Qualche numero sul "precariato" italiano
Il post di Lodovico Pizzati sulla Polonia ha generato un'interessante discussione. In uno degli scambi un (giovane?) lettore ha sostenuto che la liberalizzazione polacca del mercato del lavoro in Italia c'è già. Dissento. Ne approfitto per gettare alle ortiche alcuni miti che girano per il paese e fanno solo danno.
Inizio con una parentesi.
[Io non considero i contratti a tempo determinato un male, anzi. Per le ragioni più volte espresse in questo sito, li considero un bene per tutti, lavoratori ed imprese. Sono un bene specialmente per i lavoratori capaci e meritevoli: non c'è meritocrazia senza quella cosa che, impropriamente, viene chiamata in Italia "precarietà". Basta pensarci un attimo per capirlo, non servono né Melfi né Pomigliano. Se non puoi licenziare non puoi neanche premiare, it's as simple as that.
Che poi in Italia i lavoratori a tempo determinato vengano fiscalmente e previdenzialmente discriminati è dovuto PROPRIO al fatto che (a) la difesa sindacale dei privilegi associati al tempo indeterminato e, (b), l'idea, folle, che le tipologie contrattuali debbano essere rigidamente legislate erga-omnes invece d'essere lasciate alla libera decisione delle parti contraenti, hanno portato alla costruzione legislativa di due mercati del lavoro. Il dualismo è una creazione intenzionale di casta politica e casta sindacale, per difendere i privilegi in essere della loro base elettorale e contributiva.
La costruzione d'una giungla contrattuale all'entrata del mercato del lavoro serve, in realtà, per mantenere in piedi un sistema occupazionale anti-meritocratico ed altamente inefficiente, quindi costoso per le imprese e la collettività. Questo assurdo dualismo si può eliminare solo in una direzione: riducendo i privilegi dei contratti a tempo indeterminato ed eliminando la discriminazione fiscale e previdenziale a danno di quelli a tempo determinato. Passin passetto, anche in Spagna ci si sta accorgendo che non c'è alternativa; vediamo quanto tarderà l'Italia. Temo molto, purtroppo.]
Chiarito questo punto di principio, veniamo alla provocatoria affermazione del nostro lettore.
Egli sostiene che il 90% dei nuovi assunti è a tempo determinato, intendendo con questo suggerire che quanto LP richiede è irrilevante perché il mercato del lavoro italiano è già come quello polacco. Questa affermazione è falsa sia nei dettagli che nella sostanza. M'importa poco che non sia vero il 90%, non è quello il punto: è la sostanza che conta. Il mercato del lavoro italiano NON è liberalizzato, per nulla.
1) I nuovi assunti NON sono solo quelli che entrano per la prima volta nel mercato del lavoro ma anche quelli che cambiano lavoro; costoro sono molti di più (a spanne, quasi un ordine di grandezza di più: basta guardare la Tavola 1. Il turnover rappresentava, nel 2007, il 28% dello stock di dipendenti. Ogni nuova coorte annuale che entra nel mercato del lavoro aggiunge un numero compreso fra il 2 ed il 3% della forza lavoro, grosso modo). Misurare la "precarietà" del mercato del lavoro (la cui attività è misurata dal flusso di "turnover", vedi link precedente) sulla base di quanto accade ai giovani appena entrati nel medesimo è un errore. Questo non vuol dire che non valga la pena discutere dei giovani, ma vuol dire che quanto succede a loro non va confuso con quanto succede al complesso degli occupati.
2) Ho fatto notare al nostro lettore che, secondo l'ultima rilevazione dell'ISTAT, gli occupati a "termine" (ossia, l'universo di ciò che viene definito "precariato" e che include anche persone che "precarie" proprio non sono) sono il 12% dei lavoratori dipendenti. Questo dovrebbe essere sufficiente per capire, a spanne, che la provocazione era mal calibrata. Per una semplice ragione: una vita lavorativa dura, in media, 35 anni. Ora, facciamo finta che tutti e solo i giovani neo-entranti vengano assunti con un contratto di tipo "precario" (questo è falso, vedi punti 3) e 4)) e facciamo l'approssimazione (brutale, ma non così orrenda) che la distribuzione per età degli occupati sia più o meno uniforme tra i 25 ed i 60 anni di età. Allora quel 12% dice che, in media, si rimane "precari" per 4 anni e poi si passa nel mondo protetto del tempo indeterminato. Una cosa molto meno "tragica" di quanto la provocazione volesse suggerire. Insomma, i dati aggregati suggeriscono che le aziende utilizzano le forme contrattuali "precarie" per testare il dipendente e che poi, dopo 3 o 4 anni, questo passa a tempo indeterminato. E già qui ti viene da dire: dove starebbe il problema, scusa?
3) Questa ipotesi sulla "precarietà" del giovane lavoratore italico è, probabilmente, troppo negativa ma non del tutto sballata. Altri dati ISTAT (tavole 3 e 6) suggeriscono che poco più del 50% dei lavoratori che entrano nella grandi imprese viene inquadrato a termine. Se proprio (e mi sembra alquanto improprio) vogliamo chiamare "precari" anche gli apprendisti e gli stagionali (?) arriviamo ad un massimo-massimo del 73%.
4) Il nostro lettore ha poi egli stesso fatto riferimento a dati ISTAT per diplomati e laureati, i quali suggeriscono una condizione ben diversa da quella che egli prospettava e, infatti, migliore di quella da me poco sopra ipotizzata. Per quanto riguarda i neo-laureati la situazione è ancor meno tragica: secondo il Prospetto 2.7 dello studio ISTAT più recente, anche sommando stagionali, a termine ed a progetto, dopo tre soli anni dalla laurea si arriva al 39% di "precari" in totale. E 39% è sostanzialmente meno di 90%!
5) Anche a guardare il complesso della forza lavoro giovanile che accede al mercato del lavoro, rilevazioni non necessariamente sistematiche delle nuove assunzioni suggeriscono, comunque, che fra i giovani neo-assunti quelli a tempo indeterminato sono circa il 40%. Sarà che da trent'anni e più sono abituato alla "precarietà" e ci vivo benissimo ma a me sembra un numero alto!
Morale: il mercato del lavoro italiano è duale? Sì. La dualità è brutale? Certo. Ma la dualità sembra anche limitata e circoscritta il che la rende probabilmente ancor più pesante per chi la soffre ma, globalmente, più sopportabile via i trasferimenti interni alla famiglia. Sia chiaro: questo non è un bene, ma ad ogni cosa va data la giusta dimensione. E, soprattutto, in Italia non c'è un mercato del lavoro liberalizzato, proprio non c'è, piaccia o meno! Questo è il punto rilevante.
In sintesi, per quanto riguarda i giovani, il mercato del lavoro italiano sembra funzionare così:
Un giovane su due e mezzo (3 su 4 fra i non diplomati, 2 su 3 fra i diplomati non laureati, 1 su 3 fra i laureati, andando a spanne) inizia a lavorare con un contratto a tempo determinato o a progetto. Dopo circa 3-4 anni metà di costoro sono a tempo indeterminato e dopo 5-7 rimangono nel "precariato" solo le code meno produttive o particolarmente sfortunate. Insomma, meglio che il tipico PhD USA, in qualunque campo sia.
Un paradiso? No, ma nemmeno l'inferno che troppi amano descrivere. Va riformato eliminando la dualità? Certo ma, ripeto, credo che l'unica riforma possibile consista nel togliere privilegi ai protetti e porre termine alla discriminazione fiscale e contributiva dei "precari" usando un punto mediano fra i due gruppi. La mia preferenza, ovviamente, sarebbe togliere di mezzo il legislatore e lasciare che le forme contrattuali venissero decise liberamente all'interno di parametri generali che stabiliscano diritti fondamentali per entrambe le parti. Ma questa, mi rendo conto, è UTOPIA in un paese di legulei statalisti.
In realtà, ma non se ne rendono conto, il problema dei giovani italiani NON È IL PRECARIATO ma la bassa produttività del sistema e l'eccessiva protezione delle occupazioni "stabili". È la bassa produttività che li frega, perché da essa vengono i bassi salari e, soprattutto, la mancanza d'una prospettiva di crescita sia professionale che salariale. E l'eccessiva protezione impedisce loro di mettere in discussione gli improduttivi.
La bassa produttività, l'assenza di meritocrazia sul posto di lavoro ed i privilegi spesso parassitari dei "vecchi" sono i nemici dei giovani italiani capaci e volenterosi, non la precarietà contrattuale.

, quindi 

