Il moltiplicatore degli Investimenti pubblici e le favole

10 luglio 2013 Luciano Mauro

Di questi tempi, davanti alla recessione che stiamo attraversando, il rimedio invocato da molti,  soprattutto dalla sinistra più estrema, Vendola, Landini, Cofferati solo pochi giorni fa, e che si dice fermamente keynesiana è uno solo: investimenti pubblici! Nei corsi di Macroeconomia dei primi anni si insegna ma soprattutto si insegnava, il modello IS-LM che è una rappresentazione grafico-matematica del pensiero di Keynes. In questo modello, specie nella sua forma più semplice, un aumento degli investimenti pubblici fa crescere il reddito di molto più di quanto viene speso inizialmente.  Il motivo? Il motivo è che gli investimenti si trasformano in reddito che si trasforma in consumo che crea altro lavoro e reddito e così via in un ciclo che alla fine si  esaurisce ma genera un sostanzioso aumento del PIL (sulla lavagna!!).

Di primo acchito, se non si chiariscono bene le ipotesi alla base, (tipicamente prodotto effettivo di molto inferiore al prodotto potenziale, nessuno effetto sul tasso di interesse e nessun vincolo stringente di bilancio pubblico) gli studenti rimangono sbalorditi come nel paese dei balocchi: ecco la cornucopia, la biblica giara della vedova che non si svuota mai!

Un meccanismo di infinito benessere sembra essere alla portata di tutti.

Di questi tempi, davanti alla recessione che stiamo attraversando, il rimedio invocato da molti,  soprattutto dalla sinistra più estrema, Vendola, Landini, Cofferati solo pochi giorni fa, e che si dice fermamente keynesiana è uno solo: investimenti pubblici!

Finanziati come? Con lotta all’evasione (sigh!), una  patrimoniale,  o a debito (convincendo la Merkel a non rompere sul deficit) e magari con gli eurobond (convincendo la Merkel a metterci del suo).

Insomma, gli investimenti pubblici aumentano nel breve il reddito facendoci uscire dalla recessione e nel lungo periodo aumentano la produttività delle imprese private e quindi la domanda di lavoro grazie all’aumento del capitale infrastrutturale: strade, ponti, ferrovie, telecomunicazioni, etc.

Facile no ? Come è possibile che non si  attui una politica così ovvia?

Perché, in realtà, non si vi è un  riscontro univoco di una relazione positiva tra investimenti pubblici e crescita, né nel breve né nel lungo periodo.

In un articolo della  Banca Centrale a cura di   Afonso, A. e M. Aubyn, ( 2008) gli autori trovano che per alcuni paesi l’effetto complessivo è positivo per altri negativo.

Questo perché nel breve periodo l’investimento pubblico può deprimere quello privato vanificando l’intervento. E' qui che l'ipotesi di prodotto effettivo di molto inferiore al prodotto potenziale e' cruciale. Se gli investimenti pubblici in qualche modo si traducono in un effetto sul tasso di interesse allora si posso creare problemi al meccanismo del moltiplicatore. Ma il punto fondamentale e' quello del finanziamento: spesa pubblica oggi significa tasse domani e quindi effetti depressivi domani e forse anche oggi, nella misura in cui famiglie e imprese anticipano le tasse future e risparmiano oggi per pagarle. L'ipotesi del modello IS-LM che tutto sia statico, che si guarda all'oggi e tanto domani non esiste e' cruciale e tremendamente nefasta in generale.  

Insomma e' possibile che questo fenomeno di spiazzamento (crowding-out) via tasso di interesse diminuisca l’investimento privato e ridimensioni gli effetti positivi dell’investimento pubblico. Lo stesso potrebbe fare l'anticipazione di tasse future. Se poi  invece di finanziare le opere a debito o dall’Europa si immagina di finanziarle con le tasse vi lascio immaginare l’impatto sui consumi.  Ma di questo “piccolo” problema del finanziamento  nel modello keynesiano base non si fa menzione.

Però, si dirà,  nel lungo periodo, le infrastrutture aumentano la produttività delle imprese. Le cose sono un po’ più complicate e, purtroppo, non necessariamente così. Nel  bel libro sulla crescita di Barro e Sala-I-Martin (1995) possiamo trovarne la spiegazione. Il capitale pubblico non è di per sé produttivo nel lungo periodo. Anzi, le autostrade possono essere usate anche solo per emigrare più velocemente all’estero!  Il punto fondamentale è che, come le autostrade, tutte le varie infrastrutture sono produttive solo se sono al servizio delle famiglie o delle imprese! E’ quindi un armonioso rapporto tra capitale pubblico e  privato che genera la crescita. Se il rapporto è squilibrato,  perche' le imprese pubbliche servono gli interessi politici e ad essi fanno riferimento, anche nel caso di  carenza di infrastrutture per un gran numero di imprese, la crescita latita. Il  Nord con un capitale infrastrutturale congestionato ne è un esempio. La spesa pubblica non ha saputo decongestionarlo, essendo stat in larga parte improduttiva appunto. D’altro canto, se anche ci sono le infrastrutture ma mancano le imprese a causa della mancanza delle altre  condizioni per l’insediamento, gli investimenti pubblici sono soldi buttati al vento, come è il caso di molte infrastrutture nel Mezzogiorno.

Non deve quindi stupire che le analisi empiriche  di lungo periodo non diano risposte univoche in un campione di paesi che differiscono per struttura economica e condizioni di finanza pubblica. Ma vi sono altre considerazioni, altri caveat da aggiungere che ridimensionano ancor più l’effetto positivo anche sul piano occupazionale, in particolare, nel caso italiano:

a)    Gli investimenti infrastrutturali importanti non sono più ad alta intensità di lavoro come nel New Deal degli anni ‘30, ma ad alta intensità di capitale. Il rapporto macchine-lavoro è andato aumentando sempre più, così che l’impatto occupazionale è veramente piccolo.

b)   La manodopera che viene utilizzata per questa tipologia di investimenti è sempre più manodopera straniera. Quindi l’impatto occupazionale nazionale viene ulteriormente ridimensionato.  Inoltre questi lavoratori stranieri inviano  spesso gran parte dei redditi alle loro  famiglie all’estero non attivando quel ciclo reddito-consumi così auspicato dai nostri Landini e Vendola.

c)   I costi delle opere in Italia sono molto più alti che nel resto d’Europa. Ci sono ovvi motivi (la corruzione) e meno ovvi ( l’inefficienza della pubblica amministrazione). La corruzione rampante potrebbe giustificare molti di questi extra costi.  Il motivo è che la corruzione esclude, per meccanismi noti, le imprese migliori e quelle che vincono le gare scaricano il costo della corruzione con procedure di revisione di costo e contenziosi. Ma anche le amministrazioni hanno una  bella fetta di responsabilità. Le amministrazioni, infatti, cercano di non decidere ma tendono  a distribuire la responsabilità delle scelte tra i vari uffici cercando  di limitarsi al solo controllo formale. Alla fine i tempi delle opere si allungano e i costi lievitano, perché tener fermi operai e mezzi per mesi ha un impatto terribile sui bilanci. Tutto ciò, corruzione e inefficienze della Pubblica Amministrazione,  mette in dubbio la capacità di trasformare, diciamo 100 euro di nostre tasse in 100 euro di infrastrutture reali.   Un lavoro molto bello su questo tema è quello di Golden e  Picci (2005) che stimano che se tutto il flusso di investimenti, ad esempio, in Calabria, si fosse effettivamente trasformato realmente  in infrastrutture  la Calabria avrebbe dotazioni per il 28% superiori alla media italiana. Ne ha invece il 35% in meno. Sono numeri semplicemente spaventosi.

d)   La distanza temporale tra il momento della decisione politica del fare l’opera e il suo inizio, per i motivi di cui sopra, tende ad essere così incerta e lontana che spesso gli investimenti reali sono prociclici, cioè hanno luogo in fasi di boom anziché di recessione, vanificando la capacità di stimolo sull’economia ma anzi spingendo in alto l’inflazione.

E’ per tutti questi motivi che, quando si cercano prove empiriche dell’impatto positivo delle infrastrutture pubbliche sulla crescita di lungo periodo per l’Italia esse sono ambigue e  spesso nulle (La Ferrara, Marcellino M. ,2000;  Afonso, A., and M. Aubyn, 2008). Personalmente ho stimato, con un collega, relazioni statistiche tra crescita ed investimenti pubblici infrastrutturali per le regioni italiane non registrando nessun effetto di crescita (Carmeci e Mauro, 2005).

E’ triste questo realismo, me ne rendo conto, è triste non avere la cornucopia keynesiana o la bacchetta di Harry Potter. Tuttavia, forse è anche il tempo di diventare adulti e smettere di leggere, ma soprattutto recitare, favole per bambini. 

*N.B.: Gli investimenti pubblici sono nell’aggregato Goverment Outlays (G) nel sistema dei conti US e nell’aggregato Investimenti Fissi Lordi in quello Europeo. Forse gli anglosassoni sono più smaliziati e hanno capito tutto da tempo?

Bibliografia:

Afonso, A., and M. Aubyn, 2008, “Macroeconomic Rates of Return of Public and Private Investment: Crowing-In and Crowding-Out Effects,” ECB Working Paper No. 864.

Barro, R. J. (1990) “Government Spending in a simple model of Endogenous Growth”, Journal of Political Economy, 98, 103-25.

Barro R.J. and Sala-i-Martin X. 1995 “Economic Growth” Mac Grow-Hill

Carmeci G. - Mauro L. (2004), A positive effect of  investment on Italian regional

growth, in International Review of Economics and Business (RISEC), 51 (3), pp. 423-445

La Ferrara, Marcellino M. (2000) “TFP, Costs, and Public Infrastructure: an Equivocal Relationship” Mimeo

Golden Miriam A. & Picci, Lucio 2005. "Proposal For A New Measure Of Corruption, Illustrated With Italian Data," Economics and Politics, Wiley Blackwell, vol. 17, pages 37-75, 03.

 

16 commenti (espandi tutti)

La lezione che puntualmente non viene imparata è che, come giustamente viene ricordato nell'articolo, le ipotesi di base di un modello sono fondamentali per capire il modello stesso.

Il modello keynesiano di base ci permette di dire poco altro rispetto al fatto (fondamentale e sacrosanto) che l'economia è fatta di aspettative.  Tutt'al più la spesa pubblica (in disavanzo, con buona pace di chi ama le tasse) può avere un effetto anticiclico, ma di qui al moltiplicatore la strada è lunga.

E' curioso in ogni caso vedere a cosa porta il modello IS-LM se sono applicate certe condizioni al contorno, ad esempio la libera circolazione di merci e capitali e un'economia "piccola" rispetto al contesto.  Ebbene, se la memoria non mi tradisce, l'effetto di una politica fiscale in queste condizioni è... zero!  Insomma, se non cambiano i fondamentali dell'economia non serve a nulla dotarsi di politiche fiscali espansive, e questo rimanendo all'interno di un modello keynesiano.

Errori

Peldrigal 10/7/2013 - 03:57

L'articolo ha un primo paragrafo ripetuto, non capisco se per effetto comico con piccole varianti, ed è così pieno di errori di battitura e frasi che non tornano da renderne fastidiosa la lettura. Andrebbe rivisto e corretto con urgenza.

grazie

Luciano Mauro 10/7/2013 - 12:52

grazie

Domanda da neofita

cetax 10/7/2013 - 09:56

Premetto la mia semi ignoranza (teorie studiate tanti anni fa e poi per varie vicissitudini lasciate nel cassetto) ma vorrei fare una domanda riguardo il tema dell'articolo. Sono assolutamente d'accordo che ci sono questioni fondamentali che caratterizzano i meccanismi economici del nostro paese soprattutto in senso negativo (corruzione elevata, inefficienza della macchina statale e parastatale, privatizzazioni fatte alla carlona e chi più ne ha più ne metta), ma per tornare all'aspetto prettamente teorico è vero o no che da un punto di vista "monetario" ci troviamo in una trappola di liquidità? La politica della Banca Centrale non mi sembra abbia effetti sui tassi di interesse che rimangono molto bassi quindi forse non è fantasioso che la curva LM sia effettivamente molto piatta evitando fenomeni di spiazzamento, o sbaglio? Lo chiedo nell'ottica di comprendere meglio e proprio perchè per me non esistono colori politici in economia ma studi e analisi che devono comprendere con modelli come funziona la realtà.

Se per trappola della liquidità intende che il meccanismo di trasmissione tra iniezioni di liquidità della BC ed economia reale non funziona posso condividere. Magari per motivi diversi rispetto alla teoria keynesiana, che poi comunque bisognerebbe integrare con una condizione di equilibrio di Bilancia dei Pagamenti che nella banalizzazione politica dell'economia non si fa quasi mai, ma non è questo il punto. Credo che lei implicitamente suggerisca che in siffatte condizioni non resta che espandere la domanda, proprio attraverso gli investimenti pubblici. Insomma, far spostare la IS con LM piatta se ci si riferisce al testo scolastico. Il punto che si è cercato di argomentare è che questo effetto è incerto nel breve periodo e che neanche nel lungo periodo potrebbe avere effetti positivi sperati sulla produttività delle imprese ( soprattutto se nel frattempo le imprese le hai ammazzate con le tasse o con il credit crunch).

per carità nessun suggerimento. mi chiedevo solo se, vista la condizione di trappola di liquidità keynesiana o meno in cui ci troviamo, a livello pratico si verifica uno spiazzamento degli investimenti privati che annulli gli effetti di quelli pubblici. mi piacerebbe sapere se a livello storico in queste condizioni sono stati riscontrati caso simili. detto questo sono d'accordo che le condizioni al contorno sono completamente diverse (equilibrio bilancio, presenza di inefficienza nella PA, ecc.) e che bisogna comunque intervenire su tasse per non rimanere strozzati.

A parte il fatto che i suggerimenti sono del tutto leciti perchè nessuno ha la verità in tasca, premesso questo, io credo, ma non sono un economista di finanza, che il canale di trasmissione monetaria si sia inceppato per motivi microeconomici. Le imprese, tranne le esportatrici, che dovrebbero ricevere i finanziamenti hanno pochissime prospettive di profitto per i noti problemi, il sistema bancario è sottocapitalizzato (vedi fondazioni), non competitivo  e sovraesposto con il debito pubblico che la BCE ha "invogliato" a comprare quindi con parametri di rischiosità elevati (pensi al recente declassamento). Quindi, secondo me, riforme, riforme e ancore riforme sono la strada per uscire dalla crisi immaginare di avere la politica economica magica equivale a girare il tappeto delle preghiere verso Francoforte ma niente più. Ovviamente è una opinione.

Basta aggiungere un'interpreatazione più accomodante del cocetto di "investimenti". Non è forse il "capitale umano" i più potente motore di ricchezza e sviluppo? E gli investimenti in formazione non sono anche più importanti di quelli in capitale "brick & mortar"? E allora si avvii un grande programma di corsi, laboratori etc, ovviamente in deficit ma fatto passare come investimenti. Si parte dalle autostrade informatiche e si arriva alla scuola per veline.

Poi ci sono i mistici della Cassa Depositi e Prestiti: praticamente fere indebitare ancora lo Stato, ma senza dirlo...

al peggio mai fine... in effetti l'investimento in educazione nei lavori sullo sviluppo regionale italiano ha impatto nullo o quasi.Quindi impatti dell'investimento pubblico  in capitale umano e fisico sono molto simili. Ovviamente prima dei test PISA che spiegano molte cose....

A quanto pare l'autore dell'articolo considera investimento pubblico come sinonimo di "grande opera" di cemento armato.

Ovviamente esistono altre possibilità. A parte gli investimenti in istruzione e ricerca (che realisticamente potrebbero avere un ritorno solo dopo molti anni) si potrebbe investire nella giustizia e nella pubblica amministrazione, che sono tendenzialmente sottofinanziate e dunque estremamente lente, cosa che è la principale causa della difficoltà di fare impresa nel paese (oltre che sottofinanziate sono anche inefficienti e andrebbero riorganizzate, ma questo è più complicato).

In aggiunta a ciò si potrebbero sussidiare mediante sgravi fiscali le startup tecnologiche (quelle vere). Se poi restano soldi e proprio si vuole costruire qualcosa, sarebbe il caso di costruire carceri.

Tecnicamente gli sgravi fiscali non sono investimenti pubblici e io sgravi fiscali alle imprese ne vorrei eccome, partendo dall'irap. Per quanto riguarda gli investimenti nella P.A. e nella giustizia ho il sospetto che più che maggiore spesa pubblica in conto capitale occorra creare incentivi alla produttività del lavoro, sia di tipo positivo che di tipo punitivo. Sulla ricerca ed Università non farò come la corte costituzionale quindi mi astengo. 

Tecnicamente gli sgravi fiscali non sono investimenti pubblici e io sgravi fiscali alle imprese ne vorrei eccome, partendo dall'irap.

Anche io sono favorevole all'abolizione dell'irap, ma mi riferivo a sussidi, in termini di agevolazioni fiscali, mirati alle startup innovative.

Per quanto riguarda gli investimenti nella P.A. e nella giustizia ho il sospetto che più che maggiore spesa pubblica in conto capitale occorra creare incentivi alla produttività del lavoro, sia di tipo positivo che di tipo punitivo.

Già, ma come dicevo prima, una riforma meritocratica sarebbe molto complicata, sia per ovvie resistenze sindacali, sia perché se non si fa attenzione c'è il rischio di introdurre incentivi perversi. Questo non vuol dire che non si debba fare, ma mi pare un obbiettivo realiticamente a medio-lungo termine.

Sulla ricerca ed Università non farò come la corte costituzionale quindi mi astengo.

Sull'Università penso che valga la stessa cosa: è sia sottofinanziata sia male organizzata. Ci sono troppi atenei (ciascuno tipicamente con sedi distattaccate in varie città), troppi studenti fuori corso, troppi studenti in corsi di laurea che non offrono possibilità di impiego proporzionate al numero di laureati.

Ad a) e b) aggiungerei che ogni investimento in opere pubbliche oggi comporta gare internazionali d'appalto, che naturalmente possono essere vinte da ditte estere.

Io credo che si possa convenire, in termini generali, su in rapporto causale fra dotazione di infrastrutture e crescita economica, come sottolinea di recente anche ASPEN. Però non è detto che investimenti in infrastrutture si debbano per forza fare con soldi pubblici: nel settore dell'energia ad esempio (pipelines, terminali petroliferi e GNL, stoccaggi gas in sotterraneo, linee elettriche di interconnessione transfrontaliere) in genere sono i privati che, dopo lunga riflessione, decidono di investire con fondi propri, contando di recuperarli con i flussi finanziari generati dalle infrastruttyre stesse. E in questo campo il problema italiano non è la mancanza di fondi quanto i "laci e lacciuoli" ovvero i tempi lunghissimi per ottenere i relativi permessi e autorizzazioni, gli infiniti ricorsi legali, i ricatti degli enti locati (OK ti lascio passare il tubo ma tu mi costruisci la piscina) il proliferare di comitati "no qualsiasicosa" etc. 

"rapporto causale fra dotazione di infrastrutture e crescita economica"
Sì, ma detta così è talmente generica da non avere praticamente senso. tutto dipende da QUALI infrastrutture, DOVE si trovano, QUANTO si è speso per ottenerle. Costruire un'autostrada a 6 corsie tra Roccacannuccia e Sbiriguda-di-sopra non serve a nulla. O enormi cattedrali nel deserto esplicitamente costruite come "ammortizzatori sociali" al di fuori di qualsiasi razionalità economica. ecc.

Caro Luciano Mauro, condivido l'articolo ed è anche molto chiaro.

Tuttavia, mi sfugge l'inciso finale relativo a come vengono contabilizzati gli investimenti pubblici in USA ed Europa. Che differenza fa, in concreto, questo diverso sistema?

Grazie e buona giornata

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