E il Nobel va a ...

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Un post per commentare l'ultimo Nobel per l'economia. [Il titolo era apparso con la dizione "(quasi) Nobel", in riferimento al fatto che molti tengono a precisare che quello per l'economia è un premio diverso, istituito solo negli anni '60; ma abbiamo deciso che il "quasi" faceva solo confusione.]

Elinor Ostrom e Oliver Williamson.

Che dire? Abbastanza sorprendente. Continueremo ad aggiungere commenti nel corso della giornata.

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Commenti

Ci sono 41 commenti

due punti, adisco alla svelta (mentre leggo anti-agreement), premesso che il premio Nobel e' una "boiata pazzesca" (Mi si passi ma Grazia Deledda e' piu' letterariamente interessante di Kafka, ma davvero? Hamsum di Joyce?)

opino

 

se il presidente Obama, che persino oggi riceve un voto di "insufficienza" da A. Ibrahim sui diritti umani

 

www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/10/11/AR2009101101554.html

 

e riceve il premio per la "pace" (e' il comandante in capo dell'armata impegnata in due guerre, Iraq e Afghanistan, per non far menzione onorevole della guerre alla droga e all'obesita')

non vedo bene che male ci sia se la sig.ra vince il premio.

Secondo, ascoltai la signora in questione *molti* anni fa - quando ero studente li, IU e mi parse tutto meno che sciocca. Semmai un pochino troppo di buon senso * [questa e' una nota, e' al fondo del testo, per chi la vuol] e al sottoscritto piacciono le teorie controintutive (la teoria della misura, la meccanica dei quanti.) MA la scienza politica e' una scienza ad uso  degli umani, non degli dei, per cui forse va bene cosi' (forse.)

Sbaglio o sono (come penso) incapace di capire cosa gli economisti pensano davvero, non nelle beghe accademiche, ma nel lavoro?

oppure non e' economista a sufficienza?

 

 

 

 

(una domanda davvero profonda che posi a molti: avete notato che il "common sense" esiste solo in inglese e non e' il comune senso [del pudore, del costume, della bellezza delle Dolomiti etc.] e non si puo' tradurre. Il buon senso e' una proprieta' del giudizio, il common sense e' una proprieta condivisa delle intuizioni. Perche': i francesi, gli olandesi o gli italiani non hanno intuizioni o quando le hanno se le tengono strette e non le mettono mai in the commons?)

 

avete notato che il "common sense" esiste solo in inglese e non e' il comune senso [del pudore, del costume, della bellezza delle Dolomiti etc.] e non si puo' tradurre

senso comune?

 

Uno su due l'ho preso, l'altra proprio no. Vedo che la Ostrom è una political scientist, legata anche alla public choice. Mi sembra dal suo cv che abbia scritto anche qualcosa sulla condivisione della conoscenza in epoca di internet. Forse Michele sara' contento... (ma credo proprio di no ;-).

A naso, il premio ad OE non mi sorprende affatto ed era scontato, per i motivi gia' spiegati qualche giorno, che prima o poi arrivasse. Aggiunto solo che, in un anno di accuse pesanti all'economia teorica, il premio ad un economista doveva per forza essere "al di sopra di ogni sospetto", cioè banale, ovvio ed in un certo senso innocuo. Oppure essere concesso ad uno/a che economista non è. E questo mi porta alla Ostrom.

La motivazione del premio per quest'ultima mi pare richiami l'idea del "ne' stato ne' mercato" (chi diceva che avrebbe vinto Zamagni forse non e' andato cosi' lontano :-). Peccato che l'idea che i commons si possano gestire mediante "associazioni" di utenti mi pare o piuttosto banale o fuori dal ragionamento economico.

E' banale se credo che l' "associazione" sia un modo superiore rispetto alla proprieta' privata di gestire gli interessi in conflitto degli utenti self-interested. In fondo la stessa proprieta' privata non e' per gli economisti un valore assoluto, ma solo il modo piu' efficiente sviluppatosi nelle comunità umane di regolare i conflitti nell'utilizzo delle risorse. La Ostrom sembrerebbe aver dimostrato che esiste un altro modo a volte piu' efficiente. Ottimo, ma non mi pare cosi' groundbreaking da meritare un Nobel se la rete di rapporti nell' "associazione" e' alla fin fine sempre fondata sui medesimi concetti di incentivo, interesse e (immagino) side-payment.

Oppure posso ben dire che nell' "associazione" tra utenti non si ragiona in base ad interessi ed incentivi, ma in base ad altre categorie (che so, etiche o religiose, come nelle economie basate sul dono). E che sulla base di queste ultime l' "associazione" è superiore alla proprietà privata. Ma allora mi pongo, IMHO, fuori dal ragionamento economico che, come diceva il vecchio Marshall, riguarda rigorosamente i soli incentivi misurabili in moneta.

Questo e' almeno quanto mi pare di desumere di getto dalla motivazione del Comitato Nobel. Saro' felice di essere smentito da chi dovesse conoscere piu' approfonditamente il pensiero della Ostrom. Qualcuno ci dovra' pur essere, in cotanto consesso...

 

Mah, non so. Che abbiano premiato anche una political scientist non è da stupirsi: il premio è alle scienze economiche e sociali e nel comitato siedono da tempo (dalla riforma fine anni '90) svariati non economisti. Questo va benissimo, per carità.

Il lavoro della Ostrom è teso da un lato a mostrare che "the tragedy of the commons" è meno tragedy di quanto si pensi e che questo fatto, che lei sostiene empiricamente, ha una spiegazione a livello cognitivo. Le sue teorie cognitive della cooperazione non le ho mai capite bene, ma quello che capisco è che la Ostrom sostiene che l'istinto a cooperare c'è, ha funzione precisa nel processo evolutivo, e la cooperazione si sostiene più con moduli impliciti (stile repeated games e cose del genere) che espliciti.

Il lavoro sia empirico (molto) che teorico (pochino) della signora si concentra sostanzialmente su questioni che potremmo generalmente definire "ecologiche" ed "ambientali" e qui sta il quid, io credo. Sostiene che una qualche nozione di "economia sostenibile" si possa definire e ne ritiene di aver incontrato esempi in svariate micro-economie pastoral-agresti. A suo avviso ci sono riuscite perché hanno sviluppato istituzioni atte ad evitare il "collasso" (nel senso di Jareed Diamond ...) nella loro relazione con l'ambiente e con le risorse critiche di cui hanno bisogno.

Di Williamson sappiamo cosa sostiene.

Sono due molto simili, devo dire. Entrambi predicano una teoria del mondo che è più un'ideologia socio-politica che altro. Un tot di fatti, non sistematicamente o statisticamente analizzati, molto common-sense come giustamente osserva Palma poco sopra e (nel caso di Ostrom) una spruzzata di cognitive psychology, mentre in Williamson un po' di cost minimization e cose affini. Ma il collante importante è il messaggio ideologico-politico, soprattutto nel caso della signora Ostrom. Quell'ideologia politica oggi fa parte del nuovo pensiero unico dominante, per cui hanno vinto il premio. Va benissimo.

Infinitamente meglio di Krugman, quindi la derivata è positiva ... ed infinitamente meglio di Obama che ha vinto il premio per la pace il giorno in cui gli USA dichiaravano guerra alla luna nello stesso modo con cui iniziarono la guerra in Afghanistan: bombardandola.

O.S. Thanks to Jeani O'Brien for pointing out the last fact. Ah, son certo che a Jeani il premio alla Ostrom fa piacere assai.

 

Concordo. Mi sono letto rapidamente le motivazioni in dettaglio e l'approccio della Ostrom è effettivamente interessante, specie per chi insegna Law and Economics. Rimane però la perplessità che di economia (e di concetti non trivial, economically speaking) davvero si tratti... ma questo sarebbe un discorso troppo lungo.

Semmai mi pare significativo che premiando OE e basta si sia per un bel po' di anni chiuso la porta ai vari Grossman, Hart, Tirole ecc., quantomeno rispetto a new firm theory.

E rimane un rammarico: se andate in fondo al file con le motivazioni troverete un riferimento esplicito al contributo sugli stessi temi di Avinash Dixit. Esagero se dico che per il secondo anno di fila gli hanno scippato il premio? Qualcuno mi sa spiegare perché? Che ha fatto di male Dixit?

Un tot di fatti, non sistematicamente o statisticamente analizzati

Ma è possibile quindi che si dia un premio nobel senza nè una teoria unitaria a livello razionale nè una serie di esperimenti o prove empiriche a sostegno. Oppure quello all'economia non è un premio scientifico?

Se lo è, i primi criteri di valutazione dovrebbero essere quelli che contraddistinguono una teoria che rispetti i parametri della scientificità da una che invece non lo fa.

Non dico che questa debba essere soggetta alla prova di negazione popperiana, ma almeno ad una prova affermativa con basi statistiche.

Pronto a subir smentite ed improperi, che son da riservare agli incompetenti, mi chiedo - con ciò rivolgendo la domanda agli esperti del ramo - se il premio a Williamson non possa anche esser considerato, benevolmente, come un'ammissione che la Grande Crisi sia stata fondamentalmente un problema di governance. Dunque, non quel fallimento del mercato che i "reggitori del mondo" si premurano truffaldinamente di proporci, al fine di mettere - ancor meglio - le mani sulla torta.

Sulla signora, nulla ho da dire.

 

Può darsi, ma penso sia, come detto sopra, più un caso di "diamolo ad uno così così ovvio che non ci esponga a polemiche". Qualcuno sostiene che il Comitato ha sempre sottomano una very short list di premiabili "pronti" da usare in caso di bisogno in anni, come dire, un po' complicati. [Il caso che si cita sempre è quello di Lucas nel 1994, nel caso non si fosse trovato l'accordo su Nash.] Così magari anche OE 2009 è uscito fuori così. Ma anche su questo qualcuno dei redattori di nfA avrà sicuramente più informazioni di prima o seconda mano.

Insomma, entrambi sono un po' ai margini dell'economia (Williamson meno - e poi ha avuto un grosso impatto sui teorici dell'impresa, soprattutto Oliver Hart,  e altri). Sono ai margini soprattutto metodologicamente: scrivono libri e senza formule. Evidentemente in Svezia non hanno avuto il coraggio di difendere l'economia dagli attacchi del volgo. Pero' mi par un premio ragionevole. Ostrom e' certo meno nota, ma ha raccolto un mucchio di dati e "storie" sui "commons" (beni da cui si ricavano vantaggi privati a costi pubblici; tipo le foreste e i pascoli). C'era di meglio, ma c'e' sempre di meglio. 

Aggiornerò mano a mano mi vengano.

11:45 am. Fatta intervista con quelli di Caterpillar, simpaticissimi ed onesti. Invece di far finta di sapere chi sono i due sulla base di quanto raccontato dai giornali on line, han detto: ma chi diavolo sono? Ma lei (mi danno del lei e mi chiamano professore, un po' di rispetto ancora c'è in Italia!) li conosce? Quando gli ho spiegato che è un nobel in parte ecologista, sembra abbiano gradito!

12:25 pm. In un certo senso questa scelta non è sorprendente per niente. Anzitutto non lo è proprio il nome di Oliver Williamson, che era stato fatto anche qui. Il fatto che i redattori, io incluso, di nFA non abbiano l'impressione di aver mai appreso molto di utile dai lavori di OW è un fatto (credo condiviso da molti economisti accademici). Però è anche un fatto che moltissime persone, sempre in ambito accademico, si considerano seguaci di OW e suoi debitori nella comprensione di fenomeni associativi quali le imprese ed altre istituzioni che operano nella società e nell'economia. Il fatto che a molti di noi le cose che OW ha scritto sembrino ripetute "trivialities" con scarsissimo contenuto innovativo rispetto a quanto era già ovvio from the start, o da Coase se proprio vogliamo dare un'etichetta all'ovvio, non toglie nulla al fatto che così non sembri a molti "estranei" al giro "general equilibrium and game theorists". Per cui la colpa è nostra, per non aver spiegato in che senso tutta la teoria dei costi di transazione sia poco di più che common sense ed ovvietà messe in ordine. Ma anche il 99% di ciò che si insegna nelle scuole di business lo è, quindi?

3:00 pm. (Pausa caffé). Douglass North (che è mio collega e con il quale sono molto in sintonia, nonostante tutti si sorprendano sempre di questo fatto) è ovviamente contentissimo. Ora tutti e tre i padri fondatori della Society for New Institutional Economics hanno il premio ("quasi-nobel", come l'avevamo chiamato nella prima versione, in riferimento al fatto che nelle scienze naturali non lo prendono troppo sul serio ...) e la Elinor è sua grande amica eccetera. Comprensibile. Io gli ho manifestato la mia perplessità, che lui conosce da tempo: Douglass, anche io penso che la comprensione dei fenomeni economici possa essere solo interdisciplinare e fondamentalmente storica, quindi attenta a istituzioni concrete e tutto il resto. Ma oltre a predicare tutto questo, quale altro "insight" davvero offre questo punto di vista che tu consideri alternativo? Quest'anno ho insegnato alla loro scuola estiva, in un posto stupendo della Corsica. Ho conosciuto gente molto interessante ed ascoltato lavori molto interessanti (specialmente sull'economia del crimine), ma mi sembrava economics come la "nostra", tanto per capirsi. Anzi, mi sembravano applications di GE Theory, nel bene o nel male. Allora, qual'è il problema? Qual'è il messaggio alternativo? Temo che la "colpa" sia davvero tutta di Debreu e della macroeconomia moderna, quella che a me sembra da tempo così misera. Hanno creato l'uno un mondo astratto e chiuso in se stesso, con nessuna capacità di generare domande interessanti in relazione al mondo reale, un mondo intellettualmente impotente; mentre la macro ha creato una sorta di Mickey-Mouse economics dove dei sacerdoti legati da patti oscuri, che passano attraverso le Feds, l'NBER e la partecipazione ad una serie di riunioni segrete in giro per il mondo, giocano sempre con le stesse 4 o 5 equazioni dibattendo se aveva ragione il loro JMK o Milton o Lucas o Prescott. Una macchina celibe, come la crisi ha dimostrato. Ma fuori da quei due, visibili, circoli, la gente fa "institutional, interdisciplinary, historical" economics all the time. Senza tanto fracasso ...

 

E' una "regola" di Caterpillar: agli ospiti danno lei mentre con gli ascoltatori usano il tu.

 

o da Coase se proprio vogliamo dare un'etichetta all'ovvio,

 

In effetti Coase è espressamente richiamato nella motivazione motivazione scientifica del premio.

Ottimo post, Michele, in particolare per l'abbinamento, inusuale ma sacrosanto proprio per i motivi che menzioni, tra Debreu e macro contemporanea.

Ed hai ragione in toto sui Nobel ignorati, in particolare direi, e lette le motivazioni, proprio Demsetz, il cui paper del 1967 è alla base della spiegazione standard del diritto di proprietà come soluzione al problema dei commons. Ti (vi) confesso che non l'ho menzionato nei miei post di ieri perché ero convinto non fosse più tra noi... mea maxima culpa. Shame on me!

 

Il fatto che a molti di noi le cose che OW ha scritto sembrino ripetute "trivialities" con scarsissimo contenuto innovativo rispetto a quanto era già ovvio from the start, o da Coase se proprio vogliamo dare un'etichetta all'ovvio, non toglie nulla al fatto che così non sembri a molti "estranei" al giro "general equilibrium and game theorists".

 

 

Premesso che (as usual) io di economia non ci capisco nulla e che ciò che a voi appare banale a me non sembri tale (non è che qualcuno di voi avrebbe voglia di scrivere un "Economy for dummies"?), devo dire che non trovo così vergognoso e/o inutile ripetere e dare una struttura coerente alle "ovvietà". Per spiegarmi userò un esempio che mi è più vicino: Augustin-Louis Cauchy è stato uno dei matematici più importanti del XIX secolo, eppure non è famoso per i suoi contributi innovativi e le sue idee radicamente nuove (che pure ci sono state), è famoso per aver ripreso le basi dell'analisi matematica (roba che quasi tutti davano un po' per scontata ed auto-evidente) dandogli la stuttura formale e rigorosa che oggi diamo per scontata e che è stata lo scalino necessario per costruire gran parte della matematica moderna. Non è stato lui ad inventare il concetto di limite, di derivata o di integrale Tutta roba ideata due secoli prima), ma è stato grazie a lui che questi concetti sono diventati "rigorosi".

Parlare in maniera non banale di cose che all'apparenza sono ovvie mi sembra una delkle cose più difficili che si possano fare.

Ho qualche dubbio sul fatto che poichè uno non usa numeri e formule non sia metodologico (l'accusa di alberto alla ostrom). In ogni caso, suggerisco questo link.

Hasik è uno dei migliori defense analyst americani. E' un neoclassico duro e puro, però conosce e capisce anche la politica (e quindi la guerra) - a differenza di quasi tutti gli economisti.

Fatemi sapere cosa ne pensate, aa.

Grazie del link, Andrea. Breve commento a queste due, che mi paiono le categorie più propriamente economiche delle quattro che scopro esser state enunciate dalla Ostrom nel suo libro più noto.

Small and stable community. Groups of actors cannot become too large before the incentives to shirk responsibilities lead to informal defections amongst too large a subset.

Appropriate rules. These include incentives for responsible use and punishments for bad behavior.

La prima è nota alla teoria dei giochi praticamente da sempre (TGEB 1944). Che sia tornata l'ora dei giochi cooperativi e magari pure di quelle bestiacce degli stable sets?

La seconda mi pare abbastanza trivial e di fatto coincide con un bel pezzo della definizione stessa di economia (se traduciamo responsible use & bad behavior come efficiente & inefficiente).

Certo, come diceva Schumpeter, ci può essere originalità oggettiva e originalità soggettiva. La prima consiste in idee radicalmente nuove, la seconda nel mettere insieme in modo innovativo idee già note. Per ora, sulla Ostrom, mi pare siamo solo dalle parti della seconda, as far as economics is concerned. 

Andrea, non so neanche cosa voglia dire "non essere metodologico". Non ragionare per modelli formali e' metodologia diversa dal farlo. Concorderai. Finita li'. 

... diciamo le cattive di questa scelta del comitato svedese.

Hanno riperpetrato lo scandalo di non premiare Armen Alchian, Harold Demsetz e Gordon Tullock.

Francamente indecente: già l'esclusione era difficile da capire in generale, ma diventa impossibile se si dà il premio per aver contribuito a sviluppare la teoria dell'impresa e quella delle istituzioni socio-politiche! Altrettanto francamente, c'è una sola spiegazione: sono tutti e tre spiacevolmente e spesso "acidamente" troppo di "destra" per i tempi che corrono, mentre i due premiati sono (marginalmente peraltro) di "sinistra" o, almeno, ivi non sgraditi. Il pensiero unico rules the waves. Mala tempora currunt.

 

Non ho idea di cosa votino i due premiati, onestamente. Ma la teoria di Williamson può essere usata per sostenere che la grande impresa è tale (cioè grande) per ragioni di efficienza, per risparmiare sui costi di transazione. Quindi Williamson può essere usato a favore del big business, non esattamente tra i favoriti della sinistra. E' vero che almeno qua in Italia i giornali si sono concentrati sulla Ostrom, perchè lo slogan nè Stato né mercato sembra irresistibile alla stampa. Se devo però aggiungere un altro "sconfitto" di ieri, non posso fare a meno di pensare a Oliver Hart, oltre ai tre che tu hai menzionato.

Credo che questo breve articolo dell'Economista Loretta Napoleoni riassuma un po' le interpretazioni italiane al nobel: "....un nobel politico a due studiosi dell'organizzazione ...E' dal 1978 che questa disciplina economica non è premiata. Ma sappiamo bene il perché: negli anni ottanta e novanta si sono celebrati gli econometrici, che producevano formule chilometriche da applicare ai prodotti finanziari, o i neo-liberisti che spiegavano come trasformarle in profitti e dividendi". Non vedo il nesso. Non è mica obbligatorio usare strumenti ed analisi che la teoria produce. Migliore l'analisi della Ostrom: "tra i suoi studi l'analisi di una comunità di pescatori del Maine che negli anni venti crea un sistema di autoregolamentazione per limitare la pesca delle aragoste e di altri crostacei, onde evitarne l'estinzione lungo le coste. Wall street dovrebbe leggersi quelle pagine, chissà forse troverebbe qualche spunto su come autoregolare la corsa alla speculazione..". Che dire Catalano avrebbe sentenziato: meglio un sistema organizzato che uno non organizzato. Io ho condotto un'analisi sulle società di mutuo soccorso nella Marsica analizzando le società delle vacche e pubblicato il tutto sul "Roccacannuccia journal of organization" ...peccato che mi sia sfuggito il premio Ignobel. A parte gli scherzi con questi parametri anche il ns Stefano Zamagni avrebbe meritato il Nobel se non fosse per gli incresciosi episodi..

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Loretta Napoleoni ha le sue strane idee. In generale dico, non su chi ha ricevuto il Nobel. Non prenderei troppo sul serio quello che dice.

Per puro caso questa estate ho letto un libro della Ostrom disponibile in italiano.

Non si limita a sostenere che i commons possano essere ben gestiti da associazioni di utenti ma documenta come tali associazioni, o meglio, come una rete di diritti sui commons possa sorgere spontaneamente.

A proposito di "ordini spontanei", se qualcuno è in cerca di "teoria", è inevitabile pensare ad Hayek. Sarà per questo che da quelle parti sono così entusiasti (ma anche polemici con chi non chiama tutto cio' "economia").

Nel libro, più che altro, si trattano dei casi concreti di diritto "emergente": la proprietà di pascoli e foreste nell' alta montagna sudamericana, le istituzioni irrigue delle huerta, le comunità irrigue nelle filippine (zanjera), le zone turche di pesca costiera, i bacini di acque sotterranee della California, le zone di pesca nello Sri Lanka, le zone di pesca costiera nella Nuova Scozia ecc.

Interessante, anche se devo dire che per apprendere concetti quali quello di ordine spontaneo i pirati di Leeson sono molto più divertenti.

Ovvia le reazione "austriaca": se l'istituzione "associazione degli utenti" emerge spontaneamente dall'interazione tra agenti self-interested, è un esito in puro stile Austrian School.

Il mio punto nel post a caldo di ieri era proprio questo: se la nuova istituzione scaturisce dal normale gioco di incentivi e disincentivi economici, non ho problemi, siamo nel cuore di cosa debba fare IMHO la scienza economica (= spiegare come gli incentivi portano alla nascita di regole e istituzioni ed il funzionamento di queste ultime), e si potrà discutere casomai sulla portata del contributo della Ostrom.

Se però la nuova istituzione per gestire la risorsa comune scaturisce dall'interazione tra motivazioni non economiche (morali, etiche, ecc.) siamo fuori dal ragionamento economico in senso stretto e in ogni caso fuori dal discorso della scuola austriaca. E nella motivazione completa del Nobel mi pare si richiami proprio questa roba qui, con troppi riferimenti, almeno per i miei gusti, ad esperimenti, scienze cognitive e behavioral varie. Hai visto mai che, stringi stringi, ho vinto entrambi i miei dollari?

Il fatto è che la scuola austriaca, perlomeno nella versione hayekiana, tollera agenti con una razionalità "evolutiva" anzichè "strumentale". Siamo lontani dall' homo economicus tradizionale, cio' non toglie che venga conservato un certo concetto di efficienza: un' etica, per esempio, viene abbracciata con motivazioni tutt' altro che economiche (fede, tradizione) ma poi, entrando in concorrenza con altre e sottoponendosi alla selezione ambientale, si misura, sopravvive e s' impone per la sua efficienza. E' un' efficienza che non richiede tanto incentivi quanto "biodiversità" (libera possibilità di sperimentare in concorrenza, libero dispiegarsi del trial and error). E' chiaro poi che questi processi richiedano spesso tempi storici e chi li studia deve interessarsi e amare anche la storia. Hayek doveva allontanarsi dall' homo economicus e dalla razionalità strumentale per affermare che la produzione efficiente di beni pubblici (compresa la legge, per la gioia degli anarchici) puo' realizzarsi spontaneamente attraverso l' azione della razionalità evolutiva. Decine di studiosi (vedi bibliografia) hanno documentato questa intuizione. Mi sembra che la Ostrom s' inserisca nel solco. Io, da profano, allo sviluppo dell' irrigazione nello Sri Lanka, continuo a preferire i pirati di Leeson, il Far West di Anderson/Hill o le gang di Venkatesh (molto meglio della Camorra di Saviano). Se sia o meno economia non saprei dire, e nemmeno saprei dire se deponga a sfavore il fatto che sul tema le parole più illuminanti che abbia letto siano quelle di Hermann Melville quando descrive con prosa vibrante l' emergere spontaneo in alto mare, tra abrutiti balenieri, di sempre onorati diritti di precedenza nell' inseguire la preda.

Se mi passate lo stile di slogan, i messaggi dei due premi Nobel sono:

 

"nè stato nè mercato, ma qualcos'altro" (Ostrom)

"o Stato, o mercato o qualcos'altro, ma all'inizio c'era il mercato" (Williamson)

 

direi due messaggi che possono essere ben-accettati sia da destra (liberista) che da sinistra (riformista).

Personalmente mi auguro che il passaggio successivo sia (di)mostrare:

"sia Stato, sia mercato, sia qualcos'altro, e sin dall'inizio"

Sbaglio, o il dibatitto sul tema langue? Segno che il Comitato Nobel ci ha preso: voleva un bel Nobel omeopatico e ci è riuscito in pieno. Altro che i furori post-Krugman!

O forse dopo il Nobel ad Obama qualsiasi scelta in qualsiasi disciplina passa (e passerà) più o meno de plano... 

Non c'è molto altro da aggiungere, direi.

Ma, se ne hai voglia, puoi sempre metterti a discutere con il tuo collega, il genietto economico della sinistra, che fa tutto il possibile per provarci ancora una volta quanto poco egli conosca sia della teoria economica che degli scritti di Elinor Ostrom e Oliver Williamson ... Visto che lo cita, se insisti magari stani Ugo Pagano, che ci legge e che su nFA ha pure scritto, e magari Ugo ci spiega se è d'accordo con le acute osservazioni di Brancaccio.

Insomma, in che cosa consiste la "critica marxista della new institutional economics"?

P.S. Ma questi hanno anche la "critica marxista del 2+2=4 e di come cucinare un uovo sodo"? Ma si stancheranno mai di criticare tutto e spiegare niente?

ma questa signora Ostrom non e' mal affatto. Almeno non e' molto peggio della media delle scienze umane (e/o sociali.)

Il suo punto e' che, seguendo il buon senso di molti e contro le visioni Hobbesiane di molti, vi e' piu' disinteressato altruismo di quanto appaia, il quale si canalizza in sistemi di associazioni, che diventono pastori dei greggi, delle foreste. La cosa e' meno folle di quel che sembra, se vera.

*SE* vera, e le prove, non mi sembrano probanti ne da un lato ne dall'altro (vi e' chi sta sveglio la notte per salvare le balene incagliate  in spiaggia, e chi ruba dalla cassetta della parrocchia, se nessuno lo guarda.)

"disinteressato" qui -- per i pedanti-- si oppone a "altrusimo reciproco" nel senso classico di "ti gratto la schiena quando mi son convinto che gratti la mia se e/o quando colpito da prurito."

 

 

Sul fatto che sia interessante concordo. Ma che sia "economics" molto meno, proprio perché "disinteressato" significa quello che dici tu, cioè NON "altruismo reciproco".

E' vero che siamo in tempi di rimescolamento delle scienze (sociali, e non solo) e di sincretismo, ma io mi sento più tranquillo dentro la piccola nicchia della economics come studio dei comportamenti self-interested e solo di quelli (e dei relativi incentivi). Anche perché non è piccola affatto e, di suo, è già tremendamente complicata.

 

Piuttosto che ad Obama, che, al di là delle intenzioni, aveva tutto il tempo di meritarselo.

Motivazione: si tratta di un' opera gigantesca costruita collettivamente e in maniera del tutto decentrata da anonimi volontari di tutto il mondo, un' impresa che a priori pareva impossibile e che dimostra le potenzialità della collaborazione disinteressata su scala planetaria. Le conoscenze condivise che  diffonde permettono di evidenziare le falsità e far esplodere i miti, alimentati dalla disinformazione dei governanti, su cui si alimenta l' ostilità fra i popoli.

l Nobel torna al libero mercato

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Elinor Ostrom e Oliver Williamson hanno utilizzato gli strumenti dell’economia per approfondire la conoscenza del modo in cui gli individui apprendono a cooperare

 

Esiste certamente un nesso tra gli studi di Elinor Ostrom, premiata poche ore fa con il Nobel per l’economia grazie alle sue ricerche sul ruolo delle proprietà comuni, e quelli di Oliver Williamson, anch’egli insignito della massima onorificenza riservata agli economisti per aver sviluppato una teoria dell’impresa. Al fondo, entrambi questi studiosi hanno utilizzato gli strumenti dell’economia per approfondire la conoscenza del modo in cui gli individui apprendono a cooperare. Entrambi, in particolare, hanno saputo guardare al mercato come ad un’istituzione che permettere lo sviluppo al proprio interno di altre istituzioni.

Questa volta gli svedesi hanno fatto scelte ben calibrate. Se lo scorso anno quanti avevano premiato Paul Krugman avevano compiuto una valutazione assai bizzarra (insignendo di un titolo prestigioso un commentatore politico noto solo per la sua partigianeria, e che in verità è studioso assai modesto), Ostrom e Williamson sono ricercatori di valore, che hanno dato contributi di rilievo alla scienza economica. Non sono noti al grande pubblico perché non firmano editoriali sul “New York Times”, ma sono apprezzati da ogni economista informato.
Dovendo presentare i loro studi bisogna partire da Ronald Coase, e in particolare da due suoi saggi notissimi: “La natura dell’impresa” (del 1937) e “Il problema del costo sociale” (del 1960). Quest’ultimo è l’articolo di economia più citato della storia e si pone essenzialmente il problema di valorizzare come molti problemi di “esternalità” (cioè di conflitti tra attività non facilmente conciliabili: un’impresa, ad esempio, che inquini un laghetto da cui un pescatore trae di che vivere) possano essere risolti senza ricorrere alle soluzioni classiche: la regolamentazione e la tassazione.

In questo studio Coase – che ha preceduto Williamson e Olstrom nell’ottenere il premio Nobel (fu premiato nel 1991) – sottolinea come si possa spesso giungere a soluzioni migliori semplicemente definendo i diritti di proprietà (“chi può fare cosa”) e lasciando poi interagire e negoziare i vari attori. Se ad esempio riconosciamo che il laghetto è del pescatore, l’impresa non potrà inquinarlo, a meno che non offra una ricompensa che il titolare riterrà adeguata.
È anche grazie a questi studi che l’economia è tornata a scoprire la sua antica vocazione di scienza sociale in grado di illuminare le principali questioni istituzionali, come già al tempo dell’economia politica di Turgot, Adam Smith o Jean-Baptiste Say.

Williamson muove da qui, ma anche e soprattutto da quel saggio giovanile di Coase in cui l’impresa viene letta come una soluzione emergente dal mercato. Entro un’economia limitata a soggetti singoli si avrebbe un’enorme complessità di scambi puntuali, che renderebbero costosissime talune produzioni e attività. Da qui l’esigenza di strutturare la produzione grazie a “gerarchie” che, sulla base di relazioni contrattuali, evitino l’esigenza di una negoziazione continua. L’azienda nasce in questo momento. L’operaio o l’impiegato contrattano insomma una volta soltanto la loro posizione, e poi si limitano a seguire le indicazioni di quanti – nella struttura dell’impresa – sono destinati a organizzare la produzione.

Collocata entro questa prospettiva, l’impresa non è più qualcosa di estraneo o altro rispetto al mercato. Essa invece nasce dal mercato stesso e si sviluppa per renderlo maggiormente efficace: in grado di soddisfare i consumatori. L’azione imprenditoriale di chi crea, struttura e “pianifica” la struttura aziendale è così al centro della vita di un’economia di mercato pienamente sviluppata.
Non è un caso, allora, se un allievo di Williamson come Peter G. Klein ha parlato del suo anziano maestro come del vincitore di Nobel più vicino alle idee della scuola austriaca dell’economia: almeno dal 1974 (l’anno in cui il premio fu assegnato a Friedrich von Hayek). La scuola detta “austriaca”, infatti, non è soltanto la più liberale tra le scuole di economia, ma è anche quella che più ha enfatizzato il ruolo di alcuni elementi: la soggettività delle preferenze (e quindi il carattere soggettivo del valore), il ruolo delle istituzioni di formazione spontanea, il carattere disperso delle conoscenze. E Williamson sembra essere molto sensibile a talune di queste lezioni quando delinea una sua teoria della governance aziendale che enfatizza la razionalità limitata degli attori, sottolinea come l’incertezza sia un dato insuperabile (anche perché nessun contratto può prevedere in anticipo tutte le possibili situazioni che si verranno a creare) e, infine, rileva la centralità del processo di adattamento e costante mediazione.

In questo senso, affinché le aziende possano strutturarsi al meglio e operare in maniera efficace (anche evitando che la necessaria “gerarchia” aziendale acquisisca caratteri in qualche modo illiberali) è necessario che queste “isole strutturate” che sono le imprese si collochino entro un mercato davvero aperto. Solo una concorrenza spietata può offrire alle imprese, a chi le dirige e a chi a vario titolo partecipa alla sua esistenza, le corrette informazioni per progredire nella giusta direzione. Solo la possibilità di trovare attorno a sé alternative, in particolare, garantisce la possibilità di abbandonare un’impresa malgestita o che comunque non è stata in grado di gratificare chi lavora per essa.

In questo senso, l’azienda risolve i problemi strutturali del mercato (i costi eccessivi di una negoziazione onnipresente), ma al tempo stesso erode spazio ai poteri pubblici. L’organizzarsi dei singoli in aziende finisce per potenziare la loro azione e per dimostrare come l’alternativa classicamente individuata da Hobbes tra ordine (Stato) e disordine (mercato) possa essere evitata. L’azienda imprenditorialmente concepita che è al cuore delle ricerche di Williamson è quindi un pilastro fondamentale della società libera.

La stessa Ostrom non è distante dai temi e dalle questioni che sono cruciali per il pensiero liberale. In particolare, l’economista americana (moglie di Vincent, anche lui economista e cofondatore di The Workshop in Political Theory and Public Policy dell’Indiana University) ha affrontato a più riprese il tema delle “proprietà comuni” – si pensi ai condomini – quali soluzioni emergente in talune specifiche situazioni.

Sulla scorta di un classico studio risalente al 1968 del biologo Garrett Hardin dedicato alla cosiddetta “tragedy of the commons” (la tragedia dei beni comuni), la letteratura economica liberale ha spesso guardato con un certo sospetto ogni soluzione sovra-individuale. In questo senso, gli studi della Ostrom (e di quanti insieme a lei hanno invece cercato di comprendere la razionalità delle soluzioni collettive) hanno invece rilevato – e l’analogia con gli studi di Williamson è evidente – come una taglia più ampia sia spesso auspicata dai consumatori e largamente soddisfacente. Le soluzioni condominiali, proprio come le imprese, sono figlie del mercato, e non già nemiche o avversarie.

In questo senso è interessante come anche in Italia quanti si occupano delle istituzioni tradizionali di villaggio (vicinie, patriziati, comunanze, usi civici, partecipanze, università agrarie e via dicendo) guardino spesso alla Ostrom come ad un riferimento importante. È infatti la sua analisi economica delle istituzioni e della politica – largamente debitrice nei riguardi degli studi di Public Choice (James M.. Buchanan, tra gli altri) – che può illuminare la razionalità e, sotto taluni apsetti, perfino l’attualità di un tipo di proprietà comune che è più condominiale che pubblica, più consortile che statale.

Oggi, inoltre, la Ostrom è spesso studiata da quanti si occupano di concorrenza istituzionale e federalismo, perché è solo grazie ad una riflessione economica in grado di illustrare la vocazione dei proprietari a mettere qualcosa in comune e, invece, a lasciare qualcosa sotto il proprio diretto controllo che è possibile iniziare a sviluppare un’analisi dei governi divisi e del pluralismo delle istituzioni che aiuti a comprendere la forza delle soluzioni istituzionali decentrate: che obblighino città e regioni a competere tra loro.

Se l’anno scorso da Stoccolma è giunta una decisione vergognosa, perché Krugman sta all’economia come Dario Fo sta alla letteratura, con le due scelte di quest’anno gli accademici svedesi sono tornati a guardare alla sostanza delle cose. Avrebbero potuto fare anche altre scelte (penso a Israel Kirzner, ad esempio, i cui studi sull’imprenditore sono di straordinaria importanza), ma nessuno – negli anni a venire – potrà loro rimproverare di non aver premiato studiosi di valore.

Da Liberal, 13 ottobre 2009

www.brunoleoni.it/nextpage.aspx

 

Con tutto il rispetto per Carlo: in parte condivisibile, ma eccessivamente ideologico.

Ingiusto dire che Krugman sta all'economia come Fo alla letteratura (il che non implica che PK meritasse il Nobel, ne' che io condivida le boiate che oggi scrive).

Abbastanza immotivato vedere tutte queste valenze ideologiche nei lavori di Williamson e Ostrom. Soprattutto, piuttosto immotivato (sul piano puramente scientifico) vedere tutte queste valenze "austriache" ovunque. Come nel caso della parola "neoclassico" il termine "austriaco" è stato vuotato dall'uso eccessivo ed estensivo che se ne fa. A questo livello, chiunque abbia studiato cooperazione in giochi ripetuti o the emergence of norms è "austriaco", il che includerebbe, fra i tanti altri, anche Fudenberg e Levine!

Del tutto ideologico, poi, tirar fuori Kirzner i cui studi sull'imprenditore sono invece aria fresca ed ideologia a go-go, niente di più. I veri trascurati sono, per consenso unanime, Alchian, Demsetz e Tullock.

Una spiegazione più palatable del significato del nobel, io l'ho trovata qui.


Kind Reader, please, let me briefly expose an urgent question. The political concept of "State" means the centralization of the power in the hands of an immovable and immutable Elite. The monarchy, for example, has the power for as regards a State. However, for a process of democratization, many old States in the world by long time have become modern Republics. Now: State means the power of a fixed, static Elite. On the contrary, Republic means a dynamic, periodically changed government. State and Republic are indeed political forms at the antipodes. Therefore the word "State" should not be longer used to indicate our Republics.

By calling our Countries with the right definition of "Republic" we open in fact the door to a wide awareness and to great sociopolitical changes. Please, let me expand the vision for a moment.

In the ancient times, when there was not so great public organizations, the concept of Republic could also merely indicate a form of government, whose roles were democratically periodically redistributed. With the rise of the impressive modern public administrations, the concept of Republic must however comprehend also the form of a periodic redistribution of the roles of the public employments. The jobs of a public organization are in fact a collective property, owned by the whole people of a democratic Country. The public jobs are a true "res publica", to use an expression of the ancient Rome. Therefore the whole population, naturally those who have the necessary requirements and wish to do it, has the full right to participate to the public conduct of its Country.

I pray you to consider that these ideas do not move only by an exigency of correctness, equity and justice. These ideas must be urgently developed because they can lead us to the complete project of that dynamic, and therefore able and powerful, society that we absolutely need in order to overcome the always changing and challenging times of our reality.


Kind Reader, today are still awarded those researchers who move the attention far from the concept of Republic, sliding till the limited concept of Commons. Indeed the Commons are a partial expression of the entire "res publica" of a Country. And before to consider the Commons, the Republic should be abundantly enlightened. This narrow and decentralized focus happens simply because on our Earth the barons of the culture still today, even after centuries from when their States became Republics, do not succeed to questioning their undue immutable and immovable, statal privileges.

I am humbly here, then, to present the necessity to make move the world forward.

Please, could you give an hand on that?


Danilo D'Antonio
Abruzzo - Italia



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