Perché i salari degli italiani sono così bassi?

26 ottobre 2007 andrea moro
La percezione comune di chi risiede all'estero e torna per un breve periodo è che i salari dei lavoratori in Italia siano di una buona percentuale inferiori a quelli percepibili altrove. Lo ha ribadito oggi a Torino Mario Draghi nella sua relazione alla riunione annuale della Società degli Economisti, corredando tale impressione con qualche dato. La relazione, intitolata "Consumo e crescita in Italia", è reperibile nella sua interezza dal sito della Banca d'Italia. I maggiori quotidiani non hanno tardato a darne ampio risalto.

Di particolare interesse giornalistico, per esempio, il dato che nel "2001-2 i salari medi orari erano fra il 30 ed il 40 per cento inferiori a quelli di Francia, Germania e Regno Unito". Particolarmente penalizzati da questo confronto risulterebbero i giovani. Assumono rilievo particolare perciò i grafici indicanti i profili per età delle retribuzioni, che riporto qui sotto. Il grafico di sinistra si riferisce a tutti i lavoratori, quello di destra ai lavoratori in occupazioni manuali. 

Le retribuzioni orarie sono più basse di quelle di Francia, Germania, e R.U. ad ogni età del lavoratore

Manca nella relazione una approfondita analisi delle cause di queste evidenti disparità salariali. Il governatore accenna brevemente a differenze nei livelli di educazione (che farebbero abbassare le curve dell'Italia in particolare nella parte destra dei grafici) e, più in generale, nella produttività dei lavoratori (che farebbero abbassare le curve dell'Italia ad ogni livello di età).

Il tema mi sta particolarmente a cuore. Lungi dal pretendere di poter offrire un'analisi approfondita e completa, vorrei proporre alcune riflessioni e proposte di approfondimento (non si sa mai, magari ci legge qualche laureando o dottorando in cerca di idee). 

  1. La relazione non dice se si tratta di salari al lordo o al netto delle imposte. Una veloce consultazione del sito dell'Eurostat, da cui provengono i dati, mostra che l'Eurostat
    pubblica i salari lordi sia annuali che orari, ma solo quelli annuali netti. Ho confrontato i dati, e questi sono salari lordi. Se combiniamo queste differenze con il fatto che la partecipazione lavorativa italiana è sostanzialmente minore di, per esempio, quella inglese (sia in termini di occupati sulla popolazione, sia di ore lavorate per occupato) allora delle tre l'una: o il reddito per-capita italiano e' al 60% di quello inglese, o la quota del capitale sul reddito nazionale è in Italia enormemente alta, o il reddito dei lavoratori autonomi italiani e' molto più alto di quello inglese.
    Non ho, al momento, il tempo per indagare approfonditamente ma sottolineo i dubbi che le figure precedenti, e gli altri dati Eurostat che sto osservando sollevano (dati che confermano e forse persino aggravano quelle immagini). 
  2. L'impatto delle differenze nei livelli di educazione non dovrebbe essere difficile da calcolare. Basterebbe ricalcolare le curve per ogni livello educativo. Il grafico di destra rivela però che le differenze sono marcate anche nelle occupazioni manuali, per le quali presumibilmente i livelli educativi dei lavoratori sono simili fra i diversi paesi. Da notare, nello stesso grafico, le grandi differenze fra i redditi orari dei giovani italiani e i coetanei degli altri paesi: a occhio e croce gli italiani percepiscono un buon 20% in meno. Fra questi, azzardo, le differenze di educazione sono probabilmente meno marcate.
  3. In parte, le differenze potrebbero essere dovute alla composizione settoriale del lavoro: i settori "classici" della manifattura italiana (tessile, etc...) producono meno valore aggiunto dei settori su cui si concentrano le imprese straniere. Su questa possibilità non mi soffermo, non avendo molti dati a disposizione; noto peraltro che, oramai, in Italia come altrove, il settore manifatturiero comincia ad essere una percentuale piccola dell'occupazione privata.
  4. Avanzo invece la seguente ipotesi: parte delle bassi livelli retributivi in Italia è dovuta dalla minore flessibilità del mercato del lavoro. In altre parole, il lavoratore italiano paga la sicurezza del posto in moneta sonante, attraverso salari più bassi. E mi chiedo: quanto costa, in termini salariali, al lavoratore medio, la certezza del posto? Ecco, questo sarebbe davvero un bel tema di ricerca.
  5. D'altro canto, ad una maggiore flessibilità non corrispondono più alte retribuzioni. Il governatore riporta che i salari dei giovani in Italia, in termini di potere d'acquisto, sono pari a quelli di chi entrava nel mondo del lavoro nei primi anni Ottanta, ed inferiori ai  salari dei loro pari nei primi anni Novanta (cfr. lo studio di Rosolia e Torrini di Bankitalia che riporta per il 2004 una diminuzione dei salari dei meno istruiti del 12 per cento rispetto al picco del 1992). Ed indubbiamente la cosiddetta precarietà è aumentata fra i giovani nello stesso periodo. 
  6. Appare piuttosto netta la differenza fra i profili per età dei salari orari degli italiani e quelli tedeschi e britannici. L'ha evidenziata anche Draghi: mentre le curve per gli anglosassoni scendono in corrispondenza delle età più avanzate, i salari degli italiani continuano a crescere con l'età. Si noti anche che, essendo la curva degli italiani più piatta nel grafico di destra (occupazioni manuali) che nel grafico di sinistra (totale), la curva dei lavoratori nel settore dei servizi, non riportata, deve essere per forza molto ripida. Sembra naturale assumere che la produttività di un lavoratore scenda dopo una certa età. Assumendo che i salari britannici e tedeschi riflettano la produttività relativa dei rispettivi lavoratori (ipotesi ragionevole ma da verificare), la figura indurrebbe a pensare che i giovani lavoratori italiani stiano trasferendo risorse ai lavoratori più anziani, a colpi di contratti collettivi che impongono rigidi aumenti salariali in base alla sola anzianità. Questo spiegherebbe non solo le differenze nella pendenza delle curve, ma anche nel loro livello medio. Sono infatti ovvie le  implicazioni di un simile "accordo intergenerazionale" (le virgolette sono d'obbligo) sugli incentivi a produrre: a che vale sudare se l'aumento è garantito? Questa teoria darebbe un po' di contenuto all'ipotesi di Draghi sulla minore produttività degli italiani: gli italiani non sono scansafatiche, ma nemmeno scemi. 
  7. La sicurezza del lavoro non va sempre a detrimento della produttività: chi fa lo stesso lavoro per trent'anni impara a farlo benissimo. Questo potrebbe in parte spiegare i più alti salari per i lavoratori anziani in Italia. Di quanto? Credo non molto: il senso comune suggerisce che dopo cinque o dieci anni al più i miglioramenti son finiti, ma non si sa mai ... 

Aggiungo un'ulteriore considerazione riguardante le differenze per età. Se il profilo per età è così ripido, e se i giovani vengono pagati meno di quanto producono, perchè in Italia non si sciolgono imprese che impiegano anziani per creare imprese che assumono giovani? Non è detto che questo non stia accadendo, in particolare se pensiamo al settore dei servizi, che sta facendo ampio uso delle forme contrattuali comunemente etichettate come precarie. Si noti anche che l'eccessiva rigidità normativa che vieta in molti casi la ripetizione di questo tipo di contratti impedisce a lavoratori ed imprenditori di sfruttare i benefici derivanti dalla continuità del lavoro indicati nel punto 5, il ché contribuisce a deprimere ulteriormente i salari dei lavoratori più giovani.

5 commenti (espandi tutti)

Se il profilo per età è così ripido, e se i giovani vengono pagati meno
di quanto producono, perchè in Italia non si sciolgono imprese che
impiegano anziani per creare imprese che assumono giovani?

Di fatto e' quello che succede di regola nella grande impresa privata, che da sempre si applica a scaricare i lavoratori ultra-50enni per assumere giovani. Un vero (cattivo) maestro in questo era Carlo De Benedetti, che in genere riusciva anche a scaricare tutti i costi sullo Stato tra mobilita' lunga e prepensionamenti. La stessa Fiat, che oggi si vanta di anticipare aumenti contrattuali ai suoi dipendenti (30 Euro al mese), ha appena prepensionato 1000 dipendenti a carico dei contribuenti grazie a Prodi nel febbraio di quest'anno (vedi Espresso del 20/2/2007 "Concessa la mobilità lunga per mille addetti di Mirafiori - Fiat, buone notizie da Palazzo Chigi").

Riguardo ai bassi salari, per me dipendono da due fattori: la bassa produttivita' e gli aumenti per anzianita' dei contratti collettivi nazionali che non solo danneggiano i giovani, ma disincentivano al lavoro e mettono gli anziani dipendenti privati a serio rischio di perdere il posto.

Da non economista, gli stipendi sono bassi perche` dobbiamo pagare le pensioni e gli stipendi ai nostri genitori.

per cui, paradossalmente, noi manteniamo loro e loro pagano per mantenerci (Bamboccioni).

What goes around comes around... 

Da economista: hai ragione al 50% (il che non e' poco, sia chiaro). Hai ragione in questo senso: siccome pagate le pensioni dei genitori o dei nonni e mantenete anche un esercito di lestofanti nullafacenti nel settore pubblico e parapubblico, i vostri salari AL NETTO della tasse non sono bassi, sono miserabili.

Il 50% che rimane da capire e' che e' AL LORDO delle tasse che i vostri salari sono bassi. Questo e', in un certo senso, un fatto ancora piu' drammatico perche' segnala un paese che sta rimanendo indietro non tanto rispetto agli USA o al Giappone, ma rispetto al resto dell'Europa continentale.

Ora, si da il caso che le tasse ed i contributi sociali che pagate, in parte abbiano a che fare (ma indirettamente e per canali complicati) con il fatto che i vostri stipendi lordi sono cosi' bassi. Ma il problema e' parecchio piu' vasto e va al di la' del puro e semplice sistema fiscale e pensionistico, devo dire.

 

secondo me  le cause principali di tale fenomeno  sono di duplice natura, la prima è  la politica del nostro governo dagli anni 80 in poi, con  l'indebitamento che dal 60 è arrivato al 120 del pil ha spostato sulle generazioni future la stretta sui consumi e quindi sui redditi, il nostro governo ha pagato tassi reali positivi ai possessori di titoli di stato e quindi oggi non si deve scandalizzare se la ricchezza è detenuta dalle persone più anziane, la seconda è che con l'entrata nell'euro si è adottato il cambio fisso della moneta e quindi gli squilibri della bilancia dei pagamenti  che fino a ieri venivano compensati con la svalutazione  della moneta oggi devono essere eliminati con la diminuzione dei redditi interni

Non mi addentro nelle analisi, anche se mi sembra evidente il profilo gerontocratico italiano.
Vorrei però fare una piccola osservazione politica. Se DAVVERO le buste paga italiane sono le più basse d'Europa, e se davvero siamo governati dal 1961 a oggi 8tranne che per 5 anni, da governi di centrosinistra nei quali la concertazione coi sindacati era massiva, ALLORA forse costoro non sanno fare il loro mestiere, e proprio nel primo obiettivo. Fa specie che i dipendenti italici non si accorgano che se le cose non vanno, non si deve essere fatalisti ma, invece di affidarsi a sindacati e tutori, dovrebbero essi per primi pensare a tutelare se stessi.

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti