La prescrizione dei reati in Italia: un'analisi delle problematiche al di là delle polemiche

10 dicembre 2014 axel bisignano

Alcune settimane fa la Corte di Cassazione ha cancellato il processo Eternit, a quanto pare in quanto ha considerato prescritti i reati. Sono scattate immediatamente una serie di polemiche e la richiesta di rivedere il sistema. Proverò a descriverlo cercando di dare un quadro razionale delle problematiche esistenti.

Tutti i sistemi penali che conosco prevedono l’istituto della prescrizione. Le ragioni della prescrizione del reato o della pena stanno nella circostanza che il decorso del tempo determina un sempre minore interesse dello Stato (e, in generale, della società) alla punizione del colpevole per molteplici ragioni quali: la cessazione dell’allarme sociale, la maggiore difficoltà di accertamento del fatto a distanza di anni, il fatto che, sempre a distanza di anni, l’autore del fatto, può aver cambiato vita, essere diventato un cittadino modello e, quindi, non vi sono ragioni di rieducarlo, anzi una condanna potrebbe farlo tornare a stili di vita ed ambienti dai quali si è affrancato.

1. L’istituto della prescrizione in Italia 

In Italia distinguiamo tra la prescrizione del reato (art. 157 CP) e la prescrizione della pena (art. 172 CP). La prima estingue il reato ed interviene prima di una sentenza di condanna definitiva, la seconda interviene nel momento in cui, dopo il passaggio in giudicato di una condanna, la pena non viene eseguita dopo un periodo prestabilito.

La prescrizione del reato comincia a decorrere dal momento della sua consumazione ovvero di cessazione dello stesso (in caso di reato c.d. permanente, ovvero di un reato che si protrae nel tempo come, ad esempio, i maltrattamenti in famiglia, la partecipazione ad un’associazione a delinquere). La particolarità della prescrizione all’italiana sta nella circostanza per cui essa continua a decorrere anche a processo avviato, ovvero nonostante lo Stato abbia, con l’esercizio dell’azione penale, manifestato la volontà di perseguire il reato. Nella maggior parte degli altri sistemi giuridici, a partire da tale momento, viceversa, la prescrizione non decorre più fino a quando il processo è in corso. E così in Italia avviene con una certa frequenza che anche reati che creano allarme sociale si estinguono prima di una sentenza definitiva. 

Prima di addentrarmi nell’analisi del sistema è opportuno fare delle brevi premesse tecniche. Nel sistema penale italiano esistono due tipologie generali di reati: i delitti e le contravvenzioni, che sono considerate reati meno gravi. Nella categoria delle contravvenzioni rientrano i reati edilizi e la maggior parte di quelli paesaggistici ed ambientali.

La prescrizione del reato può essere “interrotta” o “sospesa”. Nel primo caso, a seguito di un evento prestabilito dal legislatore, il più importante e frequente dei quali è l’esercizio dell’azione penale, il termine di prescrizione si prolunga per un periodo predeterminato. Ad esempio, attualmente, i delitti si prescrivono in un tempo minimo di sei anni. Se il PM esercita l’azione penale entro questo periodo di tempo, la prescrizione si prolunga nella misura di un quarto e quindi il termine si sposta di un anno e mezzo, per un tempo massimo di 7 anni e sei mesi. La sospensione della prescrizione ne determina il congelamento fino al momento in cui vengono a cessare le ragioni che la hanno determinata (ad esempio, l’impedimento dell’imputato o una richiesta di rinvio da parte del suo difensore). 

Come universalmente noto, il legislatore, nel 2005, con una leggina denominata Cirielli, ha modificato il sistema della prescrizione fino ad allora vigente accorciando di molto il termine per determinati reati, quali ad esempio la corruzione, tanto per prendere un esempio a caso… Nel regime attuale, la prescrizione minima è 6 anni + un quarto (7 anni e sei mesi) per i delitti e  4 anni + un quarto (5 anni) per le contravvenzioni Per tutti i delitti puniti con pena massima superiore a 6 anni il termine di prescrizione è pari alla pena massima edittale più un quarto  (ad esempio dieci anni - 8+2- per un massimo di  pena di 8 anni). Vi sono poi tutta una serie di varabili ulteriori che ometto per non complicare. 

Questo, in estrema sintesi, è il sistema. Gli avvocati lo difendono, mentre i magistrati lo contestano. 

2. La prescrizione e la durata dei processi in Italia 

Orbene l’istituto della prescrizione così come descritto non può essere valutato senza tenere conto di una serie di altri fattori che si intrecciano con esso, in quanto incidono sul funzionamento della giustizia nel suo complesso. Tali elementi sono:

1)   il numero di magistrati, l’incapacità di molti dirigenti di organizzare il servizio;
2)   le fattispecie di reato e l’obbligatorietà dell’azione penale;
3)   il procedimento penale. 

Ognuno di questi fattori incide sull’altro. 

2.1. I magistrati e la prescrizione 

Cominciamo dal primo, così sgomberiamo subito il campo dalla potenziale accusa di voler rappresentare e/o difendere interessi corporativi. In Italia ci sono poco meno di 9000 magistrati. Negli altri paesi ve ne sono molti di più in rapporto alla popolazione. È evidente che più magistrati vi sono, più essi possono soddisfare la domanda di giustizia. È altrettanto evidente che essi debbono essere pagati con le risorse che in rapporto al PIL lo Stato destina al servizio giustizia. L’Italia destina alla giustizia una percentuale sul PIL più o meno simile a quella degli altri paesi europei. La particolarità tutta italiana sta nel fatto che lo stipendio dei magistrati, salvo procedimenti disciplinari o valutazioni negative del tutto improbabili, cresce  a prescindere dal ruolo e dalla responsabilità ricoperta, arrivando, dopo 28 anni di carriera, ad un massimo stipendiale pari a quello di un presidente di sezione di corte di cassazione. Negli altri paesi i magistrati guadagnano di meno poiché la loro carriera, cui sono connessi gli avanzamenti economici, non è automatica. Quindi nel Belpaese la quota risorse destinata agli stipendi dei magistrati viene ripartita tra meno persone ed, a parità di risorse disponibili, non è possibile assumere altri magistrati. Direi che non c’è molto da aggiungere. Non troverete questo ragionamento nei documenti ufficiali dell’ANM.

Altrettanto vero è il fatto che vi sono gravi carenze organizzative, all’interno del sistema giustizia e che parte di esse potrebbero essere affrontate da dirigenti che avessero voglia di farlo. Senonchè spesso i dirigenti, anche per un difetto culturale, si accontentano di lasciare che il sistema vada avanti così com’è.

A ciò si aggiunge un’irrazionale distribuzione dei magistrati sul territorio ed all’interno degli uffici.

Infine, alcuni magistrati hanno una concezione “particolare” del proprio ruolo. Basti pensare che, nella vicenda Eternit, la Cassazione pare avere statuito che il reato era già prescritto al momento dell’esercizio dell’azione penale, mentre il PM l’avrebbe esercitata sulla base di un’interpretazione minoritaria e forzata del dato normativo. In altre parole, il reato non si è prescritto nel corso del processo, ma lo era prima ancora che esso iniziasse. Anche qui c’è ben poco da aggiungere… 

E' ovvio che se i magistrati fossero il triplo, più organizzati e più prudenti, ci sarebbero meno prescrizioni ma il sistema della prescrizione continuerebbe a rimanere ingiusto ed irrazionale. 

2.2. L’obbligatorietà dell’azione penale ed il numero di reati e la prescrizione 

Il secondo fattore è quello del numero di fattispecie di reato e dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale. In Italia il Legislatore tende, sempre di più, ad affidare alla giustizia penale la persecuzione di fatti illeciti. Sennonchè, come è ovvio, a forza di caricare una bestia da soma, essa prima o poi crolla. A ciò si aggiunge l’altro piccolo particolare dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale, esistente in Italia così come nella maggior parte degli ordinamenti continentali. Se io PM ritengo che un reato sia dimostrabile in dibattimento, devo avviare il processo, non ho margini discrezionali per archiviare. 

A questo punto ci possiamo addentrare un po’ di più nell’assurdità del sistema. Come dicevo la prescrizione del reato parte dal momento in cui cessa la sua consumazione. Ciò significa che fino al momento in cui il Pubblico Ministero e, quindi, lo Stato ne vengono a conoscenza possono essere passati svariati anni. Il tipico esempio sono i reati edilizi e paesaggistici, ma anche le corruzioni ed i reati fiscali. Noterete come si tratta di reati tipici dei colletti bianchi. Viceversa, il furto con destrezza di una mela al supermercato viene accertato e segnalato subito al PM che, immediatamente, esercita l’azione penale. Tutto il periodo intercorso tra la commissione del fatto e la sua scoperta risulta invariabilmente perso. Più tempo è passato tra il fatto e la segnalazione, più i margini della giustizia si restringono. Inoltre, potete immaginare che reati quali, ad esempio, una corruzione, non sono dimostrabili solamente perché sono stati denunciati. A seconda della loro gravità e tipologia richiedono complesse indagini bancarie e/o rogatorie estere per ricostruire il flusso di denaro, il tutto con l’orologio della prescrizione che continua inesorabilmente il suo corso. Quindi, più lontano è il fatto meno tempo rimane alla giustizia nel suo complesso per accertarlo e punirlo.

Ciò detto, una banale logica anche economica suggerirebbe di non fare processi se se è improbabile concluderli. Si consideri che il processo è un investimento di risorse che deve dare un risultato, risultato che non può che essere la condanna dell’imputato; in caso di assoluzione l’investimento è, in molti casi, sbagliato. In sostanza, il PM prima di avviare l’azione penale deve fare una previsione di condanna. A maggior ragione ciò vale per la prescrizione, laddove è per il Pubblico Ministero perfettamente prevedibile il momento in cui il reato si estinguerà per prescrizione in corso di processo. Un processo, specie in Italia costa molto, implica il consumo di risorse e, quindi, va gestito con oculatezza.

Se, per esempio, mi arriva sul tavolo una contravvenzione commessa, magari 3 anni e 8 mesi fa ovverosia a ridosso del termine quadriennale di prescrizione, io dovrei poterla archiviare. Anche tenendo conto del prolugamento dei termine di prescrizione con la citazione a giudizio, è altamente improbabile che si giunga alla condanna, ovverosia è altamente probabile per non dire praticamente sicuro che il reato si prescriva in corso di giudizio. Tale elementare principio economico entra in conflitto con il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Quindi l’azione penale va esercitata. La teoria vuole che il PM o il Giudice che abbiano fatto prescrivere un reato sul loro tavolo, debbano giustificarsi e rischiano un procedimento disciplinare. Apparentemente si tratta di un incentivo a velocizzare i tempi. Di fatto, si tratta solamente di un gigantesco ed ipocrita gioco del cerino con la consapevolezza di tutti i partecipi alla recita (PM, difensori, Giudice) che il reato si estinguerà al più tardi in Corte d’appello come una candela si spegne esaurita la cera. Nel frattempo, si sarà celebrato il giudizio di primo grado con notifiche varie, l’audizione di testimoni, la verbalizzazione stenotipia e quant’altro. Uno spreco enorme e completamente inutile di risorse. 

2.3. Le regole del processo penale e la prescrizione 

E qui si inserisce il terzo fattore: quello processuale. In Italia, nel 1988, abbiamo adottato una procedura penale mutuata da quella anglosassone con un’accusatorietà spinta all’eccesso. Il principio base è quello per cui tutte le prove vengono acquisite nel processo con la partecipazione delle parti, il controesame dei testimoni, di fronte ad un giudice che, per essere scevro da pregiudizi, non conosce gli atti del Pubblico Ministero. Trattandosi di un procedimento complesso ed essendo la maggior parte dei reati fatti banali (il furto della mela, la resistenza a pubblico ufficiale, la guida in stato di ebbrezza) si è previsto che almeno l’80% per cento dei reati dovrebbero concludersi con patteggiamenti o riti abbreviati (ovverosia con un processi in cui il giudice utilizza gli atti del PM per la sua decisione, senza audizione di testimoni). Affinchè l’imputato rinunci al dibattimento ed aderisca a queste forme semplificate di rito, sono previsti degli incentivi consistenti, essenzialmente, in una riduzione della pena. Di riflesso, non vi devono essere incentivi ad andare a dibattimento, in altre parole il gioco non dovrebbe valere la candela. Ma nella pratica di tutti i giorni l’incentivo della riduzione della pena si rivela inefficace per il semplice fatto che la pena non è effettiva. La maggior parte dei fatti vengono puniti con pene inferiori ai due anni e, quindi, all’interno dei margini per la sospensione condizionale della pena e/o per l’affidamento in prova ai servizi sociali. Cosa cambia se, anziché a sei mesi, vengo condannato a nove mesi di reclusione, se poi non li devo scontare? Nel contempo, la prescrizione all’italiana è un formidabile incentivo a scegliere il rito complesso, cioè quello del dibattimento. Da un lato non rischio nulla dall’altro ho buone chance di portare a casa il risultato massimo ovvero la prescrizione del reato e, quindi, di fatto, l’assoluzione senza iscrizione nel casellario giudiziario. Più reati si prescrivono e più sono incentivato a scegliere il rito del dibattimento. Più imputati scelgono i dibattimenti, più reati si prescrivono in un circolo vizioso che non fa altro che autoalimentarsi. Quindi, la prescrizione del reato così come concepita in Italia, contribuisce al malfunzionamento del rito introdotto nel 1988, il quale a sua volta contribuisce ad alimentare le prescrizioni. A ciò si aggiunge un'altra contraddizione. Da un lato, in primo grado, abbiamo il sistema accusatorio, dall’altra abbiamo tenuto fermo un sistema di impugnazioni tipico di un ordinamento prevalentemente inquisitorio. E così, per ogni procedimento penale, comprese le contravvenzioni che, lo ricordo, si prescrivono in 5 anni esatti dal fatto, è prevista la possibilità di un appello nel merito con un successivo terzo grado di legittimità presso la Cassazione. 

3.  Le soluzioni

Chi ha avuto la pazienza di arrivare fino a qui avrà capito un’altra banale verità. L’istituto della prescrizione vigente in Italia è un sistema terribilmente classista, perché, nella stragrande maggioranza dei casi, incide su reati commessi da colletti bianchi, i quali, nel contempo, sono coloro che hanno i mezzi finanziari per percorrere il tragitto che porta alla prescrizione del reato. A questo punto si capisce anche che, oltre agli interessi della magistratura, nel meccanismi di malfunzionamento ci sono anche consistenti interessi corporativi di altre categorie professionali. Il ladro della mela non paga laute parcelle… 

Che fare dunque? Giustamente l’ANM nel suo parere tecnico predisposto per gli organismi parlamentari evidenzia come 

Ogni intervento legislativo che si proponga di affrontare e risolvere le patologie rese evidenti dell’esperienza giurisprudenziale deve muovere da una riflessione di carattere sistematico sulla prescrizione, la quale è istituto di diritto penale sostanziale, che trova la sua ragion d’essere nell’esaurimento dell’interesse repressivo dello Stato per un determinato fatto/reato. È invece estranea alla natura dell’istituto l’esigenza di assicurare la ragionevole durata del processo, che dovrebbe essere affidata ad altri strumenti, di natura processuale e organizzativa. 

In sostanza il problema andrebbe affrontato in maniera radicale con un ripensamento complessivo dell’intero sistema giustizia e quindi, per citarne solo alcuni:

a)   Abolendo la carriera per anzianità dei magistrati in modo tale da liberare risorse ed assumerne un numero maggiore e congruo rispetto alla domanda di giustizia;

b)   Intervenendo sul diritto sostanziale con depenalizzazioni, introduzione di istituti che consentano di estinguere il reato quali quello, introdotto da poco, della messa alla prova, ovvero un’estensione e rimodulazione dell’istituto dell’oblazione (l'oblazione consente di estinguere il reato prima del processo mediante il pagamento della metà o di un terzo dell'ammenda come sanzione. L'istituto presenta il vantaggio di eliminare il rischio processuale ed il costo del processo, ottenendo l'archiviazione del procedimento o il proscioglimento qualora sia già stata esercitata l'azione penale). Nel contempo, e, di riflesso, l’introduzioni di istituti che rendano effettivamente afflittiva la pena in caso di condanna ad esito del processo;

c)   Una revisione radicale del processo penale a partire dal sistema delle notifiche, per arrivare alle modalità di impugnazione. 

Una rimodulazione globale del sistema consentirebbe di abbreviare notevolmente i tempi della giustizia e di adottare l’unico sistema corretto, ovvero la sospensione per tutta la durata del processo della prescrizione a partire dal momento in cui il PM abbia esercitato l’azione penale. Tuttavia, non vi è chi non veda come simili interventi andrebbero a toccare consistenti interessi di tutte le parti in causa e quindi appare essere politicamente irrealistico.

Attualmente ci sono diverse proposte di legge all’esame della Camera, ad opera di deputati del  M5S, di Scelta Civica, e del PD. Per un’analisi approfondita di ognuno di essi vi rimando al citato parere dell’ANM. Alcune di esse sono alquanto bizzarre, quali, ad esempio, quella che prevede uno sconto di pena o di un risarcimento in favore dell’assolto se il processo dura troppo a lungo.

La soluzione di per sé più logica è quella che prevede una sospensione della prescrizione con l’esercizio dell’azione penale, soluzione corrispondente alla proposta dell’M5S. Senonchè, e qui gli avvocati non hanno tutti i torti, un simile sistema rischia di lasciare l’imputato in balia per anni ed anni degli umori del Giudice ed, in generale, del sistema giudiziario, il tutto in barba al principio della ragionevole durata del processo. Ora anche su questo è bene innanzitutto liberarsi dalle ipocrisie. Spesso sono gli stessi imputati a voler dilazionare il più possibile nel tempo la conclusione del processo. Basti considerare che migliaia di patteggiamenti e, quindi, di accordi intervenuti tra PM ed imputato, vengono impugnati in Cassazione al solo scopo di rinviare nel tempo l’esecuzione della pena o comunque il passaggio in giudicato della sentenza. Altrettanto ipocrita è ritenere che a tale rischio si possa ovviare con soluzioni “organizzative” senza dire esattamente in cosa esse debbano consistere e senza prevedere meccanismi sanzionatori per i dirigenti degli uffici giudiziari e/o i singoli giudici inerti. 

Una soluzione di compromesso potrebbe essere quella di prevedere che, con l’esercizio dell’azione penale i tempi di prescrizione decorrano ex novo. Ciò consentirebbe di sterilizzare le variabili connesse al momento in cui il reato viene scoperto, rendendo il dato di partenza uguale per tutti gli imputati. È chiaro che tale soluzione terrebbe comunque fermo l’incentivo a cercare di ottenere il risultato anche se tale perseguimento sarebbe più difficoltoso. In questa direzione va sostanzialmente la proposta del PD. 

La soluzione minima è quella di prevedere che il PM possa archiviare ed il Giudice sospendere e, quindi, abbandonare a sé stessi, tutti quei procedimenti che, in una ragionevole prospettiva, siano destinati a sicura o probabile prescrizione, consentendo di liberare risorse per quei processi che abbiano la ragionevole probabilità di giungere al loro epigono naturale. In definitiva, andrebbero archiviati tutti i procedimento che, ragionevolmente non arriveranno alla meta, a prescindere dal fatto che il reato non sia ancora prescritto. Quindi, per fare un esempio, si prendono i tempi medi di definizione dei procedimenti nel distretto di Corte d’appello, compreso il secondo grado, a partire dal momento dell’esercizio dell’azione penale (ad esempio, a Bolzano attualmente tale lasso di tempo viaggia intorno ai 3-4 anni), si valuti quanto manca alla prescrizione e si chiudano tutti i procedimenti in cui il termine di prescrizione sia inferiore al periodo predetto. Va detto chiaramente come questa soluzione comporta un ulteriore aumento dell’impunità per determinate fattispecie di reato ed in particolare, di quelle dei colletti bianchi, ma almeno consentirebbe di evitare le ipocrisie che connotano il sistema attuale.

30 commenti (espandi tutti)

Credo che ne abbiamo già discusso ma o non ricordo la risposta, o la risposta non è stata abbastanza esauriente. La mia domanda è questa: in presenza di un vincolo di tempo (che ovviamente esiste, altrimenti non ci sarebbero gli arretrati che ci sono), quanto vincolante è l'obbligatorieta?

A meno di non adottare delle regole di smaltimento del carico completamente rigide (FIFO, LIFO, etc...), il PM prende in mano una pratica e decide quanto tempo dedicargli. Può dedicargli 10 secondi rimettendola in fondo alla pila, 5 minuti, o portarla a compimento. Quanto discrezionale è la scelta di quanto tempo dedicarci? Questa discrezionalità non equivale ad una sostanziale assenza dell'obbligatorietà dell'azione penale? Alle cause che l'ufficio decide di non perseguire si dedicano 2 minuti, alle altre il tempo rimanente.... Questo potrebbe garantire tempi più ragionevoli (evitando prescrizioni)  per una serie di reati ritenuta di maggiore importanza.

dipende molto dalla situazione nella quale versa la singola Procura della Repubblica ed anche il corrispondente Tribunale (rapporto magistrati/numero di reati), non si può dare una risposta standard. Dunque:

a) situazione ottimale, nella quale si trovano sicuramente molti uffici compreso il mio: tutti i reati vengono perseguiti, il tempo discrezionalmente scelto è quello di completare più o meno le indagini. Ci hanno insegnato che più sono complete le indagini, più è probabile che l'imputato scelga un rito alternativo. Ovviamente per completare le indagini è necessario del tempo. Il tutto dipende dalla tipologia di reato.

b) Uffici sottodimensionati rispetto al carico di lavoro: qui si crea un arretrato. Nella pratica vi sono uffici i cui dirigenti adottano delle misure organizzative stabilendo priorità per determinate fattispecie di reato che l'ufficio ritiene di maggiore allarme sociale. Negli uffici più disorganizzati, la scelta è rimessa completamente al singolo PM che può stabilire quali reati perseguire in base alla propria scala di valori. Entrambe queste soluzioni cozzano con il principio di obbligatorietà, laddove un organo che non è politico sceglie, secondo propri parametri non giuridici quali reati perseguire e quali mandare in archivio in attesa di prescrizione. 

Quindi per gli uffici di tipo b) non vale l'obbligatorietà di fatto, e per quelli di tipo a) non sono ancora convinto. IL concetto di indagine "completa" è piuttosto vago, sta a te completarla quanto pare no? Puoi dedicare più o meno risorse alla completezza ai casi che preferisci. Capisco che l'obbligo dell'azione ti impedisce di dedicare zero risorse come magari vorresti.

sugli uffici b) giusto cio' che dici.

sugli uffici a) la questione comporta una discrezionalita' tecnica collocata nei tempi previsti dal codice di procedura per le indagini (sei mesi prorogabili su autorizzazione del GIP per un massimo di due volte). Per certe tipologie di reati le procure hanno elaborato dei protocolli standardizzati di indagine. Per altri molto dipende dalla professionalita' del PM e della PG che collabora con lui.

Uno delle proposte fondamentali dell'articolo è quella di bloccare gli scatti automatici di anzianità, quindi ridurre la spesa per gli stipendi dei magistrati, per assumerne di più.

Questa proposta non passerà mai il giudizio della corte costituzionale, quindi è inutile parlare del resto.

Allora una proposta realistica è quella di sfruttare i giudici di pace. La corte costituzionale non può certo sindacare gli organici dei magistrati, quindi si possono dimezzare i loro organici, bloccare le assunzioni dei magistrati ordinari e per ciascuno di essi che va in pensione si assumono tre giudici di pace, che lavorano a cottimo e che dovrebbero essere considerati maggiormente.

Aumentarndo ragionevolmente le loro competenze, si possono fare concorsi per promuovere un certo numero di loro a giudici ordinari, dopo diversi anni di servizio ed ecco che abbiamo risolto il problema degli organici, perché a regime li avremo raddoppiati.

Poi si può dare un'occhiata alle magistrature speciali, amministrativa e contabile, perché spesso le competenze si intrecciano e per lo stesso fatto bisogna affrontare più giudizi. Insomma, un'unica amministrazione giudiziaria farebbe risparmiare, e si tratta di oltre un migliaio di magistrati da sfruttare meglio.

Per il resto, non minimizzerei il furto di mele, o meglio, lo scippo di una vecchietta o un furto in appartamento. Un cittadino comune, è più danneggiato dalla criminalità comune che da quella dei "colletti bianchi". Certo, chi vive in un quartiere signorile, che magari può permettersi la guardia giurata, non se ne accorge. Ma gli altri?

interessante. Tuttavia, anche qui ci sono problemi non indifferenti. I giudici di pace sono giudici onorari, non assunti per concorso. Vengono pagati a cottimo, come giustamente evidenziato nel commento. La loro qualità professionale è molto inferiore a quella dei magistrati ordinari. Mi pare che la proposta sia quella di esaurire il ruolo dei magistrati ordinari, facendo diventare ordinari i giudici di pace. Anche questa proposta mi pare avere delle gravi controindicazioni costituzionali e, comunque, presuppone un'assunzione dei giudici di pace, i quali una volta assunti e con le stesse competenze rivendicherebbero gli stessi stipendi dei magistrati ordinari.

Quando vediamo tante sentenze in primo grado ribaltate in appello, poi ulteriormente ribaltate in Cassazione, francamente mi pare il contrario: il servizio offerto dalla magistratura ordinaria sembrerebbe molto meno affidabile rispetto a quello offerto dai giudici di pace, con grave danno per l'economia.

Inoltre dovrebbe essere compiuta un'analisi della tipologia delle cause, che è fondamentale per ogni serio tentativo di organizzazione. La maggior parte delle cause richiede competenze possedute dai funzionari pubblici laureati in giurisprudenza, che sono tanti. Quindi affidarle a magistrati superpagati è uno spreco, perché in ogni organizzazione i compiti più facili sono di competenza di personale retribuito meno.

Quindi dimezare i magistrati ordinari, riducendoli man mano che vanno in pensione, e aumentare quello dei giudici di pace, a cui affidare cause di importanza minore. Non vedo come la corte costituzionale possa trovare pretesti.

c'è una bella differenza tra il furto della mela nel supermercato, lo scippo della vecchietta ed il furto in appartamento. Il primo fatto, come singolo reato, ha una gravità inesistente, mentre ha una certa gravità nel complesso perchè crea danni ai commercianti, i  quali specie se si tratta di supermercati, ripartiscono tali danni sui consumatori. Sugli altri reati posso dire che gran parte della magistratura ha una chiara percezione del fatto che colpisce i cittadini e crea allarme. Di fatto, la magistratura e le forze di polizia vivono la frustrante situazione di non poter sanzionare adeguatamente questi fatti per la cronica insufficienza di istituti di detenzione.

ringrazio l'autore per l'ottimo post.

faccio un po' di riflessioni da non addetto ai lavori. Mi si perdonino le ingenuità ed eventuali strafalcioni.

Condivido i punti a b e c del post. A valle di una ipotetica applicazione dei tre punti, non si potrebbe abolire uno dei gradi di giudizio? (per il civile lo farei subito: un solo grado).

Molti reati sono connessi agli stupefacenti.Guarderei con interesse ad una legalizzazione almeno di quelle leggere.

Capisco perfettamente che lo scippo sia un reato che causa alto allarme sociale. Credo però che i reati dei colletti bianchi, dal punto di vista meramene economico, facciano più danni. 

intervenire sulle impugnazioni sarebbe assolutamente necessario. In Germania, ad esempio, nei procedimenti complessi non esiste l'appello nel merito. In america da dove noi abbiamo mutuato il sistema processuale non esiste l'appello nel merito.

sulla depenalizzazione delle droghe leggere sarei perfettamente d'accordo, certo sarebbe necessaria una scelta congiutna a livello europeo

Riguardo alla prescrizione, trovo che l'unica soluzione ragionevole sia quella di accertarla in sede di udienza per il rinvio a giudizio, e se non siano scaduti i termini si procede poi con il processo fino a sentenza definitiva.

Le ragioni che spingono a inserire l'istituto della prescrizione, che lei ha ricordato molto bene, nulla hanno a che fare con la ragionevole durata di un processo.

Una volta che il processo inizia deve arrivare a conclusione, anche per dare certezza del diritto, e la durata del processo deve essere ragionevole a prescindere da quanti anni siano passati dalla commissione del reato.

Mi ritrovo completamente nel parere dell'ANM. E quindi nel DDL del M5S.

Piuttosto vi sono ragioni di interesse pubblico a stabilire per alcuni reati, penso a quelli di corruzione, che i termini di prescrizione decorrano da quando il reato è segnalato anzichè da quando viene commesso.

I perchè sono molteplici, ma è evidente che l'interesse dello Stato nel perseguire questo reato è elevato, e che solitamente corrotto e corruttore siano cointeressati a non far trapelare il patto scellerato, soprattutto se andato a buon fine.

Lo Stato deve quindi poter perseguire la corruzione anche a distanza di anni. In pratica il corrotto non dovrebbe mai sentirsi tranquillo solo perchè la magistratura non ha avuto notizia del reato.

Ricordo che chiesi in una conferenza a Trento a Piercamillo Davigo perchè non si facessero queste due semplici modifiche (che lui riteneva indispensabili a combattere la corruzione).

La risposta, più diplomatica del mio sunto qui di seguito, fu che chi legiferava era in conflitto di interesse. Per cui difficilmente avrebbe proposto queste misure.

Cosa confermata dalla proposta del PD che lei riporta. Fare qualcosa, ma non poi così drastica da non consentire, a chi ha buoni avvocati, di arrivare a usufruire comunque dell'istituto della prescrizione. E senza affrontare il problema della difficoltà di avere notizia di reato per episodi di corruzione.

La seconda questione  quella dei giudici distaccati. Ossia quei giudici che invece che tenere processi, sono in forza a ministeri, autorità o altri organi dello stato.

A mio avviso in realtà già è grave che vi siano giudici in organi legislativi o esecutivi. La separazione e l'indipendenza del giudice comunque ne soffrono.

In ogni caso andrebbero da subito ad aumentare gli organici se tornassero in tribunale.

Non ne ho visto traccia nell'articolo. Sono così pochi da essere irrilevati per rendere ottimali un numero significativo di sedi di tribunale?

i giudici distaccati in ministeri e/o all'estero e/o presso altre istituzioni, non sono tantissimi. Le ultime cifre che conosco parlano di circa 200 magistrati c.d. "fuori ruolo". Molti sono effettivamente in istituzioni utli, ed esempio al ministero della giustizia o alla corte costituzionale, trattasi di esperienze utili sia all'amministrazione cui sono destinati sia all'amministrazione della giustizia, poichè questi magistrati estendono il loro bagaglio culturale.

Vi sono poi collocamenti fuori ruolo abbastanza discutibili, quali, ad esempio quelli relativi a posti creati ad hoc presso vari ministeri o presso le più svariate istituzioni internazionali. 

uno dei grossi problemi è costituito dal fatto che molti di questi posti vengono coperti con metodi assolutamente non trasparenti a chiamta diretta (ad es. il ministro chiama il magistrato tizio a suo capo di gabinetto e/o altro). 

thresholds

scrooge 11/12/2014 - 04:19

Il problema delle prescrizione e' piu' un problema del civile o del penale?

In particolare per il civile, in Sivzzera hanno modificato il threshold per fare ricorso all'appello (da 8 a 10'000 chf), e alzato il threshold per a competenza dei giudici di pace (da 2 a 5'000 chf). Puo' avere senso per l'Italia?

la prescrizione è interrotta dalla notificazione dell'atto introduttivo e resta sospesa fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il processo o a quello d'estinzione del processo. 

Le cause civili possono così durare secoli.

grazie

axel bisignano 11/12/2014 - 14:50

per la risposta anticipata :-)

è stato un piacere :-)

Ogni proposta sensata, come quelle di Axel, si scontrerebbe, come ben dice Pigi, con il giudizio della Corte Costituzionale, che userebbe l'indipendenza della magistratura - sancita dalla Costituzione - come una clava, interpretandola in modo assurdamemnte (a mio parere) esteso. Al cuore di tutto sta questo punto: l'independenza della magistratura e' una garanzia che mira ad elevare la qualita' del servizio che la magistratura offre al paese (servizio talvolta noto come "giustizia")  o che mira ad elevare la qualita' della vita dei magistrati? Domanda retorica. La Corte ovviamente prende questa seconda interpretazione. Non se ne esce. La Corte Costituzionale e' di gran lunga il piu' grande ostacolo alla razionalizzazione del sistema istituzionale italiano. 

è un principio inteso a garantire i cittadini dal potere politico, impedendogli di condizionare i giudici. Nei fatti, è talvolta usata dai giudici per rendersi superiori a qualsiasi altro potere, in primis al legislativo.

Tutti gli Stati civili hanno una corte costituzionale o, almeno, ammettono la judicial review degli atti del potere legislativo e del potere politico; la corte costituzionale italiana non solo non è un'eccezione, ma neppure è espressione della magistratura ordinaria.  

Tutti gli ordinamenti liberali prevedono l’indipendenza del Giudice. L’Unione europea, in una sua decisione quadro che dovrei mettermi a cercare, prevede che gli Stati debbano garantire altresì l’indipendenza del Pubblico Ministero. Che quest’ultimo debba essere indipendente, al pari del Giudice, è perfettamente logico, laddove basta controllare politicamente il PM per impedire che certi fatti finiscano sul tavolo del Giudice. In sostanza, l’indipendenza non è una questione di efficienza del servizio, bensì di uguaglianza delle persone davanti alla legge e di controllo e bilanciamento di poteri, come ha già evidenziato Luciano Pontiroli.

Il principio per cui il Giudice debba avere un reddito congruo alla propria funzione e tale da renderlo immune da tentazioni di farsi blandire in modo più o meno lecito non lo ritengo sbagliato. Esso, comunque, non è incompatibile con un sistema diverso di carriera. Difatti, già adesso, il magistrato, nei primi dodici anni di carriera, percepisce uno stipendio sicuramente congruo, né vi sono contestazioni in ordine alla sua entità. Quindi se lo stipendio dei primi dodici anni non è lesivo dell’indipendenza, non si vede perché successivamente vi debbano essere degli scatti per anzianità.

La magistratura sostiene che la carriera per anzianità derivi dalla Costituzione, in particolare, dall’art. 107, comma 3, Cost. secondo cui: 

I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni.

 Ora, questa norma dice tutto e niente, né il Legislatore costituente aveva immaginato una carriera uguale per tutti, tant’è vero che la carriera uniformata fu introdotta solamente alla fine degli anni ’60. Mi sembra quindi parecchio affrettato fare un processo alle intenzioni della Corte Costituzionale.

In ogni caso, se proprio si ritiene che la Corte Costituzionale si metterebbe di traverso, basterebbe, modificare la Costituzione. Ciò è già avvenuto con la modifica dell’art. 111 Cost. allorchè la Corte bocciò ripetutamente norme che impedivano l’utilizzazione di dichiarazioni di pentiti rese in assenza di contraddittorio, il legislatore stabilì il principio con norma costituzionale e da allora il problema è definitivamente superato

 

Penso che  la rigidità del lavoro in Italia non aiuti per niente il sistema giusiziario... pensiamo a quante vertenze dal mondo del lavoro abbiamo in Italia e guardiamo la durata media di questo tipo di processi: 

Link ISTAT procedimenti in mateira del lavoro 

http://goo.gl/urJpd2

Ho sempre avuto l'impressione che la prescrizione faccia comodo a tutti, in primis, ovviamente, agli imputati e agli avvocati, i primi non pagano il reato, i secondi guadagnano (laute) parcelle.
Ma anche ai giudici fanno comodo, l'indolente dirà "ho troppi processi, non riesco a gestirli", anche se poi sa benissimo che l'80% andrà in prescrizione, quello attivo semplicemente si arrenderà all'evidenza e comincerà a scegliere quelli magari mediaticamente più spendibili, la mela marcia dirà "ti faccio arrivare a prescrizione, ma dammi X,Z,Y".
Per me se ne esce non con l'allungamento della prescrizione (soluzione francamente ridicola), ma con la riforma della carriera dei magistrati (separazione delle carriere), e riforma costituzionale che sancisca la fine dell'automatismo, come giustamente detto da Axel, ma temo che l'attuale situazione faccia molto comodo a tutti.
La terza via sarebbe "colare a picco", ma è la meno desiderabile.

non mi occupo di cause penali, è da vedere se davvero gli avvocati guadagnino "laute parcelle" grazie alla prescrizione: dipende da chi è il loro cliente. Probabilmente gli avvocati del padrone di Eternit le avranno ottenute, ma - mettiamo - il difensore d'ufficio di un fallito assolto per prescrizione dall'accusa di bancarotta fraudolenta. se non s'è fatto pagare in anticipo, rischia di avere lavorato per nulla.

Voglio ringraziare per la chiarezza e completezza del post e, con l'occasione, pongo una domanda : qualcuno sa se qualche movimento, qualche partito o qualche singolo politico abbia in programma una seria riforma di questa situazione? In particolare per quanto descritto nel punto 2.2. Magari sono esagerato ma io sono convinto che la situazione ivi descritta sia alle base del problema "giustizia" in Italia. Problema che è, a sua volta, alle base della maggior parte dei problemi del paese.

purtroppo nessuna tra lenforze politiche a me note intende mettere mano alle regole procedurali.

La magistratura lo chiede da anni, scontrandosi con gli avvocati e gran parte della dottrina accademica (composta da avvocati e da teorici), per i quali questa procedura e' una specie di religione, un totem assolutamente intoccabile.

chiedo scusa. Il punto 2.2 attiene all'obbligatorieta' dell'azione penale. Sul punto e' stato fatto qualcosa. Intanto si e' introdotto l'istituto della messa alla prova come per i minorenni. In sostanza si tratta della possibilita' do estinguere il reato prima del processo, mediante un percorso di riabilitazione. Inoltre, recentemente, il governo ha approvato un decreto legislativo che abolisce una serie di reati e consente al Pm di archiviare certi fatti per la loro irrilevanza penale.

Visto il fatto che ha generato l'articolo, ossia la sentenza c.d. "Eternit", ho sentito oggi che uno dei problemi per la prescrizione è stato il tipo di reato contestato.

Ossia che il problema non sia stato tanto i tempi di prescrizione, quanto una scelta (sbagliata?) da parte del pubblico ministero.

Se posso, è vero? In che misura e perchè?
Incidentalmente, se fosse vero, andrebbe anche fatta una considerazione sui giornalisti e in generale sull'informazione.

ad essere stato da subito "forzato" consapevolmente dal pm in accordo  esplicito con le parti civili.

ho provato, pur nella mia incompetenza, a cercare di capire perchè il processo riguardasse solo lo stabilimento di casale monferrato, avendo lo stesso gruppo altri identici impianti in Italia, uno dei quali  quasi nel mio giardino.

io l'ho capita così:

1) anche allo stato attuale il nesso causale diretto fra quell'amianto e mesotelioma non è provato, per via paradossalmente dell'elevata pericolosità della fibra inalata anche in piccole dosi e la latenza lunghissima della malattia. difficile imputare l'omicidio volontario per colpa cosciente o  anche dolo eventuale, come nel caso thyssen.

2) pur con le migliori intenzioni, il pm il processo voleva farlo e  farlo lui, cioè tenerselo a torino.  ha allora considerato solo casale monferrato, perchè lì e solo lì a causa di un maggior radicamento sociale dell'impianto, vi era l'uso da parte della popolazione di impiegare scarti di lavorazione in altri usi civili. questo era il solo elemento che doveva giustificare la continuazione del reato ben  oltre la data di chiusura definitiva  dello stabilimento nel 1986 ( l'amianto in Italia si è potuto impiegare legalmente fino al 1992).

due gradi di giudizio a torino poi non si sono sentiti di smentire questo azzardo processuale, finchè non si è arrivati in cassazione che ha stabilito il reato di disastro ambientale prescritto in data 2001, (cioè 1986 più 15 )  addirittura precedente  all'inizio delle indagini, 2004 .

mah...la sede idonea era quella civile, suggeriscono adesso in parecchi. la sola responsabilità sarebbe stata ben più facile da provare.

cito dal post, punto 2.1. in fondo.

Infine, alcuni magistrati hanno una concezione “particolare” del proprio ruolo. Basti pensare che, nella vicenda Eternit, la Cassazione pare avere statuito che il reato era già prescritto al momento dell’esercizio dell’azione penale, mentre il PM l’avrebbe esercitata sulla base di un’interpretazione minoritaria e forzata del dato normativo. In altre parole, il reato non si è prescritto nel corso del processo, ma lo era prima ancora che esso iniziasse. Anche qui c’è ben poco da aggiungere… 

vi è un link ad un articolo di Ferrarella sul Corriere che spiega chiaramente i termini del discorso. Il processo non si doveva nemmeno iniziarie, perchè secondo la giurisprudenza maggioritaria, il reato era già prescritto, poichè il reato si era consumato con la chiusura dell'azienda, avvenuta nel 1986. 

Altra cosa sono gli omicidi, quil il reato si consuma con la morte della persona e, come faceva notare dragonfly, il tempo di latenza per il mesoteliome è particolarmente lungo. Quindi, la condotta (omissiva) è avvenuta negli anni '80, ma il reato di (omicidio) si consuma dalla morte e da quel momento decorrono i termini di prescrizione.

La Cassazione ha diramato una nota abbastanza felpata per chiarirlo.

Sulla qualità della stampa c'è ben poco da dire (tranne le lodevoli eccezioni quali quella di Ferrarella)

La nota della Cassazione, che mi pare ineccepibile, rende ancora più grave il superficiale (per essere gentili) modo in cui i giornali hanno affrontato la faccenda.

Considerato poi che non si procedeva fin dall'inizio per la morte delle persone, ma per disastro ambientale, dire che la sentenza offendeva i morti è stata una evidente presa in giro di stampa e politica.

Per altro, ho notato che sul sito della Cassazione riportano solo gli ultimi 3 comunicati stampa, e utilizzando come termini di ricerca nell'apposito riquadro del sito i virgolettati dell'articolo RAI non trova documenti.

Anche loro non fanno gran che per tenerci informati. E' vero che per il giudice parlano le sentenze, però ...

L'istituto della sospensione della pena non l'ho mai compreso e mai lo comprenderò... "sei colpevole, ma facciamo finta di nulla". Non "sei colpevole, ma siccome è un fatto lieve invece di mandarti in carcere ti facciamo pulire i cessi", no... "sei colpevole, MA TORNATENE A CASA e non farlo più mi raccomando"...

Chiunque si trovi sul territorio nazionale usufruisce di un buono sconto di 2 anni da spendere come meglio crede al supermercato del codice penale... se lo usi entro i 21 anni d'età ti regalano altri 6 mesi... se hai 70 anni, sconto ulteriore per i pensionati, anch'esso di 6 mesi. Se sei un delinquente molto, molto precoce ti premiamo con un buono di 3 anni invece che 2...

Già modificare questa assurdità creerebbe un serio incentivo all'uso dei riti alternativi.

Comunque i magistrati non sono esattamente 9k, bisogna considerare anche gli onorari che saranno scarsi (in verità io ritengo che specialmente le ultime generazioni non lo siano poi così tanto) ma ci sono e smaltiscono un bel po' di processi penali. E poi ci sono i vice procuratori onorari. La verità è che in un numero enorme di processi, in aula, di togati non c'è nemmeno l'ombra: sia giudicante che PM sono onorari.

 

In tutto gli onorari sono circa 7k, non so però quanti di questi siano assegnati al penale.

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