La Pena di Becker

12 marzo 2006 andrea moro

In un recente articolo pubblicato nel Becker-Posner blog, e ripubblicato su The Economists' Voice, Gary Becker appoggia l'uso della pena di morte per i colpevoli di omicidio con delle argomentazioni che potrebbero sembrare piuttosto convincenti. Ad una analisi piu' approfondita pero' la sua logica presenta qualche difetto.

Becker crede nella pena capitale come deterrente nei casi di omicidio. Le ipotesi alla base del suo ragionamento sono:

  1. L'obiettivo dello stato e' quello di proteggere le vite del numero maggiore possibile di cittadini; semplificando, potremmo dire che l'obiettivo e' di massimizzare il numero di cittadini.
  2. La maggior parte delle persone ha paura di morire, e preferisce la vita (pur se confinati in carcere a vita) alla morte. Per questo motivo, ciascun criminale condannato a morte, ha un effetto preventivo tale da ridurre di almeno due unita' il numero di omicidi

Secondo queste ipotesi, logica vuole che l'applicazione della pena di morte possa salvare il maggior numero di vite umane. Nel caso in cui si consideri la vita di un omicida di valore inferiore a quella di un comune cittadino, e' persino sufficiente cambiare l'ipotesi 2 e assumere che la condanna a morte di un omicida salvi un solo cittadino comune.

Per molti oppositori della pena capitale lo stato non possiede il diritto morale di togliere la vita. Secondo Becker questa e' tuttavia una conclusione sbagliata per chi consideri importante il valore della vita umana. Esiste invece un dovere morale per lo stato di usare la pena capitale se questa riduce il numero di omicidi e salva la vita a vittime innocenti. Il rischio di eseguire condanne errate, se probabilisticamente basso, non cambia la logica dell'argomento, perche' Becker mette, sostanzialmente, sullo stesso piano morti innocenti da omicidi e morti innocenti da condane a morte errate.

Propongo due obiezioni a questa logica. La prima obiezione e' che il regionamento di Becker si basa sull'idea (errata) che esista una simmetria fra la decisione di adottare la pena capitale e la decisione di non adottarla, tra il "fare" ed il "non fare". Becker sostiene che entrambe queste scelte hanno conseguenze sulla vita e la morte dei cittadini, e che bisogna scegliere quella che implica il male minore. Il problema e' che con l'esecuzione capitale lo stato si rende responsabile direttamente dell'eliminare una vita umana, per quanto poco reputabile; nel secondo caso (evitando di adottare la pena di morte, e quindi incentivando gli omicidi criminali), la colpa e' solo indiretta. Una differenza solo formale? Forse, ma e' la stessa logica per la quale non siamo tenuti responsabili al pari di criminali quando fumiamo o inquiniamo, per esempio, mettendo a repentaglio (indirettamente) vite di persone sensibili al fumo ed allo smog. Equiparando responsabilita' dirette a responsabilita' indirette si potrebbe arrivare a sostenere che i lavoratori in industrie chimiche sono responsabili di molti tumori, che la catena di negozi di caffe' Starbucks e' responsabile per le scottature di si chi versa il caffe' caldo addosso, eccetera... Quando lo stato si assume il diritto di uccidere per evitare una responsabilita' indiretta si intraprende una strada pericolosa. E qui sorge la seconda obiezione, quella dell'assunzione di un concetto di stato che possa giudicare chi debba vivere e chi debba morire. Un concetto di Stato-padrone che non mi pare corrisponda nemmeno alle idee libertarie dello stesso Becker.

Esistono certamente altri punti discutibili nelle motivazioni adottate da Becker (l'evidenza empirica sull'elasiticita' degli omicidi all'imposizione della pena di morte, il peso da dare alle condanne ingiuste, etc...). Per argomentare questi punti tuttavia occorre avventurarsi nell'affermare o negare evidenza empirica che tuttora manca. A mio parere invece, anche accettando le ipotesi di Becker e la sua ferrea logica economicista, e' difficile giungere alle stesse conclusioni.

1 commento (espandi tutti)

La Pena di Becker

palma 18/5/2006 - 17:52

ma, *forse* vi e' un qualche dato empirico (che si puo' sostenere mostra la rigidita' del fenomeno --i.e. la frequenza degli omicidi)
Il Texas o la Rpc applicano, sia in numeri reali che in percentuali, la pena di morte (intendo qui esecuzioni, non processi con sentenza "in guidicato".)
Come si speiga che il Giappone che la applica MOLTO meno (anche se' nella legge, il cretino che ha fatto mettere gas nei terni della metropolitana e' stato ocndannato a morte - a quanto mi risulta --corretto Michele?-- non e' mai stata eseguiita la condanna) la pena capitale ha molto meno omicidi?
andro' a leggermi Becker, ma le prove o indizi dell'esistenza di questa elasticita' mi sembrano dubbie.
Imho, se si vuole davvero aver una ragione per la pena di morte e' molto piu' adatto ragionare da retributivisti, soddisfando sia l'istinto alla vendetta che il senso di giustizia. Sul suo aspetto utilitario (nel senso di Bentham0 vi sono dei dubbi che non vedo come abolire.

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