Sette miti. Anzi, no: sette confusioni (I)

30 dicembre 2008 michele boldrin

Manco da tempo e me ne rammarico assai. Provo a riprendere approfittando della montagna di note, commenti, appunti ed idee raccolte in queste settimane di assenza da nFA (e presenza in altri luoghi: a volte bisogna anche guadagnarsi il pane). La "crisi" mi sembra sia il tema dominante sia quello più trascurato, per cui provo a ripartire da lì. Nella speranza che, riprendendo a scrivere, ritornino sia il ritmo che un minimo di lucidità ... perché i temi rimasti in sospeso son tanti, e complicati. Quando avrò finito farò anche l'AUTOCRITICA, perché a volte ci vuole anche quella, e fa tanta salute.

(I) Più consumo, meno risparmi.

In un certo senso questo è il mito fondatore di tutte le cattive politiche economiche e, di fatto, dei sette miti che andrò discutendo. Tanto per dare un'idea di quanto ho in mente, gli altri sei, nell'ordine, sarebbero:

(II) La deflazione causa depressione, solo l'inflazione ci può salvare.

(III) Abbiamo bisogno di una politica fiscale super-espansiva per uscire dalla trappola della liquidità.

(IV) Siamo in una trappola della liquidità perché le famiglie non spendono e stanno "tesaurizzando".

(V) Permettere che banche, ed altre imprese, falliscano farà solo peggiorare la crisi.

(VI) C'è troppa, non troppo poca, competizione fra le banche; ed anche in generale.

(VII) Le riforme strutturali possono aspettare, ora occorre pensare all'emergenza.

Ah, scordavo, poi c'è il mito che li sintetizza tutti: avevano ed hanno ragione Roubini, Soros, Tremonti ... e quant'altri profeti di sventura sono emersi durante l'ultimo anno e mezzo. E Paul Krugman, ovviamente, ha più ragione di tutti perché lui ha anche il Comitato del Nobel per l'Economia che ce lo conferma.

Ma andiamo per ordine. Si diceva:

il problema fondamentale è che la gente non consuma più, occorre far ripartire i consumi, occorre che il magico "consumatore americano" ricominci a spendere come ha fatto dal 1992 in poi.

Questo mito fondatore si basa sull'esistenza di un magico "moltiplicatore" (keynesiano, ovviamente) tale che più grande è la quota del proprio reddito che la persona media consuma più alto sarà il reddito complessivo della nazione. Tale argomento è spesso giustificato a mezzo di luoghi, tanto comuni quanto incompleti, del tipo: "la domanda sempre crea la propria offerta" (sì, ma da chi viene l'offerta?); oppure: "le imprese decidono di produrre solo se si aspettano di vendere i loro prodotti" (non v'è dubbio, ma le imprese vogliono anche essere pagate e, soprattutto, far profitti con ciò che vendono). Tali luoghi comuni non sono erronei, sono solo incompleti: quando li si completa le loro implicazioni sono, quasi sempre, alquanto diverse da ciò che il mito fondatore vorrebbe farci credere.

I credenti in tali amenità non fanno quasi mai una pausa per considerare il fatto che, anche nel mondo dei modelli astratti, tanto più consumiamo meno abbiamo a dispozione per risparmiare e investire. Da questo banale fatto seguono due conseguenze, non banali. La prima: più alta è la quota di reddito che consumiamo più dobbiamo essere in grado di prendere a prestito da qualcun altro, quindi maggiormente occorre indebitarsi. Alternativamente, se non ci indebitiamo occorre accettare la seconda conseguenza che è: stiamo consumando la nostra ricchezza accumulata, la qual cosa funziona sino a quando detta ricchezza non si esaurisce. In una economia chiusa la seconda conseguenza è automatica; in un'economia aperta, invece, si può andare avanti per un po' di tempo (magari con il trucco di indebitare le generazioni future attraverso il debito pubblico) fino a quando gli investitori stranieri son disposti a farci credito. Quando costoro, gli investitori stranieri, o ben si stancano di prestarci risorse che forse non siamo in grado di restituire oppure si trovano anch'essi a corto di reddito corrente da prestarci, allora ... da chi prendiamo a prestito? Ma dal nostro reddito futuro, ovviamente, risponde il credente nel mito del moltiplicatore! Davvero? Beh, dipende.

La confusione ha un'origine duplice. Da un lato, occorre notare che il risparmio è quella cosa da cui provengono gli investimenti e gli investimenti consistono anch'essi, come i panini e le gite al mare, in domanda di beni e servizi che vengono prodotti da qualche impresa. Insomma, se il consumo ha il magico moltiplicatore, anche il risparmio ha il suo e, quindi, genera occupazione e valore aggiunto in base alla medesima regola secondo cui "la domanda crea la propria offerta". Vale a dire: ci sono imprese e lavoratori il cui vantaggio comparato è quello di produrre beni di investimento. Il risparmio consiste, quindi, in "domanda effettiva" per quei lavoratori e quelle imprese. D'altro canto, i credenti nella religione del consumatore-moltiplicatore non sembrano ricordarsi di ciò che chiamiamo, in gergo, "il vincolo inter-temporale di bilancio": quest'ultimo non vale solo per i singoli individui (senso comune: chi non lavora non mangia) ma anche per gli aggregati che chiamiamo "paesi" (senso comune: se non investi oggi con che cavolo produci domani?). Questa seconda osservazione è di qualche rilevanza per i giorni nostri: quando (negli anni scorsi) abbiamo preso a prestito per consumare in quel "oggi" (che oggi-oggi è diventato "ieri") i nostri finanziatori si aspettavano che li ripagassimo con i nostri futuri risparmi. Altrimenti, come potrà, il debito che abbiamo accumulato, essere mai rimborsato? Visto che il problema sembra essere dovuto al fatto che alcuni di noi o (in media) tutti noi ci si trova incapacitati a restituire i debiti contratti, non è che la soluzione forse sta nel risparmiare un pelino di più? Sembra di no, secondo il mito del consumatore-moltiplicatore ... Mettiamo la cosa in modo diverso: il vincolo di bilancio inter-temporale richiede un mix equilibrato (ed inter-temporale anch'esso) di consumo e risparmio. Quando uno ha risparmiato poco e preso a prestito molto per un sacco di tempo, consumare di meno e risparmiare di più è la cosa giusta da fare. Questo vale, sembra, nella casa di ognuno di noi. Com'è che non vale nell'aggregato? I credenti dicono che nel passare dall'individuale all'aggregato avviene una specie di transustanziazione che i mortali non sanno ben intendere ma che, comunque, avviene. Fidatevi, ci dicono: mi sbaglio o durante gli ultimi quindici anni, almeno, ci siamo fidati (faccio per dire: io di mio m'ero fidato proprio per niente) che questa transustanziazione sarebbe avvenuta ed oggi siamo nelle "pettole" perché, ma guarda un po', non è avvenuta ed alcuni di noi sono pieni di debiti che non riescono proprio a ripagare?

Fuor di metafora e venendo all'oggi: un certo numero di paesi, gli Stati Uniti di gran lunga per primi, si sono dedicati a consumare di più di quanto il loro reddito avrebbe consentito ed hanno finanziato tale consumo con due mezzi. In primo luogo, offrendo la loro ricchezza accumulata (fosse essa costituita di case o di stock di capitale produttivo) come garanzia di tali prestiti. Tale comportamento è apparso ragionevole (lo ammetto: anche a me sino alla cruciale stagione 2001-2004) finché il valore di mercato di tale ricchezza accumulata andava salendo. In secondo luogo, "promettendo" (e qui le virgolette ci vogliono proprio, perché "promettendo" va inteso nel senso di: sia i mutuatari che i finanziatori "avevano previsto") un elevato tasso di crescita del reddito futuro, dal cui reddito i rimborsi del capitale e degli interessi sarebbero dovuti provvenire. Giusto per essere chiari: l'argomento in questione vale soprattutto e fondamentalmente per gli Stati Uniti e meno, molto meno, per gli altri paesi. Vale parzialmente per la Spagna e forse per l'Irlanda; dubito valga per il resto dei paesi europei e credo proprio non valga per l'Italia. Il problema italiano è completamente un altro, tralasciamolo per questa volta e rimaniamo negli USA.

Come è oramai dolorosamente chiaro, quelle famiglie che stanno risparmiando - siano esse negli Stati Uniti o all'estero non fa differenza, grazie alla globalizzazione dei mercati finanziari - non sono più disposte a far prestiti a quelle famiglie americane che "consumano keynesianamente" allo stesso ritmo con cui l'hanno fatto durante l'ultimo decennio, più o meno. In parte ciò dipende dalla situazione in cui gli intermediari finanziari (cioè: le banche) si trovano. Ma dipende anche, e soprattutto, da altri fatti. I "consumatori keynesiani" made in USA:

(i) Sono troppo indebitati: se non sono in grado di pagare le proprie case, cosa cavolo prestiamo loro a fare perché si comprino il Ford pick-up nuovo?

(ii) I loro attivi (case e titoli mobiliari) sembrano avere un valore molto inferiore al previsto e sembra che nessuno se li voglia comprare.

(iii) Il loro reddito non può crescere tanto velocemente come molti di noi avevamo sognato.

Sulla situazione delle banche rimando a dei miti futuri (IV e V) ma, per quanto riguarda i "consumatori keynesiani" americani, vi è una sola cosa ragionevole che possono fare: provare a lavorare un pelino di più, cominciare a risparmiare una percentuale più elevata del loro reddito e ripagare un pezzo sostanziale del loro debito. Solo una volta che questo processo di "de-leveraging" avrà luogo (il che significa che non solo il debito degli Stati Uniti d'America sarà diminuito ma che gli investimenti produttivi saranno cresciuti) sarà ragionevole aspettarsi che il consumo possa ripartire di nuovo "alla grande" e che si ricominci ad indebitarsi.

Qui ci andrebbe una parte complicata e piena di statistiche, che per il momento evito perché mancano sia il tempo che le conoscenze. Il "consumatore keynesiano made in USA" non sono tutte le famiglie americane, sono (più o meno) il 50% più povero delle famiglie americane: quelle sono nei guai seri. La qual cosa ci porta a considerazioni complicate sulla distribuzione del reddito, la produttività media che è fatta dei due famosi polli da una parte e zero polli dall'altra (che fa un pollo in media, ma la media non conta in questi casi, conta quasi solo la varianza) ed altre cose che davvero non mi sento ancora in grado di affrontare ... però teniamocele in mente per il futuro e ritorniamo per ora all'argomento "aggregato".

L'argomento aggregato non può astrarre dal fatto evidente che la crisi in cui ci troviamo è una crisi di debito/credito alla cui origine vi sono ... un gran numero di famiglie non in grado di rimborsare i loro debiti! Detto altrimenti: l'evidente (e riconosciuta da tutti) causa della crisi è che abbiamo molta meno ricchezza di quanto pensavamo. Quindi i nostri livelli di consumo non sono sostenibili, le imprese e gli investimenti produttivi non possono essere finanziati per mancanza di risorse (leggi: risparmio) e le nostre impegnative di debito sono da cestinare. Per questo i mercati finanziari non hanno "fiducia": come la ricostruiamo la benedetta fiducia? Con quali politiche?

In una situazione come questa meno risparmio e più consumo, finanziato con debito a breve a tassi zero, è solo una ricevuta per ulteriori e peggiori guai.

73 commenti (espandi tutti)

Condivido totalmente quello che scrive Michele.

Mi chiedo però come è posibile che chi ha studiato ad Harvard o alla Bocconi faccia finta di non sapere queste cose. Chi ci guadagna dalle cattive politiche economiche ?

La mia azienda e le sue concorrenti producono beni d'investimento (centrali idroelettriche ) e non aspettiamo altro che la domanda.

In una situazione come questa meno risparmio e più consumo, finanziato con debito a breve a tassi zero, è solo una ricevuta per ulteriori e peggiori guai.

Ossia un gigantesco Ponzi Game... Rinfrescando alcuni concetti di macro, l'intertemporal budget constrain (IBC) può essere visto come la somma di tutti i vincoli sequenziali di bilancio (SBC) con la condizione di No Ponzi Game (NPG). Per chiarimenti sul Ponzi Game, chiedere a Madoff...

Suggerisco di cambiargli ufficialmente nome.

La condizione:

Limt->∞ Debitot ≥ 0

d'ora in poi andrebbe chiamata la "No Madoff Tricks Condition"!

Bene! Una volta tanto (una delle tante volte) mi trovo d'accordo. A questo punto ci starebbe bene un breve commento dell'autore sul perché nel mondo si sostiene con tanta forza che non si debba risparmiare ecc. ecc. (non avranno mica ragione quelli della decrescita?)

 

Dopo la lettura, per i primi cinque minuti tutto mi è sembrato chiarissimo. Poi, però... no, ci sono un bel po' di cosette che mi sfuggono. Probabilmente confusioni che risalgono a una troppo breve carriera di studente di economia (tra l'altro, con molta micro e poca macro!). Spero che Michele o qualcun altro trovino il tempo per rispondere a qualcuno dei mie dubbi.

1) Buona parte dell'articolo, mi pare, si fonda su una "simmetria" tra scelte di consumo/risparmio delle famiglie e dei Paesi. Ma in che misura questa è un'analogia e in che misura c'è invece un effettivo rapporto causale tra le due cose? Cioè, è sempre vero che un indebitamento delle famiglie conduce a un indebitamento dello Stato? A prima vista non mi sembra un rapporto così necessario. In tal caso, quindi, forse sarebbe il caso di andare un po' più in dettaglio?

2) Tra l'altro - mi pare - c'è un'ulteriore differenza tra il trade-off cosumo/risparmio-investimento  da parte di una famiglia e di uno Stato. Una famiglia decide di risparmiare per ottimizzare il proprio pattern di consumo intertemporale, o per assicurarsi da rischi futuri. Nel caso di un Paese, invece, la cosa è più complessa. Perchè un governo da una parte sceglie tra risparmio (che va in una riduzione del debito pubblico, giusto? quindi non portar via soldi alle generazioni future, aumentare la capacità di spesa/investimenti futura ecc.) e spesa. Dall'altra, nel momento in cui spende, sceglie se utilizzare la propria spesa per sostenere i consumi o gli investimenti. Non mi è chiarissimo se la conclusione dell'articolo di Michele sia (mi scuso se sono troppo semplicistico) "meno spesa pubblica" o "più spesa pubblica per investimenti produttivi e meno per sostegno al consumo" o les deux.

3) Ma anche per quanto riguarda le famiglie ho un problema a proposito del rapporto tra risparmi e investimenti. Sembrerebbe - o almeno, questa è una percezione piuttosto comune - che non sempre, ultimamente, i risparmi delle famiglie siano risultati in investimenti produttivi. Ricordo un articolo di qualche tempo fa di Michele che illustrava in modo semplice e illuminante la questione legata ai titoli derivati. Dove siano andati a finire (parte de)i risparmi delle famiglie è sotto gli occhi di tutti. A chi spetta il compito di gestire in modo efficiente i risparmi delle famiglie? I tracolli finanziari e il terrorismo mediatico che ne è conseguito non sono una spinta a non risparmiare, o a risparmiare mettendo i soldi sotto il materasso - il che, mi pare, non sia interpretabile esattamente in termini di investimento produttivo - ?

4) Infine, c'è la questione dei "due polli", su cui spero si tornerà in seguito. Probabilmente in un momento di crisi sostenere i consumi delle famiglie più povere non avrà per nulla il magico effetto moltiplicativo sul reddito aggregato... tuttavia, nel momento in cui tanti tanti di posti di lavoro sono andati a farsi sapete cosa o sono comunque a rischio, garantire il pane ai lavoratori (i cui salari "dicono" siano andati calando negli ultimi anni... o è un altro mito da sfatare?) vuoi distribuendogli una manciata di farina vuoi facendogli scavare e ricoprire le famose buche è, di fatto, evitabile? Dico sia in termini di sostenibilità politica che di giustizia sociale. Si può discutere di crescita e moltiplicazioni senza tener conto di questo fattore?

(Detto ciò: io con l'articolo sono, almeno emotivamente, in totale sintonia... ho 29 anni di cui tipo 21 di studi e due di lavoro assolutamente precario e mal retribuito... fosse per me, l'unica cosa che mi verrebbe da chiedere alla/e generazione/i che sono oggi al governo, in Italia e altrove, è di non spendere più una lira che sia una, se non il minimo indispensabile per garantire il pane a chi non ce l'ha... visto come hanno speso sinora i loro e soprattutto i "miei" soldi, e anzi le "mie" risorse... vorrei provare a spendere qualcosa anch'io, un giorno... ma questa forse è un'altra storia?).

Mooooolte grazie!

Cioè, è sempre vero che un indebitamento delle famiglie conduce a un indebitamento dello Stato? A prima vista non mi sembra un rapporto così necessario.

Marco attento a non confondere "Stato" nel senso di "aggregato di famiglie", nel qual caso la risposta è ovvia (ed è il senso usato da Michele), con "Stato" nel senso di "Governo". Ovviamente una famiglia può indebitarsi di più ma il governo potrebbe ridurre il debito pubblico, non c'è relazione fra le due cose.

Ok Andrea, grazie. Evidentemente, almeno in parte, facevo questo tipo di confusione.

Quindi, se ho ben capito, anche quando Michele parla di "debito degli Stati Uniti" si riferisce all'aggregato del debito delle famiglie US e non, in nessun modo, al debito pubblico.

Ok. Tuttavia, mi pare che almeno parte delle altre mie domande resti in piedi e, del resto, mi pare che anche commenti successivi al mio post vadano, in qualche modo, nella stessa direzione. Tra l'altro, temo che la questione risparmio/investimento generi comunque qualche confusione (si veda ad esempio il post di Francesco, che mi sembra la metta sul piano risparmio vs investimento invece che risparmio=investimento, almeno dal punto di vista dele imprese).

Una cosa è certa. Dovrei rimettermi a studiare. Non mi vergogno, comunque, di aggiungere ancora qualche domandina:

1) Vediamo se ho capito bene e se la questione si può porre nei termini sguenti. Supponiamo che io, che guadagno la bellezza di €1000 al mese, arrivi a fine mese con €1 in tasca e decida magnanimamente di utilizzarlo nel modo più conveniente non solo per me, ma per l'economia della mia Patria amatissima. Cosa dovrei fare? Ho due possibilità: (i) Seguire l'esortazione mio Presidente BS e "consumarlo", per esempio comprando un carciofo (beninteso, dopo essermi assicurato che sia stato effettivamente prodotto sul suolo natio). Questo aiuterà moltiplicativamente (:D) il fruttivendolo e/o il produttore di carciofi a guadagnare, investire, produrre di più e dunque avrò dato il mio contributo a far ripartire l'economia. (ii) Seguire il consiglio di Michele e risparmiarlo (cioè investirlo, metterlo in banca, o utilizzarlo per ridurre un debito accumulato in precedenza - il che, dal mio punto di vista, mi suona abbastanza equivalente, giusto?). Così facendo immetterei risorse nel mercato finanziario, e anche questo aiuterebbe l'economia, perchè tali risorse sarebbero disponibili, attraverso le banche, non solo al coltivatore di carciofi - certo in porzione minore che nel caso (i) - ma anche a tutte le altre imprese che magari sarebbero in grado anche di realizzare investimenti più profittevoli. E' questa l'idea? Su quale base (ii) è meglio di (i)? Da cosa dipende? Immagino anche dall'entità del mio debito accumulato in precedenza?

2) E comunque in tempi di crisi, se la risposta che molti darebbero a BS è del tipo "e che cavolo devo consumare, che non c'ho una lira",non ne consegue che per rispondere a Michele gli stessi molti non avrebbero che a sostituire una sola parola? (Ok, lo so che Michele ripete più volte che il caso US e il caso Italia sono diversi, è evidente... ma non posso essere ancora più logorroico di così...).

3) Al di là del problema delle famiglie (che lo si consideri singolarmente o in aggregato, a sto punto diventa lo stesso, no?), qui di politica economica si parla. Quindi non solo di consigli: "cittadino, consuma!" vs "cittadino, sparagna!", ma di scelte di policy. Dal punto di vista del Gvt, la posizione di Michele implica un orientamento verso "spesa pubblica a sostegno degli investimenti invece che dei consumi" o verso "riduzione della spesa pubblica e basta"?

 

Graaaazie ancora! :-)

Brindo alla nuova saga! :)

Una domanda. Non sono sicuro di capire questo punto:

Solo una volta che questo processo di "de-leveraging" avrà luogo (il che significa che non solo il debito degli Stati Uniti d'America sarà diminuito ma che gli investimenti produttivi saranno cresciuti) sarà ragionevole aspettarsi che il consumo possa ripartire di nuovo "alla grande" e che si ricominci ad indebitarsi.

Se  interpreto bene, stai facendo un po' di ipotesi non ovvie: i mercati finanziari "funzionano"; il deleveraging è tanto grande e tanto ben gestito da consentire, contemporaneamente, che i debiti siano ripagati (fuori dagli USA, spesso), che la spesa in investimenti cresca (dentro gli USA, immagino) e che le conseguenze sull'economia reale non siano troppo forti; etc. (vedi anche quanto scrive Marco qui sopra). Qual è lo scenario/modello che hai in testa a  riguardo?

Ottima trattazione, ... che mi stimola una domanda.
gli individui e le famiglie (quindi aggregati di piccolo livello) sanno che devono bilanciare spesa e risparmio. In effetti circa 2/3 delle famiglie italiane possiede risparmi (1/3 investite in asset ed 1/3 in puro risparmio monetario). A questi dati occorre fare la tara, visto che in una economia con un forte e crescente sommerso ogni dato economico va preso con le pinze. Tuttavia mi appare chiaro che diversamente dal buon senso "domestico" le aziende seguono una razionalità opposta. Spendono e investono tutto e non risparmiano praticamente nulla. E quindi alla prima tempesta, anzi al primo "peto" si trovano senza riserve e sono costrette a fare il passo del gambero, ridimensioanre, licenziare.

Perché due cosi' diversi atteggiamenti a fronte di un problema comune?

Ciao,
Franz

Le aziende seguono una razionalità opposta. Spendono e investono tutto e non risparmiano praticamente nulla.

Non credo si debbano confondere le due azioni e nemmeno che investimento e risparmio siano così differenti. La distinzione potrebbe essere che le aziende "spendono" se destinano risorse ad acquisti non mirati a migliorare la loro situazione di competitività e profittabilità futura, mentre "investono" se quest'ultimo è il fine, considerando che anche la destinazione di capitali a riserva (risparmio) è, in realtà, un investimento finalizzato alla solidità, che dovrebbe servire ad ottenere - tra l'altro - migliori condizioni di credito.

Il problema interpretativo nasce, a mio avviso, dal fatto che la visione dall'esterno quasi mai coincide con quella dell'imprenditore direttamente interessato il quale, godendo di un'asimmetria informativa rispetto ad un outsider, probabilmente - sebbene non necessariamente - prende decisioni meglio correlate con gli obiettivi aziendali ed, inoltre, occorre tener presente che taluni esborsi potrebbero esser soggetti, per la loro natura opinabile, a valutazioni diverse.

In altri termini, si potrebbe pensare che alcune uscite siano leggibili come spese o persino sprechi - ed in qualche caso a ragione, dal momento che errori di valutazione son sempre possibili - anche quando siano, invece, investimenti, come nel caso di sponsorizzazione d'eventi a scopo di acquisire visibilità e/o meriti, oppure di benefits a collaboratori giudicati in grado di fornire valore aggiunto, od anche di abbellimenti alla sede aziendale per aumentare il prestigio (e, con esso, la considerazione degli stakeholders) .... e così via, gli esempi possibili son davvero molteplici.

Non credo si debbano confondere le due azioni e nemmeno che investimento e risparmio siano così differenti.

Certo che sono differenti. Gli investimenti sono molto piu' rischiosi del risparmio, nel senso che il risparmio posso calibrarlo su vari fattori di rischio (e quindi con diversa redditività) mentre l'investimento è di per sè sempre un rischio che puo' non solo mangiarti il reddito ma anche l'intero capitale.

Le aziende che investono tutto, senza tenere scorte per i periodi difficili, in fondo non fanno altro che rendere ancora piu' difficili i periodi difficli ..... scusate il bisticcio, e per fortuna che ci sono famiglie che risparmiano! Senza, sarebbero "cavoli" acidi per tuttti.

Ciao,
Franz


Vedo un po' strano il concetto di "risparmio" per quanto riguarda una azienda. Perlopiù potremmo parlare di riserve o accantonamenti vari a fondi e bla bla bla. Il risparmio però, nell'accezione comune, sarebbe ingiustificato in azienda perchè si presume che la redditività del capitale reinvestito sia maggiore rispetto ai rendimenti ottenibili in investimenti non rischiosi. Nessuno impedisce tuttavia di mettere in bilancio bond risk free. Ma definirle "scorte" di capitale mi sembra improbabile come cosa. Nei momenti di difficoltà di solito si usa il debito o si razionalizza e si ristruttura. Paragonare una azienda ad un risparmiatore mi sembra un tantino azzardata come ipotesi.

Vedo un po' strano il concetto di "risparmio" per quanto riguarda una azienda. Perlopiù potremmo parlare di riserve o accantonamenti vari a fondi e bla bla bla. Il risparmio però, nell'accezione comune, sarebbe ingiustificato in azienda perchè si presume che la redditività del capitale reinvestito sia maggiore rispetto ai rendimenti ottenibili in investimenti non rischiosi. Nessuno impedisce tuttavia di mettere in bilancio bond risk free. Ma definirle "scorte" di capitale mi sembra improbabile come cosa. Nei momenti di difficoltà di solito si usa il debito o si razionalizza e si ristruttura. Paragonare una azienda ad un risparmiatore mi sembra un tantino azzardata come ipotesi.

Si, anche io pensavo a riserve ed accantonameti, ovviamente. Il fatto è che il risparmio, comunque chiamato, ha un valore positivo proprio nei momenti di crisi come questo. Il paragone che faccio lo so che è improprio ma ha una ragione d'essere se si analizzano i milioni di micro-imprese, spesso imprese familiari, in cui capitale privato ed aziendale si confondono. Se hanno messo da parte qualche cosa possono sopravvivere ed anzi sono forse piu' veloci a reagire alla crisi. Mentre le grandi aziende si ristrutturano e licenziano, cercando prestiti per sopperire al calo di fatturatto e ai debiti precedenti, le microimprese si dimostrano rapide nel reagire e dotate di un capitale che è proprio al 100% che non ha un costo quindi sul mercato dei capitali. Ma forse questo è giusto e fisiologico: nelle grandi crisi alcune grandi aziende che si erano sbilanciate crescendo troppo crollano come un castello di carta e nuove piccole imprese crescono prendendo gradualmente il loro posto.
Io ritengo che anche le grandi aziende dovrebbero avere le loro "scorte" di tipo solido, da costituire quando le cose vanno bene. Crescerebbero piu' lentamente e l'economia sarebbe meno "drogata" da questi rapidi sali-scendi, ma sarebbe forse una crescita piu' stabile.

Ciao,

Francesco

Krugman ha pubblicato sul suo blog un modellino "OPTIMAL FISCAL POLICY IN A LIQUIDITY TRAP". Non sorprendentemente, il modello sembra implicare la necessità di un fiscal stimulus molto cospicuo.

Così come nel sistema finanziario il problema  è stato quello di ottenere un deleveraging ordinato e graduale (ammesso che si possa fare), così nell'economia reale il problema è di ricondurre produzione e consumi nell'alveo della coerenza intertemporale in modo ordinato e graduale. Per ottenere tali obiettivi è stato invocato l'intervento pubblico prima nel settore finanziario e poi in quello reale. Credo che il presupposto implicito dei sostenitori di questo intervento è che preferiscono contenere la profondità della recessione sacrificando la velocità della successiva ripresa piuttosto che accettare una recessione profonda con contorno di fallimenti e disoccupazione, seguita poi da una ripresa di forte entità. In altri termini ciò che si cerca di ottenere è che gli effetti negativi della recessione non gravino in gran parte solo su una quota limitata della popolazione di famiglie e imprese (attraverso disoccupazione e fallimenti) ma si distribuiscano pro-quota su tutta la platea dei soggetti economici. E' una visione assicurativa che mira a ridurre il rischio dell'evento recessione facendone pagare il premio allo Stato (cioè a tutti), coerente con un comportamento di tipo risk averse. Non sono in grado di dire se avrà degli effetti negativi di lungo periodo sul tasso di crescita, ovvero se ciò che si salva oggi si dovrà ripagare domani (con gli interessi).

Premesso che condivido completamente quanto scritto nell'articolo, volevo fare una domanda al professor Boldrin, più che altro di natura didattica: scusi l'ignoranza, ma la prospettiva presentata a me pare un approccio del tipo "scuola austriaca", ho ragione oppure mi sbaglio? Se si, Lei ha idea del perchè all'università ti fan  studiar così tanto Keynes (e al dottorato, NKM) e così poco Von Hayek?

(Per università mi riferisco alla mia esperienza, ossia italiana e inglese, magari negli US funziona diversamente..)

Mille grazie e auguri!

Alessandro

Negli usa funziona diversamente, a seconda di dove vai. Dove sono andato io, Keynes non e' mai stato nominato, anzi, al primo anno l'ha nominato in classe un mio compagno e il docente di macro gli ha letteralmente tirato addosso il gessetto che aveva in mano. Non scherzo, se Fabrizio ci legge puo' confermare. 

spero che quel gessetto ora lo ripigli per scriverci sulla lavagna : testa di c...o!

Mi pare che secondo gli austriaci (più mises che hayek, forse), le economie consumino il loro capitale ad un ritmo più veloce perchè essendo il risparmio sostituito da moneta creata dal nulla attraverso la riserva frazionale, viene a mancare la coordinazione intertemporale tra i vari agenti economici, generando una distorsione lungo la linea produttiva. Gli investimenti, non supportati dai risparmi, vengono intrapresi senza un fondamento reale che ne garantisca un buon fine. Inoltre si verifica una costante inflazione dei prezzi perchè più moneta rincorre gli stessi beni. Così da definizione.

A me sembra invece che sia il denaro come rappresentazione del valore in quanto tale ad eliminare ogni coordinazione intemporale fra gli agenti economici cosidetti: una volta che uno abbia venduto non per questo è costretto a comperare. Il coordinamento è solo un risultato ex-post e può tranquillamente differire dal coordinamento del periodo precedente. Alla fine, seppur in chiave moderna e più sofisticata, il denaro creditizio è emesso per effetto dello stesso meccanismo che nell'800 vedeva i capitalisti industriali e commerciali farsi credito tra loro con l'emissione di tratte. Le banche si limitano a convalidarlo. Che la moneta creata "dal nulla" non garantisca la bontà degli investimenti è un'invenzione: basta continuare ad emetterla. Che poi l'emissione di moneta porti ad un incremento dei prezzi ... beh, se gli investimenti vengono fatti vuol dire che si producono merci e quindi non può essere vero che il denaro sia in eccesso. Altrimenti sarebbe possibile distinguere tra moneta finta e buona. Il risparmio non è l'unica fonte di creazione di capitale. Se c'è risparmio ma non vi è una produzione di mezzi di produzione il capitale non si accresce, le due cose devono corrispondere.

Il punto mi pare che sia, come ha detto Boldrin, che le aziende devono soprattutto fare profitti, mentre le implicazioni di un ragionamento austriaco vi ci portano in modo tortuoso. Non mi pare ci sia qualcosa di veramente austriaco in questo articolo, se non attraverso un ascolto un pò easy-listening, forse.

 

marcospx

Cioè, è sempre vero che un indebitamento delle famiglie conduce a un indebitamento dello Stato?

Credo Andrea abbia chiarito che l'indebitamento delle famiglie conduce ad un indebitamento del "paese", non dello "stato" per-se.

Non mi è chiarissimo se la conclusione dell'articolo di Michele sia (mi scuso se sono troppo semplicistico) "meno spesa pubblica" o "più spesa pubblica per investimenti produttivi e meno per sostegno al consumo" o les deux.

Non è chiaro neanche a me e dipende dai paesi. In Spagna, dove hanno una finanza pubblica ottima, ho suggerito di tagliare radicalmente le imposte ED aumentare la spesa pubblica per investimenti in capitale a scapito della corrente. Negli USA, dove la situazione di finanza pubblica è diversa, non vedo giustificazione alcuna per cumulare ulteriore debito pubblico al fine di salvare questa o quella impresa. Gli USA, forse, dovrebbero investire di più in infrastrutture ma, di certo, dovrebbero spendere meno in spesa corrente e sussidi. Fra quest'ultimi io ci metto le folli spese militari. In Italia, infine, credo ci sia solo una cosa da fare: tagliare drasticamente la spesa pubblica e tagliare le tasse in parallelo (ma un po' meno).

Domanda 3). Negli USA il risparmio delle famiglie è bassissimo da due decenni. Il problema di "perché risparmiare se poi i risparmi finiscono in fumo" esiste, ma se permetti lo tralascio ora.

Infine: "dar da mangiare agli affamati"? Ci mancherebbe! Ma, credimi, non è quella la spesa pubblica che fa la differenza e non sono quelli i consumatori keynesiani che si cerca, follemente a mio avviso, di "riattivare" a botte di tassi a zero! Tanto per dare un'idea, rimanendo in Italia: la coppia BS-GT (con il consenso, di fatto, dell'opposizione) ha deciso di spendere circa 400 milioni per aiutare le famiglie più povere e circa 3 miliardi per far contenti i dipendenti Alitalia ed i soci CAI ...

Luigi Pisano 1

non ho capito la domanda. Non ho in mente nessun scenario miracoloso: siamo più poveri (almeno negli USA) di quanto si pensava ed il grande miracolo della produttività degli anni '90 era meno miracoloso di quanto si pensava. Quindi occorre consumare meno, lavorare e produrre di più. Se ho uno "scenario" in mente, è questo.

Luigi Pisano 2

Ma tu passi la vita a leggere tutto quanto scrive PK? Beh, dovresti allora esserti reso conto che non è molto originale, oltre a fallire ripetutamente (vedasi Giappone). Ripete SEMPRE la stessa solfa, da almeno 15 anni a questa parte. Ed anche la solfa che ripete è vecchia come il cucco. C'era nel libro di testo del buon vecchio Ackley 1961 (che mi facevano studiare a Ca' Foscari negli anni '70) e da allora non è cambiata per nulla, la solfa. Per una piccola bibliografia, vedi qui.

Francesco Forti

Tuttavia mi appare chiaro che diversamente dal buon senso "domestico" le aziende seguono una razionalità opposta. Spendono e investono tutto e non risparmiano praticamente nulla.

Investire=risparmiare. Questo vale tanto per le famiglie quanto per le aziende. Le aziende che "risparmiano" sono quelle che re-investono una parte dei loro profitti. Ovviamente, se poi l'investimento in questione è sbagliato son soldi gettati al vento, ma questo a-priori non lo sa nessuno. Mi sembra vi sia un equivoco (comune a molti ed in parte responsabile per la credenza nel "moltiplicatore del consumo") secondo cui i risparmi e gli investimenti sono due cose diverse: SONO LA STESSA COSA, solo vista da due punti di vista diversi. Risparmiare implica acquisire risorse finanziarie, che sono in generale usate per finanziare investimenti. Risparmiare quindi significa investire. Il peggio che può capitare è che se non è possibile aumentare lo stock fisico di beni capitali in nessuna maniera, continuare a risparmiare (investendo nello stock in essere) ne fa aumentare il prezzo e basta ... ma su questo ci ritorniamo un'altra volta, che ha a che fare con la politica monetaria!

Amadeus

È una visione assicurativa che mira a ridurre il rischio dell'evento recessione facendone pagare il premio allo Stato (cioè a tutti), coerente con un comportamento di tipo risk averse.

Condivido, però proprio perché condivido che questa sia la motivazione (tutta politica) delle politiche adottate, mi farebbe estremamente piacere (e risulterebbe utile alla discussione) se i cosidetti esperti che ne discutono partissero da quel punto. Si arriverebbe a conclusioni operative molto distinte, anche mantenendo fermo l'obiettivo "politico" di attenuare gli effetti della recessione a costo di prolungarla. A mio avviso, proprio per questo equivoco, si stanno oggi facendo danni gravissimi, che si cumulano a quelli anteriori. Ma su questo ci ritorniamo. La "saga", questa volta, intendo proprio completarla.

Alessandro Tampieri

Mah, forse. Certo, negli anni '30 aveva ragione Hayek ed aveva torto JMK, non v'è dubbio alcuno. Il problema, con Hayek ed i cosidetti "austriaci", è che non sono mai stati capaci di mettere in ordine le loro idee in maniera tale da renderle intellegibili a quelli come me ... per cui ho dovuto arrangiarmi da solo!

Infine, l'aneddoto raccontato da Andrea (che è vero) mi stimolerebbe commenti cattivi su quelli che, mentre facevano attenzione a vincere tutte le battaglie "teoriche", finivano per perdere la guerra "pratica", che alla fine è quella che conta.

Ma transeat, è mezzanotte anche nello Utah ... Che il 2009 ci sorrida di più del 2008!

Michele: Investire=risparmiare. Questo vale tanto per le famiglie quanto per le aziende. Le aziende che "risparmiano" sono quelle che re-investono una parte dei loro profitti. Ovviamente, se poi l'investimento in questione è sbagliato son soldi gettati al vento, ma questo a-priori non lo sa nessuno. Mi sembra vi sia un equivoco (comune a molti ed in parte responsabile per la credenza nel "moltiplicatore del consumo") secondo cui i risparmi e gli investimenti sono due cose diverse: SONO LA STESSA COSA, solo vista da due punti di vista diversi. Risparmiare implica acquisire risorse finanziarie, che sono in generale usate per finanziare investimenti. Risparmiare quindi significa investire.

Permettimi di dissentire. Ho capito cosa intendi ma ho alcune obiezioni da fare. Il fatto che io possa "investire i miei risparmi" tende a farmi capire che sono due momenti diversi. Con il risparmio (che altro non è che l'accumulo dei miei utili) ho a disposizione una massa monetaria e poi posso decidere cosa farne. Difficilmente uno li mette sotto il materasso e cosi' è evidente che dovro' investirli. Ma c'è investimento ed investimento. In alcuni casi, con degli asset borsistici, finanzio il sistema delle imprese, che a loro volta potranno investire. Ma in ogni momento (salvo eccezioni) io posso tornare in possesso della massa monetaria ed usarla per altri scopi. Il problema è che alcuni investimenti sono senza ritorno. Fintanto che compro beni durevoli (stabile industriale, macchinari) oppure qualche cosa che metto a bilancio, posso sempre in futuro riconvertirli in soldi, ammortamento a parte. Ma se l'investimento è in beni non durevoli oppure in personale, quei soldi sono andati in altre tasche e non tornano piu' indietro. Molte aziende a mio avviso piu' che investire, "spendono".
E' un po' come quelle famiglia americane che finanziano la loro spesa con un mutuo ... come abbiamo visto a lungo andare questo sistema non regge e si sgonfia, facendo male a tutti, aziende, banche, lavoratori.
Ciao,
Francesco

Buon anno a tutti!

Se ho capito il tuo ragionamento, credo la tua sia una considerazione più etica che economica in senso stretto. Definirei il risparmio più che come accumulo dei tuoi utili, come parte di reddito che non consumi. Se non lo consumi perchè non lo utilizzi nel processo produttivo, è ovvio che qualcosa ci devi pur fare con questo denaro, quindi o lo reinvesti o lo metti sotto il materasso. Ecco che l'equazione risparmio=investimento è sensata. Sul fatto che gli investimenti in titoli siano più liquidi, è indubbio. Sul fatto che un macchinario o un fabbricato lo sia, avrei i miei dubbi, legati ad un sacco di noiose implicazioni come l'obsolescenza, il deterioramento dato dall'utilizzo, il valore di mercato...Se decidi di reinvestire in lavoro, non direi che il tuo "investimento" vada a finire in altre tasche, perchè si presume che quel lavoratore aggiuntivo produca altro reddito. E' la solita storia della funzione di produzione capitale e lavoro.

  Molte aziende a mio avviso piu' che investire, "spendono".

Qua entriamo in un'ottica di valutazione della bontà degli investimenti, che esula dal discorso.

Se ho ben capito comunque, il tuo punto di vista, che tenti di difendere strenuamente, è di vedere l'azienda gestita nell'ottica del buon padre di famiglia, che risparmia nei momenti in cui la sua capacità reddituale è al massimo, per poi utilizzare quello stock di capitale per far fronte ai periodi più difficili (nel caso dell'individuo, il momento in cui andrà in pensione). L'ipotesi però a mio parere non tiene, perchè mantenere uno stock di capitali inutilizzati in azienda equivale a dire che accetto il fatto che essa sia inefficiente e che non ho la combinazione ideale di fattori produttivi che mi consente di massimizzare il mio utile, date le condizioni iniziali di mercato, concorrenza e bla bla bla. Un discorso come il tuo secondo me va bene in piccole realtà aziendali (le microaziende, come le avevi definite in un post precedente), che non rincorrono la crescita a tutti i costi e che non hanno grossi problemi di concorrenza. Non riesco proprio a vedere lo stesso ragionamento in una realtà appena più grande e soprattutto dinamica.

E Buon 2009 a tutti!

non è con la rincorsa alla massimizzazione dei risultati finanziari che si cresce!

è solo un' illusione, occorre distinguere ciò che è crescita economica con quella finanziaria, ti faccio un piccolo esempio: momento trend ascendente,

l azienda A intesifica gli investimenti per (stimolare) soddisfare la domanda di mercato: gli utili sono alle stellel indebitamento pure, la guerra quotidiana è tra costi, (indebitamento), ricavi e infine utili.

l azienda B in modo (parsimonioso) accantona il 20% per addivenire a imprevisti futuri ed esser meno dipendente dalle oscillazioni economiche e creditizie, investe il 30% direttamente in uomini e macchianari per far fronte alla domanda e il 50% lo esternalizza.

risultato con trend decrescente: l azienda A chide e tutti a spasso,

l azienda B riduce le commesse al calar degli ordini ed è quasi indipendente dalla società per esigenze di liquidità e può approfittare di nuovi affari ecc....

come ti sembra?

come ti sembra?

Oltre che un minestrone di termini buttati là, quasi tutti in modo improprio, direi che è troppo poco per esprimere una opinione. 

Fermo restando che sostanzialmente condivido l'articolo, ho una sorta di riflesso pavloviano quando vedo citato JMK per attaccare o difendere posizioni, che non mi sembra abbiano qualcosa a che fare con il 2008.

Senza entrare in polemiche sterili, vorrei dire che JMK scriveva nel 1936, in un regime di cambi fissi sull'oro, con una liquidità internazionale completamente diversa da oggi, regole diverse, ammontare di debito pubblico, produttività e commercio completamente diversi. La sua analisi, giusta o sbagliata che fosse, ci aiutò nella comprensione di fenomeni che per la teoria imperante dell'epoca (il neoliberismo) non erano spiegabili, dalle sue idee abbiamo avuto il New Deal (impatto 0 sull'economia? ne siamo sicuri ?) e Bretton Woods, che, giusta o sbagliata che fosse, garantì un trentennio quasi di sviluppo con crisi meno accentuate delle precedenti. Bretton Woods è morta e sepolta, il New Deal anche, JMK ha raggiunto la sua previsione sul lungo termine.

Io rabbrividisco molto di più al pensiero che l'FMI, un solido impero neomonetarista friedmaniano fino a quattro mesi fa, adesso parli di moltiplicatore dei consumi, di politiche statali non volte al pareggio di bilancio, ma al deficit spending, oltre che a misure sostanzialmente incoerenti, tali che ognuno può dire la sua senza tema di cadere in contraddizione: l'ha detto l'FMI ! Vuol dire (dal mio basso punto di vista) che non ci capiscono un beato piffero neanche loro e non sanno che pesci prendere, tanto che prendono un pesce morto da tempo (JMK, per l'appunto).

Ovviamente non commetto l'errore di inserire Michele fra loro, anzi ne apprezzo il tentativo di distruggere falsi miti che si stanno propagando, auspico che venga ascoltato anche in alto loco (difficile, non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire), attendo con ansia anche una parola di Alberto Bisin. Ma lascerei perdere JMK, a meno che Michele non parli di Atene (JMK) perchè Sparta intenda (i seguaci presunti di JMK).

Lo so, la politica (o le idee legate ad essa) è come il calcio, difficile far(mi) ragionare, ma sono stato tirato su con JMK e lasciatemelo stare. Il 1929 era il '29, altra cosa è il 2008..

Ah, a proposito, ci ha lasciato il 2008, quindi buon 2009 a tutti.

Caro Marco:

due osservazioni.

Occorre assolutamente che tu ed Axel Bisignano stringiate amicizia, lui essendo tanto innamorato di JMK quanto sembri esserlo tu.

Mi rendo conto d'andare contro-corrente ma, quando parlo male di JMK, intendo proprio parlare male del signore in questione, qua economista. Per una disamina leggermente più articolata del mio pensiero sulle sue incoerenti affermazioni (avendo egli detto di tutto, il 50% di quanto ha detto è "fattualmente corretto" in qualche stato del mondo, ma questo non lo rende "logicamente coerente") ti invito alla lettura del capitolo a firma mia e di David K. Levine in questo recente volumetto. Ti farà felice sapere che la grande maggioranza degli altri autori che hanno partecipato all'opera condividono, più o meno, la tua visione positiva dell'opera di JMK ...

http://www.dklevine.com/papers/keynes.pdf

Per chi volesse leggersi subito lo scritto di Michele e di Levine lo trova nel link che ho postato. Io l'ho trovato molto utile. Durante l'Università ho avuto, con qualche rara eccezione, tutti insegnanti di scuola keynesiana e ne sono uscito con una intossicazione statalista.   

Occorre assolutamente che tu ed Axel Bisignano stringiate amicizia, lui essendo tanto innamorato di JMK quanto sembri esserlo tu.

Michele, ho il vago sospetto che tu abbia cercato di approfittato dell’assenza del 100% delle forze keynesiane presenti sul sito. Marco Esposito era in vacanza a Pescopagano, mentre io sono stato costretto a sguazzare nella cacca catanzarese-lucana-salernitana, peggio di un certo labrador di mia conoscenza. Ma, per fortuna, almeno il 50% era vigile e attento ed ha rintuzzato gli attacchi. Ed adesso, per quanto, con abile manovra, abbiate cercato di distrarmi, sono qua, pronto a difendere la sacra dottrina.

Prima di tutto, partirei dalla considerazione per cui secondo i keynesiani bisogna spendere in consumi tutto il reddito a disposizione. La cosa mi stupisce, a me hanno sempre insegnato che JM partiva dalla propensione al consumo ed altresì da quella al risparmio e che il risparmio (S), attraverso la mediazione delle banche, finanzia gli investimenti (S=I). Se, dunque, ci sono dei post-keynesiani che sostengono il contrario, non sono dei buoni seguaci del verbo.

Io invece sono un post-post-keynesiano e, quindi, torno alle origini, ovverosia all’offerta. Sissignori. A me sembra che, a partire dai primi anni 2000, nel mondo industrializzato occidentale, ci sia un evidente eccesso di offerta. Non c’è più niente da produrre, niente da vendere, nessun mercato in espansione o nel quale poter entrare. L’unico mercato in espansione mi pare che sia quello delle fonti energetiche rinnovabili, ma, evidentemente, non può fare da traino all’economia mondiale. Mi dicono che, nel settore delle automobili, l’eccesso di offerta era stato predetto addirittura negli anni ’90. Non so come sia in Amerika, dove l’economia è più flessibile che nella vecchia Europa, ma qui, non solo in Italia, ma anche in Austria e Germania, l’impressione è questa.

In America, del resto, l’economia è stata tenuta in vita con un radicale abbassamento del costo del denaro che, come voi stessi dite, non è stata proprio una mossa particolarmente azzeccata. Questa politica, stando alle mie reminescenze economiche ma anche a quanto scrive Krugman, non è certo una politica propugnata da noi keynesiani, bensì, dal buon Friedman.

Il terzo aspetto che mi interessa, è il tuo ragionamento, per cui una delle soluzioni consisterebbe nell’aumento della produttività. In un’ottica competitiva (Italia vs. Germania) sono perfettamente d’accordo. Non capisco, invece, come si possano risolvere i problemi se la crisi è globale. Aumentare la produttività significa poter produrre di più con gli stessi fattori produttivi. In questo caso le alternative sarebbero due, produrre di più, ma poi a chi vendere? Produrre uguale, riducendo i costi, il che, quasi sempre, corrisponde all’eliminazione di forza lavoro e, quindi, disoccupazione potenziale, tant’è vero che le borse festeggiano ogni annuncio di riduzione di personale da parte di un’impresa.

Essendo io un post-post-keynesiano sono perfettamente d’accordo con te, sul fatto che le politiche keynesiane, oggi come oggi, siano ormai ampiamente superate dall’evoluzione economica. Purtroppo non sono ancora riuscito ad elaborare delle soluzioni alternative; è questo il motivo per cui non mi hanno ancora dato il Nobel. Certo che se lo danno a Krugman per propugnare ricette vecchie come il cucco potevano darlo anche a me.

Ciò detto, ricapitolo brevemente le domande:

  1. è possibile che i nuovi keynesiani sostengono che si debba spendere tutto il reddito in consumi?
  2. C’è o non c’è un eccesso di offerta sui mercati occidentali?
  3. Perché un aumento della produttività consentirebbe di superare la crisi?

Detto questo, lasciami concludere che il profeta JM è finalmente risorto. C’è voluto un po’ di tempo e di ubriacature neoliberiste, monetariste ed interiste, ma adesso, grazie ai suoi apostoli, il capitalismo mondiale verrà non solo salvato, ma ricondotto ai fasti degli anni ’50 e ’60, boom economico, piena occupazione, latte e miele che scorrono nei fiumi, per non parlare delle vergini, ecc. ecc. Certo c’è il problema di questo sito di monetaristi, ma, per vostra fortuna, ci siamo Marco Esposito ed io a salvarvi. Con un po’ di paziente lavoro di rieducazione vi facciamo tornare nel consesso accademico :-).

 

"The International Monetary Fund (IMF) is an organization of 185 countries, working to foster global monetary cooperation, secure financial stability, facilitate international trade, promote high employment and sustainable economic growth, and reduce poverty around the world"

http://www.imf.org/external/about.htm

A me sembra più un'organizzazione dirigista/paternalista a metà fra Romano Prodi e Fausto Bertinotti..

Quanto alla buonanima di Milton Friedman, non era esattamente un entusiasta del FMI:

http://archives.econ.utah.edu/archives/pkt/1998m01-d/msg00110.htm

 

Le origini del FMI la dicono lunga sulla sua ragion d'essere e la sua ideologia-guida: fu creato durante la conferenza di Bretton Wood, al picco dell'influenza culturale del Keynesismo.

Quanto alle sue raccomandazioni pratiche, queste variano caso per caso. Quando ci fu l'Asian Crisis era tutto per il rigore "let-it-burn" e le svalutazioni (che, guarda caso, rendevano piu' facile l'acquisto di assets locali da parte di gruppi finanziari occidentali, miracolosamente esenti dalla tara del "crony capitalism"). Oggi che la crisi investe l'Occidente, si dichiara pronto a finanziare bail-outs per centinaia di miliardi di dollari...

 

Al di la' delle considerazioni di Enzo dei due pesi e due misure dell'IMF non credo che la "IMF conditionality" abbia radici keynesiane

credo che in tal emomento economico finanziario riscoprire ed attuare le basilari leggi economiche sia innanzitutto un ottimo indicatore di direzione.

Abbiamo scoperto da poco che la crescita non può esser infinita se non drogando il sistema questo come in ogni cosa genera aberrazioni che si scontrano prima o poi con la realtà, da cui avviene il rigetto per tornar alle leggi naturali.

L economia impazzita dalla finanza creativa, la spasmodica corsa verso il consumismo più sfrenato sono questi i mali da cui occorre trarre insegnamento per uno sviluppo eco-sostenibile.

Non è affatto vero che consumare meno è uguale a impoverimento, anzi è proprio il contrario!

dobbiamo riscoprire il valore delle Cose, quello creato dalle mani dell' uomo e dal proprio intelletto per evitare che siano le Cose padrone dell Uomo, l Uomo con tutti i suoi limiti da troppo tempo è al centro di ogni evento, la natura sfugge a questo concetto, mentre siamo parte integrante e non periferica della stessa.

La ricetta enunciata è codivisibile per molti aspetti, in più aggiungerei l avvio di opere pubbliche per migliorare il tenore di vita consumando meno molto meno attingendo alle fonti rinnovabili e meno inquinanti

il ritorno al risparmio famigliare dev' essere una necessità non per un reimpiego in strutture finanziarie adite al lucro economico ma per lo sviluppo sociale, occorre che gli Stati premino sottoforma di interessi il risparmio indirizzato a strumenti finanziari che agevolino le Società.

Quanto costa alla collettività umana una guerra?

Quanto costa alla collettività il signoraggio?

Quanto costa alla collettività il WTO?

Quanto costa alla collettività 1 ora di traffico cittadino?

Quanto costa alla collettività lo spostamento delle merci?

Quanto costerà alla collettività lo sfruttamentono con contratti capestro come il precariato e quello dei paesi più poveri?

ecco da qui per me occorrerebbe iniziare, rivoluzionando il sistema di approccio, una nuova filosofia di vita per il cambiamento sostenibile senza depredare le ricchezze naturali ma conservandole come un Bene inestimabile per Noi e sopratutto per le genrazioni future.

Salute a Tutti.

 

La ricetta di politica economica o, per chi preferisce, lo slogan “più consumo meno risparmi” è giusta o sbagliata? Nel lungo o nel breve? Vero è che se tutti riducessero a zero i consumi superflui (cioè il grosso dei consumi) allora avremmo un aumento del capitale e degli investimenti. Ma investimenti per fare cosa se nessuno compra beni e servizi a parte per soddisfare le “bare necessities of life”? E se, invece, tutti spendessero fino all’ultimo centesimo, e il risparmio fosse zero, avremmo una domanda stratosferica ma nessuna produzione. E questo se vale l’equivalenza tra risparmi e investimenti, cosa che in una economia aperta normalmente non si verifica. Un’ipotesi ancora più estrema è quella in cui il consumatore si indebita (ok allarghiamo pure alle imprese e al governo), cioè ha risparmi negativi, ma questo vale solo per alcuni, non per tutti contemporaneamente. Ok, in una economia aperta ciò è possibile, gli investimenti possono superare i risparmi, nel senso che si investe più di quanto i risparmi nazionali consentano, quindi colpevoli sono sia i consumi che gli investimenti. Ci sarà un punto di equilibrio con un tasso di risparmio/consumo ottimale. La questione è: l’attuale tasso di risparmio è dinamicamente ottimale (date certe condizioni, ipotesi, preferenze etc.)?  In una economia non pianificata è difficile dirlo, ognuno fa come vuole e quindi se si vuole crescere di più allora bisogna risparmiare di più al prezzo di una minore felicità presente (individuale e collettiva), o ricorrere a flussi di capitali esteri (cioè debito, pubblico o privato che sia). Ma la questione dello stock di debito, del grado di indebitamento del settore pubblico o privato è una questione che interessa, e anche molto, ma ora, cioè oggi e non domani, cosa bisogna fare?

 

Che cosa stiamo osservando? In ordine di tempo: un collasso del sistema finanziario, un problema di fiducia e un crollo della domanda. Per il sistema finanziario ci vorrebbe una risposta finanziaria, la politica monetaria ha fatto ciò che doveva fare, i tassi sono praticamente sotto le scarpe, di più non può fare, siamo cioè in una trappola della liquidità (keyenesiano o no, tant’è!). Rimane quindi la politica fiscale (aumentare la domanda per compensare in parte o in toto la riduzione causata dalla sfiducia e panico, fare investimenti, tagliare le tasse etc.). La storia delle crisi finanziarie ci insegna che il laissez faire (o l’inerzia del policy maker) in casi simili prolunga l’agonia e richiede interventi più costosi dopo. Meno che mai si può suggerire ai politicos (nostrani o amerikani) di dire “risparmiate e non consumate!” sarebbe come “gridare al fuoco in un teatro affollato” con il risultato di aggravare la situazione e il pessimismo. Le famiglie vista l’incertezza futura fanno bene ad aumentare il risparmio, ma collettivamente non fanno altro che confermare le proprie aspettative. Bene fa il policymaker in questi frangenti a suggerire alle famiglie di consumare, o adottare misure che facilitino il consumo.  Per utilizzare una metafora: l’attività fisica e sportiva fa bene e previene molti malanni, ma se un tizio (l’economia USA o Italiana) ha un infarto invece di somministrare ossigeno e nitrati gli ordiniamo di correre?

 

Per quanto riguarda il moltiplicatore del risparmio, ciò mi crea qualche confusione. Il risparmio si trasforma in acquisti di beni di investimento, forse, ma non sempre. In una economia integrata col resto del mondo il risparmio finanzia gli investimenti sia domestici che esteri. Il maggiore risparmio può ridurre lo squilibrio di bilancia dei pagamenti tra risparmi e investimenti (quindi meno prestiti) ma non aumenta di per se, in una economia aperta, gli investimenti. Gli investimenti aumentano se vi sono possibilità di profitti, dall’estero arriveranno capitali se i tassi interni sono più elevati di quelli internazionali (depurato del rischio) e le imprese investiranno se hanno abbastanza cash flow e domanda attesa. Stante i tassi di interesse vicini allo zero, le imprese possono investire quanto vogliono, a prescindere dai risparmi nazionali. A meno che non si parli di investimenti pubblici. In ogni caso, sia in USA che in Italia gli investimenti sono stati superiori ai risparmi nazionali, la questione semmai è che tipo di investimenti.

 

Condivido la questione del vincolo di bilancio intertemporale, e che quindi troppo indebitamento mette a rischio la fiducia dei creditori internazionali e che questi chiudano i rubinetti. Questa è la critica mossa in particolare agli USA quale sua principale vulnerabilità. Gli States consumava e investiva più del proprio reddito, e quindi si indebitava. Ma stranamente questo (cioè l'indebitamento estero) non si è rivelato il punto cruciale in questa crisi, altrimenti avremmo visto un crollo del dollaro, che invece non c’è stato, ancora. In ogni caso, il vincolo di bilancio nel tempo deve essere soddisfatto, ma questo avviene anche con un debito elevato, purché non cresca troppo velocemente.

 

Dicono che l'uomo che abbassa gli oceani pensi a stimolare anche l'industria dell'acciaio, e l'acciaio vuol dire "investimenti", o no? :-0

probabilmente l'uomo che abbassa gli oceani stara' iniziando a pagare le cambiali firmate in campagna elettorale.

P.s. Complimenti per l'articolo iniziava a mncarmi il boldrin che preferisco, credo inoltre che il buon senso sia la linea da seguire

un grafico...

luigi 3/1/2009 - 12:38

...a sostegno della tesi di Michele . Qua (e' il secondo grafico alla pagina 2). Non sono un esperto di come si facciano questi conti sui dati aggregati, quindi mi fido dell'elaborazione. Se e' sbagliata me ne scuso in anticipo.

Io non sono affatto un esperto, ma da "contadino" sono perplesso quando ad una elaborazione economica supportata da ragionamenti che si vorrebbero sostenere su basi logiche e fondate su riferimenti concreti si oppongono osservazioni che sono invece dettate da slogan ideologici.

Sono perplesso nel leggere "quanto costa alla collettività..." perché viene da chiedersi che senso abbiano queste affermazioni nella logica delle dinamiche economiche. "...quanto costa alla collettività una guerra?" Come se una guerra potesse essere sempre evitata. Per esempio se foste dalla parte di Israele in questi giorni, avreste continuato a ricevere "pacchi regalo" palestinesi tra le case? A volte una guerra (o una battaglia) sono alimentate da astute persone esterne ai contendenti, nel caso citato non sono disposto a credere che Hamas abbia agito senza alcun "suggerimento". Allora pensare a "quanto costa alla collettività..." cose come guerre, il traffico cittadino, o i contratti capestro se non la schiavitù mi ricorda lo stereotipo delle Miss che pare alla fine pronuncino invariabilmente la fatidica frase "voglio la pace nel mondo!".

E allo stesso modo dire "quanto costa alla collettività lo spostamento di merci" mi sembra tanto ozioso quanto parlare di "consumi superflui". Cos'è superfluo e cosa non lo è? Siamo davvero circondati da beni superflui? Eviteremo seriamente di spostare le merci, quando già ai tempi di Marco Polo erano la chiave di sostentamento di una potenza economica europea come la Serenissima Repubblica Veneta?

Io, da ignorante, colgo nello scritto di Boldrin come un modo sensato di guardare alle cose, senza per questo pretendere di leggervi cose diverse da quello che sono.

 

L'articolo di Krugman sul NYT di due giorni fa sembra un compendio dei miti da I a V :-)

Invece, un ottimo articolo di Michael Lewis e David Einhorn pubblicato il giorno precedente mi consiglia di chiedere l'aggiunta alla lista di un paio di altri miti, in merito non tanto alla migliore terapia per la crisi, quanto alle sue cause e al da farsi per prevenire future ricorrenze:

VIII. I modelli matematici della finanza quantitativa si sono dimostrati inadeguati, al punto da fuorviare i banchieri facendo si' che sottovalutassero il rischio.

IX. La crisi e' un esempo di "market failure" e prova che il modello anglosassone di capitalismo selvaggio e' pericolosamente instabile, rendendo necessaria una maggiore presenza dello Stato.

L'articolo di L&E mette invece in luce il perverso sistema di incentivi che ha spinto Wall Street ad abbracciare rischi eccessivi, e il miserabile fallimento degli organi istituzionali di sorveglianza: tanto nel disegnare meccanismi che incoraggino una crescita stabile, quanto nel reagire ai segnali di pericolo che qualche volonteroso ogni tanto agitava (vedi il caso di Harry Markopolos, che per quasi un decennio ha cercato di attrarre l'attenzione sulla scarsa credibilita' di Madoff, mandando anche nel 2005 una lettera di 17 pagine alla SEC, che quest'ultima ignoro').

Se a cio' si aggiunge che una consistente fetta della responsabilita' per la bolla immobiliare spetta a due entita' come Fannie Mae e Freddie Mac nate rispettivamente da New Deal roosveltiano e Big Government johnsoniano, e che un'altra fetta altrettanto sostanziosa va attribuita alle recenti paranoie deflazionofobe della FED (che, in modo che mi lascia stupefatto, sono ora riproposte in versione "on steroids"), il quadro che emerge mi pare sia semmai quello di una massiccia e persistente "government failure".

L'articolo di Krugman sul NYT di due giorni fa sembra un compendio dei miti da I a V :-)

Ma no! Davvero? Non dirmelo, non ci credo, non può essere dai ... vorresti dire che i miti VI e VII non c'erano? Strano, dev'essere che comincia a distrarsi il nostro PK laureato!

Grazie per il link, ottimo pezzo, condivisibile al 100%. Non credo che il mio condividere il contenuto del pezzo sorprenda, visto quanto sono andato scrivendo da tempo su Wall Street e paraggi. Permettimi di usare l'inglese, che così chi ha orecchie per intendere può intendere. I am on record, here and abroad, for stating publicly that the Board of the Federal Reserve System, the SEC and the Congressional overseers have been captured by Wall Street long ago. In fact, long before 2001: at least since the middle 1990s, when Bill Clinton and Greenspan ruled. The BASIC problem is THERE: the industry is no longer competitive, not even remotely; it is the opposite of transparent and "free entry" in it is a joke, as there is entry only for insiders, once properly selected. It is a mixture of oligopolies, frauds, good-old-boys clubs, incompetent overseers and government subsidized enterprises. While I hope so, I do not expect the new Administration will radically change this situation, given Obama's choices for Secretary of the Treasury and various economic advisors. What we have seen this year may NOT be the end of it nor the worst of it ... still, we should work to convince the Obama's Administration to intervene radically and re-establish competition, free entry, transparency and accountability in the US financial markets. Without that, we will face worse disasters in the future.

Con la mia solita cattiveria, raccomando la lettura attenta del pezzo sul NYTimes a tutti quei colleghi che hanno continuato e continuano a sostenere che i salari ed i bonuses dei bancari erano giustificati dalla loro produttività e dalla loro creazione di valore aggiunto.

P.S. I modelli matematici erano fuorvianti, ma i bancari lo sapevano. Chiunque abbia fatto consulenza per costoro dall'inizio degli anni '90 in poi lo sa, non prendiamoci in giro! Direi di più: nell'80% dei casi quei modelli matematici fuovianti venivano intenzionalmente usati per fuorviare e per raccontarsi che si stavano facendo profitti a palate. D'altra parte, se il modello non fa un mark to market che mostra che ho fatto profitti geniali, il megabonus a fine anno come cazzo lo prendo? It is as simple as that.

P.P.S. La precedente è, comunque, una "market failure", almeno in parte. È una market failure perché si basa sull'esistenza di una asimmetria informativa enorme e diffusa. Per chi non è del mestiere è bene aggiungere che "asimmetria informativa" si traduce (non sempre, ma spesso) in "truffa ed inganno". Ma è un fatto: è una market failure. Ora, che sia stata aggravata e moltiplicata per 100 dall'intervento pubblico, non ci piove. Però quella parte riconosciamola. Quando, nell'introduzione a questo primo pezzo, ho annunciato un'autocritica, a questo mi riferivo.

P.P.P.S. Per una volta manterrò la parola. Arriveranno anche gli altri 6 miti e l'autocritica, ed altro ancora. Sto solo aspettando che ci sia un po' di spazio, che qui ultimamente tutti scrivono come matti ed il sito è pieno di articoli nuovi! Visto che ci sono: nemmeno dei neoricardiani e della questione meridionale mi son scordato, arriva tutto. Basta aver pazienza!

P.S. I modelli matematici erano fuorvianti, ma i bancari lo sapevano. Chiunque abbia fatto consulenza per costoro dall'inizio degli anni '90 in poi lo sa, non prendiamoci in giro! Direi di più: nell'80% dei casi quei modelli matematici fuovianti venivano intenzionalmente usati per fuorviare e per raccontarsi che si stavano facendo profitti a palate. D'altra parte, se il modello non fa un mark to market che mostra che ho fatto profitti geniali, il megabonus a fine anno come cazzo lo prendo? It is as simple as that.

I modelli matematici utilizzati erano fuorvianti (e, appunto, erano utilizzati in modo intenzionale, per sottovalutare il rischio permettendo la pratica di alti livelli di leverage e ottenere maggior profitto a parita' di capitale -- di questo abbiamo gia' ampiamente discusso in passato). Il mito e' che la colpa sia dell'applicazione di metodi quantitativi in se' e per se'.

E la cosa grave e' che i modelli sbagliati siano stati usati col beneplacito dei regolatori, non solo americani: vedi l'endorsement in Basel II dell'uso del VaR, che il gia' menzionato David Einhorn definisce qui "like an airbag that works all the time, except when you have a car accident" (leggi tutto l'articolo, ti piacera').

Scusate, forse vado fuori tema, forse non sono venuto a conoscenza di nuove teorie sugli attori economici nei miei studi di politica economica, ma il mito dell'attore iper-razionale no?

Parlo di quell'attore che si fa il calcolo del suo reddito totale fino alla morte (che poveraccio muore sempre ad 80 anni) e, poi, ogni volta che compra qualcosa di non previsto (tipo ha voglia di un cannolo siciliano) si fa il calcolo di come varia il suo flusso di reddito futuro; oppure di quello che prima di fare una rapina dice al complice: "se ci prendono non fiatare, perché se parliamo in 2 raggiungiamo un equilibrio di Nash che però non massimizza la nostra utilità (e a questo punto il complice lo spara credendo sia un poliziotto)"; oppure di quello che si costruisce la curva delle preferenze in n dimensioni (dove n sta per il numero di beni che sta considerando di comprare), poi si fa il vincolo di bilancio, ed infine decide le quantità di beni da comprare.

Insomma, non è un mito anche questo? Soprattutto quando la sociologia qualche passetto avanti lo ha fatto? L'unica volta che ho sentito parlare di razionalità limitata (molto più realistica secondo me) è stato durante un corsetto di sociologia.

Caro Alessio, il "mito del genio-consumatore" no. Per una semplice ragione: non esiste.

Non è un mito: è un'ipotesi di lavoro che si utilizza nella PIENA consapevolezza della sua falsità. Al contrario della curva di Phillips, dell'effetto liquidità o della trappola della medesima, del moltiplicatore del consumo o della spirale deflazionistica, NESSUNO e MAI si è sognato di andare a stimare il "consumatore con previsione perfetta" o di asserire che esiste una controparte empirica del medesimo ed usarla poi per farci sopra ipotesi di politica economica. Gli studi empirici che lavorano su condizioni del primo ordine e cose del genere per modellare il consumo aggregato, proprio a questo mirano: a misurare di quanto si discosta l'approssimazione data dalle condizioni del primo ordine di un problema di scelta ottima, dai dati osservati. Siamo tutti perfettamente consapevoli che si tratta di una "finzione" ed il lavoro empirico consiste nel misurare quanto sbagliata sia la finzione.

Prova a fare il seguente esercizio: togli il consumatore razionale dal tuo modello preferito del mondo e sostituiscilo con quello che vuoi tu. Poi vediamo cosa cambia e perché. Lo dico seriamente: proviamo a fare il ragionamento assieme, qui, commento dopo commento. Fammi una proposta di modello e vediamo con cosa sostituire il "consumatore razionale".

Infine, su questa eterna storia della razionalità limitata. Il buon Herb Simon (che aveva un PhD in psicologia, ma era un economista matematico, ha lavorato tre quarti della sua vita con economisti ed ha preso anche il premio Nobel in Economia trent'anni fa) è l'uomo a cui l'idea della razionalità limitata viene attribuita, anche se ovviamente veniva utilizzata ben prima che lui ne parlasse (basta leggersi le cose fatte a Cowles e paraggi sulle aspettative di questo e quell'altro tipo). Questa idea che la razionalità limitata è un contributo della "sociologia" è francamente un po' tutta tua ... o del tuo professore di sociologia!

Ma il problema non è attribuire questo o quel titolo di "scopritore", il problema è avere uno strumento utilizzabile. Ora, nel caso della "razionalità limitata" il problema di fondo è: "quanto limitata"? Lo sa anche mio nonno che nessuno ha previsione perfetta, ma "quanto" imperfetta è la previsione che ho? Idem per la completezza: il mio preference order senza dubbio non è completo, ma su quali panieri di consumo ho un ordine preciso e su quali no? Queste sono domande che gli economisti teorici si fanno da decenni, e che i "neuro-economisti" (di cui, per esempio, Aldo Rustichini è uno degli esempi interzionalmente più visibili) si fanno tutti i giorni cercando risposte usabili e "quantitative". Perché il problema è tutto lì, ed è un problema difficile.

Siamo lontani decenni dal poter utilizzare tali esperimenti e tali ricerche per poter fare politica economica o macroeconomia, ma siamo ben consapevoli da decenni della natura FALSA delle ipotesi che facciamo su preferenze, meccanismi di decisione, insiemi informativi e capacità computazionali. Chi consapevole, temo, non è sono i molti economisti applicati, bancari vari, ricercatori di questo e quel banco centrale, e via elencando, i quali tendono a prendere le "previsioni" dei loro modelli alla lettera. Mai visto un teorico degno di quell'attributo fare un errore del genere.

Infine, occorre anche smetterla di fare confusione mettendo tutto nel calderone "razionalità", che altrimenti diventa una parola che non vuol dire nulla. Per poter dire qualcosa di sensato sui comportamenti e le decisioni di un agente (economico o meno, non fa differenza) occorre fare ipotesi precise su

1. Le sue preferenze e gli obiettivi che si pone (questo include la sua avversione al rischio, la sua percezione dell'incertezza, eccetera).

2. La sua conoscenza del mondo e del suo modo di funzionamento (i.e. il "modello" del mondo che uno ha), i suoi stati futuri, le regole che attribuisce al comportamento degli altri agenti, eccetera.

3. I segnali informativi che riceve con riguardo sia a 2. che a 1. .

4. Il suo orizzonte temporale di decisione.

5. I suoi modelli decisionali e le sue procedure di calcolo e decisione, ossia il suo grado di "razionalità".

Come vedi la razionalità e solo uno dei 5 elementi che sono necessari per cercare di capire come decide una persona ... nessun mito, credimi.

Sicuramente è come dici tu, però a me questo modo di ragionare ricorda sempre la questione della concorrenza perfetta. Diciamo che, presuntuosamente per via delle mie scarse conoscenze, il modello di concorrenza perfetta, in molti casi, mi sembra parecchio fuorviante (ebbene sì, ho avuto modo, un anno fa, di seguire un piccolo seminario sull'economia sociale di mercato, ma ti assicuro che ne presi solo piccoli spunti, il resto del tempo... beh).

Certo che serve un sistema di paragone (altrimenti va al diavolo qualsiasi tentativo di misurazione, no?), però mi preoccupa, a volte, il modo di dedurre da quel sistema una previsione realistica, oppure il modo di indurre dalla realtà verso un modello astratto. Cioè sono i due processi di derivazione possibili: l'uno dal modello alla realtà (deduzione, inferenza), l'altro dalla realtà al modello (induzione). Creato un certo livello di astrazione, forse e ripeto forse, non è sempre così scontato e automatico che si possa ritornare al livello empirico e fare previsioni non astratte diciamo.

E' un po', detto creativamente, il problema di sherlok holmes (possiamo pensare al modo di ragionare di holmes come ad un modello della realtà). Non so se hai mai letto questi romanzi. Ricordo una parte dove il tipo riesce a dedurre che Watson aveva la febbre perché le pantofole erano bruciacchiate, segno che Watson era stato molto tempo vicino il camino. Ma questo modo di ragionare sicuro che non porta a risultati falsati? E se watson si era voluto fare una giornata di ozio? O se aveva una tresca amorosa e, nell'impeto, aveva dimenticato le ciabatte vicino al camino? Con modelli tipo quelli dell'attore iper-razionale mi pare si finisca nello stesso dilemma. Come facciamo a dire che, nella realtà, da un modello astratto, per deduzione, riusciamo sempre (o un x% delle volte, che non cambia molto da sempre) a intepretare i fatti?

Giusto, così affossiamo l'economia, però non è quello il punto. Il punto è che a me, da studente e presuntuoso quale sono, a volte preoccupa che un eccessivo livello astrattivo falsi i risultati anche se usato solo come strumento di paragone.

 

Per la sociologia, lo avevo detto che ne sapevo poco di politica economica e che forse dicevo scemenze, però, se pure il modello di razionalità limitata appartiena ancora all'economia, forse quello di meccanismo sociale non tanto. Gli economisti (sempre quelli che ho studiato) considerano l'aggregato come somma algebrica di più attori, in sociologia un aggregato può dare risultati diversissimi rispetto alla sola somma. Questo è spiegato dalla struttura dell'aggregato, dai network, dai pattern sociali del gruppo, dalla cultura, etc..Se si fa questa considerazione, cambia totalmente l'interesse dell'economista, si sposta dalla conoscenza dell'attore iper-razionale a quella dell'aggregato, perché non è detto che da una somma di singoli attori si possa conoscere il risultato dell'intero gruppo.

A rafforzamento di quello che dicevo dell'aggregato, mi sembra che i tuoi 5 punti siano perfettamente studiabili se consideriamo una popolazione non somma algebrica. All'interno di questo tipo di aggregato è più facile (e realistico) stabilire quali sono i segnali informativi (studiando le reti di conoscenza ad esempio), quali sono i modelli decisionali (perché gli individui di un gruppo, specie se si percepisce come tale, seguono tutti una stessa linea), etc..

 

Gli economisti (sempre quelli che ho studiato) considerano l'aggregato come somma algebrica di più attori, in sociologia un aggregato può dare risultati diversissimi rispetto alla sola somma. Questo è spiegato dalla struttura dell'aggregato, dai network, dai pattern sociali del gruppo, dalla cultura, etc..Se si fa questa considerazione, cambia totalmente l'interesse dell'economista, si sposta dalla conoscenza dell'attore iper-razionale a quella dell'aggregato, perché non è detto che da una somma di singoli attori si possa conoscere il risultato dell'intero gruppo.

Ma anche in economia, e in ogni scienza che si rispetti: le ipotesi di linearita' sotto composizione sono solo semplificazioni non sempre applicabili (serve che la relazione funzionale sia continua e derivabile, e che le derivate prime non varino troppo rapidamente). La fissazione con gli aggregati (in particolare, di domanda e offerta) era una delle innovazioni keynesiane che attirava piu' obiezioni di carattere metodologico da parte di Hayek e altri economisti di scuola "austriaca", in quanto tendente a oscurare le dinamiche interne dei prezzi che spingono a riallocare risorse tra diversi settori dell'economia.

 

Scusami, relazione funzionale tra cosa? Tra la curva di domanda dell'attore e di quella dell'aggregato? Cioè come stabilisci una relazione se, per ipotesi, l'aggregato non ce l'abbiamo ancora?

Oppure ti riferisci alla funzione derivata della curva di domanda (prezzo/quantità) del singolo consumatore? In questo caso, dire che servono derivate prime che non varino troppo rapidamente, mi sa che è lo stesso che dire che servono consumatori con preferenze simili... un po' improbabile.

 

Capisco benissimo che parliamo di semplificazioni di modelli molto complessi e che io non ho studiato. Però, sento spesso ragionare in tv come se il modello di sottofondo di aggregato e attore iper-razionale fosse proprio questo.

 

 

 

Però, sento spesso ragionare in tv come se il modello di sottofondo di aggregato e attore iper-razionale fosse proprio questo.

Alessio, suvvia di nuovo! In tv ... e dalla bocca di chi, di grazia?

Comunque, il problema a cui si riferisce Enzo è altro dal puro problema di sommare, è il problema dell'equilibrio in sistemi "complessi", dove vi sono molti e differenti agenti (consumatori ed imprese). In mondi simili, le proprietà degli aggregati sono ben diverse da quelle delle singole unità ... dai, non farmi fare un corso sulle cose che scrivevo quand'ero giovane (però, magari, leggitele ... :-))

Nel commento precedente menzioni "l'economia sociale di mercato" contrapponendola alla "concorrenza perfetta". Di nuovo, puoi essere più specifico? Ovviamente la concorrenza perfetta è un costrutto teorico astratto, anche le curve di domanda lo sono! Ma anche l'economia sociale di mercato lo è: in che senso le due cose (cp ed esdm) sono distinte ed in che senso una aiuta a capire quanto è successo più dell'altra? Dovresti essere più specifico!

Anche quando scrivi

forse quello di meccanismo sociale non tanto

intendendo che la nozione di "meccanismo sociale" non appartiene all'economia, fai due errori. Uno: forse che la nozione di meccanismo sociale non è una costruzione astratta? Due, ma tu ti rendi conto che il Nobel due anni fa è stato dato a tre economisti per il loro lavoro PROPRIO SUI MECCANISMI SOCIALI!!! Cerca sotto "leohurwicz" nella nostra nuvola di parole, e leggi.

Inoltre

perché non è detto che da una somma di singoli attori si possa conoscere il risultato dell'intero gruppo.

Mi spieghi COME possiamo modellare i comportamenti di gruppi (che hanno in genere dimensioni e meccanismi d'interazione, oltre che composizione, diverse) se non capiamo come si comportano in circostanze diverse gli agenti che ne fanno parte e come interagiscono fra di loro? Visto che t'interessi di letture sociologiche, hai mai letto questo?

Infine, per ritornare al tuo post iniziale altrimenti qui si gira in tondo senza andare da nessuna parte. Puoi rispondere alle domande che ti facevo nella mia prima replica e dirmi con CHE COSA vuoi rimpiazzare la mia ipotesi di agente razionale (nel senso da me definito lì) per capire quanto ci sta attorno?

Allora, ti rispondo alla domanda, però prima alcune precisazioni se no non ci capiamo:

1)Io non mi sono mai messo contro i modelli, ma contro un eccessivo livello astrattivo e del metodo con cui si deducono le previsioni dal modello. Come quantificare il livello astrattivo... non saprei proprio, ma penso si capisca l'idea di fondo.

2)Certo che saranno pure diversi gli aggregati dai soggetti che li compongono, ma non vuol dire che sia il miglior modo di modellare la realtà. Tu hai ragione, non possiamo studiare un aggreggato senza esaminarne gli agenti che lo compongono. Però, io penso sia meglio considerarli collegati fra loro (relazioni sociali, valori, etc.) che pensarli come singole entità autonome. Poi, se ho toppato anche qui, se esistono studi economici in questo senso, beh pazienza he he.

3)Come ho detto, dal seminario di economia sociale di mercato presi solo degli spunti critici contro la cp, il resto del tempo beh... c'era una ragazza carina. Però, ad esempio, siamo sicuri che non sia deviante pensare ad una produzione che si autogestisce attraverso il mercato? Qui entra il gioco tutto il casino sui sussidi all'agricoltura ad esempio. Se anche i prezzi consigliano di approvigionare il paese con prodotti agricoli dall'estero, conviene davvero (è solo un esempio eh)?


Allora, il modello dell'agente razionale limitato. Tieni conto che io esprimevo dei dubbi, ma ho delle idee molto confuse sulla soluzione, ci ho pensato su un po', spero di essere accurato e, soprattutto, tu non riesca nel giochetto di riportare questa concezione al modello dell'attore iper-razionale ;-)

Pensavo di utilizzare in parte una razionalità sufficiente a scegliere tra due prodotti uguali quello con costo minore, in parte i famosi pattern. Come pattern intendo comportamenti automatici, che non comportano un ragionamento approfondito (dai, in america vanno di moda). Considererò anche direttamente l'aggregato (sempre studiandolo attraverso l'agente-relazionale diciamo), cioè la funzione dovrebbe venir fuori studiando direttamente le classi di riferimento.

Faccio un esempio (sperando sempre di non dir castronate):

C=F+f(t,w,s,F)+f(d,F)

C=consumo dell'aggregato

F=R-T=Reddito annuale aggregato  (R)-Tasse

f(d,F)=debito

pattern=il consumatore prende a prestito anche se F e f(t,w,s,F) sono maggiori di zero, semplicemente perché è stato osservato che l'aggregato tende a consumare più di ciò che produce e che risparmia e si indebita allo stesso tempo. Al diminuire di F f(d,F) aumenta: l'agente tende a mantenere il suo consumo inalterato aumentando il debito. Alla base dell'osservazione c'è una statistica. Inoltre, il consumatore prende a prestito anche se il valore attuale del debito è maggiore di quello di tutti i flussi di reddito futuri, in pratica l'agente prende a debito anche se non può riuscire a pagare e il sistema bancario potrebbe non intercettare queste sofferenze per via di aspettative future di crescita molto alte.

classi=sono i vari insiemi che formano la popolazione. Qui ne consideriamo 2:cl1 e cl2.

f(t,w,s,F)=funzione per cui l'aggregato utilizza la sua dotazione w, il suo risparmio s, durante l'intervallo temporale t e per valori determinati di F (per ipotesi pensiamo che l'agente utilizza il risparmio e la dotazione solo se F si avvicina a 0).

 

Facciamo un esempio con i numeri:

pattern:

         cl1 per cui f(d,F1)=5 se F1<=4 e f(d,F1)=1 se F1>4

         cl2 per cui f(d,F2)=10 se F2<=4 e f(d,F2)=2 se 4<12

R1'=5

R2'=12

T al tempo t0=1

Facciamo politica economica espansiva.

Al tempo 1 lo Stato fa politica economica espansiva. Al tempo 2 alzando le tasse, finisce automaticamente, per via del vincolo del pattern, per aumentare l'indebitamento di cl1 e cl2. Siccome abbiamo detto che le due classi si indebitano anche oltre le proprie possibilità, una politica di questo tipo potrebbe rendere molto vulerabile il settore creditizio, poi, potrebbe ledere la fiducia nel settore e, quindi, generare una crisi bancaria.

 

Altro possibile intervento di politica economica.

Lo Stato tassa di 7 punti gli agenti di cl2, quindi F2=R2'-deltaT=12-7=5. Per F2=5, f(d,F2)=2, cioè la cl2 prende ancora a prestito 2, questo perché, secondo le statistiche che hanno decretato il pattern, fino ad un reddito di F2=4 l'aggregato numero due continua a prendere a prestito la stessa cifra.

I soldi derivanti da questa tassazione potrebbero essere usati per pagare una parte degli interessi dei debiti degli agenti più a rischio (perché in un aggregato non sono tutti uguali). In questo modo lo Stato avrebbe un impatto x volte maggiore del valore che immette, infatti per ogni 1 di interessi pagati ci sara 1x di debito "sicuro" emesso e percepito (lo Stato obbligherà le banche a stretti controlli prima di rilasciare il debito agevolato). Così aumenterebbe anche il consumo (nella pseudo-funzioncina che ho messo su C dipende direttamente da f(d,F)).

 

Ecco, se avessimo usato il consumatore iper-razionale, ad un aumento di tasse o avrebbe diminuito il consumo o avrebbe aumentato il debito, ma sempre in maniera da non superare il valore attuale dei suoi flussi di reddito futuri. E qui che, secondo me, un modello di questo tipo è troppo astratto.

 

Spero di essere stato chiaro. Più che altro vorrei che si cogliesse la mia idea di fondo, almeno così capisco se è una scemenza e mi metto l'anima in pace. Per quanto riguarda la funzioncina e l'esempio, già immagino che saranno piene di errori grossolani.

 

mi sembra comunque che l'ipotesi di agente razionale sia assente nello studio dei sistemi complessi provenienti dalla fisica e applicati all'economia...mi sembra che ad esempio anche la finanza frattale non né fà uso, ma mi fermo qui, non né sò di più..

Insisto: dipende da cosa si intende per "razionale". Se si intende "omniscente", l'ipotesi è assente. Se si intende che usa ottimamente l'informazione a sua disposizione e non fa errori logici sistematici, l'ipotesi è mantenuta in molti studi e non in altri. Tutto dipende dall'information set che dai agli agenti, e questa è anche la questione interessante, sia empiricamente che teoricamente. Come i fatti, anche quelli di questi mesi, provano!

Qui c'è un'altra questione, FONDAMENTALE. Ciò che rende lo studio dei sistemi sociali INTERESSANTE (e, soprattutto, distinto dall'essere una pura estensione della biologia o della fisica) è che gli esseri umani sono pensanti, pianificano, hanno intenzioni, sono strategici nei loro comportamenti, eccetera. In una parola, le scienze sociali si occupano d'interazioni fra agenti COSCIENTI mentre, chessò, la termodinamica si occupa d'interazioni fra agenti non coscienti. Se si ritiene che la caratteristica di essere "coscienti" propria degli umani sia irrilevante per spiegarne il comportamento e le relazioni, avanti con la econo-fisica pura e dura, ed a mio avviso cieca ed inutile. Altrimenti occorre affrontare la questione della coscienza e dell'intenzionalità strategica. Non vedo scampo.

Questo è un punto che molti scienziati naturali non capiscono, e l'ho sperimentato per un decennio al Santa Fe Institute. Non volevano capire. Ricordo ancora una discussione isterica con Per Bak sul fatto che gli esseri umani sono formiche, quindi tanto vale modellarli come formiche. Non voleva capire il punto: persino le formiche hanno un insieme di preferenze ed un metodo di utilizzo delle informazioni per decidere azioni e la cosa interessante è spiegare il comportamento delle formiche partendo da questo fatto, non gettandolo alle ortiche! Il punto non è fare simulazioni per ottenere distribuzioni statistiche che "assomiglino" alle osservate, ma riuscire a mettere il dito su qualche meccanismo causale, o almeno eliminarne un tot come erronei! Non dovrebbe essere difficile capirlo, ma Per Bak (e Murray Gell Man e Phil Anderson, e Stuart Kauffman e tanti altri) proprio non voleva capirlo. Infatti, in How Nature Works dice valanghe di stronzate sull'economia e le scienze sociali, arrivando a falsificare una conversazione con me alla fine della quale, a suo dire, gli avrei dato ragione!

Le scienze sociali si occupano di interazioni fra esseri umani. Non è obbligatorio trovarle interessanti, ma di quello si occupano.

P.S. Alessio, sono affogato di cose urgenti, ma rispondero' appena posso che l'affarino che scrivi e' complicato. Spero week end.

rispondo solo ora ma la risposta l'avevo letta subito...

non è allora tutto rose e fiori questa econo-fisica. In effetti credo che ci giri sopra troppo marketing.. digitando econofisica su google, escono fuori tanti siti che esaltano questa disciplina come il futuro della ricerca in campo economico, e leggiucchiando quà e là proprio di questo mi convinsi. Ma siamo in tema di questo articolo e posso ben dirlo: era tutta una confusione!

agentJ sono daccordo con Michele, questa storia di applicare la fisica all'economia mi sembra una bella panzana (sempre detto da me che ne so una cippa), ma il determinismo (appunto la pretesa di assimilare l'uomo alla meccanica delle leggi) è appunto una panzana che ci portiamo dietro da qualche secolo.

Per quel che riguarda i frattali, non li ho mai capiti a fondo, però tra quelli e il pattern di cui parlo in modo molto confuso su c'è qualche affinità.

L'unico settore dove riesco a pensare ad affinità con la fisica è quello finanziario, ma solo quando stai nel campo tecnico, tipo vuoi sapere come variano i prodotti derivati rispetto al sottostante; nel campo delle previsioni già entri nelle aspettative e, quindi, a tutto il casino a cui accennava Michele.

 

Michele, sopra ho cercato di mettere in piedi un modello dove l'informazione non fosse processata in modo perfetto e dove le preferenze, quindi, non si formassero completamente in base alle aspettative. Ho diviso in 2 classi, quindi F, w, s, d, sono rispettivamente il reddito, il salario medio, il risparmio, il debito dell'aggregato (come se io studiassi un gruppo di 10 persone, quindi prendo il reddito del gruppo, il risparmio del gruppo, etc.). Questo ci permette di vedere il pattern come il risultato del comportamento di gruppo e non di un singolo. Inoltre, se mi sono capito bene, questo ci permette di creare aggregati in base al pattern e non in base al reddito o altre cose. Comunque, ripeto che sono idee confuse.

Alessio

scusami che non ho trovato, e non trovo, il tempo per rispondere al tuo lungo commento di alcuni giorni fa. Abbi pazienza, ce l'ho in agenda. Mi mandi un mail, con il testo? Grazie.

Il punto non è fare simulazioni per ottenere distribuzioni statistiche che "assomiglino" alle osservate, ma riuscire a mettere il dito su qualche meccanismo causale, o almeno eliminarne un tot come erronei! Non dovrebbe essere difficile capirlo, ma Per Bak (e Murray Gell Man e Phil Anderson, e Stuart Kauffman e tanti altri) proprio non voleva capirlo. Infatti, in How Nature Works dice valanghe di stronzate sull'economia e le scienze sociali, arrivando a falsificare una conversazione con me alla fine della quale, a suo dire, gli avrei dato ragione!

Questo è un punto interessante. Perché ritieni non interessante riuscire a riprodurre, tipicamente tramite simulazioni, le distribuzioni osservate?

Un curiosità poi. Ho sottomano il libro "How Nature Works" che però non ho letto (di Bak ho letto solo un suo lavoro sulla self organized criticality). Dove cita la conversazione che avete avuto?

Grazie.

Cerca Boldrin nell'indice dei nomi, dovresti trovarlo (sono a casa e la mia copia del libro è in ufficio).

Sulla domanda seria: oddio, io sono un nerd per cui tutte le cose che rendono felici i miei neuroni io le ritengo interessanti! Pensati, ho passato gli anni tra i 25 ed i 35 a pensare quasi solo a chaos, fractals, complex systems e cose del genere ... difficile per me dire che non siano interessanti. Quando non mi vede nessuno, apro ancora cose vecchissime del tempo e le guardo come si guardano i filmini porno ... tanto per dire: ancora nel 1998-2000 José, Andreu ed io abbiamo organizzato due scuole estive a ICTP per nerds da tutto il mondo a cui piacevano queste cose. Ed era pieno di econo-physicists a cui, credo, qualcosa abbiamo spiegato. Ma era divertissement intellettuale, devo riconoscerlo (oltre che una scusa per mangiare il pesce a Trieste, che è un motivo sufficiente per cose ben peggiori ...).

Però, non lo ritengo "interessante", nel senso di servire a me come economista, per la ragione che ho detto: se pensassi che è ragionevole assumere che gli esseri umani sono ions mi andrebbe anche bene e direi: adelante con la termodinamica statistica e tutto il resto. Ma non lo ritengo ragionevole, perché overwhelming evidence mi suggerisce che non lo sono (tipo, io e te stiamo intenzionalmente discutendo di aria fritta ... non so se mi spiego). Non solo, TROPPI modelli di quel tipo riproducono le distribuzioni, quindi ho una observational equivalence mostruosa e non riesco a fissare alcun meccanismo causale, alcun parametro che mi dica: se alzo le tasse di x succede y. Mi spiego?

Boldr, capisco,  mi rendo conto che state lavorando tutti intensamente per salvarci dalla recessione (proposito, perché non ci dite qualcosa sulla crisi in Cina?).

perché non ci dite qualcosa sulla crisi in Cina?

MICHELANGELIIIIIIII ... mi senti? Stan parlando con te! Insomma, ti vuoi guadagnare per una volta tutte le spese che affrontiamo a mantenerti a vinello bianco e pesce nelle isole tropicali?!

Dai Enzo, dacci dentro ...

P.S. Io ho solo notato che deve esserci: il cielo di Hong Kong, in Dicembre, era meno inquinato che in ogni altra occasione precedente.

MICHELANGELIIIIIIII ... mi senti? Stan parlando con te! Insomma, ti vuoi guadagnare per una volta tutte le spese che affrontiamo a mantenerti a vinello bianco e pesce nelle isole tropicali?!

Il vinello non era un gran che, ma era cileno (almeno non era lo sciropposo Great Wall...). Invece il pesce fresco era locally-sourced.

Dai Enzo, dacci dentro ...

Solo se non mi denigri troppo l'econofisica a colpi di strawmen ;-) Io non so che ti diceva Per Bak (bakkone), ma l'unico modello suo che conosco un po' (Bak - Paczuski - Shubik del '96-'97) non modella affatto gli uomini come formiche, per lo meno non tutti: anzi, considera il mercato come una mistura di agenti razionali che agiscono in base ai fundamentals, e "noise traders" che seguono la corrente. Non farti impressionare da frasi tipo "exact results for the statistics of the variations are derived by mapping onto a model of diffusing and annihilating particles, which has been solved by quantum field theory methods": nessuno assume che ci siano meccanismi quantistici nei mercati, ma solo che certi metodi matematici sono applicabili a campi diversi da quelli per i quali erano stati inizialmente sviluppati. Anche l'equazione di Black-Scholes ha similarita' con l'equazione di Schroedinger, ma solo un crackpot totale ci costruirebbe sopra ipotesi di connessioni profonde dal punto di vista fisico. E per lo piu', i fisici e matematici che lavorano in finanza non mancano mai di ricordare i limiti di applicabilita' dei loro modelli: non solo adesso, ma anche vari anni prima dell'attuale crisi finanziaria (le cui cause prime, come sappiamo, sono ben altre dall'applicazione cieca di modelli inadeguati). Sono i CFO che cercano di coprirsi le vergogne con foglie di fico larghe 25 sigma...

COMUNQUEEE: e' difficile dire cose precise della crisi in Cina, perche' la' le statistiche ufficiali sono peggio di quelle piazzate da Disraeli dopo "lies" e "damned lies"... Se un aneddoto puo' bastare: un paio di mesi fa un conoscente che ha una fabbrica in Guangdong ha ricevuto una visita di funzionari governativi, i quali gli hanno comunicato a muso duro che quest'anno a bilancio non potra' dichiarare perdite: al massimo potra' andare in pareggio :-)

Cerca Boldrin nell'indice dei nomi, dovresti trovarlo (sono a casa e la mia copia del libro è in ufficio).

Ti ringrazio. Trovato a pag. 185 della mia edizione. C'è il tuo virgolettato "I still prefer the 'perfect rationality' concept"!

Però, non lo ritengo "interessante", nel senso di servire a me come economista, per la ragione che ho detto: se pensassi che è ragionevole assumere che gli esseri umani sono ions mi andrebbe anche bene e direi: adelante con la termodinamica statistica e tutto il resto.

I modelli agent-based (quelli di mia conoscenza) di solito non sono così naive. Assumono (ne parla in particolare Michelangeli nel post seguente) una mistura di ions diversi, per usare la tua terminologia. Inoltre il limite termodinamico corrisponde tipicamente al numero N di agents tendente all'infinito.

La cosa interessante in queste applicazioni è l'ipotesi che esistano classi di universalità dei vari sistemi, siano essi fisici, sociali o economici. Come fa notare ancora una volta Michelangeli più sotto questo è sostanzialmente il motivo per cui si può applicare, per esempio, lo stesso formalismo matematico del modello di Ising che descrive le proprietà magnetiche di un sistema bidimensionale (in un numero maggiore di dimensioni ci sono problemi non banali). Questo non significa che gli agents economici siano dei piccoli magneti!

Sono altresì d'accordo con il mantenere sempre chiaro il limite di applicabilità di questi modelli. Ma finché funzionano sono secondo me interessanti (e non solo perché mi divertono intellettualmente!).

Non solo, TROPPI modelli di quel tipo riproducono le distribuzioni, quindi ho una observational equivalence mostruosa e non riesco a fissare alcun meccanismo causale, alcun parametro che mi dica: se alzo le tasse di x succede y. Mi spiego?

Perfettamente. Ma magari un meccanismo causale di questo tipo semplicemente non è possibile in alcuni "regimi" di validità del modello. Quello che ho in mente è la situazione che tipicamente si ha nelle cosidette teorie di Yang-Mills nelle fisica delle interazioni fondamentali. Nel regime in cui l'accoppiamento tra la particelle che interagiscono è piccolo sei in grado di dare una descrizione perturbativa, vagamente analoga alla causalità di cui parlavi prima. Nel regime di accoppiamento forte il problema diventa altamente non lineare ma esitono tecniche che ti permettono di estrarre informazione dal sistema anche se non di tipo "causale".

Chiedo scusa se alcuni punti appariranno oscuri, ma se vuoi possiamo continuare la discussione. Per me è molto importante avere il punto di vista di un autorevole economista come te.

La cosa interessante in queste applicazioni è l'ipotesi che esistano classi di universalità dei vari sistemi, siano essi fisici, sociali o economici.

La mia impressione e' che questo accada perche' e' molto frequente incontrare (magari perche' andiamo a cercarli per motivi estetici!) sistemi con quantita' che si conservano; e in presenza di simmetrie continue questo, per il teorema di Noether, e' consistente con descrizioni in termini variazionali, che a loro volta equivalgono a formalismi basati su sitemi di equazioni differenziali alle derivate parziali. Da qui l'universalita' di questi ultimi.

Penso che la tua affermazione possa essere fatta in generale per ogni formalismo matematico sufficientemente "potente" da descrivere diverse classi di sistemi. Per quanto riguarda le classi di universalità dei sistemi statistici, ho idea che ci sia qualcosa di più profondo, una sorta di invariante topologico. E la presenza di questi invarianti per me è qualcosa di estremamente non triviale.

C'è il tuo virgolettato "I still prefer the 'perfect rationality' concept"!

Appunto, un falso. Mai detto. Soprattutto: mai rimasto a corto di argomenti, quello che ha continuato a ripetere "le formiche, le formiche" era PB ... ma lasciamo stare. Tanto è sparito, assieme alle sue sand-piles, che era tutta una balla perché nemmeno le sand piles hanno le proprietà che lui sosteneva aver dimostrato che hanno (ci sono una serie di teoremi inizio anni '90 del gruppo di fisica di Chicago che lo dimostra). Self-organized criticality ... il trucco stava nel nome, suonava figo.

Sul resto mi astengo, non per polemica ma perché questa discussione l'ho fatta troppe volte. Nota, però, che anche tu ignori la mia osservazione/richiesta iniziale: la gente fa qualcosa per qualche ragione, o no? Ci pensa, la gente, prima di scegliersi un lavoro, o no? Davvero pensi che teorie "di Yang-Mills" (che francamente non conosco se non per sentito dire) possano spiegare ... che cosa del comportamento economico degli esseri umani? Che cosa, esattamente? Davvero mi incuriosisce che cosa.

Si' Michele, e' chiaro che ogni scelta individuale e' determinata da particolari ragioni personali, ma questo non esclude che a livello macroscopico possano emergere patterns che si evolvono in modo statisticamente predicibile tramite modelli relativamente semplici: a volte con margini d'errore giganteschi, ma, come diceva Maurice Chevalier del diventare vecchi, "non poi cosi' male se lo confronti con l'alternativa". Altrimenti tanto varrebbe abbandonare completamente l'uso della matematica in economia: non eri tu che criticavi gli Austriaci proprio per questa attitudine?

Giriamo in tondo, Enzo. T'immagini se voglio abbandonare la math! Solo che "observational equivalence" is a bitch, and it is a dangerous bitch quando stai andando a caccia di meccanismi causali. Io niente contro modelli che mi riproducano distribuzioni, ma mi rimane la domanda: cosa causa cosa e come?

A me interessano i meccanismi causali. Avere un modello che mi da una distribuzione con coda lunga e fat di tassi di variazione dei prezzi facendo seguire la medesima dall'ipotesi che i traders comprano cose un po' a caso senza mai guardare i prezzi, non è che mi rende molto felice, capisci? Una cosa del genere, in che senso mi aiuta a capire perché nascono le housing bubbles?

Manco mi aiuta per fare risk analysis a livello del mio portafoglio, perché lì il problema è tutto di saper modellare bene, statisticamente, la distribuzione degli eventi esogeni ... per cui li' basta prendersi una buona spline delle distribuzioni che mi servono, o no?

P.S. Tra l'altro, anche l'ultima affermazione che ho fatto è sbagliata. Perché sono esogeni sino ad un certo punto, gli shocks contro cui mi assicuro: infatti, se non modello come e quando anche gli altri comprano la stessa roba mia e sale la bolla eccetera, ho un modello che non serve a nulla. Il caso dell'insurance tipo CDS, questo giro, è da manuale: dal punto di vista d'ognuno di loro stavano tutti assicurandosi contro un rischio idiosincratico e personale (si erano esposti ai tassi crescenti, si sono assicurati contro la crescita dei tassi). Ma, siccome TUTTI erano esposti a tassi crescenti e TUTTI avevano comprato la stessa insurance e siccome tassi crescenti era uno shock aggregato e non idiosincratico, nessuno aveva comprato insurance e sono andati tutti a gambe all'aria. Senza un modello di COMPORTAMENTO degli agenti e di equilibrio economico generale una cosa del genere non è che non la prevedi, nemmeno cominci a capirla. Infatti, ancor oggi, ho l'impressione che il 3/4 dei banking boys con il nasino bianco mica l'abbiano capita la questione!

Be', certo: tutto dipende da qual e' il tuo ruolo: per un policymaker, individuare le cause e' basilare per decidere cosa fare; per uno speculatore no, soprattutto se troppo piccolo per muovere il mercato (price deterioration etc.). Pero' anche li' le policies sono spesso delle combinazioni di vincoli e condizioni al contorno, almeno in economie di mercato: the powers that be definiscono tassi d'interesse, regulation, fiscal stimuli etc, e da li' il sistema si evolve per conto suo. Essere in grado di predire almeno in parte questa evoluzione e' importante anche per loro.

In fondo, da una parte ci sono gli uomini della Seconda Fondazione, che animati dal proprio orgoglio intellettuale vorrebbero prevedere il comportamento complessivo di grandi aggregati umani tramite modelli matematici, dall'altra i traders che vogliono solo sfruttare questi stessi modelli (o una loro versione semplificata) per arricchirsi. E visto che questi muovono effettivamente capitali su vasta scala, si introduce ovviamente una retroazione tale per cui la previsione influenza l'evoluzione effettiva degli eventi. Allora servirebbe una teoria del secondo ordine, che inserisca anche la risposta dinamica alle proiezioni speculative...

E visto che questi muovono effettivamente capitali su vasta scala, si introduce ovviamente una retroazione tale per cui la previsione influenza l'evoluzione effettiva degli eventi. Allora servirebbe una teoria del secondo ordine, che inserisca anche la risposta dinamica alle proiezioni speculative...

Oppure si potrebbe provare a inventarsi ipotesi bislacche, convincere abbastanza traders della loro validita', ma prima che questi comincino a muovere i mercati prendere posizioni che traggano vantaggio da tali movimenti e diventare ricchi! :-) Per esempio, che ne dite di una bella teoria sui mercati mannari? Auuuuu... Au-au-auuuuu...

Perdona il ritardo della risposta. Vorrei rimarcare che non stavo affatto mettendo in dubbio quello che avevi detto riguardo alla tua conversazione con Per Bak, anzi. Mi faceva sorridere il fatto che Bak avesse completamente frainteso il tuo pensiero a riguardo. Oltretutto ho appreso che Bak è deceduto qualche anno fa. A questo punto mi dispiace anche di aver tirato fuori questo discorso.

Sulle sand-piles non mi pronuncio non avendo mai letto i dettagli dei lavori. Mi riprometto, quando avrò un po di tempo a disposizione, di scendere un po più a fondo della questione.

Sul resto mi astengo, non per polemica ma perché questa discussione l'ho fatta troppe volte. Nota, però, che anche tu ignori la mia osservazione/richiesta iniziale: la gente fa qualcosa per qualche ragione, o no? Ci pensa, la gente, prima di scegliersi un lavoro, o no? Davvero pensi che teorie "di Yang-Mills" (che francamente non conosco se non per sentito dire) possano spiegare ... che cosa del comportamento economico degli esseri umani? Che cosa, esattamente? Davvero mi incuriosisce che cosa.

Non sto suggerendo che un modello di Yang-Mills sia immediatamente un modello economico faithful (anche se c'è qualcuno che ha proposto l'utilizzo della gauge invariance in finanza: "Gauge Modelling in Non-Equilibrium Pricing" by Kirill Ilinski). Le mie considerazioni riguardano aspetti non triviali delle transizioni di fase in qui modelli collegati al cambiamento di regime da weak a strong coupling dei gradi di libertà fondamentali (fammeli chiamare "agenti" con abuso di terminologia). Anche qui mi riprometto di tornare con considerazioni meno ermetiche in futuro, perlomeno per non fare la figura del crackpot economista (del resto era anche nelle tue assunzioni iniziali che stessimo facendo divertissement)!

ho appreso che Bak è deceduto qualche anno fa. A questo punto mi dispiace anche di aver tirato fuori questo discorso.

Non sapevo. Sorry to hear that. Ok lasciamo stare PB.

Sul resto, ogni volta che vuoi.

mi trovo perfettamente d'accordo con la disamina di ciò che è successo ai consumi americani e di ciò che vale la pena di evitare.

ma non capisco bene perché aggiungerci la caricatura del pensiero keynesiano. si vuol suggerire, mi sembra, che il modello di crescita descritto (e implementato in usa) è quello sostenuto da keynes o da qualche suo discepolo; se questo è, si fa un torto ai lettori di nfa: non alla loro cultura, bensì alla loro intelligenza.

 

ma non capisco bene perché aggiungerci la caricatura del pensiero keynesiano. si vuol suggerire, mi sembra, che il modello di crescita descritto (e implementato in usa) è quello sostenuto da keynes o da qualche suo discepolo; se questo è, si fa un torto ai lettori di nfa: non alla loro cultura, bensì alla loro intelligenza.

A parte il fatto che NON si vuole suggerire che il modello di crescita USA sia quello "keynesiano" per la semplice ragione che il secondo, che io sappia, non esiste (se esiste, attendo lumi in materia), ciò che invece È VERO e NON fa torto né alla cultura né all'intelligenza dei lettori è che le POLITICHE economiche seguite negli USA (praticamente da sempre ma, senza dubbio alcuno, dalla seconda presidenza Clinton-Greenspan in poi) fossero e siano SQUISITAMENTE "keynesiane". Non come altro si vogliano definire gli "stimoli fiscali" ad ogni rallentamento del tasso di crescita ed il continuo, quasi ossessivo, tentativo di "manipolare" il presunto tradeoff inflazione-crescita attraverso la politica monetaria e dei tassi d'interesse.

Attendo lumi che indichino i miei errori.

Poca soltada, io sempre qui che attendo lumi ...

Ci vuoi spiegare dove sta la caricatura? Son curioso ...

Da un "distinguished colleague" ricevo il seguente contributo

Michele--este titular me hizo acordar al paper que circulaste hace un par de meses.
http://www.infobae.com/contenidos/426002-100799-0-Consumidor-si-no-consume-va-perder-el-trabajoRicard

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