Perchè non sono cento

22 settembre 2010 axel bisignano e sabino patruno

Gli anni di galera che rischiano i nostri delinquenti.

Ma insomma, perchè da noi in Italia nessun bancarottiere, creatore di fondi neri o banale truffatore va in galera, mentre ad esempio in Amerika quelli presi a intascarsi i soldi dei risparmiatori vengono condannati a centinaia di anni di carcere?

L’ultimo a porsi la domanda è stato il Corriere della Sera, confrontando le vicende processuali e le condanne dei nostri capitani d’industria (i vari Tanzi, Cragnotti & Co.) con quelle dei cattivi d’oltreoceano. Il confronto è sconfortante: da un lato pene che non superano i dieci anni di carcere pur in presenza di buchi miliardari, dall'altro pene che superano il secolo.

Proviamo allora a spiegare, cercando di limitare al massimo i tecnicismi,  perchè, mai come in questo caso, l’Italia non è non può essere l’Amerika. Le ragioni sono di natura sostanziale e processuale.
Partiamo da una dato che vale - e di molto - a spiegare perchè i tempi e l’efficacia dell’azione penale in Italia sono molto più deboli rispetto alla giustizia USA: qui da noi si è considerati innocenti sino a quando non c’è una sentenza definitiva e, sino a quel momento, la pena non può essere scontata. Si tratta certamente di un innegabile principio di civiltà, tuttavia la presunzione di innocenza italiana dura per tre gradi di giudizio. Il condannato in primo grado ha infatti diritto di fare appello e poi ricorso per Cassazione e sino a quando la “Suprema Corte” non scrive la parola fine sulla sua condanna, vige la presunzione di innocenza, anche se si tratta di persona arrestata in flagranza di reato o di un reo confesso con prove schiaccianti. E’ chiaro che in questo caso i tempi di allungano e la pena finisce per essere scontata a distanza di anni dal reato, perdendo così gran parta della sua efficiacia riparatoria e rieducativa. Negli USA (e non solo) la pena diventa esecutiva dopo la condanna di primo grado, quindi con relativa immediatezza, garantendo così al sistema che i cattivi vengano puniti in tempi ragionevoli.

Per aggirare parzialmente queste strettoie, c’è l’arma della custodia cautelare, vale a dire l’arresto dell’indagato prima del processo. Si tratta però di un istituto soggetto a limiti ben precisi. Intanto non si applica per i reati meno gravi e inoltre occorre  che ci siano, oltre che gravi indizi di colpevolezza, anche il fondato timore che l’indagato possa inquinare le prove, reiterare il reato o fuggire. Se durante le indagini tali esigenze vengono meno, perchè per esempio non c’è più rischio di inquinamento di prove o di reiterazione del reato, la custodia cautelare non è più giustificata e l’indagato torna libero sino a quando non arriva la Cassazione a sentenziare. Questo meccanismo vale per tutti i reati, siano essi uno scippo, un omicidio, una frode fiscale o un abuso edilizio.

Per un imputato con risorse economiche adeguate, avere a disposizione tre gradi potenziali di giudizio rappresenta un vantaggio ulteriore, dato che costui può permettersi buoni avvocati capaci di allungare i tempi processuali per puntare alla prescrizione, che rappresenta una forma di assoluzione impropria sempre più praticata e ricercata. Per tutti i dettagli sul processo italiano, sulle sue follie procedimentali, sulle strettoie e trabocchetti di cui è disseminato, leggetevi uno qualsiasi degli articoli di Axel su questo sito ed avrete il quadro generale della (disastrata) situazione, alla quale molto hanno contribuito le leggi e leggine approvate negli ultimi anni, apparentemente garantiste, ma che nei fatti hanno finito col rendere terribilmente macchinosa ogni fase processuale. E’ bene precisare, però, che se è vero che molte di queste leggi le hanno approvate i governi di centro-destra, il centro-sinistra NON ne ha abrogata neanche una, nelle due occasioni in cui ne ha avuto l’opportunità.

All’interno di questo contesto, poi, la repressione dei reati finanziari, societari ed economici in genere, presenta delle difficoltà peculiari ed ulteriori. Le indagini su questo tipo di  reati sono infatti molto complesse, dato che, quasi sempre, bisogna ricostruire il flusso dei soldi tra più continenti, dipanare gli intrecci societari, scoperchiare scatole cinesi e così via. Anche in questa materia è intervenuto il parlamento, per esempio con una legge sulle rogatorie internazionali, che ha reso estrememanete  burocratica e difficile  l’indagine, senza considerare il fatto che, come se non bastasse, gli stati esteri rispondono spesso con ritardo o non rispondono affatto, a tutto vantaggio della prescrizione che è sempre lì in attesa dietro l’angolo. Si tratta poi di indagini difficili da esporre oralmente in un dibattimento, come invece vuole la nostra procedura, sicchè è facile cadere in trabocchetti dibattimentali.

Oltretutto, tranne che a Milano, mancano PM veramente specializzati in materia e lo stesso accade tra le forze di polizia, dove una specializzazione l’avrebbe in teoria la Guardia di Finanza, mentre nei fatti sono veramente pochi gli uffici con competenze d’indagine adeguate. Di conseguenza, se una procura ordinaria di provincia (Parma, ad esempio) si ritrova a dover istruire un processo come quello Parmalat, la sua struttura organizzativa ne viene annientata.

I vantaggi del colletto bianco italiano rispetto a quello USA non risiedono solo nella procedura, ma anche nei reati che gli possono venire contestati. Alcuni comportamenti che in USA vengono puniti duramente, da noi non lo sono affatto o, quando si sceglie di farlo, lo si fa con procedure talmente macchinose da rendere inefficace la minaccia penale, come nel caso della famosa legge sulle “manette agli evasori”, non a caso oggi abrogata.

Più in generale, poi, i reati economici non vengono neanche sentiti come particolarmente pericolosi socialmente. In fondo, truccare un po’ i bilanci, dichiarare il falso, frodare, creare fondi neri all’estero e cose simili, non vengono visti - da molti - per quello che sono, ossia una minaccia alla solidità ed efficienza economica di una nazione, ma come un peccato veniale, tutto sommato necessario per far girare l’economia. E’ esattamente con questo spirito di fondo che, per esempio, è stato riformato il falso in bilancio o, meglio, le false comunicazioni sociali (art. 2622 c.c.)

Gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l'intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, esponendo fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni, ovvero omettendo informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, cagionano un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori, sono puniti, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni.
Si procede a querela anche se il fatto integra altro delitto, ancorché aggravato, a danno del patrimonio di soggetti diversi dai soci e dai creditori, salvo che sia commesso in danno dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee.

Nel caso di società quotate poi...

la pena per i fatti previsti al primo comma è da uno a quattro anni e il delitto è procedibile d'ufficio.
La pena è da due a sei anni se, nelle ipotesi di cui al terzo comma, il fatto cagiona un grave nocumento ai risparmiatori.
Il nocumento si considera grave quando abbia riguardato un numero di risparmiatori superiore allo 0,1 per mille della popolazione risultante dall'ultimo censimento ISTAT ovvero se sia consistito nella distruzione o riduzione del valore di titoli di entità complessiva superiore allo 0,1 per mille del prodotto interno lordo.

Insomma, il danno diventa grave solo se coinvolge più di seimila risparmiatori che hanno investito in una società quotata, i quali in questo caso possono sperare nella draconiana (si fa per dire) condanna del malfattore sino a un massimo di sei anni. Le cose non cambierebbero di molto se dovessimo considerare altri reati, ma non è certo questo il luogo per fare un bignami di diritto penale, l’importante è far comprendere lo schema generale.

Vabbè, dirà il lettore, abbiamo capito, le pene non sono così elevate, però un megatruffatore tipo Tanzi, che ha fatto tutto e il contrario di tutto, bilanci falsi, contratti scritti con la scolorina, frode ai danni delle banche, fregature a migliaia di risparmiatori e chi più ne ha più ne metta, dovrebbe comunque vedersi condannare a pene gravissime, se non altro sommando i numerosi reati commessi.
La cosa non è così semplice. In Italia abbiamo infatti il cosiddetto “reato continutato”, per cui

è punito con la pena che dovrebbe infliggersi per la violazione più grave aumentata sino al triplo chi con una sola azione od omissione viola diverse disposizioni di legge ovvero commette più violazioni della medesima disposizione di legge.

Insomma, se un delinquente, con un “medesimo disegno criminoso” truffa più persone, falsifica bilanci, esporta illegalmente valuta e fa bancarotta fraudolenta, non verrà punito per tutte queste azioni con la somma delle pene dei vari reati, ma con la pena del reato più grave, aumentata sino al triplo. Questa norma, da sola, spiega perchè in Italia nessuno verrà mai condannato a cento anni di carcere. Senza considerare poi la possibilità, per l’indagato, di scegliere un rito alternativo e quindi chiedere di essere giudicato con rito abbreviato, ottenendo così uno sconto di un terzo della pena.

E va bene, dice a questo punto il lettore sfinito e anche un po’ rassegnato, le indagini sono complicate, le specializzazioni scarse, le rogatorie funzionano a rilento, il reato è continuato, le leggi ad personam riducono le pene, il giudizio può essere abbreviato, la prescrizione è in agguato e così via, tuttavia se il nostro imputato alla fine non riesce ad evitare la condanna, se ne andrà finalmente in carcere a scontare per intero la sua pena? Non è detto. Intanto, se è incensurato, con una condanna inferiore a tre anni di reclusione, le porte del carcere non si aprono neppure. Se la condanna poi supera i tre anni, si ottiene uno sconto sulla detenzione di quarantacinque giorni ogni sei mesi di reclusione e, soprattuto, si può venire affidato in prova ai servizi sociali. In pratica, se la pena residua è di tre anni, il condannato può ottenere di scontarla al di fuori del carcere, attraverso un percorso di “reinserimento sociale” e, diteci, quale è quell’imprenditore, quel capitano d’industria, quel manager, quel cavaliere del lavoro, sia pure in disgrazia, che non è capace di reinserirsi socialmente, avendo un lavoro, una casa e una famiglia su cui fare affidamento?

In conclusione, la sete di giustizia e, diciamolo, di punizione di questi comportamenti non ha molte possibilità di venire soddisfatta, sia per ragioni specifiche legate a questo tipo di reati, sui quali molto hanno inciso le riforme degli ultimi anni, sia per la struttura stessa del processo penale italiano, come si è evoluto negli ultimi decenni. Tanzi non andrà cento anni in prigione, per le stesse ragioni di fondo per le quali un omicida ha concrete possibilità di tornare in circolazione dopo una decina d'anni dalla condanna.

32 commenti (espandi tutti)

Va anche aggiunto che la SEC in Amerika ha poteri investigativi molto pervasivi, mentre la Consob quando sospetta che sia stato commesso un reato (tipo insider trading) deve rivolgersi all'autorita' giudiziaria. Il risultato e' che in Italia questo tipo di crimini non vengono quasi mai scoperti.

Ricordo male, oppure fino al 1974 in Italia l'insider trading non era neppure un reato?

Nel 1974 venne creata la Consob, ma se non ricordo male il reato di insider trading venne introdotto piu' tardi nella legislazione italiana. Comunque alla Consob venne conferito il potere di controllo sull'insider trading nel 1991.

L'abuso di informazioni privilegiate è attualmente disciplinato dal decreto legislativo del 24 febbraio 1998 n. 58[2] (modificato a varie riprese) conosciuto come Testo Unico sulla Finanza.

corretto, la prima legge sull'insider trading è la 157 del 1991, in recepimento di una direttiva europea.

Si trattava di una normativa imperfetta, oggi superata è data dal T.U. Finanza.

La giurisprudenza in materia è ancora scarsa, anche se negli ultimi tempi c'è stato un certo attivismo della CONSOB

Una domanda al sig. Bisignano: nella sua carriera le è mai capitato di perseguire qualcuno per false comunicazioni sociali e basta? Vale a dire senza che l'indagato fosse accusato anche di altri reati tipo truffa, bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita e simili?

Copio e incollo da una mail privata di Axel, che non può accedere al sito

"mi sono occupato di reati finanziari per un breve periodo, dal 1999 al 2002. In quel lasso di tempo non mi è mai capitata una notizia di reato per il reato in questione. A Bolzano, in generale, si tratta di una fattispecie piuttosto rara."

Bisogna anche dire che l'art. 23 del codice penale pone alla reclusione il tetto massimo di ventiquattro anni, superabile con le aggravanti fino a un massimo di trent'anni (art. 66).

E' impensabile che in Italia i reati economici siano puniti con l'ergastolo (come in pratica può avvenire negli USA).

Bisogna anche dire che l'art. 23 del codice penale pone alla reclusione il tetto massimo di ventiquattro anni, superabile con le aggravanti fino a un massimo di trent'anni (art. 66).

Questa è una cosa che non ho mai capito. Da DOVE viene questo assurdo buonismo?

Perché mai uno che ha violentato 4 donne, massacrato sei bambini ed impalato quattro vecchietti non dovrebbe passarsi la vita in galera? Perché?

Qualcuno mi spiega l'origine intellettuale di questa follia?

E la ragione politica per cui non viene eliminata? Perché, per esempio, la destra oggi al governo non cambia il codice penale su questo punto?

Perché mai uno che ha violentato 4 donne, massacrato sei bambini ed impalato quattro vecchietti non dovrebbe passarsi la vita in galera? Perché?

 

In realtà questo galantuomo si prederebbe l'ergastolo, che è sempre in vigore.

La pena massima è infatti il "fine pena mai". Nei fatti, però, le porte delle prigione si aprono prima o poi anche per gli ergastolani, purchè ovviamente mantengano una buona condotta e non abbiano contatti con organizzazioni criminali.

In pratica, gli unici destinati a morire in prigione sono i mafiosi conclamati e non pentiti.



Fammi capire: vale o non vale ciò che Luponti dice citando i due articoli del CP?

Quali altri articoli over-rule quei due?

Concretamente, chi applica le attenuanti e chi raccomanda di usare la buona condotta?

Può il tribunale che condanna imporre, come parte della sentenza, che della buona condotta non se ne parla? 35 anni sono e 35 rimarranno, faccia quel che faccia costui in seguito?

Tanto per capire, che sembra il paese di pulcinella anche nel codice penale!

Può il tribunale che condanna imporre, come parte della sentenza, che della buona condotta non se ne parla? 35 anni sono e 35 rimarranno, faccia quel che faccia costui in seguito?

Questo è assurdo, o perlomeno che io sappia secondo il nostro ordinamento giudiziario - che prevede la riabilitazione dell'individuo - sarebbe una grave limitazione dei diritti individuali.

Poi si può essere d'accordo o meno, ma i diritti riconosciuti sono comunque questi.

Altrimenti vado a fischiare Schifani anche quando sta nella sua toilette...

P.S.: Devo dire che anch'io in genere sarei per l'inasprimento delle pene, ma le regole sono le regole, altrimenti tutti a casa!

La risposta è nell'art. 17 del codice penale:

Pene principali: specie.

Le pene principali stabilite per i delitti sono:

1. la morte;

2. l'ergastolo;

3. la reclusione;

4. la multa.

Le pene principali stabilite per le contravvenzioni sono:

1. l'arresto;

2. l'ammenda

La pena di morte è stata abrogata nel dopoguerra, era rimasta solo nel codice militare di guerra, ma oggi è abrogata anche lì.

L'ergastolo rimane e la reclusione è quella che (con le aggravanti) non può superare i trenta anni (art. 23 c.p.)

In particolare, per l'ergastolo vale l'art. 22 c.p.

La pena dell'ergastolo è perpetua, ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l'obbligo del lavoro e con l'isolamento notturno

Le attenuanti e le aggravanti sono stabilite dalla legge e valutate dal giudice con la sentenza di condanna, che può anche disporre misure agiuntive, tipo l'isolamento.

La valutazione della "buona condotta" o meglio del comportamento complessivo del condannato, è rimessa al magistrato di sorveglianza e gli sconti di pena valutati e decisi dal Tribunale di Sorveglianza, che è un organo collegiale, composto da magistrati togati e non togati esperti (psicologi, criminologi ecc.).

Per alcuni reati ci sono condizioni di detenzione particolari. Le  più famose sono quelle per i mafiosi, date dall'art. 41bis dell'ordinamento penitenziario che, tra le altre cose così dispone:

 I detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari, ovvero comunque all’interno di sezioni speciali e logisticamente separate dal resto dell’istituto e custoditi da reparti specializzati della polizia penitenziaria. La sospensione delle regole di trattamento e degli istituti di cui al comma 2 

a) l'adozione di misure di elevata sicurezza interna ed esterna, con riguardo principalmente alla necessità di prevenire contatti con l'organizzazione criminale di appartenenza o di attuale riferimento, contrasti con elementi di organizzazioni contrapposte, interazione con altri detenuti o internati appartenenti alla medesima organizzazione ovvero ad altre ad essa alleate;

b) la determinazione dei colloqui nel numero di uno al mese da svolgersi ad intervalli di tempo regolari ed in locali attrezzati in modo da impedire il passaggio di oggetti. Sono vietati i colloqui con persone diverse dai familiari e conviventi, salvo casi eccezionali determinati volta per volta dal direttore dell'istituto ovvero, per gli imputati fino alla pronuncia della sentenza di primo grado, dall'autorità giudiziaria competente ai sensi di quanto stabilito nel secondo comma dell'articolo 11. I colloqui vengono sottoposti a controllo auditivo ed a registrazione, previa motivata autorizzazione dell'autorità giudiziaria competente ai sensi del medesimo secondo comma dell'articolo 11; solo per coloro che non effettuano colloqui può essere autorizzato, con provvedimento motivato del direttore dell'istituto ovvero, per gli imputati fino alla pronuncia della sentenza di primo grado, dall'autorità giudiziaria competente ai sensi di quanto stabilito nel secondo comma dell'articolo 11, e solo dopo i primi sei mesi di applicazione, un colloquio telefonico mensile con i familiari e conviventi della durata massima di dieci minuti sottoposto, comunque, a registrazione. I colloqui cono comunque videoregistrati. Le disposizioni della presente lettera non si applicano ai colloqui con i difensori con i quali potrà effettuarsi, fino ad un massimo di tre volte alla settimana, una telefonata o un colloquio della stessa durata di quelli previsti con i familiari;

c) la limitazione delle somme, dei beni e degli oggetti che possono essere ricevuti dall'esterno;

d) l'esclusione dalle rappresentanze dei detenuti e degli internati;

e) la sottoposizione a visto di censura della corrispondenza, salvo quella con i membri del Parlamento o con autorità europee o nazionali aventi competenza in materia di giustizia;

f) la limitazione della permanenza all'aperto, che non può svolgersi in gruppi superiori a quattro persone, ad una durata non superiore a due ore al giorno fermo restando il limite minimo di cui al primo comma dell'articolo 10. Saranno inoltre adottate tutte le necessarie misure di sicurezza, anche attraverso accorgimenti di natura logistica sui locali di detenzione, volte a garantire che sia assicurata la assoluta impossibilità di comunicare tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità, scambiare oggetti e cuocere cibi

procedure talmente macchinose da rendere inefficace la minaccia penale, come nel caso della famosa legge sulle “manette agli evasori”, non a caso oggi abrogata.

Potete dirci qualcosa in piu' di questa legge? Perdonate la mia ignoranza ma per me e' un caso tutt'altro che famoso. Mi interessa perche' mi sono sempre chiesto cosa impedisca di fare una riforma di questo tipo contro l'evasione, una sorta di contratto sociale che dice:

  1. Azzeriamo tutto, partiamo da tabula rasa sulle posizioni fiscali.
  2. Si penalizza pesantemente il reato di evasione fiscale inserendo anche una norma (costituzionale?) che vieta i condoni.
  3. Si riduce la pressione fiscale ogni anno in proporzione al maggior gettito rispetto a quello ipotetico sotto l'antico regime di evasione che non era reato penale.

O qualcosa del genere. La ratio e' chiara: cambiare radicalmente le aspettative degli evasori ma rendere il bastone (#2) accettabile in considerazione della carota (#3).

Quali sono le ragioni specifiche per cui quella legge fu abrogata e che secondo voi (se capisco bene) impediscono di fare un "contratto" di questo tipo?

Non è nell'interesse di chi ci rappresenta (o governa) farsi del male.

be', se la maggioranza dei contribuenti paga tutte le proprie tasse (e di questo gruppo fanno parte anche i potentissimi pensionati) quello che ho descritto dovrebbe raccogliere una maggioranza di consensi, no?

La legge "manette agli evasori" era la 516 del 1982 e prevedeva l'azione penale d'ufficio per tutta una serie di infedeltà fiscali, anche di minima importanza, con ciò rendendo di fatto inapplicabile la legge, dato che le procure finivano per essere intasate dalle notizie di reato, con ciò non perseguendo a fondo quasi nulla.

La legge è stata abroga (vado a memoria) dal primo governo Prodi, su impulso di Visco, che ha ridotto le figure di reato a quelle quantitativamente e qualitativamente  più gravi, con sanzioni sino a un massimo di sei anni di reclusione.

Sulla carta, dunque, sanzione pesante. 

Tuttavia, poichè è decisamente raro che si applichi il massimo della pena, nei fatti, tra attenuanti generiche e riti alternativi,  le condanne sono sempre al di sotto dei due anni, cosa che fa scattare la sospensione condizionale della pena.

In queste condizioni, la minaccia penale è come quella di un cane che abbaia a vuoto e la possibile condanna è equiparabile ad un rischio di impresa.

Sugli altri aspetti che suggerisci, si tratta di questione "filosofiche" per le quali potrei essere d'accordo, ma dubito sinceramente che potrebbero mai trovare applicazione.

La situazione esposta nel post è, ahimè abbastanza nota e sconfortante. Ma, anche se è off topic mi interesserebbe sapere quanto pesa il ruolo delle intercettazioni telefoniche nelle indagini sui reati economici e finanziari.

Se la condanna poi supera i tre anni, si ottiene uno sconto sulla detenzione di quarantacinque giorni ogni sei mesi di reclusione

Il che significa che un anno per un detenuto dura nove mesi, che ogni quattro anni ne viene condonato uno, che ogni quaranta ne vengono condonati dieci... Ma perché mai??

Cito dall'articolo del Corriere della Sera che salutava la scarcerazione di Fioravanti, riconosciuto colpevole della strage di Bologna (che lo sia o meno non ha importanza, ma è stato condannato con sentenza definitiva) e dell'omicidio di parecchie altre persone:

Valerio Fioravanti, 51 anni compiuti nel marzo scorso, è un uomo libero nonostante il «fine pena mai» stampato sui suoi fascicoli perché così pre­vede la legge. Senza gli sconti concessi a «pentiti» o «dissociati» della lotta armata ma grazie ai benefici previsti per tutti i detenuti. Ergastolani compresi. Dopo ventisei anni trascorsi in cella (che in realtà sono un po’ meno grazie all’ab­buono di tre mesi per ogni an­no, altra regola generale), se hanno tenuto «un comporta­mento tale da farne ritenere si­curo il ravvedimento», hanno anch’essi diritto alla liberazio­ne condizionale: cinque anni di prova senza rientrare in car­cere nemmeno la notte, duran­te i quali restano il divieto di allontanarsi dal Comune di re­sidenza e altri obblighi. Fiora­vanti, arrestato nel 1981, l’ot­tenne a primavera del 2004, e quindi adesso la sua pena è «estinta», come recita il codi­ce.

 

È successo a decine di ex-terroristi di sinistra e di de­stra, e pure gli altri due con­dannati per la strage di Bolo­gna sono su quella strada. Francesca Mambro, moglie di Fioravanti, è in «condiziona­le » da quasi un anno; Luigi Cia­vardini, per il quale la senten­za definitiva è arrivata solo nel 2007, è «semilibero» dal mese di marzo: la sera deve tornare in carcere, ma di giorno può uscire. Forse anche per questo lo slogan scelto dall’Associa­zione «2 agosto 1980» per il ventinovesimo anniversario grida: «La certezza della pena in questo Paese è riservata esclusivamente alle vittime e ai loro familiari».

Sembra che ci sia un tempo a due velocità per la giustizia in questo paese: incredibilmente lento per emettere una condanna, straordinariamente veloce per scontarla. Mentre una buona parte della popolazione carceraria attende, come fossero pratiche inevase che si accumulano sulla scrivania di un impiegato non troppo solerte, in attesa di giudizio, per l'altra parte, quelli che dovrebbero scontare una condanna, ci si inventa ogni sotterfugio per tirarli fuori alla svelta, e liberare spazio.

Ma il problema è sempre lì, sulla scrivania, dove si accumulano le pratiche, ovveri nei tempi della giustizia.

Ma chi truffa e cambia i bilanci non ha bisogno di andare in carcere. Non ha bisogno di essere confinato, non uccide o ferisce fisicamente le persone. Chi fa quei tipi di reati non deve amministrare società, maneggiare soldi non suoi e non deve avere funzioni pubbliche. Per dire: potrebbe fare tranquillmante l'operaio, ma non avere un negozio. Non dovrebbe avere la partita IVA o lavorare in proprio. Non dovrebbe potersi candidare per essere eletto da qualche parte. E soprattuto bisognerebbe trovare il modo per limitare la sua ricchezza, attraverso multe adeguate, in modo che possa dare più valore al denaro e al lavoro. (Passare da una villa ad un bilocale in zona ponte lambro potrebbe essere molto educativo.)

E soprattuto bisognerebbe trovare il modo per limitare la sua ricchezza, attraverso multe adeguate, in modo che possa dare più valore al denaro e al lavoro. (Passare da una villa ad un bilocale in zona ponte lambro potrebbe essere molto educativo.)

 d'accordo, ma se non è stupido i beni saranno intestati alla società o a prestanomi. Stessa cosa col divieto di avere partita IVA, e detto per esperienza familiare, gestire un banco al mercato farà guadagnare bene, ma si fatica tanto (la diretta produttrice da cui compro frutta e verdura al mercato si alza alle due di notte e si porta appresso la figlia piccola che dorme nel passeggino dentro al furgone...) e se freghi i clienti una volta se ne vanno. Diciamo che sarebbe educativo per i fighetti che vogliono fare i capitalisti alla Ricucci

 

"d'accordo, ma se non è stupido i beni saranno intestati alla società o a prestanomi."

Un rimedio a questa situazione secondo me è correttamente indicato nell'articolo:creare all'interno dei tribunali un più elevato numero di strutture specializzate per tali tipi di reati, per contrastarli più efficacemente.

Un rimedio a questa situazione secondo me è correttamente indicato nell'articolo:creare all'interno dei tribunali un più elevato numero di strutture specializzate per tali tipi di reati, per contrastarli più efficacemente.

OK purche' non aumenti la spesa totale pro-capite per la giustizia in Italia, gia' abbastanza ai vertici mondiali pur a fronte di prestazioni scadenti. Quindi organizzare meglio la spesa esistente si', aumentare la spesa pubblica per creare strutture specializzate no.

Re: No al carcere

MarkP 22/9/2010 - 13:06

Questa poi è esilarante; anche un mafioso che chiede bellamente il pizzo non ferisce "fisicamente" le persone; un usuraio poi, non ne parliamo... Serve altro?

Chi truffa e tarocca i bilanci avrebbe urgente bisogno di 35 anni di carcere, in modo tale da riflettere sui danni perpetrati a decine/centinaia di persone/famiglie punto

Marco

il paragone è forzato. prova a non pagare il pizzo e poi vediamo se chi lo chiede non ferisce anche fisicamente. Per certi tipi di reato personalmente credo che dovrebbero esistere misure alternative al carcere.

Per rubare (scippo, topo di appartamento et simili) devi spostarti fisicamente, quindi limitare lo spostamento delle persone ha senso. Per falsificare un bilancio basta una penna o un pc. Comunque, diventare persone normali quando si è molto ricchi può essere molto educativo e quanto ricavato dalle multe e/o dai sequestri di beni può risarcire i danneggiati (in parte).

Ma le mie sono solo proposte...

Re: No al carcere

floris 22/9/2010 - 13:25

Certo, ed anche un topo di appartamento magari non ferisce. Ed anche chi mi brucia la casa, se io non sono all' interno. Però, visto che la vita è una e il tempo limitato, il tipo che ruba i soldi (che truffare è questo) ruba tempo, elemento non rimborsabile, e magari a centinaia di persone. E' bene quindi tutelare la collettività, magari sottraendo un po' di tempo al truffatore (ossia mettendolo al fresco per un po').

Il post descrive bene la differenza tra il sistema USA e quello italiano. Tuttavia dissento radicalmente dalla seguente frase 

qui da noi si è considerati innocenti sino a quando non c’è una sentenza definitiva e, sino a quel momento, la pena non può essere scontata. Si tratta certamente di un innegabile principio di civiltà,...

Ma quale civiltà !?! A meno che - in Italia - i giudici di primo grado siano considerati dei principianti scapestrati, non vedo perché un imputato che viene condannato in primo grado non debba essere considerato colpevole (altrimenti esiste un periodo intermedio di grande illogicità: condannato ma innocente) e non debba iniziare a scontare la pena. Con la scusa del terzo grado, il processo breve e la prescrizione a portata di mano con buoni avvocati che la tirano per le lunghe, il sistema giudiziario italiano è diventato una grande farsa. Non vedo alcuna caratteristica di "civiltà."  

 

se si condivide il principio secondo cui debbano esserci 3 gradi di giudizio secondo me e' corretto attendere una condanna definitiva. Altrimenti, se si comincia a scontare una pena perche' condannati in primo grado e poi si risulta innocenti, che facciamo, diciamo scusi tanto, mi sono sbagliato, lei non doveva passare in carcere questo tempo (cioe' qualche anno)? Altra cosa e' discutere se sia opportuno avere tre gradi di giudizio anziche' due, ma la questione mi sembra diversa. 

Questo commento sembra rievocare gli scritti di Alfredo Rocco contro la presunzione d'innocenza: per lui, era primaria la potestà punitiva dello Stato. Infatti fu Ministro Guardasigilli negli anni '30 del secolo scorso.

L'affermazione della presunzione d'innocenza nella Costituzione espresse la scelta di una civiltà giuridica e politica diversa.  

Ma insomma, perchè da noi in Italia nessun bancarottiere, creatore di fondi neri o banale truffatore va in galera, mentre ad esempio in Amerika quelli presi a intascarsi i soldi dei risparmiatori vengono condannati a centinaia di anni di carcere?

Ne siete proprio sicuri ? (Con riferimento all'Amerika, naturalmente)

Nel caso linkato "l'ammanco" sembra piuttosto consistente ma di anni di carcere non ne vedo.

Forse neppure in Amerika i processi sono fulminei.

Qualcuno degli amerikani saprebbe dirmi se questa notizia è vera?

Che senso avrebbe? Non c'è già abbastanza gente in prigione in USA? E con quello che costa tenere un cittadino in carcere non si crea un costo molte volte superiore al debito in oggetto?

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