La revisione della spesa e l’università

9 luglio 2012 giovanni federico

NfA ha sempre sostenuto la necessità di tagliare la spesa pubblica e quindi non può che accogliere con favore il recente decreto. Ma, si sa, il diavolo è sempre nei dettagli e quindi è opportuna un’analisi più approfondita. Questo post si occupa dei tagli all’università e alla ricerca

Premetto. Mi baso sui resoconti di giornali che possono essere, come spesso succede, errati o incompleti. Il testo completo non è ad oggi (8 luglio) disponibile. Inoltre questi decreti sono spesso cambiati o addirittura stravolti in sede di approvazione. In ogni caso, assumo che le anticipazioni siano corrette e che il decreto sia approvato nel testo attuale. A quanto pare, il decreto:

i) taglia i finanziamenti ad alcuni enti di ricerca, compreso l’INFN, che si occupa di fisica delle particelle, un campo improvvisamente popolare grazie alla recente scoperta del bosone di Higgs. Non sorprendente, essendo un programma di tagli di spesa. Non sorprende neppure la reazione negativa degli interessati. Chi scrive non è in grado di valutare quanto questi tagli mettano effettivamente in pericolo la ricerca. Le percentuali non sembrano enormi (al massimo il 10%) ma ovviamente molto dipende dall’efficienza degli enti e dalla presenza di sprechi.  In genere, comunque, meglio finanziare la ricerca attraverso bandi competitivi fra enti diversi, valutati da specialisti piuttosto che allocare i soldi agli enti con decreto ministeriale.  Per esempio, sicuramente la Stazione di Biologia Marina di Napoli ha una lunghissima tradizione, ma chi ci garantisce che non ci sia a Sassari un professore di Biologia Marina con idee più innovative e quindi più meritevole di essere finanziato?

ii) stabilisce che le università possano usare per nuove assunzioni solo una parte del calo delle spese per personale nei prossimi anni (il 20% nel 2014, poi il 50% nel 2015). Questa disposizione susciterà sicuramente molte polemiche fra i professori, perché riduce drasticamente le possibilità di carriera.  Per valutarla, occorre pero' ricordare che il costo medio dei professori che vanno in pensione è molto più alto di quello dei nuovi assunti. Un calcolo preciso è impossibile, in quanto dipende dal grado accademico e dall’anzianità di servizio dei pensionandi e dal costo nei nuovi ricercatori a tempo determinato ex legge Gelmini, che viene stabilito dalle singole università. Ipotizzando che un pensionando costi il doppio di un nuovo ricercatore, si potrebbero assumere, nel 2014, due nuovi docenti per ogni cinque professori che vanno in pensione. Sicuramente sono pochi. Ma non dovrebbe essere un disastro epocale dal punto di vista della didattica, dato che il numero di professori in rapporto agli studenti, pur in rapido calo, è ancora storicamente elevato. Poi nel 2015, sotto le stesse ipotesi, la sostituzione potra' essere fatta in parita': un nuovo docente per ogni pensionato. Certo, le università dovranno fare alcune riorganizzazioni, i professori dovranno insegnare di più  e si dovrà forse chiudere qualche corso. Il problema è più grave per i “giovani” (spesso non più tali anagraficamente) precari che aspettano un posto fisso o almeno la possibilità di concorrere ad un posto quasi-fisso. Molti di loro saranno delusi. Quanti in concreto dipenderà dalle scelte degli atenei: useranno i pochi soldi disponibili per nuove assunzioni o per promuovere ricercatori ed associati già in servizio? Il comportamento sarà un test interessante per capire  quanto l’ostentata preoccupazione per la triste sorte delle giovani generazioni sia sincera. Inoltre, il decreto non toglie alle università soldi: i risparmi sul personale oltre il 20% (poi 50%) potranno essere usati per altri scopi – borse di studio, acquisto di attrezzature di ricerca, missioni di ricerca, edilizia etc. Questo è indubbiamente positivo. Infatti queste spese sono indispensabili per la ricerca e finora sono state sacrificate per aumentare il più possibile il numero di professori e far fare loro carriera. 

iii) infine il decreto aumenta in maniera surrettizia le tasse universitarie. La legislazione attuale stabilisce infatti che le tasse pagate dagli studenti non possano superare il 20% delle entrate dell’università. Il decreto mantiene il limite ma esclude dal calcolo delle tasse quelle pagate dagli studenti fuoricorso e ritocca (in aumento) il denominatore includendo altre fonti di reddito. In pratica,  autorizza le università a far pagare i fuoricorso molto di più. Inoltre, destina (parte) delle somme ottenute a borse di studio. La misura sembra totalmente condivisibile. Il finanziamento pubblico dell’università è profondamente ingiusto: le tasse, pagate dai lavoratori dipendenti a reddito medio, pagano gli studi dei figli degli evasori fiscali e dei ricchi.  Il provvedimento permette di far pagare una parte maggiore del costo agli utenti effettivi, ed allo stesso tempo di sussidiare gli studenti, sperabilmente bravi ma poveri. Starà poi alle università trovare il modo di evitare che gli evasori fiscali siano beneficiati. E’ infine molto condivisibile l’idea di far pagare più i fuoricorso, un problema apparentemente irresolubile dell’università italiana. In realtà, sarebbe facile risolverlo proibendo il fuori corso ed introducendo un esame finale, ma questa soluzione impone una riorganizzazione della didattica che sembra fuori della portata dei legislatori italiani. Se fuoricorso devono essere, perlomeno che siano fortemente penalizzati.

Nessuno è contento dei tagli al proprio settore e quindi,  come professori universitari, non possiamo certo essere contenti di tagli all’università. Nel caso specifico, però, ci sembra che i tagli siano tutto sommato ben congegnati e che introducano alcuni principi che potrebbero essere positivi in futuro.

88 commenti (espandi tutti)

Al CERN col bosone di Higgs si è solo affinata la nostra conoscenza, ma i 20 anni in cui si è costruito l’acceleratore più potente del mondo, un anello sotterraneo di 26 km dove le particelle sono accelerate e confinate da magneti superconduttori, dove la velocità di trasmissione, memorizzazione ed elaborazione dei dati è almeno 10 volte quella delle applicazioni industriali più sofisticate, pone già da subito le basi per importantissime ricadute tecnologiche e applicative nella elettronica, informatica e criogenia. Per fortuna molte aziende italiane sono state coinvolte. Circa 1/3 dei magneti superconduttori di LHC è stata costruita dall’Ansaldo di Genova (gruppo Finmeccanica, grande industria statale). E’ ritornato in commesse molto di più di quello che l’Italia ha dato al CERN (il contributo è di circa 80 milioni di Eu/anno).

 

Le ragioni del successo si chiamano Università italiana e Istituto Nazionale di Fisica nucleare (INFN, www.infn.it). Tenete presente che faccio ricerche per l’INFN da 40 anni, quindi potrei non essere obiettivo nella mia analisi. Comunque, la caratteristica di questo ente pubblico, che ha circa 2000 dipendenti, 24 tra sedi e laboratori sparsi per l’Italia, che fa centinaia di esperimenti di fisica fondamentale e applicata (non solo l’Higgs), è quella di essere governato da fisici , eletti dalla comunità dei fisici italiani. Il Presidente è di nomina governativa, ma su designazione dei fisici. Questa è la grande differenza con gli altri enti (che hanno un consiglio di amministrazione di nomina poltica). Va riconosciuto che l’autonomia dei fisici è stata rispettata da tutti i governi, anche dal ministro Gelmini, che, pur nella ristrutturazione generale degli enti di ricerca, ha mantenuto per l’INFN la struttura preesistente. L’INFN funziona bene ed è efficiente.

 

Perché è stato tagliato più di altri enti? Perché, dato che spende in personale il 55% e in ricerche e apparati il 45%, INFN è il più virtuoso tra gli enti italiani, che spendono per il personale il 90%. Allora, dato che non si può tagliare sul personale,  si taglia sulle ricerche! Che bella politica. E poi, un taglio del 10% significa almeno un taglio del 25% sulle ricerche. E qui appare in tutta la sua miseria la realtà ragionieristica di questo governo e di chi sostiene questi tagli.

 

Mi sono occupato per 6 anni di amministrare unità di ricerca dell’INFN. Qui gli investimenti in ricerca, fatti in contesti internazionali, richiedono impegni a lungo termine, da programmare in 5-10-15 anni. Ebbene, occupandomi da fisico di aspetti amministrativi, ho capito che ciò che ci ammazza non è tanto la complessità delle norme, quella si può sempre superare, quanto la variabilità e retroattività continua di norme e disposizioni. In 6 anni le norme sul personale (tutte retroattive) sono cambiate 10 volte, quelle sulle gare ed appalti 4 volte, e così via, causando in parte la paralisi dell’ente e un mare di ore uomo buttate via. Per quanto riguarda gli investimenti, INFN funziona con piani di ricerca triennali programmati di concerto col ministero ed elaborati in molti mesi di lavoro. Pur nel quadro di enormi risparmi, eravamo riusciti a mantenere l’ente a livelli di eccellenza. Adesso in una notte ci tagliano il 25% del budget delle ricerche(che era già stato drammaticamente tagliato) e (ancora più grave!) ci riducono del 10% la pianta organica, costringendoci a licenziare almeno 300 ricercatori precari. In una notte si è distrutto un ente efficiente, che faceva anche da volano per la nostra industria di punta.

 

Perché invece non si commissaria la regione Sicilia?

Quanto costa INFN al contribuente? Allora, 2000 fisici, ingegneri e tecnici che fanno centinaia di esperimenti in tutto il mondo, costruiscono apparati e viaggiano. Un ricercatore giovane guadagna circa 1400 euro netti, uno ricercatore medio circa 2000-2500, alla fine della carriera circa 3800 euro. L’ente costa circa 280 Milioni di Eu all’anno, tutto compreso, anche il costo degli apparati. Se aggiungiamo gli 80 milioni dati al CERN siamo a circa 360 Milioni per la fisica nucleare. Questo investimento, in uomini e mezzi è confrontabile con quello degli altri paesi, e i risultati si sono visti. Negli altri campi siamo enormemente deficitari. Qualche confronto: il costo del Senato è di circa 600 Milioni anno, quello della Camera è di 1500 milioni. Come dice quel tale, meditate, gente, meditate…..

Alberto, apprezzo il tuo discorso appassionato, ma non capisco certi numeri. Perche' un taglio del 10% delle risorse significa "almeno un taglio del 25% sulle ricerche"? Mi sembra che sarebbe cosi' se il 10% venisse tolto interamente dal lato ricerca (e quindi niente licenziamento dei 300 precari). Poi, mi piacerebbe che il tutto venisse contestualizzato. C'e' un taglio del 10% all'INFN. Cosa succede ad enti simili, tipo l'INDAM, INAF, CNR? Ed infine, c'e' modo che tutti questi enti possano cercare finanziamenti privati (come succede nel resto del mondo)?

L'INFN ha un bilancio di circa 280 Ml di Euro. Di questi, 240 vengono dal ministero, gli altri da progetti speciali del ministero e dai cosidetti fondi esterni: fondi europei, fondi regionali e progetti con l'industria. I precari possono essere pagati sui fondi esterni e nell'INFN lo sono praticamente tutti pagati con questi fondi. Venendo meno ogni speranza di inserimento, vista la riduzione della pianta organica, perderemo rapidamente questi giovani talenti (tutti).

 

Per il resto, una taglio di 24 milioni sul blancio globale, in un bilancio che prevede 100 Milioni per il funzionamento dei 4 laboratori nazionali e per il finanziamento regolare di tutti gli esperimenti dell'ente in giro per il mondo, significa un taglio del 25% sulla ricerca (visto che non puoi tagliare i costi del personale), significa uno stravolgimento di tutti gli impegni goà  presi, anche internazionalmente, impegni sanciti dal recente piano triennale elaborato di concerto col ministero della ricerca. Se vuoi il panorama dei tagli, lo trovi qui (i dati li ho controllati e sono tratti dal documento ufficiale).

C'e' un taglio del 10% all'INFN. Cosa succede ad enti simili, tipo l'INDAM, INAF, CNR?

CNR taglio dell'1.22% nel 2012, 3.28% nel 2013-2014

INAF taglio 0.48% e poi 1.18%

INDAM taglio 2,09% e poi 5.25%

INFN taglio 3.79% e poi 10.1%

 

Perche' un taglio del 10% delle risorse significa "almeno un taglio del 25% sulle ricerche"?

In Italia la tendenza consolidata e' 1) non tagliare dipedenti e salari 2) scaricare il taglio sulle spese di funzionamento e gli investimenti.  Se il fondo statale copre 50% salari e 50% spese di funzionamento / investimento, la riduzione si scarica su queste ultime e vale il doppio.

Qualche commento su questi tagli adottati italianamente per decreto. E' demenziale, per quanto tipicamente italiano, tagliare sui fondi 2012, per tutti. In particolare l'INFN ha iniziato le procedure di assegnazione dei fondi ai gruppi a giugno-luglio 2011, concludendo a settembre 2011, e rifinendo in base ai finanziamenti statali ottenuti nei mesi seguenti, prendendo impegni anche internazionali di partecipazione ad esperimenti. Un taglio del 3.79% comunicato ora si scarica tutto sulla spesa bloccabile da settembre a dicembre 2012. Per finire un'informazione: l'INFN sembra "ricco" perche' ha ben il 50% del finanziamento disponibile per il funzionamento.  Tuttavia i ragionieri giu' a Roma dovrebbero anche tener presente che l'INFN finanzia le ricerche non solo dei suoi dipendenti, ma anche di un numero paragonabile di dipendenti universitari pagati da altri enti. Inoltre le ricerche di fisica delle particelle sono costose.

INFN

giovanni federico 10/7/2012 - 09:55

nessuno nega i grandi meriti dell'INFN, ma per i non iniziati, vorrei ricordare che la dotazione annua (240 mil euro) è 2.4 volte superiore al finanziamento statale del PRIN 2011 - cioè di tutta la ricerca universitaria, compresa tutto il resto della fisica,  la biologia la medicina etc.  Fra l'altro un anno il PRIN saltò del tutto - non fu finanziato alcun progetto di ricerca

 

 

E allora? Tagliamo anche quel poco che c’è? Ricordo anche che l’INFN associa ben 2500 fisici, ingegneri, chimici e biologi universitari alle proprie ricerche, in assoluta parità rispetto ai 2000 dipendenti. Quindi in realtà i 240 milioni si riversano  in grandissima parte nel sistema universitario, compensando le incredibili ristrettezze dei PRIN.


Ma vorrei generalizzare un po’ il discorso.


Come ho già detto, ciò che ammazza la ricerca è la variabilità e contraddittorietà  dei provvedimenti. Evidentemente a Bondi, passando dallo yogurth al Bosone di Higgs, è sfuggito qualcosa. Nel provvedimento si fanno tagli di poche decine di milioni agli enti di ricerca, andando a colpire nel cuore cose che funzionano, in una notte, in modo completamente scorrelato con i ministeri competenti. E’ di oggi la notizia che Profumo pare non fosse al corrente dei tagli. Ma in un paese normale, si dice: i ministeri devono  risparmiare tot, se la vedano loro, con i loro bilanci, i loro tecnici e i loro referenti, ma il risultato finale deve essere il risparmio di tot. Invece, in una notte, senza sentire nemmeno i presidenti degli enti, si distruggono anni di lavoro! E questi sarebbero i grandi manager alla Bondi? Bondi, guardi che, vabbè che sono un fisico, ma francamente andare a tagliare il 10% di un bilancio a un ente, prima ancora che il bilancio venga fatto (per il 2013), al’insaputa di tutti gli interessati , mi sembra una procedura veramente demenziale.  Bondi, lo sa che il Ministro della ricerca ha appena stanziato un miliardo di Euro  di stimolo alla ricerca applicata? Proprio così, 600 Milioni per le smart cities e 400 milioni per  potenziamento dei distretti tecnologici? E lei in una notte taglia poche decine di milioni, creando disastri, proprio a quegli enti che dovrebbero supportare questi progetti? Non sarebbe stato meglio dare 900 milioni a questi progetti e  mantenere 100 milioni agli enti di ricerca e farli funzionare?

Ma è cambiando ogni settimana le procedure che pensiamo di risollevare questo paese? Presidente Monti e  Bondi, un po’ più di modestia, state  a sentire i vostri ministri (magari anche qualche parlamentare) e agite di concerto con loro, vedrete  che le cose verranno fatte presto e meglio, molto meglio.  Ad esempio, potremmo evitare di dare soldi allo Bocconi, Luiss, ecc (che strano, eh?) e nel contempo togliere 400 milioni (sono stati decisi appena prima di questo decreto) all’università pubblica.

A proposito, dove è  finito Giavazzi?

 

 vorrei ricordare che la dotazione annua (240 mil euro) è 2.4 volte superiore al finanziamento statale del PRIN 2011 - cioè di tutta la ricerca universitaria, compresa tutto il resto della fisica,  la biologia la medicina etc.

Mettiamo pure che siano di più rispetto ad altre aree, in che modo questo dovrebbe giustificare i tagli?

Più che al numero assoluto non si dovrebbe guardare all' efficienza e all' utilità della spesa?

 

nessuno nega i grandi meriti dell'INFN, ma per i non iniziati, vorrei ricordare che la dotazione annua (240 mil euro) è 2.4 volte superiore al finanziamento statale del PRIN 2011 - cioè di tutta la ricerca universitaria, compresa tutto il resto della fisica,  la biologia la medicina etc.  Fra l'altro un anno il PRIN saltò del tutto - non fu finanziato alcun progetto di ricerca

E' vero, l'INFN viene finanziato molto piu' della media della ricerca italiana, per diversi motivi, tradizione storica risalente a Fermi, costosita' delle ricerche, presenza di un costoso lavoratorio internazionale al CERN, il maggiore al mondo, che l'Italia finanzia al 18% credo.

La scelta di dove tagliare fondi pubblici tuttavia dovrebbe essere basata non sulle cifre assolute ma su altre considerazioni tra cui il ritorno scientifico e tecnologico delle attivita' INFN pesato per l'investimento e facendo confronti sia tra INFN e altri enti analoghi di altri Paesi, sia tra INFN e altre attivita' italiane, tutte normalizzate alla medie mondiali.

nessuno nega i grandi meriti dell'INFN, ma per i non iniziati, vorrei ricordare che la dotazione annua (240 mil euro) è 2.4 volte superiore al finanziamento statale del PRIN 2011 - cioè di tutta la ricerca universitaria, compresa tutto il resto della fisica,  la biologia la medicina etc.

Il finanziamento PRIN non corrisponde a tutta la spesa per ricerca in Italia (eventualmente meno la spesa INFN). Inoltre non e' appropriato confrontare i fondi PRIN, che finanziano la ricerca per personale che riceve stipendi altrove, con i fondi INFN, che includono le spese di personale.  Al limite si possono confrontare i fondi PRIN con circa il 45% dei fondi INFN spesi in ricerca.

Il totale della spesa statale in ricerca in Italia viene stimato al 0.7% del PIL, il PIL nominale vale ultimamente 1500 miliardi di euro, quindi il totale di spesa statale per ricerca e' circa 10 miliardi di euro. Questo fa confrontato con circa 0.270 miliardi di euro assegnati all'INFN. Da scienzainrete.it si puo' leggere ad esempio che il CNR prende di finanziamento ordinario 0.566 GEuro, da confrontare con gli 0.270 dell'INFN, con un risultato in termini di pubblicazioni / euro migliore ma comparabile all'INFN, che pero' fa ricerche secondo me molto piu' costose e andrebbe confrontato con analoghi enti esteri. Mi piacerebbe avere dati su come si suddivide a grandi linee la spesa in ricerca in Italia, ma una veloce ricerca web non produce nulla. E' evidente dalle cifre citate che la maggior parte della spesa pubblica per ricerca in Italia va in attivita' diverse dall'INFN, dal CNR e dal PRIN. I fondi statali italiani assegnati in maniera competitiva via PRIN in particolare sono veramente miserabili, scommetto che i politici preferiscono assegnarli discrezionalmente sottobanco, piuttosto che con procedure in qualche misura monitorabili.

Starà poi alle università trovare il modo di evitare che gli evasori fiscali siano beneficiati

Giovanni, il tuo articolo e' IMHO ottimo ma questo punto mi pare un po' sottovalutato. Tipicamente chi evade all'uni evade prima di tutto all'agenzia delle entrate: l'universita' e' un "di cui". A questo punto, che metodi hanno (lo chiedo sinceramente) gli atenei per verificare l'evasione?

 

Su questo la critica ai tagli e' condivisibile, in generale: vero, molto dipende da come si organizzeranno gli atenei - ma in quelli "cattivi" diminuiranno solo le risorse per tutti, e chi ne sara' maggiormente penalizzato saranno quelli che lavorano seriamente. Certo, almeno si e' iniziato: speriamo si continui.

 

Riguardo il fuoricorso, sono d'accordo ma con vorrei puntualizzare una cosa: ricordiamoci che il fuoricorso trova terreno fertile anche nella disorganizzazione degli atenei, tipicamente in quelli "cattivi" di cui sopra. Per ora va bene cosi', sempre di starve the beast si tratta - tolti studenti immotivati e scaldasedie di lungo corso, si potranno organizzare meglio, almeno si spera. Pero' andra' rivista la situazione tra qualche anno, sempre nell'ottica di starve the beast: se le cose non migliorano, hai voglia a dire che era colpa dell'elevato numero di studenti che non permettevano una migliore organizzazione della didattica...

E' falso che il numero di professori in rapporto agli studenti sia elevato: è il quinto più basso tra i paesi dell'OCSE, peggio di noi fanno solo Indonesia, Repubblica Ceca, Belgio e Slovenia. Ma con Monti possiamo ambire al primato.

 

Fonte:

http://www.oecd.org/dataoecd/61/28/48631144.pdf

Il numero degli studenti e' ormalizzato per i fuori corso? Altrimenti e' pura fuffa in puro stile Roars.  

Qualcuno è fuori corso perché ricco di famiglia, asino e drogato, ma qualcuno è fuori corso perché intanto lavora, mentre qualcun altro è fuori corso perché in alcuni corsi di laurea solo gli studenti eccezionali riescono a laurearsi in corso: e, per definizione di eccezionalità, questi sono pochissimi.

 

In altre parole, l'identità fuori corso = studente inattivo è falsa per la maggior parte dei casi. Si tenga poi presente che gli esami in Italia sono molto più duri che nei paesi anglosassoni, dove spesso si riducono a un test di tipo patente (e non è detto che sia un metodo sbagliato). Risolvere il problema dell'esistenza del fuori corso implica una revisione profonda della didattica, oltre che del rapporto tra studenti e università. Nel frattempo, i fuori corso rappresentano dei fruitori del servizio al pari degli altri, e toglierli dalle statistiche servirebbe solo a forzare i risultati nella direzione che, eventualmente, interessa.

Fatti

michele boldrin 9/7/2012 - 18:45

"in alcuni corsi di laurea solo gli studenti eccezionali riescono a laurearsi in corso"

Esempio? Per quale % sono disegnati questi corsi super elitari?

 

"In altre parole, l'identità fuori corso = studente inattivo è falsa per la maggior parte dei casi." 

Evidenza?

 

"Gli esami in Italia sono molto più duri che nei paesi anglosassoni"

 

Evidenza?
 
"Giovannino", hai mai notato che i fuori corso ci sono praticamente solo in Italia?  

mostra che prima del 2000 si laureava in corso meno del 10% degli studenti di Ingegneria. Nel 2000 il 4.6% (mediana della durata degli studi: 8 anni). Su un campione più ampio, nel 2002 11.5% e 7.5 anni.
Al PoliTO nel 2000 si è laureato in corso l'1.5% degli allievi!

http://www.almalaurea.it/universita/profilo/documentazione.shtml

Le % rilevanti non sono quelle di chi si laurea in corso ma quelle di chi finisce gli esami in corso. Puoi riportarci queste? Sarebbe molto utile. L'anomalia italiana e' l'anno speso a fare una tesi undergraduate. Per fortuna anche questa anomalia che fa perdere piu' tempo di quanto ne faceva perdere il militare e' in via di estinzione.

credo inoltre che sia poco rilevante, confrontando la durata delle tesi di allora (6mesi-1 anno, aneddoticamente) con 7,5-8 anni di laurea riportati da almalaurea (che sono perfettamente in linea con le mie esperienze di studente, in una università all'epoca fuori campione). 

Passando all'aneddotica, da noi quindici anni fa le tesi duravano 6 mesi (la metà del militare) e spesso si iniziava a "-1"; solo pochissime tesi sperimentali arrivavano a 1 anno, ma in quel caso si iniziava a 2-3 esami dalla fine. Parlo di lauree in Ingegneria vecchio ordinamento (ord. 1965 e ord. 1990): ti ricordo che la tesi dovevano farla tutti. Lo stesso vale oggi per la laurea specialistica/magistrale (il +2), ma la tesi oggi dura 4 mesi (8 le più lunghe).

Per la LS/LM le statistiche mostrano un netto miglioramento rispetto al vecchio ordinamento ma l'età media alla laurea è sempre alta: e la tesi, ieri come oggi, non è il motivo principale.

PS Sono d'accordo con te circa l'assurdità di far svolgere una tesi ai triennalisti.

All'epoca della riforma del 3+2 ero convinto che la tesi di laurea triennale fosse una follia italiana. Con l'esperienza mi sono ricreduto: se si assegnano lavori ragionevoli e si ha la pazienza di seguire il laureando si possono avere notevoli soddisfazioni. Lo studente viene stimolato individualmente per la prima volta e ha la possibilità di sviluppare un rapporto personale con un professionista. La stessa opportunità di stare davanti a una lavagna e fare dei conti insieme può essere un'occasione importante. Ho visto studenti crescere, cambiare, maturare, in un modo e a un ritmo che solo usufruendo di lezioni frontali non avrebbero mai potuto tenere. Certo, se il docente costringe per sei mesi lo studente a lavorare sulla tesi, allora non va. Ma non è questo il problema dei fuoricorso. Peraltro, sia detto en passant, non sempre gli studenti che si laureano in corso sono i migliori.

Non so su che base il prof. Boldrin affermi che i fuori corso esistano solo in Italia, ma se la fa per induzione basandosi sulla sua esperienza in USA, mi sembra un’induzione un po’ spericolata.
Io so per certo al momento in Germania ci sono ancora...

 

Quanto alle difficoltà italiane... molto spesso in Italia ci si laurea dopo a causa di intoppi burocratici, ad esempio: mi voglio laureare il 20, ma mi manca ancora un esame il cui appello è il 21.

Oppure ancora: volevo fare una tesi non troppo elaborata (accettando la valutazione che ne deriva), ma il professore è puntiglioso e mi impone di lavorarci un altro semestre.

Questi sono tutti esempi che provengono dalla mia esperienza (io mi sono laureato in tempo, ma se per un qualche motivo fossi stato male prima del mio ultimo esame, sarei automaticamente finito nel settimo semestre).

 

Certo: volendo si può stabilire che chi non si laurea in 3 anni esatti viene cacciato dall’università. Questo incentiverà le persone a laurearsi prima, ma chi non riuscisse a farlo avrebbe buttato via tre anni. Mi sembra una soluzione estrema, la spesa per quei tre anni si rivelerebbe sí un autentico spreco.

 

Non credo che i fuori corso siano un problema cosí grande come sembra, certo può dare fastidio che ci siano nullafacenti che gironzolano per la facoltà a far niente, ma bisogna vedere quali sono i costi.

 

Escludendo il costo amministrativo per l’elaborazione dei dati, non credo che i fuori corso costino piú di altri studenti.

Normalmente un fuori corso non frequenta piú volte la stessa lezione, peraltro alle lezioni possono assistere anche i non iscritti all’università.

Non frequenta di piú la biblioteca (e comunque le biblioteche sono aperte, non è nemmeno necessario essere studenti per entrarvi).

 

I costi che i fuori corso comportano sono limitati, mi sembrerebbe ben piú assurdo espellere uno studente dall’università dopo avergli pagato tre anni di studio.

Peraltro ci sono persone che non riescono a laurearsi in corso perché lavorano, e quindi possono dedicare solo parte delle proprie energie allo studio.

Certo, ci sono anche i figli di papà, ma danneggiare gli altri per perseguire i figli di papà mi sembra sadismo.

Esempio? Per quale % sono disegnati questi corsi super elitari?

Esperienza personale: io ho fatto l'università 2 volte. La prima volta da ragazzo, 19-23, mi sono iscritto ad Ingegneria Elettronica a Palermo. L'errore più grande della mia vita. Non ho conosciuto nessuno che si sia laureato nei 5 anni previsti, so per sentito dire che ci dovrebbero essere riusciti un paio di figli di professori del dipartimento entrati un anno prima di me, ma quel paio di figli di professori del dipartimento che avevo nei miei 600 compagni di corso ci ha messo 7 anni (e non ne conosco altri di esempi più "rapidi", ma qualcuno non figlio di professore che c'è riuscito in 7 anni lo conosco, raro ma possibile).

 

Dubito si sia laureato qualcuno all'Unipa in tutta Ingegneria in 5 anni nel mio anno di corso. Il giornale della facoltà si chiamava appunto "Minimo 7" (tra l'altro esiste ancora, ed affermano di essere il più longevo giornale di facoltà del paese) per rendere chiaro il concetto alle matricole. Dopo 4 anni di studio 24/7 senza aver imparato nulla che mi interessasse (o che mi sia mai più servito in futuro nella mia vita professionale, in 4 anni non ho mai toccato 1 computer, mi ero iscritto all'indirizzo calcolatori elettronici perché all'epoca non c'era ingegneria informatica, e mi avevano detto che avrebbero trasformato quell'indirizzo in ingegneria informatica, cosa che è effettivamente successa, ma niente computer), me ne sono andato a fare un corso per tecnico ricercatore informatico finanziato dall'allora MIUR e da là a lavorare (tra l'altro all'epoca a Palermo c'era una buona richiesta di tecnici informatici, laureati o meno). Nell'inverno a cavallo tra il 1999 ed il 2000 sono andato un paio di settimane a fare visita a mia sorella che studiava a Bournemouth, ed ho visto un'università Britannica in funzione, con computer a disposizione degli studenti in ogni corridoio, accesso libero alle biblioteche, dove uno si poteva leggere i libri che voleva (a Palermo c'era lo schedario, si faceva domanda, non tutti i libri erano disponibili ai non laureandi, si aspettava 1 oretta e poi forse si poteva dare uno sguardo al libro), ed una marea di testi di informatica accessibili, bastava allungare la mano et voila. Mi ha fatto tornare la voglia di studiare, ho investigato sulle altre università italiane (all'epoca il mio Inglese non era granché, altrimenti me ne sarei andato nel Regno Unito), ed ho trovato che il Politecnico di Milano era quello che più si avvicinava al modello Britannico. Mi sono iscritto ad un corso sperimentale N.O. di ingegneria informatica (pagando una decina di milioni di lire all'anno, ottimo investimento, magari averlo potuto fare a 19 anni!), e mi sono laureato quasi in corso da studente lavoratore (ho ripetuto la materia di un professore che non credeva nella riforma 3+2, ed agiva di conseguenza, ed elettronica analogica alla quale sono sempre stato abbastanza allergico, le altre le ho tutte passate al primo esame).

Praticamente tutto quello che ho studiato al Politecnico mi è servito o mi rendo conto che potenzialmente mi potrebbe servire nella mia carriera. La differenza, oltre che nei mezzi o nelle risorse, era nella mission aziendale delle due università: a Palermo all'epoca (*) cercavano di selezionare nuovi professori universitari, e le persone di quel tipo andavano fuori corso di un paio d'anni, gli altri andavano tutti fuori corso di anni e anni, persone anche molto brillanti che oggi assumerei ad occhi chiusi (§), mentre a Milano (in realtà Como, ma i docenti erano quelli) cercavano di produrre materiale per le aziende ICT e di automazione industriale della zona.

 

(*) dico all'epoca perché mi risulta che in anni più recenti pare che anche loro abbiano iniziato ad assumere docenti da XXI secolo, ma avendone visti i risultati in forma di laureati recenti, mi rendo conto che non è ancora una mentalità del tutto condivisa da tutto il corpo docente, purtroppo.

(§) tra l'altro, alcune di queste persone, ripeto intellettualmente molto brillanti, almeno dal punto di vista tecnico, oggi sono molto amareggiate, e si sentono tradite, perché era stato loro promesso che in cambio di un corso di studi molto impegnativo, che loro hanno superato, avrebbero potuto aspirare a posizioni lavorative molto interessanti sia dal punto di vista intellettuale che finanziario, posizioni che per la maggior parte di questi non si sono mai nemmeno lontanamente prospettate (anche perché hanno studiato ed imparato cose che al giorno d'oggi potrebbero interessare in Cina, Thailandia o paesi simili, ai salari di quei paesi), mentre quelli che sono andati a fare quel genere di lavoro (anche in Sicilia c'è un bel po di industria elettronica) per quanto mi risulta lo hanno fatto a salari Cinesi.

Mah

tizioc 9/7/2012 - 23:11

(§) tra l'altro, alcune di queste persone, ripeto intellettualmente molto brillanti, almeno dal punto di vista tecnico, oggi sono molto amareggiate, e si sentono tradite, perché era stato loro promesso che in cambio di un corso di studi molto impegnativo, che loro hanno superato, avrebbero potuto aspirare a posizioni lavorative molto interessanti sia dal punto di vista intellettuale che finanziario, posizioni che per la maggior parte di questi non si sono mai nemmeno lontanamente prospettate

Mi sembra un punto di vista un po' troppo disfattista.  Da quel che mi sembra di capire, nei paesi anglosassoni le lauree V.O. italiane erano comunemente equiparate ai Master's Degrees, proprio a causa del corso di studi particolarmente impegnativo.  Mal che vada, nulla impedirebbe a questi laureati di iniziare studi graduate in EE-CS, che effettivamente hanno sbocchi molto interessanti.

Mi sembra un punto di vista un po' troppo disfattista. 

Questo perché non campi con le supplenze all'industriale perché magari dopo che sei uscito dal VO: eri troppo "vecchio"|avevi troppa poca esperienza lavorativa|non ti avevano insegnato nulla di quello che richiede il mercato del lavoro|non ti sei reso conto per tempo che le tue aspettative erano troppo elevate.

Io appena sbarcato a Londra prendevo in un trimestre quello che loro prendevano in 1 anno (oggi probabilmente mi bastano meno di un paio di mesi). La differenza non era tanto che io me ne sono andato a Londra e loro no (qualcuno ci ha pure tentato), ma che io avevo esperienza lavorativa ed effettivamente al Politecnico di Milano avevo studiato cose che servono nel mio lavoro, mentre loro no. Ripeto poi che oggi, per quanto visto, ci sono docenti all'Unipa che insegnano cose utili nella UE nel XXI secolo: il manifesto degli studi più recente che ho trovato, del 2008-09, riporta addirittura basi di dati, che è l'ABC della professione, ma che ai miei tempi incredibilmente non veniva offerta manco come facoltativa, mentre al Polimi non solo era offerta, ma il docente era con i controfiocchi, cioé non solo bravo didatticamente, ma anche uno dei docenti di punta di quell'università (per il quale Libra oggi mi riporta: Publications: 341, Citations: 9084, G-Index: 89, H-Index: 45). A suo tempo c'era all'Unipa una una latenza troppo elevata tra la deriva tecnologica nel mondo reale e i programmi universitari, latenza che con l'esperienza professionale che già allora avevo, io notavo anche al Polimi, ma di ordini di grandezza inferiori rispetto a quella che c'era, e che mi par di capire ci sia ancora, in tante università italiane come l'Unipa (che anche per le tante conversazioni in oggetto avute con tanti colleghi laureatisi nelle più disparate università del Bel Paese, non mi pare sia purtroppo la pecora nera della famiglia, anzi).

 

Mal che vada, nulla impedirebbe a questi laureati di iniziare studi graduate in EE-CS, che effettivamente hanno sbocchi molto interessanti.

Dove, di grazia, qui da me nella Thames Valley? In Germania? In Svizzera? In Olanda? Perché per quanto mi risulta, il Bel Paese, informaticamente parlando, è una zona deinformatizzata, con l'eccezione di Milano e Roma dove devi però generalmente passare dal tritacarne delle Body Rental.

Nei Paesi Bassi ci sono fuori corso, e non pochi; tanto che per disincentivarli è solo nell'ultimo anno che sono state aumentate le tasse per chi è fuori corso.

Il numero degli studenti e' ormalizzato per i fuori corso? Altrimenti e' pura fuffa in puro stile Roars.

Ribalto la domanda:  il dato italiano è normalizzato diversamente dagli altri?

 

Perotti lo ritiene, ma le sue ipotesi conducono ad un numero di studenti equivalenti talmente basso da rendere la spesa italiana per studente poco plausibile. Come osservato altrove, con la normalizzazione di Perotti:

 

 

la spesa italiana [per studente] è fin troppo alta: forse non è del tutto plausibile che si spenda quasi il doppio per studente equivalente a tempo pieno che in Nuova Zelanda,  e 5.000 dollari più che in Francia o nel Regno Unito

P.S: Non si capisce cosa c'entri ROARS. Ho semplicemente postato un grafico di OCSE Education at a Glance 2011. Semmai, sarà "pura fuffa in puro stile OCSE" ;-)

 

 

Ribalto la domanda: il dato italiano è normalizzato diversamente dagli altri?

Oh avanti, i fuori corso esistono praticamente solo in Italia, per forza bisogna normalizzare il dato in modo diverso dagli altri!!!

 

Io e i miei colleghi italiani insegnamo tutti meno (molto meno, a volte) dei nostri equivalenti all'estero (penso a Germania, Svizzera, US, Canada). Ne deduco che evidentemente almeno nel nostro ambito abbiamo un rapporto docenti-studenti maggiore che non all'estero.

 

Poi, come altri fanno notare, l'Università italiana è incapace a laureare gli studenti in tempo utile. E' un problema storico, ricordo che fui il primo a laurearmi nel mio corso, e mi laureai comunque fuori corso. Assurdo, tanto quanto l'esistenza dei fuori corso, ma molto meno facile da quantificare - come si normalizza per l'incapacità dei nostri docenti ad accompagnare gli studenti alla laurea in tempi decenti?

 

Ci sarebbe da domandarsi come mai la ns università ha questo difetto. Una ragione che percepisco è che il corpo docente italiano non ha rispetto alcuno per gli studenti, che sono solo una delle pedine nel loro gioco di potere interno. Per esempio: quale università italiana pubblica i giudizi degli studenti sui corsi? Quale ne trae conseguenze non dico sulla struttura dei corsi, ma almeno sulla carriera lavorativa ed economica dei docenti mal giudicati? Almeno nei casi estremi di insulti in classe o all'esame, di assenze continuate (del docente, intendo), di palese incompetenza, di appuntamenti non rispettati con conseguente mancata laurea... quale Università italiana si è data l'obiettivo di portare alla laurea almeno il 25% degli studenti prima che vadano fuori corso?

 

Ci sarebbe da domandarsi anche: che faranno il 95% degli studenti quando le tasse per fuori corso andranno alle stelle? Andranno a piantare i piedi dal rettore? Scriveranno ai giornali? O forse le tasse non andranno alle stelle dopo tutto?

Throughout the world, a large fraction of students remain in educational programs beyond their normal completion times and this tendency appears to have increased in recent years. At the undergraduate level, according to Bound et al. (2006), time to completion of a degree has increased markedly over the last two decades. Various papers and policy reports confirm these findings.(1)

 

(1) See, for example, OSEP (1990), Ehrenberg and Mavros (1995), Groen et al. (2006) and Siegfried and Stock (2001), U.S. Department of Education (2003), the State of Illinois Board of Higher Education (1999), UCDavis (2004) and Gao (2002). The situation is similar in Canada where a 2003 report of the Association of Graduate Studies indicates that “ … in many universities times to completion were longer than desired.

 

Fonte:

 

Garibaldi, P., F. Giavazzi, A. Ichino, and E. Rettore (2012), “College Cost and Time to Complete a Degree: Evidence from Tuition Discontinuities”, The Review of Economics and Statistics, Accepted for publication, Posted Online April 5, 2011.

 

Bibliografia (da Garibaldi et al. 2011)

 

  • Bound, John, Michael Lovenheim and Sarah Turner, “Understanding the Increased Time to the Baccalaureate Degree”, University of Michigan (2006), mimeo.
  • Gao, Hong, “Examining the Length of Time to Completion at a Community College”, Paper presented at the Annual Meeting of the Southern Association for Institutional Research, Baton Rouge, L.A., October 12-15 (2002).
  • State of Illinois – Illinois Board of Higher Education, “Persistence, Completion, and Time to Degree”, (June, 1999), mimeo.
  • U.C. Davis – Office of Resource Management & Planning, “Undergraduate Time to Degree Completion Rates by College and Division”, Issue Report (March, 2004).
  • U.S. Department of Education – National Center for Education Statistics, “The Condition of Education 2003”, NCES 2003-067 (June, 2003), Washington, DC

Interessante questo articolo di Garibaldi et al.

Dice che se si alzassero le tasse ai fuori corso, i fuori corso diventerebbero di meno.

C'è anche una tabella (Table 1) che confronta quanti giovani di 25-29 anni sono ancora studenti in vari paesi europei e non (mi sto riferendo a questa versione: http://www.nber.org/papers/w12863.pdf). L'Italia "vince", cioè ha la maggiore percentuale di studenti "anziani".

 

Quindi ok, riformulo sulla base della letteratura consigliata:

(1) l'Italia ha un problema con i fuori corso, nel senso che ha una popolazione studentesca anomalmente anziana;

(2) un modo efficace di affrontare il problema sarebbe quello di alzare le tasse agli studenti fuori corso.

 

Con queste due affermazioni, che mi pare si possano ricavare da Garibaldi et al.  (working paper 2007), mi sento di essere d'accordo. Per quanto mi riguarda, possono tranquillamente sostituire e correggere le mie affermazioni del post precedente.

Non ho letto il paper di Garibaldi, ma conferma il mio punto: è opportuno alzare la tassa sui fuoricorso, in modo tale da scoraggiare la pratica e da recuperare risorse per ricerca e borse di studio. Quindi i tagli sono fatti bene.

Altro punto: se è veramente impossibile laurearsi in tempo (salvo geni che lavorano 18 ore al giorno) i corsi sono organizzati male e/o troppo pesanti. Questo è colpa dell'università e quindi dei professori che in ultima analisi organizzano i corsi e decidono i programmi di esame

I corsi in italia sono troppo pesanti, e gli esami troppo difficili, ad esempio rispetto agli undergraduate courses statunitensi (che però dal canto loro sono spesso troppo facili). Ne ho esperienza diretta da docente e da studente. "Colpa" di chi? Più che la "colpa" (buffo, no?) mi interessa capirne le radici storiche, che credo stiano nell'origine elitaria dell'università italiana: l'università non come servizio al paese, ma come palestra e setaccio dell'eccellenza, spesso fine a se stessa. Un peccato originale che ha resistito, per quanto edulcorato, anche a seguito della trasformazione in università di massa. Confesso che, come a molti colleghi, mi piace assegnare (oggi si dice "somministrare"!) l'esercizio raffinato in mezzo a quelli banali, premiare la brillantezza, stimolare la sottigliezza. Succede perché sono stato formato così, ma sono sempre più convinto che comporti qualche proble,a. Negli USA la sufficienza è alla portata di tutti, il sistema mostra molti difetti (molti ottimi dottorandi vengono infatti dall'Europa o dall'Asia) ma è certamente meglio commisurato alle esigenze della società.
Queste considerazioni non tolgono, anzi, rafforzano l'idea che punire in qualsiasi forma i fuoricorso in quanto tali sia semplicemente scellerato.

Il rapporto docenti / studenti e' viziato da anomalie prettamente italiane sui fuoricorso, durata degli studi e bassa percentuale di studenti che arrivano alla laurea.  Sarebbe piu' corretto confrontare il numero di laureati all'anno col numero dei docenti. Del resto il beneficio per la societa' e' il numero dei laureati (e la loro qualita'), non certo avere molti studenti che studiano molti anni e spesso senza conseguire titoli.

Starà poi alle università trovare il modo di evitare che gli evasori fiscali siano beneficiati.

 

le università` non possono accollarsi i compiti della guardia di finanza

 

E’ infine molto condivisibile l’idea di far pagare più i fuoricorso, un problema apparentemente irresolubile dell’università italiana.

 

su quali dati si basa questa affermazione, che dice implicitamente, se non esplicitamente, che il problema dei fuori corso sarebbe dell'università italiana e solo dell'università italiana ?

 

In realtà, sarebbe facile risolverlo proibendo il fuori corso ed introducendo un esame finale, ma questa soluzione impone una riorganizzazione della didattica che sembra fuori della portata dei legislatori italiani.

 

il legislatore ha creato una norma che, se applicata con accortezza, potrebbe, io credo, fare qualcosa per questo problema; pero` questa norma non viene applicata bene e volentieri (si tratta dell'art. 6 del D.M. 270/2004)

 

Cosa succede ad enti simili, tipo l'INDAM, INAF, CNR?

 

la domanda non ha molto senso, perché non si giustifica un male con altri mali, e, come ha mostrato il prof. Rotondi, il taglio all'istituto nazionale di fisica nucleare e` un male

semplicemente perchè tutti gli studenti deveno passare un esame alla fine del percorso di studi. Chi passa finisce in corso, chi non passa non prende il diploma.

In Italia (almeno a Fisica a Pisa, non so se è uguale da tutte le parti) sei considerato fuori corso se, per esempio in una laurea triennale, ti laurei nell'appello successivo a quello di settembre del terzo anno dall'iscrizione.

Il percorso di studi quindi sarebbero i tre anni, alla conclusione dei quali bisogna sostenere un esame (tesi/tirocinio) e chi non lo passa non prende il diploma.

Dov'è la differenza con UK?

in Italia sei fuori corso se ti laurei nel dicembre del terzo anno, o nel giugno del quarto o anche  dopo.

in UK a giugno del terzo anno devi passare un esame - se lo passi prendi un diploma, altrimenti no.  A settembre puoi iscriverti al livello superiore, se hai il diploma, o puoi trovarti un lavoro, con o senza diploma, ma non puoi rimanere all'università.

come influisce l'art. 6 del D.M. 270/2004 sul problema dei fuoricorso?

 

come influisce l'art. 6 del D.M. 270/2004 sul problema dei fuoricorso?

 

ho raccolto le mie riflessioni in merito in un articolo pubblicato su roars (horribile dictu)

 

http://www.roars.it/online/?p=9507

 

siccome ho poche cartucce a disposizione, a scanso di equivoci devo precisare questo: non dico che ci sia una relazione univalente di effetto-causa, cioè non sostengo che la mancata applicazione dell'art. 6 del D.M. 270/2004 sia LA causa della presenza di fuori corso; come osservava altamante, varie sono le tipologie di fuori corso; ma una relazione c'è; infatti, sulla base della evidenza a mia disposizione, chi comincia bene finisce in tempo; e sostengo che una applicazione accorta dell'art. 6 del D.M. 270/2004 avrebbe un impatto significativo sia su questa situazione che su altre; non posso riassumere oltre, questo margine è troppo angusto

 

(ma absit iniuria verbis ! qui siamo tutti nervosetti, e non vorrei  che qualcuno si offendesse per una citazione fatta in chiave scherzosa)

Nella valutazione del numero docenti-studenti occorre considerare che un numero, credo, elevato di studenti sono studenti fantasma, soprattutto nei settori "deboli" (scienze giuridiche e sociali e lettere): studenti fuori corso, impiegati che fanno lo studente a tempo perso. cercando di diplomarsi attraverso la paziente ripetizione degli esami per ottenere, col diploma, la prospettiva di un avanzamento di carriera, in ciò agevolati dall' interesse delle facoltà di "fare numero" e dall' assenza di un esame di ammissione. Sarebbe quindi interessante vedere la classifica limitatamente ai settori "forti" (scienze, ingegneria, medicina) dove in genere gli studenti apparentemente sono studenti veri o almeno meno fittizi anche da noi.

Il problema dei fuori corso in Italia è notevole, ed è vero che molti "ci giocano", laureandosi in tempi geologici, tanto c'è papino.

Ma è anche vero che l'università italiana, per quel che posso dire, non fa nulla per aiutare gli studenti a rimanere a ritmo. Tanto per dire, so che a Bari ci sono corsi part-time per lavoratori in cui è PREVISTO laurearsi nel doppio del tempo, ma è un'innovazione degli ultimissimi anni e non mi pare sia diffusa. In UK invece è una cosa del tutto normale, anche a livello di dottorato.

Un paese con PIL 1000 e zero investimenti in R&D avrà (oggi) una produzione scientifica minore di un paese con PIL 42 ed investimenti in R&D pari a 0.4.

Data questa semplice osservazione (aggiunta a quella che senza il CERN - un ente popolare anche negli anni 90 quando creava, de facto, l'aggeggio che oggi ci permette di pontificare online), ci si domanda quale sia la logica di insistere su tagli all'Università ed alla Ricerca. Domandiamoci: dove sarà il primo paese tra 20 anni e dove sarà il secondo nello stesso periodo di tempo? E soprattutto, poniamoci questa domanda, in presenza di una legge - la 240/2010 - ed un combinato di decreti che rendono la gestione quotidiana simile ai 5000m stile libero nella melassa. Facciamo così. Invece di tagliare l'INFN, cominciamo dai finanziamenti pubblici (o yeah, ce ne sono!) a Via Sarfatti e a Viale Pola, seguiti dai finanziamenti a "certi SSD" (quelli fuori tradizionalmente dalle Lettere e dalle Scienze Naturali ed Ingegneristiche per intenderci). Poi ne riparliamo.

Infine, frasi tipo: "il finanziamento pubblico all'Università è profondamente ingiusto" andrebbero evitate. Sapete com'è: a Berkeley, CUNY, UW, ETH, EPFL, ENA, Karolinska, Tubinga, Aarhus etc potrebbero inalberarsi, ed anche a Bicocca potrebbero girare i cabasisi. E fatemi mettere le mani avanti: un conto è discutere di come rendere il finanziamento pubblico (necessariamente crescente e certo, data la prima osservazione) efficace, un conto è fare affermazioni assolutistiche avendo una "hidden agenda" da "starve-the-beaster" piuttosto evidente. Come facciamo a far in modo che gli Atenei siano in grado di valutare la situazione patrimoniale della famiglia di uno studente? Si dà loro accesso ai data-base della AdE e della AdT. Non è difficile e possiamo cominciare da lì. Invece no. Qui si pensa solo ed esclusivamente a tagliare. Posso anche accettare il principio, ma è ora che a pagarne le conseguenze siano i primi propugnatori di queste misure.

Marco Antoniotti

Non ho capito bene a chi stai rispondendo. Non certo a me. Personalmente, non ho alcuna hidden agenda. La mia agenda è chiarissima. I soldi sono pochi per ragioni macroeconomiche e bisogna usarli bene. Quindi, poche assunzioni mirate, promozioni interne solo per geni assoluti con offerta ad Harvard e tutti i soldi per ricerca vera (acquisto attrezzature, borse, RAs etc.). E aumentare le tasse a chi può permettersele e dare borse di studio ai veri studenti poveri e meritevoli.

Si caro Giovanni Federico.  Sto rispondendo a te.  Ho un riflesso pavloviano non appena sento il mantra apodittico del "pubblico brutto sporco e cattivo".  Sarà la lettura del NYT il lunedì ed il venerdì che me lo causa.

 

Vediamo di essere costruttivi.  Sto seguendo questi dibattiti da un tot di tempo e credo che mentre lo spirito che anima i diversi contendenti (perchè di contendenti ce ne sono, present company included) sia più o meno lo stesso, ovvero, si osserva che il sistema universitario ha dei problemi non banali e da risolvere, le divisioni arrivano su questioni di metodo e di obiettivi.

 

Le cose che dici nel tuo intervento iniziale e nella tua risposta sono, mi sia permesso dirlo, solo slogan.  Michele Boldrin ha - se ho ben capito il suo intervento - espresso il suo dissenso alla tua impostazione, e, sempre se ho ben capito, per ragioni più che corrette anche se, forse non le condivido completamente.

 

Il problema è duplice: data la situazione corrente un taglio ulteriore ad Università e Ricerca in Italia sarebbe fatale sul medio lungo periodo.  Questo dato non è discutibile, e chi lo fa, lo fa senza tener conto della situazione complessiva italiana, dove, repetita juvant, i finanziamenti di R&D ed educazione terziaria sono, ahinoi, soprattutto pubblici.  Non solo, se pure lo fa postulando che questi finanziamenti in Italia siano equivalenti al "fare le scarpe migliori al mondo", o più prosaicamente che bisogna scegliere tra una maestra od una MRI, lo fa senza tener conto di altre spese ben più improduttive e del ROI sugli investimenti pubblici in Ricerca ed Educazione.  Senza tirare in ballo le spese militari, cosa che dovremmo fare, l'altra faccia del problema è invece il seguente: è il combinato della Legge 240/2010 con annessi e connessi (in primis le camice di forza sulla didattica e sull'organizzazione interna degli Atenei e sulla struttura dei compensi per le diverse fasce di docenza) il problema principale dell'Accademia Italiana.  O si attacca questo problema, oppure i tagli serviranno solo a frustrare persone (*) ed a rendere più gerarchica e poco trasparente la gestione degli Atenei e dei Centri di Ricerca ed a oberare di lavoro le amministrazioni (lavoro che poi puntualmente non verrà fatto o verrà fatto male, dato che le risorse non saranno insufficienti, con il classico ciclo vizioso del "pubblico che non funziona" etc etc).

Ora, per attaccare questo problema ci sono diversi "atteggiamenti".  Quello "micro" dove con calma e fatica si cambiano le cose (ammesso che si sia messi nella condizione di farlo, cosa che la 240/2010 con annessi e connessi non ci permette), ad esempio operando sui formati dei corsi e sui calendari didattici e sul numero degli appelli; oppure quello "macro" in cui si si attacca il sistema con provvedimenti centralistici e con tagli uniformi (l'aggettivo "lineari" lasciamolo ai giornalisti :) ) declamando - vanamente - che così il sistema si "autopurificherà" come conseguenza.  Lo so, sto abusando di terminologia economica, ma dovremmo esserci capiti.

 

Se questo è il quadro della situazione, allora bisogna agire di conseguenza ed adoperarsi per smantellare la 240/2010 ed i DM accessori; e, mentre si arriva a questo obiettivo, tentare, per quanto possibile di metterci delle pezze.  Rimane il problema delle linee guida sulla base delle quali operare.  Prendiamo il problema della tasse universitarie che il governo ha ora aggirato con una classica manovra manzoniana (nel senso dell'Azzeccagarbugli) dagli effetti deleteri a valle sul piano organizzativo.  Anche ammesso che le tasse debbano essere aumentate (cosa che, sinceramente, non mi vede contrario) questo aumento dovrebbe essere (1) fortemente progressivo e (2) evitando come gli schemi "indebitatori": prova ne è il dibattito attuale USA sulla questione, dove il debito studentesco è oramai visto come un problema dalle dimensioni non banali.   Date queste premesse - non negoziabili! - come otteniamo questo risultato?  Dando accesso agli Atenei ai data-base della AdE e della AdT.   Oppure prendiamo il problema del differenziale di stipendio tra in nuovi peones (i RTD A) e gli ordinari.  Io non ho problemi a essere pagato da associato (sto mentendo, ma tant'è :) ), a patto da avere i diritti di un ordinario, specie quando questo mi impone di buttar via dei soldi in tempo ed altre facezie (cosa accaduta un annetto fa durante una fantastica riunione del S.A. locale; per carità non fu un intervento "ad personam" ma rimane il fatto che ciò accadde).  Sarei anche contento che gli stipendi di "certi ordinari" venissero ridotti (quelli di "certi SSD" ad esempio, se mi è permessa la malizia).  Ma come procediamo in questo senso?  O "puniamo" o "apriamo vie alternative".  Io sono per la seconda strada.  Quali potrebbero essere le vie alternative?  Le solite: smantellamento della 240/2010 ed effettiva autonomia degli Atenei in un quadro nazionale di finanziamenti *adeguati* (160 milioni per il PRIN 2012 sono una bagatella rispetto alle necessità) e perequativi sulla base di progetti sul futuro, il che implica un totale rovesciamento della prospettiva di "valutazione" discussa ed implementata fino ad ora.  In questo caso, diventa interessante l'introduzione di un nuovo ruolo a cui i docenti possono liberamente ("liberamente" implica senza "bastoni" ma solo con "carote") accedere, pagato secondo criteri locali basati sui risultati di ricerca e/o didattici (non si vede perchè un ottimo didatta debba essere pagato di meno di un ottimo ricercatore) dove però sia chiaro quando c'è l'equivalenza con gli ordinari attuali.  Dimenticavo.  L'abilitazione nazionale?  Da quando in qua a Princeton (o dove siedo in questo istante) uno per diventare "full professor" deve passare una selezione "nazionale" basata oramai solo su criteri "sintattci" e non "semantici"?  Eppure, "certi economisti" hanno lodato la legge 240/2010.

 

In altre parole, è possibile discutere di obiettivi e di misure da prendere per migliorare la situazione.  Se di questo vogliamo discutere, bene.  I am ready.  Are you?  Ripetiamo i parametri della discussione.  (1) i risparmi si ottengono soprattutto sulle procedure e sull'organizzazione (quindi 240/2010 con annessi e connessi va smantellata); il MIUR non deve entrare nel dettaglio della gestione di ricerca e didattica. (2) ogni discorso su tasse a qualunque livello deve mettere in conto una loro aumentata progressività effettiva rispetto alla situazione corrente.  (3) L'autonomia degli Atenei va attuata e garantita.  (4) Le carriere devono "aprirsi", anche ammettendo di non avere gli stessi compensi attuali.  È questa una base di discussione?

 

Marco Antoniotti

 

 

(*) Secondo "certi meritocrati" il sottoscritto è una capra che non merita responsabilità e promozioni.  Vabbè.  Che mi sia concesso almeno di dubitare delle effettive qualità dei suddetti.  Il mio CV è online.

 

 

Si scrive "fondi" e si legge "promozioni".  Gli ordinari ed associati anziani stanno andando in pensione: vediamo quanti dei pochi soldi disponibili saranno utilizzati per assunzioni di giovani e quanti per promozioni interne. La tanto vituperata legge Gelmini indicava solo una cifra (i tagli erano in altre leggi): uno stanziamento per assumere nuovi associati prima che arrivassero a concorrere i nuovi ricercatori a tempo determinato. Rovesciamo la prospettiva: facciamo una battaglia per prepensionare tutti gli ordinari ed associati con più di 65 anni e 40 anni di contributi (estendendo il provvedimento già adottato per i ricercatori e per il pubblico impiego in generale),  investendo metà dei risparmi in spese strutturali per ricerca (attrezzature, laboratori etc.) e metà in assunzione di nuovi ricercatori TD Ci stai? 

 

 

 

(*) Secondo "certi meritocrati" il sottoscritto è una capra che non merita responsabilità e promozioni.  Vabbè.  Che mi sia concesso almeno di dubitare delle effettive qualità dei suddetti.  Il mio CV è online.

 

 

 

 

 

 

 

Dissento con l'approvazione che Giovanni offre a quella parte dei provvedimenti del governo Monti che taglia i fondi alla ricerca.

Non voglio nemmeno entrare nel merito degli specifici tagli (tagliare l'INFN quando si continua a finanziare, tanto per dire, il DAMS di Bologna è atto d'un antimeritocratico da far piangere); voglio invece fare un ragionamento sia politico che "economico" (fra virgolette, nel senso di applicazione sempliciotta di mechanism design) che contraddice quello di Giovanni.

Se capisco correttamente, Giovanni mi può correggere se sbaglio, il suo ragionamento è il seguente: 

1) nell'università e nell'ambito della ricerca italiana vi sono grandissime inefficienze e sprechi;

2) poiché, a causa di tali sprechi, si potrebbe produrre la stessa quantità di ricerca a costi inferiori, allora occorre cercare di eliminare tali sprechi;

3) i tagli proposti non sono enormi ma forzeranno le istituzioni ad essi sottoposte a darsi da fare per tagliare sprechi ed aumentare efficienza.

Quindi, conclude Giovanni, questi tagli non sono poi così da condannarsi.

Io condivido anzitutto che far pagare agli studenti una % più alta del costo dell'università sia buono, giusto e progressivo (nel senso di ridurre la tassazione regressiva che fa pagare ai morti di fame gli studi universitari dei benestanti) . Quindi il punto (iii) dell'articolo di GF mi convince pienamente.

Sugli altri due, io vorrei contrapporre il seguente ragionamento a quello di GF:

 

1') come 1), siam d'accordo;
 

2') poiché, a causa di tali sprechi, si potrebbe produrre maggiore ricerca con gli stessi soldi, allora occorre cercare di eliminare gli sprechi;

3') per eliminare gli sprechi occorre forzare sul sistema universitario e della ricerca concorrenza e merito, forzando alla sparizione le istanze inefficienti.

Quindi i tagli sono da condannare perché lineari e tipici di chi vuole mantenere in piedi la struttura esistente ed il sistema di potere che essa sottende, invece di sovvertirlo.

Vi è continuità fra i tagli di Monti e quelli di Tremonti-BS: nessun cambio nelle regole del gioco, nessuno sforzo di separare il grano dal loglio, preservazione e difesa degli ambiti di privilegio degli amici (se volete facciamo l'elenco) e riduzione risorse a disposizione del sistema educativo e della ricerca.

Ora, siccome di certo il totale delle risorse NON è particolarmente alto ed andrebbe aumentato invece che ridotto e siccome, SOPRATTUTTO, un taglio lineare operato in un sistema omertoso e medievale come quello della ricerca e dell'università italiana ricadrà (come è sempre ricaduto) su quelli che non sono parte del sistema omertoso, sui non protetti, sugli outsiders e sui giovani, io ne concludo che questi tagli siano da condannare perché generano incentivi nefasti. 

L'università e la ricerca italiana sono uno dei pochi rami della spesa pubblica che non ha bisogno di tagli ma di radicale riforma strutturale per cambiarne il sistema d'incentivi. Non si può sempre usare l'emergenza come scusa e giustificazione. Il governo Monti è al potere da 9 mesi, Profumo è uno che viene dall'interno del sistema: hanno avuto TUTTO il tempo necessario per preparare riforme vere e di struttura.

Se non l'hanno fatto io posso solo concludere che o ben sono degli incompetenti o sono in malafede. O entrambe le cose.  

Non so come pormi di fronte a questo problema.

 

Da un lato Michele ha ragione, ad esempio quando dice che gli effetti di questi tagli quasi certamente si scaricheranno sui precari. Le Università preferiranno spendere in avanzamenti di carriera piuttosto che in ricercatori TD, ad esempio. Insomma, per usare le sue parole, incentivi nefasti.

 

Dall'altro, se i soldi verranno usati male perché il sistema è marcio, perché darli? Prima di aumentare il finanziamento andrebbe rivoluzionato il sistema. Ma come si fa? Da Mussi in poi ci provano tutti, poi al momento di discutere con le parti interessate (in particolare i professori, di cui, ricordiamo, il parlamento è pieno) le riforme si addolciscono e ci troviamo punto e a capo.

 

Il ministro dovrebbe fare di testa sua e rifiutare il dialogo. A me sembra, in questo momento, una cosa politicamente irrealizzabile.

Sorry "kaapitone", but on what planet do you live?

Presumo tu sia d'accordo con la necessità di tagliare la spesa pubblica e spero che tu non voglia fare come l'italiano medio (bisogna tagliare tutto tranne il mio orticello). Dato questo quadro e non un altro, esprimo un giudizio su tagli che sono tutt'altro che lineari (come sarebbe stato un taglio secco del FFO). Sono di tre tipi

i) tagli secchi ad istituzioni di ricerca finanziate dal MIUR. Il mio giudizio era molto dubitativo - dolorosi forse qualcosa è sopportabile. L'INFN, che si occupa di una branca della fisica prende di più di tutto il resto della ricerca italiana

ii) la forte riduzione del turn over. Il mio giudizio era abbastanza dubitativo: si potrebbe sopportare con qualche riorganizzazione se tutti i soldi venissero usati per assumere giovani e non per promuovere docenti già in ruolo. Se poi così non fosse, sarebbe colpa delle università non del ministero. Gli incentivi sono nefasti?  Proviamo a cambiarli (come sai, il processo, lento e molto combattuto, è in corso) ma i tagli in se non sono il problema. Anzi c'è un lato molto positivo: se i risparmi da pensionamento sono superiori al 20%, le università sono obbligate ad usare i fondi per ricerca ed edilizia.

iii) permettono alle università di aumentare le tasse sui fuori-corso. Giudizio ampiamente positivo, soprattutto considerando che parte dei soldi deve andare in borse di studio

i dati

alberto rotondi 11/7/2012 - 00:57

tagli secchi ad istituzioni di ricerca finanziate dal MIUR. Il mio giudizio era molto dubitativo - dolorosi forse qualcosa è sopportabile. L'INFN, che si occupa di una branca della fisica prende di più di tutto il resto della ricerca italiana

Ente di ricerca                                  finanziamento Ml di Eu      dipendenti    taglio  ML

---------------------------------------------------------------------------------------------------

 Agenzia spaziale                                              502                                 198                          3,8

 CNR                                                                       492                                8192                      24,0

 INFN                                                                     240                               2000+2500      34,0

 INAF (Astrofisica)                                             80                                989                          1,3

 INGV (geologia)                                                  45                                484                          2,2

-----------------------------------------------------------------------------------------------------

Alcune note:

1 l'agenzia spaziale ha poco pesonale perché in pratica è una funding agency, che  gestisce commesse per l'industria spaziale e delle telecomunicazioni;

2. tra i dipendenti INFN ho messo i 2500 associati universitari. Prevalentemente svolgono ricerche a tempo pieno in fisica nucleare, medicale o applicativa, ma sono pagati dalle università

3. non so quanti associati universitari abbiano gli altri enti

 

  Il costo dell'INFN , rilevante rispetto agli altri enti, è dovuto  a due fattori:1)  la grande tradizione italiana in fisica nucleare (siamo terzi al mondo per citazioni, si veda più sotto De Nicolao) e 2) il costo degli apparati per la fisica nucleare e dei grandi acceleratori. In Italia INFN mantiene e fa funzionare 4 grandi laboratori (Legnaro, Frascati, Gran Sasso, Catania), che costano milioni solo di corrente elettrica per gli acceleratori (tranne il Gran Sasso).

Ho già fatto notare che, come impiego di risorse,  nella fisica nucleare l'Italia è allo stesso livello degli altri paesi (pensate che in Germania è in costruzione il complesso di acceleratori chiamato FAIR, che costa 1,5 Miliardi di Euro), mentre è paurosamente deficitaria negli altri settori.

Benissimo, allora tagliamo l'INFN!

i) tagli secchi ad istituzioni di ricerca finanziate dal MIUR. Il mio giudizio era molto dubitativo - dolorosi forse qualcosa è sopportabile. L'INFN, che si occupa di una branca della fisica prende di più di tutto il resto della ricerca italiana

Il fatto che i tagli siano o meno sopportabili dipende da quanto e' comprimibile la spesa: non ha alcun senso confrontare il budget di un ente che deve pagare stipendi con un budget che va tutto in ricerca di personale gia' stipendiato (come i PRIN). E poi il fatto che i tagli siano o meno sopportabili dipende dal risultato che vuoi ottenere: se non ci interessa rimanere al vertice in uno dei pochi settori in cui l'Italia e' ancora davvero competitiva, be' allora possiamo anche lasciare l'INFN senza i soldi per pagare la bolletta dell'ENEL.

ii) la forte riduzione del turn over. Il mio giudizio era abbastanza dubitativo: si potrebbe sopportare con qualche riorganizzazione se tutti i soldi venissero usati per assumere giovani e non per promuovere docenti già in ruolo. [...]

Tu hai visto un bel film.

 Il punto è molto semplice. Lo ripeto per la centesima volta. Le persone di buona volontà parlano di spesa per ricerca, le università usano i soldi per aumentare gli stipendi dei docenti attraverso le promozioni e - in misura minore- per aumentare il numero di occupati.

La Folla è stufa agra dell'Università e dei  loro accademici docenti, che bastonerebbe senza ritegno seguendo le linee guida pubblicate in questi anni soprattutto da "Il Giornale", "Libero", ma anche da "il Sole" e il "Corriere". Le Masse chiedono di farla finita con l'Autonomia, e minacciano con i Forconi.

Nell'Europa Centro-Settentrionale ridono, ridono, ridono, e se la passano pensando che spazzare via del tutto l'Italia è un buon affare, dopotutto.

RR

Quel che volevo dire e' che non mi sembra che assieme ai tagli sian previsti meccanismi di salvaguardia di chi e' efficiente.

Il punto è molto semplice. Lo ripeto per la centesima volta. Le persone di buona volontà parlano di spesa per ricerca, le università usano i soldi per aumentare gli stipendi dei docenti attraverso le promozioni e - in misura minore- per aumentare il numero di occupati.

Le promozioni a tappeto sono state una jattura, ma la soluzione non puo' certo essere quella delle "non promozioni" a tappeto. Altrimenti i docenti giovani e bravi prenderanno la via dell'estero.

E' gia' successo per i precari, ed ora cominciano ad emigrare anche gli strutturati: solo nella ristretta cerchia dei miei colleghi e conoscenti matematici so di due casi di persone che hanno preso l'aspettativa per andare a lavorare in Germania (dove gli e' stato offerto un contratto a tempo indeterminato).

In pratica,  autorizza le università a far pagare i fuoricorso molto di più.

Autorizza a far pagare i fuoricorso quulunque cifra, non c'e' piu' limite di legge, e autorizza a far pagare gli studenti in corso fino a spanne al 100% piu' di quanto pagano ora (ipotizzando ~40% di fuoricorso che pagano mediamente il 20% in piu' di tasse universitarie.

ma annullare qualsiasi spesa pubblica in favore delle università (almeno dal lato "didattica", quindi considerando la ricerca a parte), spendendo invece una quota dei soldi risparmiati in aumento di borse di studio per "meritevoli" non in grado di pagare le (aumentate) tasse universitarie?
altrimenti, volendo mantenere la "pubblicità" del sistema, continua a sembrarmi una doppia tassazione. (trascuro l'evasione per semplicità). il ricco paga, di per sè, più tasse del povero (anche a parità di aliquota, chiaramente): ergo perchè mai dovrebbe essere doppiamente tassato pagando di più del povero anche per mandare suo figlio all'università (genio o nullafacente, nulla cambia)?

Povera patria (f. battiato). Non solo abusi di potere di gente infame, che non sa cos'è il pudore.

 

Ma anche una nuova religione, dove senza capire, senza sapere, senza nemmeno immaginare, ripetere litanie e rosari di mumbo-jumbo economista. Al ritmo dei bonghi.

 

Mah. Io ai miei tempi almeno ho provato a proporre la schiavitù, o colonie inutili e irrealizzabili come Panama. Ammettetelo, anche voi siete della mia pasta, e vorreste la schiavitù (liberale), e cose inutili e irrealizzabili (come l'"efficienza" o la "meritocrazia"). O forse non vedete l'ora di poter sostituire la vostra governante messicana con un fisico dell'INFN.

 

Sincerely Yours,

Andrew Fletcher

INFN

enzo f arcangeli 10/7/2012 - 02:11

Sulla Big Science, com'è il caso dell'INFN, il dibattito tradizionale in letteratura di Science Policy è che questa - dati i vincoli sia pure dinamici e flessibili di risorse - sottrae risorse a Little Science o anche a technology (questa va sì sul mercato in gran parte: MA NON TUTTA; nella ricerca di base, il ruolo di coordinamento e stimolo delle università di eccellenza è SINE QUA NON, la storia recente insegna).
Quindi l'ultima cosa da fare è un taglio lineare del 10%: o resti in campo ed aumenti la spesa, o esci dicendo noi siamo piccoli e belli - voi fisici emigrate non siete più graditi.
Infine, per le policy italiane va fatto un discorso di vantaggio comparato: non abbiamo ancora disperso il patrimonio di via Palisperna, ma ci stiamo lavorando.-(

Via PaNisperna, non PaLisperna!

Ma non dovrebbe essere un disastro epocale dal punto di vista della didattica, dato che il numero di professori in rapporto agli studenti, pur in rapido calo, è ancora storicamente elevato.

Questa frase mi lascia perplesso. Non sono sicuro che descriva adeguatamente la situazione, in particolare non tiene conto della disomogeneita' del rapporto docenti studenti.

In particolare ho l'impressione che ci siano Dipartimenti che gia' ora hanno un rapporto critico di docenti/studenti, altri dove il rapporto e' decisamente piu' favorevole (e quindi un eventuale taglio meno dannoso).

Il rischio e' che un taglio lineare, uguale per tutti, metta in crisi settori strategici (le scienze dure, ma anche ingegneria). Non mi sembra un buon affare.

 Mi riferivo ai dati totali.  ovviamente è possibile che alcuni dipartimenti abbiano problemi - ma allora dovrebbe esserci qualche forma di mobilità. E' noto che la distribuzione delle risorse dipende ancora in una certa misura dal numero di professori reclutato nel 1980 I pensionamenti potrebbero essere  una buona occasione per una distribuzione più razionale, se le università volessero coglierla

 

Cf per i dati

 

http://noisefromamerika.org/articolo/finanziamenti-alluniversit-1980-2009

ovviamente è possibile che alcuni dipartimenti abbiano problemi - ma allora dovrebbe esserci qualche forma di mobilità.

Buona idea: son proprio curioso di vedere un professore di diritto che insegna l'elettromagnetismo agli ingegneri .

 

Cf per i dati

http://noisefromamerika.org/articolo/finanziamenti-alluniversit-1980-2009

A mio avviso il benchmark non dovrebbe essere la serie storica, ma piuttosto il corrispettivo rapporto (spesa/studenti o docenti/studenti) che si registra negli altri paesi.

ma questa sarebbe "spending review" mentre quanto ci è propinato come tale è solo continuità dei tagli lineari di Tremonti (e mi chiedo come potrebbe essere differente visto che al MEF, tranne Monti che vive per di più all'estero, sono tutte creazioni tremontiane.

 Sono tagli mirati a ridurre il turn-over ed a ridurre gli stanziamenti per alcuni centri di ricerca addirittura percentualmente differenziati. 

si ma in una spending review quale quella si fa anche ogni mese in ogni ditta sana, sulla base dei risultati mensili, i tagli si fanno rapportando i costi e  benefici di ogni centro. Non si tagliano risorse a un centro semplicemente perchè ne ha di più: dipende dal suo output passato e atteso. 

I tagli di una vera spending review seria devono essere giudicati in termini economici: per esempio le spese dei vari uffici vendita saranno valutate in base al volume di vendita, al numero di clienti: due uffici vendita con lo stesso volume non saranno considerati uguali se uno ha due clienti e l'altro 100. Quello che hanno fatto di spending review ha solo il nome. Per esempio alla Presidenza del Consiglio hanno operato tagli per 5 milioni nel 2012 e 10 nel 2013 e 2014 nonostante Berlusconi l'avesse riempita di dipendenti Mediaset con il rango di direttori.

Una piccola cosa: nessuno si è accorto che per l'illuminazione pubblica delle strade il paese spende 1,6 miliardi contro l'1 della Germania e lo 0,8 del R.U. Allineando la nostra spesa su pil (0,1%) a quella tedesca (0,04%) salterebbe fuori un miliardo. Accendendola un'ora dopo e spegnendola un'ora prima si risparmierebbero 300 milioni. 

Io non entro nel dettaglio dei tagli (INFN sì,Pinco Palla No, etc.), io non giustifico in alcun modo, nè il 10 %, nè il 2 % nei tagli alla ricerca, anzi, nel più arretrato dei manuali di economia si legge che l'unico modo per crescere nel lungo periodo è fare investimenti importanti nella ricerca e nell'istruzione.

Tutto il futuro tecnologico ed industriale ce lo giochiamo in due campi: nuovi materiali e nuove tecnologie, in entrambi i casi la fisica e la chimica sono fondamentali, l'elettronica e l'informatica sono campi fondamentali, ma in cui la ricerca è demandata molto di più al mercato, ma se oggi abbiamo microchips infinitesimali è per la ricerca nella fisica, non nell'elettronica.

Eliminiamo (SI', eliminiamo) il Fondo Unico per lo spettacolo e gli aiuti all'editoria, perchè oggi le tasse degli operai di Pomigliano servono per  pagare la prima alla Scala al Presidente della Repubblica,  mentre la scuola e l'istruzione che dovrebbero servire a far sì che il figlio dell'operaio di Pomigliano possa diventare Presidente della Repubblica sono continuamente tagliati.

 

E se Feltri, pensionato a 15.000 €/mese, vuol continuare a fare i titoli trash sulla culona lo facesse con i soldi suoi, e non quelli dei contribuenti.

Il FUS vale 410 milioni di € (di cui 140 con un aumento delle tasse sulla benzina fatto da TREMonti), il Fondo per l'Editoria altri 120 milioni, ecco se dovete "tagliare", tagliate l'inutile, non il futuro dell'Italia.

Il primo che dice: "sì, ma la cultura è importante" mi dimostra che i 200 milioni usati per gli Enti Lirici sono ritornati sotto forma di "cultura" per il 99,43% degli italiani e mi rimangio tutto.

Il mercato, non lo Stato deve stabilire cosa è "utile", lo Stato deve fornire istruzione e ricerca di base, per la miseria!

Anche se è da un po' che non posto, ogni tanto leggo ancora NfA, ed i commenti di Marco Esposito mi son sempre piaciuti. A parole tutti quanti dicono di investire in ricerca, formazione e innovazione. A parole tutti sostengono che questi sono i campi nei quali investire a lungo termine se si vuole risollevare il paese. Nei fatti sono fra le prime voci ad essere tagliate.

Già siamo fra i fanalini di coda nei finanziamenti per la ricerca a livello europeo. C'è da tagliare? concordo con Esposito: ci sono molti risorse e rivoletti di finanziamenti vari che potrebbero essere tagliati e che NON fanno parte dei servizi essenziali che uno Stato dovrebbe fornire.

E' deludende.

my 2 cents

marcodivice 10/7/2012 - 11:04

post che mi lascia perplesso.  cerco di riassumere il perchè

 

1. tasse

 

immagino che rispetto ai miei tempi, 20 anni fa, le tasse si basino ancora sul reddito. Sappiamo benissimo come sono le dichiarazioni dei redditi da noi. Con questo sistema abbiamo che il figlio di due maestri paga il max, e il figlio del professionista paga il minimo o è addirittura esente. Aumentarle significa far pagare di più i soliti.

 

2. Fuoricorso.

spero che l'università sia cambiata. 20 anni fa il punto era laurearsi, non finire in corso visto che era molto difficile. parlo di ingegneria ramo industriale, dove se la memoria mi assiste, le percentuali di laureati erano intorno al 10% degli iscritti e la durata media era sui 7 anni. Se la situazione non è cambiata, alzare le tasse ai fuoricorso, significa far pagare di più quei pochi che arrivano in fondo e non colpire dei fannulloni che gironzolano per i corridoi.

 

3. enti di ricerca

il taglio avrà effetto nefasto sull'attività di ricerca, per cui gli indici di performance dell'ente peggioreranno. La prossima tornata ci sarà chi si domanderà che senso abbia tenere aperto il centro x quando produce molto meno dei suoi omologhi europei, per cui chiudiamolo. Al danno la beffa.  Abbiamo bisogno di più ricerca, non meno. Rendiamo più efficiente la spesa questo si, ma ridurre la già esigua dotazione mi sembra fuori dal mondo.

 

Approfitto della discussione per andare un po' fuori tema, ma di poco, e chiedere al consulente Bondi e al governo Monti: possibile che nella spending review non sia ancora mai emerso che l'Italia paga il suo personale diplomatico molto, molto piu' della media dei Paesi ricchi di tutto il mondo?  Come mai la la Repubblica italiana vuole a tutti i costi mantenere il primato mondiale di questa spesa eccessiva anche quando va a raschiare  il fondo del barile riducendo i buoni pasto per risparmiare?

I sudditi poi rimangono anche in attesa di leggere prima o poi sui giornali che nell'anno 20xx i compensi omnicomprensivi di politici e dirigenti pubblici italiani sono stati finalmente livellati alle medie europee, pesate coi PIL pro-capite.

i) Tagli agli enti di ricerca. Veramente e' necessario spiegare perche' non si dovrebbero ridurre i finanziamenti alla ricerca, soprattutto in tempi di crisi? Si, ma il 10% e' modesto, che volete bisogna pur tagliare... Ma tagliassero del 10% i sussidi alle imprese, i contributi all'editoria, gli stipendi dei dirigenti delle controllate municipali! E sono solo i primi che mi vengono in mente.

Interessante poi che il taglio piu' cospicuo sia sull'INFN, uno degli enti che ha a disposizione piu' risorse rispetto alla spesa stipendiale (fondamentamentalmente perche' i suoi membri sono stipendiati da altri, le Universita', che i fondi li spendono tutti in stipendi, appunto).

 

ii) Il blocco del turnover indiscriminato (tanto per le Universita' "virtuose", con spesa stipendiale sotto il 90% dell'FFO, come per le altre, da quanto mi sembra di capire) paralizzera' quelle Universita' sfigate che avranno molte cessazioni in questi due anni, mentre si aprira' la guerra tra i vari SSD per accaparrarsi i pochi punti organico disponibili.

Ancora, si colpisce nel mucchio.

 

iii) Non considerare i fuoricorso ai fini del conteggio del 20% della contribuzione studentesca sull'FFO e' una mossa veramente vigliacca. Praticamente il Governo lascia mano libera alle universita' di aumentare le tasse ai fuori corso quanto vogliano, senza alcun limite di legge, mentre agli altri studenti le tasse si potranno aumentare fino al 40%, piu' o meno. 

Come se aumentare le tasse risolvesse automaticamente il problema dei fuoricorso, che gia' pagano piu' dei loro colleghi, pagando piu' a lungo per lo stesso "servizio", come piacerebbe definirlo a voi.

Raddoppiamogli le tasse, cosi' il pelandrone si da una mossa, certamente se non si laurea in tempo sara' perche' e' pigro, non perche' l'Universita' nostrana ha una mentalita' medievale,  un approccio da "30 o niente" (tanto da parte degli studenti come dei docenti), CdL elefantiaci, una classe docente vecchia (ma non preoccupatevi, mettiamo il blocco del turnover, cosi' non si rinnova) e poco disposta a cambiare. 

 

Aumentare le tasse agli studenti e' certo la soluzione a tutti i mali, e se non possono pagarle, beh, che facciano un mutuo che diamine! I nostri Amerikani Redattori possono confermare come questo sistema faccia faville, negli avanzatissimi States. 

Sarebbe stato piu' onesto portare il limite della contribuzione studentesca dal 20 al 50%, o direttamente abolirlo, tanto l'Universita' pubblica a che serve? E' vecchia, non competitiva (almeno secondo questo blog), gli studenti sono dei fannuloni mantenuti da papino, i prof dei baroni parassiti.

Aboliamo direttamente l'FFO e che ognuno si arrangi come puo'.

 

Difendere i tagli a Universita' e Ricerca e' quanto di piu' stupido si possa fare.

Veramente, questo articolo e' una delusione.

 

Fonte: Elaborazione del Ceris-Cnr su dati Ocse

"Scienza e Tecnologia in cifre - Statistiche sulla ricerca e sull’innovazione"

CERIS-CNR, http://www.cnr.it/sitocnr/IlCNR/Datiestatistiche/ScienzaTecnologia_cifre.html

 

 

Fonte: SCImago Country Ranking su dati Scopus (link)

Certo che...

G B 17/7/2012 - 17:15

Certo che quando uno vede acquistare con i fondi di ricerca imac da 27" utilizzati per leggere email, scrivere documenti con office o simili e navigare in rete, la voglia di una bella sforbiciata ti viene...

quando nello studio hai un computer comperato nel 2000 con cui fatichi ad accedere a siti che ti sono importanti per la ricerca e senti parlare di tagli alle spese la voglia di armarti di randello e scendere in piazza ti viene. Credo sia proprio il punto di Boldrin. Questi tagli sono lineari e non si scaricheranno su coloro che hanno l'imac da 27 pollici ma su coloro che hanno un computer che altrove non viene usato neanche dal portiere. E c'è scarsa correlazione (a dir poco) tra la qualità del tuo computer e quella della tua ricerca.

Incomprensibile, per me, l'idea di accorpare l'Indam al CnR, per fortuna rientrata. L'Indam spende in personale il 15% del suo budget (percentuale in costante calo), è sostanzialmente un'agenzia di finanziamento alla ricerca che distribuisce i suoi fondi non a pioggia ma su progetti. Tagliargli i fondi significa tagliare fondi destinati alla ricerca ed assegnati tramite peer-review.

Re: D'altra parte...

G B 17/7/2012 - 19:22

@Ciccoli d'accordo sull'indam. il problema e' che chi ha tagliato probabilmente non sapeva bene cosa stava tagliando, alla faccia dei tecnici.

 

e mi chiedo: avrebbe senso in una situazione di vacche oggettivamente molto magre che si intervenisse non solo sulla qualita' della ricerca, ma anche nel merito (nel senso di "argomento della ricerca"), prioritizzando gli ambiti in cui e' necessario "spingere" e riflettendo sul fatto che, forse, certe ricerche possono attendere tempi migliori? ok parlo da ingegnere rompiscatole.

Di fatto lo si sta già facendo. Sia a livello nazionale che a livello europeo il calo di fondi per la ricerca di base è eloquente. E quando si spingono tutte le Università a cercare finanziamenti esterni, in regime di vacche magre, senza prevedere nessun meccanismo redistributivo interno si sta spingendo con forza verso la ricerca applicata. Oggi in molte università aver fondi per cofinanziare un assegno di ricerca nelle discipline della ricerca di base è sostanzialmente impossibile.

Re: D'altra parte...

G B 17/7/2012 - 20:42

il problema e' che quelli che sprecano facendo acquisti inutili quando si potrebbe risparmiare e spendere per cose piu' importanti sono quelli che *decidono* come spendere i soldi... l'universita' italiana e' irriformabile, addio.

l'universita' italiana e' irriformabile, addio.

L'universita' italiana come il resto dello Stato italiano e' probabilmente irriformabile.

Sara interessante vedere se nel caso della Grecia un fallimento finanziario totale puo' cambiare in positivo una cultura e uno Stato fallimentari. E' possibile che anche dopo il default verso cui l'Italia procede tenacemente non ci saranno cambiamenti positivi.

   

   il problema e' che quelli che sprecano facendo acquisti inutili quando si potrebbe risparmiare e spendere per cose piu' importanti sono quelli che *decidono* come spendere i soldi... l'universita' italiana e' irriformabile, addio

E' un errore generalizzare una esperienza particolare.

Ho partecipato per 6 anni agli organismi direttivi INFN, sia locali che nazionali, e la preoccupazione maggiore è sempre stata quella di impiegare bene i finaziamenti.  Anche nelle riunioni del mio Dipartimento non mi sembra che vengano approvati sprechi inutili.

Dopo vari viaggi e vicissitudini, adesso sono ancora seduto sulla scrivania di metallo che ho visto per la prima volta da laureando nel 1972, nelle aule e sale conferenze ci sono ancora le vecchie sedie del classico tamburato lucido di legno  (che da sempre è stato il segno della sobrietà del pubblico)  restaurate e lucidate più volte. Francamente non vedo questi sprechi assurdi, almeno nelle Università che frequento.

 

Dovremmo smetterla di piangerci addosso e cominciare finalmente a fare qualcosa di positivo. Piccolo esempio: che si stanzino 500 Milioni straordinari per recuperare 10 mila ricercatori, quelli che ormai hanno 33-38 anni e che stanno per essere definitivamente espulsi dal sistema. Si facciano dei bandi simili ai bandi europei ERC starting grant, con commissioni super selezionate che guardino il merito e la qualità dei progetti presentati, con punteggi che favoriscano chi concorre proveniendo da sedi esterne o che rientra dall'estero, si dia una iniezione di energie fresche al sistema universitario e della ricerca,  si porti l'Italia ad avere un numero di ricercatori più vicino agli altri paesi concorrenti.  Da altre parti si è scritto che i professori guadagnano troppo? Ebbene, si taglino gli stipendi alti degli ordinari a favore del reclutamento dei giovani. Vi assicuro che la maggioranza dei miei colleghi sarà d'accordo, almeno nel settore tecnico scientifico. Stiamo infatti chiudendo le attività e le collaborazioni internazionali  per mancanza di risorse umane.

Un tetto agli stipendi troppo alti non mi sembra una proposta indecente. Anzi. Magari si potesse discutere ed estendere a tutte le categorie (in Francia sta facendo scalpore che Ibrahimovich abbia uno stipendio di 1 milione di euro al mese, 90 volte superiore al capo dello stato). In periodi di vacche magre, anzi magrissime, sarebbe ora di porre un tetto...

... ma questa mi sembra davvero una baggianata!

Certo che quando uno vede acquistare con i fondi di ricerca imac da 27" utilizzati per leggere email, scrivere documenti con office o simili e navigare in rete, la voglia di una bella sforbiciata ti viene...

In linea di massima i fondi di ricerca sono allocati sulla base di una valutazione (di un progetto, e/o  della produzione scientifica). Quello che andrebbe controllato non e' tanto il dettaglio di come questi fondi vengono spesi, ma quale sia il rapporto tra l'input (finanziamenti) e l'output (ricerca).

 

Nota a margine: non penso che gli sprechi nell'universita' siano legati agli Imac da 27'' (che peraltro costan circa 1.700 euro), e nemmeno a come sono allocati i fondi per la ricerca. Quando assumi degli incapaci totali (cosa che talvolta avviene), allora si' che fai un bel danno erariale: in quel caso nessuno paga, e temo che nemmeno la spending review riuscira' a far granche' (ma se vedo anche un solo ordinario esodato son disposto a ricredermi ;)

 

Nota a margine: non penso che gli sprechi nell'universita' siano legati agli Imac da 27'' (che peraltro costan circa 1.700 euro), e nemmeno a come sono allocati i fondi per la ricerca. Quando assumi degli incapaci totali (cosa che talvolta avviene), allora si' che fai un bel danno erariale: in quel caso nessuno paga, e temo che nemmeno la spending review riuscira' a far granche' (ma se vedo anche un solo ordinario esodato son disposto a ricredermi ;)

 

 E' questo il problema. Se dai soldi alle università senza mettere gli incentivi giusti, il rischio di assumere degli incapaci è altissimo. E' quarant'anni che sento parlare di fondi alla ricerca ed all'università e vedo sopratutto mediocri che entrano e fanno carriera. E allora prima mettiamo gli incentivi giusti (=hic et nunc facciamo funzionare l'ANVUR), lasciamo che gli ordinari vecchi vadano in pensione, facciamo mobbing su quelli giovani ma mediocri o peggio per farli andare in pensione (p.es. tagliamoli fuori dalle commissioni di concorso e facciamone degli zombies).  Quando poi i nostri colleghi avranno imparato ed il clima sarà cambiato, allora i soldi saranno ben spesi. In questo processo ci saranno delle ingiustizie? Purtroppo si, ma sempre meno di quelle che ci sono state finora con il sistema baronale tradizionale. Ci vorrà tempo? Certo, e tanto più quanto più quelli bravi, internazionali etc.  si schiereranno con la maggioranza dei cialtroni e mediocri  perchè colleghi (e per pregiudizi politici contro la Gelmini)

...ma ti rendi conto che taccio come spreco un computer da un migliaio di euro e noccioline che è uno strumento di LAVORO?

 

1- Non è detto che quel PC viene utilizzato solo per documenti office, tu come lo sai? Sei il sysadmin? Noi abbiamo più computer che persone, ma non certo perchè lì sprechiamo, ma perchè io, in questo istante, mentre passo la pausa, ho 24 processori occupati su 4 macchine diverse.

 

2- L'obsolescenza del nostro parco macchine è proverbiale, altro che lamentarsi di sprechi in tal senso. Io ho lavorato 3 anni su una macchina che quando l'ho presa in mano aveva 4 anni, la dovevo coccolare e pulire mensilmente e areare personalmente con un ventilatore puntato, se no non partiva. Ho avuto lo schermo CRT coi fosfori consumati fino all'anno scorso e ho perso una diottria. Scusa se ora ho speso 200 euro di fondi per un LCD 23" su cui lavoro anche per 10 ore filate, e 700 euro per un desktop che mi sono assemblato da me per risparmiare per avere la maggiore potenza possibile. Quando son stato in visita al politecnico di Zurigo si son scusati per la macchina di scarsa qualità che dovevano affidarmi perchè avevano un surplus di ospiti: era solo un iMac 24" di due anni precedenti, e non un modello dell'anno corrente. Quando gli ho detto che ero abituato a lavorare su CRT si son messi a ridere pensando fosse una battuta. Poi hanno rimarcato che neanche in slovenia sono costretti nel 2010 ai CRT.

 

3- Anche se fosse? E' comunque uno strumento DI LAVORO, e una persona che ha una professionalità di un certo livello come un ricercatore, per non parlare di un professore, deve anche poter scegliere quale strumento di lavoro preferisce senza che gli sia fatto terrorismo sui 300 euro. Il Mac ha una favolosa gestione dei pdf, molto intuitiva, ad un professore non eccessivamente tech savvy può far risparmiare ORE... E l'investimento si ripaga in pochi mesi... Sono queste le cose che fanno perdere qualità alla ricerca: il fatto che uno si senta sempre sotto giudizio per ogni minima spesa e non possa affrontare serenamente il lavoro

Tagli INFN

Andrea Idini 19/7/2012 - 09:30

Mi permetto di dissentire con l'approvazione dei tagli del 10% all'INFN, questo si riverserà in modo abbastanza drastico sulla qualità della ricerca, se l'ente non farà qualche miracolo di gestione nel contenere i fondi.

Già ora ci sono schizofrenie assurde, dovute alla mancanza di fondi.
Un esempio?
In quanto dipendente laureato e specializzato che svolge incarichi di ricerca, in trasferta posso godere il rimborso per, al massimo, hotel 3 stelle (anche in paesi del terzo mondo), e due pasti al dì.
Se l'hotel ha la prima colazione inclusa, uno dei due pasti, fra pranzo e cena, è a carico mio (altrimenti la colazione).
Motivazione? Quando si lavora il pasto lo si paga da se, quindi anche in trasferta.
Taxi? Vietati. Ricevute un minimo sospette? Depennate (con l'atteggiamento di chi "ohchebello, evitiamo di pagargli i 7 euro di panino e coca cola perchè lo scontrino (vi sfido a farvelo dare in USA) riporta "rep01" e non è itemizzato").

Ora quale dipendente laureato e specializzato, non solo non riceve diaria, ma si paga i pasti in trasferta all'estero?

Insomma i tagli, già prima di questa stangata, sono arrivati al punto di fare del terrorismo per evitare la minima spesa e così facendo si fa perdere tempo e serenità ai lavoratori. Si invoglia l'atteggiamento del "in trasferta è meglio che non ci vai, sai che sbattimento compilare le carte poi?" ed in questo modo si stroncano pesantemente le gambe alla ricerca.

Questo non è un grosso problema comunque, perchè io in quanto teorico notoriamente non ho bisogno di andare in trasferta e posso fare tutto comodamente nel mio ufficio con foglio di carta e penna (maddecheeee!) e quindi il mio fondo trasferta è ridotto a 500 euro l'anno (e dove ci vado? a celle ligure?).

Prospettive in Italia ovviamente nulle, e sebbene non ho un brutto curriculum per l'età e ho già accumulato un paio di invited talk (uno a Yale, meno male, se no facevo la muffa) e una mezza dozzina di pubblicazioni di alto profilo (impact factor medio: 5), non ho la MINIMA speranza di ottenere un contratto in Italia (non che ci tenga particolarmente, dato l'andazzo).
La mia ricerca è salvata dai guest frequenti (4 questo mese) che, a differenza nostra, riescono ad avere fondi per viaggiare.

Poi si lamentano della fuga dei cervelli...

Più analiticamente è ovvio che anche all'interno dell'INFN stesso ci sono particolarità, situazioni di sovrabbondanza affiancate a situazioni di sussistenza spinta, a causa dei metodi con cui vengono ripartiti i fondi: in generale gli sperimentali hanno molti più fondi, anche per viaggiare, dei teorici. I fisici delle particelle, più fondi dei fisici nucleari...etc... ed in quanto fisico nucleare teorico sono dalla parte sfigata della piramide, ma credo che in molti vivano questa situazione, che il taglio finirà per esasperare.

Scusate lo sfogo, ma già ora mettono i bastoni fra le ruote per quanto riguarda il vero lavoro di ricerca, non oso immaginare la situazione quando taglieranno ulteriormente (e io fortunatamente sarò già lontano lontano).

Qualora non ne foste a conoscenza, vi segnalo che Roars ha pubblicato (sostiene) una lettera con cui Sergio Brasini e Giorgio Tassinari (ordinari di Statistica economica) chiedono le dimissioni di Giovanni Federico in seguito al commento scritto su questo post il 20 luglio: http://www.roars.it/online/?p=10727

Per inciso, è forse interessante vedere il profilo scientifico di Tassinari: http://www.unibo.it/SitoWebDocente/default.htm?UPN=giorgio.tassinari%40u...
Di Brasini invece in rete non sono riuscito a trovare altro che il materiale didattico per gli studenti (certamente colpa mia).

E' giusto chiedere moderazione nei toni a chi riveste incarichi istituzionali, certo. Ma è ironico che proprio da Roars - iniziativa tra i cui animatori figura un veterano dei toni provocatori e dell'intervento a gamba tesa nei forum - si imbastisca un attacco del genere (endorsement a una richiesta di dimissioni) in seguito al commento sotto un post nel blog.

 Ricordo solo che il post (con relative risposte) fu pubblicato molti mesi prima del mio "incarico istituzionale", che consiste in una partecipazione gratuita ad una commissione consultiva per la preparazione di una lista di riviste.

La trasformazione di ROARS è curiosa ed anche triste. I promotori che conosco sono ottimi studiosi con una grande competenza tecnica in temi bibliometrici. Avrebbero potuto svolgere un importante ruolo di supporto e critica del processo di riforma. Invece si sono rinchiusi in una posizione di critica a priori di qualsiasi provvedimento del ministero che finisce per fare il gioco della parte più reazionaria del corpo docente italiano.  Mi ricordo il famoso post in cui calcolavano un costo astronomico della VQR sulla base del costo-opportunità del tempo dei valutatori stimato a 500 euro il giorno.   Peccato

 

 

giovanni federico: "Ricordo solo che il post (con relative risposte) fu pubblicato molti mesi prima del mio "incarico istituzionale" "

Giovanni  Federico ricorda male:

- incarico istituzionale: 3/7/12
- commento: 20/7/12

 

Vedi sotto (http://noisefromamerika.org/c/6596/89405):

 

Ma i cialtroni ed i mediocri non sarebbe meglio non assumerli, o nel caso si fossero dimostrati tali licenziarli, invece di tenerli a riscaldare le sedie fino alla pensione?

Io da contribuente britannico se leggessi un membro di una commissione o di un'agenzia paragovernativa qui nel Regno Unito fare un commento simile, non parliamo poi di politici eletti, me la prenderei e non poco, ma certo non per il tono, ma per il contenuto, che è in buona sostanza un'ammissione di impotenza e la concessione che si farà assistenzialismo con i soldi dei miei tributi, che si suppone fossero invece stati allocati per ben altro.

E per dirla tutta, a me contribuente il contenuto pare sì parziale, ma a favore della propria categoria professionale.

Non sarebbe meglio battersi invece per far sì che i soldi dei contribuenti italiani fossero spesi meglio, invece che lamentarsi di toni anche troppo moderati, e di contenuti sin troppo accondiscendenti?

La trasformazione di ROARS è curiosa ed anche triste. I promotori che conosco sono ottimi studiosi con una grande competenza tecnica in temi bibliometrici. Avrebbero potuto svolgere un importante ruolo di supporto e critica del processo di riforma.

mi duole ricordare che a un certo punto ANVUR ha chiuso la porta in faccia a roars, e che comunque roars ha continuato a fornire elementi di analisi critica; ANVUR ha comunque avuto la prerogativa di tenere conto delle suddette analisi;  

 

 Invece si sono rinchiusi in una posizione di critica a priori di qualsiasi provvedimento del ministero

non sono state critiche a priori, ma a posteriori, e solo dei provvedimenti che apparivano suscettibili di critica; del resto che significa ``critica a priori''? si allude qui a qualcosa che non puo` essere dimostrato; una ``critica a priori'' avrebbe potuto essere il rifiuto ``a priori'' appunto della bibliometria; ma cosi` non e` stato;

 

La lettera che chiede le dimissioni di GF è davvero un brutto segno. Penso che rappresenti la profondità del ventre molle  della vandea accademica italiana che ha intenzione di opporsi pervicacemente ad ogni tentativo di creare un sistema di valutazione.  Tutta la mia solidarietà a GF!! 

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti