Salari, maledetti salari
Tutti vogliono aumentare i salari degli italiani.
Lodevole intento, dal momento che i salari dei lavoratori dipendenti italiani
sono, effettivamente, molto bassi in relazione alla media degli altri grandi
paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito ed anche Spagna). I dati Eurostat,
riportati nella relazione "Consumo e Crescita in Italia"
pronunciata dal Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi nell'ottobre 2007,
lo confermano (vedi qui per un commento e qui per alcune correzioni).
Ad esempio, nel 2001-2002 nelle imprese dell'industria
e dei servizi privati, in Italia la retribuzione media oraria era di soli 11
euro. A parità di potere d’acquisto questo valore è circa il 30-40% al di sotto
dei corrispondenti valori in Francia, Germania e Regno Unito. Tali differenze
salariali sono più contenute per i giovani, ma poi si ampliano per le classi
centrali di età (quelle generalmente più produttive) e tendono ad annullarsi
per i lavoratori più anziani. Il differenziale è più basso nelle occupazioni
manuali e meno qualificate. I dati citati rappresentano valori medi e risentono
delle diverse caratteristiche individuali dei lavoratori; ma anche a parità di
caratteristiche individuali, le retribuzioni mensili nette italiane risultano
inferiori di circa il 10% rispetto a quelle tedesche, del 20% a quelle
britanniche e del 25% a quelle francesi.
Questo fenomeno risulta vero per i
lavoratori dipendenti del settore privato, ma vale in parte anche per i
dipendenti pubblici "comuni", ossia per insegnanti, postini, infermieri,
dipendenti delle ferrovie, impiegati delle prefetture o degli enti locali.
Sembra valga molto meno, invece, per quella ristretta elite di dipendenti
"ministeriali" e "alti funzionari" - concentrati quasi tutti nei ministeri
romani o nelle loro propagazioni-satellite in Italia e nel mondo - che a colpi
d'indennità e aumenti di qualifica guadagnano non solo più di quanto
dovrebbero percepire visto ciò che non fanno, ma anche di più dei loro
analoghi europei. Di questi non ci occuperemo in questo articolo, anche se
l'argomento meriterebbe davvero molta attenzione. Per non generare confusione,
tralasceremo quindi tutti i dipendenti pubblici. Se le energie ci ritornano, la
prossima volta proveremo ad analizzare i salari del settore pubblico. Per oggi,
ai lettori interessati speriamo bastino ed avanzino i dati relativi ai salari
del settore privato.
I FATTI AGGREGATI
Per stuzzicare l'appetito (e per i lettori
che vanno di fretta e non vogliono sciropparsi le tabelle che seguono) ecco tre
sunti, fra i molti possibili, della situazione. Corriere sul rapporto Banca d'Italia
sui redditi delle famiglie, editoriale di Francesco Giavazzi sui
salari che piangono, inchiesta "ad hoc" de La Repubblica sul
potere d'acquisto dei salari italiani.
Che i salari reali italiani, a parità di età e
qualifica, siano inferiori a quelli europei di percentuali che vanno dal 10% al
40%, lo diamo per acquisito, anche se si ritornerà brevemente su questo punto
più avanti nell'articolo per descrivere meglio la situazione del nostro Paese.
Diamo anche per acquisito che una parte di questa differenza sia dovuta alla
maggior pressione fiscale sul reddito da lavoro italiano, pressione
particolarmente forte per i dipendenti che non possono usufruire di quella
"esenzione implicita" che da 50 anni regge il sistema socio-politico italiano e
della quale si avvantaggiano i lavoratori autonomi, ossia l'elusione e
l'evasione fiscale. Occorre però stare attenti a non farsi troppe illusioni: il
maggior carico fiscale spiega solo una parte relativamente piccola della
differenza fra i salari italiani e quelli degli altri paesi europei. I dati
Eurostat (che non riportiamo per non appesantire troppo l'articolo) mostrano
che, anche qualora si considerassero i salari lordi di tutte le imposte ed i
contributi, esisterebbe comunque una differenza dell'ordine del 30% con quelli
della Francia, ed addirittura superiore al 40% con Germania ed Inghilterra. Solo
nel confronto con la Spagna i salari italiani lordi risultano leggermente
superiori, ma i salari spagnoli partivano da valori molto inferiori agli
italiani negli anni 80. Inoltre, quando si confrontano i salari netti gli
spagnoli e gli italiani sono praticamente equivalenti, con gli spagnoli
leggermente superiori negli anni recenti.
Vediamo ora cosa è successo al loro tasso di
crescita negli ultimi 25 anni (1981-2006). Anch'esso è sostanzialmente
inferiore a quello degli altri paesi europei, ma la mancanza di crescita è
concentrata soprattutto negli ultimi dieci anni circa. Prima, ossia sino al
1995-96, i salari italiani si comportavano più o meno come la media di quelli
dei grandi paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito e Spagna). Un confronto
sommario di quanto successo negli ultimi cinque anni si trova nelle due tabelle
che seguono.
Il fatto è che, negli ultimi dieci-undici
anni, non sono solo i salari dei lavoratori dipendenti che hanno smesso di
crescere: la loro produttività ha fatto lo stesso. Più in generale, tutte le
misure di produttività del lavoro italiano, dipendente o non, pubblico o
privato (che già crescevano poco rispetto ai paesi più avanzati sin dalla
metà degli anni 80) hanno frenato bruscamente e si sono appiattite attorno al
1996. Il grande rallentamento, anche se forse veniva da lontano, si manifesta
nei dati solo dopo la recessione della prima metà degli anni '90, o con la fine
del regime Craxi-Forlani, se volete, e l'entrata in scena di Berlusconi e Prodi!
Il grafico seguente - che descrive l'evoluzione della produttivita` del lavoro
in Italia (qui misurata dal rapporto tra prodotto interno lordo reale e numero
complessivo di ore di lavoro) - crediamo renda chiaramente questo fatto.
che presentano l'evoluzione della produttività del lavoro italiana in relazione
alle medie europee a partire dal 1995:
I FATTI, UN PO' DISAGGREGATI (SOLO PER
SECCHIONI)
Cominciamo dal valore aggiunto per ora
lavorata che, piaccia o non piaccia, è la torta di cui il salario orario è una
fetta. Il VA per ora lavorata è cresciuto del 44% tra il 1981 ed il 2000 ed è
diminuito dello 0.9% tra il 2000 ed il 2006.
La crescita del valore aggiunto per ora lavorata si è fermata attorno al 1996,
a ben guardare. Da allora, in 11 anni, esso è cresciuto solo del 2%! Questo
nella media, mentre i valori settoriali dicono cose ancor più interessanti. In
agricoltura, dove il VA per adetto era triplicato nel 1981-2000, la crescita è
stata, da allora, pari all'1%. Nell'industria, dov'era quasi raddoppiato, è
rimasto costante. Nelle costruzioni è cresciuto dell'1.5% ma in questo caso
anche il periodo 1981-2000 era stato misero (+5%). Il commercio è il settore
"record" con una crescita del 4%, contro il 33% del periodo precedente. Infine
il settore finanziario ed immobiliare e quello dei servizi pubblici hanno avuto
entrambi una sostanziale crescita negativa: -11.6% e -6.5%, rispettivamente.
Questi due valori, vanno qualificati. Mentre nel secondo, che corrisponde quasi
interamente con il settore pubblico, il VA per ora lavorata diminuisce da sempre
(-8% tra 1981 e 2006), nel primo abbiamo assistito a due movimenti contrastanti.
Il VA per ora lavorata nel comparto dell'intermediazione finanziaria è
cresciuto del 27% nel 1981-2000 mentre da allora ristagna. Nel comparto delle
attività immobiliari, noleggio, informatica, ricerca e servizi alle imprese,
invece, il VA per ora lavorata cala da sempre, ed è oggi uguale a circa un
terzo di quanto fosse nel 1981. Quest'ultimo dato è però comprensibile in base
al fatto che le ore lavorate sono quintuplicate e che,25 anni fa, si trattava di
un comparto minuscolo e ad alto VA.
Un quadro aggregato desolante, dunque,
a fronte del quale pare opportuno chiedersi se esiste almeno qualche settore o
comparto dell'economia italiana che faccia eccezione. Ossia, se esistono
industrie nelle quali la produttività continui a crescere in modo sostanziale.
I valori disaggregati per comparti più piccoli di quelli citati si fermano -
purtroppo: grazie ISTAT - al 2004. In quell'anno solo il comparto della
produzione e distribuzione dell'energia elettrica, acqua e gas sembra avere
performances decenti: +22% rispetto al 2000. L'unico altro che segnala un minimo
di crescita del VA per ora lavorata (+5.2%) è quello della produzione articoli
di plastica e gomma. Per il resto, declino o costanza. Insomma: la produttività
del lavoro italiano non cresce, da dieci anni e più, in alcun settore
economico.
Veniamo ora alla produttività totale dei fattori
(o TFP), un concetto forse un po' tecnico per l'uso del quale ci scusiamo con i
lettori non esperti. Esso è però molto utile per capire cosa causa che cosa.
Intuitivamente, pensate alla TFP come un indice della crescita di
produttività attribuibile al fatto che si producono delle cose migliori e
nuove, si organizza il lavoro meglio, si fanno prodotti che il consumatore
valuta di più, e così via. Insomma, tutti quei guadagni di produzione che NON
dipendono dall'usare maggiori quantità di capitale e un numero maggiore di ore
lavorate. L'indice aggregato di TFP era cresciuto del 25% tra il 1981 ed il
2000, e da allora è sceso di quasi il 3%!
Anche in questo caso, la grande frenata avviene attorno al 1996 visto che la TFP
italiana del 2006 è identica a quella di 11 anni prima. Le variazioni
settoriali sono simili a quelle evidenziate per il VA, con l'unica variante che
la TFP sembra essere diminuita in tutti i settori fuorché quello del commercio
(+1.6%) dal 2000 ad oggi. Particolarmente drammatiche, dal 2000 ad oggi, le
diminuzioni della TFP nel settore finanziario ed immobiliare (-12%) ed in quello
dei servizi pubblici (-9%). Come al solito, una "foto" vale più di cento
parole, quindi eccola (il grafico si basa su stime nostre su dati nazionali
aggregati di fonte EUROSTAT):
Negli ultimi cinque anni sono andate
crescendo le ore lavorate totali. Esse sono ora il 6% più alte di quanto erano
nel 2000, anno in cui erano uguali a quelle del 1992 e solo il 3% maggiori che
nel 1981. La distribuzione settoriale di tale crescita, è altamente ineguale.
Nell'agricoltura ed industria le ore lavorate sono il -8% ed il -4% che nel
2000, mentre sono cresciute in tutti gli altri settori. Rispettivamente:
costruzioni (+15%), commercio ecc. (+3%), intermediazione (+21%), servizi
pubblici (+13%). Vale la pena notare che TUTTA la crescita nelle ore lavorate si
concentra, dal 1981 ad oggi, negli ultimi tre settori che danno, rispettivamente,
+20%, +246% e +122% su quell'arco di tempo. Vi preghiamo di guardare attentamente gli ultimi due numeri che corrispondono, rispettivamente, all'intermediazione finanziaria/immobiliare ed al settore
pubblico. Durante gli stessi 25 anni le ore lavorate totali hanno registrato un +8%. Detto altrimenti: praticamente la totalità della crescita di ore
lavorate durante gli ultimi 25 anni è dovuta all'intermediazione finanziaria/immobiliare ed al settore pubblico.
I FATTI, ANCOR PIU' DISAGGREGATI (SOLO
PER SECCHIONI INVETERATI, MA UTILI PER L'ANALISI A VENIRE)
Utilizzando dati ISTAT è possibile disaggregare l'evoluzione e,
soprattutto, il livello della produttività del lavoro italiana negli ultimi
anni. Guardando alle medie nazionali, ad esempio, si nota come la produttività
nell'Italia del Centro e del Nord si mantenga consistentemente ben più alta
della media nazionale, con differenze evidenti a seconda che si consideri
l'aggregato Italia Nord-occidentale o Italia Nord-orientale. Un po' a sorpresa,
rispetto all'opinione comune, la produttività del Nord-Est non si discosta di
molto dalla media. La situazione, non sorprendentemente, cambia se si guarda
agli indici di produttività del lavoro nel Mezzogiorno, assai lontani dalla
media nazionale e ben più distanti da quelli settentrionali. Gli istogrammi qui
sotto ben rappresentano la situazione appena descritta e la sua evoluzione,
quasi impercettibile a dire il vero, dall'inizio del nuovo millennio. Detto altrimenti, in questi istogrammi ci sono due messaggi: la differenza fra la produttività del Sud e quella del resto del paese è gigantesca, e non cambia nel tempo.
L'impressione è confermata se si
osservano, poi, i tassi di crescita complessivi di questa variabile nelle stesse
macro-aree geografiche di sopra. Si scopre allora che nel periodo 2000-2006
l'Italia Nord-orientale ha registrato una crescita dello 0.92%, l'Italia
Nord-occidentale una caduta dell'1.27% ed il resto variazioni relativamente
piccole ma negative! Messa in soldoni: la
produttività del lavoro sta diminuendo ovunque, ed il Nord Est riesce a fatica
a crescere un pelino, ma proprio un pelino.
Disaggregando ulteriormente (per
settori e per le tre aree) i dati per il 2005 - l'ultimo anno, nel database
ISTAT, per cui si abbiano dati completi e comparabili per ogni regione ed
industria - scopriamo anche che i livelli di produttività sono abbastanza
eterogenei settorialmente e territorialmente. In
primis, si registra la sistematica arretratezza delle regioni del Sud.
Inoltre, esistono nel nostro Paese settori la cui produttività del lavoro si
discosta in maniera significativa dalla media nazionale e dalla media delle
altre industrie. Infine, l'andamento degli istogrammi su base nazionale è assai
simile a quello degli istogrammi per ciascuna macro-area a suggerire che
l'eterogeneità della produttività settoriale potrebbe essere relativamente
più pronunciata dell'eterogeneità regionale, fatto salvo ovviamente il caso
del Mezzogiorno. Quest'ultimo continua ad apparire, anche in questi dati, come
un territorio a parte dal resto del paese.
L'analisi veloce di appropriati indici di
dispersione può, infine, rendere meglio l'idea di quanto variabile ed
eterogenea sia la produttività del lavoro in Italia. Le tabelle che si
riportano a seguire indicano l'evoluzione temporale dei coefficienti di
variazione (non pesati per livello di attività economica) della produttività
del lavoro in Italia lungo le industrie e le aree geografiche. Ad indice più
elevato corrisponde una dispersione maggiore della variabile rispetto alla sua
media. Nella prima tabella l'indice indica la dispersione della produttività
del lavoro in ciascuna macro-area calcolata sulle diverse industrie.
La prossima tabella
riporta l'indice di dispersione della produttività del lavoro in ciascun settore, calcolato lungo l'asse delle regioni.
I differenziali di produttività del
lavoro tra industrie, già elevati, sono generalmente e ulteriormente cresciuti
in Italia dal 2000 al 2005. Il trend nazionale è riscontrabile (prima tabella)
in ciascuna zona geografica, con l'unica eccezione dell'Italia Nord-occidentale,
che, tra l'altro, è anche la macro-area che ha conosciuto, nello stesso periodo
di tempo, la crescita negativa più accentuata. Questo fatto, di per sé,
giustificherebbe l'eventuale esistenza di differenziali salariali via via più
consistenti tra industrie sull'intero territorio - poiché anche noi abbiamo una
vita fuori da nFA ed Epistemes, e non sapevamo dove trovarli
rapidamente, non abbiamo cercato questi dati salariali. Con poche eccezioni, gli
andamenti della dispersione appaiono invece piatti e generalmente stabili su
livelli relativamente bassi all'interno di ciascuna industria. Se sono quindi
giustificabili, negli ultimi anni, evoluzioni salariali diverse a seconda dei
settori (che, come visto, esibiscono già produttività a volte notevolmente
differenti), all'interno dello stesso settore le differenze di
produttività locali non sembrano essere mutate significativamente nel tempo e,
comunque, non in maniera tale da supportare dinamiche salariali recenti
profondamente dissimili tra regioni.
I NON FATTI, CHE ANCHE QUESTI CONTANO
Molti commentatori trattano come un dato
di fatto che la quota di reddito da capitale sul reddito nazionale continui a
crescere. Si dà il caso che questo fatto non esista. La quota di reddito da
capitale sul valore aggiunto era pari al 28.2% nel 1981, ed era il 29.5% nel
2006. Negli anni intermedi ha oscillato, raggiungendo il massimo nel 2001 con un
valore del 33.5% ed il minimo nel 1993, 27.7%. Più interessante risulta invece
osservare i suoi movimenti settoriali. Nel settore agricolo la quota di capitale
è cresciuta monotonicamente, dal 6% del 1981 al 34.8% del 2006. Nell'industria
è andata oscillando tra il 31.9% del 1981 ed il 31.1% del 2006; è scesa nelle
costruzioni dal 36.6% al 28.8%; è salita nel settore commerciale passando dal
20.4% al 28.3%. Quest'ultimo è un settore molto variegato ed il cambio è
dovuto soprattutto ad alberghi e ristorazione, e trasporto e comunicazioni. È
diminuita, infine, in modo drammatico nel settore finanziario ed immobiliare
passando dal 46.8% al 27.4% dove il cambio è concentrato però quasi unicamente
nel secondo comparto.
La disoccupazione, fondamentalmente per motivi
demografici ma non solo, non è praticamente più un problema. Non lo è da due
decenni e passa nel Nord del paese (4.4%), ed ora non lo è nemmeno al Centro
(6.3%). Rimane un problema "statistico" al Sud, dove il tasso di occupazione è
del 47% (67% al Nord) ed il tasso di disoccupazione misurato raggiunge tuttora
livelli a due cifre (14%). A nostro avviso la disoccupazione del Sud consiste di
occupazione mascherata nel settore sommerso o in attività illegali,
altrimenti i dati dei consumi delle famiglie non risulterebbero spiegabili (e la
rivolta sociale sarebbe continua e drammatica). Non è comunque questa la sede
per fare tale confronto, anche se qualcuno forse dovrebbe cominciare a
demolire anche il mito della "disoccupazione meridionale" oltre a quello della
"povertà relativa".
Per ora basta così. La prossima puntata fra qualche giorno, dopo che, ne siamo certi, il dibattito avrà forse aggiunto ulteriori dati e corretto quelli qui presentati.
