arezzo e a Torre del Greco no è un mistero.

Perché un mistero? La capacità di una azienda di essere solubile ad Arezzo è più alta che a Torre del Greco, a me non sembra strano. Sarà un problema di ordine pubblico, ma non ci vedo nessun complotto, anzi, mi sembra piuttosto plausibile. 

Il Monte Paschi in Campania ha ben più di 20 filiali, visto che ne ha 22 solo a napoli (sono cliente mps).

ll problema è che il Mps non effettua in campania quel tipo di anticipo, che si svolge in maniera strana: la banca compra l'oro, lo custodisce, e dà al cliente solo la quantità occorrente per il suo fabbrisogno, saldato a 60 gg. In campania questo servizio lo fa il banco di napoli-bancaintesa. Puoi cambiar nome ma non il DNA: se eri una schifezza prima, non diventi un genio dopo. Credo che quell'imprenditore abbia fatto bene per tutti i motivi che ha elencato, il credito è stato la ciliegina sulla torta.

Torniamo a noi: GT vuole la Banca del Sud, che inevitabimente ricalcherà il fu Banco di napoli (anche peggio, visto che sarà sottoposto direttamente alla politica), per poi continuare a essere quello che tutti gli imprenditori dicono riferendosi al Banco di napoli: 'na chiavica. (una fogna).

P.s.

Molti dimenticano, io no, che la Banca del Sud è un vecchio pallino di GT, fu costituito nel 2006  un comitato promotore, furono stanziati, e spesi, 5 mln di €, mangiati dai gettoni di presenza del comitato promotore. Presidente: l'erede dei borbone. L'indipendenza è garantita...

 

Troverei interessante un'iniziativa come quella dei liberali tedeschi ( http://www.wsws.org/articles/2009/oct2009/fdp-o05.shtml ): un "Bürgergeld" pagato direttamente dalle casse federali ai cittadini bisognosi, a prescindere dal luogo di residenza e senza ulteriori intermediazioni. La proposta somiglia all'inmposta negativa sul reddito, a suo tempo avanzata da Milton Friedman.

In un'ottica di sviluppo del federalismo se ne potrebbe adottare una versione modificata: da un lato rendere il "Bürgergeld" un poco più generoso, dall'altro dare facoltà agli enti locali di tassarlo per finanziare le attività di loro competenza. L'effetto sul sistema di potere clientelare in molte regioni d'Italia sarebbe potentissimo: diventerebbe impossibile comprarsi il consenso dei clientes mediante spesa pubblica improduttiva, e gli elettori diventerebbero molto più esigenti verso la classe politica locale.

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