Stai pensando di frequentare un PhD in Economia? Cosa fare, cosa aspettarsi

11 dicembre 2014 andrea moro

Abbiamo ricevuto in redazione la seguente richiesta:

Buongiorno,
sono uno studente magistrale in Scienze economiche in un'università italiana.
Mi piacerebbe molto fare un phd in economics una volta presa la laurea, possibilmente fuori dall'Italia. Ho iniziato a guardarmi intorno e vedo come sia difficile orientarsi, capire la qualità del corso, quanto si è seguiti, la qualità dei docenti, lo stile di vita che mi aspetta durante il phd. Vi scrivo per chiedere un articolo sulle vostre esperienze di vita da studenti phd, consigli su quanto e dove applicare in Europa e America, le difficoltà iniziali di adattamento che avete avuto, se ne avete avute e in generale quello che crediate sia importante trasmettere a riguardo, se ne avete voglia.

Rispondo volentieri.

Chi è tagliato per un PhD in Economics? 

Iscriversi ad un corso di PhD all'estero significa dedicare cinque o sei anni della propria vita allo studio (raramente meno, a volte di più). Nonostante la fatica, le giornate spese a studiare fino a tardi, i weekend passati sui libri e al computer, ho un ricordo bellissimo di quegli anni. Non solo perchè ero giovane. Il vero motivo è che in quel periodo ho interagito con gran numero di persone di un intelligenza e curiosità intellettuale straordinarie. Ho imparato moltissimo, più che in qualsiasi altro periodo della mia vita. Se cercate questo, non c'è esperienza migliore.

Ma non è per tutti. Superare gli esami, trovare un argomento interessante per la tesi, svilupparlo e portarlo a compimento richiede notevoli capacità logico-analitiche, capacità di analizzare e interpretare il mondo che ci sta attorno, dimestichezza con computer e programmazione. Ma non basta: servono anche interesse per i problemi sociali e politici, una buona dose di fantasia, creatività e di social skills (perlomeno, più dello scienziato "medio" con càmice e provette). Non guasta anche avere un po' di ambizione. In parole povere, se avete preso 30 e lode a matematica, ma non sapete chi è il presidente del CSM, può darsi che questo percorso non faccia per voi. Tantomeno se pensate che gli schiavi greci stessero meglio dei dipendenti di Walmart (come affermato di recente da un famoso matematico italiano, e non scherzava). In breve: onestà e curiosità intellettuali, abilità logico-analitiche, interesse per problemi sociali ed istituzionali. Si tratta di una combinazione di abilità abbastanza speciale, perciò pensateci bene prima di perdere anni della vostra vita (se può consolare, io non ci avevo pensato per nulla. Meglio così perché sono un po' scarso in qualcuna di queste dimensioni).

Come prepararsi?

Cominciate frequentando il più possibile corsi di contenuto matematico - statistico: le commissioni che ammettono gli studenti vogliono sempre accertarsi che conosciate abbastanza matematica. È inoltre importante capire quali docenti, nel proprio dipartimento, abbiano una reputazione scientifica all'estero, seguire i loro corsi, e farsi notare da loro (intellettualmente, ovviamente), e, dopo aver preso 30 (possibilmente: con la lode), avvertirli che state pensando di iscrivervi ad un PhD. 

Acquisire un rapporto con i docenti è fondamentale perché dovranno, al momento dell'invio delle domande di ammissione, scrivere lettere di raccomandazione (ne servono tre) che raccontino quanto bravi siete, cosa siete in grado di fare e che siete in lista d'attesa per il Nobel fra una trentina d'anni. Sono uno degli elementi chiave della domanda. Le commissioni leggono le loro lettere molto attentamente, pesando ogni parola. Nessuno scrive che il proprio studente è "abbastanza bravo", è quindi meglio che chi scrive le lettere sia conosciuto e abbia una buona reputazione, e possibilmente che lo abbia già fatto. 

Uno di questi docenti sarà il vostro relatore di tesi. Il contenuto della tesi dovrebbe, idealmente, servire da traccia per il research statement da allegare alla domanda di ammissione, un altro documento importantissimo. Non deve contenere ricerca pubblicabile od originale, ma deve convincere la commissione che sapete cosa significa fare ricerca in economia, che siete entusiasti di volerla fare, e che avete tutte le caratteristiche necessarie (vedi sopra). 

Nelle ultime fasi (circa 15-18 mesi prima dell'inizio del PhD, che avviene nel mese di settembre di ogni anno) occorre anche prepararsi bene per il GRE, e passarlo praticamente con il massimo dei voti o quasi. Anche se il GRE è un test è poco informativo, ottenere un punteggio solo buono significa, in un top department, farsi cestinare direttamente la domanda di ammissione. Nella maggior parte dei dipartimenti conta soprattutto il voto nella parte quantitativa del test (facile come contenuti, ma bisogna essere molto veloci per fare tutto giusto). Le altre parti del test sono meno importanti. Ovviamente bisogna anche passare il TOEFL con almeno il punteggio richiesto dall'università in cui si fa domanda. Questo è uno dei requisiti meno stringenti (lo è un po' di più se la borsa di studio richiede di fare il Teaching Assistant, ma l'ho passato anch'io che praticamente non parlavo inglese). Superate questi test il prima possibile (ma non troppo, altrimenti occorre rifarli), così ve li togliete dai piedi. 

Non è una cattiva idea frequentare i seminari che il vostro dipartimento dovrebbe organizzare (se non lo fa, siete nel posto sbagliato) invitando studiosi anche dall'estero a parlare della propria ricerca. Non capirete niente, ma poco male, servirà ad avere una vaga idea di dove potreste essere nel giro di cinque o sei anni, e se volete esserci. In alcuni casi, se il vostro relatore è gentile, vi presenterà al collega in visita da un dipartimento in cui volete fare domanda dicendogli quanto bravi siete; se chiacchierando gli fate una buona impressione potrà mettere una buona parola con l'admission committee. Non sperateci troppo: il processo di ammissione è affidato a fattori del tutto casuali. I dipartimenti ricevono centinaia di domande da tutte le parti del mondo, da parte di studenti con curriculum perfetti, test perfetti, lettere entusiaste, raccomandazioni di colleghi invadenti. Nessun professore, per quanto in buona fede, può sapere con certezza le capacità di produrre ricerca originale da parte di uno studente. Il processo è affidato a segnali di abilità molto poco correlati con ciò che poi finisce per contare, quindi è spesso meglio affidarsi a criteri oggettivi ed imparziali. Estrarre il segnale dal rumore generato dalle centinaia di domande è molto difficile.

Dove inviare le domande? 

Essendo il processo in gran parte casuale, i candidati devono affidarsi ai grandi numeri. Suggerirei, se fate parte dei migliori della vostra classe, di inviare le domande ad una mezza dozzina di "top-10" departments e ad un'altra mezza dozzina nella top-20; se si è veramente convinti di voler partire, aggiungete anche un po' di domande a qualche dipartimento di livello inferiore (specie se il vostro curriculum e test non sono eccellenti - una conversazione onesta con il vostro relatore qui può essere rivelatrice). Esistono diverse classifiche di dipartimenti, in gran parte si sovrappongono, la scelta specifica dipende da gusti ed interessi: non è il caso di fare i pignoli nel confronto fra il dipartimento numero 8 e quello numero 13. Ancora meno fra 18 e 23. La scelta dovrebbe dipendere più dall'ambito di interesse e dalle conoscenze di chi scriverà le lettere di raccomandazione. In questo, è bene lasciarsi consigliare dal proprio relatore/advisor. 

Spero di non procurarmi nemici se dico: evitate se potete il dottorato italiano che è purtroppo ingabbiato dentro regole insensate (non da ultima, l'esigenza di fare tutto in 3 anni - mi dicono che la proroga a quattro è stata resa ancora più difficile) che impediscono l'offerta di un corso di studi ragionevole, anche nei dipartimenti con le migliori intenzioni. Esistono casi di successo individuale, ma si tratta di eccezioni. Per quanto riguarda l'Europa, due o tre dottorati europei possono competere con i top 10 americani; il problema maggiore dell'Europa è un relativo isolamento, che poi quando si entra nel mercato si rischia di pagare. La scelta migliore dipende dalle alternative a disposizione, ma io ammettendo di essere biased propendo, a parità di qualità, per l'America (che include anche qualche ottima università Canadese).  

Ah dimenticavo: l'argomento "ma tanto io voglio stare in Europa (o peggio, Italia), non voglio andare in America perché ho il moroso / la mamma / odio Mc Donalds ..." non vale. Se lo pensate davvero, meglio che scegliate un'altra carriera. E non perché "tanto il 50% dei fidanzati si lasciano", come disse il mio relatore.  Ma perché il mercato del research economist è un mercato globale. Sperare di riuscire dopo 5 anni di studio a trovare posto nel paese X o, peggio, nella città Y, è pura follia. Certo, si può essere fortunati, ma la maggior parte delle università del mondo è localizzata in città piccole in mezzo a zone che possono sembrare poco interessanti. Consiglio di non pensarci troppo: per esempio, io per lavoro ho vissuto diversi anni a Minneapolis e Nashville, città che per uno che vive in Italia possono sembrare equivalenti alla morte intellettuale e sociale. In realtà sono luoghi interessantissimi, pieni di vita artistica e culturale, bellissimi dal punto di vita paesaggistico. Ci vive un sacco di gente simpatica. Insomma, la vita ci può sorprendere. Non guasta un po' di spirito di adattamento. Il discorso vale ancora di più per la scelta del luogo dove frequentare il PhD se si riceve più di una offerta. Meglio sopportare 5 anni di tundra e ricevere un'ottima preparazione, piuttosto che studiare davanti alla spiagga in Florida frequentando un dipartimento mediocre. Sembra ovvio, ma ho visto più di uno studente scegliere in base a questi criteri. Quindi se vi chiama Chicago, andate a Chicago, contrari o no che siate agli hamburgers.

[Aggiunta 12/12] Dove fare domanda dipende in gran parte dalle proprie capacità. Quanto scritto sopra è stato interpretato da qualcuno come "o finite in un top-20 o è meglio che cambiate carriera". Non era questa la mia intenzione, perché non è vero. È perfettamente possibile ricevere un'ottima preparazione e perseguire una carriera soddisfacente dopo aver conseguito il Phd in dipartimenti USA non top, in Canada (dove in realtà esistono anche top departments che piazzano ovunque, come ho chiarito in commento), In Europa (idem), Australia, o persino in Italia. Solo che è più difficile, soprattutto se si aspira ad una carriera accademica. Ma se si vuole fare policy, o entrare nel settore privato, esistono ottimi programmi ovunque, e a qualsiasi livello. Resta il fatto che migliore è la reputazione del dipartimento in cui si studia, di solito, meglio è. 

Quale dipartimento scegliere?

Nella felice situazione di avere ricevuto più di una offerta, suggerisco di scegliere il dipartimento migliore e più posizionato nella generalità dei campi dell'economia. Anche se si pensa di voler fare la tesi in macroeconomia, non è raro, anzi, è frequente cambiare idea e finire per fare economia del lavoro, o internazionale, quindi meglio tenere le porte tutte aperte. Dipartimenti di simile caratura scientifica hanno programmi di studio e attenzione agli studenti molto diverse. In caso di indecisione, non è una cattiva idea contattare i dipartimenti per cercare informazioni. In questo stadio verrete trattati benissimo: faranno di tutto per attirarvi. Nonostante ci sia un'altra persona in lista d'attesa praticamente identica a voi, se qualcuno vi ha scelto significa che siete davvero bravi, e bisogna attirarvi a tutti i costi, tantopiù se avete anche un'offerta dal dipartimento di simile caratura. Chiedete di parlare con altri studenti, magari qualche italiano con cui è più facile entrare in confidenza, per avere un'idea del posto. Chiedete soprattutto informazioni sul placement: dove hanno trovato lavoro i migliori studenti degli ultimi tre anni? Questo vi darà un'idea del best-case scenario. Non scegliete in base alla presenza di un certo luminare: i professori si spostano frequentemente, specie quelli bravi. Nemmeno, come ho già detto, fate l'errore di scegliere in base all'attrazione della città.

Quanto costa?

Nella stragrande maggioranza dei casi, le università americane finanziano almeno i primi 4 o 5 anni di studio (le regole variano). Se l'offerta arrivasse senza la garanzia del finanziameno, l'opportunità di auto-finanziarsi il primo anno è meno terribile di quanto si possa pensare (magari chiedendo uno sconto per la tuition). Prima però è meglio accertarsi che, passati gli esami, il finanziamento generalmente venga offerto a partire dal secondo anno. Le borse di studio, che sono aumentate negli ultimi anni in termini reali, variano dai 15 ai 35mila dollari, a seconda della generosità dei dipartimenti (e della qualità dello studente). Qualche volta sono condizionali alla prestazione di assistenza nell'insegnamento o ricerca dei docenti (Teaching o Research Assistantship), con un'enorme varianza di carico (che nominalmente è di 20 ore settimanali, ma che varia da zero a ....). Qualche professore preferisce arrangiarsi, lasciando quasi nulla da fare al TA (ricevimento, qualche esercitazione), mentre in certi dipartimenti i TA hanno la responsabilità di insegnare un intero corso, e di correggersi gli esami e le esercitazioni, ogni semestre. La borsa poi può essere integrata insegnando un corso durante la sessione estiva, il che è consigliabile anche per irrobustire il curriculum. 

Qual è lo stile di vita di uno studente? Che difficoltà si incontrano?

Lo stile di vita è molto spartano. Non direi che lo studente italiano abbia particolari difficoltà di adattamento. Vivere in America è facile, e anche relativamente economico. Per esempio, gli appartamenti non ammobiliati sono già forniti di cucina, armadi a muro, spesso lavatrice il che significa che, trovato l'appartamento, bastano un materasso, una sedia ed un tavolo per iniziare a studiare. C'è un mercato enorme di scelte abitative, per tutti i gusti ed è possibile sistemarsi nel giro di 6-7 giorni. Il costo è che si finisce per comprare la poltrona Poang da IKEA: dopo 3 mesi si scopre che ce l'hanno due terzi degli studenti, così come tutti hanno gli stessi scaffali, sedie, divano... tranne qualche fighetto con la puzza sotto il naso, o il mio compagno giapponese il cui unico pezzo di arredamento era un materasso sul pavimento - e che nonostante questo è riuscito inspiegabilmente ad appiccare un incendio (tutto vero!). Eccezioni a parte, la borsa copre le spese, i viaggi di ritorno in Italia un paio di volte all'anno, qualche cinema o concerto ma non molto di più. Del resto non è che ci sia il tempo per scialare. Il primo anno è durissimo. Può essere confrontato, come intensità, agli ultimi due mesi prima dell'esame di maturità (almeno per come lo ricordo io), ma dura un anno. Gli altri anni, passati i prelim (gli esami di ammissione al resto dei corsi), sono un po' più leggeri, ma rimangono intensi.

Ma nonostante lo studio matto e disperatissimo e i pochi soldi, ho un bellissimo ricordo di quegli anni: la vita sociale e culturale di noi studenti, ad eccezione del primo anno, era molto attiva (feste nei week-end, qualche cena al ristorante, cinema, concerti, qualche serata all'orchestra o all'opera con biglietti scontati per studenti). Io e mia moglie viaggiavamo anche abbastanza spendendo poco, risparmiando nulla.  

Cosa e come si studia?

Durante il primo anno di economia se ne vede poca. Si ri-studiano partendo da zero le materie (micro, macro, econometria) che contengono gli strumenti necessari a studiare le materie economiche del secondo anno. Si impara molta matematica, ma è un'infarinatura di vari tipi matematiche un po' speciali (real analysis, linear algebra, game theory, dynamic optimization). Per molti c'è il rischio di subire un complesso di inferiorità ed esagerare, finendo per iscriversi a corsi avanzati offerti dai dipartimenti di matematica, sprecando tempo: alla fine serve solo quello che viene offerto dal dipartimento di economia, nulla di più.

Passato il primo anno, se serve, si imparerà più matematica. Ma più spesso al secondo anno si scelgono uno o più fields (labor, international, development ...), si cominciano a studiare problemi "reali", superando il complesso di inferiorità con lai matematica (anche se a qualcuno rimane il vizio). Dal terzo anno si comincia a sviluppare la tesi. Per molti è un passaggio difficile: superare gli esami è facile, molti di noi l'hanno fatto con successo fin dalle elementari. Elaborare un progetto di ricerca è una cosa nuova, non si sa dove trovare l'idea, e nessun professore serio te la fornirà mai. Qualcuno inizia lavorando come research assistant, o collaborando assieme ad altri studenti. In molti dipartimenti esistono "seminari" dove studenti del terzo-quarto anno espongono le proprie idee in nuce e vengono bersagliati da critiche. 

In pratica, dal terzo anno si rifà la gavetta, in un processo che spesso lascia dei morti per strada. C'è chi infatti non riesce a completare il percorso pur avendo superato bene gli esami. Spesso si tratta di persone brillantissime analiticamente, ma incapaci di leggere dalle pagine dei giornali quale sia un problema sociale interessante da analizzare. Magari perché il giornale non lo leggono. Poco male per loro: si limitano ad acquisire un Master, che in molte università viene conferito dopo aver superato gli esami del secondo anno, e spesso finiscono a lavorare in una consulting firm, o per un hedge fund, e guadagnano un multiplo di quanto si guadagna nell'ambiente accademico.

In genere, il rapporto con i docenti è eccellente, quasi alla pari, specie se si è bravi. Ho sentito giudizi completamente opposti sulla disponibilità dello stesso docente: i meno bravi sono un po' ignorati, comprensibilmente: il tempo è scarso e il docente alloca le proprie risorse scarse dove possono fruttare meglio. Fra studenti non c'è competitività: si collabora molto, sia per gli esami e sempre più frequentemente nella ricerca; le collaborazioni iniziate durante il PhD spesso continuano per tutta la carriera. Rimane però una buona idea entrare nel mercato con un articolo con solo il proprio nome. 

E dopo il PhD?

La stragrande maggioranza dei circa 1200 PhD in Economics americani trova lavoro, non necessariamente in ambito accademico. La maggioranza dei dipartimenti ha 1 o 2 posti da assistant professor che si aprono ogni anno, quindi se aspirate ad una top 10, ci sono al più 20 posti disponibili. Ai pochi che riescono a trovare un'occupazione in una università di buon calibro aspetta una vita lavorativa inizialmente un po' stressante (prendere tenure - il contratto a tempo illimitato - è dura, e si impiegano più di sei anni) ma appagante dal punto di vista intellettuale ed economico. Gli economisti accademici sono fra i più pagati fra le varie discipline, ma il salario dipende molto dal successo della propria ricerca, ed è molto variabile. All'incirca, il rapporto fra il più alto e il più basso salario dei full professors è circa 5, a fronte di un carico di insegnamento proporzionalmente inverso. A livello di assistant professor, i salari sono molto più compressi, il corrispondente fattore è di circa 2 a 1 (vale sempre l'inverso per l'insegnamento).  Il vero costo, non indifferente né trascurabile è quello di emigrare, che è del tutto personale: c'è chi dopo 5 anni non parla più italiano, c'è chi dopo 20 si porta il sale grosso in valigia al ritorno delle vacanze "altrimenti la pasta non ha lo stesso gusto". Ma gli economisti hanno generalmente il lusso di essere molto flessibili non essendo, come altri scienziati, legati a un laboratorio. Si può passare l'estate in Italia lavorando anche in vacanza al mare, anzi, lo facciamo in molti. Si viaggia molto, ma non troppo se non si vuole farlo. Chi fa bene può aspettarsi un percorso professionale appagante sia economicamente che culturalmente.

Questo è tutto, se ho lasciato qualche dubbio chiedete in commento.

74 commenti (espandi tutti)

Informazione dettagliatissima e utilissima; di solito si naviga alla cieca, come un tempo. Dunque un grazie di cuore, perché non è facile trovare informazioni così organiche e veritiere, come vistosamente appare dai racconti in prima persona. Tuttavia, debbo dire, anche un poco scoraggiante, malgrado allevino un poco quei racconti di occasionali episodi di divertimento, e questo non tanto per la difficoltà degli esami o del costante impegno richiesto, perché una grande passione può mettere la benda su queste difficoltà, se non anche riconvertirle in stimoli, quanto sul fatto che malgrado tutta la preparazione richiesta, la competenza richiesta e pure riconosciuta e testimoniata da qualificati terzi e da esibire, e la passione da allegare e che deve essere da un lato fanatica e dall'altro no perché bisogna essere anche coscienti e consapevoli di tutto il resto del mondo che ci circonda e per finire pure creativi e fantasiosi e ambiziosi e onesti (se posso dire, sembra tutto anche un insieme di proprietà contrastanti se non proprio contraddittorie) e passare a pieni voti due ulteriori esami (GRE e TOEFL ), su tutto questo quadro, già terribile di per sé, aleggia infine lo spettro della frase “Non sperateci troppo: il processo di ammissione è affidato a fattori del tutto casuali”. Sembra a chi legge, in sostanza, non solo che si debba essere molto di più di Einstein che avrebbe certamente fallito su quasi tutta questa linea, ma che, comunque sia, essere pure l'Einstein dell'economia sarebbe solo un requisito necessario ma insufficiente, perché tutto quanto è sotto il segno dell'aleatorietà: “Il processo è affidato a segnali di abilità molto poco correlati”. Io ho riletto più e più volte tutto perché la cosa mi sta a cuore molto di più che se dovessi decidere per me stesso. Io decisi per la passione, e cascasse il mondo. Ma ora è mia figlia che vuole scegliere questa strada, e confesso che io sono atterrito per lei, perché è chiaro che se pure tutto girasse al verso giusto e dopo 5 anni di tundra e di vita spartana con un materasso per terra e sedia pieghevole e un cinema ogni 6 mesi, comunque: “Sperare di riuscire dopo 5 anni di studio a trovare posto nel paese X o, peggio, nella città Y, è pura follia.” e poi: “Ai pochi che riescono a trovare un'occupazione in una università ...”, cioè non si sa se e non si sa dove. Con tutto il rispetto e l'ammirazione, e anzi baciando le medaglie a chi è riuscito vivo dopo questo cerchio dell'inferno, come si fa a chiedere il supermassimo e ad offrire solo una probabilità, pure scarsa per giunta? Questo è pura contraddizione concettuale, è impossibile chiedere un impegno assoluto a fondo perduto. Per giunta, con simili prerequisiti si riesce quasi dappertutto, in qualsiasi campo, anche se si apre una osteria sotto casa, dove qui invece sembra che bisogna concorrere per l'unico posto di astronauta in palio per l'intero pianeta terra con la speranza di un contratto a tempo limitato se va tutto bene o un posto di lavoro retribuito se va male l'ultimo esame dell'ultimo giorno dell'ultimo anno. La prego aggiunga non altri chiarimenti, ce ne sono purtroppo a sufficienza e per questi lei va ringraziato per sempre, ma qualche speranza in più, altrimenti con un simile quadro, lei converrà, la coscienza consapevole impone di suggerire, e non solo a mia figlia, qualsiasi altra cosa alternativa.

cosa ne pensa? con tutto il rispetto

Forse mi sono spiegato male. Ci sono ogni anno più openings che nuovi phds. Il mio punto era che chi pensa di fare un PhD per poi andare a vivere a new york trovando posto a NYU, anche se fosse molto bravo, è un illuso.

Per il resto, non mi lascerei scoraggiare: un pezzo alla volta il puzzle si mette assieme. Centinaia di persone lo fanno ogni anno. Il processo è casuale, ma come ho detto, ci si affida per questo ai grandi numeri. Se sei bravissimo, un posto nella top 10 lo trovi. Se sei quasi bravissimo, nella top 20 e così via. Non è una garanzia che poi produrrai una tesi pubblicabile su Econometrica, ma quello sta veramente solo a te e alle tue vere capacità. 

Quanto ai requisiti, sono requisiti ideali: chi li ha tutti aspira al nobel, chi ne ha meno trova un posto onesto ad una paga decente. Il bello del mercato USA è che ci sono veramente tutti i livelli di qualità, un match lo si trova sempre. 

Con tutto il rispetto e l'ammirazione, e anzi baciando le medaglie a chi è riuscito vivo dopo questo cerchio dell'inferno, come si fa a chiedere il supermassimo e ad offrire solo una probabilità, pure scarsa per giunta? Questo è pura contraddizione concettuale, è impossibile chiedere un impegno assoluto a fondo perduto. 

"Il danno non sta nei molti, nei moltissimi studenti; sta nell'inganno perpetrato contro di essi, lasciando credere che il pezzo di carta dia diritto a qualcosa; e cioè, nell'opinione universale, all' impiego pubblico sicuro od alla professione tranquilla.", Luigi Einaudi.

Passando all'esperienza personale, io non credo che molti possano sperare di diventare dei bravi professionisti senza dedicare almeno 10 mila ore , ma forse anche 12 mila o 15 mila, della propria vita, ad esercitare la propria specifica arte (post laurea ed in molti casi post master). I 3 anni del dottorato italiano non sono chiaramente sufficienti, a meno di viaggiare a 70 ore a settimana per tutti e 3 anni ed essere particolarmente brillanti.

P.S.: io probabilmente non ero particolarmente brillante, cosí nei primi 10 anni di carriera ho lavorato oltre 30 mila ore, ed effettivamente é stata una ottima decisione :)

Una scelta possibile e' di fare domanda non solo nelle 20-25 migliori universita', ma anche oltre; in posti meno buoni dove la competizione e' piu' abbordabile. La cosa difficile da spiegare (e comprendere) e' la selettivita' del meccanismo. A Pitt, un dipartimento di economia tra 35 e 50 nelle classifiche USA, riceviamo circa 400 domande di ammissione da tutto il mondo. Nelle scuole al top, probabilmente ne ricevono 700 o piu'. Per essere ammessi a MIT o Stanford bisogna essere piu' bravi di almeno 50 dei 100 piu' bravi al mondo. In altre parole, e' tremendamente difficile, Piu' si scende nel ranking del posto dove si fa domanda, piu' la competizione e' abbordabile. Alla fine, i nostri studenti bravi trovano lavoro in universita' decenti, e possono seguire la loro passione per l'economia anche senza andare a lavorare a NYU.

Grazie, è il senso che volevo dare: Vanderbilt si trova piu' o meno nella posizione di Pitt. Gli studenti migliori trovano posti decenti e una volta ogni lustro i migliori riescono a spuntare un top job, ma chi fa decentemente un posto accademico lo trova. 

Se farete ricerca empirica, a meno che non siate miracolosamente fortunati e privilegiati, il 90% del tempo nei primi due anni in cui si prepara la tesi sarà tendenzialmente dedicato a sputare sangue con raccolta dati / matching con altri dataset che non hanno chiave unica manco a pregare in cinese / meticolosa pulizia dati.

Il rischio è di lasciarsi sopraffare da questo lavoro monotono, senza parallelamente continuare a imparare cose nuove, e rischiando letteralmente di distruggere il proprio capitale umano.

Io avrei voluto che qualcuno me lo dicesse prima di fare il PhD. Ci ho messo un po' ad adattarmi e a trovare il modo di gestire la cosa. Per un certo periodo, preso dallo sconforto, ho anche pensato di droppare il dottorato.

Di aneddoti così se ne trovano ma due anni a ripulire dati mi pare un outlier. La mia esperienza è due settimane, o forse due mesi, durante i quali ho anche lavorato alla la teoria, fatto il ta, etc...

Dipende molto dal progetto, ovviamente, e si può essere più o meno fortunati.

Ma in quella fase come ho detto, la difficoltà più grande per molti è quella di trovare un'idea buona. Poi trovata quella, se servono due anni per pulire i dati, si farà anche quello. 

Mah, io di idee ne ho parecchie e qualcuna, a detta del mio supervisor, è anche promettente. Ma tutte le idee che mi vengono in mente richiedono un lavoraccio preliminare di raccolta/matching/pulizia dati scoraggiante... Probabilmente sono io che me le vado proprio a cercare col lanternino... :( :( :(

Benissimo, direi che sei a buon punto, non ti resta che rimboccarti le maniche. Economics is hard. 

Io vorrei avere delle opinioni su dottorati offerti da università asiatiche che nei ranking internazionali figurano spesso nei primi cento posti. Penso alle università di Singapore, Hong Kong, Seoul e Tokyo. Offrono buoni phd paragonabili a quelli della top 20 degli USA?

No

luca rigotti 11/12/2014 - 23:55

Magari un giorno ci arriveranno anche, ma per adesso ci sono pochi posti che competono con i top 20 USA, e sono solo in Europa. Competono vuol dire che una volta ogni tanto piazzano i loro studenti migliori nelle universita' migliori. se si guarda invece alla mediana, nemmeno le migliori scuole europee competono.

Ricordo di aver notato tempo fa che l'incremento dell'investimento per studente a Stanford tra il 2005 ed il 2010 era pari a circa il triplo dell'investimento totale per studente a Palermo (non oso pensare a Enna).

A parte i discorsi sull'efficienza, quando ci sono distanze cosí siderali, non é possibile competere.

Non e' una questione di soldi. Probabilmente la cifra che hai notato comprende la tuition, che a Stanford sara' sui $45K l'anno. Puoi anche darli allo studente palermitano, che li userebbe per andare a Stanford a fare la tesi. Se resta a Palermo cosa ci fa con quei soldi? Se li dai al dipartimento palermitano, cosa ci fanno? Anche se bastassero per assumere Milgrom, non possono farlo. 

A me pare proprio una questione di soldi.

Se a Palermo spendono 6,000 Euro all'anno a studente, ed a Stanford spendono 60,000 Euro all'anno, se anche a Palermo fossero efficienti al 100%, a Stanford basterebbe essere efficienti all'11% per offrire un servizio migliore ai suoi studenti. Se poi consideriamo che in realtá Palermo avrá probabilmente una efficienza del 10%, e Stanford del 90%, la distanza é anche piú siderale.

Io tra l'altro i soldi non li darei di certo a dipartimenti o universitá, ma, sotto forma di prestiti, agli studenti.

Incidentalmente, sto avendo in parallelo una discussione su un tema simile su chi propone di trasformare il consorzio universitario di Trapani in universitá, sulla scorta di quanto fatto ad Enna.

Per quanto possa sembrare irreale, al giorno d'oggi la triennale in molte delle top 10o europee costa piú o meno quando la triennale in atenei come Enna, o come potrebbe diventare Trapani. Materialmente un B.Sc. a Oxford o Imperial ha un costo nello stesso ordine di grandezza di una triennale a Palermo o Reggio Calabria (forse costa meno, perché nel 95% dei casi la laurea si piglia in 3 anni, non in 5 come nelle triennali italiane).

Il mio punto di vista é che non ha senso creare mini-universitá che non arrivano a poter investire cifre nemmeno lontanamente paragonabili ai 6000 Euro di Palermo.

O si cambia radicalmente il sistema di finanziamento delle universitá, o con le universitá americane non si potrá mai competere.

Entriamo in un discorso off-topic e si rischia di non capirsi. Ti assicuro che con 60mila euro per studente, anche se riuscissero ad ammettere 20 studenti, il PhD di Palermo non sarebbe nemmeno paragonabile a quello di Stanford. Quindi non è una questione dei soldi specificamente destinati al Phd. 

Se poi mi dici, prendiamo uno sceicco che riversi soldi su Palermo, e poi su parlamento e ministro dell'università per convincerli a cambiare reclutamento e progressione salariale, per fare in modo che Palermo possa assumere Milgrom e compagnia, e poi attirare Heckman, Pakes, e un po' di bella altra gente da Chicago e Harvard, allora sì, è una questione di soldi.

Con tutto il rispetto per chi sta a Palermo, dove si trovano alcuni amici che fanno del loro meglio nonostante i vincoli in cui si trovano. 

Entriamo in un discorso off-topic e si rischia di non capirsi

Sí, il mio é fondamentalmente un discorso generale.

Sono perfettamente d'accordo sul fatto che se oggi dessimo a Palermo gli stessi soldi per studente che ha a disposizione Stanford, non otterremmo gli stessi risultati, perché c'é chiaramente una differenza di efficienza nel trasformare questi soldi in controprestazioni per gli studenti, differenza di efficenza che ha cause sia endogene (a Palermo) che esogene (a Roma).

Il punto non credo sia peró contestabile: anche se riformassimo il sistema universitario italiano in modo da renderlo piú efficiente, e pur con tutti gli incentivi di questo mondo, se a disposizione di Enna restano 2700 Euro a studente, di Palermo 6300 a studente, e cosí via, non si potrá mai competere con realtá universitarie che investono sullo studente (o dove lo studente contribuisce a investire) 10 o 20 volte di piú.

Luca: aggiungerei qualche dipartimento canadese, ma hai ragione, non mi viene in mente nessun programma serio in Asia. 

Asia

michele boldrin 13/12/2014 - 14:05

Stan crescendo anche li' e vi sono posti buoni. Un problema che devono risolvere e' quello di una tradizione accademica non tanto orrenda come l'italica ma simile, specialmente in Giappone (inbreeding, favoritismi, universita' come posto per stipendio fisso mentre si fa altro da professione a politica, eccetera) ma alcuni posti buoni ci sono. Il problema e' piuttosto la lingua, pero Uni of Tokyo, Uni of Kyoto e qualche altra in Giappone hanno programmi decenti di PhD anche se, pure loro, i loro top students li mandano negli USA. Idem per HK, dove HKUST e' in salita come lo e' anche CUHK. A Taipei c'e' Academia Sinica, che e' un posto molto decente e serio. In mainland vi sono vari posti sia a Pechino che a Shanghai che stanno migliorando alla grande, Fudan per prima ... Dategli 10 anni ancora, poi se ne parla.

In ogni caso, la vera difficolta' e' la lingua e la cultura, ovviamente molto remote da quelle italiane, quindi (a meno di motivazioni personali forti) meglio lasciar stare ed andarci visiting da professori ... Idem per India.

Ah, poi c'e' l'Australia, che ha fatto passi da gigante negli ultimi anni. E' lontana ma sempre piu' attraente per giovani italiani con Ph.D. ... infatti, ne conosco ben tre che ci sono andati a lavorare negli ultimi due anni. 

Magari ci andassero solo i PhD... in Australia stanno scappando pure alcuni ricercatori italiani. 

Quando ho chiesto a quelli che conosco che si sono trasferiti in AU (italiani e non), mi han detto che l'organizzazione dei loro PhD e' ancora lontana da quella tipica in Nord America e Europa. Quindi, e' vero che c'e' molta gente brava che fa ricerca da quelle parti, ma se dovessi dar consiglio a uno studente che puo' scegliere tra Melbourne (una delle top) a Vanderbilt, direi di andare a Vanderbilt.

Domanda

Giuseppe Donvito 12/12/2014 - 12:19

Articolo molto interessante ed esaustivo. Colgo l'occasione per porre una domanda: ai fini della selezione, l'età del candidato può costituire un problema?

Non so se sia legale discriminare per età, in ogni caso è possibile che la commissione storca il naso di fronte ad una domanda da un candidato troppo "anziano", diciamo sopra i 35-40. È una semplice logica di investimento: se hai 45 anni investiresti in una persona che poi non ha abbastanza anni di vita per realizzare un ritorno adeguato. 

Detto questo, ogni tanto c'e' gente sulla quarantina che frequenta il PhD. Ancora piu' spesso sui 30. 

La ringrazio per la risposta.

1) I migliori 20 phd di economia degli usa sono offerti da università che fanno parte della Association of American Universities che riunisce i 60 migliori atenei degli Usa, più due canadesi. Scegliere un'università che non è nella top 20, anche se fa parte dell'AAU, pregiudica le possibilità per il futuro?

2) Esistono phd seri in università non AAU? Tipo Siracuse, George Mason university, etc.? 

 

3) Altra domanda: al di là di Europa e Asia, ci sono phd validi in Canada e in Australia? Sempre controllando i ranking, pare che McGill e l'Australian National University siano buone. Qualcuno ha un'idea della qualità del phd in economia nelle università australiane e canadesi?

Se avessi letto il post di Andrea qualche anno fa, forse non avrei fatto l'esatto contrario di ogni cosa che suggerisce!
Però, anche al netto di un colossale self-serving bias, il peso dato ai top-20 forse è un po' esagerato: 
"The research productivity of new PhDs in economics: the surprisingly high non-success of the successful"
Paper - commento

Grazie marco per la segnalazione. Conosco il paper che hai linkato: e' stato scritto da un collega e ex-studente di Vanderbilt. Dice che i top graduates di lower ranked departments spesso fanno meglio delle seconde file dei top departments. Come interpretare questa evidenza?

1) Se finite in un dipartimento di seconda fila, non tutto e' perduto: potete sicuramente ricevere un'ottimo training, e fare bene

2) Immaginiamo di ricevere due offerte: Harvard e Michigan (o Michigan e Georgetown, etc..). Meglio finire, dopo 4-5 anni ad essere il settimo studente di Harvard o il primo di Michigan? Difficile dirlo, pero' a priori, e' sempre meglio scegliere Harvard. Perche' il primo studente di Michigan puo' essere davvero bravo, e se si e' davvero bravi, meglio uscire da Harvard. 

Non top-20

andrea moro 12/12/2014 - 15:12

1) Risponderei così: la rule-of-thumb è che e difficile spostarsi verso l'alto della gerarchia dei dipartimenti. Però succede. Melitz è passato da Michigan ad Harvard. Vanderbilt ogni 4-5 anni qualcuno nella top 20 lo piazza. Ma generalmente i migliori restano nella stessa fascia di qualità, e gli altri trovano posto sotto. C'è anche chi, sempre raramente, riesce a spostarsi in un posto migliore in una fase successiva. 

Quindi, non c'è niente di pregiudicato a stare sotto la top-20. Semplicemente le aspettative devono essere aggiustate corrispondentemente. E si può essere bravi e fortunati!

2) Mai sentito parlare di AAU. Syracuse è un posto più che ragionevole.

3) Molti posti buoni in Canada: Queens, Toronto, Western Ontario, UBC, (forse dimentico qualcuno?) sono posti dove anche studenti molto bravi possono ritenersi fortunati ad essere ammessi. Qualche università australiana si sta aprendo al mercato mondiale, e sono sicuro che si può essere preparati in modo ragionevole, ma lì l'isolamento è estremo, e per ora siamo  ad un livello di caratura sotto le migliori canadesi.  

nathan nunn, PhD Toronto è Associate professor ad harvard, con 2-3 papers (a mio avviso sbagliati, ma chi sono io per giudicare?)

Rispondo sul PhD in Canada visto che 1) ho fatto un PhD in Canada; 2) sono Associate Professor in una univerita' Canadese (on leave) 3) sono stato graduate director e ho lanciato un PhD in economics nella mia universita'.
In primo luogo, direi che l'articolo taglia fuori un vasto mondo di persone che aspirano ad una carriera universitaria o in enti di ricerca pubblici e privati, senza necessariamente avere l'aspirazione (diciamo meglio, la capacita') di pubblicare in top 5. Vorrei rassicurare questa vasta platea che e' possibile proseguire gli studi frequentando ottimi PhD programs che garantiscono ottimi livelli di preparazione per affrontare una tale carriera. In Canada ad esempio, almeno 5 universita' offrono PhD di ottimo livello, la Western University (si chiamava University of Western Ontario, e' dove ho preso il mio PhD), la University of Toronto, la University of British Columbia, Universitee de Montreal e Queens University. Queste sono le top 5 del Canada, ma ci sono una serie di altre universita' che, pur non essendo top, offrono dei corsi molto buoni. Parlano di placement (che, condivido, e' uno dei fattori che devono essere scrutati ben bene), queste universita' spesso piazzano i propri migliori studenti in top Univeristies Americane e Canadesi (Harvard, UPenn, per citarne solo due), e quelli meno bravi in Universita' di rango piu' basso o in settori della pubblica amministrazione soprattutto Canadese. Gli stipendi sono comunque sempre piuttosto buoni anche se le condizioni e ambizioni di ricerca cambiano drasticamente. Esiste un sito del governo dell'Ontario che pubblica tutti i salari lordi di tutti coloro che guadagnano piu' di centomila dollari all'anno nel pubblico (le universita' Canadesi sono pubbliche), quasi tutti gli economisti sono in quella lista, uno puo' dare un'occhiata e vedere per farsi un'idea.

Sottoscrivo interamente quanto detto da Vincenzo, salvo la frase "l'articolo taglia fuori". Credo tutto dipenda dall'interpretazione della frase "se fate parte dei migliori della vostra classe". Meglio non entrare nei dettagli. Comunque, ha ragione Vincenzo: ogni anno da Vanderbilt, che conosco bene e non è top-20, una mezza dozzina di studenti entra nel mercato e trova posti più che soddisfacenti. Ogni 4-5 anni qualcuno entra in una top-20, e questo succede più o meno in tutti i dipartimenti similmente collocati. 

Ovviamente statistico, ma per un risk analisys vale la pena vederli.
COme si evolveranno le tue convinzioni politiche:
http://fivethirtyeight.com/features/economists-arent-as-nonpartisan-as-w...
Quanto "controversa" sara' la tua attivita' di ricerca:
http://www.joefrancis.info/economics-debate/
"Come diventerai" nel tuo stile intellettuale e nella posizione sociale:
http://nakedkeynesianism.blogspot.com.br/2014/12/the-chutzpah-of-economi...

Spazzatura

andrea moro 12/12/2014 - 18:00

Non so se il commento meriti una risposta, visto che è off-topic: comunque dei post che hai citato, il primo è un esempio di cattivo giornalismo che non sa nemmeno leggere i dati che presenta, il secondo non sa nemmeno di cosa sta parlando, il terzo riporta una ricerca cui si possono dare interpretazioni diverse, ma andremmo troppo off-topic. 

La verità è questa: l'economia è una delle scienze sociali, forse l'unica, dove c'è poco spazio per pregiudizi ideologici. Il dibattito esiste, e generalmente si basa su criteri oggettivi, e non è generalmente comprensibile dal grande pubblico. L'influenza degli economisti su scelte di politica economica è scarsa o nulla. Un giovane intelligente ed onesto intellettualmente non può scegliere percorso migliore se interessato alle scienze sociali. 

In generale, purtroppo, le universita' statunitensi sono abbastanza sessiste, dall'ex-preside di Harvard (!!)  che dice pubblicamente che le donne non sono capaci di fare scienza agli studi che dicono che una donna su cinque viene stuprata durante il corso di studi, alle enormi disparita' uomo-donna in molte materie.

Nell'ultima parte, l'economia non e' quella che se la cava meglio:

http://www.forbes.com/sites/anaswanson/2014/12/08/what-women-could-bring...

quando devono scrivere cazzate son sempre anonimi? 

Vigliacchi e nemmeno capaci di scrivere in italiano, bah ... 

Cancellare il conto e morta ivi. Inutile farsi sporcare da spazzatura solo per essere cortesi.

domanda

giorgio strom 12/12/2014 - 15:16

Vorrei ringraziare davvero l'autore del post perchè mi ha chiarito molti dubbi. Sono anche io uno studente che aspirerebbe ad un PhD in Economics, anche se non intenderei necessariamente cercare un lavoro in accademia (non che mi dispiacerebbe), sarei più orientato verso istituzioni internazionali o settore privato. Molti mi hanno detto che ormai anche per i lavori di policy o nel settore privato un dottorato è quasi d'obbligo per le posizioni più rilevanti e io sono davvero molto interessato alla materia quindi lo farei con entusiasmo se riuscissi ad entrare. Mi chiedevo, anche per i lavori non strettamente accademici il ranking del dipartimento ha così grande importanza  ? Per aspirare ad essere economisti all'OECD , IMF  WB o ad esempio in qualche istituzione finanziaria  un PhD europeo decente sarebbe visto sempre come molto inferiore ad uno americano come per la carriera accademica  ?  Vi ringrazio in anticipo se troverete il tempo di rispondermi

Non e' il mio ramo, quindi potrei sbagliarmi, ma la mia impressione e' che le istituzioni che hanno sede negli USA pescano di piu' da scuole top americane. Magari cercano di diversificare in termini di nazionalita' di chi assumono, ma non tanto in termini di curriculum. Se sei davvero interessato a policy, ci sono anche programmi che si specializzano in quello piuttosto che in economia per se. Questi hanno il vantaggio di una formazione non tutta pensata per chi vuol diventare un economista accademico.

policy

giorgio strom 12/12/2014 - 17:54

Grazie mille per la risposta. Intende quindi proprio i PhD in Public Policy giusto ? Avevo dato un'occhiata, solo che sarei un po' restio più che altro perché la mia impressione (magari errata) è che con un PhD Economics si possa accedere tranquillamente a policy jobs ma anche molto altro, mentre con un Phd PP ci si precluda tutti gli sbocchi eccetto policy. D'altra parte però ho avuto anche l'impressione che il livello di competizione per accedere ai programmi migliori sia meno elevato rispetto ad Economics, cosa probabilmente da tenere presente.

È come dici tu. Meglio Economics, ma più facile entrare in PP. 

Conosco una studentessa PhD di Padova che ha trovato posto all'OECD. Direi comunque, anche per OECD, IMF, e WB il requisito fondamentale e' scrivere la migliore tesi possibile. Questo lo si fa piu' facilmente con la migliore preparazione possibile. Quindi, europa o usa, meglio cercare di iscriversi al dipartimento che la offre. 

Comunque si', anche per lavori di policy il dottorato e' indispensabile. Nelle Fed regionali oramai assumono solo persone che sanno fare ricerca indipendente: i loro research depts. sono diventati dei veri propri dipartimenti accademici. In certi settori di IMF e WB le cose sono molto simili, in altri meno. 

Matematica

luca rigotti 13/12/2014 - 21:31

Una piccola aggiunta sull'importanza dei corsi di matematica. A Pitt, per fare l'esempio che conosco meglio, e' molto raro che ammettiamo uno studente che non abbia frequentato una serie di corsi di matematica tipo (mi scuso per l'inglese, ma non sono sicuro come tradurre) real analysis, linear algebra, n-variable calculus, e via dicendo. Questo per dire che non solo e' importante seguire corsi di economia che usino matematica e statistica, ma e' anche importante fare corsi di matematica per se. Sapere la matematica bene avvantaggia non solo in sede di ammissione, ma anche durante il primo anno perche' consente di fare maggiore attenzione a contenuto e intuizione economica di quello che si studia. Quindi, il consiglio e' di fare questi esami (e prendere ottimi voti) cosi' da togliere qualunque dubbio sulle abilita' in merito al comitato di ammissione.

Matematica

Marco Ruzzante 14/12/2014 - 18:41

Spesso si fa la matematica che c'è, e nelle uni italiane non è tanta. Io personalmente tra triennale e master ho fatto tutta la matematica che potevo fare, eppure alla fine ce n'era di più in game theory che in tutti gli altri esami messi insieme.

Esami a scelta

floris 14/12/2014 - 19:18

Se non sbaglio ci sono uno o due esami a scelta libera per ciclo di laurea, forse con quelli si può rimediare.

Opzionali

Marco Ruzzante 14/12/2014 - 19:29

Si, mi riferivo ai corsi a scelta. Anche a scegliere tutti gli esami di matematica a disposizione tra i corsi opzionali, questi non sono poi tanti.

Ok

floris 14/12/2014 - 19:48

Forse allora potrebbe essere utile fare la triennale in statistica o matematica, che consentono l' accesso diretto alla magistrale di economia. Ci vorrebbe un parere di un prof però, magari così si perderebbero elementi fondamentali di economia.

PhD Finance

TooBig 16/12/2014 - 19:45

Buonasera,

innanzitutto la ringrazio per questo articolo che ha risposto davvero a molte domande sui PhD, unendoli in una sola risorsa. Allontanandomi un attimo dal PhD in Economics, avrei una domanda riguardo, invece, i PhD in Finance, da intendersi non Corporate Finance ma quelli ad indirizzo Quantitative Finance/Portfolio Management. Sono uno studente al primo anno di laurea specialistica in Finanza di una università italiana. Ci è sempre stato detto che, a differenza degli studenti di Economics, tra gli studenti di finance solo 1-3% prosegue con un PhD in Quantitative Finance. Questo perchè per lavorare in banche di investimento, fondi e istituzioni simili è più che sufficiente il binomio di laurea 3+2 e un PhD sarebbe superfluo. Arrivo ora alla domanda: perchè, secondo lei, Prof. Moro e secondo voi altri, si dovrebbe seguire un dottorato in finanza? Soltanto per poi continuare la propria vita lavorativa in ambito accademico/di ricerca oppure, a differenza di quanto detto, solo con un PhD in Finance si possono raggiungere posizioni in investment banks, hedge funds etc altrimenti precluse?

In poche parole, a differenza di Economics, quali sono secondo il vostro parere i vantaggi di un Phd in Quantitative Finance?

Mi scuso per esser stato prolisso e ringrazio in anticipo per la risposta.

Di solito il PhD si fa solo se si vuole fare ricerca. Inutile dirlo, operare alla frontiera nell'ambito della finanza quantitativa significa fare ricerca (anche se si è  nel settore privato e non la si fa per pubblicare su riviste scientifiche). Non conosco molto il settore ma suppongo che un master o PhD sia alquanto gradito dalle aziende. Ovviamente dipende da cosa si vuole fare e a che livello ci si vuole inserire. 

A Penn, gli studenti di finanza di Wharton condividevano la maggioranza dei corsi del primo anno con noi di economics  (matematica, micro, econometria, e macro forse a scelta). È anche possibile anche fare economics e specializzarsi in finanza per la tesi, in questo caso occorre pensare di manadare le domande in dipartimenti forti in questo campo. 

Una curiosita'...

Io son gia' dottorato in Fisica teorica, (e anche postdoc da qualche annetto), sono ancora relativamente giovane (specialmente per lo standard italiano).

Sento che molti saltano all'analisi finanziaria quantitativa, con una preparazione in economia conseguentemente traballante da farsi sul posto di lavoro, per avere una base piu' robusta cosa si puo' suggerire?

Qualche anno di un postdograduate o addirittura un PhD e' consigliabile?

Potresti fare un master in Economics in un buon dipartimento inglese, credo che ad LSE per esempio i  corsi coincidano con quelli seguiti dagli studenti che poi proseguono con il PHD. In un dipartimento americano in genere non vieni ammesso se vuoi solo fare il master. Però ho conosciuto gente che lascia dopo 2 anni. Probabilmente ci sono anche programmi specifici in quantitative finance, dovresti fare un po' di ricerca perché questo settore non lo conosco bene. 

Alcuni dipartimenti ingegneria o ricerca operativa offrono mater in financial engineering (o nome simile) che ti potrebbero essere adatti. Ci sono master in economia terminali (cioe' non volti a chi vuole fare un dottorato) anche in Canada e in almeno un paio di buone universita' americane (Boston U. e Duke), ma questi sembrano meno adatti a quello che vuoi fare.

Andrea però voleva una preparazione più solida in Economia (nello spirito, credo, di questo post), ed in quei programmi di economia se ne fa poca, o forse niente... basta controllare sui siti. E' vero che se lo scopo e' fare il quant per un hedge fund quei masters sono la strada piu' semplice. 

Quanto ai soldi da investire, credo che l'investimento si ripaghi abbastanza velocemente, se si trova il lavoro sperato. Onestamente non sono abbastanza informato sul settore. 

Vale davvero la pena investire tutti quei soldi? Appunto in un PhD normalmente si e' pagati, e' vero che si lavora anche ma si e' a contatto con chi si vuole e si riceve tutta l'educazione che si riesce ad assimilare.

Pagare decine di migliaia di euro, per cosa di preciso?

 

Entrare in un PhD, non sarebbe del tutto analogo? I corsi addirittura coincidono spesso, a quanto pare...

Anche se fosse fosse piu' orientato alla ricerca, la cosa non mi dispiacerebbe affatto, anzi, considerato il mio quotidiano...

Dipende

Alessandro Riolo 18/12/2014 - 17:04

Vale davvero la pena investire tutti quei soldi?

Fai tu: http://www.indeed.co.uk/Quantitative-Analyst-jobs-in-London

Per non parlare dei senior:

http://www.millarassociates.com/requirement.php?id=1511

Ovviamente dipende anche dalla alternative. Per diventare un bravo quant, oltre alla preparazione accademica, c'é bisogno di saper usare determinati strumenti, sinceramente dubito che lo si possa diventare senza 20-30 mila ore di lavoro su Excel, VBA, c++, R, c#, Java, Haskell, SAS, Python, SPSS, Matlab, ...

A quel punto, con un MBA in posti come la Cass o Cranfield (£40k) probabilmente si puó aspirare a carriere non da quant ma con simili risultati salariali, e probabilmente con un MBA (ma costano molto di piú) nelle top business school statunitensi (o anche a LBS o LSE) anche a qualcosa in piú.

Ovviamente il risultato non é assicurato

Mi sembra che è l'atteggiamento che mi scombussola in questo caso. Non vedo cosa c'entrino eventuali statistiche, con il fatto se la preparazione è o meno valida di una spesa ed è o meno differente da un eventuale dottorato.
Non mi interesserebbe comprare una tessera a di un club, mi interessa imparare.

Va da se che le ore varie su diversi argomenti li ho già spesi (il corso di laboratorio di informatica l'ho insegnato per ben 3 anni a Fisica. Il mio dottorato è culminato con una release di un programma di supercalcolo da 20k righe. Excel direi che non è un problema :P) ed è ovvio che sia una strada percorribile se uno vuole applicare le conoscenze di fisico ad altri ambiti.

Il mio dottorato è culminato con una release di un programma di supercalcolo da 20k righe

Churn in the code, computed as: [Lines Added] + [Lines Deleted] + [Lines Modified]:

Churn 2007-12

Ecco, vorrei proprio evitare di finire per essere l'equivalente economico di quel tipo di persona che si vanta del NUMERO delle linee di codice su questa scala. Molto tenero che c'è chi usi ancora il churn lineare... :P

Dipende da qual'e' il tuo obiettivo. Se vuoi andare a lavorare come quant a Londra o New York, l'investimento si ripaga abbastanza in fretta, e molti di questi programmi ti aiutano anche a trovare lavoro. I corsi sono abbastanza specializzati e (come dice Andrea) di economia magari se ne impara abbastanza poca. Se invece vuoi imparare un po' di economia da aggiungere alle tue conoscenze attuali ma senza necessariamente diventare un economista, un master in economics e' probabilmente piu' adatto (ma non mi e' molto chiaro quali siano gli sbocchi lavorativi). Per quel che riguarda fare solo il primo anno o due di un phd in economia, per poi smettere, devi chiederti a cosa ti servira'. In particolare, l'economia che si insegna nel primo anno del phd e' interamente volta alla produzione futura di ricerca. Se e' quella la direzione che ti attrae, allora ne vale sicuramente la pena, ma perche' smettere dopo due anni? Fatti tutta la trafila e diventa un economista come noi: ne vale assolutamente la pena!

Sicuramente infatti è più attraente per me imparare in modo consistente e robusto, per poi applicare come si deve, piuttosto che arrangiare una preparazione per trovare lavoro (sempre nel caso appunto, che prepararsi stesso sia un lavoro, così come un dottorato è un lavoro, per quanto instabile, ma non una spesa) il prima possibile. Nello spirito di quel post linkato da Andrea poco sopra.

La mia domanda era se esistevano "vie maestre" per chi era un po' più ferrato su altri argomenti, o se è possibile (è detto che mi prendano col mio background a 29, poi si faranno 30 anni in una scuola buona?) e vale comunque la pena "farsi la trafila" e mi sembra tu abbia risposto ;)

Il dottorato gia in tasca in una materia con molta matematica potrebbe aiutarti in sede di ammissione, e l'eta' non e' un problema insormontabile. Io co cominciato a 28 anni, ed era un po' strano essere il piu' anziano dei miei classmates, ma non molto di piu'. Certo la competizione e' in parte composta da gente che non ha l'eta' per comprare una bottiglia di vino :)

La vera domanda, e un poco inquietante, è cosa spinge un fisico nucleare a desiderare di diventare un economista?
Un ricercatore e pure già professore, che probabilmente potrebbe chiarire più di una questione sulla informatica o sulla probabilità perfino a qualche economista top ten, che vistosamente imposta il problema della competenza nel modo tipicamente distorto di un fisico teorico: “è più attraente per me imparare in modo consistente e robusto, per poi applicare come si deve, piuttosto che arrangiare una preparazione per trovare lavoro”, mandando all'aria così i più coscienziosi consigli sopra forniti per chi vuole impegnarsi nelle carriere degli economisti, ci si chiede: non farebbe meglio ad insistere dove ha già esperienza e preparazione? E' stato folgorato sulla strada di Damasco o più semplicemente muore di fame?
Tralasciando la prima ipotesi, se è la pura scienza che interessa allora si può pure ben morire di fame e insistere a studiare il Bosone di Higgs, e magari prima l'higsotrone e poi l'higsone se si ripete a breve una storia già vista, piuttosto che avventurarsi su altre astrazioni le quali se sono tramontate per la fisica allora sono tramontate per tutte le altre discipline e senza speranza, ovviamente.
Ovvero invece bisogna cambiare del tutto testa, e, come veniva suggerito sopra, cominciare ad avere una miriade di sollecitazioni differenti a partire dal leggere i giornali di politica, che forse per un fisico teorico è peggio che morire, e che sono tali e tante che sopra, non a caso, mi sono permesso di definire sollecitazioni complessivamente contraddittorie.
Resta la domanda angosciosa, valida in generale e non solo per il fisico: perché un fisico teorico ben preparato e già instradato dovrebbe riconvertirsi?

Leggendo i CV di vari professori italiani o comunque non statunitensi, mi pare che non di rado essi abbiano conseguito una laurea in Italia per poi fare un Master of Arts negli USA per poi ottenere il phd. E' necessario conseguire un Master negli USA per essere ammessi al phd? Ho letto sui siti delle università americane che non è necessario se uno ha già una laurea da un paese straniero. Forse laurearsi una seconda volta negli USA dà più possibilità per il phd?

Per quella che è la mia esperienza, sì, e non solo in economia. Nei dipartimenti che conosco (geografia, ingegneria, scienze ambientali) non ammettono direttamente al Ph.D. studenti che non hanno già conseguito una laurea (con tesi!) in US. Però può essere che facciano un'eccezione per uno che ha studiato in Canda UK Australia, o che ha pubblicato qualcosa in inglese (tesi o articolo).

In realtà quello che succede è che uno viene ammesso al Master e se vedono che è bravo, all'inizio del secondo anno gli viene proposto lo step-up: invece di lavorare alla tesi del Master lavora direttamente a un paper che alla fine del secondo anno ha un aspetto pubblicabile. Lo studente non consegue il Master, ma l'anno successivo figura al terzo anno di PhD e finisce così in 5 anni (tipicamente).

Oppure può decidere di fare la tesi, prendere il Master, allo stesso tempo ricavarne un paper e proseguire col PhD, finendo tutto in 5 anni.

Questo se si rimane nella stessa università naturalmente. Se uno cambia alla fine del Master, perché ad esempio vuole studiare in una scuola di livello superiore, ci metterà 1-2 anni in più.

So che funziona così anche al College of Business, però la mia Università (Iowa) non è top 20, può essere che in altri posti esistano politiche diverse. Sicuramente è una cosa che è utile chiedere quando il dipartimento ti contatta dopo averti accettato.

Una volta finiti i primi due anni del PhD (ovvero la parte in cui devi fare gli esami) ti danno un master.

E' vero il contrario di quanto scritto da federico antolini, in tutte le universita' usa che conosco. In Economia non solo non e' necessario avere un Master, ma non e' nemmeno quasi mai possibile essere ammessi direttamente solo al master, che si tratta, per i dipartimenti che lo offrono, di un titolo intermedio offerto a chi lo vuole, o a chi viene "bocciato" agli esami del primo anno (ammesso che passi ulteriori esami e requirements, di solito una tesina, al secondo anno).

Anche chi ha gia' un master conseguito altrove deve ricominciare da zero con corsi ed esami. 

Le cose possono essere diverse in altre discipline, o in Economia altrove. In molte universita' UK so che e' diverso: prima si viene ammessi al master, e poi al PhD

Il master che si vede su molti dei nostri curriculum e' stato conseguito "sulla via" del Ph.D. in economia. E' un titolo cui si ha diritto dopo aver sostenuto un tot di esami, e quindi alcuni lo prendono perche' si puo' (io l'ho fatto per mandarlo alla famiglia in Italia, per esempio). Ci sono alcuni rari master in economics pensati come titoli a se, per esempio conosco quello a Duke, ma nella maggior parte dei casi (come dice Andrea) in economia negli USA ci si puo' solo iscrivere al Ph.D.

Ciao ho letto con molto interesse l'articolo e mi ha spinto a scrivere...

Dopo essermi laureato e aver sempre lavorato da due anni, prima in revisione e ora in consulenza, sento che questa non è la mia strada: non perché non mi trovi bene o no mi riesca bene il lavoro, ma perché mi sembra che l'attività lavorativa sia fine a se stessa e dopo non ti rimane niente in mano... è semplicemente come se avessi venduto il mio tempo a qualcuno...

Così, valutando altre possibilità, sono giunto alla conclusione che dovrei scoprire se forse inconsapevolmente la mia strada era quella del dottorato e io non me ne sono mai accorto.

Leggendo l'articolo ho riscontrato molte delle qualità richieste e degli aspetti chiave stimolanti e vorrei avere un consiglio.

Il problema è che visto il mio profilo penso di essermi ormai giocato le possibilità di accesso. Infatti ho sempre improntato i corsi e lo studio al fine di essere appetibile sul mercato del lavoro e non su quello della ricerca. Non ho il massimo dei voti non perché non mi interessasse la materia ma perché spesso ho pensato di passare oltre sulle materie non direttamente legate ai fini che mi ero proposto e, spesso, mi trovavo a perdere tempo, comprando altri libri, per approfondire un capitolo che aveva attirato la mia attenzione particolrmente. Ora a 27 anni e 28 per quando potrò fare la prossima domanda (settembre 2016) e quindi 3 anni di lavoro in consulenza senza niente che indichi la mia predisposizione all'approfondimento accademico nel mio curriculum vorrei sapere se sono del tutto spacciato oppure se ci sono possibilità per quelli come me.

Un saluto a tutti 

Difficile dire, non sei vecchissimo, ma neanche tanto giovane. In teoria potresti fare domanda quest'autunno, perché aspettare un anno? Un'idea sarebbe quella di  passare quest'anno a fare qualche esame di matematica e/o statistica nell'università locale dimostrando il tuo interesse e le tue capacità. Devi anche trovare qualcuno che ti scriva lettere, possibilmente almeno un economista con un minimo di reputazione scientifica.  Non è impossibile. 

Un'altra strada possibile e' di fare un master in economics prima, dove l'ammissione e' meno selettiva (e dovresti pagartelo da solo) ed usare quello come rampa di lancio per l'ammissione al PhD. E' una strada rischiosa, ma se sei davvero convinto e' un primo passo possibile.

Quando si devono mandare le domande di ammissione a quale classifica affidarsi per decidere quali università sono nella top10, top20, ecc.?

Le classifiche sono altamente correlate, quindi non fa molta differenza. Questo e' vero soprattutto se misuri top 20. A volte un dipartimento e' 17 in una classifica e 23 in un'altra... e non e' che faccia gran differenza. Certo Pitt e Harvard non sono la stessa cosa, ma non c'e' bisogno di nessuna classifica in particolare per saperlo. Con gli studenti per cui scrivo lettere di raccomandazione, tentiamo di farci un'idea di dover abbiano le piu' alte probabilita' di essere ammessi, e poi fanno domande a tutte le scuole dell stesso livello, alcune meglio, e alcune peggio.

Salve, io sono stato ammesso ad alcuni master in Economics e sto pensando, dopo di ciò, di fare domanda per entrare in un PhD. Secondo voi è importante l'università di provenienza (Più master o Bachelor?) nel processo di selezione del candidato oppure contano di più altre cose, tipo lettere e voti? Poiché i due master tra cui sono indeciso mi sembrano entrambi ottimi corsi, ma uno è di una università con indiscussa reputazione internazionale, l'altra meno fuori dai confini nazionali ma con più possibilità di ottenere lettere favorevoli, essendo un corso ristretto a pochi studenti. Ringrazio molto per l'eventuale risposta.

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti