I servizi deviati fanno male a noi

21 luglio 2006 michele boldrin
La storia "Abu Omar" contiene una "morale" (nel senso di lezione o apprendimento) che vale ben al di la' del caso specifico. Rules rather than discretion e' principio valido non solo per la politica monetaria e fiscale, ma anche in quella estera e "militar-spionistica".

La ragione fondamentale per cui gli economisti preferiscono le regole alla discrezione nella conduzione della politica monetaria e fiscale e', alla fin fine, semplice e si puo' intendere anche senza saper nulla del Bellman operator. Le politiche le fanno gli uomini. Gli uomini, come fra i tanti ci ricorda anche Madison nei Federalist Papers, non sono angeli ma uomini, anche quando fanno gli uomini di stato. Come tali sono suscettibili di tentazioni, vizi, passioni, difetti, interessi personali che poco hanno a vedere con il famoso (e spesso inesistente) interesse generale. Gli uomini, ognuno di essi, tendono a fare i propri individuali interessi e questi stessi si modificano a seconda delle circostanze. Non solo, molto spesso (quasi sempre, direi) la politica, sia essa fiscale, monetaria, culturale, o militar-spionistica deve affrontare problemi che non hanno una soluzione che massimizzi l'interesse di tutti. In generale, la politica implica fare scelte che favoriscono un gruppo invece che un altro, o che addirittura danneggiano seriamente una parte della societa'. Insisto, il cosidetto interesse generale e' una chimera il 94.7% dei casi.

In tali circostanze e' quindi ovvio che politici e funzionari pubblici a cui vengono dati alti poteri discrezionali li utilizzino per fare gli interessi propri e dei gruppi, delle ideologie, delle associazioni, delle persone a cui si sentono affini. Nulla di male, si tende a dire, perche' in democrazia se fai sempre gli interessi di una minoranza poi non ti eleggono piu' o addirittura ti cacciano (non che accada frequentemente con il funzionario pubblico, ma e' molto teoricamente possibile.) Vero, ma questo non risolve il problema dei costi che la discrezionalita' genera, e per due ragioni. Da un lato, se si e' astuti abbastanza da fare sistemanticamente gli interessi di una maggioranza dei cittadini ci si puo' mantere al potere per lungo tempo anche danneggiando in maniera seria il resto del paese. E non serve neanche favorire sempre la stessa maggioranza, basta favorire recursivamente una qualche maggioranza anche se di cangiante composizione: cosi' facendo si puo' arrivare a danneggiare quasi tutti, massimizzare il proprio profitto-potere-interesse e non essere cacciati quando arrivano le elezioni. Per questo, sulle questioni fondamentali, e' meglio seguire regole chiare, prestabilite, ed approvate da maggioranze vaste e qualificate. Si chiamano costituzione, codice penale, codice militare, eccetera.

La seconda ragione che rende la discrezionalita' una scelta poco raccomandabile e' quello della segretezza o, per dirla con paroloni, della osservabilita' incompleta delle azioni compiute dal politico-funzionario e dell'incompleta informazione di cui la popolazione gode in relazione allo stato del mondo effettivo nel momento in cui l'azione viene compiuta. La segretezza, come abbiamo abbondantemente provato dal 1980 in poi nel caso della politica monetaria, fa chiaramente danno - per questo Ben Bernanke parla cosi' tanto: perche' sa che la segretezza non e' buona e non fa bene, alla faccia degli stupidi miti popolari sui poteri del guru Greenspan. Ma il caso contro la segretezza non si limita alla politica monetaria, o fiscale. Esso e' ancor piu' serio quando si considera la politica militar-spionistica.

In questo caso l'uso della discrezione - nel caso specifico: sbattersene delle leggi del paese a cui si e' giurata fedelta', violando codice penale, regolamenti e direttive parlamentari, per raggiungere un obiettivo che, in quel momento, il funzionario pubblico ritiene "vantaggioso" - puo' avere effetti serissimi e di ancor piu' lunga durata che un'inflazione poco controllata o una recessione dovuta a inasprimenti monetari eccessivi. Nel caso della politica militar-spionistica, la segretezza puo' portare a rapimenti, assassini, tradimenti, massacri, bombe, torture, complotti mondiali, atti terroristici, guerre, ed altre amenita' di questo genere. Puo' portare a questo ed altro senza che i sovrani elettori ed i loro eletti che siedono in parlamento, siano essi di maggioranza o di opposizione, abbiano la benche' minima possibilita' di controllare cosa si sceglie di fare, per che ragioni, con quali conseguenze, mezzi, fini, implicazioni ... Come si apprende dal caso Abu Omar,
tutto questo e' altamente possibile, e succede, semplicemente perche' gli
uomini dei servizi uomini sono, e non angeli. Quindi tradiscono, mentono,
offrono la loro lealta' a nuovi padroni che non sono ne' quelli che li
pagano ne' quelli che dovrebbero servire per legge, poi cambiano di direzione come bandieruole al vento seguendo, molto discrezionalmente, il proprio personalissimo e sporchissimo interesse.

E questo non e' bene, non e' proprio bene per nulla. Questa discrezione, invece della rigida osservanza delle regole stabilite da leggi e regolamenti, non e' per nulla auspicabile e va giustamente e severamente punita. Per chi non se lo ricordi, da Piazza Fontana in poi, ed anche prima, grandi tragedie hanno colpito l'Italia perche' ai servizi veniva lasciato potere di discrezione. In anni come questi i rischi sono ancora maggiori, con Al Qaeda e la sua folle guerra santa da un lato e, dall'altro, il cowboy texano ed i suoi amici della Galilea che giocano a fare i crociati che tutto risolvono a base di massacri, senza i cavalli ma con gli F-15 e le bombette ad alto potenziale.

Regole, dunque, ed ancor piu' ferree qui che nella politica monetaria e fiscale. E punire chi sgarra, altro che calciopoli.

 

 

5 commenti (espandi tutti)

naturalmente siamo d'accordo. pero' a me il caso Abu Omar insegna anche un'altra cosa: pessime rules aumentano gli incentivi ad atti discrezionali che le violano.

Concordo pienamente su questo. Tax evasion, ovviamente, essendone l'esempio piu' palese. Devo pero' dire, e qui andiamo a pure preferenze per il lampone versus il pistacchio, che fra i due mali scelgo le regole malfatte: almeno sono esplicite e visibili. Tutto questo, ovviamente, crea un divertente problema normativo: che regole stabiliamo per il comportamento di gente che, dovendo agire segretamente per definizione, deve e puo' anche violare "altre" regole?

concordo pienamente con il post. Sul problema normativo nel commento di Michele Boldrin, mi verrebbe da pensare che il problema è la segretezza ex-ante, non quella ex-post. Nel senso, se è vero che non è possibile mandare i servizi in parlamento ad annunciare questa o quella azione, è però possibile stabilire che a seguito di una certa azione i servizi debbano rendere conto del proprio operato a, che ne so, una commissione parlamentare, che ne giudichi l'aderenza alle "strict rules" che si proponevano nel post. Magari però già esiste (sono ignorante a riguardo)

certo, esistono meccanismi del genere (vi e' sia un sotto"segretariato" ai segreti che e' un attachment del presidente del consiglio) che un hint di controllo parlamentare.
Il problema normativo e' insolubile se non si ammette un livello di fiducia. I servizi in alcuni casi compiono atti che non sono legalmente accettabili da nessuno (vendetta ad esempio, forse con questo abu omar, rapimento per invio a torturatori specializzati, compravendita di favori finanziari con gangsters per ottenere trattamenti speciali come la liberazione di certe persone, e cosi via) ergo non e' ovvio come si puo' stabilire chi decide che hanno fatto il bene o del loro servizio o del loro padrone. sarebbe male tuttavia che qualcuno spiegasse cosa fanno e come vengono finanziati - il che NON e' in Italia, molto di piu in altri paesi-

Segnalo un ottimo articolo riassuntivo da Slate sul caso Abu Omar: http://www.slate.com/id/2146618/.
Molto divertente il particolare sugli spioni americani che come albergo si pigliano il Principe di Savoia, e mandano il conto al contribuente Usa per $158000. Direi che è un punto a favore di chi dice che non è l'italiano medio ma l'uomo medio che cerca sempre di infinocchiare il prossimo.

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