La notte dei giornalisti viventi

27 giugno 2017 davide mancino

Questo non è un post in difesa del giornalismo – è un post in difesa del giornalismo.

Il perché questo non sia un post in difesa del giornalismo lo dico subito, ma in fondo lo sappiamo tutti. Da difendere non c’è molto e la situazione – con tutte le lodevoli eccezioni di questo mondo – è quella che è.

Entrare nei dettagli è inutile. Evitarlo ci fa anche risparmiare tempo, tanto sono sicuro che ognuno di voi ha un elenco lungo così d'esempi di articoli:

  • fatti male
  • superficiali
  • fuorvianti
  • assurdi
  • imbarazzanti
  • vagamente marchettari
  • molto marchettari
  • clamorosamente marchettari
  • scemi
  • ignoranti
  • molte delle precedenti
  • tutte le precedenti

Roba che avrebbe poco spazio nella gazzetta dell’oratorio, e invece compare su sedicenti autorevoli testate nazionali. Senza girare ancora il coltello nella piaga, assumiamo che lo stato attuale del giornalismo italiano sia – in media – abbastanza pietoso. Per questo non ho nessuna intenzione di difenderlo: oggettivamente non si può.

(Lo so che potrei farvi nome e cognome della collega che è andata a Fukushima a beccarsi le radiazioni per nessun altro motivo che il senso del dovere, o tirare fuori quelli che vanno in Africa a rompere le scatole ai mafiosi italiani, o quelli che vanno a caccia di notizie negli angoli più pericolosi del mondo mentre noi ce ne stiamo comodi a pontificare con le chiappe al caldo, ma andrei fuori strada. Quelli sono outlier e qui di media parliamo.)

D’altra parte mi rendo conto che, come tante, questa è una cosa che genera reazioni forti e la tentazioni di soluzioni semplici e sbagliate. Invece proviamo a fare un passo indietro e a chiederci perché. Se non ne analizziamo il motivo, non vedo come se ne possa mai uscire. Per come l’ho capita – e se ne vedete altri indicatemeli, eh! – i problemi fondamentali sono tre.

1) PROBLEMI TECNOLOGICI

Sulle ragioni tecnologiche è inutile dilungarsi, tanto la questione è piuttosto banale. In estrema sintesi, raccogliere, trattare e diffondere le notizie è stata per molto tempo un’attività costosa, che richiedeva elevati investimenti . Questo ha fatto sì che si creasse un’industria che deteneva le chiavi del rapporto fra notizie e cittadini, e le gestiva a piacimento ricavandone un ampio (e redditizio) status sociale.

Man mano che il costo di queste barriere all’ingresso è diminuito e diminuito ancora, il monopolio dei sacerdoti dell’informazione si è disgregato, e con esso il ruolo sociale del giornalista. Una volta bisognava passare di lì, per dire qualcosa “al popolo”. Oggi qualsiasi fesso (e non) con un account su Twitter o su Facebook è in grado di raggiungere audience globali.

A pensarci non è nemmeno una storia molto originale. Si possono citare tanti casi di industrie in cui le ragioni tecnologiche hanno fatto da “tappi di bottiglia” per parecchio tempo, finché non è saltata fuori la novità che ha smantellato l’esistente. Chiedete all’industria musicale e cinematografica, tanto per nominare un caso recente. A volte sopravvivono, a volte spariscono: detto da un giornalista suonerà buffo, ma non è che bisogna per forza farne un dramma.

2) PROBLEMI CULTURALI

I problemi dovuti alle nuove tecnologie sono comuni al giornalismo di tutto il mondo, e infatti un po’ ovunque è decenni che questa industria diventa sempre più piccola, anno dopo anno. Esistono però una serie di fattori specifici del giornalismo nostrano che lo rendono più vulnerabile che altrove.

Il principale, a mio avviso, è che spesso ignora una delle funzioni fondamentali che le notizie devono avere in una società democratica. Dire che l’informazione deve informare i cittadini sembra la scoperta dell’acqua calda, ma solo finché uno non guarda con attenzione le testate principali e cerca di capire per chi sono scritte. In molti casi, si tratta di elite che parlano a sé stesse, nel proprio linguaggio; nei propri tempi e modi. È un processo involuto, che non si rivolge ai lettori ma a altri giornalisti, politici, sindacalisti, banchieri, imprenditori. Non è un servizio per chi il giornale lo paga, ma per soggetti terzi che con il pubblico propriamente detto hanno poco a che vedere.

Fate un piccolo esperimento, e provate a leggere su uno dei giornali principali di un argomento che conoscete poco e di cui non vi informate mai. Molto probabile che ci capirete poco o nulla: e questo è un fallimento del giornalista, certo non del lettore. Ma il fatto è che non sta scrivendo per voi.

In una certa misura, questo spiega anche il deficit di competenze che affligge i giornalisti italiani (anche altrove, ma qui molto più che altrove). Quando non si scrive per i lettori si tratta di una conseguenza inevitabile: sapere di cosa si parla non è un talento che da noi paga. Lo è invece avere il naso “politico” giusto per fiutare come si sta muovendo la situazione, qual è la cosa giusta da dire e in che contesto. Ma pochissimo, spesso nulla, nel merito. È un problema magari nemmeno troppo specifico: forse è lo stesso della classe dirigente italiana nel suo complesso.

Partendo da questi presupposti non è un caso che, relativamente parlando, la situazione economica della stampa italiana sia spesso peggiore che altrove. Se non scrivi per i tuoi lettori, poi puoi lamentarti se non ti leggono? Questo è un problema storico, certo, ma è un peso che ti trascina ancora più giù quando le cose vanno male.

3) PROBLEMI ECONOMICI

Questi sono i più facili da descrivere, un po’ perché ci sono più evidenze quantitative e un po’ perché posso usare anche esperienze personali. Dal lato di chi i giornali li legge, le principali testate hanno perso un numero di copie mica male. Solo dal 2009 al 2015, per dare qualche numero, è andata così.

Meno copie significa meno pubblicità, e meno pubblicità significa meno entrate, il che si ripercuota sull’intera catena giù fino all’ultimo dei cronisti di provincia. Il discorso resta ancora un po’ astratto, per cui vi invito a fare un esperimento mentale. Quando va bene, oggi l’articolo medio sulle principali testate nazionali online (e non solo online, a dire il vero) non viene pagato più di 40 euro lordi – e a 50 già cominciano a manifestarsi presenze inquietanti.

(Voi direte: “va bene, ma questo vale solo per i freelance che sono i più sfigati degli sfigati”. Il che sarebbe corretto, se non che questi sfigati rappresentano i due terzi dei giornalisti iscritti all’albo. Le testate locali poi pagano anche molto meno oltre a essere più numerose, quindi i numeri dell'esempio tendono a essere persino sopra la media.)

Quanto lavoro compra, in arida moneta sonante, una cifra del genere? Per semplificare il calcolo, ipotizziamo uno stipendio medio di 1.600 euro lordi al mese, diviso 40 ore a settimana per quattro settimane, che fa esattamente 10 euro l’ora. (Arrotondato per fare cifra tonda, è molto vicino al reddito medio dichiarato dagli italiani nel 2015).

Significa che il nostro eroico giornalista potrà dedicare a quell’articolo quattro ore esatte, dal secondo in cui gli viene in mente l’idea, alla ricerca di dati e informazioni utili, a eventuali interviste e/o domande a esperti per chiarimenti – se proprio è un secchione pignolo –, per poi passare alla composizione di una breve proposta per l’editor che se accettata porta alla scrittura vera e propria (e se no vi attaccate al tram, diciamo).

Gli editor italiani sono (purtroppo) di bocca buona e raramente chiedono grandi correzioni, però possono esserci anche quelle che vanno tenute in conto. Sommate anche il rischio che il vostro articolo non venga mai né pubblicato né pagato – sareste sorpresi di sapere quante grandi testate nazionali lo fanno.

(Prima che lo chiediate: no, non si potrebbe, è del tutto illegale ma non frega niente a nessuno. Cosa volete, citarli per due spicci? E farvi la fama del rompicoglioni che poi non scriverà mai più da nessuna parte? Se persino la prima testata nazionale fa cose di questo genere, si capisce, ormai è tana libera tutti. Fare nomi non è elegante, per cui eviterò di menzionare che al sottoscritto è capitato con un noto quotidiano torinese che fa rima con zampa).

Poi, in questo modello super semplificato di industria editoriale, sto assumendo che esistano infiniti fatti di cui dare notizia – cosa che non è. In realtà la maggior parte del lavoro sta nella ricerca, nel monitoraggio costante di fonti non battute per trovare cose che le redazioni non hanno o non sanno gestire. È impossibile fattorizzare questa attività nel calcolo per cui la escludo, ma esiste e pesa parecchio – forse anche più del resto.

Aggiungete alla ricetta il fatto che non sempre siete nella fortunata posizione di scrivere di un argomento che conoscete e/o avete studiato bene. Certo potreste eccedere in secchionaggine e spendere tempo a documentarvi per assicurarvi di non scrivere scemenze, ma per quella cifra chi ve lo fa fare? Come gli sfilatini del panettiere, gli articoli vengono quasi sempre pagati a cottimo: se ci avete messo cinque minuti o cinque mesi a farli è del tutto irrilevante (e, vi assicuro, non sono numeri citati a caso).

Ora provate a ipotizzare che qualità avrebbe, anche con tutta la buona volontà, un articolo scritto da voi con restrizioni del genere – se cioè lo usate per funzioni forse poco mondane come pagarci le bollette, non per fare i fighi con gli amici per far vedere che partecipate al dibbbattito.

Dato il contesto, quali sono le persone che possono permettersi di scrivere? Chi ha un minimo di sale in zucca, com’è naturale, un ambiente del genere non lo toccherebbe nemmeno con una canna da pesca e si dirige invece verso professioni meno da svitati. Non esiste motivo perché uno dotato anche di un epsilon piccolo a piacere di talento debba sciropparsi questa trafila, e infatti quelli svegli vanno altrove. Poi c’è un piccolo gruppo di persone che lo fa per puro senso del dovere, nonostante sappia che è una vitaccia, ma sono davvero pochi né potrebbe essere altrimenti.

S’è mai vista un’industria retta da volontari benintenzionati? Persino i preti hanno uno stipendio!

Tolti questi, tolti quelli, restano i raccomandati o chi ha qualcosa da vendere – che lo dica o meno – e può permettersi di scrivere gratis fra uno sbadiglio e l’altro; magari la signora Serbelloni Mazzanti Viendalmare che propaganda il sol dell’avvenire al comodo riparo del patrimonio della nobil famiglia e dei multipli cognomi. Come dice chi ha fatto il militare a Cuneo, if you pay peanuts you get monkeys.

Quest’ultima parte può essere facilmente fraintesa, per cui meglio essere il più chiari possibile: non significa che i problemi del giornalismo italiano dipendono solo dal fatto che le paghe sono imbarazzanti.

Da un punto di vista comparativo, si vede chiaramente che anche prima della crisi dell’editoria la qualità degli articoli prodotti nel nostro paese era molto, molto inferiore rispetto agli altri – e non intendo il New York Times, che è come paragonare Duna e Ferrari, ma anche testate di dimensione simile. Quel che invece credo sia vero è questo fatto, in fondo banale: l’industria è diventata più debole, e questo la espone di più a interessi che non sono quelli di lettori e cittadini. Così la qualità peggiora e peggiora.

Non sarebbe intellettualmente onesto in un semplice post cercare di pesare quanto incidono i tre fattori, per cui non ci provo nemmeno, ma ho pochi dubbi che i problemi sono quelli elencati. Come risolverli, poi, è tutto un altro paio di maniche – ma non voglio pretendere di avere soluzioni a una questione così complicata.

Anzi – a essere un po’ più radicali – uno può benissimo immaginare un futuro fatto di informazione distribuita, piuttosto che centralizzata com’è stata per tutto il resto del tempo. Già oggi tramite i social network siamo andati molto in là in quella direzione. Ricordo la nota di un collega che lavorava al Guardian in cui diceva, sorpreso, che un suo tweet personale postato a mezzanotte (e per la verità nemmeno esattamente da sobrio) era stato letto più di quelli della sua testata – peraltro una delle principali a livello globale.

È del tutto possibile che nella società prossima ventura non ci sia spazio per il giornalismo così come lo conosciamo, e certo i segnali puntano in quella direzione. Non mi sembra impossibile un mondo in cui quelli che oggi sono i preti dell’informazione verranno visti in modo buffo e un po’ curioso. Magari come ora guardiamo a quelli che un tempo, prima che inventassero le sveglie, bussavano sui vetri delle persone con un lungo bastone – la mattina presto – per tirarli giù dal letto: i custodi di un cosa che in realtà appartiene ormai a tutti, invece che a pochi, sostituiti da un aggeggio che costa qualche euro scarso.

È successo a tanti beni e in tanti mercati, non esiste nessun motivo per cui non debba capitare anche lì. In fondo il giornalismo è un servizio anch’esso: se serve a qualcosa un mercato lo trova, se no no. La cosa che posso augurarmi, in questo universo futuro, riguarda l’aspetto per cui mi piace pensare che il giornalismo non è proprio esattamente uguale all’industria dei lacci di scarpe.

Chiunque siano, che almeno i futuri cittadini-giornalisti non la smettano di controllare e mettere sotto pressione e rompere le scatole a chi di dovere. Certo, per quanto male l’abbiamo fatto noi, forse nemmeno sarà poi così difficile.

Sarà che il fallimento in fondo ce lo meritiamo, o è solo che alla fine la storia gira in un certo modo e nessuno ci può davvero fare qualcosa?

3 commenti (espandi tutti)

Mi riferisco all'elenco iniziale ed aggiungo il copia & incolla. 

Visto che ho piu' di 60 anni sulle spalle, riferisco che quaranta anni fa in assenza di comunicati ufficiali e note di agenzia, il giornalista faceva, almeno nella cronaca, una sua indagine vera, interrogando i presunti "testimoni". Il bello della cosa è che leggendo la cronaca dello stesso evento, capitato sotto casa (e che quindi conoscevo bene) leggevi su tre testate diverse resoconti molto differenti. Il fatto stesso che sotto casa fosse successo qual che cosa di inusuale induceva me e la famiglia volerne sapere di più e quindi si compravano due o tre giornali. La cosa alluncinante è che i tre resoconti erano molto diversi. In uno una macchina blu svoltava destra e investiva un anziano, in un altro una macchia rossa bruciava uno stop prendendo una signora, poi ancora un furgone urtava un passante forse distratto. Dalla finestra avevo occasionalmente visto una cosa diversa dalle tre precedenti, la qual cosa non mi ha mai reso molto credibili i resoconti giornalistici. Se nelle cose che so, per averle viste, leggo tre versioni diverse, che dire di quello che leggo ma che non conosco? 

Oggi la situazione è inversa. La stessa notizia è ripetuta, con copia ed incolla, su cento testate diverse. Perché allora leggere il giornale A invece che B o C? 
L'altro aspetto del copia ed incolla è che per la fretta non c'è verifica delle informazioni e spesso anche grandi testate come repubblica e corriere, diffondono notizie bufalesche. 

Ma allora perché pagare per copy&paste + una certa dose di bufale e articoli scritti non per i lettori ma per i grupppi di interesse a cui si vuole strizzare l'occhio? 

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