Il papa e l'evoluzione

7 settembre 2006 andrea moro
Un recente articolo sul New York Times (la cui lettura e' gratuita per qualche giorno ancora agli utenti registrati) riporta la notizia del seminario tenuto da papa Ratzinger con alcuni suoi ex-studenti sul tema dell'evoluzionismo darwiniano.

L'articolo condensa i dubbi del papa in questa frase tratta da un suo libro recente (Fede, Verita' e Tolleranza, 2004) (traduzione mia) :

Questa etica dell'evoluzione che inevitabilmente prende come concetto chiave il modello di selezione, cioe' la lotta per la sopravvivenza, la selezione naturale, l'adattamento, offre poco conforto. [...] Anche quando si prova a renderla in qualche modo piu' attraente, rimane alla fine un'etica assetata di sangue.

Intravedo in questo ragionamento una conclusione sostanzialmente errata (anche se, mi rendo conto, potrebbe essere affrettato dedurre opinioni complesse da una sola frase estrapolata giornalisticamente dal suo contesto).

Un primo dubbio sorge dalla constatazione empirica che comportamenti altruistici sono osservabili ovunque, non solo fra esseri umani, ma anche fra animali, cosi' come lo sono gli istinti di giustizia, reciprocita', e cosi' via. Quindi, la selezione naturale non sembra essere incompatibile con essi. Ma la critica centrale del ragionamento di Ratzinger ci viene da Dawkins (Il gene egoista, 1976), innanzitutto, e assieme a lui da tutta una schiera di teorici dell'evoluzione. Essi hanno dimostrato come l'egoismo del gene, il cui "istinto" (per definizione) e' solamente quello di sopravvivere replicandosi, sia del tutto compatibile con comportamenti altruistici a livello interpersonale e sociale. Comportamenti altruistici, o contrari agli interessi personali da parte di un organismo servono allo scopo di aiutare organismi simili a riprodursi. In questo modo, i geni ospitati da un soggetto aiutano la sopravvivenza e la riproduzione di copie di se stessi presenti in altri organismi. Si pensi, tanto per fare un esempio banale, all'atteggiamento della madre verso il proprio figlio. Quindi, nonostante i geni si comportino "egoisticamente", i comportamenti del macro-organismo di cui fanno parte appaiono (e sono) disinteressatamente altruistici.

Storicamente, l'atteggiamento della chiesa cattolica sull'evoluzionismo e' stato piu' ragionevole di quello assunto in America da alcune confessioni protestanti ultra-conservatrici, proponitrici della teoria del "disegno intelligente". Purtroppo, sembra difficile per la gerarchia cattolica accettare l'idea che la morale non possa derivare dalle leggi della natura (che sono a volte spietate), ma debba essere costruita dagli uomini. La decisione del papa di affrontare il tema solleva per il sottoscritto piu' di un punto interrogativo sulle sue intenzioni.

21 commenti (espandi tutti)

Intanto non esiste una `etica dell'evoluzione.'   Altruismo (tra consanguinei naturalmente, ma anche  tra non-consanguinei) e'  perfettamente compatibile con selezione naturale. Le prove formali sono credo dovute a Trivers negli anni '70. L'esempio classico  sono i pipistrelli vampiro (traduco 'vampire bat', non so come si chiamano in italiano).

Ma il punto e', concordo con Andrea, dove sta andando a parare la Chiesa? Se la conclusione del ragionamento fosse  'l'evoluzione implica etica di sangue e quindi l'uomo ha bisogno della Chiesa,' allora la conclusione stessa sarebbe accettabile (anche se la premessa inaccurata). Ma se la conclusione fosse (come io purtroppo mi aspetto): 'l'evoluzione implica etica di sangue e quindi e' teoria errata - o insufficiente - o concetti simili,' allora la Chiesa si sarebbe messa sul piano dei Protestanti ignoranti della Bible Belt americana. Vediamo. Aspettiamo la conclusione del ragionamento. 

La frase di Papa Benedetto enfatizzata da Andrea nel suo intervento si presta facilmente ad una interpretazione di ben altro tenore. L'insegnamento del Papa e, piu' in generale, della Chiesa, ha spesso un destinatario ben definito. Non si tratta di un messaggio urbi et orbi. Pertanto, volendo analizzare gli intenti di un pronunciamento, e' sempre utile interrorogarsi su chi sia il destinatario dello stesso. Congetturo che in questo caso i destinatari siano i Cristiani che credono che, assurdamente, non vi sia un ruolo per la Carita' Cristiana nel mondo. La preoccupazione e' che l'esaltazione dell'efficienza del meccanismo evolutivo, unita ad una una grossolana conoscenza dei processi che lo governano, possa condurre tali Cristiani alla diabolica conclusione che comportamenti altruitistici, tra cui quelli mediati dallo Stato, non solo siano inutili, ma addirittura peggiorativi.

Se cosi' fosse, perche' non ha scritto parola per parola quanto hai detto tu?

Mi pare non abbia scritto a chiare lettere neppure quanto hai detto tu. Siamo ovviamente nello spazio delle congetture (come ho precisato nel mio intervento).

Se posso permettermi di dire la mia, credo che il signor Ratzinger ed i suoi predecessori abbiano scritto non solo quanto Andrea ha detto, ma anche molto di piu', e di peggio. Non mi riferisco, anche se sarebbe perfettamente legittimo farlo secondo i principi e canoni dell'organizzazione in questione, a quello che scrissero i suoi predecessori che identifichiamo come Pio IX (quello che faceva le encicliche contro le "usurpazioni piemontesi", papale papale, perche' i suoi palazzi in giro per l'Italia erano ovviamente una questione teologica) o Pio X (quello di Pascendi Dominicis Grecis in cui si leggono tante e tali chicche che non so quale citare) o il Pio XII (quello, e qui cito, che nella conclusione della sua Humani Generis dice (boldface mio) "Cerchiamo con ogni sforzo e con passione di concorrere al progresso delle scienze che insegnano; ma si guardino anche dall'oltrepassare i vincoli da Noi stabiliti per la difesa della fede e della dottrina cattolica.") Ma non serve andar lontano nel tempo, basta leggere quello che hanno detto e scritto in tempi molto recenti.

Notasi inanzitutto che la breve citazione stessa contiene drammatici errori per uno che, quando non veste cappelli da cow boy e loafers di prada, si picca d'essere un brillante filosofo. Non so dove lui l'abbia studiata, ma io di una "etica dell'evoluzione" non ho mai sentito parlare ne' so chi la teorizza. Inventarsela di sana pianta, per costruire un uomo di paglia contro cui s'erge il messaggio salvifico, e' tattica pastorale che si commenta da sola. Ma il problema e' piu' profondo e non si risolve con escamotages retorici di nessun tipo, per brillanti che siano. Il tema che appare nella piccola citazione che Andrea ha riportato e' costante ed ossessivamente ripetuto sia da questo signore che dal suo predecessore. Comprensibilmente, direi, perche' il tema va alla ragion d'essere fondamentale dell'organizzazione che essi presiedono. Il loro brillante predecessore, il signor Montini, che anche se non si pavoneggiava era un filosofo acuto e di buone letture, il problema l'aveva capito, l'aveva affrontato, s'era reso conto che soluzione "mediata" non v'era ed aveva scelto, piu' stoicamente che cristianamente, di vivere il dramma in silenzio e con profonda angoscia personale, di quella vera voglio dire non di quella che viene agli adolescenti quando scoprono d'averlo piu' corto del compagno di banco. Quelli che dal 1979 l'hanno sostituito alla cattedra che fu di Pietro, invece, forse perche' da terre piu' vergini e meno edotte della nostra, forse per personalita' piu' ambiziose e prone al successo ch'e' di questo mondo, forse perche' allevati ad una cultura piu' aggressiva e conquistatrice di masse osannanti, o forse solo perche' cosi' sono i tempi in cui essi vivono ed i tempi, quando tanto si regge, occorre leggerli, costoro, dicevo, han deciso che il dramma va sciolto come a suo tempo fu il nodo gordiano. Con la spada dell'autorita'. Ecco, quindi, il progressivo recente emettere sentenze sulla scienza moderna, sui suoi limiti, sui confini che oltrepassare non puo' perche' dettati, tali confini, non da umani ma dall'alto dogma. Ecco, quindi, signori laureati, al piu', in teologia, spiegarci autoritativamente cio' che possiamo concludere e cio' che non possiamo concludere dall'esistenza di due catene polinucleotidiche legate tra loro attraverso basi a formare una doppia elica. La citazione ed i dotti convegni da cui sgorga fanno parte d'una lunga sequenza di pronunciamenti, che il signor Woytila ha iniziato ed il signor Ratzinger continua e rende piu' espliciti.

Una lettura anche frettolosa dell'ultima lettera enclica del predecessore polacco dell'attuale capo di stato della Citta' del Vaticano, Fides et Ratio, prova che la lettura che Andrea da e' non solo perfettamente giustificata ma e' anche quella, come dire, ufficiale. Vale la pena notare che il signor Ratzinger svolse un ruolo di primo piano nell'elaborazione di Fides et Ratio, visto che al tempo copriva l'interessantemente etichettato carico di "Cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede". Non si discetta, in F&R, di dottrina sociale, ne' di carita' cristiana, ne' di liberismo versus dottrina sociale della chiesa, ne' di altruismo versus egoismo, intervento statale, redistribuzione del reddito e della ricchezza alla Leone XIII (che potrebbe giustificare l'interpretazione che GianLuca da' alla citazione riportata).

No, si discetta in F&R di scienza/ragione e fede e si dicono, in lunghe ed elaborate parole, quello che Andrea sottolineava. Ovvero che nella seconda meta' dell'ottocento il pensare degli uomini - a causa dell'accumularsi di conoscenze empiriche e della maledetta abitudine, presa dai greci e risorta nel rinascimento italiano, di pensare con la propria testa - devio' dalla retta via e pretese di stabilire l'autonomia del pensare umano. Questo divenne, come vari (soprattutto tedeschi) pensatori del tempo evidenziarono, un pensare logicamente coerente ed empiricamente "testabile", ma senza fondamenti primi d'alcun tipo, ne' rivelati ne' rivelabili. Infatti, esso divenne, e' e non potra' non continuare ad essere un pensiero che davanti alla domanda "Why is there something as opposed to nothing" si ferma, si sospende, e rinuncia, consapevole del baratro che lo attrarrebbe. Il pensiero occidentale che si fonda su cio' che comunemente chiamiamo "scienza" e' il pensiero adeguato nei tempi in cui Dio si riposa (non scordatevelo, noi viviamo ancora nel settimo giorno, quello in cui il Creatore si riposo') e gli uomini son da-sein soli a possedere, o capire, il mondo. Personalmente, m'auguro la sua siesta continui a lungo, visto che a me questa condizione compiace alquanto - ich bin mit meinem Dasein zufrieden. Ma questa e' questione personale. Torniamo ai problemi dell'organizzazione di cui si parla.

Da li', dall'autonomia della scienza che si sospende sul baratro della domanda, tutti i disastri possibili ed immaginabili per le chiese cristiane - il discorso e' piu' complesso ma non molto dissimile per musulmani, ebrei ed altre religioni rivelate. Le religioni cristiane, e la cattolica-apostolica-romana in particolare, fondano la loro struttura totalmente piramidale sulla natura rivelata del messaggio e sul legame diretto fra il creatore ed il suo vicario in terra. Nessuna religione (fatto salvo il buddhismo con i lama, ma li' la cosa e' meno drammatica) richiede tanto ai propri seguaci i quali devono accettare la natura suprema ed assoluta di questa' autorita' rivelatrice e protettrice che il signor Ratzinger oggi incarna. Talle accettazione, tale abbandono all'autorita' dottrinaria costituita - che il poeta mistico pone in questione: per questo la struttura non ama le Maria Zambrano di questo mondo, per cattoliche che si dichiarino - si regge, ovviamente, sul bisogno d'una risposta, sulla difficolta' umane d'accettare la sospensione della domanda e di convivere con tale, eterna, sospensione. Esse, le chiese organizzate, si fondano sulla vertigine che forza a porre la domanda per accettare poi la risposta rivelata dall'oracolo, come il pargolo stupito e barcolante accetta il calore del seno materno.

Il disastro peggiore, ovviamente, e' questo della teoria dell'evoluzione e della microbiologia contemporanea che scompigliano le carte teologiche ancor piu' che il big-bang e superstrings theory. Non fu per caso che Le hasard et la nécessité scateno' il casino che scateno' all'inizio degli anni 70, e cambio' cosi' radicalmente il pensare il mondo di molti di noi che poi, a leggere Sein und Zeit, tutto ci sembro' ovvio e brutalmente banale. Ma anche qui, lasciamo le storie personali per il dopo cena. La biologia moderna, specialmente nei suoi aspetti teorici, e' la peggiore nemica di coloro che svolgono il ruolo ora svolto dal signor Ratzinger, perche' ne avvelena l'autorita' dalle radici che piu' profondamente la piantano nell'animo degli umani. Se togli la creazione per atto divino ed il disegno superiore dalla religione cristiana (ed i conseguenti miracoli e le rivelazioni che non sarebbero possibili se l'entita' superiore non fosse la fonte ideatrice e creatrice di cio' che esiste) cosa ti rimane?

Ti rimane una dottrina morale piu' o meno accettabile e piu' o meno dibattibile, probabilmente migliore di quasi tutte le altre, ma non piu' rivelata dall'entita' suprema che ci ha creato. Ti rimane una dottrina morale umana, troppo umana per uno che ama farsi portare in spalla da altri umani, mentre li benedice vestito d'ermellino e raso, sete ed ori, pelli pregiate e pietre preziose, come se fosse, appunto, una divinita' extraterrestre.

Philippa Foot, che io sappia, e' una che, nonostante i suoi grandi libri di morale ed i suoi 80 anni e passa, cammina da sola, su scarpe di cuoio di vacca, appoggiandosi al piu' ad un bastone di legno duro. Rischiare di dover far questo, al signor Joseph Ratzinger, non sembra chiaramente consono. Simplex sigillum veri. La teoria economica e' bella per questo.

EV

palma 11/9/2006 - 17:51

 

 

 

Francamente il problema e' complesso.

 

 

1. da un lato la dottrina ci utilmente informa che non
si deriva -deduce- un "ought" da un "is". Ergo da un fatto (che le
speciazione sia un effetto di processi evolutivi largamente non
guidati, prodotti da caso e necessita', come Monod diceva, o da un
bricolage biologico, come la mette F. Jacob) non si estrae nessuna
notizia o comando etico di nessun genere.

 

2.
dall'altro lato, le tendenze spinte del darwinismo moderno vogliono
fare un passo supplementare. Le nozioni, intuizioni, o i sentimenti
morali (cosi' li chiamava il vostro papa' Adam Smith, non Tooby &
Cosmides) sono essi stessi effetto di processi evolutivi casuali che
hanno prodotto le menti che alcune specie, tra cui gli umani,
possiedono adesso. Da qui il profluvio di esperimenti, teorie und so weiter
che mostrano o cercano di dimostrare che. ad esempio, i sentimenti
morali e le emozioni morali siano norm-enforcers (su questo si veda
p.es. J. Prinz o fra i compatrioti, di recente, C. Bicchieri.) L'idea
e' che si siano sviluppati forti sentimenti di avversione contro il
furto per impedire che il fenomeno della cattiveria di chi non paga il
biglietto in tram si espanda (da cui i svariati tentativi di mostrare
che i free-riders sono controllabili.) Se si dimostrasse corretta
l'intuizione centrale della psicologia evoluzionista, allora i
cristiani avrebbero ragione di aver timore, forse terrore. I comandi
morali sarebbero meccanismi benefici per la specie in un
senso assai esteso, e compatibili con un egoismo essenziale ai meccanismi
di sopravivvenza. Avrebbero dunque assai meno peso i motivi di chi dice
che "senza dio tutto e' permesso", vale a dire, non vi e' bisogno di
fonte di autorita' alcuna per aver un'idea sulla provenienza dei
sentimenti morali. Non verrebbero dunque ne dalle grotte in cui Gabriel
detto' Quran, ne dalla montagna dove Moses ricevette Torah.

In
quel caso, e ammettendo che si dimostrasse l'ipotesi migliore sul
mercato, si il papa avrebbe ragione di correre ai ripari. Sarebbe un
brutto colpo per la dottrina dei cristiani.

 

 

Il
nazistello in lederhosen della foresta nera, nelle dannate interviste
(a Der Spiegel, se ben ricordo) disse che sono un dio ci puo'
"salvare". Se han ragione gli ultradarwinisti contemporanei, la
prospettiva puo' essere che non si da bisogna alcuno nemmeno di dio.

 

 

Se
cio' sia bene o meno, si puo' discutere, ma di certo il papato ha di
che temere.

Il (defunto) S.J. Gould tento' di metterci una pezza con la
dottrina dei due "magisterii", un fallimento a modesto avviso del
sottoscritto. Alcuni pensano che vi siano dottrine morali compatibili
col darwinismo (Dennett, e.g.) altri (il mio collega Alex Rosenberg) e'
dell'opinione che l'unica conclusione che segue e' il nichilismo
morale, vale a dire che gli enunciati morali hanno nessun valore di
verita' per la semplice ragione che non possono averne alcuno: non
esistono "fatti" biologici, cosmici, o altrimenti che rendano vero che
e' male torturare gli innocenti
(e i colpevoli, en passant.)

Se
vogliamo indurre obbedienza, siamo solo noi ad applicare le leggi,
mancando un superpoliziotto che applica quel che non riusciamo a imporci.

 

 

Se una serie di teoremi in teoria dei giochi mostrassero al di la di ogni ragionevole dubbio che tutta la morale e' riducibile a

1. sentimenti di disgusto (e' male mangiare i cadaveri e bere la altrui urina)

2. emozioni di rigetto per comportamenti nocivi per la specie

3.sistemi
di sostentamento per la sopravvivenza dei membri della specie (non si
maltrattano i bambini e in caso di naufragio si slavano prima le donne
e i bambini)

 

sarebbe di certo piu' difficile pensare che i comandi morali sono stati imposti da dio.

Si
noti che alcune cose scompariranno dalla lista dei comandamenti morali:
se dio ha veramente oridnato di non vestire misto lino e di non
mangiare calamari (leviticus per chi abbia dubbi, su kashrut per le
fibre e per le leggi di dieta) forse e' tempo di correggere
l'interpretazione di comportamento morale.

 

palma 11 settembre 2oo6

Re: EV

fausto panunzi 12/9/2006 - 11:47

Terribile la storia dei calamari. La frittura di calamari mi piace moltissimo, ma non sapevo assolutamente che fosse proibita dalle scritture. Ci sono proibizioni anche sugli scampi?

Re(1): EV

palma 13/9/2006 - 15:06

alas (ou eme helas) pauvre Yorick

TUTTI I pesci senza pinna sono proibiti.

includo una breve citazione da uno dei (tantissimi manuali sul tema)

God reveals which animals-including fish and birds-are suitable
and unsuitable for human consumption in Leviticus 11 and Deuteronomy
14. Although the lists aren't exhaustive, He reveals guidelines
for recognizing animals that are acceptable for food.

God states that cud-chewing animals with split hooves can be eaten
(Leviticus 11:3; Deuteronomy 14:6). These specifically include
the cattle, sheep, goat, deer and gazelle families (Deuteronomy
14:4-5). He also lists such animals as camels, rabbits and pigs
as being unclean, or unfit to eat (Leviticus 11:4-8). He later
lists such "creeping things" as moles, mice and lizards
as unfit to eat (verses 29-31), as well as four-footed animals
with paws (cats, dogs, bears, lions, tigers, etc.) as unclean (verse
27).

He tells us that salt- and freshwater fish with fins and scales
may be eaten (verses 9-12), but water creatures without those characteristics
(catfish, lobsters, oysters, shrimp, crabs, clams, mussels, squid,
frogs, octopi, etc.) should not be eaten.

 

 

Una osservazione piu' di antropologia culturale che altro. Avete notato che i cristiani cattolici leggono pochissimo la bibbia e (forse? e' vero?) molto libretti, catechismi, prediche e vangeli? 

 

Le virgolette riferiscono al Papa oggi in Germania. Il non virgolettato e' mio.

"Fin dall'illuminismo, almeno una

parte della scienza s'impegna con solerzia a cercare una spiegazione
del mondo, in cui Dio diventi superfluo e inutile anche per la nostra
vita".

Direi che concordo su questo.

"Ogniqualvolta poteva
sembrare che ci si fosse quasi riusciti sempre
di nuovo appariva evidente: i conti sull'uomo, senza Dio, non tornano,
e i conti sul mondo, su tutto il vasto universo, senza di Lui non
tornano".

Sono in disaccordo sull'interpretazione dei dati, ma mi pare che accetti il metodo scientifico ("i conti")
sulla questione, e questo e' importante e positivo.

[anche per la scienza] "in fin dei conti, resta
l'alternativa: che cosa esiste all'origine?" "Noi cristiani crediamo
che all'origine c'è il Verbo eterno, la Ragione e non l'Irrazionalità".

Il metodo scientifico (la "ragione"), ancora una volta.

Benedetto XVI ha infine contrapposto la difficoltà delle teorie (anche quella
evoluzionistica, dunque) alla semplicità del credere in Dio (da Repubblica - senza citazione diretta).

Cos'e' il rasoio di Occam? O la paura della matematica?

Credo che il punto fondamentale sia quello che pone michele, quando
parla della domanda "why is there something as opposed to nothing", e
descrive i diversi atteggiamenti possibili (sopensione eterna della
domanda, piuttosto che "salto di fede" come il pargolo che tende alla
mamma). Mio padre ha sempre basato la sua fede su un ragionamento
estremamente lucido e razionale, forse basato sulla logica
meccanicistica dell'ottocento, secondo cui il "something" dev'essere
stato creato da qualcosa che sta al di fuori di questo something. E la
chiesa cattolica ha sempre avuto due anime, una razionalistica e una
piu' mistica. Francamente a me attira molto il misticismo, certe
consonanze che si trovano fra le intuizioni mistiche (non solo
cristiane) e teorie scientifiche come le superstrings. Ma non mi sono
mai sentito minacciato dalla scienza - percepisco i due campi, quello
della scienza e quello della fede salvifica, come fondamentalmente
distinti, l'uno che mi spiega e crea ordine (logos, la parola, cio' che
lega) nel reale, l'altra che mi sostiene di fronte alla domanda "ma
perche' esiste qualcosa, invece del nulla?".

Trovo poi affascinanti e molto lucide le osservazioni di palma sulla morale. Fra
l'altro, mi pare di capire che accenni alla possibilita' che le norme
morali possano essere viste come il semplice risultato di un contratto
sociale fra uomini (e non dico donne perche' mi sono impegnato in una
personalissima crociata contro la political correctness....!). E'
questo che intendevi, adriano? Non mi sembra cosi' irragionevole, come
posizione...

No, credo Adriano voglia dire (meglio riportare) il contrario. Almeno, i lavori in evolutionary psychology a cui si riferisce cercano d'argomentare che alcuni principi morali di base sono - apparentemente, c'e' chi sostiene che non lo sono, che e' tutta una cosa relativa e culturale - universali non perche' ce li siamo razionalmente scelti e ci siam messi d'accordo sull'averli in comune e farli rispettare (alla Rosseau) ma perche' si sono selezionati per il loro fitness value (non so come tradurre in italiano) nel corso di alcune decine di migliaia di anni. In analogia con l'istinto del linguaggio che, come da Chomsky in poi ci siam venuti convincendo, e' innato, innati sono anche alcuni (quali?) "istinti morali". Sono una adaptation che si e' selezionata a livello genetico perche' fa crescere la nostra capacita' di sopravvivenza in un mondo dove altri umani tali istinti morali non possiedono.

Questo mi sembra il paradigma di base su cui lavorano costoro: alla nascita non c'e' solo il modulo della lingua nel nostro cervellino, con la sua bella grammatica generativa transformazionale, ma c'e' anche il moduletto dello scambio interpersonale, quello della reciprocita', quello dell'altruismo egoistico, quello dell'equita' (nel senso di fairness) e via elencando moralita', comandamenti e virtu'.

Il progetto e' ragionevole, quasi "ovvio" post Chomsky, ma d'altra parte la cosa sembra aver preso la mano a piu' di uno e, secondo me, esagerano alquanto. Hanno trovato piu' moduletti piu' o meno relazionati con la morale (o la cultura, che e' complicato differenziarle) che sostengono essere pre-confezionati nel nostro cervello che secoli da quando sapiens-sapiens gira per il globo, i quali secoli poi non son mica poi molti, mille a farla grande.

Troppe mutazioni e troppa selezione super rapida ci vorrebbe, a mio avviso, per far cosi' presto a sviluppare il modulo del "non schiaffeggiare i bambini che fanno i capricci e strillano", apparentemente molto comune fra madri e padri d'eta' inferiore ai 40-45 anni . Infatti, io quel moduletto morale li' non credo d'avercelo ne' di averlo mai avuto.

Le due posizioni non sono cosi' inconciliabili come sostiene Michele. Ken Binmore si pone la seguente domanda: una volta firmato il contratto sociale dietro il velo di ignoranza, chi ci impedisce, una volta alzato il velo, di buttare il contratto e rinegoziare? Risposta: nessuno!.. e prosegue sviluppando una teoria evolutiva del contratto sociale, chi ha fegato puo' leggersi le piu' di mille pagine di "Game theory and the social contract". 

Mi permetto di dissentire parzialmente. Non ho letto le mille pagine, ma credo d'aver capito da altri papers di Binmore che quello che lui intende per "evolutiva" e quello che intendono D.C. Dennett e gli altri son cose piuttosto diverse. KB non ha in mente mutazioni genetiche e selezione naturale ma un processo di rinegoziazione in cui le norme di equita' sono convenzioni che emergono (una rinegoziazione dietro l'altra) al fine di coordinare il comportamento degli agenti su di un particolare (e particolarmente "buono") equilibrio del gioco della vita (Game of Life e' espressione sua, credo) di una data societa'.

Binmore a parte, le due teorie si contrappongono in quanto spiegazioni positive di come i comportamenti che consideriamo "morali" sono apparsi fra gli umani.

Nel caso del contratto le norme morali sono il prodotto della pura razionalita' umana: ci siamo (si sono) seduti in circolo, han tirato fuori le birre fredde dal frigo, messo un po' di pretzels sulla tavola ed hanno discusso usando la frontal cortex e la logica. Molto amabilmente, da veri scienziati sociali, hanno considerato i differenti risultati d'equilibrio di insiemi diversi di norme possibili, ed hanno deciso che le norme XYZ determinavano un meccanismo - nel senso di Leo Hurwicz: ma gli daranno mai il Nobel al vecchio Leo? Che ingiustizia, ne' a Lionel ne' a Leo: ce l'hanno con i teorici il cui nome comincia per "L"? - che produceva l'equilibrio piu' desiderabile. Han controllato se ce n'era un altro di meccanismo che poteva far meglio ed han deciso di no (anni piu' tardi si sono accorti che s'eran sbagliati, han fatto un'altra riunione ed hanno rinegoziato), si sono stretti la mano, han designato qualcuno che facesse rispettare le norme (l'idea ce l'ebbero in molti ma il signor Hobbes fu quello che la formulo' piu' chiaramente; poi sono arrivati anche Nozick e Rawls e c'e' stata una lite notevole su quanto potere doveva avere questo signore con la pistolona) ed ognuno e' andato per la propria strada. Ora si fanno riunioni periodiche per rinegoziare, e le chiamiamo assemblee costituzionali o anche nazioni unite, ma e' una cosa recente. Per molto tempo le riunioni erano rarette, ci andavano sempre i soliti piu' fighi e gli altri non partecipavano molto al dibattito. Questa cosa nuova la chiamiamo democrazia, si racconta che anche questa volevano deciderla con una bella riunione (champagne e croissants questa volta, niente birre e pretzels) in una palestra dove si giocava la Pallacorda. Ma erano in tanti ed allora l'hanno spostata dalle parti di Place della Bastille; li' e' andata ancora piu' gente, davvero troppa gente per poterci fare una discussione civile (e non c'era champagne per tutti, e nemmeno croissants nonostante una signora austriaca li avesse consigliati vivamente a tutti) cosicche', sembra, la riunione e' degenerata in un casotto infernale. Se ne parla ancora ed i francesi, ogni anno, fanno una gran festa per commerare quella riunione fallita ed il casotto riuscito.

Nel caso dell'evoluzione-selezione non c'e' stata nessuna riunione, neanche una teleconferenzina scalcagnata come quelle che facciamo noi a pane ed acqua. E niente birre, anche perche' sembra che al tempo non le sapessero fare, 'sti primitivi. In alcuni cervellini dei saltellanti ed abbastanza nudi primitivi, una mutazione genetica ha prodotto il 'desiderio' o, meglio, 'istinto' di, per esempio, trattare l'altro come lui tratta te, o di scambiare il tuo cocco con il suo melone. In altri cervellini tale mutazione non e' avvenuta ed i loro portatori (di cervellini non mutati) han continuato a fare come prima: prendevano tutto quello che potevano, non dicevano mai "grazie, a buon rendere" e tendevano a massacrarsi di botte per le bacche rancide, ed anche per altre cose. E' successo che quelli con l'istinto dello scambio o della reciprocita' han fatto meglio, han mangiato di piu', si sono riprodotti di piu' (quegli altri con le signore erano alquanto volgari e frettolosi, insomma poco italiani) ed hanno eliminato, indirettamente o direttamente, i signori il cui cervellino non era mutato (ai quali non veniva di reciprocare atti di gentilezza, quindi era istintivo bastonarli a sangue finche' non s'alzavano piu' da terra.) Alla fine son rimasti solo, o quasi, quelli che un minimo d'istinto del savoir fair, chi piu' chi meno ovviamente: certi zotici sono ancora in giro anche al giorno d'oggi. In ogni caso, quando si son accorti che alla stragrande maggioranza di loro piaceva istintivamente l'idea di "una mano lava l'altra", gli piaceva proprio: ancor piu' dei croissants, han deciso che questo dell'insaponarsi le mani a vicenza era una regoletta che tutti dovevano seguire, pena il calcio nel culo con scarpone d'ordinanza chiodato (si sono accorti che anche questo gli provocava un brivido di piacere: dare calci nel culo agli zotici che non reciprocavano mai). Poiche' quelli con gli istinti perversi (oops, morali) erano la stragrande maggioranza  han cominciato a menare i pochi rimasti zoticoni con gli istinti sbagliati. Costoro, ogni volta che un gruppo di  quelli con gli istinti giusti gli faceva un culo a capanna a base di scarponate, protestavano. Dicevano: che ognuno si fa i cazzi suoi e che se mi vieni vicino con qualcosa che mi piace ti spacco i denti e te lo rubo e che chi ha detto che devo darti indietro l'equivalente di quello che mi hai dato ieri e che de gustibus non disputandum est (qualcuno gliel'ha mai detto a Becker che non sa il latino? Stigler oramai ha tirato le cuoia, ma al Gary qualcuno potrebbe anche dirglielo, no?). Nisba, gli han detto, delle tue preferenze non m'importa un piffero: hai delle preferenze di merda, veramente brutte sono le tue preferenze, rompi troppo e fai casino, per cui adeguati alle preferenze mie senno' ti faccio il trattamento chiodato, che alle mie preferenze ci piace assai vederti soffrire, zoticone (ma questo non si dice gia' piu' a voce alta, ora bisogna dire che lo stiamo rieducando e che lo facciamo per il suo bene). Da allora quelli con le preferenze sbagliate, quelli con i brutti istinti, quelli a cui non ci piace "una mano lava l'altra" ed ancor meno ci piace "non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te" li chiamiamo criminali, e li mettiamo in galera. Quelli che proprio hanno degli istinti che non ti dico li facciamo anche fuori, ma solo in certi posti, e a molti di noi buoni sembra piaccia vedere che muoiono; credo sia dovuto a quell'altro istinto morale, quello del taglione che alcuni chiamano "dura, sed lex."

Per maggiori dettagli sul perche' le due ipotesi sono (quasi) ortogonali in quanto teorie positive di come siamo diventati moraleggianti socialoni, dare un'occhiata a The Blank Slate (Tabula Rasa, per i non anglofili) di Steve Pinker. E' molto piu' corto di 1000 pagine, ma potrebbe essere meta' ed andrebbe bene lo stesso: a pagina 100 hai gia' capito il punto ed il resto e' solo erudizione. Pero' e' chiaro abbastanza che lo puo' leggere ed intendere anche chi non passa la giornata a leggere libri pieni di paroloni, come invece facciamo noi.

 

Mi leggero' anche il tuo Pinker, ma vedo le teorie piu' complementari che inconciliabili. Anche perche' se estremizziamo la teoria evolutiva, non c'e' ne' libera scelta e ne' responsabilita' individuale. Insomma, se io vado da Starbucks a comprare il caffe' e nel prendere la tazza me ne rovescio un po' sulla mano causando ustione di primo grado, e' perche' qualche migliaio di anni fa si sono selezionati i geni che fanno trangugiare goffamente ogni bevanda a portata di zampa, mica perche' sono sbadato. Quindi, la colpa e' di Starbucks, che non conosce l'evoluzione e ne tiene conto. Dal giudice, please. 

Esatto, fatta eccezione per l'ultima riga.

La libera scelta non esiste, ma e' un'utile convenzione che ci siamo inventati ed i cui criteri di definizione cambiano al cambiare di tante altre cose sottostanti, incluse le preferenze istintive. Ma qui torniamo al post di Adriano Palma sul tema, a cui rimando ...

ed al maledetto libro che Adriano ed io dobbiamo scrivere sul tema e che mai completiamo! L'avessimo scritto, sarebbe tutto chiarissimo ...

 

Non ho letto Binmore, ma mi riprometto di legggerlo. PEro vorrei fare un appunto alla questione contratto sociale rinegoziabile. Non sono del tutto d'accordo con l'idea che il contratto sociale si possa rinegoziare immediatamente dopo che il veil of ignorance sia sparito. Direi che normalmente tutti i contratti sociali nella realta' prevedono norme e rules per cambiare il contratto sociale stesso, che sono di solito formulate per fare in modo che tale contratto non venga modificato a meno di emergency contingencies (stati del mondo imprevedibili e/o molto estremi). Questo ci impedisce di gettare alle ortiche i contratti sociali appena dopo averli generati. 

Rabbi: vero quello che dici, ma perche' cosi' succede? Questa e' la domanda che KB si pone, ed ha le sue teorie sulla risposta giusta.

La domanda e' importante: PERCHE' non rinegoziamo continuamente certi contratti sociali e regole del gioco? Nota che non succede sempre, alcune costituzioni si sfasciano praticamente un attimo dopo (e.g. Weimar) altre durano pochissimo e vengono continuamente cambiate (e.g. America Latina fatta eccezione per il Mexico), altre durano moltissimo senza essere nemmeno scritte esplicitamente (e.g. U.K.).

Di nuovo: perche'? Cosa determina i differenti outcomes? Renegotiation-proofness (come si traduca non lo so) e' una possibile ma molto limitata risposta ... in ogni caso, sembra chiaro che non buttiamo via i contratti sociali solo perche' sono tali, ma per qualche altra ragione che non e' completamente ovvia.

Altro esempio/problema: in modelli a generazioni sovrapposte diventa difficile spiegare perche' le promesse fatte dalla generazione precedente siano mantenute anche a fronte di possibili rinegoziazioni che potrebbero migliorare le condizioni di tutte le parti coinvolte nella decisione  ... Victor ed Ed propongono una nozione di equilibrio in cui ogni generazione ha la possibilita' di "cominciare da zero" e sostengono che le allocazioni che vediamo debbono essere compatibili con questa regola (ossia, e' meglio seguire l'accordo che cominciare da zero).

Severe punizioni, come anche Aldo, Ana ed io oltre a mille altri abbiamo sostenuto modellando i trasferimenti intergenerazionali, sono un giochetto teorico che non mi convince del tutto ...

Credo di conoscere il paper di cui parli su OLG. Se non erro parla di organizational equilibrium e di no-restarting condition. E' molto interesssante e (sssshhh non lo dite a nessuno!) sto lavorando su una cosa simile. 

La mia risposta sul PERCHE' non rinegoziamo cosi' spesso (e gli esempi che porti sono davvero supportive), e alla quale credo che neanche l'organizational equilibrium risponda, e' che come suggerivo sopra noi scriviamo le costituzioni per funzionare in  normal times. Quando siamo in emergency times, e' probabile che la costituzione designed for being optimal in normal times non sia piu' ottima, ergo esistera' una probabilita' positiva di cambiarla. Weimar e' interessantissimo come esempio. E l'America Latina rientra nel framework: non sanno nemmeno cosa siano, i normal times.

Insomma: cambiare il social contract ha dei costi di transazione elevati (spesso rivoluzioni, guerre civili, dittature, o mani pulite) che vengono sostenuti se e solo se il costo di mantenere un social contract vecchio e non piu' ottimale e' maggiore dei benefici di una nuova costituzione al netto dei suddetti transaction costs. Mi pare che Alberto Bisin abbia scritto un paper su un meccanismo simile nelle scelte di consumo (chiedo venia se sto dicendo scemenze), anche se tale meccanismo li' aveva origini di psicologia cognitiva.

E' ovviamente un po' piu' complesso di come l'ho spiegato. Comunque fossi in te proverei i paper piuttosto che il libro nel quale ci sono miriadi di digressioni, interessanti, ma su argomenti del tutto tangenziali.         

detesto commentare me stesso.

Una delle attrazioni degli
argomenti che alcuni hanno presentato (in ev-psy per esser esplicito)
e' proprio che richiede nessuna scelta. Queste non sono teorie
contrattualiste. Semmai sono assai piu' simili alle scelte, compiute ad
esempio dagli scarafaggi in alcuni paesi, di ottimizzazione della
ricerca di cibo (optimal foraging per chi conosce il tema.)

la
visione non recupera la anima buona di Rawls, neppure di kant o di
Rousseau, indica semplicemente che meccanismi ciechi (come cieca e'
l'evoluzione) hanno effetti non solo (cosa meno controversa) sulla
morfologia degli organismi (i pini hanno gli aghi "perche'" conviene
alla sopravvivenza dei sempreverdi, non perche' preferiscono le forme
aguzze alle piu' morbide foglie dei salici e il pino sceglie
esattamente nulla in merito.) I meccanismi ciechi hanno effetti sulla
mente degli individui di una specie, sostengono queste tesi. Le
caratteristiche delle menti sono effetti di pressione evolutiva quanto,
ad esempio, il muoversi da bipedi e non con le nocche per terre (come
il cugino gorilla insiste a fare.)

A chi ha dubbi sul fatto che
questo elide la questione della "liberta' della scelta", vorrei
suggerire che ha ragione. Non abbiamo scelto di preferire le belle
donne alle racchie. La teoria sostiene che abbiamo questa preferenza
perche' la bellezza e' un indicatore affidabile della probabilita' di
venir ingravidate. Il puzzle per questi teorici sono naturalmente i
"taboo" morali. Se e' "bene" in questo senso specifico, per i maschi
umani spargere il proprio sperma in lungo e in largo, come si spiega il
(quasi? davvero?) generale e universale rifiuto morale dello stupro?
Come avrete forse notato in Bosnia e in Sudan (non menziono il mio
amato Congo) ci sono una quantita' di bambini prodotti con metodi non
precisamente galanti e universalmente oggetto di obbrobrio morale da
milizie, mercenari, tigri di Arkan, etc.

Vi e' una vasta
letteratura sul tema e i tentativi di spiegare come queste forme di
disgusto morale sorgano, apparentemente contro l'interesse
riproduttivo, sono molteplici.

Si noti che non tutto risulta chiaro, vi possono benissimo essere i famosi

pennacchi
di San Marco (per gli incliti, questa e' la traduzione corretta di
spandrels of San Marco). Essi sono gli spazi che sono "inutili" e
stanno li (per chi ha visto San Marco a Venezia, ce ne sono dozzine.)

Alcune regole mrali possono essere di questo genere.

Sul carattere innato:

ha
ragione il dr Boldrin sul fatto che il tutto e' post-Noam Chomsky. Meno
sui fatti tecnici: LF narrowly understood (adotto la terminologia di
Fitch, Hauser, and Chomsky in Science, 2002) non e' affatto detto che derivi
da effetti dell'evoluzione.

L'analogia permane i "moduli"
morali hanno gli stessi caratteri di automaticita' dei moduli
linguistici, piu' o meno il modulo che si occupa di
comunicazione. In quel caso, alcuni (Chomsky tra gli altr) conta
davvero la liberta', la creativita' e lo spirito ingegnose di ogni
singolo utilizzatore del macchinario.

Siccome ho scritto in modo
tecnico (spero non troppo paludato ahime') sul tema di che cosa
significa "automatico" in un linguaggio, vi rimando alle mie opere.

Le
quali opere, mannaggia, non comprendono la disanima della nozione
medesima di "essere liberi" che il sottoscritto promise a Boldrin
di co-scrivere, e non scrisse... e di nuovo non per sua scelta....

biblio

palma 21/9/2006 - 01:42

per chi non abbia mai sentito questa terminologia

 

vedasi:

 

 

 Gould and Lewontin

 

 

c'e' persino una version italiana on-line in einaudi.it

Il paper citato di Tecumseh Fitch Marc Hauser & Noam Avram Chomsky e' in Science, vol. 298 22nd Nov 2002 

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