Il mito della prima casa

22 giugno 2013 Massimo Famularo

Caricato di un notevole significato simbolico, al punto da venir presentato all'opinione pubblica alla stregua di un diritto inviolabile, il tema della prima casa e della sua pignorabilità tornano alla ribalta nel sedicente "decreto del Fare"
Qualche riflessione sul tema

L'impignorabilità  della prima casa, assieme al reddito di cittadinanza era un cavallo di battaglia della movimento 5 stelle che non poco ha contribuito al successo registrato alle ultime elezioni. Sottostante a questa proposta c'è l'idea che la proprietà di almeno un bene immobile a famiglia costituisca una sorta di bene meritorio  (come l'istruzione e le cure mediche) se non addirittura una sorta di diritto inviolabile (di quelli afferenti alla libertà personale)

Il codice di procedura* civile all'art 514 prevede che alcuni beni (insieme quant'altro la legge preveda specificamente cfr art 545) non siano pignorabili ritenendo che  la loro privazione possa essere troppo penalizzante per il debitore oggetto del pignoramento, poiché ne mette in discussione la possibilità di sopravvivenza (es i commestibili e i combustibili necessari per un mese al mantenimento del debitore), ne intacca la sfera più intima (fede nuziale, oggetti necessari al culto religioso) oppure potrebbe comprometterne la capacità di lavorare e  ( gli strumenti, gli oggetti e i libri indispensabili per l'esercizio della professione, dell'arte o del mestiere del debitore).Come si inquadra a questo proposito la prima casa?
Per valutarlo occorre considerare:

  1. a livello individuale  gli effetti della privazione per chi è  soggetto al pignoramento
  2. a livello  di sistema le conseguenze sul sistema di incentivi che regola  i rapporti di debito/credito con particolare riferimento alle garanzie

L'equivoco principale su cui è basata tutta la retorica strumentale (ricordate la scena dello sfratto in   capitalism a love story?) riguardante la prima casa è dovuto alla confusione tra

  • l'esigenza di avere a disposizione un posto in cui vivere, che agli occhi di tutti è ovviamente rilevante e 
  • la titolarità della piena proprietà di un immobile 

che è una condizioneben  distinta dalla prima.

La domanda da porsi in merito al punto uno è:

la perdita della proprietà dell'unico immobile a disposizione comporta per l'individuo un disagio tale da metterne in pericolo la sopravvivenza o l'esercizio delle libertà fondamentali?

Evidentemente, finché esiste la possibilità di occupare un altro immobile a titolo oneroso o gratuito e, nel primo caso, sussistano le necessarie disponibilità economiche necessarie per far fronte al canone di locazione, perdere la prima casa non mette in pericolo né la vita né la libertà del debitore.
Se non è in pericolo la vita, né la libertà del debitore, non esiste alcuna giustificazione per la quale il suo diritto a tenersi l'immobile dovrebbe essere anteposto a quello del creditore a cercare di recuperare il proprio credito.

Perché va rammentato che non si tratta di espropriare o depredare nessuno, ma del caso in cui qualcuno, dopo essersi indebitato cedendo l'abitazione di proprietà come garanzia, non ha onorato le proprie obbligazioni e la sua controparte sia costretta ad agire in giudizio per recuperare quanto possibile del proprio credito. A livello individuale, allora, rendere impignorabile la prima casa significa anteporre senza una giustificazione valida, le ragioni dei debitori ai diritti dei creditori.

Questo ovviamente non vuol dire che "la gente deve morire per strada come in Amerika", se anche la collettività desidera che sia garantita a tutti la possibilità di disporre di un'abitazione, è ben possibile offrire a chi non può permettersela un sussidio oppure l'occupazione di un immobile di proprietà pubblica. Non è affatto necessario intervenire sulle norme che regolano i delicati rapporti di debito e credito, anche perché, e veniamo al secondo punto, l'intervento potrebbe produrre delle conseguenze sgradevoli.

A livello di sistema, rendere impignorabile la prima casa vorrebbe dire vanificarne l'utilità come garanzia per ottenere un finanziamento. Ricordiamo che chiunque concede dei finanziamenti si espone ad una serie di rischi, primo fra tutti quello di non riavere indietro il capitale e gli interessi pattuiti. Oltre a fissare un interesse sufficientemente elevato, il creditore può richiedere come condizione per concedere il finanziamento la presenza di garanzie, escutibili in caso di mancato adempimento da parte del debitore che abbiano dunque la funzione di mitigare il rischio.

Nella stragrande maggioranza dei casi in cui qualcuno accende un mutuo per acquistare la prima casa, l'iscrizione di un'ipoteca sulla stessa e, di conseguenza la possibilità di avviare con privilegio un esecuzione forzata in caso di inadempimento, costituisce un presupposto necessario (e non sufficiente, occorre anche che il richiedente abbia certificate prospettive di reddito future e che la banca disponga di fondi da prestare) per il perfezionamento del contratto.

In teoria, dunque, questo provvedimento comporterebbe l'impossibilità per un elevato numero di persone di ottenere un finanziamento, nella pratica è plausibile che verrebbero escogitati dei meccanismi per aggirare la norma (leasing, qualificazione dell'immobile come seconda casa etc); in ogni caso si tradurrebbe in una serie di oneri aggiuntivi per quei cittadini che ci si proponeva di aiutare. Questo per non dire della questione di come regolare i rapporti di debito/credito posti in essere in quadro normativo profondamente diverso ossia. come verranno trattate le ragioni di chi ha concesso un finanziamento quando una garanzia era pienamente escutibile nel momento in cui questa non lo è più? Che fine fanno nel bilancio delle banche i crediti inizialmente iscritti come garantiti da ipoteca nel momento in cui questa garanzia scompare? 

Come avevo scritto all'epoca, la strada per l'inferno è dunque lastricata di buone intenzioni.

Ma che cosa dice in proposito il sedicente decreto del fare? 

Innanzi tutto, ad onta delle fuorvianti comunicazioni propagandistiche l'intervento riguarda solo le procedure di riscossione dei tributi e delle imposte per cui non riguarda la pignorabilità della prima casa da parte di creditori diversi dall'erario. Scendendo in dettaglio, cito da Businessvox:

Si fermano i pignoramenti sull'abitazione principale del moroso, però non deve trattarsi di casa di lusso (A/1, A/8 o A9). La procedura di espropriazione relativa agli altri immobili potrà essere attivata solo alla duplice condizione che l'importo complessivo a ruolo superi i 120mila euro e che siano decorsi inutilmente sei mesi dall'iscrizione di ipoteca. Il decreto legge varato dal Consiglio dei ministri di sabato scorso allenta notevolmente la stretta sui pignoramenti immobiliari, salvaguardando, in presenza di alcuni requisiti, l'immobile in cui il debitore risiede.

Sino a quando non entrerà in vigore la riforma, l'abitazione principale è trattata alla stregua degli altri immobili. Questo significa che la stessa è espropriabile se il credito per il quale procede l'agente della riscossione è superiore a 20mila euro. Con la nuova norma, invece, alla casa di abitazione è riservata una disciplina di favore che ne impedisce la sottrazione al proprietario per i debiti affidati all'agente della riscossione, in gran parte si tratta di debiti di natura tributaria. Una questione da affrontare è l'esatta individuazione dell'abitazione principale. Non vi è però coincidenza con la nozione di prima casa, poiché occorre in primo luogo che si tratti dell'unico immobile in proprietà del debitore.

E' inoltre richiesto che quest'ultimo vi risieda anagraficamente. Ne deriva che se il contribuente possiede una sola casa, ma risiede in un immobile in locazione, l'esproprio sarebbe possibile. La previsione normativa pone quindi alcuni problemi interpretativi. È disposto che l'immobile sia «adibito ad uso abitativo». 

 In sintesi, la misura del decreto del fare pur facendo demagogicamente riferimento al mito della impignorabilità della prima casa, come brevemente discusso in precedenza, di fatto non fa altro che limitare i poteri di Equitalia nella riscossione dei tributi  limitatamente ad una serie di casi particolari e peraltro suscettibili ancorda di interpretazione.

Cosa possiamo concludere? 

Che l'impignorabilità della prima casa è una favola

  • sia nel racconto propagandistico dei politici, da Grillo che ignora le conseguenze di  quel che propone alla DC 2.0 che vende come rivoluzione un po' di indulgenza concessa ai sudditi visti i tempi che corrono
  • sia nell'utopia socialista di far del bene ai bisognosi con leggi che ignorano, quando non palesemente contraddicono, le naturali risposte agli incentivi di cittadini che agiscono in modo da perseguire i propri interessi

*Correzione effettuata in seguito a segnalazione nei commenti

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36 commenti (espandi tutti)

Egregio sig. Famularo, gli articoli da Lei citati si trovano nel codice di procedura civile, non nel codice civile.

Dopo questa opportuna precisazione, osservo che le notizie di stampa - almeno quelle dei quotidiani maggiormente attendibili - hanno precisato con chiarezza che l'impignorabilità della prima casa riguarda solo i crediti tributari. Quest'osservazione non infirma le Sue considerazioni a proposito della tutela dei finanziatori, che condivido integralmente, in linea di principio, ma sono disattese nella pratica dalle difficoltà che essi incontrano nell'escussione delle garanzie ipotecarie (cosa che si può dire anche delle ragioni dei locatori, che da decenni incontrano difficoltà anche maggiori nella liberazione degli immobili locati). 

però

Pietro Puricelli 22/6/2013 - 15:02

Il problema mi sembra sia che l' impignorabilità non leda tanto gli interessi dei finanziatori, quanto che vada a discapito di chi ha bisogno di un finanziamento. Comunque chi concede un credito lo farà a tassi correlati con la possibilità di rientrare del prestito, e si coprirà dell'eventuale rischio di insolvenza. Il fatto che già adesso sia problematica l'escussione delle garanzie ipotecarie non rende meno stravagante l'idea che sia possibile contemporaneamente avere finanziamenti a tasso ragionevole e una sostanziale mancanza di garanzie per il prestatore.

visto che il decreto riguarda solo i debiti verso lo stato? Non sarete mica voi a fare demagogia paventando rischi che non esistono?

non c'entrano, posto che il decreto riguarda solo la riscossione coattiva delle imposte. Ma certa demagogia rivendica la sacertà della prima casa anche nei confronti di qualsiasi creditore; mi pare che se ne sia già discusso su nfA.

Il fatto che il decreto riguardi solo i debiti vs lo stato è scritto in grassetto per chi ha la pazienza di leggere l'articolo.

L'articolo l'ho letto

NV 24/6/2013 - 12:48

il punto è che di non-pignorabilità della prima casa ipotecata non ne ho mai sentito parlare il governo, e credo neanche i grillini. Non vorrei sbagliarmi, ma mi pare che questo sia uno straw man che vi siete inventati su NFA.

Non mi pare, ho letto spesso di impignorabilita' della prima casa sul blog di Grillo e grillini vari e non mi pare di aver mai letto "da parte di Equitalia", si parlava di impignorabilita' tout-court.

Non seguo assiduamente il blog di Grillo, comunque mi pare che parlassero di impignorabilità anche rispetto a creditori privati, ma non di impignorabilità di una casa ipotecata.

Chiaramente sarebbe impossibile sottoscrivere un'ipoteca su una casa non pignorabile.

Grillo

Massimo Famularo 26/6/2013 - 14:17

se uno come grillo scrive nei venti punti impignorabilità della prima casa tu a cosa pensi si riferisca?

io penso che si riferisca proprio alle prime case ipotecate, ma ovviamente finchè restano vaghi non si può essere sicuri al 100%
Peraltro proprio il lasciare intendere la cosa senza specificare è censurabile 

Non sono un fan ne di Grillo ne di Letta e non vorrei mettermi a divinare le intenzioni di Grillo, ma io avevo interpretato che intendesse che la prima casa non dovrebbe essere pignorabile per saldare debiti come nel caso in cui sei socio di una società a responsabilità illimitata (es. una SNC) che fallisce.

Una proposta di impignorabilità per le case ipotecate sarebbe assurda a mio avviso, ma forse sto sopravvalutando l'intelligenza dei grillini.

In ogni caso non mi pare che il governo abbia mai parlato di impignorabilità tout court.

Io direi che più in generale il diritto relativo alla riscossione dei crediti vada riformato perché ad ora è praticamente impossibile in Italia riscuotere crediti non pagati...
A cominciare dalla Pubblica Amministrazione.

Sarebbe assurdo pignorare un'abitazione per meno di 120 mila euro e poi dover assegnare all'ex proprietario un alloggio popolare.

E' un'operazione in perdita, per la pubblica amministrazione. Non sembra un provvedimento dettato da posizioni di principio, quanto da ragionevole pragmatismo, dettato anche da ragioni di ordine pubblico.

Purtroppo questo ragionamento lo si fa spesso anche se si tratta di privati, con la conseguente difficoltà a liberare l'immobile, con l'aumento dei costi delle transazioni e la diminuzione del giro d'affari.

Parti dal presupposto errato che chiunque non abbia (o abbia perso) il diritto di proprietà su un immobile debba ricevere un alloggio popolare.

Al contrario, è necessario anche che il soggetto in questione non possa permettersi di pagare un affitto.

Prima di tutto non c'è alcuna affermazione sul diritto (inesistente) a ricevere un'abitazione popolare. Se non ce ne sono libere, hai voglia di avere tutti i requisit di questo mondo.

Però è probabile che chi non abbia i soldi per pagare il fisco, non abbia neanche il reddito per pagare un affitto, allungando così le liste dei pretendenti degli alloggi popolari.

Finirebbe per gravare sull'assistenza pubblica, anche per quanto riguarda l'abitazione, e costerebbe  alla collettività più di quanto ricavato dalla vendita dell'immobile pignorato.

Dettaglio

Guido Cacciari 24/6/2013 - 20:40

Vi sono due modi di attaccare l'immobile di un debitore: l'esecuzione immobiliare o l'ipoteca.

Il primo modo è molto più cruento del secondo, nonché molto più ingiusto, in quanto consegue devalorizzazioni dell'immobile almeno del 50%, e perché può coinvolgere in questa ingiustizia anche eventuali incolpevoli coproprietari.

Invece, in Italia l'ipoteca è più difficilmente accessibile. solo a seguito di sentenze specifiche o di decreti ingiuntivi. La sua l'iscrizione è responsabilità del conservatore,  figura dotata di poteri arbitrari e non controllati, che predilige il diniego.

 

repetita juvant

massimo 24/6/2013 - 20:55

Sui conti correnti bancari gravano numerosi balzelli: da quelle più evidenti come l'imposta di bollo (1,5 per mille) a quelle subdole: l'ISEE non è una tassa, me se hai sul conto più di una certa cifra paghi di più altre cose; praticamente una tassa "travestita".  Ma la tassa più grossa che colpisce i conti correnti e tutte le attività espresse in moneta (ma non gli immobili) si chiama "inflazione": al momento siamo a poco più dell'1% ma in passato è stata molto più alta.

Sono d'accordo che una quota pubblica del 55%, unita ad una pesante regolamentazione del rimanente 45% somiglia tanto all'URSS, ma il punto è la pressione fiscale complessiva, non questa o quella tassa.

 

Tornando alla sostanza dell'articolo io trovo strano che la "prima casa" sia impignorabile per i debiti verso lo Stato, mentre lo rimanga per debiti verso altri soggetti. Dovviamo aspettare che Equitalia ceda i crediti ad una società di riscossione privata?

Giusto

Guido Cacciari 25/6/2013 - 12:55

Sì, ho poi riletto il tuo articolo e ho capito che era molto più specifico di come l'avevo interpretato inizialmente. Ho quindi modificato il contenuto del mio commento, probabilmente mentre tu stavi già rispondendo.

Ciao e grazie comunque della risposta.

Attenzione a non fare confusione...

Ipoteca e pignoramento non sono due modi di diversi di aggredire un immobile. Sono due cose diverse e basta.

L'ipoteca è solo ed esclusivamente una garanzia che può avere fonte giudiziale (es. una sentenza, un decreto ingiuntivo), legale (per esempio quella di equitalia) o volontaria. Nel caso dei mutui è generalmente volontaria. Cioè il debitore, all'atto di contrarre un mutuo offre volontariamente in garanzia un immobile, che generalemente è lo stesso che si acquista con il mutuo.

Si può pignorare un immobile a prescindere dal fatto che sia su di esso iscritta o meno ipoteca. Se l'ipoteca c'è, l'effetto è che con il ricavato della vendita di quell'immobile deve essere soddisfatto per primo il creditore ipotecario (o i creditori ipotecari secondo l'ordine cronologico di iscrizione delle ipoteche). Tutto qui.

Il conservatore che arbitrariamente nega l'iscrizione di ipoteca è fantasia da bar... stiamo attenti a non spararle troppo grosse... senza contare il fatto che ovviamente anche il pignoramento, al pari dell'ipoteca, deve essere inserito nei registri.

quella del Conservatore dei registri immobiliari, sembra creata apposta per turbare il sonno dei giusti, si aggira in uffici bui nei quali si accatastano registri polverosi, male accuditi da lemuri ed altri freaks, dove i pochi coraggiosi che insistono a fare visure scompaiono inghiottiti nel nulla ... ma audaci notai riescono, talora, a far entrare la luce del sole ed iscrivere radiose ipoteche!

Un CTU viene liquidato da un giudice 12.000 Euro, nei confronti di un tizio. Tizo (ade esempio: una immobiliare proprietaria di beni immobili) non paga.

Il professionista può fare due cose:

1) incaricare avvocati, perdere un sacco di tempo, preparare decine di documenti, anticipare 6500 Euro al tribunale per il pignoramento immobiliare e sperare questo che dopo 3 anni riesca a vendergli un immobile; Se non riesce (ex: asta deserta diverse volte con diversi ribassi), il professionista creditore semplicemente perde un sacco di soldi (mi è successo, quindi è vero) e il debitore rimane intoccato.

2) andare in conservatoria con la "copia conforme della liquidazione del giudice per ipoteca", firmata dal presidente del tribunale, e con la modica cifra di 100 Euro iscrivere ipoteca per 5000 Euro nei confronti di tutti gli immobili di Tizio.

Scegliendo la seconda via, se il proprietario - debitore vorrà mai vendere una casa, quando lo vorrà, quando avrà i soldi, potrà tranquillamente saldare il professionista senza che il suo immobile venga svenduto o altri innocenti coinvolti (mogli, fratelli etc.) ne soffrano patrimonialmente.

Tranne che, il Conservatore, se vuole, non te la iscrive. Gli chiedi perché, e lui ti risponde a parole che non è detto che la liquidazione del giudice sia "equiparabile ad una sentenza" (cit. testo del codice). Gli dimostri che lo è allegando sentenze della cassazione a lettere raccomandate? Neanche ti risponde.

Non sono fantasie. Mi è successo. Inutile aggiungere che poi l'immobilare ha venduto tutti i suoi beni, ha fatto sparire i soldi ed è poi allegramente fallita.

Capita tutti i giorni.

La cassazione ha sempre espressamente precisato (l'ultima sentenza di cui ho ricordo è del 2011) che i decreti di liquidazione dei compensi del CTU NON sono titoli idonei all'iscrizione di ipoteca. Infatti se si vuole iscrivere ipoteca è necessario affiancare al decreto di liquidazione, un decreto ingiuntivo.

Ammesso che nel 2012/13 la giurisprudenza non sia cambiata (se così fosse ti prego di indicarmi il numero della sentenza), quello che è successo è semplicemente che hai capito il contrario di quello che le sentenze che leggivi esprimevano (cosa che purtroppo capita spesso a chi si improvvisa avvocato, e  qualche volta anche a chi avvocato lo è).

Mi spiace per te e ti consiglio per la prossima volta, se vuoi evitare di questi problemi, di rivolgerti ad un legale.

Egr. Avvocato, lei non può, a mezzo di un titolo esecutivo (la liquidazione del giudice) chiederne un altro (decreto ingiuntivo).

Si troverebbe nella possibilità di esecutare un bene, ed al contempo ipotecarne un altro (cass.30/06/06, n. 15084).

Ribadisco la conclusione: in Italia, alcuni titoli esecutivi permettono di aggredire violentemente (esecuzione) un bene immobile, precludendone invece l'approccio "soft" (l'ipoteca).

Questo a causa dell'interpretabilità della frase del CC art. 2836 "sentenza o da altro provvedimento giudiziale ad essa parificato".

 

Dico sul serio. Non capisco perchè ti avventuri in argomenti che è evidente che non conosci e fai figure barbine, pur di difendere un intervento fatto da te distrattamente.

Invece di dire: "si, si discute come al bar e qualche volta si spara una cazzata, ne prendo atto", ti ostini a sostenere stupidaggini. Guarda che non puoi vincere... semplicemente fin quando mi andrà ti risponderò... appena mi sarò stufato di vincere facile ti abbandonerò.

E il fatto è proprio questo... che mi stai rendendo il compito troppo facile. E infatti la sentenza che hai citato, come tutte le altre sul punto, dice proprio quello che cercavo di spiegarti prima.

Il decreto di liquidazione dei compensi NON E' TITOLO PER ISCRIZIONE DI IPOTECA.

Quindi o non l'hai letta la sentenza oppure non l'hai capita.

Cass. 15084/06:

"Orbene, poichè il provvedimento di liquidazione dei compensi al consulente tecnico emesso ai sensi della L. n. 319 del 1980, art. 11, ancorchè nei procedimenti civili costituisca titolo provvisoriamente esecutivo nei confronti delle parti a carico delle quali è posto il pagamento, non è, in mancanza di un'espressa disposizione di legge, titolo per l'iscrizione di ipoteca giudiziale, prevista dall'art. 2818 c.c, deve ritenersi che sussista un interesse del consulente, a fronte del persistente inadempimento del debitore, a promuovere in base al provvedimento di liquidazione un giudizio contenzioso con lo strumento monitorio per precostituirsi un titolo che gli offra maggiori garanzie, in quanto spiegante effetto anche al di fuori del processo esecutivo e nei confronti di eventuali terzi (cfr.: Cass. civ., sez. L, sent. 17 aprile 2004, n. 7354; Cass. civ., sez. 1^, sent. 5 gennaio 2001, n. 135)."

Ripeto per la terza volta il concetto, che senza accorgertene hai appena ribadito:

"In Italia, alcuni titoli esecutivi permettono di aggredire violentemente (esecuzione) un bene immobile, precludendone invece l'approccio "soft" (l'ipoteca)."

Se invece vuoi parlare dell'incertezza del diritto (tu mi consigliavi di chiedere un decreto ingiuntivo, io ti ho allegato una sentenza che ti dimostra che non posso) , possiamo aprire un altro tema.

A questo proposito, vedi anche Cass. 2/03/2000 mr. 2315, che ribadisce il concetto che esprimevo ma testimonia un diverso intendimento nel processo monitorio.

Eviterei però toni aggressivi o deridenti.

Anche perché non è questione di "vincere", come dici tu,  o perdere, bensì di capirsi.

O di capire.

Proprietà

lbattisti80 25/6/2013 - 11:36

La Costituzione Italiana (anche se non sono d'accordo) promuove la proprietà della prima casa. Sarebbe più giusto per altre ragioni dare il diritto alla casa in generale, più che alla sua proprietà. In ogni caso penso che questa sia, per fortuna, la ragione che impedisce certi comportamenti.

La Costituzione promuove il lavoro (Articolo 1) eppure i proventi da lavoro, tanto autonomo che subordinato, sono pesantemente tassati. Costituzione promuove il risparmio (Articolo 47) e anche il "diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese", eppure qualore questo investimento produca reddito questo viene tassato DUE volte, la prima in capo all'azienda e la seconda in capo all'azionista, senza contare il solito problema dell'inflazione. Il principio supremo, sovraordinato ad ogni altro dellaCostituzione è quella del diritto di imporre qualsivoglia tassa, financo sottratto alla possibilità di sottoporlo a referendum.Un livello di tassazione intorno al 50% supera il confine fra libertà e schiavitù: esso è IL problema dell'Italia del XXI secolo.

eppure qualore questo

NV 26/6/2013 - 00:18

eppure qualore questo investimento produca reddito questo viene tassato DUE volte, la prima in capo all'azienda e la seconda in capo all'azionista

Qual'è il problema?

Il principio supremo, sovraordinato ad ogni altro dellaCostituzione è quella del diritto di imporre qualsivoglia tassa

Ritieni che dovrebbero esistere dei divieti costituzionali su certi tipi di tasse? Quali? E quale finalità sociale dovrebbero tutelare?

Un livello di tassazione intorno al 50% supera il confine fra libertà e schiavitù: esso è IL problema dell'Italia del XXI secolo.

Diversi paesi europei hanno una tassazione superiore al 50% del PIL. Tutti schiavi?

Un livello di tassazione intorno al 50% supera il confine fra libertà e schiavitù: esso è IL problema dell'Italia del XXI secolo.

Diversi paesi europei hanno una tassazione superiore al 50% del PIL. Tutti schiavi?

Scusate ma così rischiate di parlare a vuoto.
Il punto non è quanto si paga, ma cosa si paga.

In una società dove non esiste un serio sussidio di disoccupazione, le spese odontoiatriche e di diverse protesi non sono coperte, il servizio scolastico è pessimo, gli anziani non sono quasi assistiti e per la casa arrangiati, il 50% può essere schiavitù. In paesi dove questi servizi sono forniti il 50% è giustificabile, potrebbe essere persino poco!

Vedete voi in quale dei due casi rientri l'Italia.

Se volete aggiungiamo che la pressione fiscale sta aumentando mentre i servizi tendono ad essere ridotti.

Certo, per diletto, possiamo discutere dei massimi sistemi: se sia meglio una socialdemocrazia dove ho una forte pressione fiscale in cambio di uno stato "chioccia" o una società liberale dove ho più libertà di decidere cosa fare dei miei sudati risparmi.

Ma quando si parla della realtà italiana bisogna rendersi conto che le nostre tasse servono principalmente a pagare il debito statale, di uno stato che non ha nessuna intenzione di riformarsi per spendere meno e nemmeno per spendere meglio.

PS

Non so perchè a volte mi obiettano: " lo stato siamo noi", embè? Questo non sposta di una virgola il problema, semplicemente evidenzia che qualcuno ha goduto di quel debito.

non siamo noi, sia perché - in linea di diritto - è una persona giuridica distinta dai cittadini, sia perché - in linea di fatto - la sua azione esprime gli interessi di coloro che lo governano e dei loro elettori.

la sua azione esprime gli interessi di coloro che lo governano e dei loro elettori.

Ritengo utile precisare che, nel caso di legge elettorale a liste chiuse (come il nostro), gli "elettori" di un eletto sono costituiti dal consiglio direttivo del partito che ha stilato la lista.

Nulla a che fare con i cittadini o una parte di essi (che votano solo il partito, non i candidati).

Non per niente la legge elettorale classifica il ns. sistema istituzionale come "partitocrazia" (On. Lucifero, 1948), non "democrazia".

Ritengo sia un sistema molto difficile da modificare, qualora radicato. Specialmente in caso di prevalenza del legislativo sull'esecutivo (parlamentarismo).

I casi di riforma (esempi: di Mussolini, Hitler e Degaulle) difettavano di almeno uno dei due presupposti di cui sopra (radicamento e parlamentarismo).

Abbastanza illuminante il caso di Berlusconi, che dopo aver appoggiato il referendum per l'uninominale ed essere stato eletto grazie alla conseguente riforma (parziale), trovò più conveniente per il consolidamento del proprio potere in ambito parlamentarista tornare alla legge elettorale a liste chiuse.

Una pressione fiscale attorno al 50% del PIL (qui i dati del 2011, prima delle manovre del governo Monti del 2012 e di quelle del governo Letta del 2013) significa che qualcuno si prende oltre la metà della ricchezza da te prodotta e decide come, quando e perchè spenderla, questo è un problema in sè, a prescindere dalla qualità della spesa. Siamo fuori dal conectto solidaristico della redistribuzione: non si tratta di tassare i ricchi per assistere i poveri; il grosso è tassare la classe media per poi fornire servizi alla stessa classe media, che magari non sono quelli che i contribuenti sceglierebbero. In pratica vuol dire: tu sei troppo scemo per sapere quello che è bene per te; lo sceglaimo noi che siamo molto più illuminati. Rimpiango i governi Berlusconi: era più facile far comprendere questo concetto :-)

Fin qui la questione di principio, ma c'è altro. Se il livello della tassazione diventa punitivo per i redditi alti, chiunque abbia capacità di produrre reddito molto semplicemente se la squaglia, sia egli imprenditore, talentuoso artista, raffinato intellettuale o brillantissimo professionista; alla fine restano solo indigenti e faccendieri e il reddito nazionale crolla.

Ma torniamo all'argomento originale del post. Penso di aver chiarito che la Costituzione non offre alcuna tutela contro alcun tipo di tassa, e pertanto neanche alla prima casa. Se le cose stanno così, tanto vale tassare gli immobili, che almeno non possono scappare, e che rincari l'IVA che non si paga sui beni esportati, dando un piccolo aiuto alla competitività delle aziende italiane.

 

 

Direi che la Costituzione Svizzera insegna qualcosa a questo riguardo.

Da copiare tout court, se sei un liberale moderato.

Da integrare eliminando la progressività e la tipologia patrimoniale, se sei F. Hayek.

No, Massimo tu stai già facendo un ragionamento da "liberale".

Niente di male (anzi) ma come faceva notare NV in Europa esistono altri paesi, con tassazioni simili, dove sarebbe ridicolo parlare di schiavitù, sia per la qualità dei servizi, sia per il coinvolgimento del popolo nelle scelte fiscali e sociali e lo dico non essendo certo un "socialdemocratico". Certo si può non essere d'accordo con come quei sistemi organizzano la vita e pensare che esistano sistemi migliori, ma non si può parlare di schiavitù.

Per usare un termine così forte è importante non solo  il "quanto", ma anche il "cosa"  il "come".

PS

Sia chiaro invece che sono assolutamente d'accordo con te nell'utilizzare il termine "schiavitù" per la situazione italiana.

 

 

In una società dove non esiste un serio sussidio di disoccupazione, le spese odontoiatriche e di diverse protesi non sono coperte, il servizio scolastico è pessimo, gli anziani non sono quasi assistiti e per la casa arrangiati, il 50% può essere schiavitù. In paesi dove questi servizi sono forniti il 50% è giustificabile, potrebbe essere persino poco!

Su questo sono d'accordo con te. La mia osservazione era rivolta ai "liberisti" che si focalizzano solo sul valore numerico della pressione fiscale, secondo i quali basterebbe tagliare e (s)vendere pezzi dello stato per risolvere automaticamente tutti i problemi.

Ma quando si parla della realtà italiana bisogna rendersi conto che le nostre tasse servono principalmente a pagare il debito statale, di uno stato che non ha nessuna intenzione di riformarsi per spendere meno e nemmeno per spendere meglio.

Sinceramente mi domando se il debito pubblico italiano sia realisticamente sostenibile:

Attualmente abbiamo il PIL che decresce del 2-3% all'anno. Al meglio potremmo riuscire a tenerlo stazionario. Se anche accadesse un miracolo e diventassimo come la Germania il PIL crescerebbe del 1% all'anno.

Ora non so esattamente quanto sia l'interesse medio che paghiamo sul debito e come si evolverà nel futuro, ma suppongo sia comunque più del 1%, e sicuramente più di zero. Come facciamo a pagare?

...riguarda il presunto fatto che particolarmente in Italia, a dispetto degli altri paesi, i cittadini vivono in una casa di proprietà (l'80%). Enfatizzando il fatto che, quindi, avere una casa di proprietà sarebbe quel "diritto sacro" degli italiani più che di altri cittadini. Un dato che ho sentito dire e ridire su tutti i mass-media a da tantissimi politici.

Il dato è un falso: anzitutto non è l'80% ma è un po' di meno (73% circa) e, inoltre, il dato è assolutamente in scia con la media europea.

Consiglio questa lettura.

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