La rovinosa cavalcata del PIL italiano

3 febbraio 2010 alberto lusiani

Qualcuno dice che la recente gravissima crisi economica mondiale ha avuto conseguenze meno gravi in Italia rispetto agli altri paesi avanzati. I dati esistenti sui redditi pro-capite raccontano una storia diversa. Similmente a quanto hanno scritto Sandro Brusco e Andrea Moro riguardo le affermazioni relative al presunto sorpasso dell'Italia sull'Inghilterra quanto a PIL.

La crisi economica mondiale, per quanto comprendo io, ha colpito duramente le imprese finanziarie degli USA e di altri Paesi, si è accompagnata allo scoppio delle bolle immobiliari particolarmente in USA, Irlanda, Inghilterra e Spagna, ha depresso i consumi USA, il commercio mondiale e come conseguenza la maggior parte delle economie di tutto il pianeta.

Alcuni esponenti politici italiani sostengono che l'Italia è stata colpita dalla crisi meno di altri Paesi, perché ha un'economia primariamente manifatturiera, in cui le banche hanno un ruolo minore rispetto ad altri Paesi come Inghilterra e Stati Uniti. Oltre a questo, alcuni politici italiani sostengono che la crescita di altri Paesi era in realtà drogata mediante la crescita abnorme di bolle finanziarie e immobiliari. Queste considerazioni appaiono a prima vista ragionevoli: è vero che nell'economia italiana il settore manifatturiero ha maggior peso rispetto ad altri Paesi comparabili (Francia, Inghilterra, credo anche Spagna e Irlanda), ed è vero che le banche italiane hanno sofferto la crisi molto meno rispetto ad altri Paesi.

Queste affermazioni sono analoghe ad alcune altre, relative al presunto sorpasso del PIL italiano su quello inglese negli ultimi anni: in quel caso Sandro Brusco e Andrea Moro hanno mostrato che il PIL inglese in termini reali rimane ben superiore a quello italiano, che è aumentato relativamente a quello inglese unicamente per il maggior valore nominale dell'euro sulla sterlina.

Anche in questo caso, i dati esistenti oggi, a mio parere abbastanza affidabili e precisi anche se per il 2009 e 2010 si tratta di stime, raccontano una realtà diversa: a parte l'Irlanda, l'economia italiana appare essere tra le più duramente colpite dall'ultima crisi. Come mai? Secondo me perché è stata duramente colpita proprio la base manifatturiera dell'Italia, per la riduzione dei consumi e del commercio mondiale. Nel grafico che segue potete vedere il reddito pro-capite a parità di potere d'acquisto degli ultimi anni per alcuni Paesi comparabili o vicini all'Italia, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale.

PIL pro-capite a parità di potere d'acquisto in dollari del 2008

La Germania ha subito un contraccolpo simile all'Italia, mentre la Francia, meno legata alle esportazioni, ha assorbito meglio lo shock. La Spagna ha subito una diminuzione del PIL simile a quella italiana, probabilmente per lo scoppio della bolla immobiliare. La Grecia appare aver sofferto poco perchè, ritengo, non ha subito né bolle immobiliari né bolle finanziarie, e probabilmente ha una minore componente manifatturiera nella sua economia rispetto ad Italia e Germania. O, forse, perché ancora "drogata" dalla propria spesa pubblica, nel qual caso il redde-rationem arriverà loro quest'anno.

È interessante notare comunque che oggi, secondo le stime FMI, la Grecia supera nettamente sia la Spagna sia l'Italia. Noto poi che nei dati del FMI, contrariamente ai dati Eurostat (che potete consultare qui), la Spagna non ha superato l'Italia nel 2006 ma l'ha piuttosto raggiunta nel 2008 rimanendo poi leggermente superiore perché, sempre secondo Eurostat, la caduta del PIL spagnolo è stata di due punti inferiore a quella dell'italiano (-4% vs -6%). Si tratta comunque di differenze modeste rispetto alle grandi variazioni di PIL per effetto dell'ultima crisi. Va detto anche che in termini nominali il reddito pro-capite italiano è ancora superiore (probabilmente per poco) a Spagna e Grecia, ma il potere di acquisto degli italiani è penalizzato da prezzi di beni e servizi mediamente più alti, dando come risultato un reddito a parità di potere d'acquisto uguale o inferiore.

Aggiungo un grafico della stessa quantità ma per tutto il periodo in cui il FMI ha dati, cioè dal 1980, così è possibile apprezzare il periodo in cui l'Italia ha superato l'Inghilterra e il recupero di quest'ultima e di Spagna e Grecia negli ultimi lustri, oltre alla conferma che la stagnazione italiana dura, oramai, da un decennio pieno: il PIL per capita italiano, oggi, è uguale a quello di dodici anni orsono!

PIL pro-capite a parità di potere d'acquisto in dollari del 2008

''Note''

Ho mostrato il reddito pro-capite a parità di potere d'acquisto perché è l'indicatore economico più attinente al benessere materiale dei cittadini, l'ho espresso in dollari del 2008 per renderlo più immediatamente comprensibile al lettore del 2010 e per depurare nel grafico la crescita del PIL dovuta all'inflazione dalla crescita reale del potere d'acquisto.

51 commenti (espandi tutti)

Secondo me il punto è mettersi d'accordo su cosa significhi "che l'Italia è stata colpita dalla crisi meno di altri Paesi".

A me sembra che molti (comuni cittadini) abbiano una chiara sensazione del fatto che l'Italia non sia stata colpita nella stessa misura di Paesi che hanno precipitosamente dovuto salvare banche e assicurazioni con badilate di soldi pubblici - e che altri soldi nell'economia reale ne stanno mettendo ben tanti (più dell'Italia che non ha fatto quasi nulla in confronto da questo punto di vista). Inoltre noi non avevamo bolle immobiliari, nè ci siamo fatti pippe di mutui sofisticati e rischiosi. Però la produzione, e quindi il PIL, sono caduti lo stesso e anzi di più. E allora come stanno le cose?

Io ho letto proprio oggi il Quaderno n. 44 della Fondazione Edison, di Marco Fortis, e mi pare che la metta giù bene. Intanto rileva anche lui che il PIL dell'Italia è caduto pù di UK e Spagna (come mostri anche tu), per dire:

Dopodichè - anzi proprio in copertina - Fortis riproduce il "parallelo" andamento dei consumi:

A questo punto uno si chiede quali siano i fattori determinanti di questa situazione. Fortis scrive innanzitutto:

E’ del tutto evidente, infatti, che la più forte caduta del PIL di Giappone, Germania e Italia dipende principalmente dalla temporanea paralisi del commercio mondiale. Indubbiamente la frenata delle esportazioni imporrà a questi Paesi aggiustamenti delle capacità produttive e dolorose ristrutturazioni ma, quando la ripresa si manifesterà, Giappone e Germania ricominceranno a produrre auto ed elettronica come sanno fare meglio di chiunque altro al mondo e ad esportare i loro prodotti
con successo. E lo stesso farà l’Italia con la sua meccanica ed i suoi beni per la persona e la casa. E’ più difficile invece che il settore delle costruzioni possa ricominciare a trascinare il PIL della Spagna come è avvenuto artificiosamente negli ultimi 10 anni o che la finanza torni ad essere quel potente motore truccato delle economie americana e britannica che è stato dal 2002 in poi. Perché il tempo delle “bolle” immobiliari e finanziarie è finito. Così come quello dei consumi finanziati a debito che hanno caratterizzato la recente crescita non sostenibile di questo secondo gruppo di Paesi.

Insomma secondo Fortis non il PIL, ma

altri dovrebbero essere in questo momento gli indicatori più corretti per comparare il reale grado di gravità della crisi che ha colpito le diverse economie: ad esempio l’aumento della disoccupazione o la caduta dei consumi e della ricchezza netta delle famiglie.

E infatti vi sono dati rovesciati per la disoccupazione, che picchia meno duro in Germania e Italia che altrove, e per i consumi, come si è visto nel grafico sopra.

E qui sta un altro punto forte:

Un altro indicatore complementare al PIL che sta guadagnando crescente attenzione sia nell’ambito delle analisi strutturali sia sotto il profilo delle indagini congiunturali è quello della ricchezza netta delle famiglie. La ragione è molto semplice: così come in un’impresa non si deve mai guardare solo al conto economico ma anche allo stato patrimoniale (nel senso che il primo può anche andar bene per un anno o due ma se poi l’azienda ha accumulato troppi debiti alla fine rischia di fallire), così anche nel giudicare l’andamento di un sistema economico non è possibile prestare attenzione soltanto alla produzione annua del reddito e alla sua crescita, perdendo di vista magari altri aspetti cruciali come lo stato del debito pubblico o il deterioramento dei conti finanziari delle famiglie (fattore che può essere persino più insidioso del debito pubblico, come ha dimostrato questa crisi).

Fortis mostra dei dati riferiti al 2000, per comparare il PIL pro-capite e la ricchezza pro-capite:

Storicamente, l'Italia è sempre stata messa meglio sulla "ricchezza". La conclusione è che la crisi ha battuto o batterà forte sulla ricchezza altrove più che da noi (in base alle caratteristiche dei settori colpiti) e quindi

Tutte queste considerazioni ci portano a concludere che, dopo la pulizia dei valori fittizi operata dalla crisi, stiamo tornando ad essere, tra i grandi Paesi occidentali, quello con le famiglie più ricche in rapporto al reddito, di gran lunga davanti anche agli Stati Uniti, alla Francia e alla Germania.
Un'altra cosa non trascurabile che il PIL non ci sta dicendo.

Spero di avere comunicato bene il ragionamento.

RR

 

 

 

Renzo,

ti rispondo qui che tanto e' lo stesso. E mi scuso per la fretta, e' tardi e non ho molto tempo, quindi ometto riferimenti precisi - vado un po' a spanne.

1) la cosa di Fortis si riferisce a ricchezza delle famiglie, che viene misurata in parte con surveys in parte in modo indiretto, da flow-of-funds data (contabilita' nazionale), stimando la ricchezza del settore famiglie come residuo avendo sottratto da un totale la ricchezza di altri settori, ad esempio le imprese "incorporated". Quindi, giganteschi problemi di misurazione da un lato, e dall'altro un'immagine molto parziale della ricchezza di un paese. Vedi il paper originale di Davies-Sandstrom-Shorrocks-Wolff.

2) Peraltro sempre il paper originale rivela delle discrepanze con la tabella di Fortis. Se si guarda l'Appendice V, wealth per capita PPP$, alcuni numeri coincidono con quelli di Fortis fino all'ultimo dollaro, altri no. In particolare per Irlanda e Belgio, il paper originale da 136.680 per Irlanda (contro 91.423 secondo Fortis), e 120.977 per il Belgio (contro 86.205), portandoli a scavalcare l'Italia in classifica. Misterioso!!

3)

"quando la ripresa si manifesterà, Giappone e Germania ricominceranno a produrre auto ed elettronica come sanno fare meglio di chiunque altro al mondo e ad esportare i loro prodotti con successo. E lo stesso farà l’Italia con la sua meccanica ed i suoi beni per la persona e la casa. E’ più difficile invece che il settore delle costruzioni possa ricominciare a trascinare il PIL della Spagna come è avvenuto artificiosamente negli ultimi 10 anni o che la finanza torni ad essere quel potente motore truccato delle economie americana e britannica che è stato dal 2002 in poi."

Mi congratulo con Fortis per la boccia di cristallo. Io so solo che la produttivita' in Italia (sia totale dei vari fattori produttivi che del lavoro) e' stata molto vicina allo zero per molti anni - ne abbiamo parlato diffusamente su nFA. E la dimensione della torta aumenta in larga misura in funzione della produttivita'.

4)

Perché il tempo delle “bolle” immobiliari e finanziarie è finito. Così come quello dei consumi finanziati a debito

Di nuovo, complimenti per la boccia. E dagli a coloro che finanziano il consumo col debito. Viva l'autarchia!

5) Ma supponiamo anche di avere una misura perfetta del valore dello stock di ricchezza da un lato, e del flusso di beni e servizi prodotti in un paese ogni anno, dall'altro. Proviamo con una metafora. E' meglio essere un nobile toscano decaduto, fiero proprietario di un antico palazzo medievale in rovina, ma senza alcun reddito, oppure un rozzo elettricista mestrino (magari pure antipatico, con l'SUV "tarro") con un giro di affari annuo a sei cifre (in euro)? Chi pensi che "stara' meglio", in termini sia di reddito che di ricchezza, fra dieci-quindici-venti anni?

 

Quello che volevo sottolineare, con l'ausilio (determinante) delle considerazioni di Fortis, è che per comprendere l'impatto di questa crisi vanno prese in considerazione altre misure, oltre al PIL. Su questo si ragionava, perchè su questo verteva il post. Non mi sogno nemmeno di mettere in discussione l'inadeguatezza, i fardelli, i ritardi, e in definitiva i disastri del sistema socio-economico italiano, che si riflettono poi sulla scarsa crescita del PIL, come documentata in questi ultimi 15-20 anni.

Osservando tuttavia che questa crisi non è un mero "ciclo" dell'economia di mercato, ma coinvolge in un certo modo specifici settori/elementi/fattori economici, che in definitiva coinvolgono pesantemente le variabili patrimoniali, mi pare del tutto corretto cercare di introdurre per quanto possibile le misure più appropriate per disegnare un quadro realistico della situazione. Per questo ho plaudito al lavoro di Fortis. Capisco, ripeto, la difficoltà di "misurare" la ricchezza delle famiglie, però non vorrei che questa difficoltà si riflettesse in un atteggiamento teorico scorretto per non dire altro. Siccome è difficile misurarla, non la considero o non è rilevante. Anche la Mafia non esisteva, secondo la Democrazia Cristiana degli anni '70. La corruzione politica era "documentabile" dallo scandalo Lockheed e da qualche altro "caso isolato" fino a che non entrò in gioco il "mariuolo" e Mani Pulite. Dell'evasione fiscale non si poteva parlare apertamente, e non si fornivano dati, fino all'inizio degli anni '90. Insomma voglio dire che della ricchezza delle famiglie italiane, della loro propensione al risparmio (oltre che all'accalappio), si è sempre saputo, "più o meno", e che questo fattore sia ora determinante nel comprendere appieno gli effetti "reali" della crisi è un punto a favore del Fortis, secondo me.

Sui dati specifici, mi pare che esistano diverse versioni successive del paper originale commissionato dall'UNU - io ho visto che qui i dati (Appendice 6) coincidono con quelli di Fortis, ma capisco che ogni aggiornamento sia possibile. Peraltro Fortis ha raccolto anche l'andamento durante questo decennio della ricchezza di UK e Italia, stimando che i due valori si sono incrociati un paio di volte, ma che alla fine del 2008 la Gran Bretagna ha fatto un bel tonfo (-11,7% rispetto al 2007) crollando di ben 892 miliardi di sterline: l'Italia l'ha quindi "superata al ribasso", cioè diminuendo di molto meno. Da questo caso Fortis inferisce che pure per altri Paesi come gli Stati Uniti il riaggiustamento dei valori della ricchezza permetterà di stimare meglio tale classifica fra qualche anno.

Sulla boccia di cristallo, non sto dicendo che Fortis la possa avere. Tuttavia egli è molto a contatto con la realtà produttiva dei distretti, e ha seguito parecchio i dati dell'export e della competitività dei vari Paesi. Voglio dire che non serve affermare che il PIL crescerà "bene" (cosa che lui non dice) per affermare che quantomeno ci possa essere una ripresa delle posizioni relative nel commercio internazionale, e che questo tornerà comunque a vantaggio di Germania, Italia e Giappone. Che il tempo del "consumo finanziato col debito" sia sostanzialmente finito (nella forma in cui correva), poi, non lo dice (solo) Fortis, ma - direi - in molti, e su questo penso sia l'unica mia grossa differenza di apprezzamento rispetto alle tue considerazioni.

RR

Caro Renzino,

grazie per i dati di Fortis. E' possibile che Fortis abbia ragione (e come suddito italiano lo spero) e che il PIL italiano, tedesco e giapponese risalira' piu' velocemente di quello di altri Paesi dove sarebbe stato drogato da bolle immobiliari e finanziarie. E' possibile ma si tratta unicamente di una previsione di una persona, e le previsioni del Fondo Monetario Internazionale sono alquanto diverse: il PIL italiano dal 2010 al 2014 crescera' perfino meno di quello spagnolo, e l'Italia continuera' ad impoverirsi relativamente agli altri Paesi avanzati.

PIL pro-capite a parita' di potere d'acquisto in dollari del 2008 fino, 1998-2014

Personalmente non credo molto all'affidabilita' delle previsioni oltre un anno, anche quelle del FMI. Le previsioni degli organismi internazionali si limitano a predire per qualunque anno successivo al presente e per qualunque Stato un tasso di crescita del PIL che gradualmente raggiunge quello considerato "a regime" in base alla storia pregressa, che e' circa 3% per gli USA, 2.5% per Germania e Francia, e 1.5% per l'Italia... Le previsioni di Fortis a mio giudizio valgono ancora meno (e non sono nemmeno disponibili come stime quantitative, mi pare). Per la politica di oggi in Italia sarebbe prudente prendere come base le previsioni del FMI piuttosto che quelle di Fortis. Poi nel 2015 vedremo chi ha predetto meglio tra Fortis e il FMI. Nel frattempo potremmo confrontare le previsioni di Fortis (se esistono) e quelle del FMI fatte 5 o 10 anni fa con la storia recente del PIL.

E' interessante il fatto che i consumi italiani siano calati significativamente meno rispetto a Gran Bretagna e Spagna. Sarebbe interessante anche il confronto con Germania e Francia. Credo sia collegato col fatto che le famiglie italiane sono meno indebitate, e hanno dovuto subire in minor misura la stretta creditizia.  Non ne trarrei grandi auspici per future cavalcate del PIL italiano.

Riguardo alla ricchezza netta delle famiglie italiane, si tratta di una misura molto piu' incerta di quella del PIL, e ti faccio notare che l'Italia e' piu' povera nel 2000 anche di Paesi con tradizione di super-indebitamento delle famiglie come USA e UK. L'Italia supera Francia e Germania con 121kEuro contro 94.5k e 91k: non mi pare una differenza significativa date le incertezze, comunque e' pur sempre un dato positivo. Storicamente dubito pero' che maggiore ricchezza netta delle famiglie sia stata associata a maggior crescita del benessere futuro.  Vedremo nel 2015.

Sottolineo infine che anche:

Tutte queste considerazioni ci portano a concludere che, dopo la pulizia dei valori fittizi operata dalla crisi, stiamo tornando ad essere, tra i grandi Paesi occidentali, quello con le famiglie più ricche in rapporto al reddito, di gran lunga davanti anche agli Stati Uniti, alla Francia e alla Germania. Un'altra cosa non trascurabile che il PIL non ci sta dicendo.

E' solo una previsione di Fortis. Nel 2000 le famiglie USA erano piu' ricche in netto, dal suo stesso grafico.

Come ho scritto sopra, non penso nemmeno io che il PIL italiano possa "correre" - ma nemmeno Fortis lo pensa, direi (a situazione socio-politico-economica congruente con quella attuale). Fortis ritiene tuttavia che l'Italia riprenderà a produrre "come stava facendo prima, più o meno", e questo sarà sufficiente per sfangarla, dal punto di vista dei dati macroeconomici. Per i Paesi come Spagna, UK e USA, invece, andranno prese in considerazione degli aggiustamenti strutturali diversi, nelle loro economie. Certo, se continueranno a pompare soldi pubblici, i loro PIL cresceranno, ma lo faranno "Italian-style" anni '80, un po' alla maniera di Craxi - e poi qualcuno su nFA scriverà un pezzo "Le conseguenze economiche di Barack Obama".

Insomma, niente cavalcate del PIL italiano, anche secondo me, ma diverso inquadramento delle economie e dei problemi relativi dei vari Paesi.

RR

L'Italia è sempre stata qualche passo avanti... nelle cose denigrabili!

mussolini prima di hitler, deficit al 10% del pil 30 anni prima degli altri(se ci arrivano...),stragi di mafia eoni prima di quella di duisburg etc etc...

papagna

Anche secondo me e' interessante che i consumi in Italia siano scesi meno relativamente a Uk. In parte questo potrebbe essere doc=vuto al fatto che in Uk hanno speso lira di Dio per banche e altro, mentre noi no. Sara' che gli inglesi si aspettano tasse extra e noi no (piu' di cosi'...)? Checche' ne dicano krugman e stiglitz... ricardian equivalence

credo anche che parte della spiegazione verta sul fatto che gli inglesi (famiglie, non solo il settore pubblico) siano enormemente piu indebitati degli italiani (il rapporto completo di McKinsey a questo link).

 

ci sono dati/stime su come nei vari Paesi è cambiata la distribuzione di reddito e/o ricchezza?

può una misura che non ne tiene conto rappresentare il benessere di un Paese?

ci sono dati/stime su come nei vari Paesi è cambiata la distribuzione di reddito e/o ricchezza?

può una misura che non ne tiene conto rappresentare il benessere di un Paese?

Una risposta breve per ora: storicamente l'Italia e' un paese piu' diseguale degli altri comparabili. In tempi recenti solo UK (di poco) e USA (significativamente) superano le disuguaglianze di reddito esistenti in Italia. Anche dal punto di vista della disuguaglianza interna l'Italia quindi sta male.

Come mostra una recente indagine ISTAT, una parte della disuguaglianza deriva dalle differenze nord-sud, ma anche prendendo una regione del nord, e' tipicamente piu' diseguale (non molto) rispetto a Francia e Germania. Le regioni del Sud invece al loro interno sono piu' diseguali degli USA, tipicamente, a conferma che il pesantissimo intervento statale sulla spesa pubblica avvantaggia criminali ed elites meridionali ma non aiuta il segmento piu' povero delle regioni meridionali, anzi probabilmente aumenta le disuguaglianze interne.

Il PIL pro-capite PPP non e' misura omnicomprensiva e definitiva del benessere, ma e' una buona approssimazione ed ha il vantaggio di essere calcolabile con buona attendibilita'.

Anche dal punto di vista della disuguaglianza interna l'Italia quindi sta male.

La diseguaglianza in se' non e' un male, se deriva da criteri meritocratici (si', lo so, non e' il caso del Belpaese, ma esistono anche altre realta').

grazie. non volevo entrare sul dibattito pregi/difetti pil, ma sulla confrontabilità tra Paesi dei tassi di crescita (o livelli) aggregati senza verificare per la distribuzione.

Assumi che che ci siano due Paesi ed, in entrambi, i vari agenti abbiano uguale funzione di utilità e che tutti i beni siano non durevoli, per semplicità.

Consideriamo un solo Paese: se l'utilità aggregata (benessere) è una trasformazione monotona crescente del pil, allora guardando al pil non perdiamo informazione.

Consideriamo due Paesi: se l'utilità è concava (in genere non lineare) non tener conto della distribuzione fa perdere informazione. Il Paese con il tasso più alto di crescita del pil potrebbe avere un incremento di utilità inferiore a quello del secondo Paese.

Questo, guardando al benessere aggregato e prescindendo quindi da considerazioni socio-politiche (ie un governo potrebbe volontariamente agire per rinunciare a un po' di crescita del pil ma appiattire la coda sinistra...)

È interessante notare comunque che oggi, secondo le stime FMI, la Grecia supera nettamente sia la Spagna sia l'Italia

si tratta di una affermazione che meriterebbe qualche approfondimento. A me sembra piuttosto dubbia, ma non ho a disposizione dei dati fattuali per negarla.

Posso solo notare che:

a) ormai è noto che i greci hanno "taroccato" le cifre del deficit del bilancio statale (che è raddoppiato overnight con il cambio del governo);

b) l'ente che si è occupato finora di elaborare le statistiche per la contabilità nazionale non si è dimostrato super partes, bensì al servizio del potere politico. L' UE (oltre ai mercati finanziari) chiede una riforma urgente che garantisca l'indipendenza delle rilevazioni statistiche e una maggiore affidabilità delle stesse;

c) se, in qs ultimi anni, qualcuno avesse pensato di "addolcire" anche i dati relativi all'inflazione, a parità di crescita nominale del PIL greco, la crescita del reddito reale sarebbe stata gonfiata.

Credo che si tratti di un argomento su cui varrebbe la pena di indagare.

è vero che nell'economia italiana il settore manifatturiero ha maggior peso rispetto ad altri Paesi comparabili (Francia, Inghilterra, credo anche Spagna e Irlanda)

l'economia italiana appare essere tra le più duramente colpite dall'ultima crisi. Come mai? Secondo me perché è stata duramente colpita proprio la base manifatturiera dell'Italia, per la riduzione dei consumi e del commercio mondiale.

Ho scaricato i dati World Bank e fatto un bel grafichetto con excel che riporta la share di manifattura nel GDP dal 1980 al 2007 per i paesi riportati da Alberto ma il computer qui alla Banca di Spagna non mi permette di inserire il grafico. Spero di risolvere stasera da casa. Riporto qui di seguito i dati per il 1980 e per il 2007

                    1980      2007

France           33%       21%

Germany         41%      30%

Greece           30%       23%

Italy              38%       27%

Spain            37%        30%

UK                42%        23%

Tutti i paesi mostrano una diminuzione nella share di manifattura nel tempo (la diminuzione é piú o meno continua) e l'Italia rimane il terzo paese per grandezza del settore manufatturiero. Francia, Regno Unito e Grecia hanno effettivamente un peso della manifattura decisamente inferiore rispetto a Italia, Spagna e Germania.

 

L'articolo meritava forse qualche approfondimento in più. Non sono esperto di economia, però mi pare che il GDP, senza far polemiche su che cosa sia adatto o meno a misurare, non ci dica tutta la storia. Due esempi: la Spagna a un tasso di disoccupazione a 2 cifre, forse gli spagnoli non stanno tanto bene ora, anche se il gdp per capita è quasi uguale a nostro; la Grecia ha avuto un impatto meno devastante sul GDP, ma la sua economia è "commissariata" dalla UE per il debito pubblico se non sbaglio. Inoltre se guardiamo la pendenza della caduta del GDP per capita sembra abbastanza simile nei paesi considerati, tranne Francia e Grecia, come accennato nell'articolo. Quindi l'andamento del pil nei vari paesi, fatte salve le differenze di livello, confonde fatti/realtà economiche diverse.

Provo ad allegare questa tabella con dati eurostat sul tasso di disoccupazione nei paesi citati (per UK e Grecia ho usato per il 2009 la media dei mesi per i quali sono disponibili i dati, cioè gennaio-ottobre, visto che il dato annuale non era presente nella tabella originaria). Scusate ma non riesco a trasformarla in grafico né a copiare il mio grafico excel...

  Germany Greece Spain France Italy United Kingdom
1998 9,1 10,8 15,0 11,0 11,3 6,1
1999 8,2 12,0 12,5 10,4 10,9 5,9
2000 7,5 11,2 11,1 9,0 10,1 5,4
2001 7,6 10,7 10,3 8,3 9,1 5,0
2002 8,4 10,3 11,1 8,6 8,6 5,1
2003 9,3 9,7 11,1 9,0 8,4 5,0
2004 9,8 10,5 10,6 9,3 8,0 4,7
2005 10,7 9,9 9,2 9,3 7,7 4,8
2006 9,8 8,9 8,5 9,2 6,8 5,4
2007 8,4 8,3 8,3 8,4 6,1 5,3
2008 7,3 7,7 11,3 7,8 6,7 5,6
2009 7,5 9,20 18,1 9,4 7,75 7,53

Grazie per i dati sulla disoccupazione, che pero' ancora una volta non raccontano - come il PIL - tutta la storia.  Per es. l'Italia maschera con i cassintegrati quelli che in UK, Francia e Germania sarebbero probabilmente disoccupati sussidiati dallo Stato. Contando i cassintegrati, ho letto di stime di disoccupati al 10%, peggio di Francia, Germania e UK. Poi specie in Italia succede poi che chi non ha occupazione legale rinuncia a cercarla e lavora nel sommerso. Hai la possibilita' di fornire anche i dati sull'occupazione (occupati su popolazione)?  Sarebbe interessante avere i dati sia dell'occupazione "legale" meno i cassintegrati, sia dell'occupazione totale legale + sommersa, ma temo non siano facilmente ottenibili.

Personalmente ritengo che i dati sulla disoccupazione siano troppo influenzati dalle norme statali (possibilita' di lavoro sommerso, convenienza o meno a dichiararsi disoccupati) per essere significativi per un confronto, e invece i dati del PIL, pur non dicendo tutto, siano piu' indicativi dello Stato di salute di un Paese.

Piu' che altro, siamo uno dei paesi col piu' basso tasso di partecipazione in Europa (e in generale tra i paesi sviluppati), confrontare i tassi di disoccupazione piu' che parziale mi pare proprio inutile.

allora andiamo tutti benissimo, visto che è l'occupazione è aumentata in tutti i paesi citati, dal 1997 al 2008! No, credo che l'occupazione non sia affatto un buon indicatore, se non altro perchè il suo significato NON è affatto univoco: se aumenta l'occupazione significa che ci sono persone che prima non erano attive e ora hanno necessità di esserlo (indicatore di crisi) ma significa pure che persone prima "scoraggiate" (es. donne) hanno ora l'opportunità di cercare e trovare un impiego (indicatore di buona salute economica o perlomeno non crisi).

Il fatto che il tasso di disoccupazione sia affetto da errori di misura non inficia la sua validità teorica, ma la sua attendibilità (problema empirico)

L' emp.rate. lo userei per fare raffronti fra paesi, ovvero sono i lavoratori REGOLARI che pagano le tasse, che foraggiano le pensioni e in generale il welfarestate. L'Italia non è messa tanto bene da questo punto di vista e la % di tassazione su reddito lo dimostra.

allora andiamo tutti benissimo, visto che è l'occupazione è aumentata in tutti i paesi citati, dal 1997 al 2008!

L'aumento dell'occupazione tra 15-64 anni e' una tendenza comune nei Paesi avanzati. E a parte forse Paesi a crescita quasi zero come l'Italia, nei Paesi avanzati si sta meglio ora che nel 1997. In ogni caso quello che interessa ora nel tema dell'articolo iniziale e' confrontare Paesi diversi alla stessa data.

No, credo che l'occupazione non sia affatto un buon indicatore, se non altro perchè il suo significato NON è affatto univoco: se aumenta l'occupazione significa che ci sono persone che prima non erano attive e ora hanno necessità di esserlo (indicatore di crisi) ma significa pure che persone prima "scoraggiate" (es. donne) hanno ora l'opportunità di cercare e trovare un impiego (indicatore di buona salute economica o perlomeno non crisi).

L'occupazione delle tabelle invece e' un buon indicatore perche' indica la percentuale delle persone potenzialmente attive cui l'economia del Paese considerato ha offerto opportunita' ragionevoli di occupazione legale.

Si puo' discutere se sia meglio che le donne siano inoccupate legalmente a pulire la casa, preparare i pasti e accudire anziani invalidi e in generale disabili di cui non si fanno carico lo Stato e la societa', oppure se sia il benessere o l'assenza di occupazione legale a costringere molta parte della popolazione attiva a lavorare in nero o semplicemente ad oziare.  Personalmente, pur favorendo orari di lavoro medi possibilmente piu' ridotti quando in una famiglia lavorano marito e moglie, credo che la percentuale di occupazione legale, come il PIL, sia una misura abbastanza indicativa per confrontare il benessere di Paesi diversi.

a me sembra comunque che con l'indicatore sull'occupazione non capiamo veramente quanto forti o deboli siano stati gli effetti della crisi economica nei vari paesi, cosa che invece si desume in modo migliore sia dal PIL che dal tasso di disoccuapazione.

Riguardo alla ricchezza netta delle famiglie italiane, si tratta di una misura molto piu' incerta di quella del PIL

Anche Giorgio sottolinea lo stesso problema. Dal momento che il sommerso in Italia e' sotto-stimato nelle misure del PIL (fonte: mia survey con parenti ed amici!!!), credo che la ricchezza netta sia un indicatore altrettanto interessante e non necessariamente meno attendibile 

 

Dal momento che il sommerso in Italia e' sotto-stimato nelle misure del PIL (fonte: mia survey con parenti ed amici!!!), credo che la ricchezza netta sia un indicatore altrettanto interessante e non necessariamente meno attendibile.

Il PIL sommerso e' incluso nel PIL dei dati Eurostat, seguendo le raccomandazioni Eurostat, vedi ad es.  su nFA. La ricchezza netta e' un indicatore utile ma meno attendibile, secondo la mia modesta opinione.

Il PIL sommerso e' incluso nel PIL dei dati Eurostat, seguendo le raccomandazioni Eurostat, vedi ad es.  su nFA. La ricchezza netta e' un indicatore utile ma meno attendibile, secondo la mia modesta opinione.

Vabbe', ma se Eurostat si sbagliasse, e il sommerso fosse sostanziosamente aumentato, portando a una sottostima del PIL? Dopotutto, la percentuale di economia "in nero" non e' una costante universale. Altrimenti gli aumenti di ricchezza da dove arrivano?

Spero di non dire sciocchezze, ma credo che il nero, almeno nel mondo del lavoro, sia diminuito e non aumentato.

Gli ultimi dieci anni ci hanno portato (vado a memoria) almeno quattro corpose sanatorie di extracomunitari, vale a dire tutta gente che lavorava in nero e che oggi è iscritta all'INPS, magari per meno ore di quelle effettivamente lavorate, ma comunque più dello zero precedente.

La mia sensazione spannometrica, è che (almeno nel lavoro domestico) e grazie alle colf e badanti straniere, c'è molta meno irregolarità di quando le colf erano solo italiane

Si tratta di lavoro emerso e che non può ritornare agevolmente in immersione, perchè il lavoratore extracomunitario ha bisogno di un contratto di lavoro per rimanere in Italia.

Spero di non dire sciocchezze, ma credo che il nero, almeno nel mondo del lavoro, sia diminuito e non aumentato.

Gli ultimi dieci anni ci hanno portato (vado a memoria) almeno quattro corpose sanatorie di extracomunitari, vale a dire tutta gente che lavorava in nero e che oggi è iscritta all'INPS, magari per meno ore di quelle effettivamente lavorate, ma comunque più dello zero precedente.

Ma francamente io credo che quantitativamente conti molto di piu' il sommerso di professionisti ad alto reddito (medici, avvocati e simili), commercianti e artigiani che quello di colf e badanti. E sul primo ho i miei dubbi che ci siano state diminuzioni.

Ma francamente io credo che quantitativamente conti molto di piu' il sommerso di professionisti ad alto reddito (medici, avvocati e simili), commercianti e artigiani che quello di colf e badanti.

Secondo gli studi della CGIA di Mestre quantitativamente domina il sommerso dei lavoratori dipendenti (immagino specie lavoratori pubblici fannulloni) che fanno un doppio lavoro. Purtroppo non mettono online i loro studi (del Centro Sudio Sintesi).

E sul primo ho i miei dubbi che ci siano state diminuzioni.

Quelle notizie lasciano il tempo che trovano.  In Italia esiste una super-tassazione dei redditi di lavoro sotto forma di IRPEF e contributi, che a partire da redditi bassi (~20 KEuro l'anno) impone aliquote marginali fisco-contributive dell'ordine del 63%. E' ovvio che chiunque abbia redditi elevati e' quasi obbligato ad "organizzarli" in modo che si materializzino come plusvalenze finanziarie (dividendi, obbligazioni) tassati invece e addirittura in forma anonima al 12.5%. Questo fra l'altro avviene anche in altri Paesi, dove pero' il differenziale e' minore. Negli USA probabilmente la idfferenza sta tra un 40% dei redditi di lavoro e un 15% de redditi finanziari. Cio' avviene in buona parte senza violare le norme fiscali specie agli alti livelli, con le finanziarie lussemburghesi tipicamente. Pertanto, oltre ai super-stipendi dei dirigenti pubblici, dei parlamentari e dei barbieri e commessi del Parlamento, ci sono pochi super-stipendi privati particolarmente nella media e piccola impresa, che costituiscono il nerbo dell'attivita' produttiva italiana e la maggior parte del lavoro dipendente.

Certo poi c'e' anche chi evade, ma come ho documentato in passato almeno dall'Emilia Romagna in su l'evasione stimata sia da studi internazionali sia da stime interne e' pari o nettamente inferiore (Lombardia) a Francia e Germania, pur a fronte di maggiore pressione fiscale teorica (e - data la poca evasione - quindi anche effettiva).

La massima evasione, quella che distingue negativamente l'Italia, si verifica a Sud ed e' sommerso di massa, di tutti i generi di redditi e occupazioni secondo me. Oltre a questo anche le regioni centrali "rosse" contribuiscono con una vigorosa evasione fiscale ben oltre le medie europee.

Volevo dire che, nonostante gli aggiustamenti, il PIL italiano sia abbondantemente sotto-stimato (si tratta di una mia opinione basata sul reddito non dichiarato di amici e parenti nella zona milano/brianza ... quella che dovrebbe evadere meno!!!). Ho parenti (in laws) ed amici anche in Spagna e non ho la stessa percezione.

E la differenza tra la posizione dell'Italia nel ranking del PIL e in quella della richezza di famiglie potrebbe in parte essere spiegata dal "extra-sommerso".

Non ho capito, carmine. Tu conosci l'aggiustamento che viene fatto per il sommerso? E lo hai comparato con la percentuale di reddito sommerso dei tuoi amici rispetto al reddito di tutti gli amici che hai (evasori o meno)? Se cosi' mi dici la prima percentuale, quella di aggiustamento che fa l'istat?

Non sono un esperto ma l'opinione che mi sono fatto e' che l'aggiustamento sia tra un 15% ed un 20% del PIL (vedi tabella 1 qui). Il sommerso sembrerebbe molto piu' alt0 secondo varie fonti (un 27% nella tabella pag.8 qui). La mia indagine su un campione di cinque amici intimi (... nel senso di closed friends!!!!) suggerisce che non dichiarano un terzo del loro reddito.

La mia indagine su un campione di cinque amici intimi (... nel senso di closed friends!!!!) suggerisce che non dichiarano un terzo del loro reddito.

E' possibile sapere se si tratta di lavoratori dipendenti, impiegati o dirigenti, o lavoratori autonomi, o imprenditori, o liberi professionisti?  L'evasione fiscale stimata cambia molto a seconda della categoria. I commercianti autonomi si stima evadano il 40-70% del reddito (media su tutta Italia), se i tuoi amici sono commercianti lombardi e' possibile che la loro evasione sia interamente inclusa nelle stime ISTAT.

Due sono piccoli imprenditori, uno un (mega) dirigente, e due sono lavoratori dipendenti (highly skilled). Non chiedermi nomi e codice fiscale, se no rimango senza amici. Nel caso il fisco inglese legga nFA mi preme sottolineare che, contrariamente al detto chi va col zoppo ...., io pago tutte le mie tasse!!!!

 

1) L'accumulo della ricchezza per se' non e' ne' un valore, ne' un indicatore di benessere. Tra i motivi per l'accumulo della ricchezza v'e' l'impossibilita' di prendere a prestito. Esempio: Per giovani di belle speranze risparmiare ha poco senso, visto che i loro redditi sono destinati a salire. Dovrebbero prendere a prestito, ma cio' e' possibile solo se il sistema bancario ha raggiunto un'efficienza tale da permetterlo. L'accumulo di ricchezza da parte di questa parte della popolazione e' segno di arretratezza, invece che di sviluppo. Altro esempio: se non il mercato assicurativo e' tale per cui non sono disponibili polizze (a buon prezzo) contro certi rischi, non mi resta altro che accumulare ricchezza per fare fronte all'eventualita' che quei rischi si realizzino. Anche in questo caso, l'accumulo della ricchezza e' un segno di arretratezza.

2) Se uno si ostinasse a considerare la ricchezza accumulata come misura di benessere, dovrebbe considerare la dinamica recente di quella ricchezza, cioe' il tasso di risparmio delle famiglie. Si accorgerebbe che il tasso di risparmio netto delle famiglie Italiane (dati OECD) e' calato dal 25% (del reddito disponibile, immagino) circa del 1983 al circa 10% corrente (riporto la serie storica qui sotto)

1983 25.396

1984 24.892

1985 24.895

1986 23.071

1987 22.596

1988 21.826

1989 21.394

1990 21.637

1991 21.433

1992 20.230

1993 19.515

1994 18.127

1995 17.006

1996 17.888

1997 15.122

1998 11.362

1999 10.236

2000 8.419

2001 10.484

2002 11.248

2003 10.260

2004 10.203

2005 9.851

2006 9.109

2007 8.192

2008 8.613

2009 10.741

 

L'accumulo della ricchezza per se' non e' ne' un valore, ne' un indicatore di benessere.

Beh, potrei risponderti che nessun fatto è un valore - ma non lo faccio perchè sennò rischio di apparire un po' pedante. Sicuramente io parto da una base più naïf, non mi picco di essere un professionista dei valori economici. Però senz'altro mi stupirei se l'accumulo di ricchezza fosse considerato un indicatore di malessere... in generale sarei d'accordo sul considerare la complessità della questione, ma mi ostino a difendere il ragionamento "di prima approssimazione" che sottostava alle considerazioni fatte più sopra sulla ricchezza delle famiglie. In particolare capisco che qui ci stia sotto una bella divaricazione di modelli di risparmio e di consumo (fra mondi socio-politici diversi, intendo) - e proprio qui si voleva far riflettere (o: anche qui).  

Se uno si ostinasse a considerare la ricchezza accumulata come misura di benessere, dovrebbe considerare la dinamica recente di quella ricchezza, cioe' il tasso di risparmio delle famiglie. Si accorgerebbe che il tasso di risparmio netto delle famiglie Italiane (dati OECD) e' calato dal 25% (del reddito disponibile, immagino) circa del 1983 al circa 10% corrente (riporto la serie storica qui sotto)

Sì, mi era noto. Ma non lo considero un fatto positivo - cioè nel contesto della discussione in oggetto lo ritengo un indebolimento sistemico, come ritengo un indebolimento l'indebitamento pubblico "eccessivo" (lasciami passare la genericità). Anzi se vogliamo togliermi del tutto da una possibile "contraddizione", sono proprio contrario anche all'indebitamento pubblico. Insomma sostengo pienamente la "filosofia tedesca", che ritengo buona e giusta. Ritengo di avere elevate affinità di valori dell'azione politica con Angela Merkel...

RR

1) L'accumulo della ricchezza per se' non e' ne' un valore, ne' un indicatore di benessere. Tra i motivi per l'accumulo della ricchezza v'e' l'impossibilita' di prendere a prestito.

Perche'? Se s'indebitano per comprare assets (casa, ad esempio) l'ammontare dovrebbe apparire in misura circa uguale sui due lati del loro bilancio, lasciando la ricchezza pressoche' immutata (almeno all'inizio). E dubito che invece indebitarsi per spendere in discoteca o in beni di consumo abbia senso, siano essi giovani di belle speranze o meno: l'esperienza anedottica che ho accumulato punta esattamente nella direzione opposta.

Credo si riferisca al caso in cui sai che la banca il mutuo non te lo farà e devi attrezzarti per comprar casa in contanti (o stare in affitto) VS quello in cui i mutui si ottengono facilmente.

Nel primo caso hai un forte incentivo a risparmiare rispetto al secondo.

Credo si riferisca al caso in cui sai che la banca il mutuo non te lo farà e devi attrezzarti per comprar casa in contanti (o stare in affitto) VS quello in cui i mutui si ottengono facilmente.

Nel primo caso hai un forte incentivo a risparmiare rispetto al secondo.

Ma nel secondo caso i soldi che ti presta la banca devono essere stati risparmiati da qualcun altro, quindi la ricchezza del paese nel suo complesso non dovrebbe cambiare, no? (A meno che il prestito non derivi da debito estero, cosa che non e' molto salutare per la stabilita' del sistema economico).

Quel qualcun altro, qualsiasi siano i suoi motivi, i soldi li risparmia comunque, sia che ai giovani sia permesso di indebitarsi, sia che non sia permesso.

In linguaggio marginalmente piu' tecnico, l'offerta netta di capitale finanziario per ogni tasso di interesse e' piu' alta in un paese come l'Italia, con mercati finanziari preistorici, di uno come la Gran Bretagna, per esempio. Il risultato e' che in equilibrio, in Italia vi sara' una maggiore ricchezza netta.

Metto qui, perché non so dove mettere ... e poi non è così importante.

C'è qualcuno "out there" che sappia con un minimo di precisione quanto pesi il "sistema della moda" nel PIL italiano? In termini di VA generato nel paese, occupazione (no, non contatemi anche i dipendenti della Standa, per favore!), investimenti, gettito fiscale (di nuovo, senza l'IVA su tutto l'abbigliamento acquistato nel paese, please) e così via? Di sicuro qualcuno deve averlo studiato sulla base di qualche dato decente, solo che non so dove trovarlo. Quando vedo notizie come questa mi chiedo sempre: ma quanto contano, alla fine?

beh sul tessile/abbigliamento da buon pratese son sempre preparato..

 share of VA > 7% del VA di manifacturing (quindi un po' meno di 2% del PIL)

share of employment  between 10 and 15% of employment in manifacturing..

not trivial

 

per piu' dettagli e per la fonte

http://www.eesc.europa.eu/sections/ccmi/textile/brochure/documents/3184_...

vai a pag 15..

Fabrizio, grazie assai. Fa piacere vedere che, dall'amata Minneapolis, ci segui con attenzione! :-)

Questo è TUTTO il tessile/abbigliamento, right? Almeno questo suggerisce la Fig 4, pagina 16, del rapporto che indichi. In altre parole, le grandi firme della moda saranno al più un 10% di tutto questo, o no? Ossia, lo 0,2% del PIL ...In altre parole, le grandi maisons non contano un piffero per l'economia italiana.

L'altra cosa che salta immediatamente all'attenzione guardando le figure di quel rapporto è che la mappa del tessile/abbigliamento in Europa coincide con la mappa del sottosviluppo!! I paesi in cui è forte come o più che in Italia, in percentuale del PIL, sono TUTTI e SOLO i paesi poveri dell'Unione, più l'Italia, un paese in via di sottosviluppo. Le mappe sono veramente esplicite.

cio Mik.. vi seguo (non sempre ma abbastanza) e publicizzo il vostro ottimo libro anche sul mio forum di sciatori ( http://www.skiforum.it/forum/showthread.php?t=38849 ) che ha aperto una gran polemica quando hanno dato a voltremort il titolo di maestro..

dunque riguardo alle grandi case che non contano un piffero.. penso che se guardi strettamente ai numeri hai ragione.. il grande value added si fa vendendo alle masse non alle elite.. pero' c'e da dire che vendere alle elite puo' essere un investimento.. tipo se armani riesce a vendere alle elite poi puo' fare la linea di emporio armani che fa la stessa roba di gap ma che perche' ha il brand armani puo' essere venduta alle masse ad un prezzo doppio del gap..

ma anche se cosi' fosse sono d'accordo con te che questi signori della moda non andrebbero ascoltati troppo..e la ragione e' la mappa del sottosviluppo..

e ricongiungendosi al tema generale del thread ovvero le cause della stagnazione italica io mi domando quanto importante sia proprio il fatto che non siamo riusciti a cambiare struttura industriale (come hanno fatto UK, Germania e Francia) e che l'avvento della cina (et indonesia, filippine etc etc) ha pressoche' spazzato via i nostri settori forti (tessile abbigliamento mobili).. e' difficile produrre dei numeri seri ma la mia sensazione e' che sto fattore e' importante..(che e' anche la ragione per cui il tremonti si scaglia contro la globalizzazione) e che forse in italia si dovrebbe parlare di perche' non siamo risuciti a convertirci.. 

forse te lo avevo gia' detto ma c'e' un bel libro che (in maniera romanzata) fa il parallelo fra il declino dell'italia ed il declino del settore tessile.. si chiama 'L'eta' dell'oro" ed e' scritto dal mio compaesano Edoardo Nesi, perche' a Prato questo parallelo te lo vedi davanti agli occhi tutti i giorni..

 

 

Michele, da quello che ho capito, questa Anna Wintour comanda tutto il mondo della moda. In pratica, se lei dice che non sei ¨cool¨ le riviste iniziano a non parlare piú di te e il passo successivo é che inizi a non vendere piú. Questo soprattutto fuori dall'italia dove gli stilisti italiani vendono un sacco di roba scadente solo per il marchio. Quindi, dal punto di vista degli stilisti, se questa tizia dice che non va alla settimana della moda milanese, é semplicemente un disastro.

Si, si, non credo che Michele volesse discutere questo. Almeno, io delle dinamiche del mondo della moda non capisco un accidente ma credo che le cose che dici siano corrette. La domanda di Michele era: in che misura un disastro per gli stilisti si traduce in un disastro per il paese? Giusto per mettere i puntini sulle ''i'' prima che a qualche furbacchione venga in mente di proporre generosi incentivi statali per l'acquisto di abiti griffati....

Si Sandro, perfettamente d'accordo. Io volevo solo mettere in risalto la posizione degli stilisti, che spiega perché Della Valle (che é azionista del Corriere, mi sbaglio?) le spari cosi grosse sul danno al paese.

Michele non sono d'accordo con questa tua analisi, perchè il tessile/abbigliamento conta, eccome, per l'Italia.

I dati (ancorchè fermi al 2008..) ci dicono che, su un fatturato di 63 mld di euro e 786.000 addetti il settore ha un saldo attivo per l'export di 16 mld di euro. Niente male per il nostro saldo commerciale.

Ovviamente non so dirti quanto pesino i sigg. della moda in questo comparto, che però vive soprattutto di immagine e design, per cui avere dei "nomi" è importante, se non altro per il traino su tutto il comparto.

Quindi non capisco questo minimizzare il peso del tessile/abbigliamento, a meno che...

... a meno che non vogliamo evidenziare che il tessile è comunque un comparto "maturo", che è fin troppo facile competere per i NIC, poichè gli investimenti di base sono relativamente bassi e il valore aggiunto è dato solo dai dettagli (il design), che è, peraltro, facilmente copiabile, quindi sarebbe bene che ci mettessimo a fare (anche) altro.

Poi, sulla querelle settimana della moda, penso pesi una lotta di potere fra la Sig.ra e i sigg.ri della moda nostrani, oltre a qualche (nemmeno tanto velata) antipatia personale. Secondo la Sig.ra in questione, tra l'altro, è da tempo che l'Italia non è più "cool" e ci schifa più o meno apertamente.

Campo lo stesso senza sapere chi ha ragione, anche se propendo per la signora per i motivi di cui sotto:

se c'è uno che mi stà sui suddetti è il Sig. Della Valle, per cui, anche se avesse ragione da vendere, dirò che comunque ha ragione la signora: l'Italia è diventata provinciale.

questa e' l'unica cosa che mi sovviene quando leggo i tuoi commenti

l'Italia è diventata provinciale.

No, sempre stata :-)

Concordo con te che la presenza di "nomi" di prestigio nel tessile/abbigliamento faccia da traino per tutto il settore e che, in definitiva, sia un bene che ci siano. Però, come si evince dal PIL, hanno comunque un'incidenza marginale sul benessere del paese, con l'aggravante che vengono "usati" per "dimenticarsi" della decadenza dello stesso. Intendo dire: tutti si riempiono la bocca citando Armani, Ferragamo, Bulgari, la Ferrari, insomma tutta l'industria del lusso facendo finta di non vedere, o forse (il che è più grave) non rendendosi proprio conto, che in Italia:

1.non esistono industrie di punta nei settori elettronico, informatico, farmaceutico, dell'energie alternative cioè i settori dove negli anni recenti vi è stato sviluppo

2.i settori più tradizionali sono stati fortemente ridimensionati (siderurgico, metalmeccanico, chimico non parliamone nemmeno)

Facciamo fatica a competere nei settori tradizionali e non siamo in grado di spostare la competizione sui nuovi settori. A livello mediatico/politico l'eccellenza nel settore "lusso" mi sembra spesso usata per coprire questa decadenza ed illudersi di essere un paese ricco confondendo chi crea oggetti di lusso con chi può permetterseli (il ricco non è il sarto ma il suo cliente). Insomma abbiamo le "pezze al culo" ma sono firmate Armani.

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