Quant e adolescenza

11 dicembre 2011 federico de vita

Dove si afferma che la finanza quantitativa - i cui utilizzi variano dalla gestione del rischio e degli investimenti alla formulazione di prezzi per derivati - e' una scienza in piena fase adolescenziale, e cosa va fatto per farla crescere.

Esistono adolescenti intelligenti, malgrado l'apparente ossimoro. Ma perfino essi, come tutti gli adolescenti, tendono a pensare che il proprio punto di vista sia l'unico corretto. In piu', il punto di vista dell'adolescente e' seriamente fallato (mi si perdoni il lapsus) dal fatto che l'adolescente e' - per forza di cose - un essere in trasformazione. Ed allora, pur con la presenza di intelligenza, l'adolescente trarra' conclusioni affrettate, che se son giuste lo sono per caso.

La finanza quantitativa (FQ) si trova in una situazione simile. Ma per capirne lo stato adolescenziale, forse e' bene fare una rapida carrellata sulla sua infanzia. A inizio 900, Louis Bachelier scrisse un trattato - theorie de la speculation - in cui i modellava i prezzi delle azioni trattate in borsa tramite (l'allora neonato e dunque completamente immaturo) calcolo stocastico: un trattamento matematico (e, pertanto, sistematico) di grandezze che possono variare casualmente. Potremmo, all'interno della metafora dell'infanzia, pensare a Bachelier come l'ostetrico che ha contribuito a far nascere la creatura. Bachelier era molto avanti rispetto ai suoi tempi, tanto che per aver nuovo materiale con cui confrontarsi, bisogna aspettare qualche decennio. E' Paul Samuelson a iniziare a dire cose davvero interessanti vari decenni dopo. E' lui ad avere l'idea di usare la matematica per modellare i mercati finanziari partendo (a differenza di Bachelier) da principi economici. Con lui inizia l'infanzia vera e propria della FQ: tutti i progressi avvengono, proprio come avviene nell'infanzia, sotto l'ala benevola del padre (l'economia). I risultati ottenuti sono notevoli: Harry Markowitz scrive pagine essenziali sulla natura del rischio e come si possa pensare di gestirlo; i vari modelli che sorgono - CAPM, APT,... - hanno tutti la caratteristica che provengono intellettualmente dal mondo dell'economia.

Poi c'e' l'ingresso nell'adolescenza. L'ultimo atto dell'infanzia della FQ e' quello che la proietta nel mondo dei grandi: Bob Merton, Myron Scholes e Fisher Black tirano fuori una formula per determinare il prezzo delle opzioni. Per la verita' la formula ha poco di nuovo (tecnicamente), ma quel che ha un certo valore (questa e' la prima e l'ultima volta che parlo bene di questa teoria, sia chiaro!) e' che anche loro vengono alla loro formula tramite ragionamenti economici. Fanno delle ipotesi sulla natura dei mercati e ne traggono delle conseguenze sulla natura stocastica dei prezzi delle azioni. Da queste conseguenze, segue la loro formula. Il cuore delle loro ipotesi e' composto di due concetti: assenza di arbitraggio (vale a dire che non esiste la possibilita' di guadagnare soldi senza rischiare) e il fatto che i prezzi siano distribuiti log-normalmente (un'ipotesi puramente tecnica, dal punto di vista matematico, che rende il problema trattabile, ma che viene anch'essa da idee economiche - ma qui, almeno per me, e' troppo lungo e difficile andare nei dettagli). Entrambe queste ipotesi si sono rivelate problematiche - proprio qui sta la debolezza della teoria - ma il punto fondamentale, che ribadisco, e' che arrivano alle ipotesi tramite un ragionamento prettamente economico.

A questo punto nella storia, dicevo, si esce dall'infanzia. La FQ moderna nasce in quel momento, e da allora il numero dei quant (gli operatori di FQ, principalmente ex fisici o matematici) nell'industria cresce a dismisura: oggi non credo ce ne siano meno di diecimila. Il problema sta nel fatto che c'e' un aspetto della teoria di Black-Scholes che e' assolutamente nefasto: la si puo' guardare da un punto di vista puramente matematico, senza curarsi degli aspetti economici. E questo e' esattamente quello che e' successo: la FQ ha dimenticato, come ogni adolescente che si rispetti, gli insegnamenti paterni e va per la sua strada. Oggi la FQ si basa su modelli molto sofisticati (negli aspetti matematici) ma spesso con pochissimo pensiero economico alle spalle. Ed il bello e' che e' proprio per questo aspetto che i modelli falliscono, sebbene la FQ si rifiuti di ammettere la realta'. Un esempio ben noto e' quello dei CDO il cui prezzo veniva determinato usando una formula che usava la cosi' detta copula gaussiana (lasciamo perdere i commenti sui nomi inopportuni degli oggetti matematici) - che prevede che per descrivere come due quantita' stocastiche si muovono insieme serva una sola variabile, la correlazione. La risposta di un (peraltro bravissimo) quant - Steven Shreve - a chi criticava l'opportunita' della formula lascia alquanto a desiderare: non considera affatto il vero problema, cioe' che la FQ deve avere a che fare con la realta' (e che la realta' e' economica).

Conosco qualche centinaio di quant. Moltissimi li considero ben piu' bravi di me. Ma hanno pressoche' tutti una cosa in comune: non sanno niente di economia. Ero - per fare un esempio - a un seminario in cui lo speaker (un quant molto bravo) presentava il suo libro sulla crisi. Le sue conclusioni non erano insensate, ma condiva il tutto con una tiritera pseudo-economica che non aveva alcun senso: confondeva tre concetti profondamente diversi (fair value, equilibrio ed efficienza dei mercati) e quando gliel'ho fatto presente educatamente mi ha liquidato con sufficienza dicendomi che aveva ragione lui e che "nel dibattito economico i tre concetti sono la stessa cosa". Ribadisco il fatto che il tizio in questione era piuttosto sveglio (nel suo campo) e lo considero fortunato per il fatto che in platea c'ero io e non uno qualsiasi dei redattori di nFA...

Ora per la FQ e' giunto il momento di crescere, di dire basta alle pratiche onanistiche della matematica per la matematica e di accorgersi che i mercati si comportano in modo stocastico per come sono strutturati e che pertanto e' questa struttura che dobbiamo andare a capire. Esistono migliaia di ottime pagine scritte dagli economisti sulla struttura dei mercati. Leggerle e capirle e metterle in relazione con quarant'anni di FQ adolescenziale e' necessario, oggi piu' che mai (si consideri che nessuna delle grandi banche ha un modello per misurare il proprio impatto sul mercato; persino oggi che sono sotto enorme pressione da parte dei regolatori, non esiste una vera cultura della gestione del rischio: si tende a confondere la comprensione e gestione del rischio con la semplice prudenza). E' giunto il momento di cambiare atteggiamento su come si fa la FQ: smettere di pubblicare articoli il cui contenuto alla fin fine e' "questa e' la soluzione because the data fits better" e di intraprendere il cammino (piu' difficile) di arrivare a una soluzione cercando di capire quale sia la vera natura economica dei mercati. Peraltro, in questo modo si puo' pensare di dialogare con parti dell'industria e del mondo della ricerca che la FQ ha per anni liquidato come roba da poco. Mi riferisco a campi quali l'analisi tecnica (che e' una specie di astrologia dei mercati: dice cose talvolta vere ma in un linguaggio spesso raccapricciante) o la finanza comportamentale (che parte dai lavori di Kahneman e Tverski), per fare due esempi.

Questo passaggio "all'eta' adulta" e' necessario per motivi diversi:

  • Da un lato c'e' l'aspetto intellettuale: la FQ e' una (wannabe) scienza che deve fare il salto di qualita'. Ad un convegno ad Oxford a settembre, Ed Fishwick, un quant di primissimo ordine, ha paragonato lo stato attuale della FQ alla chimica che si studia al liceo (guarda caso, sempre all'adolescenza si fa riferimento). E' giunta l'ora di imparare cosa sia davvero la chimica.
  • Dall'altro c'e' il problema che le migliaia di quant nell'industria non stanno (non stiamo), di fatto, mantenendo le promesse. Se si vanno a guardare i fallimenti della FQ (i problemi della portfolio insurance nell'ottobre '87, il dramma di LTCM nel '98, il quantmare dell'agosto '07, il disastro dei fondi di FQ durante la crisi di Lehman, ...) il problema e' sempre lo stesso - gli adolescenti, finche' rimangono tali, non imparano.

Il mio appello ai colleghi quant e' di auto-responsabilizzarsi per avere cosi' piu' responsabilita' nell'industria. Il mondo della finanza non e' un parco giochi dove possiamo divertirci senza pensare di pagare il biglietto.

44 commenti (espandi tutti)

Lei conosce quant che hanno prima studiato finanza e poi matematica/fisica?

Intanto Ed Fishwick, citato nell'articolo.

 

Se si vuol rimanere in Italia c'e' Umberto Cherubini, quant eccellente, con una laurea in scienze politiche!

Brevemente, cosa pensi del pensiero di Taleb espresso nei suoi libri? Fin dove deve spingersi la finanza quantitativa per assomigliare ad una scienza? Quale può essere la sua utilità sociale?

Mi sono recentemente interessato ai modelli finanziari, sono un esperto di Machine Learning.

Dal mio punto di vista di modellista, ci sono ancora moltissime cose da fare... è come se la FQ sia indietro di 5 o 6 anni rispetto ad altri settori dove il Machine Learning (ML) è largamente applicato (ad esempio la bioinformatica). Mi spiego: ho visto modelli vecchi di 20 anni e ho visto, come anche è ricordato in questo post, modelli prevalentemente statistici e, appunto, basati su assiomi forti. Basta anche guardare le pubblicazioni: tecniche ben note ML, magari considerate "vecchie" in altri settori, iniziano ad essere applicate adesso in pubblicazioni sulle previsioni finanziarie.

Almeno, questa è l'impressione che ho avuto io, ma appunto, non sono un esperto di FQ, ho solo leggiucchiato un po' di pubblicazioni.

Mi sapresti indicare qualche link su ML in generale, bioinformatica e analisi finanziaria?

Grazie

Ma volentieri! :)

Andiamo su Google Scholar e cerchiamo 1 termine tecnico legato al ML e 1 termine tecnico legato alla finanza, e cerchiamo solo ta gli articoli del 2011.

Per esempio: "Support Vector Machine" + "risk managment"

http://scholar.google.com.hk/scholar?hl=zh-TW&q=%22support+vector+machine%22+%22risk+management%22&lr=&as_ylo=2011&as_vis=0

Stessa cosa per la bioinformatica: "Support Vector Machine" + "Protein-Protein Interaction"

http://scholar.google.com.hk/scholar?hl=zh-TW&q=%22support+vector+machine%22+%22Protein-Protein+Interaction%22&btnG=%E6%90%9C%E5%B0%8B&lr=&as_ylo=2011&as_vis=0

 

Grazie!

per curiosità, motivi particolari per usare quello cinese ?

Nessuno, sono connesso da Hong Kong, e quindi google.com.hk è quello di default.

Appunto pignolo: avrei dovuto cercare qualcosa come credit risk managment, non solo risk managment, infatti escono risultati anche riguardo ad altri settori, non solo finanziari, dove il ML è usato per predire il rischio. Vabbé, spero di essere stato utile lo stesso...

Leggere una riflessione di assoluto buon senso come la Sua è decisamente confortante; dubito tuttavia che l'appello finale possa raggiungere risultati diversi dall'intima approvazione verso il suo pensiero.

La Finanza Quantitativa raggiunge l'apogeo nella minimizzazione del rischio e, conseguentemente, dei profitti ad esso correlati. O meglio, nel tentativo. Tutto ciò che staziona più o meno debolmente sotto tale limite è un prodotto di scarto, una scoria. Le scorie, come sappiamo, sono un gran business ma ad oggi alcune di esse ancora non abbiamo capito come smaltirle. Lo stesso accade nella FQ.

Il perenne conflitto di interesse che opprime la Disciplina è il vero problema, molto più di una teorica carenza di reponsabilità che personalmente, pur non essendo un esperto, ritengo fortemente presente anche se in forma obbligatoriamente latente.

Non è questione di modelli, assolutamente equivalenti nell'impossibilità di prevedere; è questione di buon senso, inapplicabile a fronte di targets troppo competitivi e forse troppo, troppo spregiudicati.

Un saluto,

Da profano mi chiedo: qual è l'obiettivo della finanza quantitativa? cosa si propone di spiegare esattamente? e quali sono le differenze con la finanza (o la scienza economia applicata ai problemi dei mercati finanziari)?

Direi che in italia se vai ad un corso di Finanza troverai qualcuno che ti dice come investire più o meno raccontandoti aneddoti e casi studio che al massimo ti insegneranno un po' di buonsenso. 

Scienza economica applicata alla finanza sono invece i modelli teorici di funzionamento dei mercati finanziario che se calibrati su dati danno modelli quantitativi...

Grazie Tommaso, ma le mie domande andavano più nel senso di quelle di michele b. più sotto.

Si si volevo sole evidenziare che se in italia studi finanza si parla di altro... E se viene messa in dubbio la finanza quantitativa non le lascio immaginare quella "aziendalistica".

Ovviamente a domande che si pone anche il professore si figuri se posso ripondere.

Se posso dare un parere pretendere di misurare la qualità della finanza dai guadagni di un hedge fund presuppone essere ad un punto "scientifico" infinitamente più maturo, direi che si possa al massimo valutare quanto un rendimento ottenuto con una "strategia" basata su dati si discosti da una strategia scelta in maniera completamente casuale.

 

Federico, perdonami, non capisco se stai parlando agli accademici o ai practitioners, ne' cosa proponi esattamente. Tu i paper di economia li hai letti? Quali ti sembrano le applicazioni piu' promettenti? Scritto cosi', il tuo articolo mi sembra un po' un black box.

Non sto negando che il "fossato" che tu descrivi esista; al contrario, non vedo strade che consentano di colmarlo rapidamente. I quant di Wall St. "non sanno niente di economia" (cit.) e d'altro canto mi pare che i modelli pubblicati sui giornali di economia e di finanza raramente funzionino bene sul campo, al livello di dettaglio richiesto in un front o middle office.  Il problema, sia chiaro, non e' solo dell'Economia accademica...  Quindi?

 

PS, per Luca Barba e altri lettori eventualmente interessati: una delle "bibbie" dello statistical learning e' disponibile online sul sito di uno degli autori (link). Prima o poi trovero' il tempo di leggerla per davvero...

Sono sostanzialmente d'accordo con la sua critica all'articolo.  A me sembra che l'economia accademica più rigorosa discuta molto poco di finanza, ma quel poco che si dice è decisamente importante:  si pensi alle implicazioni del no-trade theorem o, più ottimisticamente, all'analisi dei mercati contingenti e degli equilibri di Radner, o alla ricerca sui limiti dell'arbitraggio.  Tuttalpiù, è da verificare la consistenza dei modellini di quant finance rispetto a questi contributi, anche per chiarire eventuali assunti non esplicitamente elencati.

Grazie Luigi approfitto subito!

Ho gia' espresso piu' volte la mia opinione, ma repetita iuvant: il problema non e' tanto di insufficienze teoriche della FQ, quanto del suo uso strumentale (in particolare, per quel che riguarda la (sotto)valutazione del rischio) da parte delle istituzioni finanziarie al fine di poter espandere il bilancio tramite aumento della leva finanziaria. L'altra gamba di questa strategia e' stata rappresentata dalla sottovalutazione dei rischi inflattivi (in particolare, di asset inflation) per convincere le autorita' monetarie a tenere i tassi d'interesse piu' bassi del dovuto. Le motivazioni sono ovvie: larghi bilanci -> alti bonus. E i risultati li stiamo vedendo da quattro anni a questa parte.

Domanda: qualcuno potrebbe definire "success" in questo campo?

Come potremmo verificare/misurare/decidere che quant finance ha avuto successo, funziona, è "giusta", eccetera?

Non sono certo che la cosa sia ben definita. Almeno, io non ho capito. Grazie.

Domanda: qualcuno potrebbe definire "success" in questo campo?

 

la prova engelsiana del pudding, che stiamo mangiando dal 2008, va bene?

o visto che sono "quant"... abbiamo aperto la scatola coi subprime dentro e il gatto non sta tanto bene...

battute a parte, ma è positivo inventarsi tecniche matematiche sofisticate per ridurre (o credere di aver ridotto) il rischio? Senza rischio non c'è mercato o impresa, e quindi allocazione ottimale delle risorse o sbaglio?

Poi, l'idea di ridurre il rischio con modelli matematici senza avere un'idea di come funzionino i mercati sembra come progettare i dispositivi di sicurezza di un veicolo senza conoscere nè il comportamento della carrozzeria all'impatto nè l'anatomia. Senza contare che non c'è niente di più rischioso di una mancata percezione del rischio.

battute a parte, ma è positivo inventarsi tecniche matematiche sofisticate per ridurre (o credere di aver ridotto) il rischio? Senza rischio non c'è mercato o impresa, e quindi allocazione ottimale delle risorse o sbaglio?

è positivo quanto inventare la macchina a vapore. se posso valutare meglio il rischio, presto a meno e a più persone meritevoli e ci guadagno anche. una allocazione migliore del capitale fa bene a tutti, proprio come migliorare l'utilizzo della forza motrice; il cavallo, quando non proprio le braccia dei minatori, non vedevano l'ora che fosse inventata la prima pompa a carbone, così come il debitore bengalese schiacciato dagli usurai aspettava il modello di analisi del rischio della grameen bank.

occorrono però modelli buoni, non che scoppino magari tutti insieme dopo lunghi anni di buon funzionamento.

la prova engelsiana del pudding, che stiamo mangiando dal 2008, va bene?

No, per niente. Anzi annoia sia intellettualmente che, come dire, personalmente. Sembrate, scusami, dei robot programmati a ripetere sempre la stessa strofetta no matter what the evidence is. 

Dopo 4 anni di discussioni sulle cause OGGETTIVE, sia ECONOMICHE che POLITICHE di questa crisi, stiamo ancora qui a dibattere sulle colpe dei finance quant e dei modelli che non prevedono? Cosa devono prevedere i modelli? Il comportamento truffaldino dei governanti greci? Siamo seri, per favore!

E, in ogni caso, il punto da intendere è anche questo: anche se i modelli di quant finance fossero molto meglio di quelli che ci sono ora (che fanno abbastanza schifetto, condivido, ma è TUTTA un'altra questione) questo non implicherebbe che non ci sono più le crisi economiche! Mettere in relazione, causale addirittura, una cosa all'altra è veramente privo di senso. È come dire che i terremoti ci sono perché i modelli geologici sono imperfetti ...

Mettere in relazione, causale addirittura, una cosa all'altra è veramente privo di senso. È come dire che i terremoti ci sono perché i modelli geologici sono imperfetti ...

più che altro, che qualcuno (il qualcuno non necessariamente è chi ha fatto il modello) sulla base di un modello molto imperfetto è andato a costruire una città intera a cavallo della faglia di Sant'Andrea perché tanto il Big One arrivava tra 50,000 anni, e magari dopo il terremoto s'è preso pure un bonus... Fuor di metafora, se si pensa che tanto ho un modello matematico che mi permette di prevedere i rischi, magari accetto dei rischi che non avrei accettato senza modello. Per dire, so che ci sono gli antibiotici e allora faccio sesso non protetto perchè tanto la sifilide si cura con qualche pasticca. Poi esce fuori l'AIDS (e non è "colpa" degli antibiotici, ma di una falsa percezione di sicurezza).

Cosa devono prevedere i modelli? Il comportamento truffaldino dei governanti greci?

parliamo di debito pubblico, per cui il modello dovrebbe tener conto di fattori a livello paese come il livello di spesa pubblica e la sua composizione, il gettito fiscale, il livello di evasione, i possibili comportamenti della classe politica... lo so che a questo punto forse non  bastano i quant e ci vorrebbe Hari Seldon  (che piace tanto a Newt Gringrich)

Mi permetto. Qui il punto non è se i terremoti continueranno ad esserci o meno. Nessuno può saperlo.

Sperare che gli ingegneri finanziari riescano in futuro ad applicare criteri antisismici decenti nelle loro allegre costruzioni sarebbe auspicabile. Il riferimento di federico de vita alla copula di Li non è casuale.

Finchè prezziamo il rischio con metodologie esoteriche (ancorchè eleganti) la vedo dura.

Se poi lo compra mia nonna sotto forma di obbligazione strutturata tripla "A" anche irritante.

 

Duuh?

SE esistono maniere migliori di prezzare il "rischio" (che virgoletto, perché non sono nemmeno sicuro che intendiamo la medesima cosa e non mi piace correre rischi, in dibattiti seri) com'è che nessuno le usa? Ma proprio nessuno, nessuno! Sarà anche un po' oligopolistico il sistema finanziario, con difficoltà di accesso eccetera, ma non è proprio impossibile creare un hedge fund.

Ho dozzine di amici, non scherzo, che pensando di avere questa o quella idea tecnica migliore degli altri hanno messo su un hedge fund con questo o quell'altro personaggio (tipicamente un insider) che aveva i soldi di partenza ed i contatti. Alcuni han fatto bene, altri benissimo, altri male. Ma ci han provato. SE someone out there sapeva farlo meglio o sa farlo meglio, basta che lo mostri nei fatti. Non serve che riveli la formula magica (non che io creda alle formule magiche, ma c'è chi sì ...). Questo è anche il bello dell'intera faccenda: che NON c'è una verità rivelata, ma gente che cerca di far soldi. Quindi, se sei meglio degli altri li fai. Punto.

Morale, SE sei così certo che le metodologie che usano sono insensate e si può far di meglio, go ahead do it. E vedrai che la nonna comprerà da te e non dai tuoi concorrenti che usano metodologie inferiori alle tue per prezzare il rischio.

Così prendi due piccioni con una fava: guadagni qualche milioncino e ti fai passare l'irritazione.

Uhmm..direi che il rischio è il grado di incertezza assunto a fronte di un rendimento atteso.

Poichè le attese del sistema finanziario sono necessariamente positive (difficile immaginare che uno dei tuoi amici lanci un hedge a speranza negativa) i rischi saranno correlati alle attese. E poichè gli hedge funds guadagnano con i clienti, devono vendere agli stessi attese molto positive. 

Morale, poichè io non so far coincidere basso rischio ed alto rendimento non creo un Hedge Fund.

Ed elimino il conflitto di vendere quote a mia nonna. 

Mi chiedo tuttavia perchè tutta questa gente che cerca di far soldi tenda ciclicamente a farne perdere al sistema molti di più di quanti ne abbia guadagnati.

Forse sarebbe il caso di ridurre il numero di "quelli che ci provano". E sospetto che de vita si riferisca proprio a questo.

Saluti,

Non so a cosa si "riferisca" De Vita (anzi, lo so ma non importa: non si "riferisce", l'articolo è esplicito) ma non c'entra nulla.

Noto solo che, predictably, non hai nulla da proporre al dibattito.

Meglio, qualcosa avresti: che qualcuno ti facesse il piacere di ridurre la libertà di accesso ad un'industria che è già poco competitiva. Non si sa perché, ma questa è la proposta.

Come tu sappia che il "sistema" perde molti più "soldi" di quanti ne guadagna mi sfugge, oltre ad essere irrilevante.

Il resto sono parole in libertà di un signore che non ha nemmeno capito dove stia il problema. Quello vero e difficile, non uno di quelli che i troll dei siti "finanziari" immaginano.

Enjoy, I am done.

E, in ogni caso, il punto da intendere è anche questo: anche se i modelli di quant finance fossero molto meglio di quelli che ci sono ora (che fanno abbastanza schifetto, condivido, ma è TUTTA un'altra questione) questo non implicherebbe che non ci sono più le crisi economiche! Mettere in relazione, causale addirittura, una cosa all'altra è veramente privo di senso. È come dire che i terremoti ci sono perché i modelli geologici sono imperfetti ...

Rilevo però che sembra sussistere una differenza (essenziale?): le placche terrestri interagiscono provocando i terremoti senza chiedere ad alcun modello matematico come farlo. Nel caso della finanza il comportamento di un insieme (quanto grande?) dipende dall'output dei modelli stessi.

Michele,

una domandina da nulla :-)

Il punto e' che i quant sono generalmente convinti che FQ sia una storia di successi. Tutti sono felici di salire sul carro di Jim Simons o David Harding (che poi, detto tra noi e' solo uno che ha fatto soldi) ma generalmente i probli si tendono a mettere sotto il tappeto. 

Il senso che voglio far capire e' che noi quant non dobbiamo appoggiarci ad allori (piuttosto deboli), ma affrontare la realta' e migliorarci. Nello specifico, imparare un po' di economia :-)

Il fatto e' che fare i soldi non e' l'unico modo di giudicare. Tanto per dire io mi pccupo di risk management: da questo punto di bista la crisi e' stata tremenda e si e' imparato poco. Insisto sul fatto - che trovo ai limiti del criminale - che le IB non hanno modelli per valutare l'impatto sui mercati quando ne sono parte cosi' grossa. 

Al momento non riesco ad approfondire meglio, mi spiace, ma spero che almeno in parte la tua somanda sia soddisfatta (non vedo l'ora di essere in grado di desicare pou' energie!!)

Avere un Jet personale?

Considerazione a lato come programmatore. Conosco tanti amici che lavorano alla City e implementano le famose funzioni dei Quants. Tutti mi dicono che alla fine si ciurla parecchio nel manico: si prova con una funzione, se i risultati non sono quelli desiderati si passa ad una altra funzione o si ritoccano i parametri in ingresso finche' i risultati non tornano con l'analisi fatta a "guts" dai traders.

A questo punto resta da chiedersi se i traders se ne intendono di economia...

"I risultati ottenuti sono notevoli: Harry Markowitz scrive pagine essenziali sulla natura del rischio e come si possa pensare di gestirlo; i vari modelli che sorgono - CAPM, APT,... - hanno tutti la caratteristica che provengono intellettualmente dal mondo dell'economia.

Poi c'e' l'ingresso nell'adolescenza. L'ultimo atto dell'infanzia della FQ e' quello che la proietta nel mondo dei grandi: Bob Merton, Myron Scholes e Fisher Black ....:"

caro amico, in finanza e nel mondo del trading serve "il saper fare". le teorie magari sono utili ad imbellettare gli accademici.....

 

i risultati di tanto genio è il seguente:

http://it.wikipedia.org/wiki/Long_Term_Capital_Management

 

grazie

 

 

Caro Simoni

La superficialita' di questo suo commento e' allarmante. Lei non sembra aver idea di cosa sia la FQ. Uno dei grandi orrori dell'industria, tanto per dire, e' che a capo di molti dipartimenti di gestione del rischio ci siano ex-trader che quindi sanno fare finche' sono in un ambiente che capiscono. Poi subentra il panico.

Dal punto di vista del quant le cose non sono eccellenti ma fare un'autocritica costruttiva  e' il senso di questo mio pezzo. La prego di cercar di capire meglio. 

 

 

D'accordissimo sull'orrore di avere ex traders come capi del risk management: addirittura mi e' capitato un ex trader come chief executive e l'esito e' stato catastrofico!

Comunque ti faccio una domanda: secondo te la crisi finanziaria degli ultimi anni scaturisce da modelli inadeguati di gestione del rischio (e quindi con modelli migliori si poteva evitare un disastro come questo) o da comportamenti opportunistici, truffaldini e molte volte irrazionali da parte degli operatori del mercato (cioe' tutti: dai governi alle agenzie di rating alle societa' finanziarie)?

Sia chiaro che e' una domanda a cui non so rispondere, sono solo curioso di ascoltare il parere di gente piu' esperta.

Saluti 

Ne' gli uni ne' gli altri bastano a creare una crisi. Modelli migliori avrebbero probabilmente aiutato a capire meglio quanto succedeva (la crisi subprime non e' stata causata dalla copula guassiana, ma un modello migliore avrebbe senz'altro aiutato). E poi e' spesso difficile dare una definizione di truffaldino. Gli errori in buona fede, inclusi quelli fatti per ottimizzare funzioni sbagliate, sono frequenti!

Modelli migliori ce n'erano da decenni: come p.es. Gene Fama ricorda, la sua tesi di Ph.D. nel 1964 era su verifiche empiriche dell'ipotesi di efficienza dei mercati e modelli non-gaussiani di distribuzione dei ritorni. E come notavo su nFA due anni fa, il fatto che distribuzioni non-gaussiane aumentino la tail-dependence (e quindi rendano prodotti come i CDO piu' rischiosi) era ben noto anche a quants che lavoravano per Lehman Brothers...

La sottovalutazione del rischio e' stata deliberata per ragioni di business, ed e' futile prendersela con i modelli dei quants. In posti come l'Irlanda le banche sono andate fallite senza alcun uso di finanza quantitativa o anche solo di derivati: hanno fatto mutui e prestiti a costruttori edili ben al di la' di quello che il buonsenso avrebbe consigliato.

Enzo hai ragione. Io dico solo che se noi quant facessimo di piu' come Eugene Fama, saremmo piu' credibili e potremmo giocare un ruolo ben maggiore nell'industria. 

Il risk management ha tre fasi:

1. Identificazione dei rischi

2. modellazione e misura

3. Coinvolgimento nelle decisioni di business. 

Io qui mI sono occupato dei primi due aspetti (il primo viene completamente ignorato nel 99% dei casi, facendo si' che nel secondo si facciano scelte sbagliate). Ho solo accennato al terzo perche' e' il piu' complicato. Nella mi esperienza personale, se si presentano risultati pur imprecisi di modelli sensati, la gente ti ascolta. Specie se in un'istituzione piccola come un hedge fund. 

La sottovalutazione del rischio e' stata deliberata per ragioni di business, ed e' futile prendersela con i modelli dei quants

E luce fu. Non solo. Tanto per far capire da dove derivano le mie balzane asserzioni sulla deprecabile consuetudine ciclica alla "perdita esponenziale" di talune istituzioni finanziarie rimaniamo in Irlanda.

La leva finanziaria della principale banca della tigre celtica, in grado di produrre profitti stratosferici con quattro spicci si è tramutata, in piena crisi, in ghigliottina finanziaria per gli sventurati detentori di obbligazioni(esempio, ma il fenomeno si può estendere ulteriormente).

Semplicemente, non sono stati rimborsati poichè se guadagno 1000 in leva , le perdite, in virtù di una sempre deprecabile(ma nota) proprietà dei rendimenti negativi, saranno 1000*-n.  Il resto dell'operazione è aritmetica elementare.

Un saluto, da "troll di siti finanziari" eviterò accuratamente di intervenire in futuro (ma continuerò a leggere con attenzione e piacere).

Buone feste,

Bello

Massimo Famularo 13/12/2011 - 16:45

Complimenti per il pezzo, lo trovo in qualche modo poetico.

Nulla potendo aggiungere al dibattito per manifesti limiti di competenze tecniche mi permetto solamente di condividere uno spunto: il risk manager, non è un po' come una Cassandra moderna?

A pensarci bene, quando ha fatto un'ottimo lavoro e una catastrofe non si è verificata grazie al suo lavoro... non se ne accorge nessuno. Se ha fatto un lavoro altrettanto ottimo e, nonostante il suo impegno la catastrofe si verifica (a memoria credo di aver letto qualcosa del genere in un pezzo sull'economist, forse sulla crisi dei subprime) allora verrà crocifisso.

In un mondo dove gli individui sono mossi dagli incentivi, come si fa a sfuggire al fascino della professione opposta che, nel prendere rischi, rischia al massimo il posto di lavoro e il costo opportunità di un lauto bonus (non certo i risparmi di una vita ne propri ne dei propri familiari e conoscenti), mentre se gli va bene può ottenere guadagni quasi illimitati? 

Vorrei chiedere all'autore dell'interessante articolo se nel corso degli ultimi due anni ha cambiato prospettiva in merito ai limiti della finanza quantitativa. 

Ho infatti reperito sul sito La Voce un articolo datato settembre 2009 (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001290-351.html) dove l'autore sosteneva che il principale problema era la mancanza di una matematica pensata appositamente per il mondo delle finanza, e che dunque i quant si collocavano più nell'alveo degli ingegneri che in quello degli scienziati, sfruttando idee e tecniche matematiche "prese a prestito", con risultati modesti.

Nella risposta ai commenti (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001296.html), inoltre, affermava che il problema non era la mancanza di conoscenze economiche dei quant (cosa ovvia, almeno all'inizio, per chi non provenga da studi economici), in quanto i luminari del campo, che trascinano la ricerca e di conseguenza influiscono sulla prassi anche dei novizi, non potevano assolutamente dirsi a digiuno di economia (neanche i "convertiti" da altri campi scientifici). 

Insomma, rilevo una certa contraddizione con quanto affermato ora, a due anni di distanza: mi sembra che l'autore segnali come il problema sia proprio una conoscenza dell'economia praticamente nulla da parte anche di quant molto abili.

Mi chiedevo: cosa è successo in questi due anni? Quali esperienze hanno portato a questo mutamento (se c'è stato, ovviamente, e dunque se il mio non è un semplice errore di interpretazione)?

Grazie mille 

"Mi chiedevo: cosa è successo in questi due anni?"

Ottima domanda, di cui ringrazio. Sono successe due cose

  1. Ho iniziato a leggere nFA ed ho scoperto di non sapere nulla di economia. Questo ha comportato una piccola crisi esistenziale prontamente risolta da uno studio (non approfondito abbstanza, ma c'e' tempo!) dei vari Friedman, McKenzie, Mas-Colell...
  2. Ho ossevato meglio il mondo quant e mi sono reso conto che ineffetti il (o almenu un grandissimo) problema sta in una mostruosa ignoranza. Ho capito che non posso prendermela coi giornalisti italiani accusandoli di bieca ignoranza quando faccio parte di un gruppo di persone che condivide la propensione verso lo stesso peccato!

Morale, questo articolo e', a differenza di quello su La Voce del 2009, solo la parte pubblica di un dibattito che sto cercando di portare avanti all'interno dell'industria, sia dal punto di vista intellettuale, sia proponendo alla banca per cui lavoro di darmi spazio per proporre questi modelli (che spero possano risultare) innovativi ed utili. 

Grazie mille: preciso ed esauriente.

Avevo immaginato una cosa del genere; in fondo l'economia (e lo dico da novizio) dà facilmente la falsa impressione di averla adeguatamente padroneggiata. Ma come ha giustamente detto, con impegno e studio si può colmare qualunque lacuna, col tempo. 

Spero di leggerla ancora qui e su La Voce. Buon proseguimento e ci tenga informato sugli sviluppi del suo lavoro e del dibattito che sta alimentando. 

Caro Davide, sono io che ringrazio lei. Fare domande (o anche obiezioni) precise e sensate aiuta il dibattito e lo rende esattamente come dovrebbe sempre essere: civile, educato, costruttivo. Certamente continuero' a scrivere su LV e nFA (con una preferenza per nFA data la possibilita' di dibattito). I lettori di entrambi sono spesso e volentieri piu' intelligenti e tecnicamente preparati di me, per cui se scrivo, finisce che imparo qualcosa!

Interessante. Rinnovo il mio suggerimento di "aprire il black box", magari scrivendo un nuovo articolo che faccia esempi concreti. Tipo: questo e' un problema che FQ vuole risolvere. I modelli quantitativi "classici" funzionano cosi' e hanno questi problemi; in particolare, their economics is flawed in this particular sense.  Riscrivere  il modello tenendo conto della realta' economica sottostante significa apportare le seguenti modifiche;se lo facciamo, vediamo che la performance migliora.

 

con il tuo articolo sollevi un problema a mio parere assai interessante. L'unica sezione "costruttiva" pero' e' quella qui sotto e mi sembra un po' vuota. Se riuscissi a dire di piu', la tua argomentazione ne risulterebbe rafforzata.  Grazie.

 

Ora per la FQ e' giunto il momento di crescere, di dire basta alle pratiche onanistiche della matematica per la matematica e di accorgersi che i mercati si comportano in modo stocastico per come sono strutturati e che pertanto e' questa struttura che dobbiamo andare a capire. Esistono migliaia di ottime pagine scritte dagli economisti sulla struttura dei mercati. Leggerle e capirle e metterle in relazione con quarant'anni di FQ adolescenziale e' necessario, oggi piu' che mai (si consideri che nessuna delle grandi banche ha un modello per misurare il proprio impatto sul mercato; persino oggi che sono sotto enorme pressione da parte dei regolatori, non esiste una vera cultura della gestione del rischio: si tende a confondere la comprensione e gestione del rischio con la semplice prudenza). E' giunto il momento di cambiare atteggiamento su come si fa la FQ: smettere di pubblicare articoli il cui contenuto alla fin fine e' "questa e' la soluzione because the data fits better" e di intraprendere il cammino (piu' difficile) di arrivare a una soluzione cercando di capire quale sia la vera natura economica dei mercati. Peraltro, in questo modo si puo' pensare di dialogare con parti dell'industria e del mondo della ricerca che la FQ ha per anni liquidato come roba da poco. Mi riferisco a campi quali l'analisi tecnica (che e' una specie di astrologia dei mercati: dice cose talvolta vere ma in un linguaggio spesso raccapricciante) o la finanza comportamentale (che parte dai lavori di Kahneman e Tverski), per fare due esempi.

Essere esplicito sul da farsi e sui problemi concreti e' difficile se si vuol rimanere sul piano puramente divulgativo. Specie nel momento in cui un progetto di ricerca - come quello che sto cercando di attuare nella banca per cui lavoro - sta in una fase di ideazione. Dovessi anche solo fare un elenco delle tecniche che ho in mente per fare il "2+2=4", ne verrebbe fuori un elenco un po' vacuo. NFA non e' certo un posto dove pubblicizzare la propria ricerca scientifica. Mi riprometto, ciononostante, di fornire dettagli piu' esaurienti man mano che il mio progetto prende forma concreta. Per avere un assaggio di idee simili si puo' dare un'occhiata ai libri di Kent Osband (entrambi in inglese, disponibili su amazon). E' persona molto in gamba, spesso bastian contrario ma ancor piu' spesso con ragione (e cervello!) da vendere. Discuto molto con lui di queste cose e non escludiamo di (anzi, ci piacerebbe molto) lavorare insieme in futuro. Mi spiace per la vaghezza divulgativa, ma ribadisco la mia disponibilita' a spiegazioni sul lungo termine. 

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