Le riforme della Gelmini: il solito dirigismo statalista

25 luglio 2008 andrea moro

Alcuni giornali hanno riportato venerdì i contenuti di un'intervista radiofonica con il ministro dell'Istruzione Gelmini, dai quali si evince la sua intenzione di promuovere (1) la settimana corta in tutte le scuole, che rimarrebbero così chiuse il sabato; (2) il grembiule per tutti, anche se al ministro "piacerebbe pensare più all'introduzione della divisa ... magari con lo stemma dell'istituto appuntato sulla giacca"; (3) la reintroduzione della bocciatura con il 7 in condotta.

Ma è così difficile immaginare che decisioni così marginali sulle politiche educative possano essere decentrate al livello di ogni singola scuola? In questo paese, pare di sì.

Alcuni giorni fa, discutevo con un'amico i criteri di scelta della scuola per sua figlia, che comincerà a settembre la prima elementare. Essendo la qualità delle scuole presenti entro una distanza ragionevole piuttosto uniforme, fra i pochi criteri rilevanti c'è stata anche la possibilità scegliere una scuola in cui la bimba non dovesse frequentare il sabato. Segno che questo piccolo elemento di differenziazione fra scuole è apprezzato e sfruttato dai genitori.

E invece no, il ministro pensa che il sabato mattina nessun bambino debba andare a scuola, alla faccia dei genitori che vogliono invece spendere la mattinata libera per fare la spesa o tagliare l'erba in santa pace. Oppure di quelli che pensano sia più utile diluire le ore di insegnamento nell'arco di sei giorni. Del resto, nell'ottica ministeriale i genitori non vengono nemmeno reputati adeguati a scegliere se sia meglio mandare il proprio pargolo ad una scuola-caserma con pupilli in divisa piuttosto che ad una scuola-sfilata-di-moda assieme ad altri aspiranti modelli/e in abiti griffati.

Il tema sarà ritrito per i consueti lettori del sito, ma vale lapena ribadirlo ancora una volta: la smania di dirigismo statalistapervade tutti i settori dell'emiciclo parlamentare. Qualcuno vuole lascuola il sabato con tutti in grembiule, qualcuno fino al venerdì senzagrembiule, altri preferiscono i bimbi con la cravatta, altri con lostemma, e così via; ma quel che è più importante è che tutti si debbanoconformare alla preferenza del funzionario ministeriale di turno. Ma proprio nessuno pensa che sarebbe meglio lasciare la decisione alle scuole così che i genitori possano scegliere?

59 commenti (espandi tutti)

Sara' ritrito, non lo so, ma fa sembre bene sentirlo. Ancora una volta si mira a riforme di marketing e non di sostanza. Ti immagini essereil ministro che ha messo tutti in divisa? Passi alla storia!!

Ci aspettavamo di meglio dal Ministro Gelmini, secondo le indiscrezioni che circolavano. Ma d'altra parte e' chiaro che i vincoli politici a cui deve essere sottoposta non sono dei piu' leggeri.

Peccato!  

Come al solito non cambia niente, grembiule più, grembiule meno.
Faccio notare che il buon don Milani spiegava, assieme ai suoi alunni della scuola di Barbiana, che togliere ore (altra cosa è il distribuirle in vari modi su 5 o 6 giorni) è un danno enorme per i bambini nati in famiglie culturalmente povere. La cosa vale tutt'oggi.

p.s.: non so cosa circolasse di buono a proposito della Gelmini a parte insinuazioni - eh si, si parlava anche di lei secondo Repubblica di qualche settimana fa - riguardanti le famose intercettazioni. Sta di fatto che ha una
macchia paurosa sul suo curriculum che, tra le altre cose, non c'entra
nulla con l'istruzione.

Personalmente considero la settimana corta una boiata diseducativa; resto d'accordo che non abbia senso stabilire queste cose per legge.

@Johnny: che macchia?

Io sono per stabilire un monte ore fisso a livello nazionale e lasciare ogni scuola libera di gestirsi sul come distribuirle temporalmente assieme alle famiglie dei bambini. Diminuire le ore è invece un modo per iniziare a selezionare direttamente alle elementari.

la macchia di cui parlavo la trovi qui .

Aggiunta: non riuscivo bene a capire se Gelmini intendesse togliere ore o solo rimodulare il monte ore.
Pare voglia solo rimodularlo: "Valutare se concentrare le ore lasciando agli studenti il sabato libero".
Ho trovato questo e mi sono preoccupato e divertito parecchio: http://scuolaviolenta.blogspot.com/

Siamo alle solite: imbattendosi in una notizia utile a gettar
fango sul nemico, non si resiste ....

Eppure, per evitar le conseguenti patetiche figure di guano,
sprezzanti del ridicolo, sarebbe sufficiente compiere una verifica
(regola aurea del giornalismo serio, troppo spesso in disuso) presso
fonti differenti.

Il verbale ufficiale parla di inoperosità, ma la Gelmini
venne sfiduciata per una manovra di “bassa cucina” interna a
Forza Italia, secondo un costume ampiamente comune a tutti i partiti.
Quanto all'accusa di “inoperosità”, in base alla legge e
alla giurisprudenza amministrativa, è l'unica maniera di
rimuovere un presidente di assemblea dal proprio incarico.

ANSA, dichiarazione del sindaco Anelli:

Quel voto - spiega - ci fu. Ma era una questione di riequilibri
all'interno di Forza Italia. Non esisteva alcuna questione
d'inoperosità nei confronti di Maria Stella Gelmini. È
stata al mio fianco, in consiglio comunale a Desenzano, anche nel
precedente mandato, quando eravamo all'opposizione. E non posso certo
parlare di una persona poco operosa, anzi.

Ciò detto, solo per quell'amor di verità che non
a tutti sembra appartenere, considero il desiderio d'imporre ferree
regole comuni - anche in merito a particolarità talvolta
irrilevanti - un'emerita sciocchezza che evidenza una mentalità
dirigista, del tutto alternativa ad un sano principio di competizione
tra gli istituti, unica strada utile al miglioramento.

Gradirei molto anche l'allocazione delle risorse in relazione
ai risultati conseguiti – di cui, peraltro, non si fa cenno – ma
temo che al momento manchino proprio regole di valutazione chiare e
condivise ed, inoltre, che una simile impostazione possa provocare le
grida furiose di chi – promuovendo pretestuosamente un malinteso
egualitarismo di traguardo anziché di partenza – teme di
dover rinunciare al suo comodo bozzolo, protetto dalle insidie del
confronto.

Salvo, invece, il ripristino di un giudizio sul comportamento a
scuola, allo scopo di chiarire ch'è un luogo destinato
all'apprendimento, attività da condurre con un minimo di
consapevolezza e serietà, lasciando all'esterno talune
manifestazioni dell'umana insipienza.

Come sempre, dunque, parrebbe opportuno valutare i singoli
aspetti di proposte e provvedimenti, giacché non è
possibile (nemmeno statisticamente) giudicare tutto bianco o tutto
nero .....

...... a meno che non si legga la realtà attraverso le
lenti deformanti dell'ideologia o, peggio, dell'odio politico.

Arrivi preciso come la morte. In primis non è mia responsabilità se la Gelmini era allora ed è tutt'oggi espressione di un partito avvezzo a manovre di bassa lega. Secondariamente lei è stata effettivamente rimossa per inoperosità con i voti dell'opposizione e della maggioranza e a me non basta una dichiarazione dell'attuale sindaco Felice Anelli, eletto sotto la bandiera della CdL e appoggiato nella sua campagna elettorale direttamente da Berlusconi - per ovvie ragioni.
Però su una cosa hai ragione: visto anche quello che dichiara Anelli bisognerebbe verificare e non fermarsi alle dichiarazioni Ansa - che non dicono di per se nulla. Qualcuno dovrebbe andare fisicamente a guardare cosa c'è scritto sul quel verbale. Il problema a questo punto non è mio o tuo ma direttamente della ministra - visto che i giornalisti non lo fanno -  che dovrebbe provvedere pubblicamente e personalmente a fare chiarezza su questa ombra - visto che non ti piace macchia - che io definirei infamante.
Quindi il punto rimane al di là del tuo classico buttarla in rissa e del tuo richiamo al giornalismo serio
Se invece è stato già fatto allora ovviamente ne prendo atto senza le particolari figure di guano che tu mi vuoi attribuire. Però me lo devi segnalare.

Poi: Giuseppe D'Avanzo sulla Repubblica di qualche settimana faceva anche il nome della ministra in rapporto alle famose intercettazioni. Ormai è un problema passato ma io lo considero comunque rilevante politicamente e non questione personale e privata. E anche questo è un punto a sfavore di Gelmini nonostante il suo cattolicesimo convinto mi spinga (quasi) a scartare questa possibilità.

Infine: non essendo Gelmini una tecnica esperta della materia (vedi curriculum) non rimane che optare per la nomina politica. Bene, si sta rivelando fallimentare come scelta. Prima di tutto per la mancanza di riforme sensate - come ho detto in un post qui attorno mi sembrano articoli buttati un po a casaccio - e poi per la sua incapacità totale di comunicare. O è proprio mancanza di volontà? E questo tralasciando la faccenda degli esami di maturità e gli enormi tagli al personale e ai finanziamenti alla scuola pubblica che tremonti ha previsto e che Gelmini ha avvallato senza spiegare la "grande strategia".

Per la faccenda grembiuli si/grembiuli no non ho un'idea precisa. Ti faccio notare che il mio post era focalizzato sulla questione del monte ore e non su altro. Non posso concordare invece con te sul premiare il merito tramite l'allocazione di risorse alle varie scuole elementari (parlo di istituti, non di personale docente che deve essere ovviamente regolarmente valutato con tutte le conseguenze del caso). Creerebbe in men che non si dica disparità ancora più spaventose tra le varie scuole elementari e dunque si accrescerebbe quella selezione di classe di cui parla appunto don Milani e non si realizzerebbe quello che tu chiami giustamente egualitarismo di partenza. 

Scusa Andrea se ri-posto qui il succo di un mio intervento di qualche giorno fa che non aveva suscitato reazioni particolari. E questa, non foss'altro per ciò che succederà negli atenei italiani a settembre, mi pare sia abbondantemente beef (giusta o sbagliata che sia...).

Sono un po' (anzi, molto) stupito che dell'art.16 di questo:

http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/schedela/apriTelecomando.asp?codice=16PDL0006940

non abbia ancora parlato nessuno su nfA. Segnalo anche che negli atenei italiani sta per scoppiare un putiferio (scioperi, occupazioni, ecc.): il tutto però avverrà a settembre, dopo le meritate ed irrinuciabili vacanze!

la domanda è: diventando fondazioni, come si riuscirà a buttar fuori i baroni e le loro cordate di potere politico-economico?
se già ora non c'è una vera democrazia interna e nemmeno autonomia, cosa succederà in futuro?

mi pare che sia una brutta copia della riforma francese delle università (la legge LRU) con l'unica differenza che i francesi hanno deciso di investire ingenti risorse statali per preparare le loro università alla competizione internazionale. Università che godono già ora di un'elevata autonomia interna e che da quest'anno possono aprire ai privati e ad enti non statali. In Italia invece mi pare di capire si voglia come al solito fare tutto a costo zero con la speranza di metterci dentro sempre meno soldi grazie all'entrata delle risorse private - cosa tutta da dimostrare.
Non so quanto pil sia dedicato all'università ed alla ricerca ma suppongo che l'articolo 16 abbia come unico scopo quello di diminuire ancora quella cifrà già bassa rispetto agli standard europei  e all'obiettivo del 3% stabilito dal trattato di lisbona.

tre, non zero.

in definitiva:
1)non ci vedo dietro nulla se non il ragioniere "taglio tutto quello che si muove" tremonti.
2)la mobilitazione delle università (il rettore della Sapienza ha chiamato a raccolta studenti e personale docente e non, cosa non indifferente) si sommerà a quella degli statali contro il grande comunicatore brunetta e a quella del pd. non mi pare una mossa saggia.

Probabilmente non sarà facile convincere i privati ad investire nell' università in Italia, ma se diventassero la fonte principale di finanziamento non credo sarebbero interessati a mantenere le baronie attuali.

Devo vederlo prima di crederci, ma le baronie si reggono appunto sul finanziamento pubblico indifferenziato ed il valore legale del titolo di studio.

si probabilmente non sarà facile e investiranno solo in aree specifiche. sicuramente non nelle facoltà umanistiche a parte magari alcune fondazioni bancarie e la galassia cattolica.
quello che manca è una riforma organica e con un capo e una coda e sopratutto un confronto preventivo con il mondo accademico o almeno con parte di esso.
in francia il governo sarkozy ha proposto e fatto approvare la legge detta LRU sull'autonomia universitaria dopo aver ricevuto i rapporti di una commissione di senatori creata ad hoc per studiare il da farsi.
il risultato è stata una legge contestata ma supportata dalla stato con finanziamenti massicci e che ha chiaramente una filosofia di fondo e un obiettivo preciso e dichiarato. quello che vedo in italia, come ho già detto, è una manciata di articoli buttati un po a caso, un'incapacità di comunicazione inaudita ed il tutto associato ai pesanti tagli di tremonti. come lo vogliamo chiamare? insipienza politica, fretta o addirittura caso? oppure è una scelta precisa e meditata? sarebbe bello saperlo dalla ministra che però non pare interessata al comunicare al mondo le sue idee sulla faccenda - e non penso che la politica sia separata dalla capacità di comunicare, e visto che lei non è certamente un tecnico... nel frattempo si sta alienando tutta l'accademia italiana, compreso quelle componenti che all'idea della fondazione potevano farci un pensiero. complimenti.

e diventassero la fonte principale di finanziamento non credo sarebbero interessati a mantenere le baronie attuali

Temo di non condividere tutto questo ottimismo. Mediamente (almeno nelle facoltà scientifiche, per la altre non so e non mi sbilancio) i baroni hanno ottimi contatti con banche/indistrie/istituti religiosi (da queste parti l'opus dei ha un potere non indifferente). Se i privati diventassero i principali finanziatori delle università lo farebbero mantenendo gli attuali baroni come una sorta di "manager di cuscinetto" fra il mondo indistriale ed accademico (leggi: ai baroni andrebbero i finanziamenti che loro potrebbero ripartire fra i loro protetti secondo logiche tutte loro).

Come da oggetto. E' solo una mia impressione data dalla mia breve frequentazione dell'università di Bologna.
Una precisazione sullo schifo: intendo le commistioni tra poteri politici, economici e religiosi.
Qui è pieno di gente che potrebbe spiegarci qualcosa sul mercato italiano e sull'interesse (reale o potenziale) dei privati italiani per le università (ricordando a tutti che non esisteno solo le discipline scientifiche, a dover essere tutelato è l'intero arco di discipline universitarie). Però la perplessità rimane. E ancor di più perchè non considero accettabile una soluzione del tipo: 10 anni di sangue e casino per tutti, poi il sistema si aggiusterà da solo. Perchè intanto la gente all'università ci andrà lo stesso...

Dovresti aggiungere che, almeno in matematica e fisica, le baronie universitarie italiane hanno ottimi collegamenti con le baronie universitarie internazionali, e che quest'ultime hanno tutto l'interesse a mantenere buoni rapporti con chi conta nel mondo scientifico italiano

il testo, per le possibilità che introduce, sembra ok, ma manca secondo me più di una parte cruciale senza la quale è anche inutile che le università effettuino la trasformazione: Il contratto per i docenti è il solito (di diritto pubblico) o ognuno se passa alla fondazione fa quello che gli pare e paga quanto meglio crede il suo personale? l'ateneo privatizzato è pienamente autonomo nelle decisioni sulla didattica, o deve attenersi ai dettati ministeriali (quindi 3+2 per forza)? I finanziamenti privati alla fondazione universitaria possono venire anche dall'estero o si parla solo di privati "italiani"?

Altro dubbio: per gli eventuali atenei "privatizzati" il concorso pubblico è solo un brutto ricordo....o no? 

(quindi 3+2 per forza)? 

penso che il 3+2 sia un accordo a livello europeo. quindi purtroppo da quello non si scappa.

In realtà, stanno per arrivare nuovi ordinamenti del 3 e del 2, che di fatto annullano tutta la riforma del "3+2", inclusi i moduli e i crediti. Tanto per fare un esempio, si faranno solo moduli da 12 crediti, ossia i vecchi esami di una volta.

Sono provvedimenti presi ancora da Mussi (nonostante che la Gelimini cerchi di spacciarli per propri). Se Mussi non li ha pubblicizzati a dovere, la ragione è molto chiara: si tratta, effettivamente, della completa controriforma rispetto alle sciagurate innovazioni introdotte, con la scusa del presunto "accordo al livello europeo", dai precedenti governi di sinistra. Non era conveniente dire: abbiamo sbagliato tutto, si torna a come era prima. Ma di questo si tratta.

non ho capito perchè annullano il 3 più 2.

Nominalmente non si annulla niente.

Di fatto sì. Infatti, il modello "3+2" prevedeva due corsi di studio formalmente slegati l'uno dall'altro: si poteva fare il 3 di chimica, e poi passare a fare il 2 di letteratura cinese. Per tale motivo si rendeva necessario il sistema dei debiti/crediti: il passaggio a un corso di laurea molto diverso comportava un monte debiti abbastanza elevato, ma quantificabile esattamente e comunque ricuperabile.

Invece, adesso si va verso un sistema in cui la cesura tra il 3 e il 2 è solo nominale: i corsi sono pensati in ragione di 5 anni (cioè, come una volta), e gli esami sono calibrati di conseguenza. I passaggi rocamboleschi di cui sopra non saranno, di fatto, più possibili. Non ho ancora capito bene i dettagli tecnici (nessuno li ha capiti), ma la direzione che si preannuncia è esattamente questa.

Insomma, gattopardianamente, si cambia tutto, e si ritorna al punto di partenza. Però, nell'apparenza, rimane il "3 + 2", con la sua presunta modernità.

Io sono favorevole, solo che mi fa un po' ridere l'ipocrisia di chi fa finta che si tratta di piccoli miglioramenti, e non di una completa controriforma. 

Eh no, Artemio, prima gli anni erano 4... Non e' una differenza da poco, specialmente in un Paese nel quale ad ogni anno nominale corrisponde almeno un anno e mezzo effettivo...

Continuo a pensare che quella del 3+2 sia stata, nonostante l'implementazione assai scadente, una riforma positiva. Una decisa volonta' politica nel considerare il triennio come una laurea a se' stante avrebbe potuto completare l'opera. In ogni caso, sarebbe stato un passo nella giusta direzione.

A 25-26 anni, nel resto dell'Occidente un ragazzo ha gia' 2-3 anni di esperienza e magari comincia a pensare ad un MBA. Da noi, fino ad un paio di anni fa, l'eta' media di laurea era di 28 anni (recentemente ho letto che si e' abbassata a 27, ma non ho capito se si parlava solamente di triennio...). E' UNA COSA DA PAZZI. E non venitemi a raccontare che "questo non e' un problema perche' l'universita' italiana forma meglio quindi poi il tempo lo recuperi". Salvo lodevoli eccezioni, questo non succede.

Come assai giustamente scrisse Mankiw a proposito della sua vita pre-1985

All this looks random and disjointed, and to some extent it was. But I look back at this period of my life as a time of experimentation, when I was trying to figure out my own tastes and talents. A large part of early life is trying to find your niche in the world. Open-mindedness and experimentation were crucial for me, and I believe they are for many others as well. That will mean some false starts (like spending a year and a half in law school), but those false starts are part of a process of learning about yourself.

Un 3+2 imperfetto (rectius: una Laurea di 3 anni) e' molto meglio di un sistema che nega agli studenti la possibilita' di provare cose diverse ed imparare dai propri errori, ed immette sul mercato persone gia' vecchie ed incapaci di rischiare.

Eh no, Artemio, prima gli anni erano 4... Non e' una differenza da poco, specialmente in un Paese nel quale ad ogni anno nominale corrisponde almeno un anno e mezzo effettivo...

Prima gli anni erano 4, ma di fatto quasi sempre 5, e in alcune facoltà erano 5 proprio. Il 3+2 ha istituzionalizzato una situazione di fatto.

A mio modesto avviso, gli studenti rimangono all'università fino a tarda età perché mancano strumenti di pressione: in paesi normali se uno non fa nessun esame per più di un tot anni, viene cacciato via dall'università, pure con disonore. Da noi, viceversa, lo accolgono a braccia aperte: studenti del genere sono una fonte inesauribile di finanziamento (tutte quelle rette pagate per non fare nulla...).

Bisogna solo bocciare di più e smentire la mitologia secondo cui l'Università è per tutti.

Invece, la strada intrapresa fino ad adesso è stata un'altra: abbassiamo la difficoltà, e via con il diplomificio per tutti. Ma nessuno è stato ingannato dalla denominazione "laurea" che si è data alla triennale, percepita come incompleta, non definitiva e di seconda categoria, che non serve a niente, e va per forza completata con la specialistica. Quindi, siamo al punto di partenza.

Ma nessuno è stato ingannato dalla denominazione "laurea" che si è data alla triennale, percepita come incompleta, non definitiva e di seconda categoria, che non serve a niente, e va per forza completata con la specialistica. Quindi, siamo al punto di partenza.

Questo e' il cuore del problema, esattamente. Si tratta di fisiologia, pero'; non c'e' patologia, nessun inganno. Il passaggio fra mondo del lavoro ed universita' difficilmente e' liscio e senza sbalzi. In questo senso, QUALSIASI percorso di studi e' "incompleto e non definitivo": i "pezzi mancanti" si acquisiscono sul campo. L'idea che aggiungere anni di universita' contribuisca a colmare il fossato e' illusoria nell'80 per cento dei casi. Meglio, molto meglio immettere sul mercato persone di 21-22 anni, pronte ad alzarsi le maniche e provare cose diverse.

In Italia questo mio ragionamento credo valga piu' che altrove. La distanza fra universita' e mondo del lavoro e' molto grande (a volte cio' puo' essere un bene, ma non e' di questo che mi preme discutere...). Le sacche di stagnazione ed immobilismo abbondano, ed immettere sul mercato del lavoro molte persone gia' vecchie contribuisce a mantenerle intatte.

Una maggiore severita' puo' essere parte della risposta. Che si cominci dall'asilo, pero': inutile aspettare l'universita' per chiedere serieta' e qualita' dell'insegnamento.  Quello che i ministri DELL'UNIVERSITA' degli ultimi 10 anni avrebbero  dovuto e potuto fare e' sforzarsi per far passare il concetto che ritardare l'ingresso nel mondo del lavoro e' un grave freno allo sviluppo.

Tabellini e coautori questi concetti li hanno espressi varie volte, nei loro editoriali sul Sole 24 Ore:

Soprattutto, iniziare tardi a lavorare è un ovvio spreco di risorse. Non solo perché riduce il reddito guadagnato nell'arco della vita, ma perché diminuisce l'accumulazione di conoscenze acquisite sul lavoro e le possibilità di investire su se stessi. Chi ritarda l'acquisizione dell'autonomia economica o residenziale spesso rimanda anche il perseguimento di altri obiettivi. Ma vi sono cose che possono essere fatte solo in certi momenti della vita. La creatività, la totale dedizione al raggiungimento di obiettivi personali, la voglia di cambiare il mondo o le nostre condizioni personali, sono una prerogativa della giovane età. Chi vi rinuncia lo fa per sempre.

(con Francesco Billari,  Ottobre 2007)

 

Da anni, una delle ricette più popolari per rilanciare la crescita e contrastare la concorrenza dei Paesi emergenti è investire di più in ricerca e migliorare l'università. Sebbene gli investimenti in ricerca rimangano bassi, i tentativi di riformare l'università non sono mancati: da più di 15 anni, ogni legislatura ha fatto una riforma. Ma tutti i tentativi sono falliti, e l'università italiana rimane inefficiente come è sempre stata. Anche la prossima legislatura farà una nuova riforma. Ma anche questa fallirà, se non imparerà dagli errori passati.

(con Roberto Perotti, Marzo 2008)

Scusate ma questa cosa la vivo per esperienza personale: sono ancora coinvolto, a vario titolo, nel mondo dell'universita' anche dalla parte degli studenti, anche se posso spaziare su una porzione piuttosto ristretta dell'ordinamento universitario.

Le universita' sono di fatto obbligate a supportare l'attuale "nuovo ordinamento" ancora per un (bel) po', causa le migliaia di studenti che hanno un piano di studi gia' approvato e intenzionati a seguirlo, quindi il "nuovissimo ordinamento" deve mantenere una certa compatibilita' con il passato, altrimenti sarebbe difficile per motli atenei evitare la paralisi. 

Di fatto il 3+2 NON si annulla.

Si annulla il fatto che puoi fare il 3 di chimica e il 2 di cinese (cosa IMHO buona e giusta).

Si annulla il fatto che gli esami siano stati spezzati in piu' unita' didattiche (cosa che puo' essere buona o no).

Pero' resta il fatto che la laurea e' di 3 anni, e poi c'e' la laurea magistrale di 2 anni aggiuntivi. E questo, sempre IMHO, e' molto positivo: in parte perche' sono d'accordo con Artemio, ma in parte perche' se ben sfruttata permetterebbe di migliorare a costi relativamente bassi la struttura stessa delle universita': ad esempio l'universita' X attiva 10 corsi triennali ma solo 5 corsi magistrali, per motivi di costo e impegno dei docenti. Si potrebbeno separare i bilanci, e gestire dversamente i rapporti con i docenti per le due diverse "lauree". Certo questo dipende dal grado di autonomia e di capacita' amministrativa del singolo ateneo, sul quale non sono informato, ma se fossi ottimista mi piacerebbe che qualche universita' in giro per l'Italia ci pensasse...

Riguardo il fatto di avere un esame da 10/12 crediti invece di due esami da 5/6, puo' essere positivo o meno a seconda di vari fattori: ad esempio alcuni studenti lamentano che il corso di 2 mesi, una volta fatto l'esame, ti lascia praticamente 0 nella memoria. Pero' e' anche vero che ci sono esami da 5 crediti (ogni credito dovrebbe corrispondere a 25 ore di lavoro) richiedono molto di piu' del "costo" teorico per essere sostenuti, quindi un esame da 12 crediti diventerebbe, di nuovo, uno di quei "mostri" che allungano gli anni effettivi da passare sui banchi (almeno con l'ordinamento e la mentalita' dei professori qui in Italia). Se faccio due esami da 6 crediti "rischio" di dimenticare prima, se ne faccio uno solo da 12 "rischio" di doverlo studiare da solo (tralasciando gli altri esami, quindi restando indietro di altri 12 o 24 o 36 crediti, mentre con esami piu' "piccoli" avrei rischiato di meno).

Sono assolutamente convinto che l'ordinamento attuale non sia affatto da buttare. Sono anche convinto che non sia l'ordinamento il problema principale dell'universita' in Italia, quanto un problema di mentalita' dei docenti e di (in)capacita' o impossibilita' organizzativa degli atenei, quindi non credo che questa nuova riforma potrebbe fare miracoli.

Come sempre, comunque, sono solo opinioni :) 

 

A me sembra che siamo sostanzialmente d'accordo, ma divergiamo nella valutazione "filosofica" della cosa... quindi, di nessuna rilevanza. A me sembra una controriforma, a te no, ma intanto le cose sono quelle che sono.

Infatti, come ho detto, sono d'accordo con te su alcune cose, della filosofia importa poco. Importerebbe se questo significasse qualcosa nel lungo periodo, ma se si continua con l'inbreeding, con le cattedre monolitiche e la mancanza di una seria amministrazione "privatistica" degli ateneia qualsiasi cosa si faccia sara', essenzialmente, inutile IMHO.

 

Oddio, io sul "privatistico" andrei con i piedi di piombo: ma te li vedi i nostri baroni che licenziano docenti nullafacenti o incapaci per alzare la qualità e attrarre studenti? Mica possono fare un torno così grosso alle/ai propri amanti, nipoti e congiunti vari! 

La privatizzazione finirà per peggiorare ancora di più il sistema baronale, IMHO 

Quando ho scritto "privatistica" intendevo "mirata al bilancio": se sei in perdita, piu' che sperare negli studenti di lungo corso o nelle donazioni statali devi tagliare e migliorare.

Ad esempio:

- eliminare i contratti a tempo indeterminato per i docenti (1)

- eliminare le cattedre con meno di X studenti (2)

- coinvolgere direttamente gli studenti migliori in progetti PRATICI e UTILI interni all'universita' (3)

- varie ed eventuali

(di seguito le note a questi punti)

E' una utopia, lo so gia' che nessuno vorrebbe rinunciare alla poltrona (nemmeno io lo farei, credo), ma se l'obiettivo e' che l'universita' formi gente che sia adatta a lavorare, sia nella ricerca che nel mercato, non si puo' lasciarla un meccanismo autoreferenziale che alimenta solo se' stesso come ora.

Sempre IMHO :)

(1) libero mercato: prendo il docente con miglior rapporto prezzo/prestazioni, e le prestazioni le vedo da quanto pubblica su riviste NON di amici suoi, quanti studenti che passano il suo corso poi si laureano e con che voto, quanti progetti con enti privati o pubblici segue

(2) questo probabilmente farebbe sparire la cattedra di filologia germanica da parecchie universita', tranne quelle in cui ci siano abbastanza studenti per tenersela, giustificando automaticamente la sua presenza e i costi annessi.

(3) non parlo di "commentare la divina commedia" ma di "creare il sistema di prenotazione informatica degli esami" senza pagare cifroni ad aziende che producono schifezze, o banalmente "fare opera di sorveglianza nelle biblioteche". E non dico di tutti gli studenti, ma dei migliori: potenzialmente hai una sequela di geni sottomano, e li usi solo per fargli leggere i tuoi tomi e mettergli un numero sul libretto? Ma fargli fare qualcosa che possano mettere nel curriculum no? Magari ANCHE coinvolgendo aziende esterne, che cosi' comincerebbero a conoscere questi futuri lavoratori...

 EDIT: mi sono accorto dalla risposta di Alberto che manca una premessa fondamentale: una universita' non dovrebbe avere nel suo CdA una maggioranza di docenti, e nemmeno la presidenza.   

 

 

(2) questo probabilmente farebbe sparire la cattedra di filologia germanica da parecchie universita', tranne quelle in cui ci siano abbastanza studenti per tenersela, giustificando automaticamente la sua presenza e i costi annessi.

A costo di apparire un po' caricaturale, vorrei dire una cosa. Sì, sono laureato in filologia germanica (non scherzo) e sì, non produco beni materiali, né faccio aumentare il PIL. Tuttavia, all'università, non solo a Lettere, sono caratterizzati dalla medesima improduttività una buona maggioranza dei corsi e degli insegnamenti. E allora che facciamo? Lasciamo solo ingegneria, giurisprudenza e medicina?

In realtà, la ricerca pura, sia essa filologia germanica o teoria dei gruppi, per qualche motivo è motore del progresso. Detto questo, certamente si tratta di uno spreco. Però allora come mai più le nazioni sono ricche e più cercano di fregiarsi di corsi universitari così inutili? Come mai alcuni miliardari lasciano in eredità i loro soldi non per un corso di medicina o una borsa di studio in fisica nucleare, ma per un corso di inutile filologia?

Ma comunque si tratta di un argomento già discusso più di una volta qui dentro, e su cui non si finirà mai di dibattere...

Ti assicuro non volevo essere ne' offensivo ne' volevo sottintendere una qualche "mancanza di produttivita'" da parte di una cattedra, quale che essa sia. L'unico motivo per cui ho citato la filologia germanica e' perche' la mia compagna, laureata in lingue, l'aveva citata la sera prima - non in maniera positiva, lo ammetto. Insomma era un esempio, avrei dovuto citare la cattedra di tetrapiloctomia forse :)

In questo frangente comunque non interessa il PIL, che come
detto anche qui su nfA e' solo un indicatore - e nemmeno completo.
Quello che interessa e' trovare i parametri che, variando, costringano l'universita' italiana a fare il suo lavoro. Per me l'universita' fa il suo lavoro se:

- produce persone preparate

- produce materiale informativo (scritti, articoli, libri), magari anche innovativo.

E' fuori dubbio che, a parte varie eccezioni, l'universita' italiana non riesca a perseguire questi obiettivi in maniera omogenea. E' anche fuori dubbio che qui il ritorno economico non e' il primo obiettivo, ma non puo' essere nemmeno l'ultimo. Come con la Sanita' pubblica: non lavoro per guadagnare ok, ma se vado in perdita sempre e comunque poi chi ci perde sono tutti i cittadini, me compreso.

A questo punto continuiamo con l'esempio della cattedra di filologia germanica - ripeto, senza voler offendere nessuno, mi serve un nome :)

Questa cattedra puo' essere giustificata in una universita' che attivi 50 corsi (tra lauree triennali e magistrali): anche se ha 5 studenti all'anno, questa cattedra magari fa parte di un corso di studi con 1000 studenti. Il costo di professore, aula, materiale e' in questo caso insignificante rispetto al bilancio dell'universita' in toto e mi serve sia nella didattica, sia nella ricerca (perche' il carico della didattica e' talmente basso che posso affidarti anche attivita' di ricerca - magari facendoti coadiuvare dagli studenti in maniera ufficiale). Se hai 1000 studenti puoi anche non fare ricerca, ti concentri sulla didattica, oppure si prende un altro docente: una decisione che in qualunque azienda spetterebbe al CdA, non al fatto che il docente voglia tenersi la cattedra e non dividerla con nessuno.

La cattedra potrebbe essere giustificata anche in una universita' a cui arrivi un contributo dal Goethe Institut, o dall'industriale di origine teutonica: in questo caso piu' che sulla didattica, sarebbe centrata sulla ricerca. Se non fai corsi puoi fare ricerca, anche su commissione.

Questa cattedra, invece, non e' giustificabile nel bilancio dell'universita' di Vattelappesca di Sotto che ha 10 corsi, tra cui uno di lettere moderne. Se non riesce a far fare ricerca a uno dei suoi docenti, grazie alla cui ricerca ottiene sovvenzioni dal Goethe Institut o dall'insigne industriale sudtirolese, l'universita' non attiva la cattedra per quell'anno e stop.

Ovviamente a questo punto il cane si morde la coda: se non faccio ricerca non prendo la sovvenzione, se non prendo la sovvenzione non posso fare ricerca. La catena si interromperebbe se il CdA decidesse, con vincolo di bilancio e tenendo presente le esigenze della didattica, di destinare alla cattedra un tot di fondi per quell'anno accademico, "comprando" un docente e dandogli tempo e materiale per lavorare. E' un rischio, ma anche una opportunita', che va decisa autonomamente in base al docente che si ha, al materiale che si ha, alla possibilita' di ottenere fondi: con 100 universita' che cercano di concorrere al fondo del Goethe Institut per rivalutare la cultura germanica forse non vale la pena, se sono solo in 10 a concorrere, abbiamo la biblioteca piena di testi in proposito e in cattedra abbiamo il genio della filologia germanica ci si puo' provare.

Invece adesso quello che abbiamo e' che se il docente ha la cattedra, i suoi corsi sono seguiti da 4 persone e fa parte di un corso di studi che non segue nessuno, resta li' anche se ricerca non ne fa. I convegni non sono ricerca, anche se sei un relatore: se il tuo scritto non fornisce elementi nuovi o diversi, se servono solo ad autoincensarti o a "parlare" a distanza con pochi altri interessati, che ricerca e'?

Il discorso sulla qualita' della preparazione e' molto piu' complicato, lo riconosco. Pero' sarebbe piu' semplice se gli studenti venissero coinvolti ufficialmente nelle attivita' dei docenti: se faccio fare una ricerca a tizio e caio, ci metto anche il loro nome nella relazione finale. E' onesto e doveroso, ma molti docenti non lo fanno. Sarebbe anche piu' semplice se dopo la loro uscita dall'universita' si tenessero i contatti con loro: si potrebbero usare come relatori per argomenti specifici, a costo bassissimo, e si potrebbe valutare la loro preparazione verificando come si sono inseriti nel mondo del lavoro. Certo, sarebbe necessario anche avere un vero mercato del lavoro, che qui in Italia e' un'utopia...

 

Oddio,
io sul "privatistico" andrei con i piedi di piombo: ma te li vedi i
nostri baroni che licenziano docenti nullafacenti o incapaci per alzare
la qualità e attrarre studenti? Mica possono fare un torno così grosso
alle/ai propri amanti, nipoti e congiunti vari!

La privatizzazione finirà per peggiorare ancora di più il sistema baronale, IMHO

L'autonomia e la privatizzazione non possono funzionare se i soldi vengono dati direttamente ai baroni (agli Atenei o agli Enti di ricerca) perche' se li spartiscano. Autonomia e privatizzazione possono solo funzionare se le risorse vengono allocate da persone diverse da coloro che ne fruiscono. Negli USA non ci sono baroni che sistemano congiunti e amici perche' i cordoni della borsa sono tenuti dai consigli di amministrazione delle Universita', distinti dai docenti, e dagli enti finanziatori (per i fisici DOE e NSF) ed eventualmente dai privati.

Ovviamente una riforma del genere appare quasi fantascientifica in Italia perche' sarebbe osteggiata compattamente da tutta la categoria degli universitari e ricercatori degli Enti, e inoltre non si vede nel panorama italico quali persone e quali strutture possano avere competenza e onesta' sufficiente per allocare i finanziamenti alla ricerca progetto per progetto. Almeno per quanto riguarda Fisica, le risorse negli USA sono allocate non al livello di Ateneo, non al livello di Dipartimento, ma sostanzialmente a "principal investigator", cioe' singoli docenti con i loro piccoli gruppi, e alle collaborazioni di ricerca in cui questi ultimi sono associati. I Dipartimenti vivono poi con le percentuali di "overhead" per supporto amministrativo di questi finanziamenti (10-20%). In un sistema del genere, un Dipartimento ha interesse ad avere buoni docenti e non parenti e amici del barone locale, altrimenti i soldi semplicemente non arrivano.

Ecco un riassunto:

http://www.repubblica.it/2006/12/sezioni/scuola_e_universita/servizi/uni...

 

Per chi vuole morire di noia:

http://www.miur.it/UserFiles/2359.pdf

 

Il ministero dichiara che vuole favorire la mobilità degli studenti, costringendo i corsi di laurea a riconoscere crediti acquisiti altrove. In realtà, la situazione è inversa: se i moduli sono da 9 o 12 crediti, e non più da 4 (in media, nel sistema a oggi vigente), diventa molto più difficile fare i giochetti con il riconoscimento di "microporzioni di sapere", magari da 1 o 2 crediti. Insomma, per una questione di divisibilità matematica, diventa molto meno sostenibile quel circo in cui si sono trasformati certi corsi di laurea.

Della Gelmini penso che faccia parte integrante di quell'Armageddon che ci sta per investire. Tuttavia penso che il 7 in condotta sia una cosa saggia, un segno di vero cambiamento, atteso direi da decenni (anzi, 4 decenni esatti). Se veramente si va verso il ritorno al rigore, al fatto che a scuola si va a studiare e non a fare altro, io sono favorevole. Altro che grembiuli e monte ore.

Ma tanto non lo farà mai.

Fior di betulla / nel decreto di Giulio e Mariastella / a parte i tagli non c'è proprio nulla.
Fior di farina / la Pubblica Istruzion democristiana / soccombe alla spallata ciellina

Mi sembra che l'art. 16 preveda che la proposta di trasformazione in fondazione provenga dagli attuali organi direttivi. Questa proposta dovrà quindi essere conveniente per il personale, che elegge questi organi. Inoltre lo statuto dovrà essere approvato dal Ministero, che dovrà servirsi dei suoi organi consultivi e/o delle competenze giuridiche dei suoi funzionari. Ad occhio e croce sembrerebbe che non ci sia spazio per una applicazione innovativa dell'art. 16. Altro sarebbe se come è avvenuto per lo IIT ci fosse un bel gruzzoletto di fondi pubblici a disposizione di qualche fondazione universitaria. Tuttavia anche in questo caso, io penso che, come è avvenuto per lo IIT, qualsiasi nuovo involucro sarà riempito dal vecchio preesistente. Nel caso dello IIT nonostante le speranze degli economisti che lo hanno promosso, il nuovo involucro è stato riempito dagli abituali frequentatori dei corridoi ministeriali.

L'intervista in questione si trova qui.

Se non avete voglia di buttare un'ora ad ascoltarla vi faccio un riassunto veloce:

1. la Gelmini ha molto a cuore questo problema! (dove "questo problema" e' "qualsiasi problema")

2. Il grembiule torna perche' e' utile alla mamma che lavora che cosi' prepara i figli piu' in fretta al mattino. Inoltre e' un chiaro segno dell'impegno del governo a favore della meritocrazia

3. Basta con questa storia che l'universita' italiana e' rovinata da clientelismi, nepotismi e concorsi fasulli! Questo e' lo sport nazionale italiano di piangersi addosso. L'universita' italiana e' eccellente e ci sono alcuni casi sporadici molto isolati qui e li' di favoritismi.

 

Basta con questa storia che l'università italiana è rovinata da
clientelismi, nepotismi e concorsi fasulli! Questo è lo sport
nazionale italiano di piangersi addosso. L'università italiana è
eccellente e ci sono alcuni casi sporadici molto isolati qui e lì di
favoritismi.

Non ho né il tempo né la bandwidth per ascoltare l'intervista, e non rieco a credere che dica questo! Davvero? Davvero non vede nessun problema, nessuna arretratezza, nessun ritardo generalizzato condito da decine si situazioni scandalose? Ma dove vive? Conosce qualcosa dell'universita' italiana o sta cercando di dare, unica nella storia, ragione a Bossi?

Andiamo bene, andiamo proprio bene signora Ministro. Ma si rende conto di quanto dice? Cos'è, la solita storiella nazional-popolare che bisogna essere ottimisti e fieri di essere italiani e tutto il resto, sino al punto di raccontarci delle sonore balle?

Credo sia l'ora di dare un'occhiata più attenta a quanto ha in mente la nostra Ministro, quanto sta facendo e quanto farà. Sono in arrivo, se non sbaglio, decine di concorsi per posti di prima e seconda fascia. Credo sarà il caso di "monitorarli" attentamente, con un piccolo sforzo collettivo, oltre che monitorare quando esce dal ministero della PI.

 

 

Premetto che ho ascoltato solo qualche spezzone dell'intervista, ma non mi pare che le cose stiano cosi'. L'unico che afferma e ripete che l'universita' italiana e' buona, e' sana e produce ricercatori eccellenti che poi vanno all'estero a vincere tutto il vincibile come novelli Cesari e' il presidente del CUN  (prof. Lenzi?). Il tutto e' palesemente strumentale alle richieste di fondi che lo stesso professore avanza a piu' riprese. La Gelmini su questo non dice nulla.

 

 

Premetto che ho ascoltato solo qualche spezzone dell'intervista, ma non
mi pare che le cose stiano cosi'.

 

Vai al minuto 14:25. Lo dice chiaramente.

 

Per i pigri, per quelli affetti da banda poco larga, per quelli che son stanchi o sono ancora incerti ecco la trascrizione letterale di quanto detto dalla Gelmini:

Non diamo della nostra università l'immagine di una realtà vecchia, clientelare, perché non è ovunque così. Ci sono purtroppo dei casi, ma sono minoritari, di raccomandazione, di nepotismi, che dobbiamo estirpare, ma rispetto a questo io credo che noi sostanzialmente abbiamo un'università che funziona, un'università dove c'è un corpo docente di qualità. Quindi credo che un po' troppe volte lo sport italiano è quello autolesionista di, come dire, in qualche modo, delegittimare un sistema. Ultimamente i media hanno puntato il dito contro l'università. Io credo che dobbiamo distinguere, non mi piace che si parli della scuola solo in termini negativi, magari sulla base di episodi di bullismo che esistono ma non sono l'unica faccia della scuola. Allo stesso tempo sull'università io credo che i tagli, che sono stati praticati, ci aiuteranno se siamo capaci di assumerci delle responsabilità, e mi riferisco al ministro in primis, ma anche alle istituzioni universitarie, di fare dei cambiamenti.

Tutto bene quindi, è necessario estirpare qualche caso isolato ma suvvia, se cambiamo un po' tutti con un po' di buona volontà ce la facciamo. Il sistema, infatti, è sostanzialmente solido e i docenti in media bravi, a dispetto dei soliti disfattisti.

Sempre in tema di intervista, aggiungo per quelli che, come me, sono deboli di mente e fanno fatica a seguire la portentosa logica ministeriale che, dopo molti sforzi, sono forse (dico forse) riuscito a decifrare il nesso tra grembiule obbligatorio e meritocrazia (si vada al minuto 3).

Se capisco bene la logica è la seguente: oggi gli allievi gareggiano tra di loro sulla base della qualità dei loro indumenti. Immagino siano incoraggiati in questo dalle famiglie, che tali indumenti devono acquistare; il ministro dice esplicitamente che oggi ''la corsa alle griffe inizia molto presto'', e parla commossa dei problemi delle mamme che la mattina non sanno bene come vestire i figli per partecipare alla competizione di moda che, a quanto pare, la frequenza della scuola è diventata. Questa non è meritocrazia, finisce per vincere chi ha più soldi, in più le mamme la mattina si stremano. Imponendo il grembiule obbligatorio gli allievi non potranno più gareggiare lungo questa dimensione. Dovendo pur gareggiare in qualcosa, a quel punto gareggeranno necessariamente sui risultati ottenuti nello studio. E questa sì che è meritocrazia.

Devo dire che conservo ancora qualche dubbio sulla bontà della mia interpretazione, ma questo è il meglio che sono riuscito a produrre. Se qualcuno ha idee migliori, per favore mi faccia sapere. Ammetto che il legame tra grembiule e meritocrazia, essendo così bizzarro e inaspettato, è un tema che mi affascina.

Tra parentesi, il ministro dice chiaramente che la scelta se imporre o meno il grembiule spetta ai presidi. Non ho quindi capito di cosa stia parlando. Vuole forse modificare le norme avocando al ministero il peso di cotanta decisione? E se non vuole farlo, a cosa serve tutto sto parlar di divise? Mah...

Secondo me i nessi che la ministra trova sono dovuti al volere imitare Tognazzi in "Amici miei": lui lo faceva per farci
ridere, lei per non farci piangere.

E' vero, i mezzi di (dis)informazione italiani hanno recentemente banchettato anche con il filone dei bulli, dei pornoliceali e dei raccomandati universitari, come su qualsiasi cosa che non li costringesse a parlare di problemi reali e riportare correttamente le parole degli intervistati.

E' vero, alcuni genitori (non tutti) fanno di tutto per far apparire la prole, e la prole impara velocemente: mi ricordo vagamente di quello che accadeva gia' alle medie quando le frequentavo io, non oso pensare che la situazione sia migliorata.

E' vero, ci sono ottimi docenti in giro per la scuola italiana a tutti i livelli.

Quello che secondo me la ministra ignora, non so se per dolo, convenienza politica o inesperienza, e' che per come e' fatta la scuola e la societa' italiana non sei incentivato a lavorare bene: anche se dai il massimo, quello che otterrai sara' il minimo indispensabile per un Paese civile, ovvero produrre una persona che si informa e che cerca di capire le cose invece di bere qualsiasi panzana arrivi in giro, e lo fa perche' sa che gli conviene. Non posso dare la colpa solo alla ministra perche' non lo dice, ne' potro' dare la colpa solo a lei se le cose non cambieranno in meglio: Fioroni aveva proposto di bocciare di nuovo (cosa secondo me buona e giusta) ed e' successo un putiferio.

Riguardo la faccenda del grembiule, potrebbe essere utile per far guadagnare qualcosa a qualcuno e a far competere di meno sul piano dell'apparenza: tanto per quello ci sono sempre lo zaino, il quaderno, l'astuccio, le scarpe, che la ministra allegramente ignora. Magari vuol prendere ispirazione dalla scuola giapponese. In tal caso ben venga: li' fino a qualche anno fa non c'erano bidelli, gli studenti dopo la lezione pulivano l'aula a turno e se dovevano essere puniti passano ore fuori dalla porta con due secchi pieni d'acqua (se ne versi anche solo una goccia, la punizione dovrebbe aumentare...). Voterei volentieri soluzioni del genere, personalmente.

Scusate lo sfogo :)

 

 

Sandro, non voglio fare l'avvocato d'ufficio della ministra (avvocati ne trova quanti ne vuole in FI...), ma credo di sapere il perché di tali sorprendenti affermazioni.

Molti tra rettori, presidi e docenti si sono lamentati, anche in sedi ufficiali, del fatto che il suo predecessore sia andato in trasmissioni televisive dove si sparava a zero sull'Università italiana sposandone in pieno le tesi accusatorie e senza proporre nulla di più che sorrisetti beoti e risatine ammiccanti (ricordo bene p.e. il suo comportamento alla trasmissione Exit di La7). La cosa ha suscitato molta indignazione sia tra quelli che, all'italiana, ritengono doverosa sempre e comunque una difesa d'ufficio corporativa anche a fronte di comportamenti ingiustificabili sia tra chi, come il sottoscritto, magari condivideva (quasi) tutto di quanto detto in tali trasmissioni. Questo perché il ministro a tali sorrisetti non ha fatto seguire né provvedimenti concreti ed immediati né, in alternativa, le proprie doverose ed istantanee dimissioni in qualità di responsabile primo della situazione. 

Credo quindi che la Gelmini con tali parole radiofoniche (ma anche la sua audizione parlamentare andava in tale direzione: la si trova qui) abbia voluto far pace con le istituzioni universitarie mostrando, "all'italiana", che in lei l'accademia troverà nuovamente una complice, con cui poter dialogare, concertare e, se è il caso, insabbiare. Vista la situazione esplosiva che si sta venendo a creare, mi pare, dal suo punto di vista, un comportamento tattico ineccepibile.  

Nulla da eccepire sulle capacità tattiche della Gelmini. In fondo lei all'ambito ministero c'è arrivata, quindi scaltrezza deve averne da vendere. Nulla da eccepire nemmeno sul fatto che almeno finora non abbia fatto peggio del predecessore, del quale almeno su questo sito nessuno lamenta la mancanza. But that was a really low bar.

Consentimi però di essere in disaccordo sul giudizio complessivo. L'università italiana ha bisogno di cambiamenti radicali, che necessariamente intaccherebbero l'intreccio spaventoso di rendite e inefficienze attualmente esistenti. Far finta che le riforme si possano fare con il consenso di tutti non servirà a nulla. O meglio, servirà al ministro per mantenere il consenso e continuare a scalare i picchi della politica italiana. Buon per lei, se questo è quello a cui mira.

Noi però abbiamo bisogno d'altro, abbiamo bisogno di qualcuno che i problemi del paese almeno provi a risolverli e che non racconti balle autoconsolatorie. Almeno finora il ministro Gelmini non è tra questi.

Concordo in pieno. Aggiungo solo che il discorso delle fondazioni private, se sviluppato in un certo modo, potrebbe proprio avere quell'impatto dirompente che tutti auspichiamo (e questo spiega le reazioni attuali e future). Speriamo che la ministra stia semplicemente adottando la tattica del "pugno di ferro in guanto di velluto"... hai visto mai?

Veramente non capisco come si possa concordare sulla necessità per l’università italiana di cambiamenti radicali e allo stesso tempo provare a giustificare le parole del ministro con l’idea che si debbano tenere buoni i rettori e i docenti.  Se l’università italiana richiede questi cambiamenti radicali, ‘che necessariamente intaccherebbero l’intreccio spaventoso di rendite e inefficienze’ come scritto giustamente sopra, non pensi che (una parte dei) rettori e docenti siano la causa di queste inefficienze? Se questo fosse vero (come penso che sia) non vedo perché il ministro debba cercare di tenerseli buoni, anzi, cercare di tenersi buoni i rettori e i docenti rappresenta un’aggravante più che una giustificazione.

 

Francamente non riesco ad apprezzare le capacità 'tattiche' del ministro, mi sembra piuttosto il tipico atteggiamento da politico italiano che tenta di ingraziarsi le lobbies, atteggiamento che, in passato, ha prodotto risultati che abbiamo tutti sotto gli occhi: pseudoriforme che finiscono per favorire pochi a danno di molti. Anche se spero che il ministro smentisca questo mio pessimismo, non riesco a trovare molte ragioni per sperare nelle sue parole o nel suo 'tatticismo'.  

 

 

Anche io ho avuto la stessa impressione. Il problema e' che ora ci troviamo davanti ad un dilemma non da poco. Cosa e' meglio? Un ministro come Mussi che riconosce che l'universita' funziona *solo* a clientelismi e favoritismi e mobilita' 0 ma che ciononostante non fa *nulla* per cambiare (e anzi dice che fa parte del costume millenario del paese); oppure la Gelmini che sbatte tutto sotto il tappeto facendo finta che la nave non stia affondando e quel che poco che fa, lo fa sui grembiulini?

Nel dettagli delle grembiulinate, invito a leggere gli articoli che riguardano l'universita' nel decreto legge 112/2008.

Art 16: trasformare la universita' in fondazioni (ovvero, cambiare tutto per non cambiare nulla. rimangono sotto il controllo del ministero, non possono fare nulla coi profitti se non reinvestirli nell'istruzione)

Art 17: Abolito l'IRI. Tutti soldi che dovevano andare all'IRI vanno, udite udite, all'IIT (Italian Institute of Technology).

Per i pigri, per quelli affetti da banda poco larga, per quelli che son
stanchi o sono ancora incerti ecco la trascrizione letterale di quanto
detto dalla Gelmini:

Non diamo della nostra università l'immagine di una
realtà vecchia, clientelare, perché non è ovunque così. Ci sono
purtroppo dei casi, ma sono minoritari, di raccomandazione, di
nepotismi, che dobbiamo estirpare, ma rispetto a questo io credo che
noi sostanzialmente abbiamo un'università che funziona, un'università
dove c'è un corpo docente di qualità. Quindi credo che un po' troppe
volte lo sport italiano è quello autolesionista di, come dire, in
qualche modo, delegittimare un sistema. Ultimamente i media hanno
puntato il dito contro l'università. Io credo che dobbiamo distinguere,
non mi piace che si parli della scuola solo in termini negativi, magari
sulla base di episodi di bullismo che esistono ma non sono l'unica
faccia della scuola. Allo stesso tempo sull'università io credo che i
tagli, che sono stati praticati, ci aiuteranno se siamo capaci di
assumerci delle responsabilità, e mi riferisco al ministro in primis,
ma anche alle istituzioni universitarie, di fare dei cambiamenti.

Se MS Gelmini ha detto questo ritengo sia molto disinformata. Credo dovrebbe leggere per esempio quanto ha scritto R.Perotti sull'universita' italiana e i risultati regionalizzati delle indagini PISA 2006. In un pomeriggio con Google trova e legge materiale sufficiente a descrivere un quadro ben diverso da quello descritto sopra.

Riguardo al grembiule, mi sa che siamo di fronte al solito nefasto idealismo prescientifico italico. C'e' almeno uno straccio di studio che mostra che l'obbligo del grembiule a scuola produce risultati migliori in termini di conoscenze degli alunni? Si chiede qualcuno a Roma che senso ha imporre l'obbligo a 60 milioni di sudditi? Non sara' una decisione che in base al principio di sussidiarieta' (sostenuto anche dalla Chiesa) dovrebbe spettare alle famiglie e/o alle autonomie delle singole scuole?

[aggiungo quanto segue il 9/8/2008 dopo aver letto questo articolo del Corriere della Sera]

Mi fa piacere leggere sul Corriere della Sera:

E da ministro rispettoso dell’autonomia degli
istituti ricorre allo strumento della «moral suasion » per promuovere
il decoro a scuola e lo spirito di appartenenza anche attraverso il
vestiario, come si usa in Europa. «I problemi dell’istruzione oggi sono
altri
- dice la Gelmini - ma credo che tutte le iniziative che i
singoli istituti prenderanno nella propria autonomia per promuovere la
dignità e i valori della scuola, compreso l’orgoglio di appartenere al
proprio istituto, anche attraverso l’adozione di regole
sull’abbigliamento o di una divisa, siano iniziative utili».

Per cui ritiro quanto avevo scritto sul grembiule meno l'annotazione che comunque farebbe bene MS Gelmini a chiedersi se esistano studi quantitativi sulle conseguenze del grembiule sui risultati. Nel disastrato panorama politico italiano i cattolici lombardi sembrano confermare di essere un minimo meno stupidamente centralisti e statalisti rispetto alla cultura dominante.

 

Verificare empiricamente la validità delle proprie proposte? In Italia? Suvvia, non siamo ingenui.

Però si da il caso che delle ''school uniforms'' si sia parlato parecchio anche negli USA. Gli amerikani, si sa, sono degli ingenuotti poco sofisticati. Quindi, anziché discettare all'infinito sui principi filosofici e sulla connessione tra uniformi e meritocrazia, alcuni di loro si sono messi (pensate un po') a controllare empiricamente se tra uniformi e whatever esiste una qualche relazione. Lo possono fare perché (anche qui, che ingenui!) c'è una certa eterogeneità tra scuole, visto che la decisioni relative alle uniformi sono prese a livello locale.

Questo studio pubblicato nel Journal of Education Research del 1998 trova zero effetti sul comportamento (droghe et al.) e ''very
slight relationship between uniforms and standardized achievement scores'' (correlazione 0.05). Uno degli autori ha scritto un libro sul soggetto.  Questo è un riassunto dall'autore di un altro studio con risultati negativi sulle school uniforms.  Qui trovate un  riassunto e una guida alla letteratura.

Questo è un sito di un'organizzazione dei genitori che si oppone alle uniformi. Al di là dei contenuti, su cui si può essere o meno d'accordo, è importante osservare lo stile del dibattito. Si citano dati e studi, non le proprie opinioni su come son stressate le mamme al dover vestir bene i figlioli.

P.S. Non sono un esperto di ''school uniforms'' e nemmeno di politiche educative. Sapevo semplicemente che in Amerika si era discusso del tema è ho speso 10 minuti su Google, dove ho trovato tutte le references. È troppo pretendere che non il ministro, ma almeno un suo collaboratore faccia lo stesso?

Questo articolo su La Stampa e' purtroppo la ripetizione del ben conosciuto mantra secondo cui quello che manca all'Universita' italiana sono solo i soldi. Non e' cosi' come spiega esaurientemente R. Perotti. Una volta che si fanno i conti sugli studenti che frequentano, e non si includono surrettiziamente i fuori-corso, che sono un abnorme fenomeno solo italiano, la spesa per studente, i compensi agli universitari, sono simili o superiori in Italia anche rispetto a paesi piu' prosperi come l'Inghilterra, a fronte di risultati inferiori in termini di ricerca (pubblicazioni) e laureati.I problemi reali dell'Universita' italiana sono l'assenza di incentivi e di valutazione con conseguenze reali sull'allocazione della spesa, e una struttura di salari che prevede salari miseri ad inizio carriera e che progrediscono solo per anzianita'.

Chi l'avrebbe mai detto che l'estensore dell'articolo è proprio un Professore universitario? Ma c'è anche in Amerika l'abitudine di far scrivere op-ed su proposte di legge in esame alle parti in causa?

Beh, anche Perotti è un professore universitario ;-)

Spero che in Bocconi la situazione sia un po' diversa :-)

I punti elencati si commentano da soli. Direi che con argomentazioni si' solide il grembiule non si puo' non mettere, anzi direi che dovrebbero adottarlo anche all'universita'.

Faccio eccezione sul punto 3: e' vero che, saro' stato fortunato io, la maggioranza dei docenti che conosco fanno onestamente il loro lavoro, lato didattica. Pero' questo non cambia la sostanza: i malaffari di vario genere sono un sintomo, e' il substrato culturale che li alimenta, e purtroppo quello dell'universita' non e' diverso da quello del resto d'Italia.

 

 

Dal Corriere on line, varato il nuovo decreto.

Il grembiule sarà facoltativo, ogni scuola deciderà se usarlo o meno. Fantastico il pezzo "alcune case di moda si sono già dimostrate interessate". Un altro modo per elargire clientele con i soldi pubblici? Il grembiule lo paga lo Stato o le famiglie?

Torna la bocciatura col 7 in condotta, contro il bullismo. Magari potrebbe dare maggior potere agli insegnanti soprattutto verso i bulli di estrazione sociale medio-alta, che magari la sufficienza la prendono.

Niente esami a settembre, ma recuperi e inizio dell'anno slittato (per consentire i recuperi). Cioè, chi va bene e non ha debiti fa piu' vacanze?

 

l'unità on line dice che:

Nella manovra su cui venerdì il Senato ha votato la fiducia, infatti
c´è una sforbiciata da oltre 8 miliardi di euro che farà piazza pulita
di 87.000 docenti, circa 60 mila personale amministrativo e di duemila
istituti scolastici collocati nei piccoli comuni.

E' la premiata macelleria tremonti o quella gelmini?

A tale domanda io oramai mi rispondo sempre la stessa cosa: la gente se l'è votato da sola sto governo, adesso dovranno essere tutti felicissimi di pagare più tasse, avere meno servizi, e, da ultimo, portare i figli a scuola in macchina, in un altro comune, anziché mandarceli a piedi sotto casa.

M.G.: «Vi è la disponibilità di alcune case di moda a cimentarsi con la divisa scolastica»
S.B.: «Ai miei tempi si andava dietro la lavagna»

Assolutamente alieni alla materia e pure imbecilli, o cialtroni, o semplicemente inconsapevolmente irresponsabili. Ovviamente questo non li rende meno pericolosi, anzi.

Che l'università sia la sentina dove si raccoglie la corruttela dell'intero Paese, mi sembra una visione poco realistica, anche se coltivata in molti ambienti. Ha in parte ragione il Ministro quando parla dell'italica moda di piangersi addosso. Il declino dell'università, iniziato negli anni '60 con la politica delle sanatorie e del reclutamento selvaggio, è parte del declino dell'intero Paese. Una accelerazione al degrado si è realizzata con la "autonomia", che è diventata licenza: come nel caso della giustizia, interamente autoreferente, l'università soffre della mancanza di una guida estranea alle conventicole accademiche. Le università USA sono governate da consigli nei quali non sono maggioranza i docenti: attualmente, diversi paesi europei stanno riformando le università in questa direzione. Trasformare le università in fondazioni con la speranza che intervengano i privati per "governare" gli atenei è pura illusione. Se il governo delle future fondazioni sarà anch'esso su base "democratico-corporativa", un'altra occasione sarà sprecata.

Qualche precisazione mi sembra doverosa. Stiamo lavorando come delle bestie sulla fase attuativa dei decreti, ma alcune anticipazioni sono in grado di darvele. Innanzitutto, si punterà sull'autonomia scolastica, fermi alcuni paletti. La mia idea è di andare verso il "modello stellare": un insegnante che provveda alle materie basilari (leggere scrivere far di conto storia geografia scienze) e insegnanti specialisti per alcuni settori (in primo luogo, la lingua inglese, e non l'ingolese che oggi in troppi casi si proprina). Sulla strutturazione degli orari e sulla divisa, sarebbero le istituzioni scolastiche a poter scegliere, come del resto accade anche oggi. Al di là delle semplificazioni giornalistiche sul "grembiule" (che poi era la divisa...), sono le singole scuole a decidere. Così come, ad esempio, sul tempo scuola. lancio una provocazione sul "modulo a 40 ore". 10 di quelle ore sono previste come "tempo mensa"... Ovvero, i maestri insegnano come si tiene coltello e forchetta?

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