Per qualche felafel in più

3 luglio 2011 fabio scacciavillani

Mi avevano chiesto un contributo sulla Primavera Araba da pubblicare su l'Imprenditore, la rivista dei piccoli industriali che aderiscono a Confindustria. Ho colto l'occasione per ribattere su un punto che mi sembra fondamentale: la crescita macroeconomica, se disgiunta da un assetto istituzionale che favorisca la diffusione dei benefici e delle opportunità a vasti strati della popolazione, genera malcontento e risentimento. Nei giorni scorsi in Egitto le proteste si sono intensificate e gli scontri di piazza sono ripresi. Visto che le mie riflessioni ritornano d'attualità le ho riprese e condensate in questo post.

I paesi arabi dove la rabbia è esplosa in modo più virulento avevano superato abbastanza bene la crisi globale, se si guarda ai dati  macroeconomici, grazie alle riforme strutturali intraprese negli anni precedenti.

Alcuni di questi, Tunisia ed Egitto in particolare, ma anche la Siria dove le rivolte continuano, e la Giordania dove le tensioni covano, avevano raggiunto risultati notevoli, con crescita del Pil, negli anni anteriori alla crisi, tra il 5 e l’8 percento. La Libia era in pieno boom grazie al petrolio. E dopo una breve parentesi di rallentamento (senza recessione) nel 2010 la ripresa si stava consolidando. E allora perché la rabbia e le rivendicazioni sociali sono scoppiate proprio quando sembrava che il peggio fosse alle spalle?

La liberalizzazione economica produce enormi guadagni di efficienza e produttività. Spinte da deregolamentazioni, privatizzazioni e apertura ai capitali stranieri le forze di mercato liberano energia accumulata e compressa per lungo tempo, specie in settori dominati per decenni dalla manomorta pubblica, banche, società elettriche, linee aeree, alberghi e quant’altro.

Questi successi però celano un’insidia. Le riforme economiche sono solo condizione necessaria per assicurare il benessere e lo sviluppo di lungo periodo. Vanno complementate con un altro e più difficile processo che io definisco (con una venatura di linguaggio marxiano) accumulazione di capitale istituzionale. Senza un sistema legale che protegga efficacemente i diritti di proprietà, senza un fisco equo e semplice, senza regole precise per la condotta degli affari, senza istituzioni che tali regole facciano rispettare, senza un controllo rigoroso sulla corruzione, senza una moderna corporate governance si riesce a migliorare la performance di crescita per qualche anno, ma si inocula il germe di distorsioni destabilizzanti.

In sostanza accade che a beneficiare delle liberalizzazioni siano quelli con i legami giusti, le parentele altolocate, le connessioni ai centri di potere, la disponibilità di liquidi, i professionisti con le competenze di punta (IT, finanza, ingegneria) o semplicemente quelli di mano lesta che riescono a piazzarsi al posto giusto nel momento giusto. L’apoteosi di questa degenerazione si verificò in Russia al tempo di Yeltsin quando gli oligarchi si sostituirono ai burocrati sovietici, spesso cambiando semplicemente casacca e foggia del cappello.

I privilegi ottenuti con mezzi opachi (o fin troppo chiari) sono il combustibile della rabbia. La classe media stenta ad emergere, la corruzione si trasforma in un modello di vita, le infrastrutture si congestionano e i prezzi, soprattutto degli immobili, salgono intaccando gli standard di vita dei più. Le disparità e l’esclusione generano il brodo di coltura dell’ostilità verso le riforme, e, soprattutto verso i riformisti considerati il grimaldello politico della rapina sociale.

La Tunisia, dove si è innescata la miccia, offre un esempio lampante: il reddito pro-capite stava accelerando, gli indici di competitività puntavano verso l’alto e addirittura nei sondaggi il 56 percento degli intervistati si dichiarava convinto che l’economia stesse migliorando. Ciononostante la percezione delle proprie personali condizioni di vita peggiorava: tra il 2009 ed il 2010 la percentuale di chi riteneva che il governo avebbe lasciato liberi gli individui di iniziare un’attività in proprio era sceso dal 72 percento al 63 percento e analoga caduta si registrava nelle risposte sulla facilità di ottenere credito o sulla qualità dei servizi pubblici (istruzione, trasporti e sanità in primo luogo). Anche l’opinione pubblica egiziana esprimeva nei sondaggi una simile frustrazione.

Ovviamente anche dai palazzi del potere si accorgevano del problema. Ma i corrotti per tamponare il malcontento sanno solo immaginare di ricorrere alla corruzione o se preferite alla distribuzione, sotto forma di rendite parassitarie o di sussidi, dei nuovi introiti fiscali o dei proventi delle privatizzazioni. In Egitto per esempio i salari dei dipendenti pubblici furono raddoppiati tra il 2005 ed il 2009, mentre in Siria e Giordania nello stesso periodo pensioni e salari pubblici aumentarono del 50% (dati presi dalle Appendici Statistiche dei Rapporti del Fondo Monetario Internazionale).

Ma queste politiche comportano due rischi: a) una volta concessi i benefici è politicamente impossibile ridurli e quando la crescita rallenta i conti dello Stato deragliano; b) la spesa tende a favorire alcuni gruppi o interessi speciali così da esacerbare il risentimento degli esclusi o di quelli che si vedono preclusa la mobilità sociale dalle oligarchie.

I sacrifici richiesti dalle liberalizzazioni economiche possono essere accettati nella ragionevole speranza di un miglioramento per sé o quantomeno per i propri figli, ma se si sparge solo l'illusione senza che la maggioranza veda migliorare le proprie condizioni (e anzi si ingrossa un sottoproletariatto urbano che attratto dal miraggio della città finisce per vivere di espedienti ai margini della società) un giorno o l’altro una scintilla provoca l’esplosione della polveriera sociale. Nell’anno di grazia 2011 è stato l'atto disperato di protesta contro poliziotti corrotti di un ingegnere ridotto a fare l’ambulante abusivo in una remota località della Tunisia a far detonare una gigantesca accumulazione di rabbia.

Se le rivolte scardineranno (almeno in parte) le corruttele e porteranno ad una distribuzione più equa del potere, si potranno liberare energie intellettuali e imprenditoriali di cui chi non vive o opera in questa parte del mondo probabilmente ha scarsa consapevolezza. Personalmente io sono molto ottimista, anche se non mi aspetto che questo processo di rimozione delle incrostazioni di un potere dispotico, incompetente e arrogante sia breve. Durerà almeno un decina di anni tra oscillazioni e sbandamenti (un po’ come avvenne in Europa dell’Est). Ma coloro che stanno giocando una partita delicatissima e incerta per far attecchire i semi di una società aperta e di un’economia libera e ben regolata andrebbero sostenuti dall’Europa, che invece è assente sul campo (a parte la Nato in Libia). In sintesi bisogna assistere immediatamente i movimenti che si ispirano ai valori liberali e mettere a loro disposizione mezzi e competenze tecniche.

È patetico che ora che si presenta l’occasione per mettere in moto un circolo virtuoso tale da alleviare povertà e sottosviluppo nel nostro cortile in Italia, si discuta in forme isteriche di qualche migliaio di profughi.  E non del destino che alcune centinaia di milioni di nostri vicini stanno cercando di forgiare nel nostro quasi completo disinteresse.

42 commenti (espandi tutti)

È patetico che ora che si presenta l’occasione per mettere in moto un circolo virtuoso tale da alleviare povertà e sottosviluppo nel nostro cortile in Italia, si discuta in forme isteriche di qualche migliaio di profughi.  E non del destino che alcune centinaia di milioni di nostri vicini stanno cercando di forgiare nel nostro quasi completo disinteresse.

Quoto in toto.

Almeno dovrebbero pensare alle azioni di quelle centinaia di milioni se la forgia fallisse.

Se preoccupano trentamila profughi, basti immaginare cosa succederebbe in caso di guerra civile in Egitto.

A quello mi riferivo.

Senza paesi grandi com l'Egitto, basta una Tunisia.

 

A me la situazione descritta ricorda in maniera inquietante l'Italia...

La differenza sta nel fatto che laggiù si sono inc.....i, da noi continuiamo a dormire!

Riflettendo meglio peró ci sono due differenze fondamentali fral l'Italia ed i paesi della primavera araba: in questi ultimi il PIL bene o male cresceva, sia pure im modo squilibrato, mentre in Italia stagna ormai da decenni; inoltre i giovani sono abbondanti nei paesi arabi, scarsi in Italia. Ci toccherà fare la rivoluzione dei pannoloni? 

anch'io ho pensato la stessa cosa leggendo l'articolo!

Il potere corrotto, ìnadeguato ed incapace è il cancro sia nei paesi di cui parli sia qui in Italia. Basta riflettere su quanto si fa o meglio non si fa e si dice in materia di immigrazione.

Ottimo articolo, di cui condivido ogni parola.

Il tragico è che, come ha già osservato qualcuno, questo quadro esce dalla penna di un italiano che mostra di sapere molto bene di cosa parla, e non è certo per caso.

GD

I senso del discorso di Scacciavillani è che la crescita non basta se non avviene nel quadro di uno stato di diritto - per dirla all'inglese, in un'organizzazione sociale non sottoposta alla rule of law.

L'Italia, come gli altri Stati membri dell'UE, è uno stato di diritto, almeno sulla carta. Ma non è detto che rimanga tale nel futuro: già abbiamo segni contrari, dalla facilità con cui si adottano norme che intaccano i diritti dei cittadini e delle imprese, all'atteggiamento ribellista per cui gli enti locali possono ostacolare l'attuazione di opere decise legittimamente e condivise dalle principali forze politiche o frapporre ostacoli alla soluzione di gravi problemi (rispettivamente TAV e immondizia napoletana), all'interpretazione alternativa del diritto da parte dei magistrati che ritengono loro compito promuovere uno sviluppo diverso ...  

Lo stato di diritto e' la cinghia di trasmissione delle opportunita' ai meritevoli. 

I senso del discorso di Scacciavillani è che la crescita non basta se non avviene nel quadro di uno stato di diritto - per dirla all'inglese, in un'organizzazione sociale non sottoposta alla rule of law.

Giusto. Ma lo stato di diritto è anche quello in cui la proprietà del singolo non è violabile nemmeno mediante l'adulterazione della moneta operata dallo stato. Tra l'altro questa è proprio l'essenza di un regime fiat. E mi sa che almeno lo scoppio delle rivolte è stato il risultato per quanto inintenzionale dell'operato di Bernankenstein tenuto conto che i redditi reali di quelle popolazioni risentono molto piu' dei nostri dell'andamneto dei prezzi del cibo

Sarà pur vero che gli italioti non reagiscono a violazioni apparentemente piu' evidenti delle libertà civili ma non riconoscere quella che ho evdeinziato è ricadere nei loro stessi vizi. Parimenti immischiarsi in guerre altrui o infilarvisi senza essere stati aggrediti dovrebbe essere riconosciuto come un'ulteriore violazione di quei principi. E mi sa che qui non c'è nessuno pronto ad ammetterlo 

Andiamo OT sulle opere decise e condivise dalle principali forze politiche: l'atteggiamento ribellista contro il nucleare in germania è i lunga data, ma alla fine ha vinto. Non è proprio la stessa cosa dei movimenti no-Tav, ma su questi penso che incida anche la sfiducia nella classe politica. Molti pensano che ogni grande opera pubblica sia oltre che un cantiere edile anche un cantiere di mazzette e favori a grandi gruppi industriali. Che volete, quando si ha le mani sporche...

Signori miei, è evidente che la motivazione di qualsiasi comportamento di contestazione delle scelte pubbliche sta nella loro non condivisione, o perché si ritengono sbagliate o perché si diffida della correttezza dei decisori.

Ma il problema non è quello se le scelte pubbliche siano giuste o sbagliate: il problema è se sia lecito impedirne l'attuazione da parte di qualsiasi gruppo di persone che ritenga di coalizzarsi a tale scopo, sia esso un gruppo territoriale, professionale, etnico, religioso, ecc. Nello stato di diritto, quando le scelte sono state compiute secondo le regole, si dà loro esecuzione e chi si era opposto vi si adegua, al massimo le impugna davanti alle corti ...  o promuove un referendum abrogativo, se è ammesso, o vota per l'opposizione.

Le rivolte sono legittime nei confronti dei tiranni, non di governanti eletti, ancorché disonesti o incompetenti.

 

 

La materia è complicata, perché in questo modo si blocca qualsiasi moto ribelle. Mi spiego. In linea di massima sono convinto che i contestatori possano fare solo mosse dimostrative e che non abbiano diritto di bloccare i lavori con la forza, al limite con azioni giudiziare ove ce ne fosse la motivazione. Ma se si ammettono le ribellioni solo contro i tiranni e non contro i disonesti, la differenza etica dove sta. Il tiranno è cattivo perché non rispetta alcuni fondamentali diritti dei cittadini o perché non si sottomette a elezioni democratiche? E al contrario un presidente democratico che si macchia di reati ma nessuno può giudicarlo (non parlo solo di SB perché la faccenda è complicata, piuttosto per esempio di double U Bush). D'altronde anche da queste pagine si leva spesso il grido che il problema in italia è la legalità. Una democrazia senza legalità è una cosa difficile da comprendere. Per me.

Il tiranno se ne sta al potere finché gli pare. GW Bush ha espletato due mandati ed è un ex-presidente.

Mi sembra una differenza fondamentale, a prescindere dalle valutazioni sul merito delle singole persone evocate.

Ho nominato WB per i suoi crimini contro l'umanità e per i sospetti di brogli alla rielezione e perché è parte del mondo occidentale, ma si potevano nominare presidenti eletti che nel mondo sono conosciuti come tiranni: Ahmadinejad, Hamas (non ricordo il nome), Tunisia (appunto, classe politica eletta, corrotta, al potere da anni, nulla cambia...), Russia (per la quale i media occidentali hanno sempre offerto un visione despotistica - Putin è considerato dittatore in fondo), per arrivare giù in fondo ai vari Chavez del mondo.

DI NOTTE TUTTE LE VACCHE SONO GRIGIE. Cerchi di ragionare con la sua testa e di distinguere caso da caso.

Senza un sistema legale che protegga efficacemente i diritti di proprietà, senza un fisco equo e semplice, senza regole precise per la condotta degli affari, senza istituzioni che tali regole facciano rispettare, senza un controllo rigoroso sulla corruzione, senza una moderna corporate governance si riesce a migliorare la performance di crescita per qualche anno, ma si inocula il germe di distorsioni destabilizzanti.

La stessa cosa ho letto in un libro di Hernando de Soto (Il mistero del capitale, Garzanti, 2001) che sembra descrivere le condizioni non solo di paesi "sottosviluppati" ma anche di paesi, come l'Italia, "in via di sottosviluppo". Anche in Italia si approssima una rivolta?

Anche in Italia si approssima una rivolta?

Son dubbioso perchè la storia italica mostra che ci lamentiamo tanto ma, poi, sopportiamo fantozzianamente di tutto.

Inoltre (dammi pure del cinico disfattista) mi sembra che le (poche) proteste italiane siano spesso nella direzione opposta, cioè volte a difendere privilegi e antimeritocrazia.

Vedi: cobas latte, riforma Gelmini, oppure città in piazza per difendere società di calcio che avevano evaso l'Irpef completamente ecc ecc

Ma quando mancheranno i felafel?

però (titolo a parte) non stiamo parlando di una rivolta per il pane/felafel. Rivolte per il pane dovremmo riuscire a fare pure noi. "Franza o Spagna purche se magna" sottinteso... se non se magna ci arrabbiamo.

Però del resto sembra non fregarci molto***.

Queste rivolte mediorientali, invece, sono fatte dai giovani che vogliono poter decidere il proprio destino. Noi siamo un paese di vecchi che decade lentamente, senza quasi rendersene conto e, tanto per fare il pessimista fino in fondo, la gioventù sembra inseguire utopie assistenzialiste comunistoidi travestite da "ecologia" che, almeno per me, sono un passo indietro e non uno avanti.

Ovviamente spero di sbagliarmi su tutta la linea :-)

PS

*** Sono reduce da un viaggio all'estero in cui tutti, ma proprio tutti, mi chiedevano del Bunga Bunga. Siamo la barzelletta d'Europa.

Corrado e Valerio,

messa così, la nostra situazione sembra anche peggiore!

Bhe abbiam detto "diversa" mica "migliore" ;-)

In realtà credo che la nostra situazione sia nettamente migliore. Perchè partiamo da una situazione migliore in termini politici (nonostante tutto), economici e di liberta individuali.

Dove la situazione è drammaticamente peggiore, per noi, è nella capacità e nella volontà di reagire, di rinnovare.

Questo volevo dire: siam tutti pronti a lamentarci di quel che sta succedendo ma, quando si tratta di agire, nessun vuol rimettere in gioco l'acquisito per ripartire. Con il risultato che, mentre si litiga per quale corporazione deve rinunciare a quale dei suoi piccoli privilegi, il paese non cresce anzi, lentamente, decade.

In un certo senso in Italia e' gia' successo nel 1992. Non fini' in rivolta in parte perche' la rabbia fu incanalata nelle inchieste di Tangentopoli. Questa volta i rischi sono molto piu' gravi perche' l'attuale oligarchia e' piu' agguerrita e la situazione economica e' piu' pesante.  

In un certo senso in Italia e' gia' successo nel 1992

Pensi veramente che sia stato simile? Tangentopoli fu un ciclone per l'allora classe politica e elimino il CAF ma, alla fine, il coinvolgimento popolare dove era? Dico, a parte i tiramonetine e altre manifestazioni chiaramente sponsorizzate da partiti politici?

Amato, il tesoriere di Craxi, rimase tranquillamente al suo posto di presidente del consiglio. Il fatto che la Lega avesse preso la maxitangente venne tranquillamente ignorato. Nè il sistema elettorale, nè il sistema fiscale subirono cambiamenti. Infine alla prima occasione si voto l'uomo della provvidenza (amicone di Craxi) pur di ripristinare lo status quo.

Intendo dire: qui stiamo parlando di rivolte popolari da noi nel 92, senza il pool di Mani Pulite, sarebbe mai successo qualcosa (scarsità o meno di felafel)?

Il fatto che la Lega avesse preso la maxitangente venne tranquillamente ignorato.

Anche perche' era (e rimane) una ridicola manipolazione della realta'.

Umberto Bossi: condanna denifitiva a 8 mesi con sentenza della Corte di Cassazione 13 Giugno 98:

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e, a prescindere, per quel che concerne il mio ragionamento: per molto meno, membri di altre formazioni politiche, dovettero sparire dalla scena politica.

Umberto Bossi: condanna denifitiva a 8 mesi con sentenza della Corte di Cassazione 13 Giugno 98:

Lo so che la magistratura italiana e' molto efficiente, in alcuni specifici casi.  Ma la maxi-tangente Enimont non si chiama "maxi" per caso, erano credo 500 miliardi di lire, di cui Bossi ne prese esattamente zero.

Bossi subodoro' che Ferruzzi regalava soldi a tutti i partiti, e si prese 200 milioni (lo 0.04% della maxi-tangente, ma non parte della maxi-tangente stessa) di finanziamento illecito (non dichiarato, questa l'unica origine della condanna).  Poi Di Pietro, il pool di Milano, e il circo mediatico anti-leghista hanno fatto buona opera di disinformazione e propaganda assimilando i 0.2 miliardi di lire di finanziamento illecito a Bossi alla maxi-tangente Enimont data da Ferruzzi ai politici italiani in cambio del fatto che lo Stato acquistava a prezzo gonfiato (di piu' di 500 miliardi di lire) la quota Ferruzzi in Enimont. Ma in tutto cio' la LN non c'entrava nulla, mentre quasi certamente c'entrava il PCI consociativo (e se ricordo bene Travaglio ha anche documentato la collaborazione del PCI-PDS in Parlamento.

E l'edificante vicenda della crediteuronord?

C'era anche il mitico Luigi Bisignani, la continuità sta anche lì...

Condivido, infatti forse sono stato un po' troppo sintetico e non ho espresso troppo il senso di quello che avevo in mente

Nel 1992 il coinvolgimento popolare si manifesto' perlopiu' attraverso il cosiddetto popolo dei fax e in alcune manifestazioni piu' o meno organizzate. Ma dal momento che la classe politica veniva decimata dalle azioni delle procure, alle possibili rivolte di piazza veniva a mancare il bersaglio. Amato duro' poco (venne ripescato in seguito da D'Alema) e fu sostituito da Ciampi.

Comunque in Italia storicamente le rivoluzioni di massa sono state pochissime. Per indole preferiamo il tirannicidio eseguito da pochi (da Cesare a Mussolini) e le congiure di palazzo.

 

Faccio un piccola richiesta ai redattori;

Si può avere (con tutta la calma del mondo s'intende) un post che riassumi a grandi linee i fatti (e le conseguenze economiche) dei primi anni '90?

Io ero troppo piccolo per capire/ricordare e i rimandi al mitico '92 (e biennio seguente) anche qui su nfa sono continui, dalla allegra macchina da guerra di Occhetto, ai prelievi notturni sui cc, le riforme Dini delle pensioni, il primo governo Berlusconi...

Tangentopoli la potete lasciare stare :D

Sono sicurissimo che "spulciando" internet si trovi tutto ma l'affidabilità e serietà delle fonti è per me difficilmente verificabile...

In fondo per gli effetti di Craxi sull'economia l'avete fatto no? :D

Io non ci vedo poi molte analogie con l'Italia.

C'è inoltre una differenza, a mio parere, fondamentale tra i paesi del Nord-Africa (etc) e l'Italia: l'Italia sta invecchiando, mentre questi Paesi hanno un'enorme quantità di giovani.

C'è inoltre una differenza, a mio parere, fondamentale tra i paesi del Nord-Africa (etc) e l'Italia: l'Italia sta invecchiando, mentre questi Paesi hanno un'enorme quantità di giovani.

Questo lo sappiamo bene, è stato già detto infinite volte anche qui. L'analogia sta nel fatto che sia in Italia che in N Africa le opportunità per i giovani sono scarsissime, e in gran parte per le stesse ragioni così ben indicate da Scacciavillani.

GD

 

Veramente un ottimo articolo. Complimenti

Certo che se questa è la primavera araba rimpiangeremo lo zio di Ruby...

Purtroppo nel medio oriente, e in molti paesi arabi, il negazionismo è molto diffuso e libri come "I protocolli dei saggi di Sion" circolano come storicamente attendibili.

Nella mia personale (e limitata) esperienza, tra gli Arabi che vivono nel Golfo (inclusi gli espatriati dal Nord Africa, la Palestina o il Levante) l'Olocausto e' un argomento poco dibattuto. Si sa che c'e' stato, e' deplorato in vario modo e varia intensita', ma non viene ritenuto rilevante per il presente (specificamente in relazione al conflitto Arabo-Israeliano).

Non so quanti voti guadagnera' El Arab da queste dichiarazioni. Probabilmente pochi. A me sembra che la gente voglia di migliorare il tenore di vita, senza farsi infinocchiare dal nazionalismo (o peggio) che per 50 anni con la scusa del nemico sionista ha perpetuato al potere una classe di ladri (per lo piu' militari e loro congiunti).

Sicuramente la tua esperienza è molto più attendibile (anche perchè di prima mano).

La mia si basa esclusivamente su un dibattito, di circa 5 anni fa, sui "Protocolli dei saggi di Sion". Al mio stupore, riguardo il fatto che venissero ancora pubblicati in medio oriente, mi venne risposto che in quelle zone anche il negazionismo era parecchio diffuso. Poi le dichiarazioni di Akmadinejad ( o come cavolo si scrive) in tv hanno confermato in me questa convinzione.

Credo che nei paesi arabi il tema olocausto interessi ben poco relativamente all'importanza e alla suscettibilità che si ha in Europa e in USA. Credo anche io che queste siano affermazioni da verificare, quante volte sono state diffuse interviste mal tradotte a aprtire da quelle ad Ahmadinejad... e poi proprio mentre l'egitto apre il valico con Gaza, aprendo le porte a quei disgraziati tenuti prigionieri da Israele. Non tirerei in ballo qui questa questione.

E poi faccio anche fatica ad accumunare paesi come Egitto (milioni di abitanti e poveri concentrati al Cairo-divieto di rappresentanza politica per partiti confessionali-privo ormai di petrolio), Libia (pochi abitanti, benessere un po' diffuso, petrolio e acqua a go-go, fazioni in lotta per il potere), Syria (monarchia, conflitti con israele, inciuci in libano = grande probabilità di avere a che fare con agitatori) e Tunisia (piccolo paese, pochi interessi economici ? e... non saprei, nel complesso il più normale dei paesi in ballo o forse quello con la storia meno appariscente).

 

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