Oltre l'indipendenza: cosa fare per il Sudan del Sud dopo il 9 Luglio

Dove si suggerisce qualche semplice idea per sostenere pace e stabilità in un'area geografica abituata a vivere in perenne conflitto.

Dopo una lunga e sanguinosa guerra civile ed a 6 anni dall'accordo di pace di Naivasha tra gli indipendentisti del Sud ed il governo di Khartoum, il 9 luglio 2011 è stato ufficialmente proclamato lo stato indipendente del Sudan del Sud che diventa così il centonovantacinquesimo paese con riconoscimento internazionale. Tale proclamazione, però, segna semplicemente l'inizio di un difficile percorso di transizione che si spera possa finalmente portare pace e stabilità in un'area geografica abituata a vivere in una condizione di conflittualità permanente.

 

Molti sono i nodi che rischiano di compromettere gli accordi di pace. Su tutti vi è la definitiva pacificazione nella provincia di Abyei, ricca di riserve petrolifere e quindi di cruciale importanza sia per il governo centrale che per quello di Juba, e la costruzione nel Sud di un apparato statale capace di assolvere alle sue principali funzioni (cioe' la capacità di formulare politiche in maniera autonoma e di implementarle efficacemente attraverso il funzionamento di una macchina burocratica adeguata).

 

Garantire pace durevole ad Abyei

Dopo gli scontri armati del Maggio scorso, un accordo-quadro su Abyei è stato finalmente firmato a fine Giugno ad Addis Abeba grazie alla mediazione del Panel di alto livello dell'Unione Africana (AUHIP) guidato dall'ex presidente sudafricano Thabo Mbeki. Le forze armate facenti capo a Khartoum ed a Juba si ritireranno e lasceranno il campo a 4200 caschi blu etiopi che assumeranno il controllo dell'area. Sul piano politico, le due parti si sono formalmente accordate a dar vita ad una partnership, attraverso la formazione di un Joint Political Committee, ma hanno di fatto posticipato al futuro la risoluzione del nodo di fondo legato alla convivenza fra i Dinca (gruppo etnico cristiano-animista legato al governo di Juba) ed i Messiria (popolazione araba nomade e supportata da Khartoum).

 

La letteratura sui conflitti civili di matrice etnico-religiosa può essere usata per trarre qualche semplice indicazione di policy su come muoversi per facilitare la convivenza pacifica fra le diverse etnie:

 

  • Garantire un'equa divisione del potere fra i gruppi rivali deve chiaramente rappresentare una priorità. In società etnicamente divise, tuttavia, istituzioni disegnate in modo da garantire completa autonomia decisionale a ciascun gruppo su determinate questioni (ad esempio l'educazione) possono risultare controproducenti e generare ulteriore tensione. In contesti del genere, andrebbe privilegiato lo sviluppo di istituzioni che garantiscano la separazione dei poteri e che difendano l'autonomia decisionale su base individuale più che di gruppo: la tutela dei diritti dei diversi gruppi dovrebbe cioè avvenire sopratutto attraverso la protezioni di diritti umani (qui qui e qui);
  • Bisogna inoltre fare in modo che i diversi gruppi, ed in particolar modo le loro elite ed i signori della guerra, traggano significativi vantaggi dal mantenimento della pace. A tal scopo sarebbe importante incentivare (e sussidiare) investimenti produttivi la cui redditività sia legata alla stabilità politica nell’area (qui e, in un contesto meno legato ai conflitti, qui);
  • Al fine di fornire un'assistenza più efficace e meno stigmatizzante, i programmi disegnati a sostegno soprautto degli ex-combattenti (per convincerli a deporre le armi) dovrebbero essere estesi a tutta la popolazione residente nelle aree maggiormente colpite (qui).

 

Costruire il Sudan del Sud

Per quanto concerne la costruzione politico-istituzionale del Sudan del Sud, la precondizione sulla quale fondare il processo di state-building è rendere il governo finanziariamente indipendente dalla comunità internazionale. Uno stato non in grado di raccogliere fondi autonomamente ed assumersi la responsabilità su come utilizzarli non godrà mai della credibilità necessaria per garantire stabilità.

 

Anche in questo caso un pò di letteratura può aiutarci ad identificare alcune linee guida che dovrebbero essere seguite per facilitare il rafforzamento del governo di Juba:

 

  • Evitare il raddopio del settore pubblico fornendo gli aiuti esterni direttamente al governo invece di affidarne la gestione a terzi, come ad esempio le ONG occidentali operanti in loco (qui). Per aumentare la trasparenza e ridurre al minimo i rischi di corruzione tali donazioni dovrebbero però essere sottoposte a sistemi di monitoraggio duale come nel caso dell'Afghanistan Reconstruction Trust Fund (qui e qui). L'ARTF è un conto gestito dalla Banca Mondiale attraverso il quale i donatori contribuiscono a finanziare il bilancio del governo. Il governo alloca le risorse depositate sul conto attraverso il processo interno di bilancio, ma prima che i vari ministeri possano utilizzare i fondi stanziati un agente della Banca verifica che i principi contabili cui il governo si è impegnato ad attenersi siano rispettati;
  • La comunità internazionale dovrebbe inoltre incentivare il governo locale a cercare ulteriori risorse in maniera autonoma. In questo senso sarebbe importante subordinare (almeno parzialmente) il finanziamento esterno del bilancio ai progressi fatti dal governo in materia di riscossione delle tasse ed introiti fiscali, una politica simile a quella dei ‘matching grants’ praticata da numerose fondazioni private (ancora qui);
  • La crescita degli introiti fiscali può anche servire a rendere le istituzioni pubbliche più responsabili nei confronti della popolazione e dunque più sensibili alle esigenze dei propri cittadini. Secondo la recente letteratura di sociologia fiscale (qui), infatti, vi sarebbe un nesso causale tra la dipendenza dei governi dagli introiti fiscali (piuttosto che da altre fonti di reddito) e l'esistenza di quei vincoli e controlli sull'azione dell’esecutivo che costituiscono i fondamenti delle moderne democrazie liberali. In quest'ottica, distribuire un sussidio universale, come proposto recentemente da Abhijit Banerjee ed Esther Duflo, non servirebbe semplicemente ad alleviare la condizione di indigenza della popolazione ma, estendendo il numero di potenziali contribuenti, potrebbe anche favorire il radicamento di istituzioni ben funzionanti.

1 commento (espandi tutti)

Ho fatto lo speaking di inglese settimana scorsa sul South Soudan. Gli articoli erano dell'Economist e la situazione non era molto buona: costo della vita alto, 80% della popolazione analfabeta, difficoltà nel fare impresa etc etc.

 

La cosa buona è che stanno ritornando nel paese molti cittadini (fuggiti per la guerra civile) e c'è una buona componente straniera attiva. 

 

La sfida è molto dura, speriamo. 

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