La registrazione dei blog (e delle testate giornalistiche) presso il Tribunale

15 novembre 2008 andrea moro

Punto Informatico ha segnalato la scorsa settimana una proposta di legge che estende ad alcune categorie di blogger l'obbligo di registrazione al Registro degli Operatori di Comunicazione. Abbiamo discusso di una proposta simile (poi prontamente messa nel cassetto) mesi fa. Anche questa volta, la blogosfera è insorta. Nessuno, purtroppo, avanza l'idea che la registrazione vada eliminata anche per la stampa tradizionale.

La normativa in materia è sufficientemente confusa da meritare un ripensamento legislativo. Alcuni mesi fa, un blogger è stato condannato proprio per non essersi iscritto al registro. Nella motivazione della sentenza, il suo blog si presentava come una "testata", aveva intento informativo, e pubblicava regolarmente. Per questi motivi, valeva secondo il giudice la normativa che interessa i media tradizionali. Non voglio qui discutere la sentenza, la cui motivazione mi è parsa in alcuni punti incoerente. Esiste sicuramente un margine interpretativo della legge attuale che lascia spazio a credere che anche i blog di carattere informativo debbano, in certi casi, registrarsi. Altrettanto sicuramente, la legge non è chiara a riguardo.

Per fare chiarezza, il parlamento non vede altra soluzione che definire un insieme di blog, o siti internet in generale, per i quali debba sussistere l'obbligo di registrazione (nessuno, si spera, vuole intasare i tribunali di registrazioni da parte di blog dove gli utenti condividono con l'umanità il proprio diario personale). La definizione scelta dall'ultima proposta di legge è quella di obbligare i siti che siano "frutto di un'organizzazione imprenditoriale del lavoro". Dubito assai che questa norma fornisca la chiarezza tanto desiderata.

Anche se una definizione sufficientemente precisa fosse possibile, nessuno sembra metter in dubbio l'istituto della registrazione, che secondo me andrebbe abolito anche per la carta stampata. Occorre seriamente ripensare alle motivazioni sottostanti l'obbligo che oggi esiste per la stampa tradizionale. Esistono due principi fondamentali meritevoli di protezione: la libertà di parola e di stampa, e la facilità di perseguire chi compie reato a mezzo stampa. Secondo la giurisprudenza corrente l'obbligo di registrazione, di natura prettamente formale, non limita la libertà di pubblicare, ma facilita l'individuazione dei soggetti che commettono reati.

Occorre fare attenzione alle parole. Ogni obbligo impone un costo per chi ne à assoggettato. L'obbligo di registrazione, per un quotidiano di natura commerciale, è un costo certamente limitato, in rapporto agli altri costi necessari alla pubblicazione. Ma non è un costo nullo: occorre informarsi su quali documenti siano necessari, perdere una giornata per andare in tribunale, preparare la carta bollata e controbollata, etc... Tale costo diventa però significativo per un blogger che vuole pubblicare dal suo laptop senza pensarci due volte, tanto da poterlo indurre a non iniziare a scrivere.

Ma quali sono i vantaggi? Davvero pensiamo che un nome ed un indirizzo scritti in un elenco presso il Tribunale facilitino l'individuazione di chi diffama o commette altri reati attraverso i propri scritti? Questo è sicuramente poco vero per la carta stampata: per la Polizia basta andare nella sede del giornale e compiere le necessarie ricerche. È un po' più vero per i blogger, che scrivono spesso nel totale anonimato. Ma anche per i blogger le generalità di chi scrive sono reperibili, per esempio attraverso indagini presso i fornitori della connessione Internet.

Si potrebbe dunque obiettare che la possibilità di pubblicare anonimamente suggerisca che la registrazione sia più importante per i blog che per la carta stampata. Ma non è affatto così: affermazioni e diffamazioni compiute nel totale anonimato sono meno credibili di quelle firmate con nome e cognome, e quindi meno pericolose. Diffamazioni compiute tramite media di qualsiasi tipo sono certamente più gravi di quelle pronunciate al bar, ma certamente la legislazione penale sa tener conto di questa maggiore gravità senza che sia necessario assoggettare  tutti coloro che vogliono esprimere la loro opinione, via internet o giornalino, a una schedatura preventiva.

L'imposizione dell'obbligo di registrazione va pesato con i costi e vantaggi che esso comporta. Nell'era di internet, i costi di pubblicazione e diffusione delle idee sono diventati estremamente ridotti. L'obbligo di registrazione limiterebbe considerabilmente la libertà di parola su internet, oltre a sembrare il segno di una società arcaica. In quale altro paese democratico e liberale lo stato sente l'esigenza di schedare chi scrive su Internet?

36 commenti (espandi tutti)

Due appunti di natura formale (la sostanza la condivido appieno). Innanzitutto non si tratta di una proposta simile, ma della stessa proposta leggermente emendata presentata dallo stesso proponente dell'anno scorso, ovvero Ricardo Franco Levi. In secondo luogo la proposta non è stata messa nel cassetto, ma è stata bloccata dalla caduta del Governo Prodi.

Va detto, inoltre, che mentre la precedente proposta era un disegno di legge, ovvero approvato dal Governo (secondo alcuni ministri senza neppure leggerla), quella presente è un progetto di legge, ovvero di iniziativa parlamentare e senza l'avallo del Governo (almeno per ora, visto che il Governo Berlusconi non si è ancora espresso, anche se credo interverrà visto che una riforma dell'editoria di questo genere, specialmente se proposta dall'opposizione, di cui Levi fa parte, potrebbe far gola al maggior editore d'Italia, ovvero il Silvio Berlusconi che è il capo del Governo stesso).

La dizione "messa nel cassetto" ovviamente non ha alcun contenuto formalmente preciso. Ricordo comunque che nei giorni successivi la sollevazione popolare, molti parlamentari fecero dietrofront, almeno davanti ai microfoni, con varie assicurazioni nei confronti dei blogger. La caduta del governo prodi avvenne piu' di sei mesi dopo senza che nel frattempo la proposta procedesse nel suo iter. 

e anche i post e i commenti su nFA si potranno registrare in questura e far valere come pubblicazioni ai fini dei concorsi? :O

I post no, (tutti?) gli autori se ne stanno al sicuro negli USA, i server sono negli USA. I commenti...perché no? Magari Levi si potrebbe inventare una tassa sui commenti, già che ci siamo. ^_^

Sono in disaccordo.

Questa proposta di legge si occupa di un problema serio, da molto tempo al centro delle discussioni degli italiani e la soluzione adottata mi sembra moderna e brillante.

Si tratta forse del primo caso in cui la lotta a un reato, nel caso specifico quello di 'stampa clandestina' uno dei più esecrabili e socialmente pericolosi, potrà essere condotta senza quartiere nella realtà reale e nella realtà virtuale.

Un altro giorno non vissuto invano!

Perdonate l'ironia da quattro soldi, ma se non faccio così, quando leggo certe notizie, mi viene da piangere.

Mi pare di ricordare che la proposta Levi fu la risposta ad alcuni casi concreti di finti blog tesi a simulare quelli di altre persone note. Vittima principale fu Mastella (il blog che lo scimmiottava era piu' frequentato del suo) ma non era l'unico. C'erano finti siti e blog di Forza Italia, di Berlusconi, dell'Ulivo, di Casini. Tutti connotati dal gioco ambiguo tra finzione e satira.

Ovviamente quello che si incazzo' di brutto fu Mastella, il quale come suo solito impose (pena le dimissioni) una legge riparatoria. La formulazione iniziale riguardava ogni blog, poi - a quanto ho letto - fu aggiunta una leggera modifica che restringeva la cerchia a quelli che traevano profitto economico (anche con banner pubblcitari).

Classico caso di "pezza peggiore del buco", credo che oggi si possa lottare contro la "stampa clandestina" ed i "falsi siti" senza imporre bolli e registrazioni borboniche. 

Ciao,

Francesco 

 

Il blog era mastellatiodio, e svolgeva l'utile compito di fare da cassa di risonanza raccogliendo i video youtube con le dichiarazioni di Mastella. E' ancora attivo, a quanto posso vedere. 

Il blog era mastellatiodio,
e svolgeva l'utile compito di fare da cassa di risonanza raccogliendo i
video youtube con le dichiarazioni di Mastella. E' ancora attivo, a
quanto posso vedere.

Non ne sono sicuro ma giurerei che ce ne fosse un altro, ora chiuso (e quindi non rintracciabile)  che aveva un nome non chiaramente "anti" come quello che tu indichi. 

Purtroppo non riesco a trovarlo e non mi pare il caso di perdere energie per farlo.

Francesco

Ciao Andrea.

Una domanda: ma la legge si applica anche al caso di blog registrati su spazi(su server all'estero) che però sono visualizzati in Italia? Perchè se chi è su un server di un altro paese non è soggetto alla norma, per aggirare le grida basterebbe registrarsi su un server all'estero...anche se sarebbe bene che una cosa del genere non succedesse, ovviamente.

Certo poi si potrebbe raccogliere la provocazione legislativa al fine di portare avanti anche la battaglia sulla questione dell'albo dei giornalisti e delle leggi che impongono un giornalista iscritto a tale albo come direttore di un giornale perchè questo possa pubblicare.

Infine, più che una volontà censoria, spero che dietro queste proposte di legge vi sia solamente la solita attitudine dei governanti a rovesciare, diciamo così, l'onere della prova: sanno che controllare ip e fare richieste ai gestori di servizi internet costa tempo, soldi e strutture che non ci sono, e dunque chiedono che sia il cittadino a sobbarcarsi quei costi...un po' come quando il governo Prodi volle imporre i pos e ipagamenti on-line ai professionisti per rendere più rintracciabili i pagamenti ricevuti e dunque, nell'intenzioni del legislatore, limitare l'evasione fiscale. Anche lì l'idea era: il governo italiano, che pure ha una variegata e variopinta messe di polizie: fiscali, civili e militari, non sa o non vuole frenare l'evasione e dunque chiede, a fronte del suo fallimento, che siano i cittadini a farsi carico di dimostrare di non essere evasori...spendendo più soldi attivando pos (nel caso di liberi professionisti) e obbligandoli a non usare contante: la solità follia dirigista.

Cmque dovrebbero essercene segni che noi non siamo proprio il paese dove le certificazioni imposte possano funzionare da deterrente per non commettere reati.

Sono d'accordo che non ci sia intento censorio. Quello che l'articolo voleva sottolineare e' che ci sono comunque dei costi, in termini di limitazione della liberta' di parola, che vanno considerati. Puo' sembrare poco, ma secondo me non lo e': la blogosfera, per funzionare dal punto di vista informativo, deve avere diffusione capillare, cosicche' il controllo delle informazioni avvenga in maniera decentrata. C'e' bisogno cioe' che ci siano moltissimi siti che controllano e diffondono notizie perche' possano emergere quelle interessanti o rilevanti. Un piccolo costo di pubblicazione potrebbe scoraggiare la pubblicazione da parte di moltissimi blog. C'erto, sulla blogosfera c'e' un sacco di spazzatura, ma questo e' un motivo in piu' per facilitarne la diffusione: chi vuole diffondere fandonie lo fa anche se deve sopportare il costo di registrazione; se vogliamo che le fandonie vengano rivelate invece, occorre facilitarene la pubblicazione limitandone i costi.

Riguardo i server all'estero: non credo che basti. La domanda andrebbe girata alla sezione "Law & Order" di nfa (Sabino e Axel), con i quali abbiamo avuto sulla questione uno scambio di email in agosto. Secondo Axel, nfa non sarebbe soggetto alla legislazione per il fatto che non solo il server non si trova in italia, ma anche risiediamo e operiamo dall'estero. 

Ma aiutatemi a capire

Disclaimer: Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene
aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un
prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001 (Legge
Urbani)

 Questa dicitura si trova su moltissimi blog e l'ho adottata anch'io nel mio scolastico ... ha qualche significato? 

 

Anche questa domanda andrebbe girata ai giuristi. La frase si riferisce alla legge attuale, che richiede la registrazione per le testate che pubblicano a cadenza periodica, e cioe' quotidianamente, settimanalmente, mensilmente, etc...; tuttavia, nella sentenza, vengono citate le seguenti date di alcuni post segnalati dalla polizia: 27.11.2004, 25.11.2004, 15.11.2004, 17.11.2004, 10.11.2004, 6.11.2004, 3.11.2004, 1.11.2004, 30.10.2004, 28.10.2004, 14.10.2004, 13.10.2004. Lascio a te giudicare. 

 

 

La questione è: "quando un blog smette di essere una sega mentale per pochi intimi e inizia a
diventare un periodico di informazione ?   Secondo l'orientamento in dottrina e giurisprudenza il tutto risieda nel concetto di
periodicità, vale a dire nella regolarità dell'informazione fornita e nella sua
organizzazione periodica. La stessa sentenza a cui fa riferimento Andrea espressamente afferma:
"Pertanto diverso può essere
l'uso che si fa del blog nel senso che lo si può utilizzare semplicemente come
strumento di comunicazione ove tutti indistintamente possono esprimere le
proprie opinioni sui i più svariati argomenti ed in tal caso non ricorre
certamente l'obbligo di registrazione, ovvero come strumento tramite il quale
fare informazione."
  più oltre, la stessa sentenza ha precisato  
"In particolare, le testate telematiche da registrare e perciò sottoposte ai
vincoli rappresentati dagli articoli n. 2, 3 e 5 della L. n. 47/1948 sulla
stampa sono quelle pubblicate con periodicità (quotidiana, settimanale,
bisettimanale, trisettimanale, mensile, bimestrale)"

 

Per la verità, poi, il giudice  ha contraddittoriamente condannato il blogger sulla base di un periodicità degli articoli che era oggettivamente casuale, come segnalato da andrea, ma  questo  riguarda al massimo il giudizio di appello. Il principio affermato è invece coerente e condivisibile ed evita - a legislazione vigente - di dover rincorrere ogni singolo blogger.   Mi sembra di ricordare, poi, che la stessa proposta di legge qui giustamente contestata, fa  riferimento ad una organizzazione professionale/imprenditoriale del giornale on-line, il che dovrebbe tagliar fuori tutti i blog ed i siti di informazione amatoriali.

Mi sembra di ricordare, poi, che la stessa proposta di legge qui
giustamente contestata, fa  riferimento ad una organizzazione
professionale/imprenditoriale del giornale on-line, il che dovrebbe
tagliar fuori tutti i blog ed i siti di informazione amatoriali.

Ricordi bene, all'art. 8 co. 3 la proposta di legge recita: "Sono esclusi dall'obbligo dell'iscrizione nel Registro degli
operatori di comunicazione i soggetti che accedono alla rete internet
o che operano sulla stessa in forme o con prodotti, quali i siti
personali o a uso collettivo, che non costituiscono il frutto di
un'organizzazione imprenditoriale del lavoro
".

Qui il problema, secondo me, è nella definizione usata, che è diversa da quella del codice civile di "imprenditore" (art. 2082, non richiamato dal pdl in questione). Cioè, si parla di un'organizzazione del lavoro "imprenditoriale" senza ulteriori chiarimenti. Che significa? Un blog collettivo composto da 3-4 persone che scrivono con periodicità irregolare, con p.iva per fatturare le pubblicità e le spese di gestione (quelle poche decine di euro spese per mantenere un dominio, un servizio di web hosting decente, e magari un logo fatto realizzare da un grafico professionista), va registrato oppure no? Qual è la discriminante "imprenditoriale"? Il tipo di organizzazione (gerarchica piramidale, o "democratica"), la rilevanza del fattore capitale su quello lavoro (ma anche un'impresa vera e propria che opera sul web, solitamente è scarsamente capitalizzata, essendo tali attività legate soprattutto al valore delle risorse umane e del marchio/URL/portafoglio utenti), l'adozione di forme societarie tipiche di un'attività d'impresa (srl, spa), l'esistenza di contratti di lavoro? Vista la verbosità delle leggi italiane, un po' di chiarezza in più non guasterebbe davvero!

Sono d'accordo, l'avevo segnalato sull'articolo senza soffermarmici molto: la definizione scelta e' piuttosto oscura, e temo sia molto difficile trovarne una chiara, a meno che non si usino discriminanti ingiuste o facilmente eludibili. 

Effettivamente, la qualità lessicale delle leggi emanate negli ultimi anni è sconfortante.

Prendendo ad esempio questo progetto di legge: che vuol dire "organizzazione imprenditoriale" ?

In base all'art. 2082 c.c.

È imprenditore chi esercita professionalmente una attività economica organizzata, al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi

Un imprenditore senza organizzazione quindi non può esistere, perchè l'attività economica imprenditoriale deve essere organizzata. Nonostante l'imprecisione della locuzione "organizzazione imprenditoriale" io mi atterrei all'art. 2082 c.c. e quindi, se la legge passasse come scritto sul progetto, andrebbero esclusi dall'obbligo di registrazione tutti i blog e i siti, che seppure dotati di organizzazione, non esercitano una attività economica, vale a dire non esercitano un'attività volta alla produzione di nuova ricchezza.

Non è quindi attività economica, seppure organizzata, l'attività puramente intellettuale o culturale. Insomma nFA, con tanto di redattori, collaboratori abituali, link, logo e dominio, non è una organizzazione imprenditoriale. Lo diventerebbe se cominciasse a vendere il proprio marchio, o gli articoli pubblicati, o spazi pubblicitari, perchè in quel caso l'organizzazione sarebbe al servizio di una attività imprenditoriale. 

nFA è già salva: i redattori se ne stanno al calduccio sparsi negli USA (credo tutti), i server guardano gli shuttle partire da Houston, quindi della legge Levi gliene frega poco (a parte convincerli a rimanere dall'altra parte dell'Oceano, mi sa :-) ).

Il problema è per chi si trova in Italia (tralasciando dove si trova il server, visto che la questione è ancora abbastanza fumosa). Questa legge allora rischia di creare nuovi muri burocratici per chi cerca di creare ricchezza e contenuti di qualità in Italia. La registrazione delle testate, nelle intenzioni del Legislatore del 1948, credo, mirava a separare chi voleva contributi pubblici e chi non li voleva, un po' come per le associazioni riconosciute e non riconosciute. In sintesi, «vuoi questi diritti? Allora hai questi doveri. Non vuoi questi doveri? Allora non hai questi diritti», e la cosa mi sembra sacrosanta in uno Stato di diritto. Invece quelle intenzioni si sono trasformate in un obbligo anche per chi non vuole tali finanziamenti: questo nuovo obbligo che Levi vorrebbe imporre quale diritto darebbe a chi si registra?

Spero si possa convenire sul fatto che la definizione di "stampa clandestina" e il comma dell'articolo 21 della Costituzione "la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure" siano incompatibili. Chi stampa qualcosa, anche se su internet, deve essere libero di farlo, senza pagare nulla e senza registrarsi da nessuna parte: se commette un reato, lo stesso articolo 21 dà grande potere alla polizia giudiziaria per reprimerlo immediatamente.

(Infine, sarebbe interessante conoscere quali siano, almeno per grandi linee, gli obblighi burocratici cui devono sottostare i giornali di quel Paese dove i giornali possono far cadere l'uomo più potente del mondo (e, di recente, fra le altre cose, far chiudere un provider responsabile del 75% dello spam planetario)).

In che senso nfa non produce ricchezza? Che si produca qualcosa mi pare ovvio, che questo qualcosa abbia un certo valore, altrettanto. La discriminante del codice e' che lo distribuiamo gratis? Mi sembra strano. Dove mi sbaglio? 

Di regola allo stato interessa solo la ricchezza tassabile, ossia monetaria.

Finchè paghi di tasca tua ok, appena metti un bannerino per pagarti le spese cambi categoria.E credo valga anche per chi pubblica su piattaforme collettive coi banner messi dal padrone di casa si trovan promossi.

Contestazioni del genere le ho viste per siti P2P palesemente amatoriali, e sono convinto che un giudice con un minimo di buon sensosappia distinguere i casi. Resta un rischio un po' assurdo per un blog personale.

certo che produce ricchezza, ma è una ricchezza intellettual/culturale che non è indirizzata al mercato e (se un po' vi conosco) non ha di mira nè la produzione nè lo scambio al fine di profitto.

Sotto questo aspetto è certo più vicina ad una ONLUS (organizzazione non lucrativa di utilità sociale) che ad un'impresa.

I costi a carico dei bloggers non sono necessariamente solo quelli elencati (copio&incollo dal testo dell'articolo: "occorre informarsi su quali documenti siano necessari, perdere una
giornata per andare in tribunale, preparare la carta bollata e
controbollata, etc...
").

Dato che la proposta di legge qui commentata (all'art. 7 comma 1), richiama l'applicazione della L. 249/1997 che regolamenta l'accesso al registro degli operatori di comunicazione, e a sua volta quest'ultima fa riferimento ad un regolamento emanato dall'AGCom il quale, attualmente per la carta stampata, prevede la necessità di un direttore scelto fra gli iscritti all'albo dei giornalisti, il blogger che non sia anche giornalista si potrebbe trovare del tutto impossibilitato a registrare il suo sito (se rientra nella fumosa definizione di "frutto di un'organizzazione imprenditoriale del lavoro"). Si torna dunque ad una forma di limitazione ben più forte della libera informazione: l'esistenza dell'albo dei giornalisti, cui va a ricollegarsi l'obbligo di iscrizione al registro degli operatori di comunicazione.

 

Nessuno, purtroppo, avanza l'idea che la registrazione vada eliminata
anche per la stampa tradizionale.

Su questo punto devo sollevare un'obiezione. Perché una riforma del registro e dell'ordine dei giornalisti, magari una abolizione tout court, è stata sostenuta da molte voci della "blogosfera". È un vecchio cavallo di battaglia di Grillo (es. QUI ), sostenuta da molti altri (compreso, "ad minora", il sottoscritto) e perfino (incredibile...) dallo stesso Riccardo Levi, autore della originaria proposta legislativa dell'agosto 2007, il quale affermava nella qualità di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (ANSA, 19-8-2007): "non c'e' dubbio che l'Ordine dei Giornalisti abbia bisogno di essere profondamente rivisto... tanti paesi dalla grande tradizione giornalistica non hanno un ordine dei giornalisti". Sinceramente, il costo della registrazione mi sembra il minore dei possibili problemi che l'introduzione di questa legge potrebbe causare alla libera circolazione dell'informazione. Le regole stabilite per l'accesso al registro, e l'estensione delle sanzioni penali, costituiscono deterrenti molto più pesanti e rilevanti di bolli e imposte di registrazione.

Quale sarebbe l'obiezione, visto che sei d'accordo con me che la registrazione, e con essa l'obbligo di iscrizione all'ordine del direttore responsabile, andrebbe abolita?

L'obiezione è sull'affermazione che "nessuno avanza l'idea che la registrazione vada eliminata
anche per la stampa tradizionale
". L'idea l'avanzano in molti e da un sacco di tempo!

Sul contenuto (abolizione della registrazione per tutti), ovviamente concordo con te al 100%.

Ho capito, era un'esagerazione certo.

Credo sia un problema soprattutto teorico.

Anche senza vandalismi (tipo mandare 50000 richieste di registrazione per siti e utenti di fantasia), se tutti i blog italiani richiedessero l' iscrizione al registro l' ufficio preposto ne avrebbe fino al 2030, e forzare l'applicazione della legge richiederebbe un firewall di stato da far sembrare quello cinese un giocattolo.

Non fraintendete, la legge resta da affossare a prescindere dall'applicabilità pratica.

Bisogna fare un po' di chiarezza, pero': nessuno sta pensando a far registrare i blog personali. Da quanto capisco cercano, non senza difficolta', di definire quelli che hanno contenuti simili a prodotti editoriali tradizionali. 

Credo anch'io che l' intento sia quello, ma con la solita incompetenza e disinteresse per i danni collaterali l' esito è tutt'altro che scontato.

Guarda che fine ha fatto la tutela dai licenziamenti ingiustificati.

Forse l'intenzione è quella, ma potrei dire che sicuramente la legge, a causa della sua incertezza, può essere applicata anche a casi fuori da tale intenzione.

1) Un Blog e' un blog, e un sito e' un sito. Che c'entra la legge sulla stampa, quando non c'e' produzione regolare di informazione e redattori retribuiti? E per i reati ci sono le leggi ordinarie.

2) Oggi, con il bipartitismo all'italiana (ma ci meritiamo molto di piu' come popolo?), il progetto di legge Levi ha maggiori possibilita' di passare che l'anno scorso con il governo Prodi in rotta e le probabili elezioni alle porte. La sinistra italiana storicamente (vi ricordate, si voleva anche regolamentare le emails, applicarvi una tassa...) ancora una volta si distingue da tutte quelle dell'occidente (Obama come le ha vinte le elezioni?).

3) Bisogna muoversi con piu' convinzione, come si faceva una volta, quando c'era la liberta' da salvaguardare. E allearsi con chi ci sta. Il progetto di legge arrivera' in commissione cultura e poi in aula. Si e' gia' mosso il Blog di Grillo (beppegrillo), che l'ha definita "la legge ammazzablogger (Levi-Veltroni)" e molti altri.

4) L'estensore dell'argomento si e' dimenticato il nome dell'autore (anche se poi e' venuto fuori). Per chi ne volesse sapere di piu' sulla faccenda:

Levi da Wikipedia:
Levi-Wikipedia

Storia del progetto di legge:
Proposta di Legge e Reazioni

Il progetto di legge di riforma dell'editoria:
La nuova proposta di legge

 

Buonasera,

Non è possibile che si mettano dei vincoli anche in questo.

Non si parlava di democrazia? Certo si obietterà che nessuno blocca la libertà, però è altrettanto vero che si mette un ostacolo enorme. Ora anche la democrazia ha un costo.

Saremo costretti anche per questo ad emigrare all'estero? Povera Italia!

 

Bud Fox

Pare si possa tirare un piccolo sospiro di sollievo: Levi ha affermato di volere stralciare la parte relativa ad internet per riempire la lacuna dopo la discussione. http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?ID_DOC=64784

Ciò non toglie che molti altri aspetti del PdL (progetto di legge) siano ancora troppo, troppo fumosi. Tanto per dire, la Legge, anche senza quella parte, potrebbe essere applicabile a internet (data la definizione di prodotto editoriale presente in tale legge); che l'unica editoria elettronica riconosciuta è quella dei blog di parlamentari, che quindi riceverà ulteriori sovvenzioni; e altro. Insomma, si continua ad andare dalla parte sbagliata: si confermano i denari pubblici ai giornali stampati e si sversano nuovi denari pubblici per portali e blog di partito.

Se poi ricordiamo che Bonaiuti, qualche mese fa, parlava di regolamentare internet, le paure non sono ancora passate.

L'informazione finirà per essere come l'ecopass introdotto a Milano ... chi paga inquina, i poveri non possono più fare neanche quello!

 

 

Già detto poco sopra. Rimangono, comunque, le perplessità: il problema è l'entità dello stralcio. Cancellare semplicemente l'articolo 8 significa eliminare le eccezioni date a internet, visto che la definizione di prodotto editoriale comunque li ricomprende. Va quindi ripensata anch'essa, e spero che Levi si riferisse anche a quello, altrimenti si tratterà di un altro pasticcio.

Eh ... il PD farebbe "passi di tango" pur di acquistare consenso elettorale!!!

Ma non si rende conto che di "questo passo" non ci saranno mai più prossime elezioni ... :P

(allarmismo? catastrofismo? mah?)

A proposito di conoscenze informatiche di chi governa:

ROMA (3 dicembre) - Il ministro dell'Interno Roberto Maroni, durante l'informativa alla Camera sull'arresto dei due presunti terroristi marocchini, ha detto che per contrastare il terrorismo che si serve di internet è necessario «il controllo sui dati di tracciamento delle comunicazioni telematiche. Stiamo lavorando con i gestori per la realizzazione del numero 'ip' unico per ogni utente della rete, in modo da evitare il rischio di cancellazione e di impossibilità di utilizzo per diversi

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